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…e, ove possibile, all’armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000

Oggi 12 giugno 2019, il consiglio dei ministri approva il decreto sicurezza bis, destinato ad eliminare ogni attore e spettatore scomodo presente nel mare Mediterraneo.
Oggi 12 giugno 2019 Sos Mediteranee e Medici senza frontiere comunicano che “a un anno dall’annuncio del governo italiano di chiudere i propri porti alle navi umanitarie almeno 1.151 persone, uomini, donne e bambini, sono morte, e oltre 10.000 sono state riportate forzatamente in Libia”.
“Così, galleggiando ai margini della scena che seguì, proprio sotto i miei occhi, quando il risucchio affievolito della nave mi raggiunse, venni allora, ma a rilento, trascinato verso il gorgo che si richiudeva. Quando lo raggiunsi era ridotto a una pozza spumosa. In tondo in tondo, allora, sempre più restringendomi verso la nera bolla simile a un bottone, asse di quel cerchio in lenta rotatoria girai, novello Issione. Toccato ch’ebbi quel centro vitale, la bolla nera esplose verso l’alto ed ecco che, sprigionata dall’ingegnosa molla, la bara salvagente, risalendo con grande impeto dovuto alla grande spinta di galleggiamento, schizzò fuori dal mare a perpendicolo, ricadde e mi fluttuò accanto. Tenuto a galla da quella bara per quasi un giorno e una notte interi, fluitai cullato dal sommesso canto funebre del pelago. Accanto mi guizzavano innocui gli squali, quasi avessero il lucchetto alla bocca; rostro inguainato, planavano i selvaggi falchi marini. Il secondo giorno un veliero si portò vicino, sempre più vicino e alla fine mi raccolse. Era la “Rachele” che, incrociando erratica a ritroso alla ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.”
Herman Melville, Moby Dick, trad. Ottavio Fatica
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Paragrafi d’autore: Adan Zzywwurath sceglie Herman Melville

Mancava, alla nostra galleria di paragrafi esemplari di grandi autori del passato scelti da scrittori di oggi, l’immenso Herman Melville; a proporci il finale del suo Moby Dick, Adan Zzywwurath, pseudonimo di un poliedrico personaggio che scoprirete in fondo a questa pagina – e Adan ci ha anche fatto avere un suo commentario al passo di Melville, che vi proponiamo volentieri.

Epilogo

E io  tutto solo sono scampato per rapportartelo
Giobbe

Il dramma s’è concluso, perché allora qualcuno si fa avanti?… Perché uno è sopravvissuto al naufragio.

Si dà il caso che dopo la sparizione del Parsi fossi io quello designato dalle Parche a prendere il posto del prodiere di Ahab, quando quel prodiere assunse il posto vacante; sempre io quello che, quando l’ultimo giorno i tre uomini vennero sbalzati fuori dalla lancia squassata, ripiombò a poppa. Così, galleggiando ai margini della scena che seguì, proprio sotto i miei occhi, quando il risucchio affievolito della nave mi raggiunse, venni allora, ma a rilento, trascinato verso il gorgo che si richiudeva. Quando lo raggiunsi era ridotto a una pozza spumosa. In tondo in tondo, allora, sempre più restringendomi verso la nera bolla simile a un bottone, asse di quel cerchio in lenta rotatoria girai, novello Issione. Toccato ch’ebbi quel centro vitale, la bolla nera esplose verso l’alto ed ecco che, sprigionata dall’ingegnosa molla, la bara salvagente, risalendo con grande impeto dovuto alla grande spinta di galleggiamento, schizzò fuori dal mare a perpendicolo, ricadde e mi fluttuò accanto. Tenuto a galla da quella bara per quasi un giorno e una notte interi, fluitai cullato dal sommesso canto funebre del pelago. Accanto mi guizzavano innocui gli squali, quasi avessero il lucchetto alla bocca; rostro inguainato, planavano i selvaggi falchi marini. Il secondo giorno un veliero si portò vicino, sempre più vicino e alla fine mi raccolse. Era la “Rachele” che, incrociando erratica a ritroso alla ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.

FINIS

(Moby Dick, tr. Ottavio Fatica, Einaudi, )

“Uomo in Mare!”

(Excursus in forma di pittura)

di Adan Zzywwurath

I. È nel naufragio che si conosce il Mare.

Perciò: la quintessenza d’ogni pittura marinara è l’ex voto.

Come il finale resoconto di Ishmael, in Moby Dick, insegna, il punto di vista genuinamente “marino”, mi pare, è sempre quello: da vittime, o da scampati. All’inabissamento, alla catastrofe mitica, all’attacco infero.

Negli ultimi duemila anni la forma ex-voto non si è molto evoluta, tra i cristiani, e può riassumersi così: nella parte inferiore del dipinto c’è il mare – decisamente in burrasca. Tra le onde, un uomo – quasi sempre –, o una donna, meno spesso – che annega; o una nave che già protende la chiglia per sprofondare nei gorghi; oppure una barca, o zattera, o “bara salvagente”, popolata da uno o più sciagurati che boccheggiano. Nella parte superiore il quadro è illuminato da una coccarda luminosa al cui centro compaiono: una sola persona della Trinità (Gesù, difficilmente le altre due), oppure la Vergine (da sola o col Figlio), oppure uno o più Santi, o in alternativa un emissario qualificato appena fuoriuscito dal Paradiso (un Angelo custode, un Cherubino, un Arcangelo).

Quello squarcio tra le nubi disperate è l’effetto-laser della preghiera puntata dai derelitti contro il Cielo.

All’origine della pittura marinara, subito dopo l’ex voto (ma con la stessa ammirazione per l’intervento divino nella Storia), porrei la rappresentazione del mare come teatro delle grandi battaglie navali. Il mare solcato da armi e galee, il mare che rimbomba di tamburi che danno il ritmo ai forzati rematori, che ruggisce di catapulte gravide di proiettili, che si infiamma di fuoco bizantino, che stride di rostri che penetrano e sbuzzano gli scafi.

Tragedie e guerre si addicono al mare.

Il mare sospende ogni diritto.

Il fiume è dei mercanti, il mare è dei pirati. Si riconosce subito una cultura fluviale, e come e quanto si discosta da una marinara. Basti pensare alle pitture murarie egiziane, ai loro tiepidi vascelli – sembrano fatti di carta pergamena –, che placidamente scendono il Nilo. Incanalato nella corrente del fiume, il commerciante, il notabile locale conservano ogni potere, ogni privilegio dovuto al sopruso. In mare, invece, persino il Re e i suoi eredi possono essere assaliti, rapiti, incatenati, da predoni meglio equipaggiati e armati delle navi che debbono proteggerli.

Victor Hugo: L’Onda

II. Anche le credenziali bibliche sono pessime. Si controllino, per questo, le fonti scritturali di Herman Melville.

In Giobbe (12, 7) il Mare è un Mostro, e come tale va tenuto a guardia. I Salmi e Giovanni ce lo rappresentano come la casa del Leviatano, padre archetipo di tutte le creature più diaboliche.

