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Paragrafi d’autore: Terranova sceglie Bufalino

Questa puntata della nostra Rubrica la potremmo chiamare tranquillamente “genealogie siciliane”; abbiamo la messinese Nadia Terranova che rende omaggio al comisano Gesualdo Bufalino. Ma è anche il nostro modo di rendere omaggio alla più letteraria delle isole italiane.

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

Ballavo male, nel cinquantuno. Non che avessi mai ballato bene sin dal principio. Tuttavia coi tanghi figurati e le polche qualche confidenza me la pigliavo, sbagliavo solo le giravolte. Mentre ora che entrambe le Americhe sbarcavano ogni giorno a decine i nuovi passi e nomi di danze, avevo voglia di esercitarmi davanti allo specchio della pensione, accompagnandomi sfiduciatamente col fischio, avevo voglia… Sulle piste, nelle sale, dovunque mi capitasse di aprire e chiudere a vanvera la forbice delle mie gambe, tutti i sorrisi e gli applausi d’agosto erano per un altro, Liborio Gallo, il virtuoso del bughivù.

Poco male, ero sui trent’anni, allora, uno più uno meno; e, per un motivo che so io, non avevo mai avuto vent’anni. Li ebbi allora all’impensata in regalo da quell’estate, dopotutto m’erano dovuti.

Ora, io non permetterò a nessun sapientone di Francia di venirmi a dire che non si è felici a vent’anni, per tardivi e posticci che siano. Anche se si ama, e non ci ama, una bruna dal viso d’uliva, dal corpo di serpentello, con la voce che fa glu glu nelle canne della gola; anche se lei non ha che disprezzi per il miope bleso poeta e riserva il lampo degli occhi solamente alla concorrenza.

(Da Argo il cieco o i sogni della memoria, Sellerio, 1984, pp. 13-14)

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015; vincitore, tra gli altri, il Premio Bagutta Opera Prima, il Premio Brancati, il Premio Bergamo e The Bridge Book Award) e Addio fantasmi (2018), entrambi per Einaudi Stile Libero. È anche autrice di diversi libri per ragazzi, fra cui Bruno il bambino che imparò a volare, sulla storia di Bruno Schulz (Orecchio acerbo, 2012; vincitore del Premio Napoli e del Premio Laura Orvieto), Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016). Collabora con la Repubblica e il Foglio. È tradotta in diverse lingue europee e in corso di traduzione negli Stati Uniti.  

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Paris sceglie Proust

Al tempo della sua vita cartacea, PULP Libri ospitava regolarmente la rubrica Il tempo ritrovato, firmata da Renzo Paris; ci sembrava quindi giusto chiedere a lui di proporci i paragrafi d’autore di gennaio, tanto per inaugurare il 2019 in grande stile. Dato il titolo della sua rubrica (che ci manca tanto) e la sua lunga attività di francesista, non sorprende più di tanto che la sua scelta sia ricaduta sull’ultimo volume della monumentale Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: per l’appunto, Il tempo ritrovato. Con tre folgoranti paragrafi, veri aforismi sulla letteratura stessa.

La letteratura che si accontenta di “descrivere le cose” di darcene soltanto un miserevole estratto di linee e di superfici, è quella che, pur chiamandosi realistica, è più lontana dalla realtà, quella che più ci immiserisce e ci intristisce, giacché taglia bruscamente ogni conunicazione del nostro “io” presente col passato, di cui le cose conservavano l’essenza, e con l’avvenire, dov’esse ci stimolano a goderlo di nuovo.

L’unico libro vero, un grande scrittore non ha, nel senso comune della parola, da inventarlo, in quanto esiste già in ognuno di noi, ma da tradurlo. Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli d’un traduttore,

Un libro è un grande cimitero dove, sulla maggior parte delle tombe, non si possono più leggere i nomi ormai cancellati.

(Il tempo ritrovato, tr. Giovanni Caproni, Einaudi)

Renzo Paris è nato a Celano nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Cani sciolti, Ultimi dispacci della notte, La croce tatuata, La vita personale fino a Bambole e schiavi. Ha scritto le vite romanzate di Apollinaire, Silone, Moravia e Pasolini e tre libri di poesie tra cui Album di famiglia. Collabora a Venerdì di Repubblica.

 

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L’Inquisitore e il suo doppio

di GIAN FILIPPO PIZZO

Crediamo che Valerio Evangelisti non se la prenderebbe se lo paragonassimo, ad esempio, a Emilio Salgari, visto che ha sempre espresso la sua preferenza per la letteratura popolare. Infatti l’accostamento va letto solo in termini di popolarità, perché a ben guardare le differenze sono tante: Salgari scrive velocemente (a volte anche sciattamente) e si concentra solo sull’avventura, anche se le sue idee progressiste comunque traspaiono, mentre Evangelisti è molto più ponderato e all’azione accompagna uno stile pregevole, un’ottima caratterizzazione dei personaggi, una minuziosa documentazione storica, una notevole abilità nello strutturare le storie e riflessioni non banali. Ma forse a Evangelisti si può meglio attagliare quello che scrive Stefano Salis (sul Sole24ore del 9 dicembre 2018) a proposito di Andrea Camilleri, che cioè il successo dei suoi romanzi popolari finisce per nuocere al resto della sua produzione negandogli il favore della critica paludata. Se Camilleri oltre al suo popolare commissario Montalbano ha scritto romanzi storici dal significato politico, anche Evangelisti vanta un percorso simile: all’inquisitore Eymerich (e al pistolero Pantera) ha affiancato opere tra l’altro sulla rivoluzione messicana, sulle proteste operaie americane e sulle politiche sindacali italiane tra il 1875 e il 1945, queste nella trilogia Il sole dell’avvenire (2013-16).

Questa premessa per invogliare a leggere anche altre opere di Evangelisti, oltre a quelle dedicate a Nicolas Eymerich, giunte al dodicesimo volume con questo Il fantasma di Eymerich (Mondadori, pp. 265, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook). Eymerich è un personaggio storico realmente esistito (1320-1399), domenicano e strenuo difensore della fede e dell’ortodossia, inquisitore generale del Regno di Aragona; scrisse un manuale dell’inquisizione, pubblicato però solo nel Cinquecento. Evangelisti ovviamente lo stravolge per i suoi fini narrativi, o meglio ne esaspera i tratti caratteriali rendendolo un idealista fanatico, spesso feroce ma mai meschino. Non simpatico, non buono (ma nemmeno malvagio senza scopo, come i cattivi dello schermo o del fumetto), acquista una personalità vivida proprio per essere oltre le contraddizioni che il suo stato gli impone, nel senso che di contraddizioni dovrebbe averne, ma non ne ha, tutto compreso nel suo ruolo di difensore della fede ed avversario del male. Un vilain che, come spesso accade nella narrativa popolare, finisce per diventare un personaggio di culto: non a caso, risuscita come Sherlock Holmes, prima ucciso dal suo creatore e poi fatto rivivere.

I romanzi sono scritti con la tecnica della “narrazione parallela”, che ci racconta le avventure dei vari personaggi separatamente, ma qui arricchita da un elemento particolare, quello della dislocazione temporale. Sono infatti in genere tre i momenti che Evangelisti inserisce nella trama dei suoi romanzi: uno, medioevale, in cui Eymerich è alle prese con una eresia o una manifestazione del male che è suo compito indagare e distruggere; gli altri, ambientati in epoca contemporanea o storicamente a noi più vicine, oppure nel futuro, nei quali si ha una nuova manifestazione, comunque derivante da quella medievale (il lettore lo capisce presto, ma i protagonisti non possono saperlo). Alla fine, si ha uno scioglimento della vicenda in cui tutto viene giustificato, incredibilmente ma con grande maestria narrativa.

