Tutti gli articoli di Riccardo Capoferro

Il tempio dei manga

Un viaggio nell’International Manga Museum di Kyoto

riferisce RICCARDO CAPOFERRO

Cuore della cultura tradizionale giapponese e complementare all’ultramoderna Tokyo, Kyoto sorge in una valle cinta da templi, le cui linee pulite circondano il centro abitato e sembrano, con discrezione, presidiarne i confini.

Ma ci sono templi, buddhisti e shintoisti, anche all’interno della città, nei quali specialmente in estate pulsa un’antica e sommessa vita rituale: preghiere, prugne lasciate a essiccare, il tintinnio dei sonagli a vento, sotto il forte brusio – che dopo un po’ fa tutt’uno col silenzio – delle grandi cicale giapponesi. Ci sono templi ovunque a Kyoto, anche nei centri commerciali e nei parchi pubblici.

Uno di essi è dedicato un culto giovane ma già numeroso. È il Museo internazionale del manga, un’istituzione tipicamente giapponese che a una prima occhiata non ha nulla di celebrativo. All’ingresso troviamo un negozio di gadget, poi un workshop di giovani mangaka che deliziano i visitatori con ritratti dalle fattezze stilizzate e gli occhi ingranditi; più oltre, percorrendo i corridoi dell’edificio – che in passato è stato una scuola – si arriva a una sala-biblioteca con al centro pannelli che illustrano aspetti giuridici, statistici o produttivi della storia del manga, a uno spazio dedicato alle mostre, e a un’ampia sala lettura con divani circolari e un grande tappeto, anch’esso circolare, sul quale accomodarsi a leggere.

È inutile cercare di descrivere un posto come il Museo internazionale del manga in modo oggettivo, specialmente se si è italiani e si è stati bambini nei primi anni ottanta, quando i cartoni animati giapponesi dilagavano nei palinsesti delle TV private e ogni pomeriggio si occhieggiava negli interni sobri ma accoglienti delle case giapponesi e ci si interrogava sul sapore degli onigiri, le polpette di riso. Esplorare il Museo significa naufragare tra le suggestioni, perché nuove scoperte sollevano ricordi vecchissimi, e per un po’ si va alla deriva tra i sogni di un tempo più spensierato. Ma nel giro di poco si iniziano a distinguere i lineamenti di in una storia. Una storia che è fitta di atmosfere, invenzioni grafiche e visioni della cultura occidentale, che fin dall’inizio hanno segnato la storia del manga.

Le suggestioni aleggiano tra le scaffalature gremite di tankōbon – gli albi rilegati – in cui spiccano serie da cui tra gli anni settanta e ottanta sono stati tratti i cartoni arrivati in Italia, ma subito si scorgono rassomiglianze tra quelle serie e altre: oltre a Versailles no Bara – cioè Lady Oscar – ne vediamo altre ad ambientazione storica in cui la cura del dettaglio si unisce al gusto del feuilleton e non di rado ai vagheggiamenti sentimentali tipici del sottogenere dello shōjo manga: fumetti dedicati a Cesare Borgia, a giovani alpigiane, a T. E. Lawrence, a fanciulle vittoriane o dell’alta società inglese d’inizio Novecento – Lady Victorian e Lady!!! – e, ancora, rievocazioni del Giappone feudale o del periodo Shōwa. E poi ci sono i fumetti ad ambientazione sportiva – come Capitan Tsubasa, il leggendario Holly e Benjy – e space opera come quelle legate all’universo vastissimo di Mobile Suit Gundam. E finalmente capiamo chi sia il personaggio con l’aria da duro i cui albi sono in vendita in tutti i Lawson, gli ubiqui minimarket giapponesi: si tratta del protagonista di una serie noir, Golgo 13 di Takao Saito, iniziata nel 1968 e ancora in corso. Il tratto di Saito somiglia a quello del quasi coetaneo Sampei Shirato, autore della serie Sasuke (sulle avventure di un giovane ninja), in cui ci si è imbattuti per caso un pomeriggio estivo di decenni prima.

