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Paragrafi d’autore: Bertante sceglie Miller

Un tempo Alessandro Bertante era una delle firme di PULP Libri, costantemente presente sulla rivista; ma dal 2008 ha iniziato una carriera di scrittore che l’ha portato a pubblicare con Marsilio, Rizzoli e Giunti. Ha accettato il nostro invito a partecipare alla rubrica Paragrafi d’autore scegliendo un brano da Primavera nera di Henry Miller.

La 14a sezione

Sono un patriota: della 14a Sezione Brooklyn, dove sono cresciuto. Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se non come idea, o storia, o letteratura. A dieci anni, fui sradicato dalla mia terra natia e trapiantato in un cimitero, un cimitero luterano, con le tombe sempre in ordine e le corone che non appassivano mai.

Ero però nato in strada e crebbi in strada. «La strada aperta, post-meccanica, dove la più bella e allucinante vegetazione di ferro eccetera»… Nato sotto il segno dell’Ariete, che dà un corpo ardente, attivo, energico e piuttosto inquieto. Con Marte nella nona casa!

Nascere in strada significa vagare per tutta la vita, essere libero. Significa incidente e caso, dramma, movimento. Soprattutto, significa sogno. Un’armonia di fatti irrilevanti che conferiscono una certezza metafisica al tuo vagabondare. Nella strada impari a conoscere le creature umane per quelle che sono; altrimenti te le inventi tu, come del resto ti succede di fare in seguito.

Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura. Niente di ciò ch’è chiamato «avventura» s’avvicina minimamente al gusto della strada. Che tu voli fino al polo o te ne stia sdraiato sul fondo dell’oceano con una pipa d’oppio in mano o abbatta nove città una dopo l’altra o, come Kurtz, risalga navigando il fiume e impazzisca, non ha nessuna importanza. Non importa se la situazione sia eccitante o intollerabile, ci sono sempre vie d’uscita, ci sono sempre miglioramenti, agi, compensi, giornali, religioni. Una volta però non c’era niente di tutto questo. Una volta eri libero, scatenato, assassino.

I ragazzi che hai adorato quando la prima volta sei sceso in strada restano con te per tutta la vita. Sono gli unici veri eroi. Napoleone, Lenin, Capone: tutte fantasie. Per me Napoleone non è niente al confronto di Eddie Carney che mi fece il primo occhio nero.

Non ho mai incontrato nessuno tanto signore, ai miei occhi, e regale e nobile quanto Lester Reardon, che con la sua sola comparsa là in strada ispirava timore e ammirazione. Giulio Verne non mi ha mai guidato nei posti che Stanley Borowski aveva in serbo per quando faceva buio. Paragonato a Johnny Paul, Robinson Crusoe manca di fantasia.

Tutti quei ragazzi della 14a Sezione ancora oggi conservano un loro sapore. Non sono né inventati né sognati: sono veri, verissimi. I loro nomi tintinnano come monete d’oro: Tom Fowler, Jim Buckley, Matt Owen, Rob Ramsay, Harry Martin, Johnny Dunne, per non parlare di Eddie Carney o del grande Lester Reardon.

Be’, ancora oggi quando nomino Johnny Paul i nomi dei santi mi lasciano un cattivo sapore in bocca.

Johnny Paul era la personificazione dell’Odissea della 14a Sezione; che poi in seguito sia diventato camionista è un particolare privo d’importanza.

Prima del grande mutamento nessuno sembrava notasse che le strade erano brutte e sporche. Se le tubature della fogna erano aperte dovevi tapparti il naso. Se ti soffiavi il naso ti ritrovavi mocci neri nel fazzoletto. Ma c’era più pace interiore e soddisfazione.

C’erano il saloon, il campo delle corse, le biciclette, le battone e i trottatori. La vita era ancora un piacere – almeno nella 14a Sezione. La domenica mattina nessuno si vestiva a festa. Se la signora Gorman scendeva giù in strada in vestaglia con gli occhi lappolosi e s’inchinava al prete – «Buongiorno, padre!» «Buongiorno, signora Gorman!» – la strada veniva mondata da ogni peccato. Pat McCarren portava il fazzoletto nel risvolto della coda della redingote: era pratico e ci stava bene, come il trifoglio all’occhiello. Sulla birra c’era la spuma e la gente si fermava a scambiar quattro chiacchiere.

Nei miei sogni ritorno alla 14a Sezione come un paranoico ritorna alle sue ossessioni. Quando penso a quelle navi da guerra grigio acciaio nella darsena militare le vedo galleggiare lì in una dimensione astrologica nella quale io sono cannoniere, chimico, mercante d’esplosivi, imprenditore funebre, giudice inquirente, cornuto, sadico, avvocato e controparte, studioso, inquieto, ignorante e impudente.

(Tr. Attilio Veraldi, pp. 11-13. Prima edizione Feltrinelli, 1968)

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Nina dei lupi (Marsilio, 2011), finalista Premio Strega e vincitore del Premio Rieti, Estate crudele (Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack. Il suo ultimo romanzo è Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti), vincitore del Premio Selezione Campiello. Insegna alla NABA e allo IULM. 