In questo Il fantasma di Eymerich l’inquisitore si trova a essere imprigionato dal Re di Aragona ma riesce a fuggire e si reca a Roma; vi giunge proprio nei giorni in cui muore Gregorio XI, appena tornato da Avignone (dove il Papato si era trasferito settant’anni prima), e viene eletto Urbano VI. Il nuovo pontefice si inimica i cardinali corrotti che si ribellano ed eleggono un antipapa, Clemente VII, dando vita allo Scisma d’Occidente o Grande Scisma. Seppure romanzata, la vicenda rispecchia perfettamente gli avvenimenti storici e i personaggi che vi parteciparono, ma ancora più interessante è la descrizione della vita di un’Urbe lontanissima dai fasti passati e degradata, con la nobiltà e il clero che tentano di vivere in continuità al loro rango e alla loro ricchezza e una plebaglia in mano a pochi caporioni che riesce a condizionare il Conclave. A questi avvenimenti Eymerich partecipa poco, non si lascia coinvolgere perché la sua preoccupazione è un’altra: debellare l’ennesima manifestazione demoniaca, che in questo caso consiste nel tentativo di ripristinare l’antica religione mitraica.

E qui, finalmente, dopo vari accenni negli altri romanzi, c’è una spiegazione più approfondita del perché l’inquisitore consideri Raimundo Lullo un eretico e di come il lullismo possa condurre a deviare dalla vera fede a causa degli influssi sul suo pensiero della cultura araba e di quella ebraica (almeno secondo Evangelisti, che riesce a inserire nel discorso anche il culto di Mithra e un’improbabile commistione tra il simbolo francescano del Tau e la radice di taurus, “toro” in latino, animale sacrificale del mitraismo). La parte ambientata nel futuro – che negli ultimi romanzi Evangelisti ha notevolmente ridotto rispetto ai primi libri – riguarda un personaggio già apparso in precedenti opere, lo scienziato Marcus Frullifer, qui impegnato nella costruzione dell’astronave “psitronica” Malpertuis che avevamo trovato già in viaggio nel primo romanzo della serie, Nicolas Eymerich, Inquisitore (1994). Poi c’è il “fantasma” del titolo, un’entità forse incorporea identica all’inquisitore, un suo doppelgaenger che ne precede e ne condiziona le mosse: non diciamo di più lasciando al lettore il gusto di sbrogliare la matassa.

Valerio Evangelisti aveva fatto morire il suo personaggio con il decimo romanzo, Rex tremendae maiestatis (Mondadori, 2010), ambientato nel 1399, poi a furor di popolo (e per le insistenze dell’editore) lo aveva ripresentato nel 2017 con Eymerich risorge, titolo ingannevole perché non si tratta di una resurrezione ma di una storia ambientata in precedenza, nel 1374. Questo Il fantasma di Eymerich è ambientato nel 1378 e dunque resterebbe spazio per altre avventure, ma molti indizi (tra cui le dichiarazioni di Evangelisti nell’intervista che stiamo per pubblicare) lascerebbero comprendere che si tratta in realtà del capitolo definitivo, per quanto il finale sembrerebbe più aperto. In attesa di scoprire come evolverà la faccenda godiamoci questo.

Sempre in argomento vogliamo però segnalare un altro volume, il bel saggio di Alberto Sebastiani Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti da poco pubblicato da Odoya (pp. 249, € 18 stampa). Non è certo il primo ad essere dedicato all’autore , ormai oggetto di diverse opere di critica e tesi di laurea (va ricordato Valerio Evangelisti, di Luca Somigli, pubblicato da Cadmo nel 2007), ma è il primo incentrato più specificamente sul suo personaggio più famoso. Sebastiani, pubblicista e docente presso l’università di Bologna, dopo aver analizzato brevemente le altre opere di Evangelisti si concentra sull’inquisitore esaminando tutti i romanzi e i racconti e quelle che definisce “estensioni”, che potremmo anche chiamare con un termine ormai entrato nell’uso, spin-off: racconti fuori dal canone principale, fumetti, scritti di altri autori che hanno preso in prestito il personaggio, eccetera. L’analisi comprende anche il romanzo qui recensito, che deve evidentemente aver letto in anteprima. Successivamente affronta il problema delle fonti cui Evangelisti attinge, dagli stilemi della narrativa popolare all’impegno politico, ed esamina Eymerich sotto il profilo psicologico, interrogandosi infine sui motivi per cui piace ai lettori. Una disamina puntuale e precisa, assolutamente condivisibile, di un personaggio e di un autore diventati meritatamente di culto.

 

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha recensito anche Eymerich risorge, e pubblicherà oggi un’intervista.

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I nostri libri dell’anno

E sottolineiamo nostri. Nessuna pretesa di oggettività; nessuna pretesa di compilare graduatorie o proclamare vincitori. Magari il vero Libro dell’Anno, quello che passerà alla Storia (con la S maiuscola), non è nessuno di quelli indicati in questa pagina; magari è un libro ignorato dalla critica; o forse no. 

Tutt’altro il nostro intento. Semplicemente per il giorno di Natale abbiamo pensato di fare un regalo ai nostri lettori: una ricca serie di consigli di lettura. Per questo abbiamo chiesto a tutti i nostri collaboratori di indicare quale fosse stato il loro libro dell’anno; quello, tra i libri letti, che li aveva colpiti di più, indipendentemente dal fatto di averlo recensito o meno per PULP Libri. Unico vincolo, che fossero opere pubblicate nel corso dell’anno, non ristampe. Ne è uscita una lista quantomai ricca e variegata; che del resto riflette un po’ lo stile della nostra Rivista, aperta a diversi concetti di letteratura, di stile, di lettura. Qualcuno, come vedrete, ha ritenuto di indicare un solo titolo; altri hanno indicato quelli che secondo loro sono il miglior libro di narrativa e il miglior saggio del 2018. Qualcuno ha anche voluto aggiungere un breve commento.

Buona lettura, quindi…

Silvia Albesano
Antonella Anedda, Historiae, Einaudi

«Pensarci senza pelle rende buoni.
Per il paradiso forse non c’è strada migliore
che ritornare pietre, saperci senza cuore.»

Silvia Arzola
Bernard Quiriny, L’affare Mayerling, L’orma editore

Carlo Baghetti
Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, Edizioni Alegre

«Lo scrittore, con un gran lavoro sulla lingua e sulla forma (tra romanzo e inchiesta), racconta un mondo a tutti noto, quello del calcio, da vari punti di vista, sempre inediti. Più si conosce il calcio e più si resta stupiti della capacità dell’autore di pescare storie nuove e originali, oppure dare una lettura particolare (sempre impegnata, sempre schierata) ad eventi famosi.»