L’enorme quantità degli albi, che ricoprono le pareti fino al soffitto, rende palpabile una storia accelerata, un immaginario che si è espanso con la rapidità e la potenza di una supernova e ha pervaso ogni angolo e ogni momento libero della serrata vita quotidiana giapponese, disseminando tracce ovunque: nei vagoni della metropolitana, sulle panchine, sui tatami. Si dispiega davanti ai nostri occhi una fitta sequela di esperimenti, variazioni e ripetizioni, in cui le soluzioni imposte da una produzione febbrile si sono unite a un’insaziabile sperimentazione. Per esempio, nell’opera dei grandi maestri notiamo a volte il recupero degli stessi visi (così fa, per esempio, Leiji Matsumoto: Capitan Harlock, il pirata dello spazio, è nato come Franklin J. Harlock, navigatore e pistolero al centro della serie western Gun Frontier). E lo stesso fumetto di “avanguardia”, il gekiga, è nato poco dopo gli albori del manga, quando artisti come Yoshihiro Tatsumi, che racconta della sue esperienza creativa nell’autobiografia a fumetti Una vita tra i margini, inseguiva l’idea di un fumetto più adulto, nei temi e nello stile grafico (diversi esempi di gekiga sono stati da poco pubblicati in italiano da Coconino press).

Nel museo tutto diventa tangibile. Si intuiscono le tonnellate di carta, i ritmi forsennati, il consumo vorace; si condivide l’interesse dei giapponesi per la cultura occidentale, che rende il nostro sguardo sul lussureggiante universo del manga quasi onirico, sospeso tra riconoscimento e straniamento. E si percepiscono gli ideali, le ossessioni e i turbamenti collettivi del pubblico giapponese – è fiorentissima anche la pornografia, con un’infinità di sottogeneri e perversioni – e ci assale la smania di leggere e la frustrazione di non poterlo fare, perché gli ideogrammi, con la loro agile eleganza, non riescono a staccarsi dalle immagini.

Ma per loro fortuna molti dei visitatori capiscono il significato degli ideogrammi, e possono godere pienamente delle storie che raccontano. Il museo del manga non allontana dal pubblico gli oggetti del desiderio. Chiunque può prendere un albo, dirigersi alla sala lettura e sprofondare nei grandi divani o nel pavimento imbottito, pronto a fuggire in una mitteleuropa reinventata, nel Giappone degli shogun o in una colonia orbitante. In silenzio devoto, nonne e nipoti, genitori e figli, e adolescenti solitari si fermano a leggere manga, le cui pagine non vengono sottratte agli sguardi e isolate in una teca; sarebbe un tradimento della loro ragion d’essere, che è quella di accompagnare il tempo quotidiano, di soddisfare la fame di evasione, di colorare – nonostante siano perlopiù in bianco e nero – la memoria di una stagione. I manga possono essere elevati allo statuto di classici, ma devono essere divorati, e il museo non nega questa realtà ma la asseconda, senza temere la deperibilità della carta. (Per fortuna, però, i lettori giapponesi, anche i più giovani, sanno trattare quella carta con rispetto).

Uscendo dal museo dopo aver comprato un souvenir nel negozio annesso – una serie di cartoline dedicate a Tetsuwan Atom di Osamu Tezuka (conosciuto in Italia come Astro Boy) si ha la sensazione di aver viaggiato nei decenni; di aver avuto accesso – tra navi, astronavi e fanciulle diafane dai grandi occhi – a un’enorme e multiforme memoria collettiva, e di averne visto le fucine. E si ha l’impressione di poter meglio cogliere la distanza tra il Giappone e l’occidente; una distanza che gli autori di manga hanno percorso con lo sguardo e tuttavia non hanno mai voluto colmare, consci fin dall’inizio della forza della loro ispirazione, che si nutre di influenze esterne all’isola ma è radicata nella loro tradizione pittorica e religiosa, nella loro morale, nel loro rapporto con la natura. (Sono immancabili, nei manga – persino in quelli dedicati ai mecha, i robot giganti – le pause contemplative davanti al profilo dei rami, alle nuvole, ai fili d’erba, le stesse pause a cui le città giapponesi, con improvvisi scorci di verde in mezzo al cemento, sembrano incoraggiare).