Dappertutto, nella Scrittura, quando Dio è ostile all’uomo, evoca il Mare per spaventarlo, o minaccia naufragi e inondazioni per atterrirlo. Il Mare s’erge come ostacolo agli Ebrei in fuga dagli Egiziani: è il limite d’ogni speranza. Per riaccedere alla Terra Promessa, non bisogna navigarlo, ma evaporarlo, spaccarlo in due con un’invisibile ascia divina.

L’Apocalisse (XXI, 1), poi, maledice: nella Terra salvata e rinnovata dal secondo avvento di Cristo, non ci sarà posto per il Mare. Perché tanto odio da parte di Giovanni?  Risponde, forse, quell’altro verso ebbro, che, sempre nell’Apocalisse (XX, 13), vaticìna: “Il Mare restituirà i Morti”…

Il Mare è, per l’uomo mediterraneo che si affaccia con orrore sulle sue bellezze, un insaziabile, immane “Obitorio sommerso”.

Il Mare è la più grande cosa morta che si muova. Lo solcano fantasmi di velieri e spettri melvilliani di balene. Lo infestano, nelle profondità più inaccessibili, gli ossari di miriadi di navigli inabissati, i resti di milioni di affogati.

III . L’esatto contrario di quanto si vede festeggiare negli ex-voto è la tragedia incomprensibile dell’annegamento. Se il salvataggio divino non funziona, che succede?

Creature umane affondano, soffocano, vengono risucchiate nell’abbraccio di una placenta innaturale, giù, sempre più giù, nell’indifferenza del pesce, della seppia, di cui mimano il destino rovesciato. Stavolta è il Mare che prende noi nella sua rete.

Un vasto Purgatorio, senza pace, attende chi affoga.

Se non riaffiorano, gli annegati non otterranno mai una onorevole sepoltura cristiana: di conseguenza, le cronache e le tradizioni dei Paesi cattolici si sono sempre occupati di loro con trepidazione. Indegni del riposo eterno, questi morti – si racconta –, come larve, come fuochi, appaiono sulla tolda delle imbarcazioni, per mendicare una prece.

È persino peggio quando il Mare restituisce i loro corpi. Accade, raramente. Non è superstizione: certi annegati, tirati a riva cadaveri, issati sul ponte di navi o pescherecci, mostrano, sull’epidermide, l’impronta viva di una mano.

Il fatto, in sé raccapricciante, ha trovato una spiegazione leggendaria, ancora più orrorifica.

disegno di Raemaekers

Quando un uomo o una donna affogano, e gridano, annaspando tra i flutti, attirano qualcuno, un Abitatore delle Acque, che ha forma umana. Costui li attanaglia, con una presa tanto ferrea da lasciare un’orma profonda sulla loro pelle; poi, così artigliate, trascina le sue vittime nella fossa di mare più profonda.

Giunto laggiù – dice la credenza popolare –, quest’orrido tritone svuota i suoi cadaveri: estrae da loro l’Anima immortale, per riporla in certi vasi capovolti, da cui nessuno spirito potrà mai più sfuggire. I corpi inanimati, invece, li lascia andare e piano piano, quelli risalgono, leggeri, in superficie.

Secondo le tradizioni più squisitamente marinare, l’Uomo delle Acque, il ghermitore e custode d’annegati, è un Vecchio senza Testa. Così che si ha un bel scrutare il Mare, con apprensione o angoscia, nell’ansia di vederlo apparire durante le sue imprese predatorie. Pur essendo perennemente in agguato, presente e prossimo al punto che potremmo udirne il respiro affannoso, il Vecchio non si mostra mai ai testimoni; perché nulla di lui emerge dalla superficie delle acque. L’Uomo è senza testa.

A volte, favoriti dalla luce tagliente, ci pare di veder affiorare dai marosi la sua mano avida, unghiuta, insanguinata. Ma è un’illusione.

Come è avvenuto che, essendo privo di lineamenti, il Pescatore d’Affogati sia stato riconosciuto anche come “Vecchio”, è un cospicuo mistero.

IV. È probabile – lo apprendiamo da Alberto Savinio (Nuova Enciclopedia) – che “Mare”, nel significato originario, voglia dire “cosa morta, dalla radice Mar, morire”, in sanscrito Maru, che di solito va tradotto con “deserto”.

L’etimo congiunge quindi i due estremi: la massa diluviante d’acqua degli oceani, e le sterminate, desolate regioni del pianeta prive d’acqua; il mare senza sabbia e la sabbia senza mare.

Entrambi “deserti” di uomini e di vita “in superficie”, e quindi: analoghi, simili al mondo infero della morte, che tutto inghiotte e occulta nei suoi abissi.

Il Mare come le dune di polvere – ustionate dal sole, scheggiate dal vento incessante –, è fonte di miraggi, di illusioni; come la sabbia mobile è subdolo e invitante. Quando si apre? Per accogliere nelle sue viscere gli affogati, per digerire zattere e relitti, per vomitare mostri sulla costa. Il mare tutto spazza, ingurgita, spolpa e ripulisce, proprio come la morte: e se fosse per lui, proprio come la morte, non restituirebbe nessuno.

Klinger  (si salva solo un guanto)

 

V. Tra tutti gli epitaffi che ingombrano l’epigrafia antica, mi è particolarmente caro uno, in forma di preghiera, con cui, mentre la sua nave colava a picco, un marinaio punico nobilitò i suoi ultimi istanti. Lo trovo citato in Borges (Sette Notti).

Dice: “O Madre di Cartagine, restituisco il remo”.

È anch’esso un ex voto, ma stavolta l’uomo, che tra poco lascerà la vita, non si rivolge ad altra Divinità che non sia il Mare. Per placarlo e chiedere quiete, non salvezza.

Socchiudiamo il Libro del Tao, per leggere: “Quando le creature hanno avuto il lor rigoglio, / ciascuna fa ritorno alla sua radice. / Tornare alla radice è quiete, / il che vuol dire restituire il mandato, / restituire il mandato è eternità […]”

Fin’allora saldo nelle correnti, impavido nelle tempeste, vigoroso nelle bonacce, l’umile marinaio di Cartagine ha governato il suo destino mulinando e timonando il remo dove la propria volontà o quella del padrone lo portava. Ma adesso, morendo, rende le insegne e accetta la deriva.

“Abbandonati al mare senza la nave, il mare ti dirà che cosa sei” – ha verseggiato ‘Attar, nel suo Poema Celeste.

È lo stesso compito sovrano, credo, che ha la Morte, per tutti noi.

Più misericordioso della Cristianità, ha fede, l’Islam, che il moto del Mare equivalga a una preghiera, incessante, che esalta il Signore Iddio.

Per questo, immagino, è così difficile rappresentare il Mare in una pittura che non sia, anche, un ex voto.

O in un racconto che non sia, anche, soprannaturale. E, in casi obbligati, un racconto dell’Orrore.