Davide Carnevale
Jeff Vandermeer, Borne, Einaudi

«Dopo la Trilogia dell’Area X, l’autore statunitense continua a mostrarci uno dei possibili futuri della letteratura fantastica, in quella riuscita commistione di scritture dell’immaginario a cui lo stesso VanderMeer ha dato il nome di New Weird

Walter Catalano
Elliott Chaze, La fine di Wettermark, Mattioli 1885

Gioacchino De Chirico
Daniel Mendelsohn, Un’odissea, Einaudi

Giovanni De Feo
Frances Hardinge, La voce delle ombre, Mondadori

Gaetano De Virgilio
Marco Lupo, HamburgLa sabbia del tempo scomparso, Il Saggiatore

Roberto Derobertis
Agota Kristof, Chiodi, Casagrande (poesia)

«Versi spezzati e in bianco e nero da un’Europa dolente. Una poesia abitata dallo sradicamento, dalla delusione e da un’umanità profonda e commovente.»

Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro. Forza lavoro II, manifestolibri (saggistica)

«Nei paesaggi del capitalismo contemporaneo, siamo tutti in alternanza scuola lavoro: ovvero in processi di eterna transizione lavoro/non lavoro, autosfruttamento e valorizzazione, in eterna valutazione.»

Elio Grasso
Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco, Bollati Boringhieri

«“Il passato appare quando vuole, vive come vuole, riesce solo a non morire”. In questa frase prende forma il pensiero che Mary B. Tolusso consegna al romanzo che ho scelto come opera narrativa dell’anno: L’esercizio del distacco, pubblicato da Bollati Boringhieri la scorsa primavera. L’attenzione è dovuta non solo per evidenti meriti compositivi. Nella Trieste immobile e segretamente algida tre ragazzi vivono in un seminario a due passi dal groviglio Balcanico: dentro una vertigine esistenziale che riporta agli odierni ordinamenti, sciupati e rabbiosi, dove la pietà non ha più residenza. Tolusso ha sulla spalla la cinepresa di Bertolucci prestata a una scrittura incommensurabile, in vista dei pericolosi confini innalzati come muri. Le tre anime adolescenti si muovono in frontiere geografiche e mentali, ognuna verso la sua sorte: i loro corpi attraversano gli ultimi decenni del Novecento e giungono agli anni Duemila. In una realtà che neppure le favolose particelle cosmiche – studiate dalla protagonista per darsi ragione delle sfasature spazio-temporali – potranno salvare. È la legge di questo romanzo: l’amore incondizionato e frontale verso gli sbalzi irresponsabilmente fortificati dei punti cardinali.»

Mariasilvia Iovine
Marcello Introna, Castigo di Dio, Mondadori

Martyna Kander
Zerocalcare, Macerie prime: Sei mesi dopo, Bao Publishing

Lorenzo Mari
Andrés Barba, Repubblica luminosa, La Nave di Teseo

Elisabetta Michielin
Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi, La nave di Teseo

Marco Renzi
Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante, Il Mulino

Valentina Marcoli
Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, Exòrma edizioni

Marco Petrelli
C. E. Morgan, Lo sport dei Re, Einaudi

«Il più potente, maestoso e originale apporto al Southern gothic degli ultimi anni.»

Stefano Rizzo

Hideshi Hino, Hell baby, Dynit

«Storia senza paragoni per l’incredibile durezza, lo sconfinato dolore ma anche una poesia al di là di ogni retorica che il tratto dell’autore riesce a comunicare al lettore con fisicità ed icasticità unica»

Carlo & Enrico Vanzina, Artigiani del cinema popolare , a c. di Rocco Moccagatta, Bietti (saggistica)

 

«Attraverso un’intervista fiume tra le più belle e approfondite mai fatte ad autori italiani e in una serie di ottimi saggi brevi si può capire (tra le altre molte cose) cosa sia (stato) fare cinema dagli anni settanta ad oggi e anche qualcosa in più sul nostro paese.»

Umberto Rossi
William Vollmann, I fucili, minimum fax (narrativa)


Thanh Nguyen Viet, Niente muore mai, Neri Pozza (saggistica)


«Terzo volume della monumentale serie Sette sogni, I fucili è un iceberg narrativo, misto di romanzo storico, memoriale, saggio: una spedizione non solo mentale tra i ghiacci dell’Artico, e la ricostruzione della disastrosa impresa di Franklin e delle sue navi. Colpisce al cuore. Quanto a Niente muore mai, finalmente uno sguardo anche vietnamita sulla guerra del Vietnam e su come è stata raccontata.»

Paolo Simonetti
Nick Drnaso, Sabrina, Coconino Press (narrativa)

Philip Roth, Perché scrivere. Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Einaudi (saggistica)

«Come ci insegna ogni anno il Nobel, elargire premi e stilare classifiche letterarie può rivelarsi un’attività insignificante e persino, in certi casi, controproducente. PULP Libri si impegna da anni a proporre consigli di lettura spassionati, e come si è letto tra queste pagine il 2018 è stato ricco di uscite valide e importanti. Dal momento che posso indicarne soltanto una per categoria, lo faccio attraverso una scelta emotiva, segnalando due libri che hanno messo in moto l’ingranaggio sempre più restio ad accendersi della mia mente – due opere in cui talento artistico, momento storico ed emozione personale sono entrati in perfetta sintonia, si è sentito uno scatto e qualcosa è cambiato.»

Roberto Sturm
Gilberto Severini, Dilettanti, Fandango Editore

Sara Tosetto
Jesmyn Ward, Salvare le ossa, NN Editore (narrativa)


Siri Hustvedt, Le illusioni della certezza,  Einaudi (saggistica)

…e auguri!

 

 

 

 

 

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Pugno sceglie Eliot


Per la puntata di dicembre dei
Paragrafi d’autore abbiamo invitato una delle più originali scrittrici italiane, Laura Pugno, che si è avventurata da tempo in un territorio al confine tra fantascienza, fantasy e il cosiddetto mainstream. Ci ha spiazzato proponendo come paragrafi d’autore due brani dei Quattro quartetti di Eliot; ma riflettendoci, ci siamo detti che al loro apparire questi poemetti vennero accusati d’essere più prosastici che lirici; e per quanto nel tempo tali giudizi si siano rivelati non del tutto fondati, resta pur vero che queste e altre poesie del grande lirico anglo-americano hanno avuto un grande impatto anche sulla narrativa (basterebbe pensare a quanto eliottiano sia un romanzo come Fiesta di Hemingway). Per cui ben vengano il Vecchio Opossum (come Eliot amava definirsi), e i suoi conclusivi quartetti.

La vecchia edizione Garzanti dei Quattro quartetti di T. S. Eliot, letti per la prima volta vent’anni fa, e piú di venti, nella traduzione di Filippo Donini.

Voi dite ch’io ripeto
qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.
Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,
Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,
Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
Dovete fare la strada della privazione.
Per arrivare a quello che non siete
Dovete andare per la strada nella quale non siete.
E quello che non sapete è la sola cosa che sapete
E ciò che avete è ciò che non avete
E dove siete è là dove non siete.

You say I am repeating
Something I have said before. I shall say it again.
Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
You must go by a way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.

(«East Coker»)

[…]

Mentre leggono, i corpi sono mente, eppure quella mente è anche il collo o le spalle che si indolenziscono, il senso di inquietudine o di eccitazione o di ansia, la proiezione in avanti, il sonno che alla fine prevale o la necessità di andare, il devi scendere. Il mondo esterno che diviene mondo interno. Le volte che hai visto il pubblico respirare quietamente insieme, in attesa, come una cosa fisica lí fuori, hai pensato alla democrazia. Questa è la domanda, la battaglia, della democrazia, che cibo dare a quei corpi/mente, che cibo si prendono.

La domanda della felicità non ha mai cessato di porsi.

La necessità di essere felici in letteratura è direttamente proporzionale all’incapacità di credersi capaci di costruire la felicità nella realtà?