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In morte di Stan Lee

ricorda GIUSEPPE GENNA
Allora a nove anni io rubo una sigaretta dei Monopolio di Stato dal borsello in finta pelle di mio papà nell’anticamera tenebrosa, in fondo, verso la porta, nell’attaccapanni modellato in legno come un manichino di Savinio De Chirico e corro nella stanza di mia sorella e mia, oltre il poster del pittore di persone grasse rotonde esagerate Botero, un torero nell’arena circolare piccolina essendo lui enormemente tondo a toni morbidi, e verso il poster del funerale di Palmiro Toglietti del pittore del PCI Renato Guttuso, è mattina molto presto nella città cromata Milano, in questo evento di sabbia e sangue incrostato che è l’appartamento, la mia famiglia, io – e mastico la sigaretta. Succhio il tabacco, lo sminuzzo, muovo male la mascella, la lingua si irrita gonfiandosi, le sostanze tossiche sono assorbite, la saliva abbonda, la ptialina lavora la tossina, è tutto un metabolismo! Ecco la febbre. Se mastichi tabacco, viene oltre 37°, è un trucco che si tramanda, l’alito emana febbre e sentore di tabacco che si sputa in certe tabacchiere con la calce dentro, annullandone il puzzo, è un acido amaro, un whiskey sbagliato, degli adulti nelle case ricche patrizie moderne americane del nord, vetrate al posto delle pareti, blended e sigaro con le piscine notturne fuori in quelle ville di uno strano Le Corbusier: tutto il tabacco è questo. La febbre cresce. Scotto. Viene a provarla la madre, la tumultuosa madre, bianca, renitente, mio padre cupamente è uscito con il borsello verso il lavoro impiegatizio comunale nella giunta rossa di Carlo Tognoli. Sembra, io, che deliri. Il tabacco ha alzato le temperature interne, accelerando gli organi. E’ un tempo umanamente che esiste, lungo, di una lentezza fatta dalla meccanografia dei tempi, dei lavori di quel tempo. L’automobile è pesante, sono pesanti. Sono pesanti le prediche delle Pie Donne all’inizio dell’ora scolastica, dove non vado perché ho la febbre, sopra 38°, la madre è stata ingannata, mia sorella mi invidia l’influenza e va verso le Pie Donne iniziali della preghiera all’inizio delle lezioni alle elementari, accompagnata da mia mamma. Tumultuosamente sto, solo nella casa cupa, dentro il letto ravvolto, da lenzuoli diacci e intrisi, di sudore, di tabacco. Ogni febbre era “cavallina”. Sei nel centro di un cosmo diaccio, intriso di rocce e fatuità, umane non prevalentemente, o immagini di febbre che infuocate dalla carta velina alzano i loro propositi nell’aria, carta velina incendiata. Torna la mamma, ha accompagnato nella scuola fatta dal Duce mia sorella piccina, con le gambe magre e le braccia piccoli legnetti, molto magra e sul labbro inferiore la bolla di saliva che splende, aurea. Mia sorella. Mia sorella è una bambina di grande ingegno a cui la sera fa sempre male la gamba per motivi di stanchezza e anemia mediterranea, una malattia sconosciuta che parte dalla Sardegna e invade tutto il Mediterraneo. Non ha mai problemi ai denti, carie. Si veste molto compitamente e ha una forte componente di socializzazione e altri giudizi scolastici così. La mamma rientrando si è fermata all’edicola, fatta di metallo pesante verde, ha acquistato i giornaletti, i Vendicatori l’Uomo Ragno i Fantastici QuattroLa VisioneSilver SurferHawk Iron Man e altri, perché io ho la febbre, per farmi passare il tempo. Allora una nuova febbre mi sale dentro, encefalica, nelle immagini in quella carta non patinata, cotta, dei giornaletti di un tempo, fatto precipuamente da questo Stan Lee che li inventa tutti, li disegna e li inventa e scrive i fumetti, un uomo tipo Burt Reynolds ma con i capelli rossicci, quindi ha i baffi, e gli occhiali, enormi. Genialmente inventa per tutti tutto, noi e gli altri, ovunque nella vita sul pianeta Terra. Negli spazi siderei accadono le cose, divinità né maschili o altro, ciclopicamente grandi da occupare settori del cosmo diaccio e intriso di robotica e demiurghi, di salinità delle terre e esopianeti che posso immaginare grazie a Stan Lee. La zia di Peter Parker è una nonna, non è una zia, ha lo scialle viola, il vestito verde e rammenda come una catanzarese e è a New York. Goblin nel numero trentasette appare con uno skateboard mostruoso meccanico nel cielo di New York. Ovunque escono colori nuovi, nell’ispirazione immaginata di Stan Lee. Ci sono i ciechi tipo Devil contro Bruce con un cognome straniero che diventa Hulk, diventerà Lou Ferrigno, trascorrendo gli anni, con dei capelli anni Ottanta spumosamente inadatti ai supereroi della Marvel, che ha inventato Stan Lee! Ha inventato anche la Marvel! Stan Lee inventa tutto, sui tovaglioli, riportando in redazione un supereroismo umano dal volto umano, problemi di tutti i giorni, lontano dalla semiotica e dagli adulti, solo per noi. Mentre Goldrake grida dentro il televisore, non lo ha inventato Stan Lee, ma i giapponesi che si oppongono a Stan Lee. La febbre cala. Voglio scrivere un libro sulla Visione, ma non me lo permettono nel 1996. Ieri è morto.
Stan Lee, 28 dicembre 1922 – 12 novembre 2018
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Naila di Mondo9, o la ruggine dell’entropia

Dario Tonani e lo stato dell’arte nella fantascienza italiana

riflette FRANCO RICCIARDIELLO

Ad anni di distanza dal successo della serie dell’inquisitore Eymerich (e ricordiamo che Mondadori fu colta assolutamente di sorpresa dall’inatteso risultato di vendite di Valerio Evangelisti nella collana da edicola Urania), la casa editrice di Segrate ha deciso di investire nuovamente in un’operazione sulla fantascienza italiana.

