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Pincio sceglie Gadda (via Cattaneo)

Oggi tocca a Tommaso Pincio scegliere i paragrafi d’autore, e lo fa evocando Carlo Emilio Gadda (anche detto il Gran Lombardo, e giustamente) attraverso le pagine di Giulio Cattaneo, biografo dello scrittore milanese.

Fu anche galante con una collega: «Lei ha una pelle bianchissima. Solo le pisane e le napoletane hanno una pelle simile». Più tardi un liquorino al Caffè Greco. «Gadda è un vero gentiluomo», lo complimentava la donna dalla pelle bianchissima. Qualcuno citava Dante: «La cortesia del gran lombardo». «No! No! Sono un selvaggio», si schermiva Gadda.

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Nel ’50 Roma pareva una città appena uscita dalla guerra, con pochi tram lenti e arrugginiti e percorsa da camionette cariche di gente pericolosamente in bilico. Quel minimo di benessere di tempi ancora lontani dal miracolo economico si ritrovava nelle trattorie, anche in quelle a buon mercato, dove Gadda passava le sere maledicendo i musicanti con le fisarmoniche, i violini e il giro col piattello.

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La vita di Gadda si svolgeva fra piazza Cavour e piazza Mazzini, nel quartiere «milanese» dei Prati dai monotoni viali alberati e dalle case squallide e scrostate. Nei pomeriggi e nelle sere di domenica la zona era invasa da marinai e domestiche; c’era anche una caserma di pompieri e una sala da ballo con cartelli dalle scritte vistosissime, «Ricordate di essere in divisa», «Non toccate le signorine», che ammonivano fino dalle scale sciami di militari che le salivano abbrancati alle signorine, alla barba delle scritte. Gadda si indispettiva vedendo i militari ciondolare con aria assai poco marziale intorno ai gruppetti delle serve e sentiva l’impulso di fermarli e dire: «Stai dritto!», magari qualificandosi come ufficiale per ottenere obbedienza pronta.

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Non aveva voglia di nuove conoscenze perché le considerava «nuovi traumi».

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«Però lei è sempre stato antisocialista, antirosso». Gadda rispose con voce umila e contrita che rivelò strada facendo una crescente irritazione: «Cosa vuole? Il giorno in cui mi sono laureato ci fu l’occupazione delle fabbriche. E io ero povero, sa? E avevo studiato con tanta fatica. Perché si fa presto a dire, si svolta a sinistra. Se poi va in rovina l’economia nazionale, me la saluta Lei la svolta a sinistra».

***

Gadda era molto invecchiato, dimagrito, aveva perso qualche dente e di rado si faceva la barba. Camminava curvo, anche per apparire malato e decrepito: «Non dire però che sono moribondo, altrimenti vengono tutti al capezzale.

(Giulio Cattaneo, Il gran lombardo, 1973; Einaudi 1991)

Tommaso Pincio, scrittore, traduttore, pittore e critico d’arte, ha pubblicato tra le altre cose Un amore dell’altro mondo (2002), La ragazza che non era lei (2005), Cinacittà (2008) e Panorama (2015). Il suo nuovo libro, Il dono di saper vivere, uscirà a ottobre.

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Vallorani sceglie Carter

Questo mese la scelta dei paragrafi d’autore spetta a Nicoletta Vallorani, scrittrice e docente universitaria, della quale proponiamo un sintetico profilo dopo il feroce paragrafo di Angela Carter che ci propone alla lettura. Come al solito, speriamo che con questa proposta i nostri lettori scoprano la scrittrice inglese, ma anche la sua collega italiana.

È un paese del Nord: clima rigido, cuori freddi.

Freddo; tormenta; animali feroci nella foresta. È una vita dura. Abitano in case di legno, scure e annerite di dentro. Dietro a una candela sgocciolante ci sarà una rustica icona della vergine, un cosciotto di maiale appeso a stagionare, dei funghi legati a una cordicella a essiccare. Un letto, uno sgabello, un tavolo. Vite grame, brevi, povere.