Questa sarebbe una spiegazione semplice. Eppure, anche la letteratura è realtà, e non solo nel realismo. L’Odissea non meno dell’Iliade.

La felicità è conforto, quindi? Molti lo credono, anche in poesia. Ma il mondo non può essere ridotto alla tua casa.

Ancora i Quattro quartetti, sempre da «East Coker»:

La casa è il punto da cui si parte. Man mano che invecchiamo
Il mondo diventa piú strano, la trama piú complicata
Di morti e di vivi. Non il momento intenso
Isolato, senza prima né poi
Ma tutta una vita che brucia in ogni momento
E non la vita di un uomo soltanto
Ma di vecchie pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera a ciel sereno
Un tempo per la sera al paralume
(La sera che si passa coll’album delle fotografie).
L’amore si avvicina piú a se stesso
Quando il luogo e l’ora non importano piú.
I vecchi dovrebbero essere esploratori
Il luogo e l’ora non importano
Noi dobbiamo muovere senza fine
Verso un’altra intensità
Per un’unione piú completa, comunione piú profonda
Attraverso il buio, il freddo e la vuota desolazione,
Il grido dell’onda, il grido del vento, la distesa d’acqua
Della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio.

Home is where one starts from.
The world becomes stranger, the pattern more complicated
Of dead and living. Not the intense moment
Isolated, with no before and after,
But a lifetime burning in every moment
And not the lifetime of one man only
But of old stones that cannot be deciphered.
There is a time for the evening under starlight,
A time for the evening under lamplight
(The evening with the photograph album).
Love is most nearly itself
When here and now cease to matter.
Old men ought to be explorers
Here or there does not matter
We must be still and still moving
Into another intensity
For a further union, a deeper communion
Through the dark cold and the empty desolation,
The wave cry, the wind cry, the vast waters
Of the petrel and the porpoise.
In my end is my beginning.

I versi si distaccano da chi li ha scritti, da tutto il resto – la fede di Eliot mi è estranea, irrecuperabile come ho sperimentato davanti alla morte di qualcun altro, come pure le sue oscure, a volte terribili idee politiche – e restano come frammenti, come statue in rovina, o case, qualcosa di bianco, o pietra, che affiora da un paesaggio nuovamente ricoperto di vegetazione.

(Laura Pugno, In territorio selvaggio, Nottetempo 2018)

Laura Pugno ha pubblicato i romanzi La metà di bosco (Marsilio 2018), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), Sirene (Einaudi 2007, Marsilio 2017), Quando verrai, Antartide (minimum fax 2009 e 2011), La caccia (Ponte alle Grazie 2012). Il suo primo saggio, In territorio selvaggio (Nottetempo), è uscito a novembre del 2018. In poesia: I legni (Pordenonelegge/Lietocolle, 2018), Bianco (Nottetempo 2016), I diecimila giorni: Poesie scelte 1991-2016 (Feltrinelli Zoom 2016), La mente paesaggio (Perrone 2010, in spagnolo Nácar, Huerga y Fierro 2016), DNAct (Zona 2008), Il colore oro (Le Lettere 2007). È in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012). Ha vinto il Premio Campiello Selezione Letterati, il Dedalus, il Frignano per la Narrativa e il Libro del Mare. Co-cura la collana di poesia I domani per Aragno. Dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.

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Non la solita invasione aliena

Liu Cixin, Nella quarta dimensione, tr. Benedetta Tavani, Mondadori, pp. 688, euro 18,00 stampa, euro 7,99 e-book

recensisce FRANCO RICCIARDIELLO

Il romanzo che chiude il ciclo del “passato della Terra” di Liu Cixin, tradotto a ritmo record da Mondadori dopo il successo anche in Italia del primo volume, Il problema dei tre corpi, sembra un catalogo generale di tutte le idee più avanzate della fantascienza mondiale. E c’è veramente tutto: antimateria, volo superluminale, battaglie spaziali, viaggio nel tempo, colonizzazione di altri pianeti, colonie umane in orbita, ibernazione, città del futuro, rallentamento della luce. Sembra quasi che l’autore, il più conosciuto scrittore di fantascienza in Cina, abbia deciso di tirare le somme di un intero genere letterario, forse per ripartire da zero. Non è un mistero che, se nei mercati occidentali la fantascienza è screditata non tanto dalla sua origine pulp quanto da quasi un secolo di pregiudizi editoriali e autocensura degli autori (unica eccezione il Regno Unito), in Asia questo genere possiede un pubblico vasto e affezionato. In Cina, in particolare, il governo centrale sembra scommettere sulla letteratura di genere per trasmettere al pubblico interno un senso di ottimismo verso il futuro. Una ventata di aria fresca in un panorama letterario dominato dal cupo catastrofismo del distopico.

L’estensione della fama di Liu Cixin dalla Cina agli Stati Uniti, e di rimbalzo al mondo intero, è dovuta in parte a uno scrittore americano di origine cinese, Ken Liu, che ha tradotto in inglese il primo volume del ciclo, Il problema dei tre corpi. Cixin, nato nel 1963, è oggi il più conosciuto scrittore di fantascienza in patria, con nove premi Yinhe e addirittura un premio Hugo, il massimo riconoscimento di genere negli USA, assegnato annualmente dalla World SF Society.

Ad accorgersi per prima in Italia del valore di Liu Cixin non è stata la grande editoria: ha preceduto Mondadori la piccola casa editrice Future Fiction di Francesco Verso, che fa un discorso di qualità sulla fantascienza soprattutto non-anglosassone; è del 2016 la traduzione e pubblicazione del commovente racconto «Le bolle di Yuanyuan», uno sguardo verso una Cina sostenibile del futuro prossimo, con un occhi alle problematiche ecologiche.

Chi ha letto i primi due romanzi del ciclo “il passato della Terra” è a conoscenza del tema di fondo: tutto inizia nel primo volume, Il problema dei tre corpi, durante gli anni feroci della Rivoluzione culturale, quando una giovane discriminata per le origini borghesi della sua famiglia decide di prendersi la rivincita perché ha trovato il modo di inviare messaggi a una razza intelligente aliena, che vive su un pianeta a quattro anni luce dalla Terra. Questo provoca il decollo di una flotta d’invasione extraterrestre che impiegherà 450 anni a raggiungere la meta. La razza umana rischia infatti la distruzione in virtù di una logica che regola il rapporto tra civiltà extraterrestri: è la cosiddetta teoria della Foresta Oscura, una sorta di proiezione su scala galattica del principio per cui la miglior difesa è l’attacco.

La civiltà di Trisolaris, vittima di periodiche distruzioni a causa dell’instabilità del proprio sistema stellare, decide infatti di colonizzare il nostro pianeta. L’umanità, minacciata apertamente di sterminio, rimane per secoli nell’angoscia della flotta d’invasione che attraversa lo spazio. Nel frattempo, per impedire lo sviluppo di una tecnologia in grado di organizzare una difesa credibile, i trisolariani trovano il modo di arrestare completamente lo sviluppo scientifico terrestre: e qui Liu Cixin inserisce un’idea stupefacente, le cui implicazioni narrative dominano l’intero secondo volume, La materia del cosmo (ma il titolo originale andrebbe tradotto con l’espressione «la foresta oscura»), dove si mescolano straordinarie ipotesi sull’evoluzione della civiltà umana con ordigni narrativi che partendo da idee scientifiche chiare e semplici innescano nel plot conseguenze straordinarie.