 

Con lo pseudonimo di Adan Zzywwurath, Franco Porcarelli (1952) ha pubblicato due romanzi: il primo, Il matrimonio del Mare e dell’Inferno è uscito a puntate nel 1980 sul quotidiano Il Manifesto, e poi in volume (Manifestolibri, 2003). Il secondo romanzo, Khalulabìd o il Sogno dei Dieci Re è stato pubblicato nel 1984 su Il Manifesto e poi in volume nel 2004 (Manifestolibri). A questi si aggiungano le raccolte di racconti L’ultimo caso del piccolo Lama Nanguj (Theoria, 1986) e Diario della Letteratura perduta (manifestolibri, 2003). Alla fine del 2018 è uscito il suo ultimo libro: la Fantaenciclopedia, “Dizionario di Idee Perdute, Racconti Insoliti e Curiosi e Fatti della Storia Negletti e Perturbanti”  (Manifestolibri).

Franco Porcarelli è stato anche, per circa quarant’anni, un giornalista della RAI. Ha prodotto e curato circa 300 film, fiction e documentari. Ha scritto, e scrive, copioni teatrali, sceneggiature per film, per la TV, per i fumetti (ha creato, con Mauro Cicaré, il personaggio Fuori di Testa per la rivista il Grifo), e ha pubblicato un saggio su un genio dei cartoni animati: Tex Avery (Il Grifo, 1994).

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Nanni Balestrini. L’abbraccio di un lettore affezionatissimo

 

 

di GIUSEPPE GENNA

La notizia della morte di Nanni Balestrini, uno dei protagonisti decisivi degli ultimi sessant’anni di letteratura politica e vita culturale del Paese, è per me personalmente raggelante: ne sono agghiacciato. Probabilmente la prima volta che incontrai Balestrini fu trentasei anni or sono, quando io ero tredicenne. Ebbi il privilegio di osservare da vicino questo signore pacatamente incendiario e di apprendere le modulazioni di una barbarie della fantasia, scatenata a portare un costante assalto al cielo, sebbene non ignara delle lunghe ciclicità con cui la politica deve fare i conti, come tara di realismo e carburazione dell’azione. E in effetti si potrebbe inscrivere l’intera opera di Balestrini in questa polarità: da un lato il desiderio e la sua istituzione principale e contraddittoria, ovvero la pulsione, la quale è tesa ad abrogare qualunque istituto; dall’altro lato, il potere come vocazione, come target, come continua polemica, cioè come inesausto “polemos”, ovvero guerra. Il radicamento è nomade: ecco un grande insegnamento della letteratura in genere e di quella balestriniana in particolare.

I rapporti che Nanni Balestrini ha intrattenuto con la politica, con il linguaggio, con la psiche, con la storia, dicono che questo grande intellettuale ha scelto, da subito, di lavorare sugli universali, che sono sempre concretezze, entità ravvisabili all’opera nell’immenso lavorìo che la vicenda umana implica come modalità per enunciare il semplice fatto di esistere.

Da questo punto di vista, non sorvolando su nessuna delle opere impressionanti di cui Balestrini è stato autore, sarà forse il caso di scrutare i reali avversari che egli ha avuto modo di richiamare in tenzoni non abbastanza esplicite dal punto di vista storico: e sono due enormi artisti e intellettuali: uno è Pier Paolo Pasolini e l’altro è Carmelo Bene.

Gli obbiettivi polemici, trattati come nemici all’interno di protocolli da arte della guerra, non sono mai mancati a Balestrini e alla sua *cerchia*, a partire da quella congerie temporale e personale che fu il Gruppo 63: i nemici non se li trovava sulla strada che stava intraprendendo, ma proprio se li cercava. La lite permanente e la questione dell’egemonia, che Balestrini apriva come zona di creazione ininterrotta, ebbero invece nei più grandi artisti e intellettuali del nostro secondo Novecento, cioè Pasolini e Bene, un totem e un tabù, ovvero una polemologia, che non produsse nulla di quanto avrebbe potuto e dovuto un simile helter skelter intellettuale.

Il realismo di Pasolini era troppo fantastico per essere apprezzato dai neoavanguardisti, anzitutto perché era questione linguistica, prevalentemente mutuata da un confronto serrato con la peculiare metafisica del linguaggio espressa da Giovanni Pascoli, poeta equivocatissimo dalla neoavanguardia.

Carmelo Bene era l’antagonista più pericoloso, perché il discorso del desiderio, e sul desiderio, veniva declinato da e su francesi come Deleuze, che a Balestrini e ai *suoi* servivano e servivano come destrutturatori tutelari di ogni metafisica, mentre Bene li usava come utilizzava Kafka: per farla, la metafisica.

Al di là di questo concerto mancato, resta l’opera di Nanni Balestrini: è gigantesca. L’ingaggio politico non obnubila il fatto che, se una scrittura e un pensiero creano una scolastica, qualcosa significa, in termini di verità storica e penetrazione delle analisi e dell’espressione. Non si può prescindere da Balestrini, mai, e non si deve, quanto a pratica artistica della storia e interpretazione della medesima.

Ha fatto parlare il non-io, ovvero un automatismo, prevedendo di decenni uno stato dell’arte che stiamo vivendo attualmente. Ha scritto prima e meglio “Gomorra”. Ha stravolto ogni verifica dei poteri, prima che il potere finisse per delirare, applicandosi in continua verifica. Ha creato collettività, dal Gruppo 63 al Gruppo 93 ai Cannibali. Ha inventato “Ricercare”, luogo di aggregazione e sperimentazione della letteratura. Ha innovato sempre, sotto ogni cielo, da Parigi a Roma. Ha fatto la politica, ha fatto l’arte. Con “Le ballate della signorina Richmond” fece questo: mi spinse a diventare scrittore, questa probabilmente è una sua trascurabilissima colpa, ma per me è qualcosa. Ci insegnò a volere tutto. Vai ad averlo, Nanni, il tutto: ti raggiunga l’abbraccio di un tuo lettore affezionatissimo.

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Terranova sceglie Bufalino

Questa puntata della nostra Rubrica la potremmo chiamare tranquillamente “genealogie siciliane”; abbiamo la messinese Nadia Terranova che rende omaggio al comisano Gesualdo Bufalino. Ma è anche il nostro modo di rendere omaggio alla più letteraria delle isole italiane.

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

Ballavo male, nel cinquantuno. Non che avessi mai ballato bene sin dal principio. Tuttavia coi tanghi figurati e le polche qualche confidenza me la pigliavo, sbagliavo solo le giravolte. Mentre ora che entrambe le Americhe sbarcavano ogni giorno a decine i nuovi passi e nomi di danze, avevo voglia di esercitarmi davanti allo specchio della pensione, accompagnandomi sfiduciatamente col fischio, avevo voglia… Sulle piste, nelle sale, dovunque mi capitasse di aprire e chiudere a vanvera la forbice delle mie gambe, tutti i sorrisi e gli applausi d’agosto erano per un altro, Liborio Gallo, il virtuoso del bughivù.

Poco male, ero sui trent’anni, allora, uno più uno meno; e, per un motivo che so io, non avevo mai avuto vent’anni. Li ebbi allora all’impensata in regalo da quell’estate, dopotutto m’erano dovuti.