Il Diavolo, per la gente che vive in quei boschi, lassù, non è meno vero di te o di me. Anzi, noi non ci hanno mai visti, né tanto meno sanno della nostra esistenza, il Diavolo invece lo intravedono spesso nei cimiteri, quei desolati e suggestivi villaggi di morti dove ritratti naïf dei deceduti segnano le tombe e nessuno vi può deporre qualche fiore, perché i fiori là non crescono e la gente vi lascia piccole offerte votive, minuscoli pani, qualche volta un dolce, che gli orsi, barcollando dai margini della foresta, vengono a rubare. A mezzanotte, specialmente le notti di Santa Valpurga, il Diavolo invita le streghe ai suoi picnic nei cimiteri; e in quelle occasioni dissotterrano cadaveri ancora tiepidi e li mangiano. Chiunque te lo può confermare.

Collane di aglio appese alle porte tengono lontani i vampiri. Se, nella notte di San Giovanni, un bambino con occhi azzurri nasce girato al contrario, dicono che avrà il dono della divinazione. Quando scoprono una strega – qualche vecchia che fa stagionare il suo cacio mentre i vicini non riescono, o qualche altra con un gatto nero che, oh, sinistro presagio! la segue dovunque, denudano l’infame, vanno a caccia dei segni, quel terzo capezzolo che il demone al suo servizio succhia. In breve lo trovano. E poi la uccidono a sassate.

Inverno e clima rigido.

Vai a trovare la nonna, che è stata malata. Portale i biscotti d’avena che per lei ho cotto sulla piastra del forno e una terrina di burro.

Obbediente la bimba fa come le ordina la madre – cinque miglia di faticoso cammino nella foresta; non allontanarti dal sentiero, ci sono gli orsi, il cinghiale, i lupi affamati. Ecco, prendi il coltello da caccia di tuo padre; sai come usarlo.

Per ripararsi dal freddo la bimba indossava un cappotto di pelle di montone indurita, conosceva la foresta troppo bene per averne paura, tuttavia avrebbe dovuto stare in guardia, sempre. Quando udì l’urlo agghiacciante del lupo lasciò cadere i doni, afferrò il coltello e si volse verso la bestia.

Era enorme, gli occhi rossi, le fauci grigie grondanti bava; chiunque all’infuori del figlio di un montanaro sarebbe morto di spavento alla sua vista. Le si avventò alla gola, come fanno i lupi, ma lei gli vibrò un poderoso fendente con il coltello di suo padre e gli mozzò la zampa destra anteriore.

Quando si rese conto di ciò che gli era successo, al lupo scappò un mugolio, quasi un singulto; sono meno coraggiosi di quanto sembri, i lupi. Sconsolato si allontanò tra gli alberi zoppicando, così come poteva su tre zampe, lasciandosi alle spalle una traccia di sangue. La bimba ripulì la lama del coltello sul grembiale, ravvolse la zampa del lupo nella tela che la mamma aveva usato per i biscotti d’avena e proseguì alla volta della casa della nonna. In breve cominciò a nevicare così forte che il sentiero e qualsiasi orma, traccia o pista avessero potuto segnalarlo furono coperte.

(Angela Carter, “Il lupo mannaro”, in La camera di sangue, tr. Barbara Lanati, Feltrinelli, 1979)

La foto di Angela Carter proviene dal Fay Godwin Archive presso la British Library.

***

Nicoletta Vallorani è nata nelle Marche nel 1959 e vive a Milano, dove insegna Letterature Inglese e Angloamericana all’Università statale. Ha pubblicato romanzi distopici (p.es. Eva, 2002), noir (p.es. Le madri cattive, 2011) e romanzi per ragazzi (Come una balena, 2000). Il cuore finto di DR, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Premio Urania nel 1993, mentre Le madri cattive si è aggiudicato il Premio Maria Teresa Di Lascia nel 2012. È tradotta in Francia da Gallimard e in Inghilterra da Troubador Publishing. È presidente dell’associazione culturale Tessere Trame (www.tesseretrame.com) e ideatrice del Progetto Docucity. Documentare la città. Insieme a Barbara Garlaschelli e Raffaele Rutigliano, cura la collana Sdiario, con le Edizioni del Gattaccio.