È noto che in Italia questo genere è da sempre considerato figlio di un dio minore: letteratura d’evasione nel migliore dei casi, altrimenti innocuo divertissement per nerd. L’atteggiamento di sufficienza degli addetti ai lavori e il pregiudizio del pubblico trovano per ironia riflesso in un comportamento autolesionista degli appassionati: la sindrome del ghetto, per cui i fan si considerano come gli illuminati profeti del genere letterario che più fa ricorso al sense of wonder, in un circolo vizioso che vede migliaia di aspiranti autori dilettanti venerare i grandi nomi della fantascienza anglosassone e snobbare, al tempo stesso, gli autori italiani. Si recrimina continuamente la mancanza di opportunità di pubblicazione in Italia, e poi si continuano a leggere autori stranieri. Questo non significa che si debba nutrire un’anacronistica preferenza (che sa un po’ troppo d’autarchia…) per i pochi autori italiani che giungono alla grande distribuzione editoriale, ma almeno consideriamo con attenzione quello che succede nel cortile di casa.

Nel corso di una presentazione pubblica a Milano in occasione di Stranimondi 2018, che è ormai diventata la principale manifestazione italiana dedicata alla fantascienza, Franco Forte e Marco Rana, lì a rappresentare Mondadori, hanno messo in chiaro che questo non è l’avvio di un un’operazione editoriale sulla fantascienza italiana, bensì di un’incursione spot. Stupisce, date queste premesse marcatamente commerciali, che si stia parlando di un testo come questo Naila di Mondo9 di Dario Tonani (Mondadori, pp. 310, euro 11,90 stampa, euro 7,99 ebook), scelta tutt’altro che scontata, perché si tratta di un’opera non facile da costringere nei parametri di un best seller.

Dario Tonani, milanese, classe 1959, si è fatto tutta la gavetta dell’autore di science-fiction, a partire da pubblicazioni su oscure fanzine fotocopiate, passando per riviste semiprofessionali in abbonamento e antologie con racconti di più autori, fino a giungere finalmente, circa dieci anni fa, a Urania. Naila di Mondo9 recupera la fortunata ambientazione di questo pianeta extrasolare, Mondo9, interamente ricoperto da un deserto di sabbia, popolato da giganteschi animali di stazza simile ai cetacei e attraversato da una flotta di migliaia di navi che hanno una parte importante nell’economia del pianeta. Tutte le precedenti avventure di Mondo9 sono state raccolte in un Millemondi, l’omnibus che affianca periodicamente Urania in edicola: e questo risulta essere il più venduto in versione eBook (ed è, va detto, l’unico Millemondi dedicato a un singolo scrittore italiano).

Il clima imprevedibile e brutale di Mondo9 rende l’oceano di sabbie simile a un mare terrestre, perché la violenza dei venti è tale da spostare le dune come onde. Le navi di Mondo9 hanno due caratteristiche principali: poiché derivano da una certa estetica steampunk che animava soprattutto i primi episodi del ciclo, utilizzano combustibile fossile e si muovono su ruote; in secondo luogo, sono esseri semi-viventi che possiedono, fino a un certo punto, una propria personalità, governata dal Comandante, e inoltre a partire da questo romanzo manifestano anche un’attività sessuale.

La protagonista principale del romanzo, la quarantatreenne Naila, è l’unico Comandante donna di Mondo9; tra i motivi principali della vicenda c’è l’interessante parallelismo tra la gravidanza di Naila e l’attività sessuale della sua nave, la Syraqq, il cui interesse «carnale» si risveglia dopo un periodo di stasi.

Non so fino a che punto Tonani abbia avuto carta bianca, e dove si sia spinto l’editing che, ad ascoltare la conferenza di Stranimondi, si è articolato in più fasi e con diversi editor; mi piace tuttavia pensare che i molti pregi del romanzo siano farina del sacco dell’autore, e i pochi difetti facciano parte di una strategia commerciale che prevede alcune caratteristiche irrinunciabili per un’opera di fantascienza — le stesse che, secondo chi scrive, la condanneranno ancora ad esser vittima dei preconcetti del grosso pubblico. Ma andiamo con ordine, perché la questione è complessa, e smentisce l’apparente semplicità di un testo che ha la forma esteriore di un’avventura steampunk.

Punto primo, l’ambientazione. Non può esserci dubbio sul fatto che questa operazione editoriale è stata decisa in virtù dell’originalità del mondo inventato da Tonani; sulle scarne premesse ambientali di cui ho parlato prima, l’autore ha sviluppato una filosofia estetica coerente, complessa e misteriosa, che richiede una buona dose di sospensione dell’incredulità, come la miglior tradizione della fantascienza d’avventura. Non è solo questione del pianeta impossibile, Mondo9, ma di un’intera cosmogonia rigidamente meccanicista, che possiede caratteri indimenticabili. A questo proposito, segnalo anche le straordinarie tavole ispirate a Mondo9 e disegnate da Franco Brambilla nel volume The Art of Mondo9 (2016), che mettono in risalto la forza visionaria dell’universo di Tonani.

La chiave per comprendere Mondo9 è il metallo. Non i metalli, dato che non c’è differenziazione nell’universo di Naila: si tratta di una lega simile all’ottone, deformabile se sottoposta a determinate forze. Il metallo è un’immagine semplice e immediata, alla quale Tonani attribuisce una serie di motivi narrativi. È l’ultimo stadio di una malattia devastante e dalla mortalità elevata, il Morbo, che trasforma progressivamente la carne umana in inorganico. Chi ha la «fortuna» di sopravvivere si trova trasformato in mechardionico, un guscio vuoto in forma umana, che può riprendere vita se in un apposito sportello intercostale viene inserito un cuore umano (o anche più d’uno), strappato mentre ancora batte. Il mechardionico vive un’impossibile semi-vita, favorita dalla vicinanza al metallo e gravemente compromessa dall’acqua, veicolo di ruggine. Tale è l’importanza dell’elemento metallico che una Gilda degli Avvelenatori custodisce i segreti chimico-fisici dei rapporti con l’inorganico; un Avvelenatore, la cui presenza è prevista nell’equipaggio di ogni nave, è in grado di «amministrare la morte al metallo», e al tempo stesso curare le patologie delle navi.