Ora, io non permetterò a nessun sapientone di Francia di venirmi a dire che non si è felici a vent’anni, per tardivi e posticci che siano. Anche se si ama, e non ci ama, una bruna dal viso d’uliva, dal corpo di serpentello, con la voce che fa glu glu nelle canne della gola; anche se lei non ha che disprezzi per il miope bleso poeta e riserva il lampo degli occhi solamente alla concorrenza.

(Da Argo il cieco o i sogni della memoria, Sellerio, 1984, pp. 13-14)

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015; vincitore, tra gli altri, il Premio Bagutta Opera Prima, il Premio Brancati, il Premio Bergamo e The Bridge Book Award) e Addio fantasmi (2018), entrambi per Einaudi Stile Libero. È anche autrice di diversi libri per ragazzi, fra cui Bruno il bambino che imparò a volare, sulla storia di Bruno Schulz (Orecchio acerbo, 2012; vincitore del Premio Napoli e del Premio Laura Orvieto), Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016). Collabora con la Repubblica e il Foglio. È tradotta in diverse lingue europee e in corso di traduzione negli Stati Uniti.  

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Paris sceglie Proust

Al tempo della sua vita cartacea, PULP Libri ospitava regolarmente la rubrica Il tempo ritrovato, firmata da Renzo Paris; ci sembrava quindi giusto chiedere a lui di proporci i paragrafi d’autore di gennaio, tanto per inaugurare il 2019 in grande stile. Dato il titolo della sua rubrica (che ci manca tanto) e la sua lunga attività di francesista, non sorprende più di tanto che la sua scelta sia ricaduta sull’ultimo volume della monumentale Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: per l’appunto, Il tempo ritrovato. Con tre folgoranti paragrafi, veri aforismi sulla letteratura stessa.

La letteratura che si accontenta di “descrivere le cose” di darcene soltanto un miserevole estratto di linee e di superfici, è quella che, pur chiamandosi realistica, è più lontana dalla realtà, quella che più ci immiserisce e ci intristisce, giacché taglia bruscamente ogni conunicazione del nostro “io” presente col passato, di cui le cose conservavano l’essenza, e con l’avvenire, dov’esse ci stimolano a goderlo di nuovo.

L’unico libro vero, un grande scrittore non ha, nel senso comune della parola, da inventarlo, in quanto esiste già in ognuno di noi, ma da tradurlo. Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli d’un traduttore,

Un libro è un grande cimitero dove, sulla maggior parte delle tombe, non si possono più leggere i nomi ormai cancellati.

(Il tempo ritrovato, tr. Giovanni Caproni, Einaudi)

Renzo Paris è nato a Celano nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Cani sciolti, Ultimi dispacci della notte, La croce tatuata, La vita personale fino a Bambole e schiavi. Ha scritto le vite romanzate di Apollinaire, Silone, Moravia e Pasolini e tre libri di poesie tra cui Album di famiglia. Collabora a Venerdì di Repubblica.

 

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L’Inquisitore e il suo doppio

di GIAN FILIPPO PIZZO

Crediamo che Valerio Evangelisti non se la prenderebbe se lo paragonassimo, ad esempio, a Emilio Salgari, visto che ha sempre espresso la sua preferenza per la letteratura popolare. Infatti l’accostamento va letto solo in termini di popolarità, perché a ben guardare le differenze sono tante: Salgari scrive velocemente (a volte anche sciattamente) e si concentra solo sull’avventura, anche se le sue idee progressiste comunque traspaiono, mentre Evangelisti è molto più ponderato e all’azione accompagna uno stile pregevole, un’ottima caratterizzazione dei personaggi, una minuziosa documentazione storica, una notevole abilità nello strutturare le storie e riflessioni non banali. Ma forse a Evangelisti si può meglio attagliare quello che scrive Stefano Salis (sul Sole24ore del 9 dicembre 2018) a proposito di Andrea Camilleri, che cioè il successo dei suoi romanzi popolari finisce per nuocere al resto della sua produzione negandogli il favore della critica paludata. Se Camilleri oltre al suo popolare commissario Montalbano ha scritto romanzi storici dal significato politico, anche Evangelisti vanta un percorso simile: all’inquisitore Eymerich (e al pistolero Pantera) ha affiancato opere tra l’altro sulla rivoluzione messicana, sulle proteste operaie americane e sulle politiche sindacali italiane tra il 1875 e il 1945, queste nella trilogia Il sole dell’avvenire (2013-16).

Questa premessa per invogliare a leggere anche altre opere di Evangelisti, oltre a quelle dedicate a Nicolas Eymerich, giunte al dodicesimo volume con questo Il fantasma di Eymerich (Mondadori, pp. 265, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook). Eymerich è un personaggio storico realmente esistito (1320-1399), domenicano e strenuo difensore della fede e dell’ortodossia, inquisitore generale del Regno di Aragona; scrisse un manuale dell’inquisizione, pubblicato però solo nel Cinquecento. Evangelisti ovviamente lo stravolge per i suoi fini narrativi, o meglio ne esaspera i tratti caratteriali rendendolo un idealista fanatico, spesso feroce ma mai meschino. Non simpatico, non buono (ma nemmeno malvagio senza scopo, come i cattivi dello schermo o del fumetto), acquista una personalità vivida proprio per essere oltre le contraddizioni che il suo stato gli impone, nel senso che di contraddizioni dovrebbe averne, ma non ne ha, tutto compreso nel suo ruolo di difensore della fede ed avversario del male. Un vilain che, come spesso accade nella narrativa popolare, finisce per diventare un personaggio di culto: non a caso, risuscita come Sherlock Holmes, prima ucciso dal suo creatore e poi fatto rivivere.

I romanzi sono scritti con la tecnica della “narrazione parallela”, che ci racconta le avventure dei vari personaggi separatamente, ma qui arricchita da un elemento particolare, quello della dislocazione temporale. Sono infatti in genere tre i momenti che Evangelisti inserisce nella trama dei suoi romanzi: uno, medioevale, in cui Eymerich è alle prese con una eresia o una manifestazione del male che è suo compito indagare e distruggere; gli altri, ambientati in epoca contemporanea o storicamente a noi più vicine, oppure nel futuro, nei quali si ha una nuova manifestazione, comunque derivante da quella medievale (il lettore lo capisce presto, ma i protagonisti non possono saperlo). Alla fine, si ha uno scioglimento della vicenda in cui tutto viene giustificato, incredibilmente ma con grande maestria narrativa.

In questo Il fantasma di Eymerich l’inquisitore si trova a essere imprigionato dal Re di Aragona ma riesce a fuggire e si reca a Roma; vi giunge proprio nei giorni in cui muore Gregorio XI, appena tornato da Avignone (dove il Papato si era trasferito settant’anni prima), e viene eletto Urbano VI. Il nuovo pontefice si inimica i cardinali corrotti che si ribellano ed eleggono un antipapa, Clemente VII, dando vita allo Scisma d’Occidente o Grande Scisma. Seppure romanzata, la vicenda rispecchia perfettamente gli avvenimenti storici e i personaggi che vi parteciparono, ma ancora più interessante è la descrizione della vita di un’Urbe lontanissima dai fasti passati e degradata, con la nobiltà e il clero che tentano di vivere in continuità al loro rango e alla loro ricchezza e una plebaglia in mano a pochi caporioni che riesce a condizionare il Conclave. A questi avvenimenti Eymerich partecipa poco, non si lascia coinvolgere perché la sua preoccupazione è un’altra: debellare l’ennesima manifestazione demoniaca, che in questo caso consiste nel tentativo di ripristinare l’antica religione mitraica.