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Tom Wolfe, di Marco Denti

La scomparsa di Tom Wolfe, una delle voci più interessanti e contraddittorie della letteratura americana a cavallo tra il nostro secolo e quello scorso, è cosa recente: lo scrittore ci ha lasciati a maggio di quest’anno. Abbiamo pensato quindi di inaugurare la rubrica PULP Vintage, nella quale riproponiamo articoli e recensioni presi dall’edizione a stampa della nostra Rivista, proprio con un articolo che Marco Denti dedicò allo scrittore statunitense sul numero 22 di PULP Libri (novembre-dicembre 1999, pp. 10-11). 

A qualcuno l’evoluzione di Tom Wolfe potrà sembrare ambigua: passare, nell’arco di una vita, da Ken Kesey, i Grateful Dead e altre utopie di San Francisco al Falò delle vanità per finire nella magione padronale nella Georgia (con tanto di piantagione annessa per la caccia alle quaglie) di Un uomo vero può disorientare sicuramente chiunque. Ancora di più guardandolo leggere una breve parte di Un uomo vero, impettito e perfettamente a suo agio in un vestito bianco che sembra uscito da qualche vuoto temporale degli anni Trenta (se non prima ancora): Tom Wolfe è un prodotto dell’America, perché non si conosce altro posto dove qualcuno possa cominciare a scrivere dell’undeground più deviante e irriverente per poi approdare a raccontare la mondanità, il lusso, le chiacchiere, gli scambi politici, i club privati, il sesso, il potere.

Il filo conduttore è sempre stato, come dice un personaggio di Un uomo vero “tessere i fili di una narrazione”, sperando “soltanto che si dipani naturalmente”. Intenzione per cui, secondo Tom Wolfe, scrittura e giornalismo hanno più di un motivo per continuare a convivere. L’ha ribadito in ogni incontro pubblico dedicato ad Un uomo vero (da poco uscito per Mondadori) precisando, dal suo punto di vista, la logica di un’unione che, per la diversità dei tempi di scrittura, a molti può sembrare forzata:

Per me la grande gioia dello scrivere è lo scoprire. Ho cominciato come giornalista. Continuo ad amare l’idea di avventurarmi fuori e poi scrivere di qualcosa che non conosco. Quando ho scritto II falò della vanità ho cercato come reporter in aree di cui non conoscevo assolutamente nulla, il South Bronx, Wall Street e il sistema giudiziario di New York. È stato eccitante. È successo lo stesso per Un uomo vero: non sapevo praticamente nulla dei sistemi bancari o della working class odierna di cui parlo nel romanzo ed è stato estremamente affascinante documentarmi. È una parte del mio lavoro che ancora mi attrae con forza. La maggior parte degli scrittori dice di scrivere qualcosa di cui si conosce. Non c’è niente di male, ma c’è sempre qualcosa di limitante nel mettere una sorta di recinto attorno a chi sta scrivendo.

Testimone acuto e reporter con il senso degli avvenimenti, Tom Wolfe ha sempre mantenuto un certo distacco dai fatti, dalle storie, senza mai perdere il suo savoir-faire da southern gentleman. A San Francisco, mentre raccoglieva materiali e informazioni per The electric kool-aid test (tradotto qui da noi come L’acid test al rinfresko elettriko), il libro che focalizzò l’era psichedelica, la folle comunità itinerante dei Merry Pranksters e altre delizie lisergiche, Tom Wolfe era candido e pulito come il suo impeccabile completo. O almeno così sostiene lui:

Non ho mai preso droghe, non ho mai voluto toccarle. A San Francisco sono sempre stato il marziano che arrivava su questo pianeta, il pianeta Terra. Tuttavia non ho mai avuto motivo per averne disgusto. Ho sempre rispettato i mondi di cui ho scritto, ne ho sempre fatto parte: non mi sono mai avvicinato con un’idea estetica o morale. Ho sempre pensato a loro in termini di giornalismo, di notizie da riportare. In un certo senso mi sentivo e mi sento come Cortéz, o comunque come un esploratore che sta scoprendo nuove terre.