L’arrivo della flotta d’invasione trisolariana dovrebbe infine verificarsi in questo terzo volume, il cui titolo originale andrebbe tradotto come La fine della morte. Giunge infatti al termine la «guerra» tra civiltà che procede con fortuna alterna, con una serie incredibile di colpi di scena, una quantità di personaggi (anche se i più importanti attraversano l’intera narrazione, dal primo all’ultimo volume), e una girandola d’invenzioni che tiene inchiodati alla pagina, e che nella migliore tradizione fantascientifica “massimalista” si prolunga al termine del ciclo narrativo, fino alla fine dell’universo.

Verrebbe da pensare che i fan non possano che sentirsi rivitalizzati da questa profusione di idee, tutte rigorosamente hard, cioè basate sulle scienze esatte, empiriche: invece ecco serpeggiare una certa diffidenza. Le ipotesi di Liu Cixin sono così avanzate, così estreme nelle loro conseguenze narrative da sembrare troppo fantastiche, soprattutto a chi possiede solo un’idea astratta della scienza; si critica la plausibilità di alcune tecnologie, e forse desta sospetto anche la diversità dei personaggi, così positivi rispetto ai tormentatissimi «eroi per caso» dell’Occidente. E questo è un peccato, perché il pregio più grande di questo fantastico ciclo di quasi 2000 pagine totali è proprio la sua alterità, il suo ottimismo di fondo, e il fatto che ogni novum tecnologico-scientifico inserito nella storia provoca effetti credibili sul comportamento dell’umanità; nessuna invenzione futuribile è fine a se stessa: al contrario, il suo influsso sulla civiltà terrestre è ponderato, credibile e perfino auspicabile.

https://www.librimondadori.it/

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Bertante sceglie Miller

Un tempo Alessandro Bertante era una delle firme di PULP Libri, costantemente presente sulla rivista; ma dal 2008 ha iniziato una carriera di scrittore che l’ha portato a pubblicare con Marsilio, Rizzoli e Giunti. Ha accettato il nostro invito a partecipare alla rubrica Paragrafi d’autore scegliendo un brano da Primavera nera di Henry Miller.

La 14a sezione

Sono un patriota: della 14a Sezione Brooklyn, dove sono cresciuto. Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se non come idea, o storia, o letteratura. A dieci anni, fui sradicato dalla mia terra natia e trapiantato in un cimitero, un cimitero luterano, con le tombe sempre in ordine e le corone che non appassivano mai.

Ero però nato in strada e crebbi in strada. «La strada aperta, post-meccanica, dove la più bella e allucinante vegetazione di ferro eccetera»… Nato sotto il segno dell’Ariete, che dà un corpo ardente, attivo, energico e piuttosto inquieto. Con Marte nella nona casa!

Nascere in strada significa vagare per tutta la vita, essere libero. Significa incidente e caso, dramma, movimento. Soprattutto, significa sogno. Un’armonia di fatti irrilevanti che conferiscono una certezza metafisica al tuo vagabondare. Nella strada impari a conoscere le creature umane per quelle che sono; altrimenti te le inventi tu, come del resto ti succede di fare in seguito.

Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura. Niente di ciò ch’è chiamato «avventura» s’avvicina minimamente al gusto della strada. Che tu voli fino al polo o te ne stia sdraiato sul fondo dell’oceano con una pipa d’oppio in mano o abbatta nove città una dopo l’altra o, come Kurtz, risalga navigando il fiume e impazzisca, non ha nessuna importanza. Non importa se la situazione sia eccitante o intollerabile, ci sono sempre vie d’uscita, ci sono sempre miglioramenti, agi, compensi, giornali, religioni. Una volta però non c’era niente di tutto questo. Una volta eri libero, scatenato, assassino.

I ragazzi che hai adorato quando la prima volta sei sceso in strada restano con te per tutta la vita. Sono gli unici veri eroi. Napoleone, Lenin, Capone: tutte fantasie. Per me Napoleone non è niente al confronto di Eddie Carney che mi fece il primo occhio nero.

Non ho mai incontrato nessuno tanto signore, ai miei occhi, e regale e nobile quanto Lester Reardon, che con la sua sola comparsa là in strada ispirava timore e ammirazione. Giulio Verne non mi ha mai guidato nei posti che Stanley Borowski aveva in serbo per quando faceva buio. Paragonato a Johnny Paul, Robinson Crusoe manca di fantasia.

Tutti quei ragazzi della 14a Sezione ancora oggi conservano un loro sapore. Non sono né inventati né sognati: sono veri, verissimi. I loro nomi tintinnano come monete d’oro: Tom Fowler, Jim Buckley, Matt Owen, Rob Ramsay, Harry Martin, Johnny Dunne, per non parlare di Eddie Carney o del grande Lester Reardon.

Be’, ancora oggi quando nomino Johnny Paul i nomi dei santi mi lasciano un cattivo sapore in bocca.

Johnny Paul era la personificazione dell’Odissea della 14a Sezione; che poi in seguito sia diventato camionista è un particolare privo d’importanza.

Prima del grande mutamento nessuno sembrava notasse che le strade erano brutte e sporche. Se le tubature della fogna erano aperte dovevi tapparti il naso. Se ti soffiavi il naso ti ritrovavi mocci neri nel fazzoletto. Ma c’era più pace interiore e soddisfazione.

C’erano il saloon, il campo delle corse, le biciclette, le battone e i trottatori. La vita era ancora un piacere – almeno nella 14a Sezione. La domenica mattina nessuno si vestiva a festa. Se la signora Gorman scendeva giù in strada in vestaglia con gli occhi lappolosi e s’inchinava al prete – «Buongiorno, padre!» «Buongiorno, signora Gorman!» – la strada veniva mondata da ogni peccato. Pat McCarren portava il fazzoletto nel risvolto della coda della redingote: era pratico e ci stava bene, come il trifoglio all’occhiello. Sulla birra c’era la spuma e la gente si fermava a scambiar quattro chiacchiere.

Nei miei sogni ritorno alla 14a Sezione come un paranoico ritorna alle sue ossessioni. Quando penso a quelle navi da guerra grigio acciaio nella darsena militare le vedo galleggiare lì in una dimensione astrologica nella quale io sono cannoniere, chimico, mercante d’esplosivi, imprenditore funebre, giudice inquirente, cornuto, sadico, avvocato e controparte, studioso, inquieto, ignorante e impudente.

(Tr. Attilio Veraldi, pp. 11-13. Prima edizione Feltrinelli, 1968)

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Nina dei lupi (Marsilio, 2011), finalista Premio Strega e vincitore del Premio Rieti, Estate crudele (Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack. Il suo ultimo romanzo è Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti), vincitore del Premio Selezione Campiello. Insegna alla NABA e allo IULM. 