E qui, finalmente, dopo vari accenni negli altri romanzi, c’è una spiegazione più approfondita del perché l’inquisitore consideri Raimundo Lullo un eretico e di come il lullismo possa condurre a deviare dalla vera fede a causa degli influssi sul suo pensiero della cultura araba e di quella ebraica (almeno secondo Evangelisti, che riesce a inserire nel discorso anche il culto di Mithra e un’improbabile commistione tra il simbolo francescano del Tau e la radice di taurus, “toro” in latino, animale sacrificale del mitraismo). La parte ambientata nel futuro – che negli ultimi romanzi Evangelisti ha notevolmente ridotto rispetto ai primi libri – riguarda un personaggio già apparso in precedenti opere, lo scienziato Marcus Frullifer, qui impegnato nella costruzione dell’astronave “psitronica” Malpertuis che avevamo trovato già in viaggio nel primo romanzo della serie, Nicolas Eymerich, Inquisitore (1994). Poi c’è il “fantasma” del titolo, un’entità forse incorporea identica all’inquisitore, un suo doppelgaenger che ne precede e ne condiziona le mosse: non diciamo di più lasciando al lettore il gusto di sbrogliare la matassa.

Valerio Evangelisti aveva fatto morire il suo personaggio con il decimo romanzo, Rex tremendae maiestatis (Mondadori, 2010), ambientato nel 1399, poi a furor di popolo (e per le insistenze dell’editore) lo aveva ripresentato nel 2017 con Eymerich risorge, titolo ingannevole perché non si tratta di una resurrezione ma di una storia ambientata in precedenza, nel 1374. Questo Il fantasma di Eymerich è ambientato nel 1378 e dunque resterebbe spazio per altre avventure, ma molti indizi (tra cui le dichiarazioni di Evangelisti nell’intervista che stiamo per pubblicare) lascerebbero comprendere che si tratta in realtà del capitolo definitivo, per quanto il finale sembrerebbe più aperto. In attesa di scoprire come evolverà la faccenda godiamoci questo.

Sempre in argomento vogliamo però segnalare un altro volume, il bel saggio di Alberto Sebastiani Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti da poco pubblicato da Odoya (pp. 249, € 18 stampa). Non è certo il primo ad essere dedicato all’autore , ormai oggetto di diverse opere di critica e tesi di laurea (va ricordato Valerio Evangelisti, di Luca Somigli, pubblicato da Cadmo nel 2007), ma è il primo incentrato più specificamente sul suo personaggio più famoso. Sebastiani, pubblicista e docente presso l’università di Bologna, dopo aver analizzato brevemente le altre opere di Evangelisti si concentra sull’inquisitore esaminando tutti i romanzi e i racconti e quelle che definisce “estensioni”, che potremmo anche chiamare con un termine ormai entrato nell’uso, spin-off: racconti fuori dal canone principale, fumetti, scritti di altri autori che hanno preso in prestito il personaggio, eccetera. L’analisi comprende anche il romanzo qui recensito, che deve evidentemente aver letto in anteprima. Successivamente affronta il problema delle fonti cui Evangelisti attinge, dagli stilemi della narrativa popolare all’impegno politico, ed esamina Eymerich sotto il profilo psicologico, interrogandosi infine sui motivi per cui piace ai lettori. Una disamina puntuale e precisa, assolutamente condivisibile, di un personaggio e di un autore diventati meritatamente di culto.

 

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha recensito anche Eymerich risorge, e pubblicherà oggi un’intervista.

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I nostri libri dell’anno

E sottolineiamo nostri. Nessuna pretesa di oggettività; nessuna pretesa di compilare graduatorie o proclamare vincitori. Magari il vero Libro dell’Anno, quello che passerà alla Storia (con la S maiuscola), non è nessuno di quelli indicati in questa pagina; magari è un libro ignorato dalla critica; o forse no. 

Tutt’altro il nostro intento. Semplicemente per il giorno di Natale abbiamo pensato di fare un regalo ai nostri lettori: una ricca serie di consigli di lettura. Per questo abbiamo chiesto a tutti i nostri collaboratori di indicare quale fosse stato il loro libro dell’anno; quello, tra i libri letti, che li aveva colpiti di più, indipendentemente dal fatto di averlo recensito o meno per PULP Libri. Unico vincolo, che fossero opere pubblicate nel corso dell’anno, non ristampe. Ne è uscita una lista quantomai ricca e variegata; che del resto riflette un po’ lo stile della nostra Rivista, aperta a diversi concetti di letteratura, di stile, di lettura. Qualcuno, come vedrete, ha ritenuto di indicare un solo titolo; altri hanno indicato quelli che secondo loro sono il miglior libro di narrativa e il miglior saggio del 2018. Qualcuno ha anche voluto aggiungere un breve commento.

Buona lettura, quindi…

Silvia Albesano
Antonella Anedda, Historiae, Einaudi

«Pensarci senza pelle rende buoni.
Per il paradiso forse non c’è strada migliore
che ritornare pietre, saperci senza cuore.»

Silvia Arzola
Bernard Quiriny, L’affare Mayerling, L’orma editore

Carlo Baghetti
Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, Edizioni Alegre

«Lo scrittore, con un gran lavoro sulla lingua e sulla forma (tra romanzo e inchiesta), racconta un mondo a tutti noto, quello del calcio, da vari punti di vista, sempre inediti. Più si conosce il calcio e più si resta stupiti della capacità dell’autore di pescare storie nuove e originali, oppure dare una lettura particolare (sempre impegnata, sempre schierata) ad eventi famosi.»

Davide Carnevale
Jeff Vandermeer, Borne, Einaudi

«Dopo la Trilogia dell’Area X, l’autore statunitense continua a mostrarci uno dei possibili futuri della letteratura fantastica, in quella riuscita commistione di scritture dell’immaginario a cui lo stesso VanderMeer ha dato il nome di New Weird

Walter Catalano
Elliott Chaze, La fine di Wettermark, Mattioli 1885

Gioacchino De Chirico
Daniel Mendelsohn, Un’odissea, Einaudi

Giovanni De Feo
Frances Hardinge, La voce delle ombre, Mondadori

Gaetano De Virgilio
Marco Lupo, HamburgLa sabbia del tempo scomparso, Il Saggiatore

Roberto Derobertis
Agota Kristof, Chiodi, Casagrande (poesia)

«Versi spezzati e in bianco e nero da un’Europa dolente. Una poesia abitata dallo sradicamento, dalla delusione e da un’umanità profonda e commovente.»

Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro. Forza lavoro II, manifestolibri (saggistica)

«Nei paesaggi del capitalismo contemporaneo, siamo tutti in alternanza scuola lavoro: ovvero in processi di eterna transizione lavoro/non lavoro, autosfruttamento e valorizzazione, in eterna valutazione.»

Elio Grasso
Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco, Bollati Boringhieri

«“Il passato appare quando vuole, vive come vuole, riesce solo a non morire”. In questa frase prende forma il pensiero che Mary B. Tolusso consegna al romanzo che ho scelto come opera narrativa dell’anno: L’esercizio del distacco, pubblicato da Bollati Boringhieri la scorsa primavera. L’attenzione è dovuta non solo per evidenti meriti compositivi. Nella Trieste immobile e segretamente algida tre ragazzi vivono in un seminario a due passi dal groviglio Balcanico: dentro una vertigine esistenziale che riporta agli odierni ordinamenti, sciupati e rabbiosi, dove la pietà non ha più residenza. Tolusso ha sulla spalla la cinepresa di Bertolucci prestata a una scrittura incommensurabile, in vista dei pericolosi confini innalzati come muri. Le tre anime adolescenti si muovono in frontiere geografiche e mentali, ognuna verso la sua sorte: i loro corpi attraversano gli ultimi decenni del Novecento e giungono agli anni Duemila. In una realtà che neppure le favolose particelle cosmiche – studiate dalla protagonista per darsi ragione delle sfasature spazio-temporali – potranno salvare. È la legge di questo romanzo: l’amore incondizionato e frontale verso gli sbalzi irresponsabilmente fortificati dei punti cardinali.»

Mariasilvia Iovine
Marcello Introna, Castigo di Dio, Mondadori

Martyna Kander
Zerocalcare, Macerie prime: Sei mesi dopo, Bao Publishing

Lorenzo Mari
Andrés Barba, Repubblica luminosa, La Nave di Teseo

Elisabetta Michielin
Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi, La nave di Teseo

Marco Renzi
Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante, Il Mulino

Valentina Marcoli
Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, Exòrma edizioni

Marco Petrelli
C. E. Morgan, Lo sport dei Re, Einaudi

«Il più potente, maestoso e originale apporto al Southern gothic degli ultimi anni.»

Stefano Rizzo

Hideshi Hino, Hell baby, Dynit

«Storia senza paragoni per l’incredibile durezza, lo sconfinato dolore ma anche una poesia al di là di ogni retorica che il tratto dell’autore riesce a comunicare al lettore con fisicità ed icasticità unica»

Carlo & Enrico Vanzina, Artigiani del cinema popolare , a c. di Rocco Moccagatta, Bietti (saggistica)

 

«Attraverso un’intervista fiume tra le più belle e approfondite mai fatte ad autori italiani e in una serie di ottimi saggi brevi si può capire (tra le altre molte cose) cosa sia (stato) fare cinema dagli anni settanta ad oggi e anche qualcosa in più sul nostro paese.»

Umberto Rossi
William Vollmann, I fucili, minimum fax (narrativa)


Thanh Nguyen Viet, Niente muore mai, Neri Pozza (saggistica)


«Terzo volume della monumentale serie Sette sogni, I fucili è un iceberg narrativo, misto di romanzo storico, memoriale, saggio: una spedizione non solo mentale tra i ghiacci dell’Artico, e la ricostruzione della disastrosa impresa di Franklin e delle sue navi. Colpisce al cuore. Quanto a Niente muore mai, finalmente uno sguardo anche vietnamita sulla guerra del Vietnam e su come è stata raccontata.»

Paolo Simonetti
Nick Drnaso, Sabrina, Coconino Press (narrativa)

Philip Roth, Perché scrivere. Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Einaudi (saggistica)

«Come ci insegna ogni anno il Nobel, elargire premi e stilare classifiche letterarie può rivelarsi un’attività insignificante e persino, in certi casi, controproducente. PULP Libri si impegna da anni a proporre consigli di lettura spassionati, e come si è letto tra queste pagine il 2018 è stato ricco di uscite valide e importanti. Dal momento che posso indicarne soltanto una per categoria, lo faccio attraverso una scelta emotiva, segnalando due libri che hanno messo in moto l’ingranaggio sempre più restio ad accendersi della mia mente – due opere in cui talento artistico, momento storico ed emozione personale sono entrati in perfetta sintonia, si è sentito uno scatto e qualcosa è cambiato.»

Roberto Sturm
Gilberto Severini, Dilettanti, Fandango Editore

Sara Tosetto
Jesmyn Ward, Salvare le ossa, NN Editore (narrativa)


Siri Hustvedt, Le illusioni della certezza,  Einaudi (saggistica)

…e auguri!

 

 

 

 

 

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Pugno sceglie Eliot


Per la puntata di dicembre dei
Paragrafi d’autore abbiamo invitato una delle più originali scrittrici italiane, Laura Pugno, che si è avventurata da tempo in un territorio al confine tra fantascienza, fantasy e il cosiddetto mainstream. Ci ha spiazzato proponendo come paragrafi d’autore due brani dei Quattro quartetti di Eliot; ma riflettendoci, ci siamo detti che al loro apparire questi poemetti vennero accusati d’essere più prosastici che lirici; e per quanto nel tempo tali giudizi si siano rivelati non del tutto fondati, resta pur vero che queste e altre poesie del grande lirico anglo-americano hanno avuto un grande impatto anche sulla narrativa (basterebbe pensare a quanto eliottiano sia un romanzo come Fiesta di Hemingway). Per cui ben vengano il Vecchio Opossum (come Eliot amava definirsi), e i suoi conclusivi quartetti.

La vecchia edizione Garzanti dei Quattro quartetti di T. S. Eliot, letti per la prima volta vent’anni fa, e piú di venti, nella traduzione di Filippo Donini.

Voi dite ch’io ripeto
qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.
Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,
Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,
Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
Dovete fare la strada della privazione.
Per arrivare a quello che non siete
Dovete andare per la strada nella quale non siete.
E quello che non sapete è la sola cosa che sapete
E ciò che avete è ciò che non avete
E dove siete è là dove non siete.

You say I am repeating
Something I have said before. I shall say it again.
Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
You must go by a way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.

(«East Coker»)

[…]

Mentre leggono, i corpi sono mente, eppure quella mente è anche il collo o le spalle che si indolenziscono, il senso di inquietudine o di eccitazione o di ansia, la proiezione in avanti, il sonno che alla fine prevale o la necessità di andare, il devi scendere. Il mondo esterno che diviene mondo interno. Le volte che hai visto il pubblico respirare quietamente insieme, in attesa, come una cosa fisica lí fuori, hai pensato alla democrazia. Questa è la domanda, la battaglia, della democrazia, che cibo dare a quei corpi/mente, che cibo si prendono.

La domanda della felicità non ha mai cessato di porsi.

La necessità di essere felici in letteratura è direttamente proporzionale all’incapacità di credersi capaci di costruire la felicità nella realtà?