Di quel periodo pioneristico, la cui storia è ancora in gran parte inesplorata, gli rimane un solo amico, Hunter Stockton Thompson. Una rarità, per Tom Wolfe:

Incontrare altri scrittori è qualcosa che mi ha sempre deluso perché non sono mai come te li sei aspettati. L’unica eccezione, almeno per me, è stato Hunter Thompson perché lui è veramente come appare. Ci siamo conosciuti mentre scrivevo The electric kool-aid acid test e lui mi aiutò a venirne fuori dandomi un nastro di un incontro che Ken Kesey ebbe con gli Hell’s Angels. Fu molto gentile, così pranzammo insieme a New York e mentre eravamo in taxi per andare verso il ristorante, lui ci fece fermare davanti ad un negozio di articoli marini. Entrò e ne venne fuori con una piccola borsa di plastica. Ero curioso, ma ho ben pensato che era meglio non chiedergli cosa c’era dentro, ma durante il pranzo, si sa la curiosità ebbe la meglio e glielo chiesi. Lui mi disse che aveva qualcosa in grado di svuotare il ristorante in trenta secondi e aprì la borsa: aveva preso una di quelle sirene marine, che si possono sentire a trenta chilometri di distanza e, naturalmente, la suonò. Ne uscì il più terrificante suono immaginabile: non svuotò il ristorante, ma ognuno rimase pietrificato sulla sedia. Ho anche quest’immagine del barman bloccato mentre preparava un drink. Completamente immobile. Ecco, questo è davvero Hunter Thompson.

La scena poteva benissimo occupare qualche bella pagina nel Falò delle vanità, il libro che ripercorreva luci e ombre della New York anni Ottanta e che proiettò Tom Wolfe nell’olimpo degli scrittori mondiali. Complici anche il relativo (mediocre) film e lo stesso tema, che solleticava non pochi appetiti. La febbre dei soldi, come l’ha chiamata lo stesso Torn Wolfe, nasceva da un radicale cambiamento morale e Il falò delle vanità, pur con tutti i suoi limiti, ebbe il pregio di evidenziarlo.

Venticinque anni fa, la maggior parte della gente pensava che l’idea di avere dei seri debiti fosse immorale, che fosse il frutto dell’incapacità di controllare i propri desideri. Negli anni Ottanta tutti questi standard furono spazzati via.

Le ceneri del falò rimasero belle calde a lungo, tanto che alla fine degli anni Ottanta Tom Wolfe chiedeva l’avvento di un “nuovo romanzo sociale”: i tempi stavano cambiando velocemente e passata la febbre dei soldi, cominciava una nuova era. Non che l’America debba scegliere un basso profilo (un’ipotesi simile non sarà mai in discussione, come conferma lo stesso Tom Wolfe: “lo penso che il ventunesimo secolo sia cominciato nel 1989, quando è caduto il muro di Berlino: l’America è oggi al suo zenith e questo è il suo secolo e l’America è il paese in cui tutti vorrebbero essere. È libero, sano ed eccitante”), ma parecchie regole del gioco sono cambiate.

Per Un uomo vero come Charlie Earl Croker, il tycoon protagonista del suo nuovo romanzo, è venuto il momento della verità: il suo mondo sfarzoso, fatto di jet personali, mogli e figli da mantenere, rischia il fallimento. Dopo l’euforia degli anni Ottanta, le banche scoprono voragini e sperperi e cominciano a rastrellare tutti i crediti possibili. E una lotta per la sopravvivenza che non ha ruoli definiti, e Wolfe è abilissimo nel tracciare le coordinate di quell’intreccio tra finanza, mondanità, politica e vita quotidiana di una città ambiziosa e complessa come Atlanta. S’incrociano destini impossibili e, ad un tratto, diventa chiara tutta la sequenza dei legami che possono unire ambienti apparentemente distanti e diversi tra loro: la working class di Oakland, California, l’establishment politico di colore e il gotha finanziario bianco, l’Uomo vero che si è costruito una fortuna da solo (ed è interessante leggere quale doppia funzione possano avere i debiti per lui e per i suoi banchieri) e il brusio degli incontri di arte contemporanea.