L’altro thread principale della trama è il tentativo segreto dell’Avvelenatore della Syraqq di impossessarsi del cuore di Naila per dominare il mondo; anch’egli infatti crede che l’unica Comandante donna sia la predestinata dalla profezia a dominare la Grande Onda, il colossale muro di sabbia che devasta periodicamente la civiltà di Mondo9.

A differenza di quanto si potrebbe immaginare, la vicenda non è ambientata tutta sul mare di sabbia, bensì quasi sempre nella grande città capitale di Mecharatt: un anarchico assemblaggio di parti sparse, cresciuta per accumulazione caotica, lurida come recita il suo soprannome, affollata di moli con migliaia di navi all’attracco. Vista dall’alto, Mecharatt ha la forma di una spirale levogira, o di un numero 9 visto allo specchio. È qui che si intrecciano le linee narrative dei vari personaggi, destinate naturalmente a confluire lungo il percorso.

Non dirò altro sulla trama, non solo per evitare spoiler ma soprattutto perché non rappresenta certo la forza di questo romanzo insolito, che possiede un fascino difficile da definire, in bilico tra avventura e postmoderno, appena inquinato da elementi fortemente kitsch — come per esempio l’insistenza sull’attività “sessuale” delle navi, che in certi passaggi risulta imbarazzante. Mi interessa invece spostare l’attenzione su due elementi caratteristici.

Il primo è la considerazione, non secondaria, che Mondo9 è un pianeta alieno, e che non è quindi scontato che i personaggi siano esseri umani in senso «terrestre». Nel corso della presentazione a Stranimondi, Tonani ha giustamente fatto notare che nella sua fantascienza non esistono alieni, nel senso che non gli interessa quel diffuso tópos della fantascienza che ha per protagonisti esseri extraterrestri. Questo però non deve farci dimenticare che Mondo9 è un pianeta alieno, dove la vita, anche se «importata» dalla Terra, si è evoluta secondo vie determinate da questa alterità. Voglio pensare sia questo il motivo per cui i personaggi soffrono una singolare forma di anaffettività; credo sia significativo il fatto che Naila abbia una relazione con un mechardionico, e che la continua perdita di vite umane, non solo marinai della Syraqq ma anche personaggi di primo piano, scorra via come in uno di quei film di Hollywood in cui i cadaveri si ammucchiano a dozzine, però alla fine ciò che conta è l’incolumità del protagonista. Anche questo aspetto, secondo me, si inscrive nel meccanicismo alienato della vita su Mondo9: non è un’omissione pensata in funzione del target di lettori, nel caso qualcuno ritenga erroneamente che si tratti di uno young adult, bensì una conseguenza inevitabile delle scelte stilistiche dell’autore.

Il secondo elemento è una peculiare forma di horror vacui che mi appare come una reazione alle sconfinate distese vuote di un mondo di sabbie. Tonani sembra riempire le pagine di quello che Philip K. Dick battezzò, con una fortunata invenzione linguistica, kipple: una spazzatura composita che si moltiplica anche senza diretto intervento umano, e che un giorno saturerà il mondo; una chiara metafora dell’entropia. Il kipple è composto di oggetti inutili, immondizia, scarti che sembrano riprodursi in autonomia. Ecco, ogni interstizio di questo romanzo è riempito di una varietà di kipple, a cominciare dai rugginatti, le creature meccaniche autoassemblate che vivono sulle navi, per continuare con i magazzini abbandonati e pieni di ciarpame, i pavimenti ingombri di rifiuti, i pezzi di ricambio casuali prodotti dalle «uova», persino i lumigechi che vivono nel sottoscocca delle navi — il tutto impastato con il kipple per eccellenza di Mondo9: la ruggine, ultimo stadio di una rapida entropia che mangia i metalli, secondo un ciclo organico-inorganico-vuoto, cioè umano-morbo-mechardionico-ossidazione-ruggine.

Comunque, al netto di tutte queste considerazioni, concludo con una constatazione: Mondo9 è destinato a insediarsi a lungo nella memoria del lettore.

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Arona sceglie Du Maurier

Danilo Arona è un vecchio amico di PULP Libri, che ogni tanto ci dà una mano a recensire qualche novità; ci fa piacere averlo come ospite della nostra rubrica, anche perché ci ha sorpreso scegliendo paragrafi tratti da un celeberrimo racconto di Daphne Du Maurier, «Gli uccelli», dal quale è nato uno dei più inquietanti e surreali film di Alfred Hitchcock.

In primavera gli uccelli volavano verso l’entroterra, risoluti, determinati: sapevano dove erano diretti e il ritmo e i rituali della vita non tolleravano ritardi, In autunno quelli che non erano ancora migrati oltreoceano ma erano rimasti per l’inverno venivano catturati dalla medesima smania di viaggiare, ma poiché la migrazione era loro negata seguivano un percorso tutto particolare. Arrivavano sulla penisola a grossi stormi, irrequieti, agitati, consumando le energie nel continuo movimento; ora volteggiavano, disegnando cerchi nel cielo, ora si posavano per mangiare sul fertile terreno arato, ma anche allora era come si cibassero senza fame, senza desiderio. L’inquietudine li sospingeva di nuovo in volo.1

L’irrequieta sollecitazione dell’autunno, esasperante e triste, aveva gettato un incantesimo su di loro e li obbligava ad aggregarsi, volteggiare, gridare: dovevano ubriacarsi di moto, prima che arrivasse l’inverno. Forse, pensava Nat masticando rumorosamente il suo pasticcio sull’orlo della scogliera, in autunno gli uccelli ricevono un messaggio, una sorta di avvertimento; l’inverno sta arrivando. Molti muoiono e si comportano come le persone che, timorose di una morte prematura, si buttano nel lavoro o impazziscono.2