Questa sarebbe una spiegazione semplice. Eppure, anche la letteratura è realtà, e non solo nel realismo. L’Odissea non meno dell’Iliade.

La felicità è conforto, quindi? Molti lo credono, anche in poesia. Ma il mondo non può essere ridotto alla tua casa.

Ancora i Quattro quartetti, sempre da «East Coker»:

La casa è il punto da cui si parte. Man mano che invecchiamo
Il mondo diventa piú strano, la trama piú complicata
Di morti e di vivi. Non il momento intenso
Isolato, senza prima né poi
Ma tutta una vita che brucia in ogni momento
E non la vita di un uomo soltanto
Ma di vecchie pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera a ciel sereno
Un tempo per la sera al paralume
(La sera che si passa coll’album delle fotografie).
L’amore si avvicina piú a se stesso
Quando il luogo e l’ora non importano piú.
I vecchi dovrebbero essere esploratori
Il luogo e l’ora non importano
Noi dobbiamo muovere senza fine
Verso un’altra intensità
Per un’unione piú completa, comunione piú profonda
Attraverso il buio, il freddo e la vuota desolazione,
Il grido dell’onda, il grido del vento, la distesa d’acqua
Della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio.

Home is where one starts from.
The world becomes stranger, the pattern more complicated
Of dead and living. Not the intense moment
Isolated, with no before and after,
But a lifetime burning in every moment
And not the lifetime of one man only
But of old stones that cannot be deciphered.
There is a time for the evening under starlight,
A time for the evening under lamplight
(The evening with the photograph album).
Love is most nearly itself
When here and now cease to matter.
Old men ought to be explorers
Here or there does not matter
We must be still and still moving
Into another intensity
For a further union, a deeper communion
Through the dark cold and the empty desolation,
The wave cry, the wind cry, the vast waters
Of the petrel and the porpoise.
In my end is my beginning.

I versi si distaccano da chi li ha scritti, da tutto il resto – la fede di Eliot mi è estranea, irrecuperabile come ho sperimentato davanti alla morte di qualcun altro, come pure le sue oscure, a volte terribili idee politiche – e restano come frammenti, come statue in rovina, o case, qualcosa di bianco, o pietra, che affiora da un paesaggio nuovamente ricoperto di vegetazione.

(Laura Pugno, In territorio selvaggio, Nottetempo 2018)

Laura Pugno ha pubblicato i romanzi La metà di bosco (Marsilio 2018), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), Sirene (Einaudi 2007, Marsilio 2017), Quando verrai, Antartide (minimum fax 2009 e 2011), La caccia (Ponte alle Grazie 2012). Il suo primo saggio, In territorio selvaggio (Nottetempo), è uscito a novembre del 2018. In poesia: I legni (Pordenonelegge/Lietocolle, 2018), Bianco (Nottetempo 2016), I diecimila giorni: Poesie scelte 1991-2016 (Feltrinelli Zoom 2016), La mente paesaggio (Perrone 2010, in spagnolo Nácar, Huerga y Fierro 2016), DNAct (Zona 2008), Il colore oro (Le Lettere 2007). È in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012). Ha vinto il Premio Campiello Selezione Letterati, il Dedalus, il Frignano per la Narrativa e il Libro del Mare. Co-cura la collana di poesia I domani per Aragno. Dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.

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Non la solita invasione aliena

Liu Cixin, Nella quarta dimensione, tr. Benedetta Tavani, Mondadori, pp. 688, euro 18,00 stampa, euro 7,99 e-book

recensisce FRANCO RICCIARDIELLO

Il romanzo che chiude il ciclo del “passato della Terra” di Liu Cixin, tradotto a ritmo record da Mondadori dopo il successo anche in Italia del primo volume, Il problema dei tre corpi, sembra un catalogo generale di tutte le idee più avanzate della fantascienza mondiale. E c’è veramente tutto: antimateria, volo superluminale, battaglie spaziali, viaggio nel tempo, colonizzazione di altri pianeti, colonie umane in orbita, ibernazione, città del futuro, rallentamento della luce. Sembra quasi che l’autore, il più conosciuto scrittore di fantascienza in Cina, abbia deciso di tirare le somme di un intero genere letterario, forse per ripartire da zero. Non è un mistero che, se nei mercati occidentali la fantascienza è screditata non tanto dalla sua origine pulp quanto da quasi un secolo di pregiudizi editoriali e autocensura degli autori (unica eccezione il Regno Unito), in Asia questo genere possiede un pubblico vasto e affezionato. In Cina, in particolare, il governo centrale sembra scommettere sulla letteratura di genere per trasmettere al pubblico interno un senso di ottimismo verso il futuro. Una ventata di aria fresca in un panorama letterario dominato dal cupo catastrofismo del distopico.

L’estensione della fama di Liu Cixin dalla Cina agli Stati Uniti, e di rimbalzo al mondo intero, è dovuta in parte a uno scrittore americano di origine cinese, Ken Liu, che ha tradotto in inglese il primo volume del ciclo, Il problema dei tre corpi. Cixin, nato nel 1963, è oggi il più conosciuto scrittore di fantascienza in patria, con nove premi Yinhe e addirittura un premio Hugo, il massimo riconoscimento di genere negli USA, assegnato annualmente dalla World SF Society.

Ad accorgersi per prima in Italia del valore di Liu Cixin non è stata la grande editoria: ha preceduto Mondadori la piccola casa editrice Future Fiction di Francesco Verso, che fa un discorso di qualità sulla fantascienza soprattutto non-anglosassone; è del 2016 la traduzione e pubblicazione del commovente racconto «Le bolle di Yuanyuan», uno sguardo verso una Cina sostenibile del futuro prossimo, con un occhi alle problematiche ecologiche.

Chi ha letto i primi due romanzi del ciclo “il passato della Terra” è a conoscenza del tema di fondo: tutto inizia nel primo volume, Il problema dei tre corpi, durante gli anni feroci della Rivoluzione culturale, quando una giovane discriminata per le origini borghesi della sua famiglia decide di prendersi la rivincita perché ha trovato il modo di inviare messaggi a una razza intelligente aliena, che vive su un pianeta a quattro anni luce dalla Terra. Questo provoca il decollo di una flotta d’invasione extraterrestre che impiegherà 450 anni a raggiungere la meta. La razza umana rischia infatti la distruzione in virtù di una logica che regola il rapporto tra civiltà extraterrestri: è la cosiddetta teoria della Foresta Oscura, una sorta di proiezione su scala galattica del principio per cui la miglior difesa è l’attacco.

La civiltà di Trisolaris, vittima di periodiche distruzioni a causa dell’instabilità del proprio sistema stellare, decide infatti di colonizzare il nostro pianeta. L’umanità, minacciata apertamente di sterminio, rimane per secoli nell’angoscia della flotta d’invasione che attraversa lo spazio. Nel frattempo, per impedire lo sviluppo di una tecnologia in grado di organizzare una difesa credibile, i trisolariani trovano il modo di arrestare completamente lo sviluppo scientifico terrestre: e qui Liu Cixin inserisce un’idea stupefacente, le cui implicazioni narrative dominano l’intero secondo volume, La materia del cosmo (ma il titolo originale andrebbe tradotto con l’espressione «la foresta oscura»), dove si mescolano straordinarie ipotesi sull’evoluzione della civiltà umana con ordigni narrativi che partendo da idee scientifiche chiare e semplici innescano nel plot conseguenze straordinarie.