E uscendo dal mondo cartaceo del manga e rientrando nella città si intuisce un ancora misterioso senso di unità; si intravvedono le corrispondenze, evidenti o segrete, che fanno una cultura.

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“Sterminate i bruti!”

31 gennaio 2018

Nicoletta Vallorani, Nessun Kurtz. Cuore di tenebra e le parole dell’occidente, Mimesis, pp. 164, euro 15,00 stampa

recensisce RICCARDO CAPOFERRO

In Nessun Kurtz, Nicoletta Vallorani esplora un fenomeno culturale di vasta portata, finora mai davvero indagato: la rilevanza sempre maggiore di Cuore di tenebra nell’immaginario occidentale. Una rilevanza che Nessun Kurtz misura sul tessuto vivo della cultura narrativa, evitando i vicoli ciechi che la critica conradiana, specialmente anglofona, ha ossessivamente imboccato. A lungo, Cuore di tenebra è stato infatti giudicato (più che interpretato) alla luce degli ideali della identity politics angloamericana, guadagnandosi, di volta in volta, l’etichetta di imperialista o anti-imperialista, razzista o antirazzista. È dunque mancata una riflessione sul perché abbia avuto una così vasta risonanza, echeggiando anche lì dove non è esplicitamente citato.

Il libro di Nicoletta Vallorani, invece, si interroga proprio su questo: sul perché Cuore di tenebra sia diventato la pietra di paragone e al tempo stesso il punto d’origine di una moltitudine di racconti incentrati sui rapporti tra l’Occidente e l’Altro. E basa la sua riposta sul personaggio di Kurtz, attorno al quale sviluppa una tesi che riesce a dar conto delle riscritture di Cuore di tenebra, come pure delle sue visibili assenze.

Nella prospettiva di Vallorani, Kurtz ha la funzione di mettere in luce una dinamica culturale. È una figura di mediazione tra l’Europeo e l’Altro che resta, tuttavia, sfuggente, magnetizzando intorno a sé “fantasmi e paure dell’occidente”; proiezioni, ansie e mistificazioni. Ma la “funzione Kurtz” non sancisce uno scacco. Perturba, piuttosto, i meccanismi dell’assimilazione e del dominio: rende evidente il modo in cui l’Altro è rigettato in quanto alieno o normalizzato come oggetto di conoscenza empirica.

La storia di Kurtz e delle sue reincarnazioni è quella di un inesauribile catalogo di atteggiamenti verso l’Altro, e comprende altre opere di grande impatto, come Apocalypse Now di Coppola, che ridefinisce gli interrogativi di Cuore di tenebra. Ma l’ombra di Kurtz arriva anche in luoghi inattesi, come l’Otello di Elio De Capitani, influenzato da Coppola e, indirettamente, dall’Othello di Welles, a sua volta un film dall’origine conradiana.

Muovendosi con agilità da una cultura all’altra e da un mezzo espressivo all’altro, Vallorani dipana la matassa dei rimandi, diretti e indiretti, a Cuore di tenebra, portandoci fino alla letteratura contemporanea: in The Butt di Will Self la vicenda di Marlow e Kurtz si rifrange in una cupa parabola di spaesamento, dalle sfumature kafkiane oltre che conradiane, in cui l’antropologia occidentale si rivela un’arma a doppio taglio.

Nelle pagine conclusive, lo sguardo di Vallorani si ferma inoltre sulla nostra storia recente, sulla letteratura della migrazione tra le due sponde del Mediterraneo. Nessun Kurtz è molte cose insieme. È, in modo dichiarato, un libro militante, deciso a far detonare con rinnovata forza la carica di scetticismo di Cuore di tenebra. Al tempo stesso, però, è anche un lavoro di storiografia letteraria, che affronta, sottotraccia, annose questioni di metodo. È un’interrogazione su cosa costruisca un classico, e su cosa ne determini, nei decenni, il senso e il valore canonico. Dopo averlo letto, si è certi che solo guardando al dialogo tra testi che Heart of Darkness ha suscitato, quindi alla sua esistenza concreta, si possano chiarire le ragioni della sua importanza.

http://mimesisedizioni.it

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