«Sì» gli rispose il contadino, «ci sono in giro più uccelli, me ne sono accorto anch’io. E alcuni sono coraggiosi, non si preoccupano del trattore. Un paio di gabbiani mi si sono talmente avvicinati alla testa, questo pomeriggio, che ho pensato volessero portarmi via il cappello! E dirò di più, quasi non riuscivo a vedere quel che facevo mentre mi volavano attorno e avevo il sole negli occhi. Ho l’impressione che cambierà il tempo. Sarà un inverno duro, ecco perché gli uccelli sono irrequieti.»3

Nat accese una candela, ma quando aprì la porta della camera da letto per andare in corridoio una corrente d’aria spense la fiamma. Udì un secondo grido di terrore, questa volta di entrambi i bambini, e precipitandosi nella loro stanza sentì un battito d’ali intorno a sé nell’oscurità. La finestra era spalancata e gli uccelli entravano, sbattendo dapprima contro il soffitto e le pareti e poi deviando e buttandosi sui bambini nei loro letti.4

La luce fredda e grigia del mattino inondava la stanza. L’alba e la finestra avevano richiamato gli uccelli ancora vivi, mentre quelli morti giacevano sul pavimento. Nat fissò i cadaveri, scosso e inorridito. Erano tutti uccelli piccoli, nessuno di grosse dimensioni, e dovevano essere una cinquantina quelli finiti a terra. C’erano pettirossi, fringuelli, passeri, cinciallegre, allodole e peppole, animali che per legge di natura rimanevano in seno al loro stormo e nel loro territorio e che ora, aggregandosi nella smania di combattere, si erano uccisi contro le pareti della stanza o erano stati uccisi da lui nella lotta. Alcuni avevano perso le piume, altri avevano del sangue, il suo sangue, sul becco. Nauseato, Nat andò alla finestra e guardò i campi che si stendevano oltre il suo giardinetto. L’aria era fredda e pungente e il terreno appariva duro e gelato; non era brina che risplende nel sole del mattino, ma il gelo nero che porta il vento di levante. Il mare, più furioso per il cambiamento della marea, spumeggiante e profondo, si frangeva con violenza nella baia. Non un solo passero cinguettava al di là del cancello, non una tordella o un merlo mattiniero becchettava l’erba in cerca di vermi: non c’era alcun rumore tranne quello del vento e del mare.5

L’inverno più nero era arrivato tutto in una notte.6

Si levavano e ricadevano nel solco delle acque, sfidando il vento, come una poderosa flotta ancorata in attesa della marea. Verso est e verso ovest, erano dappertutto. Si vedevano a perdita d’occhio, schierati in formazioni compatte, una fila dopo l’altra. Se il mare fosse stato calmo avrebbero ricoperto la baia come una nuvola bianca, testa contro testa, un corpo appiccicato all’altro. Solo il vento di levante, sollevando i frangenti, li nascondeva dalla riva.7

Qui Londra. Lo stato di emergenza è stato proclamato alle quattro del pomeriggio in tutto il paese. Ovunque si stanno prendendo le necessarie misure per salvaguardare la vita e i beni della popolazione ma, in seguito alla natura imprevista ed eccezionale degli eventi che si stanno verificando, risulta difficile porle in atto immediatamente. Si raccomanda a ogni famiglia di prendere gli opportuni provvedimenti per la propria casa e nei luoghi in cui diverse persone vivono assieme, come negli appartamenti, si consiglia di rimanere uniti e di fare il possibile per impedire agli uccelli di entrare. È assolutamente indispensabile che tutti rimangano in casa, stanotte, e che nessuno esca in strada o rimanga in luoghi aperti. Gli uccelli, a gruppi molto numerosi, attaccano chiunque sia in vista e hanno già iniziato l’assalto a edifici che, con le dovute precauzioni, dovrebbero risultare impenetrabili. La popolazione è invitata a mantenere e a non lasciarsi prendere dal panico. A causa della natura straordinaria dell’emergenza, non sarà trasmesso alcun programma da nessuna stazione sino alle sette di domattina.8

(«Gli uccelli», da Gli uccelli e altri racconti, tr. Marina Vaggi, Il Saggiatore, 2008)

Danilo Arona, giornalista e scrittore, a partire dal 1978 ha pubblicato con Mondadori, Longanesi, Corbaccio, Marco Tropea Editore, Dario Flaccovio, Gargoyle Books, Meridiano Zero, Delos e INK. Tra i suoi libri: Satana ti vuole, Possessione mediatica, Vien di notte l’uomo nero – Il cinema di Stephen King, La maledizione della croce sulle labbra (con Edoardo Rosati), L’estate di Montebuio, Land’s End – Il teorema della distruzione (con Sabina Guidotti) e L’oscuro bagliore dell’uomo nero (in uscita, ancora con Rosati). Ha scritto – tra l’altro – per La Stampa, Focus, Primo Piano, Pulp, così come per riviste di cinema e letteratura di genere quali Robot, Aliens, Cinema & Cinema, HorrorMania e FilmTV.

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Giuseppe Genna su Franz Kafka

A commento della sua scelta di tre brevissimi scritti di Franz Kafka pubblicati ieri sul nostro sito, Giuseppe Genna ci ha fatto avere anche un breve testo sullo scrittore boemo, che siamo ben lieti di presentarvi.