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In morte di Stan Lee

ricorda GIUSEPPE GENNA
Allora a nove anni io rubo una sigaretta dei Monopolio di Stato dal borsello in finta pelle di mio papà nell’anticamera tenebrosa, in fondo, verso la porta, nell’attaccapanni modellato in legno come un manichino di Savinio De Chirico e corro nella stanza di mia sorella e mia, oltre il poster del pittore di persone grasse rotonde esagerate Botero, un torero nell’arena circolare piccolina essendo lui enormemente tondo a toni morbidi, e verso il poster del funerale di Palmiro Toglietti del pittore del PCI Renato Guttuso, è mattina molto presto nella città cromata Milano, in questo evento di sabbia e sangue incrostato che è l’appartamento, la mia famiglia, io – e mastico la sigaretta. Succhio il tabacco, lo sminuzzo, muovo male la mascella, la lingua si irrita gonfiandosi, le sostanze tossiche sono assorbite, la saliva abbonda, la ptialina lavora la tossina, è tutto un metabolismo! Ecco la febbre. Se mastichi tabacco, viene oltre 37°, è un trucco che si tramanda, l’alito emana febbre e sentore di tabacco che si sputa in certe tabacchiere con la calce dentro, annullandone il puzzo, è un acido amaro, un whiskey sbagliato, degli adulti nelle case ricche patrizie moderne americane del nord, vetrate al posto delle pareti, blended e sigaro con le piscine notturne fuori in quelle ville di uno strano Le Corbusier: tutto il tabacco è questo. La febbre cresce. Scotto. Viene a provarla la madre, la tumultuosa madre, bianca, renitente, mio padre cupamente è uscito con il borsello verso il lavoro impiegatizio comunale nella giunta rossa di Carlo Tognoli. Sembra, io, che deliri. Il tabacco ha alzato le temperature interne, accelerando gli organi. E’ un tempo umanamente che esiste, lungo, di una lentezza fatta dalla meccanografia dei tempi, dei lavori di quel tempo. L’automobile è pesante, sono pesanti. Sono pesanti le prediche delle Pie Donne all’inizio dell’ora scolastica, dove non vado perché ho la febbre, sopra 38°, la madre è stata ingannata, mia sorella mi invidia l’influenza e va verso le Pie Donne iniziali della preghiera all’inizio delle lezioni alle elementari, accompagnata da mia mamma. Tumultuosamente sto, solo nella casa cupa, dentro il letto ravvolto, da lenzuoli diacci e intrisi, di sudore, di tabacco. Ogni febbre era “cavallina”. Sei nel centro di un cosmo diaccio, intriso di rocce e fatuità, umane non prevalentemente, o immagini di febbre che infuocate dalla carta velina alzano i loro propositi nell’aria, carta velina incendiata. Torna la mamma, ha accompagnato nella scuola fatta dal Duce mia sorella piccina, con le gambe magre e le braccia piccoli legnetti, molto magra e sul labbro inferiore la bolla di saliva che splende, aurea. Mia sorella. Mia sorella è una bambina di grande ingegno a cui la sera fa sempre male la gamba per motivi di stanchezza e anemia mediterranea, una malattia sconosciuta che parte dalla Sardegna e invade tutto il Mediterraneo. Non ha mai problemi ai denti, carie. Si veste molto compitamente e ha una forte componente di socializzazione e altri giudizi scolastici così. La mamma rientrando si è fermata all’edicola, fatta di metallo pesante verde, ha acquistato i giornaletti, i Vendicatori l’Uomo Ragno i Fantastici QuattroLa VisioneSilver SurferHawk Iron Man e altri, perché io ho la febbre, per farmi passare il tempo. Allora una nuova febbre mi sale dentro, encefalica, nelle immagini in quella carta non patinata, cotta, dei giornaletti di un tempo, fatto precipuamente da questo Stan Lee che li inventa tutti, li disegna e li inventa e scrive i fumetti, un uomo tipo Burt Reynolds ma con i capelli rossicci, quindi ha i baffi, e gli occhiali, enormi. Genialmente inventa per tutti tutto, noi e gli altri, ovunque nella vita sul pianeta Terra. Negli spazi siderei accadono le cose, divinità né maschili o altro, ciclopicamente grandi da occupare settori del cosmo diaccio e intriso di robotica e demiurghi, di salinità delle terre e esopianeti che posso immaginare grazie a Stan Lee. La zia di Peter Parker è una nonna, non è una zia, ha lo scialle viola, il vestito verde e rammenda come una catanzarese e è a New York. Goblin nel numero trentasette appare con uno skateboard mostruoso meccanico nel cielo di New York. Ovunque escono colori nuovi, nell’ispirazione immaginata di Stan Lee. Ci sono i ciechi tipo Devil contro Bruce con un cognome straniero che diventa Hulk, diventerà Lou Ferrigno, trascorrendo gli anni, con dei capelli anni Ottanta spumosamente inadatti ai supereroi della Marvel, che ha inventato Stan Lee! Ha inventato anche la Marvel! Stan Lee inventa tutto, sui tovaglioli, riportando in redazione un supereroismo umano dal volto umano, problemi di tutti i giorni, lontano dalla semiotica e dagli adulti, solo per noi. Mentre Goldrake grida dentro il televisore, non lo ha inventato Stan Lee, ma i giapponesi che si oppongono a Stan Lee. La febbre cala. Voglio scrivere un libro sulla Visione, ma non me lo permettono nel 1996. Ieri è morto.
Stan Lee, 28 dicembre 1922 – 12 novembre 2018
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Naila di Mondo9, o la ruggine dell’entropia

Dario Tonani e lo stato dell’arte nella fantascienza italiana

riflette FRANCO RICCIARDIELLO

Ad anni di distanza dal successo della serie dell’inquisitore Eymerich (e ricordiamo che Mondadori fu colta assolutamente di sorpresa dall’inatteso risultato di vendite di Valerio Evangelisti nella collana da edicola Urania), la casa editrice di Segrate ha deciso di investire nuovamente in un’operazione sulla fantascienza italiana.

È noto che in Italia questo genere è da sempre considerato figlio di un dio minore: letteratura d’evasione nel migliore dei casi, altrimenti innocuo divertissement per nerd. L’atteggiamento di sufficienza degli addetti ai lavori e il pregiudizio del pubblico trovano per ironia riflesso in un comportamento autolesionista degli appassionati: la sindrome del ghetto, per cui i fan si considerano come gli illuminati profeti del genere letterario che più fa ricorso al sense of wonder, in un circolo vizioso che vede migliaia di aspiranti autori dilettanti venerare i grandi nomi della fantascienza anglosassone e snobbare, al tempo stesso, gli autori italiani. Si recrimina continuamente la mancanza di opportunità di pubblicazione in Italia, e poi si continuano a leggere autori stranieri. Questo non significa che si debba nutrire un’anacronistica preferenza (che sa un po’ troppo d’autarchia…) per i pochi autori italiani che giungono alla grande distribuzione editoriale, ma almeno consideriamo con attenzione quello che succede nel cortile di casa.

Nel corso di una presentazione pubblica a Milano in occasione di Stranimondi 2018, che è ormai diventata la principale manifestazione italiana dedicata alla fantascienza, Franco Forte e Marco Rana, lì a rappresentare Mondadori, hanno messo in chiaro che questo non è l’avvio di un un’operazione editoriale sulla fantascienza italiana, bensì di un’incursione spot. Stupisce, date queste premesse marcatamente commerciali, che si stia parlando di un testo come questo Naila di Mondo9 di Dario Tonani (Mondadori, pp. 310, euro 11,90 stampa, euro 7,99 ebook), scelta tutt’altro che scontata, perché si tratta di un’opera non facile da costringere nei parametri di un best seller.