Tom Wolfe non fa che elevare all’ennesima potenza la sua specialità, ovvero “esplorare e descrivere meglio che posso i mondi in cui si muovono i miei personaggi”. In Un uomo vero, l’obiettivo è raggiunto: il vero falò delle vanità si consuma attorno a uomini e donne, e per estensione ad un’intera città, Atlanta, che sono così presi dall’orgoglio, dalle voglie sessuali e dalle ambizioni politiche da non accorgersi nemmeno del proprio fallimento.

(Un uomo vero, pubblicato da Mondadori, è correntemente fuori stampa. Stesso destino per L’acid test al rinfresko elettriko, originariamente edito da Feltrinelli. Il falò delle vanità è invece ancora in commercio in formato ebook, per i tipi di Mondadori, mentre l’edizione a stampa è fuori commercio. Altre opere di Wolfe sono ancora in stampa, pubblicate da Giunti e Mondadori. Rincresce comunque che uno dei suoi reportage più interessanti, La stoffa giusta, edito da Mondadori, sia anch’esso diventato un pezzo per collezionisti…)

 

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“Il bastone”, di Roberto Saporito

Questo racconto venne pubblicato nella raccolta Generazione di perplessi del 2011, per i tipi delle Edizioni della Sera di Roma, ormai fuori catalogo. L’autore – del quale abbiamo recentemente recensito l’ultimo romanzo – ci ha gentilmente concesso di ripubblicarlo.

Ci sono persone che non meritano di stare a questo mondo,
ed è un bene quando qualcuno li spedisce nell’altro.

Luigi Bernardi

Un fazzoletto sporco di sangue, il tuo, che appallottoli e getti a terra, sul marciapiede grigio tutto crepato, a far compagnia a cicche di sigarette, infilate in gran quantità tra le pieghe del marciapiede e negli interstizi di terra umida del porfido della strada.

Ti tocchi delicatamente la punta del naso, la narice destra, quella sinistra, inspiri prima piano, poi profondamente, il naso non è più ostruito, e il sangue ha smesso di colare. Appoggi il bastone a terra e ricominci a camminare.

Ogni tanto ti ritocchi la punta del naso, come se servisse a qualcosa, come se fosse veramente un metodo per sapere se sta per ricominciare a sanguinare o meno, ma non è così, non serve a niente.

Respiri cauto. Respiri da entrambe le narici. Cauto.

Erano anni che non ti sanguinava il naso. Da ragazzino ti capitava spesso, poi crescendo sempre meno, poi più niente, fino ad oggi.

Il bastone è antico, dell’Ottocento, è stato di tuo padre, e prima di lui di tuo nonno, il proprietario originario, il primo acquirente: da qualche parte hai ancora la ricevuta d’acquisto che tuo nonno ha tenuto per anni in un cassetto di una piccola ribaltina intarsiata di un bel legno di palissandro, per la verità la ricevuta è ancora in quel cassetto, una ricevuta datata 1938, e la ribaltina ora è tua, come il bastone.

Il bastone è di un legno rossastro, lucido, potrebbe essere mogano, non ne sei sicuro, e ha un’impugnatura d’argento, molto pesante, che sembra l’artiglio di un uccello rapace che stringe un oggetto ovoidale, o qualcosa del genere.

Tuo nonno lo ha usato per anni, zoppicava dalla gamba destra, poi per anni lo ha usato tuo padre dopo un’operazione al ginocchio, destro, non riuscita proprio alla perfezione. Adesso lo usi tu, e non è un vezzo. Dopo l’incidente non puoi farne a meno. Anche se ti piace molto il tuo bastone, ti sarebbe sempre piaciuto andare in giro con questo bastone, da quando eri bambino: cosa che di nascosto facevi spesso, in giro per casa, quando eri solo, quando nessuno ti poteva vedere. Adesso invece ti guardano tutti, o almeno a te sembra che tutti ti guardino. All’inizio non ti sentivi per niente a tuo agio ad andare in giro col bastone, infatti all’inizio usavi la stampella ortopedica. Poi è morto tuo padre e piano piano sei passato al bastone di famiglia. Quasi una maledizione di famiglia. Tre generazioni di maschi della stessa famiglia che a un certo punto della propria vita ha cominciato a camminare con un bastone, anzi con il bastone: sempre lo stesso.