Che cosa possiamo dire, che cosa possiamo scrivere ancora di Kafka? Più di quanto si è pensato e scritto, più di quello che si è voluto canonizzare a forza? Si è verificato un dispendio antikafkiano di parole e atti ermeneutici, per isolare lo scrittore praghese (praghese? O tedesco o austriaco o mitteleuropeo o cosmopolita o universale?) in una figurazione definitiva e definitivamente deflagrata del successo letterario e umanistico, grazie a cui le stente righe dei racconti e dei cosiddetti romanzi (romanzi?) avrebbero imposto una norma del dire, del pensare, del fare. Il Novecento è in grande parte Kafka e su ciò non sembra nutrire dubbi anche l’ultimo degli interpreti.

Ciò che colpisce è tuttavia il fallimento di Kafka, ovvero il suo compimento: chi ha imitato Kafka? Qual è il nome della sua continuatrice o del suo continuatore? Come si disarma la macchina narrativa kafkiana, quell’inattesa comorbilità tra scrittura e patologia logica, che ha istituito appunto un canone con un unico canonizzato, quasi che si potesse esaltare la santità attraverso un solo santo? Kafka è lo scrittore degli scrittori, così come Francesco il santo dei santi? Quale chiesa è chiamato a ricostruire il dolicocefalo che spira a Kierling?

Non vedo disponibili a una simile opera strutture templari, che possano accogliere le sue spoglie o essersi erte grazie al suo scalpellare stilisticamente incongruo, nonostante Kafka abbia affrontato un po’ ovunque la templarietà stessa. Profano rispetto all’agglutinarsi della proiezione che crea l’impressione del sacro, iconoclasta che distrugge qualunque rapporto col simbolico ma soltanto eiettando senza requie infiniti simboli, tutti emittenti un’indecifrabilità cinese o anticoegizia, Kafka è anzitutto il suo impatto. Cosa avvertiamo noi, che lo leggiamo a distanza di tempo e spazio, nonostante i tentativi forzosi di spiegare o contenere quell’impressione istantanea e preverbale, con cui le sue narrazioni e i suoi finiti aforismi danno il colpo all’occipite e all’osso frontale e allo sterno e alla vista di chi entra in contatto con loro – pronome che vale per persone, precisamente, e non per entità disanimate?

Il fenomeno della vita vivente in Kafka sta tutto lì: fermarsi a sentire il sordo trauma, il rimbalzo decisivo che impone indistinguibilmente la sua prosa quanto il suo esserci, il suo esserci stato in carne e ossa, feribile, dentro una vita attentabile. Per essere colpiti, dobbiamo in qualche modo avere bloccato, anche del tutto vanamente, il colpo stesso: avevamo un occipite, avevamo uno sterno, un tessuto cardiaco, un’epidermide, sbrecciati dalla forza del proiettile.

È questa traumatologia kafkiana che da decenni non sembra più perseguita, letterariamente, letteralmente, dagli autori che modulano le lingue occidentali e stanno risultando progressivamente incapaci di vita onirica e di vibrante ipersensibilità agli spigoli della realtà che essi stessi sono e che preme loro addosso. (Da questo punto di vista, che è molto laico e intollerabilmente idiosincratico, ravvedo nel Don DeLillo successivo a Underworld il continuatore, l’erede incerto e schivo, l’equivoco ambulante che batte le suole su quella via dei canti in pieno deserto, che Kafka ha descritto attraverso pavimentazioni borghesi e nevi, doline terragne e superfici fluviali). Il mondo si solleva in Kafka a mostrarci il pugno e a colpirci in piena fronte! Come si potrà restare esanimi, davanti agli esclamativi, a cui è abolito l’utilizzo del punto esclamativo? Kafka statuisce una nuova sintassi universale? La sua parola abolisce l’oralità, anche quella intrapsichica? Come possiamo persistere, abbandonati da subito e per sempre, senza madri né padri, in questo attentato kafkiano al mondo? Era dunque un Gavrilo Princip qualunque? E’ sempre una guerra mondiale novecentesca a rimbombare nelle fumisticherie essenziali di questo ipocondriaco, che ha ben ragione di temere la propria malattia?

Subiamo il colpo. Chi siamo, mentre il colpo impatta su di noi, in noi?

Le sue parole sembrano leggibili e non lo erano: non ci sono nell’istante in cui ci colpiscono.

Continuare a vivere, dopo quell’impatto, è leggero e illusorio, per quanto squallido e comune.

Leggerlo significa dimenticare all’istante che lo si stava leggendo, che lo si è letto.

Qualunque atto di amore è postumo a quell’impatto.

La sua leggenda deve finire immediatamente: immediatamente!

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Genna sceglie Kafka

Abbiamo invitato Giuseppe Genna a scegliere i paragrafi d’autore del mese di settembre, e gentilmente ha accettato, proponendoci tre micro-racconti dell’immenso Franz Kafka. Non solo: ha scritto anche un pezzo a commento della sua scelta, che pubblicheremo domani. Non possiamo che ringraziarlo di tanta disponibilità e invitarvi a leggere le carte di questo botta e risposta tra lo scrittore boemo e quello italiano…

Franz Kafka e la morale della favola: un cavallo, Prometeo e il diavolo

Il nuovo avvocato

Abbiamo tra noi un nuovo avvocato, il dottor Bucefalo. Nel suo aspetto esteriore ricorda poco il tempo in cui era destriero di Alessandro il Macedone; ma chi è ben al corrente delle circostanze nota qualcosa d’inconsueto. Ho visto anzi, ultimamente, un qualunque usciere del tribunale soffermarsi ammirato sullo scalone a contemplare, con occhio da intenditore di corse, l’avvocato mentre saliva di gradino in gradino, sollevando alti i garretti, coi passi che rimbombavano sul marmo.