Dario Tonani, milanese, classe 1959, si è fatto tutta la gavetta dell’autore di science-fiction, a partire da pubblicazioni su oscure fanzine fotocopiate, passando per riviste semiprofessionali in abbonamento e antologie con racconti di più autori, fino a giungere finalmente, circa dieci anni fa, a Urania. Naila di Mondo9 recupera la fortunata ambientazione di questo pianeta extrasolare, Mondo9, interamente ricoperto da un deserto di sabbia, popolato da giganteschi animali di stazza simile ai cetacei e attraversato da una flotta di migliaia di navi che hanno una parte importante nell’economia del pianeta. Tutte le precedenti avventure di Mondo9 sono state raccolte in un Millemondi, l’omnibus che affianca periodicamente Urania in edicola: e questo risulta essere il più venduto in versione eBook (ed è, va detto, l’unico Millemondi dedicato a un singolo scrittore italiano).

Il clima imprevedibile e brutale di Mondo9 rende l’oceano di sabbie simile a un mare terrestre, perché la violenza dei venti è tale da spostare le dune come onde. Le navi di Mondo9 hanno due caratteristiche principali: poiché derivano da una certa estetica steampunk che animava soprattutto i primi episodi del ciclo, utilizzano combustibile fossile e si muovono su ruote; in secondo luogo, sono esseri semi-viventi che possiedono, fino a un certo punto, una propria personalità, governata dal Comandante, e inoltre a partire da questo romanzo manifestano anche un’attività sessuale.

La protagonista principale del romanzo, la quarantatreenne Naila, è l’unico Comandante donna di Mondo9; tra i motivi principali della vicenda c’è l’interessante parallelismo tra la gravidanza di Naila e l’attività sessuale della sua nave, la Syraqq, il cui interesse «carnale» si risveglia dopo un periodo di stasi.

Non so fino a che punto Tonani abbia avuto carta bianca, e dove si sia spinto l’editing che, ad ascoltare la conferenza di Stranimondi, si è articolato in più fasi e con diversi editor; mi piace tuttavia pensare che i molti pregi del romanzo siano farina del sacco dell’autore, e i pochi difetti facciano parte di una strategia commerciale che prevede alcune caratteristiche irrinunciabili per un’opera di fantascienza — le stesse che, secondo chi scrive, la condanneranno ancora ad esser vittima dei preconcetti del grosso pubblico. Ma andiamo con ordine, perché la questione è complessa, e smentisce l’apparente semplicità di un testo che ha la forma esteriore di un’avventura steampunk.

Punto primo, l’ambientazione. Non può esserci dubbio sul fatto che questa operazione editoriale è stata decisa in virtù dell’originalità del mondo inventato da Tonani; sulle scarne premesse ambientali di cui ho parlato prima, l’autore ha sviluppato una filosofia estetica coerente, complessa e misteriosa, che richiede una buona dose di sospensione dell’incredulità, come la miglior tradizione della fantascienza d’avventura. Non è solo questione del pianeta impossibile, Mondo9, ma di un’intera cosmogonia rigidamente meccanicista, che possiede caratteri indimenticabili. A questo proposito, segnalo anche le straordinarie tavole ispirate a Mondo9 e disegnate da Franco Brambilla nel volume The Art of Mondo9 (2016), che mettono in risalto la forza visionaria dell’universo di Tonani.

La chiave per comprendere Mondo9 è il metallo. Non i metalli, dato che non c’è differenziazione nell’universo di Naila: si tratta di una lega simile all’ottone, deformabile se sottoposta a determinate forze. Il metallo è un’immagine semplice e immediata, alla quale Tonani attribuisce una serie di motivi narrativi. È l’ultimo stadio di una malattia devastante e dalla mortalità elevata, il Morbo, che trasforma progressivamente la carne umana in inorganico. Chi ha la «fortuna» di sopravvivere si trova trasformato in mechardionico, un guscio vuoto in forma umana, che può riprendere vita se in un apposito sportello intercostale viene inserito un cuore umano (o anche più d’uno), strappato mentre ancora batte. Il mechardionico vive un’impossibile semi-vita, favorita dalla vicinanza al metallo e gravemente compromessa dall’acqua, veicolo di ruggine. Tale è l’importanza dell’elemento metallico che una Gilda degli Avvelenatori custodisce i segreti chimico-fisici dei rapporti con l’inorganico; un Avvelenatore, la cui presenza è prevista nell’equipaggio di ogni nave, è in grado di «amministrare la morte al metallo», e al tempo stesso curare le patologie delle navi.

L’altro thread principale della trama è il tentativo segreto dell’Avvelenatore della Syraqq di impossessarsi del cuore di Naila per dominare il mondo; anch’egli infatti crede che l’unica Comandante donna sia la predestinata dalla profezia a dominare la Grande Onda, il colossale muro di sabbia che devasta periodicamente la civiltà di Mondo9.

A differenza di quanto si potrebbe immaginare, la vicenda non è ambientata tutta sul mare di sabbia, bensì quasi sempre nella grande città capitale di Mecharatt: un anarchico assemblaggio di parti sparse, cresciuta per accumulazione caotica, lurida come recita il suo soprannome, affollata di moli con migliaia di navi all’attracco. Vista dall’alto, Mecharatt ha la forma di una spirale levogira, o di un numero 9 visto allo specchio. È qui che si intrecciano le linee narrative dei vari personaggi, destinate naturalmente a confluire lungo il percorso.

Non dirò altro sulla trama, non solo per evitare spoiler ma soprattutto perché non rappresenta certo la forza di questo romanzo insolito, che possiede un fascino difficile da definire, in bilico tra avventura e postmoderno, appena inquinato da elementi fortemente kitsch — come per esempio l’insistenza sull’attività “sessuale” delle navi, che in certi passaggi risulta imbarazzante. Mi interessa invece spostare l’attenzione su due elementi caratteristici.

Il primo è la considerazione, non secondaria, che Mondo9 è un pianeta alieno, e che non è quindi scontato che i personaggi siano esseri umani in senso «terrestre». Nel corso della presentazione a Stranimondi, Tonani ha giustamente fatto notare che nella sua fantascienza non esistono alieni, nel senso che non gli interessa quel diffuso tópos della fantascienza che ha per protagonisti esseri extraterrestri. Questo però non deve farci dimenticare che Mondo9 è un pianeta alieno, dove la vita, anche se «importata» dalla Terra, si è evoluta secondo vie determinate da questa alterità. Voglio pensare sia questo il motivo per cui i personaggi soffrono una singolare forma di anaffettività; credo sia significativo il fatto che Naila abbia una relazione con un mechardionico, e che la continua perdita di vite umane, non solo marinai della Syraqq ma anche personaggi di primo piano, scorra via come in uno di quei film di Hollywood in cui i cadaveri si ammucchiano a dozzine, però alla fine ciò che conta è l’incolumità del protagonista. Anche questo aspetto, secondo me, si inscrive nel meccanicismo alienato della vita su Mondo9: non è un’omissione pensata in funzione del target di lettori, nel caso qualcuno ritenga erroneamente che si tratti di uno young adult, bensì una conseguenza inevitabile delle scelte stilistiche dell’autore.

Il secondo elemento è una peculiare forma di horror vacui che mi appare come una reazione alle sconfinate distese vuote di un mondo di sabbie. Tonani sembra riempire le pagine di quello che Philip K. Dick battezzò, con una fortunata invenzione linguistica, kipple: una spazzatura composita che si moltiplica anche senza diretto intervento umano, e che un giorno saturerà il mondo; una chiara metafora dell’entropia. Il kipple è composto di oggetti inutili, immondizia, scarti che sembrano riprodursi in autonomia. Ecco, ogni interstizio di questo romanzo è riempito di una varietà di kipple, a cominciare dai rugginatti, le creature meccaniche autoassemblate che vivono sulle navi, per continuare con i magazzini abbandonati e pieni di ciarpame, i pavimenti ingombri di rifiuti, i pezzi di ricambio casuali prodotti dalle «uova», persino i lumigechi che vivono nel sottoscocca delle navi — il tutto impastato con il kipple per eccellenza di Mondo9: la ruggine, ultimo stadio di una rapida entropia che mangia i metalli, secondo un ciclo organico-inorganico-vuoto, cioè umano-morbo-mechardionico-ossidazione-ruggine.