Dall’incidente siete usciti vivi in due, tu con la gamba destra devastata, ma vivo, e Giulio con una braccio rotto, ma vivo.

Anche la macchina è andata totalmente distrutta. Da quel giorno hai smesso di guidare, anche se non eri tu al volante, ma Giulio. Quando sei uscito dall’ospedale hai preso la tua patente e l’hai ridotta a brandelli, tanti minuscoli pezzi che poi hai bruciato dentro un grosso portacenere, anche se non è stata colpa tua.

Tua moglie e tua sorella invece sono morte.

Tu e Giulio siete stati sbalzati fuori dall’auto, tua sorella e tua moglie sono rimaste incastrate nella macchina che ha preso fuoco.

Arse vive ti hanno detto poi. Tu hai perso i sensi e ti sei risvegliato in ospedale immobilizzato al letto.

Tu non l’hai vista la macchina bruciare. L’hai vista dopo, bruciata.

Ti ricordi solo di Giulio che andava troppo forte per quella strada stretta e piena di curve. Ti ricordi solo di Giulio che si era fatto due righe di coca e correva come uno stronzo. Perché quello è sempre stato Giulio: uno stronzo. L’hai sempre saputo ma è stato ugualmente il tuo migliore amico per trent’anni.

Come si fa ad essere amici con qualcuno per buona parte della propria vita sapendo che è uno stronzo? Te lo sei chiesto spesso, e dopo l’incidente di più, anche se dopo l’incidente hai smesso di frequentarlo Giulio. O lui ha smesso di frequentare te: non è chiaro, ma pian piano avete smesso di vedervi. Anche perché lui e il suo braccio rotto sono guariti velocemente ma tu hai passato più di tre anni ad entrare e uscire dagli ospedali per una serie di operazioni alla gamba, sempre più dolorose, sempre meno efficaci, sempre più tossiche per la tua esistenza.

Tu hai perso il lavoro, e sopravvivi con una minuscola pensione di invalidità e quello che ti ha lasciato tuo padre. Giulio ha fatto invece una fulminante carriera politica. Prima nell’amministrazione comunale fino a diventare sindaco della tua città e ora come deputato al parlamento a Roma, zigzagando da un partito all’altro, lasciando le varie navi-partito un minuto prima del loro affondamento.

Appoggi il bastone e cammini lentamente proseguendo la tua passeggiata pomeridiana: i medici ti dicono sempre di tenerla in allenamento la gamba, anche se è doloroso e fastidioso e noioso camminare. Camminare così, con questo bastone.

Entri in casa. Abiti in una casa molto grande, in centro. Abiti in questa casa da sempre, sei nato qui: era di tuo nonno la casa, il prima acquirente, come per il bastone, poi è passata a tuo padre e adesso a te.

La casa è arredata con i vecchi mobili di tuo nonno: trecento metri quadri di stanze e mobili e polvere e un unico essere umano: tu.

Fino a due giorni fa.

Scendi, a fatica, le scale di pietra che portano nelle cantine, grandi come la casa, che è della fine del seicento.

Qui la temperatura è molto più bassa e l’umidità una presenza olfattiva non necessariamente fastidiosa, quasi marina.

Giulio ha gli occhi spalancati, seduto dritto sopra una poltrona dall’imbottitura un po’ sfondata e dalla struttura di legno molto tarlata.

Giulio è vestito col suo abito blu di sartoria da impeccabile parlamentare, un’eleganza senza tempo.

Giulio è morto. Capita agli stronzi. E, purtroppo, spesso, non solo a loro.

Lo lasci lì, tanto in cantina non ci va mai nessuno.