L’arrivo della flotta d’invasione trisolariana dovrebbe infine verificarsi in questo terzo volume, il cui titolo originale andrebbe tradotto come La fine della morte. Giunge infatti al termine la «guerra» tra civiltà che procede con fortuna alterna, con una serie incredibile di colpi di scena, una quantità di personaggi (anche se i più importanti attraversano l’intera narrazione, dal primo all’ultimo volume), e una girandola d’invenzioni che tiene inchiodati alla pagina, e che nella migliore tradizione fantascientifica “massimalista” si prolunga al termine del ciclo narrativo, fino alla fine dell’universo.

Verrebbe da pensare che i fan non possano che sentirsi rivitalizzati da questa profusione di idee, tutte rigorosamente hard, cioè basate sulle scienze esatte, empiriche: invece ecco serpeggiare una certa diffidenza. Le ipotesi di Liu Cixin sono così avanzate, così estreme nelle loro conseguenze narrative da sembrare troppo fantastiche, soprattutto a chi possiede solo un’idea astratta della scienza; si critica la plausibilità di alcune tecnologie, e forse desta sospetto anche la diversità dei personaggi, così positivi rispetto ai tormentatissimi «eroi per caso» dell’Occidente. E questo è un peccato, perché il pregio più grande di questo fantastico ciclo di quasi 2000 pagine totali è proprio la sua alterità, il suo ottimismo di fondo, e il fatto che ogni novum tecnologico-scientifico inserito nella storia provoca effetti credibili sul comportamento dell’umanità; nessuna invenzione futuribile è fine a se stessa: al contrario, il suo influsso sulla civiltà terrestre è ponderato, credibile e perfino auspicabile.

https://www.librimondadori.it/

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Bertante sceglie Miller

Un tempo Alessandro Bertante era una delle firme di PULP Libri, costantemente presente sulla rivista; ma dal 2008 ha iniziato una carriera di scrittore che l’ha portato a pubblicare con Marsilio, Rizzoli e Giunti. Ha accettato il nostro invito a partecipare alla rubrica Paragrafi d’autore scegliendo un brano da Primavera nera di Henry Miller.

La 14a sezione

Sono un patriota: della 14a Sezione Brooklyn, dove sono cresciuto. Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se non come idea, o storia, o letteratura. A dieci anni, fui sradicato dalla mia terra natia e trapiantato in un cimitero, un cimitero luterano, con le tombe sempre in ordine e le corone che non appassivano mai.

Ero però nato in strada e crebbi in strada. «La strada aperta, post-meccanica, dove la più bella e allucinante vegetazione di ferro eccetera»… Nato sotto il segno dell’Ariete, che dà un corpo ardente, attivo, energico e piuttosto inquieto. Con Marte nella nona casa!

Nascere in strada significa vagare per tutta la vita, essere libero. Significa incidente e caso, dramma, movimento. Soprattutto, significa sogno. Un’armonia di fatti irrilevanti che conferiscono una certezza metafisica al tuo vagabondare. Nella strada impari a conoscere le creature umane per quelle che sono; altrimenti te le inventi tu, come del resto ti succede di fare in seguito.

Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura. Niente di ciò ch’è chiamato «avventura» s’avvicina minimamente al gusto della strada. Che tu voli fino al polo o te ne stia sdraiato sul fondo dell’oceano con una pipa d’oppio in mano o abbatta nove città una dopo l’altra o, come Kurtz, risalga navigando il fiume e impazzisca, non ha nessuna importanza. Non importa se la situazione sia eccitante o intollerabile, ci sono sempre vie d’uscita, ci sono sempre miglioramenti, agi, compensi, giornali, religioni. Una volta però non c’era niente di tutto questo. Una volta eri libero, scatenato, assassino.

I ragazzi che hai adorato quando la prima volta sei sceso in strada restano con te per tutta la vita. Sono gli unici veri eroi. Napoleone, Lenin, Capone: tutte fantasie. Per me Napoleone non è niente al confronto di Eddie Carney che mi fece il primo occhio nero.

Non ho mai incontrato nessuno tanto signore, ai miei occhi, e regale e nobile quanto Lester Reardon, che con la sua sola comparsa là in strada ispirava timore e ammirazione. Giulio Verne non mi ha mai guidato nei posti che Stanley Borowski aveva in serbo per quando faceva buio. Paragonato a Johnny Paul, Robinson Crusoe manca di fantasia.

Tutti quei ragazzi della 14a Sezione ancora oggi conservano un loro sapore. Non sono né inventati né sognati: sono veri, verissimi. I loro nomi tintinnano come monete d’oro: Tom Fowler, Jim Buckley, Matt Owen, Rob Ramsay, Harry Martin, Johnny Dunne, per non parlare di Eddie Carney o del grande Lester Reardon.

Be’, ancora oggi quando nomino Johnny Paul i nomi dei santi mi lasciano un cattivo sapore in bocca.

Johnny Paul era la personificazione dell’Odissea della 14a Sezione; che poi in seguito sia diventato camionista è un particolare privo d’importanza.

Prima del grande mutamento nessuno sembrava notasse che le strade erano brutte e sporche. Se le tubature della fogna erano aperte dovevi tapparti il naso. Se ti soffiavi il naso ti ritrovavi mocci neri nel fazzoletto. Ma c’era più pace interiore e soddisfazione.

C’erano il saloon, il campo delle corse, le biciclette, le battone e i trottatori. La vita era ancora un piacere – almeno nella 14a Sezione. La domenica mattina nessuno si vestiva a festa. Se la signora Gorman scendeva giù in strada in vestaglia con gli occhi lappolosi e s’inchinava al prete – «Buongiorno, padre!» «Buongiorno, signora Gorman!» – la strada veniva mondata da ogni peccato. Pat McCarren portava il fazzoletto nel risvolto della coda della redingote: era pratico e ci stava bene, come il trifoglio all’occhiello. Sulla birra c’era la spuma e la gente si fermava a scambiar quattro chiacchiere.

Nei miei sogni ritorno alla 14a Sezione come un paranoico ritorna alle sue ossessioni. Quando penso a quelle navi da guerra grigio acciaio nella darsena militare le vedo galleggiare lì in una dimensione astrologica nella quale io sono cannoniere, chimico, mercante d’esplosivi, imprenditore funebre, giudice inquirente, cornuto, sadico, avvocato e controparte, studioso, inquieto, ignorante e impudente.

(Tr. Attilio Veraldi, pp. 11-13. Prima edizione Feltrinelli, 1968)

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Nina dei lupi (Marsilio, 2011), finalista Premio Strega e vincitore del Premio Rieti, Estate crudele (Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack. Il suo ultimo romanzo è Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti), vincitore del Premio Selezione Campiello. Insegna alla NABA e allo IULM. 

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