Comunque, al netto di tutte queste considerazioni, concludo con una constatazione: Mondo9 è destinato a insediarsi a lungo nella memoria del lettore.

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Arona sceglie Du Maurier

Danilo Arona è un vecchio amico di PULP Libri, che ogni tanto ci dà una mano a recensire qualche novità; ci fa piacere averlo come ospite della nostra rubrica, anche perché ci ha sorpreso scegliendo paragrafi tratti da un celeberrimo racconto di Daphne Du Maurier, «Gli uccelli», dal quale è nato uno dei più inquietanti e surreali film di Alfred Hitchcock.

In primavera gli uccelli volavano verso l’entroterra, risoluti, determinati: sapevano dove erano diretti e il ritmo e i rituali della vita non tolleravano ritardi, In autunno quelli che non erano ancora migrati oltreoceano ma erano rimasti per l’inverno venivano catturati dalla medesima smania di viaggiare, ma poiché la migrazione era loro negata seguivano un percorso tutto particolare. Arrivavano sulla penisola a grossi stormi, irrequieti, agitati, consumando le energie nel continuo movimento; ora volteggiavano, disegnando cerchi nel cielo, ora si posavano per mangiare sul fertile terreno arato, ma anche allora era come si cibassero senza fame, senza desiderio. L’inquietudine li sospingeva di nuovo in volo.1

L’irrequieta sollecitazione dell’autunno, esasperante e triste, aveva gettato un incantesimo su di loro e li obbligava ad aggregarsi, volteggiare, gridare: dovevano ubriacarsi di moto, prima che arrivasse l’inverno. Forse, pensava Nat masticando rumorosamente il suo pasticcio sull’orlo della scogliera, in autunno gli uccelli ricevono un messaggio, una sorta di avvertimento; l’inverno sta arrivando. Molti muoiono e si comportano come le persone che, timorose di una morte prematura, si buttano nel lavoro o impazziscono.2

«Sì» gli rispose il contadino, «ci sono in giro più uccelli, me ne sono accorto anch’io. E alcuni sono coraggiosi, non si preoccupano del trattore. Un paio di gabbiani mi si sono talmente avvicinati alla testa, questo pomeriggio, che ho pensato volessero portarmi via il cappello! E dirò di più, quasi non riuscivo a vedere quel che facevo mentre mi volavano attorno e avevo il sole negli occhi. Ho l’impressione che cambierà il tempo. Sarà un inverno duro, ecco perché gli uccelli sono irrequieti.»3

Nat accese una candela, ma quando aprì la porta della camera da letto per andare in corridoio una corrente d’aria spense la fiamma. Udì un secondo grido di terrore, questa volta di entrambi i bambini, e precipitandosi nella loro stanza sentì un battito d’ali intorno a sé nell’oscurità. La finestra era spalancata e gli uccelli entravano, sbattendo dapprima contro il soffitto e le pareti e poi deviando e buttandosi sui bambini nei loro letti.4

La luce fredda e grigia del mattino inondava la stanza. L’alba e la finestra avevano richiamato gli uccelli ancora vivi, mentre quelli morti giacevano sul pavimento. Nat fissò i cadaveri, scosso e inorridito. Erano tutti uccelli piccoli, nessuno di grosse dimensioni, e dovevano essere una cinquantina quelli finiti a terra. C’erano pettirossi, fringuelli, passeri, cinciallegre, allodole e peppole, animali che per legge di natura rimanevano in seno al loro stormo e nel loro territorio e che ora, aggregandosi nella smania di combattere, si erano uccisi contro le pareti della stanza o erano stati uccisi da lui nella lotta. Alcuni avevano perso le piume, altri avevano del sangue, il suo sangue, sul becco. Nauseato, Nat andò alla finestra e guardò i campi che si stendevano oltre il suo giardinetto. L’aria era fredda e pungente e il terreno appariva duro e gelato; non era brina che risplende nel sole del mattino, ma il gelo nero che porta il vento di levante. Il mare, più furioso per il cambiamento della marea, spumeggiante e profondo, si frangeva con violenza nella baia. Non un solo passero cinguettava al di là del cancello, non una tordella o un merlo mattiniero becchettava l’erba in cerca di vermi: non c’era alcun rumore tranne quello del vento e del mare.5

L’inverno più nero era arrivato tutto in una notte.6

Si levavano e ricadevano nel solco delle acque, sfidando il vento, come una poderosa flotta ancorata in attesa della marea. Verso est e verso ovest, erano dappertutto. Si vedevano a perdita d’occhio, schierati in formazioni compatte, una fila dopo l’altra. Se il mare fosse stato calmo avrebbero ricoperto la baia come una nuvola bianca, testa contro testa, un corpo appiccicato all’altro. Solo il vento di levante, sollevando i frangenti, li nascondeva dalla riva.7

Qui Londra. Lo stato di emergenza è stato proclamato alle quattro del pomeriggio in tutto il paese. Ovunque si stanno prendendo le necessarie misure per salvaguardare la vita e i beni della popolazione ma, in seguito alla natura imprevista ed eccezionale degli eventi che si stanno verificando, risulta difficile porle in atto immediatamente. Si raccomanda a ogni famiglia di prendere gli opportuni provvedimenti per la propria casa e nei luoghi in cui diverse persone vivono assieme, come negli appartamenti, si consiglia di rimanere uniti e di fare il possibile per impedire agli uccelli di entrare. È assolutamente indispensabile che tutti rimangano in casa, stanotte, e che nessuno esca in strada o rimanga in luoghi aperti. Gli uccelli, a gruppi molto numerosi, attaccano chiunque sia in vista e hanno già iniziato l’assalto a edifici che, con le dovute precauzioni, dovrebbero risultare impenetrabili. La popolazione è invitata a mantenere e a non lasciarsi prendere dal panico. A causa della natura straordinaria dell’emergenza, non sarà trasmesso alcun programma da nessuna stazione sino alle sette di domattina.8

(«Gli uccelli», da Gli uccelli e altri racconti, tr. Marina Vaggi, Il Saggiatore, 2008)

Danilo Arona, giornalista e scrittore, a partire dal 1978 ha pubblicato con Mondadori, Longanesi, Corbaccio, Marco Tropea Editore, Dario Flaccovio, Gargoyle Books, Meridiano Zero, Delos e INK. Tra i suoi libri: Satana ti vuole, Possessione mediatica, Vien di notte l’uomo nero – Il cinema di Stephen King, La maledizione della croce sulle labbra (con Edoardo Rosati), L’estate di Montebuio, Land’s End – Il teorema della distruzione (con Sabina Guidotti) e L’oscuro bagliore dell’uomo nero (in uscita, ancora con Rosati). Ha scritto – tra l’altro – per La Stampa, Focus, Primo Piano, Pulp, così come per riviste di cinema e letteratura di genere quali Robot, Aliens, Cinema & Cinema, HorrorMania e FilmTV.

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4Pag. 10

5Pag. 11

6Pag. 13

7Pag. 17

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