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Morandini sceglie Campanile

Questa rubrica proporrà paragrafi d’autore perché scelti da uno scrittore vivente tra le pagine di un autore del passato (prossimo o remoto, cosa importa?). Sarà un modo per apprezzare lo stile di grandi autori, guidati da “gente del mestiere”; ma sarà anche un’opportunità per scoprire chi e cosa leggono gli scrittori di oggi. A inaugurare la rubrica abbiamo invitato Claudio Morandini (romanziere che ormai non possiamo più definire emergente, e ripetutamente recensito su PULP Libri), del quale proponiamo un breve profilo dopo i passi di Achille Campanile che ha scelto e che ci propone alla lettura. Speriamo che per i nostri lettori questa sia un’opportunità di scoprire uno dei due scrittori; o magari entrambi.

Ora, accanto al letto, stava seduta Teresa che, per ingannare il tempo, leggeva, al solito, provandone un senso di grande pace e benessere, un libro pieno di misteriosi delitti, mentre con la mano libera di quando in quando agitava distrattamente uno scacciamosche in direzione del letto, anche se mosche non ce n’erano. E si teneva pronta ai cenni dell’infermo.

All’improvviso, un’energica, prolungata scampanellata alla porta di casa s’udì per tutto l’appartamento.

Il malato trasalì e volse attorno quello sguardo involontariamente spaventoso che hanno gli ammalati. La moglie posò il libro tranquillamente, s’alzò e fece per andare ad aprire la porta. Piero la fermò col gesto e, con quel suo sguardo terribile, accennò di voler parlare. Teresa tornò indietro per prendere ordini e si curvò su di lui. Che, faticosamente allungando il collo di sotto alle coltri, come una tartaruga dal guscio:

«Se fosse la Morte», disse, «dille di ripassare, perché oggi non mi sento bene».

***

E poi, avete mai visto morire una persona? Che fatica per vuotarsi fin dell’ultimo atomo di vita! Quando la vita è ridotta proprio un barlume, come fatica il moribondo per sopportare il peso del corpo! Si direbbe che la vita s’attacchi più tenacemente a noi, quando sente che sta per perderci; o che noi ci aggrappiamo con centuplicate energie ad essa, quando ci accorgiamo che sta per abbandonarci. Tutti, intorno, assistono sgomenti al mistero. All’ultimo, un rantolo: finisce questa macchina meravigliosa, così com’era cominciata. Ma quale immensa scìa di cose che non c’erano prima, lascia dietro di sé, le quali tutte sono dovute al suo passaggio in questo mondo! Senza accorgersene, la persona che è morta ne aveva combinate tante e tante, da non raccapezzarcisi.

***

Ma verso l’alba la pesante quiete della casa fu rotta all’improvviso da un grido di Teresa, alto, straziante, selvaggio, il quale, venendo dalla stanza da letto, avvertì che la indesiderata visitatrice aveva scelto quell’ora così poco adatta alle visite, per fare il colpo di sorpresa, mentre Piero dormiva. E che il colpo le fosse pienamente riuscito fu confermato dal fatto che quasi subito Teresa e alcuni suoi parenti, trattenutisi la notte a causa delle aggravate condizioni del degente, vennero fuori dalla stanza di esso con quelle espressioni disfatte, sbalordite, che di solito si dipingono sui volti dei circostanti nei momenti che immediatamente seguono un evento di questo genere. Tutti cercavano di calmare la donna che s’agitava congestionata, coi capelli arruffati, ripetendo:

«Non è possibile! Piero! Lasciatemi!».

«Teresa», gemeva un vecchietto tremolante, con una vociolina che pareva venir d’oltretomba, «non far così, calmati, su, sii buona, sii ragionevole».

Teresa si strappava i capelli, mentre una vecchia signora, anch’ella tutta in lagrime, la tirava verso il fondo del salotto, dicendo:

«Guarda che Piero stesso, se ti vede, se ne addolora».

(Achille Campanile, Il povero Piero, 1959; BUR, 1977)

Claudio Morandini è nato ad Aosta nel 1960. Tra i suoi più recenti romanzi si ricordano Neve, cane, piede, premio Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante 2016, e Le pietre. A settembre 2018 uscirà per Salani il suo primo libro per ragazzi, Le famose maschere di Pocacosa.

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