La classe forense, nel suo insieme, ha visto con simpatia l’ammissione di Bucefalo; i commenti che si ascoltano, improntati ad uno straordinario buon senso, riconoscono che, nell’ordinamento sociale di oggigiorno, egli deve trovarsi in difficoltà, e che per questo motivo, come pure per il posto che occupa nella storia universale, è comunque meritevole di comprensione. Oggi, nessuno può negarlo, non esiste un Alessandro Magno. C’è qualcuno che s’intende di omicidio, ed anche la destrezza nell’infilzare l’amico con la lancia al disopra di una tavolata, non si può dire che faccia difetto; per molti, infine, la Macedonia è troppo piccola, sicché imprecano a Filippo suo padre. Ma nessuno e poi nessuno saprebbe comandare una spedizione fino in India. Già allora le porte dell’India erano irraggiungibili, ma la loro direzione era segnata dalla spada regale; oggi si trovano in tutt’altro luogo, più lontano e più in alto; nessuno indica la via; molti brandiscono spade, ma non fanno che mulinarle, e lo sguardo che cerca di seguirle si confonde.

Perciò è forse miglior partito d’imitare Bucefalo e di sprofondarsi nella lettura dei codici. Libero, i fianchi non oppressi dalle reni del cavaliere, alla quieta luce di una lampada, lungi dal clamore della pugna alessandrea, egli legge e sfoglia le pagine dei nostri antichi volumi.

Prometeo

Di Prometeo si narrano quattro leggende: secondo la prima, poiché aveva tradito gli dèi per gli uomini, fu incatenato al Caucaso, e gli dèi mandavano delle aquile a divorargli il fegato, che continuamente ricresceva.

Secondo la seconda, Prometeo per il dolore dei colpi di becco si addossò sempre più alla roccia fino a diventare una sola cosa con essa.

Secondo la terza, nei millenni il suo tradimento fu dimenticato, dimenticarono gli dèi, le aquile, lui stesso.

Secondo la quarta, ci si stancò di lui che non aveva più ragione di essere. Gli dèi si stancarono, si stancarono le aquile, la ferita, stanca, si chiuse

Restò l’inspiegabile montagna rocciosa. – La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. E dal momento che proviene da un fondo di verità, deve finire nuovamente nell’inspiegabile.

La verità su Sancio Panza

Nel corso degli anni, durante le ore della sera e della notte, Sancio Panza, che però non se ne è mai vantato, procurò al suo diavolo, cui diede in seguito il nome di Don Chisciotte, una quantità di romanzi di cavalleria e di brigantaggio e riuscì ad allontanarlo da sé in maniera che questi, privo di controllo, compì le sue matte gesta, le quali però, in mancanza d’ogni oggetto prestabilito – che avrebbe dovuto essere appunto Sancio Panza – a, non fecero del male a nessuno. Da uomo libero Sancio, imperturbabile e forse animato da un certo senso di responsabilità, seguì Don Chisciotte nelle sue scorribande e ne ricavò, sino alla sua fine, un grande e utile divertimento.

(I racconti sono tratti dall’antologia Franz Kafka, Tutti i racconti, Mondadori. «Il nuovo avvocato», tr. Rodolfo Paoli. «Prometeo», tr. Ervino Pocar. «La verità su Sancho Panza», tr. Ervino Pocar)

Giuseppe Genna è nato nel 1969 a Milano, dove attualmente vive e lavora. E’ autore di romanzi, tra cui Dies Irae, Hitler, La vita umana sul pianeta Terra e il recente History, tutti editi da Mondadori. Sul fronte saggistico, è autore di un saggio su studi e pratiche della coscienza, Io sono, pubblicato da il Saggiatore.

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Warren Zevon: Il noir come canzone, di Andrea Marti

Ricorre oggi, 7 settembre, l’anniversario della morte del cantautore rock americano Warren Zevon (1947-2003). Non proprio una delle figure più famose del panorama americano a stelle e strisce, eppure un personaggio degno di interesse sia per la sua musica che per i testi delle sue canzoni.  Abbiamo voluto ricordarlo ripubblicando un suo profilo apparso sul numero 47 di PULP Libri (gennaio-febbraio 2004, pp. 70-73), opera di una firma storica della nostra Rivista che Zevon lo conosce come pochi.

Il lupo mannaro di Los Angeles

Faresti meglio a stare lontano da lui
o ti strapperà i polmoni, Jim
Uhm, mi piacerebbe conoscere il suo sarto

I had a dream. Sì, ho fatto un sogno. Ho sognato un mondo ideale, in cui a scuola si studia Bob Dylan e se non lo sai i proff ti costringono ad ascoltare «Lay Lady Lady»; un mondo ideale, dove si legge L’isola del tesoro ma non esiste L’isola dei famosi; dove Berlusconi è presidente del Consiglio solo in un libro di fantascienza (che vende pure poco); dove Emilio Fede è un comico amato da grandi e piccini, e dove Warren Zevon è più conosciuto di Madonna. No, non della Madonna, di Madonna: non esageriamo coi mondi ideali. In questo mondo Warren Zevon fa quello che faceva in questo… canzoni, ballate, romanzi-haiku della durata di circa tre minuti, più o meno.

Ah, sì, faceva, perché in questo, che non è propriamente quel che si dice un mondo ideale, mister Zevon (alias “Il Lupo Mannaro di Los Angeles”, alias “Il Ragazzo Eccitabile”, alias “Genius”) è transitato ad altra forma di esistenza il sette settembre scorso, accompagnato da soavi necrologi anche in Italia, dove non era conosciuto come la Madonna, né come Madonna – e nemmeno come Donna Summer.

In quel mondo ideale di cui parlavo uno come me, che lo conosce dal 1978, è una Faccia in Mezzo alla Folla, uno tra milioni, e non quel Depositario del Verbo Zevoniano che mi fingo di essere, in queste poche pagine quanto nella vita di tutti i giorni. Sì, perché ora posso confessare ogni mio peccato, scoperchiare tutti gli altarini, fare ammenda ed espiare: sono venticinque anni che corrompo giovani e meno giovani, che faccio proselitismo smaccato, che spaccio buona roba zevoniana (ehi, il primo cd è gratis, amico), che rovino l’esistenza a placidi ascoltatori dei Genesis o di Baglioni, e che sostengo l’Assoluta Grandezza di Warren. Ho avuto un ristretto numero di fidati, agguerriti complici, carbonari zevoniani passati senza traumi dal vinile al ciddì (ci siamo ricomprati tutto, e stop): gente senza scrupoli, gente tosta, pronta a sostenere, Glock in pugno e audiocassetta tra i denti, che Jackson Browne sarà sì bravo ma al Nostro doveva lucidargli le scarpe, che il Boss è il Boss ma i testi, insomma per i testi non c’è paragone, che anche il Sommo Zimmerman… va be’, su, Dylan è Dylan. Insieme a questa ganga di desperados, di mercenari dagli occhi spiritati, ad ogni modo, ho impavidamente sostenuto cose discutibili, come diceva il Roy Batty di Blade Runner, cose alle quali sicuramente non credeva neanche Warren Zevon, e cioè che il suddetto sia stato, nell’ordine:

  1. Uno dei più grandi songwriters mai esistiti
  2. Una delle più grandi testedicazzo mai esistite (no, a questa credeva anche lui)
  3. Uno dei più grandi Romanzieri Mascherati mai esistiti

Non è questa la sede per sviscerare il punto 1. Mandatemi i padrini, scegliete voi l’arma: se ne può discutere, ma non su questa rivista. Sarebbe di qualche interesse, invece, una dimostrazione scientifica e inconfutabile del punto 2, che verrà invece trattato en passant, come carburante immancabile che alimentava incessantemente il punto 3, quello che qui ci interessa. Lungi da me, poi, l’idea di fare un necrologio, Dio mi scampi. Già ho detto che ce ne sono stati tanti (nel mondo anglosassone sono chiamati obituary: ancora peggio che da noi), e aggiungerò che PULP Libri è giustamente un po’ allergica a questa raffinata forma lirica e che, oltretutto, quanto mai refrattario ad essa lo era certamente il personaggio: al solo menzionare il termine “necrologio”, pare di sentire il ghigno beffardo del Lupo Mannaro di Los Angeles, a-huuu… a-huuu…

Ogni bella storia finisce con una morte (E. Hemingway)

Oggi giornata molto lunga all’ospedale. I medici mi hanno impartito dosi industriali di morfina. Staranno mica cercando di dirmi qualcosa?

Io e i miei pard, dicevo, abbiamo fatto spudorato, estensivo proselitismo a tappeto. Roba che Hermann Göring era un discreto ed equilibrato diffusore del nazismo. Ma sospetto, purtroppo, che noi non si sia riusciti a raggiungere tutti, e che ancora qualcuno non conosca WZ. Rimedierò, assai in sintesi, dicendo che è nato a Chicago il 24 gennaio 1947 (ma si può ritenere losangelino di adozione), ed è morto appunto a Los Angeles, poco più di due mesi fa. Ha fatto il songwriter e, per un certo periodo a fine anni Settanta, anche la rockstar, quando il successo internazionale di “Werewolves of London”, la sua canzone senz’altro più nota, e del disco Excitable Boy, lo ha proiettato nelle ambigue sfere dello stardom. Non ha retto, ha avuto problemi derivanti da abusi d’ogni tipo, ha alternato silenzio a dischi diseguali (molto bello Sentimental Hygiene, 1987) e quindi, intorno al 2000, ha avuto un ritorno di prolificità e felicità creativa, con tre capolavori: l’ultimo, The Wind, registrato dopo che nel settembre 2002 gli era stata diagnosticata una rara forma di cancro, la stessa che uccise Steve McQueen (cosa che lo divertiva alquanto).

E questo è quanto, per orientarsi nella Galassia Zevon.

Da quando è uscita la notizia della mia imminente dipartita sto godendo di molta più attenzione da parte della stampa di quanta non ne avessi mai goduta prima… aveva ragione Hemingway.

Suonala tutta la notte

Puoi sognare il tuo Sogno Americano
Ma dormi con la luce accesa
E ti svegli urlando

Ed eccoci al fatidico punto 3: Zevon il Romanziere Mascherato? Nel video andato in onda il mese scorso su MTV, voluto da Zevon per raccogliere il suo ultimo lavoro in studio e i suoi ultimi mesi di vita, la musa westcoastiana Stevie Nicks dice, testualmente: “In tre minuti ti sa raccontare un’intera storia”. È vero. Sono i suoi romanzi-haiku, concentrati purissimi di follia urbana, di frammenti esplosi di Sogno Americano, di sarcasmo corrosivo, di violenza e scacco, di tenerezza struggente e beffarda autoironia. Amico di scrittori, da Hunter J. Thompson a Carl Hiaasen, dal poeta irlandese Paul Muldoon a Mitch Albom, scrittori che lo hanno amato e che hanno anche contribuito, tutti, ad alcune sue canzoni; lettore onnivoro, disordinato ma attento, in grado di citare con precisione Norman Mailer, Martin Amis ma anche Madame Blavatskij; cantore di perdenti terribilmente ostinati e belli, in senso coheniano, sia che li peschi nella sua L.A. in puro stile Chandler o che li scovi nelle foreste africane o nascosti in Honduras, Warren Zevon frequenta sempre un territorio colto e al tempo stesso popolare, quel territorio in cui forse il solo Dylan si è mosso da padrone quanto lui.

In un’intervista al “Philadelphia Enquirer”, disse una volta di sentirsi debitore, soprattutto, nei confronti di Graham Greene, delle sue spie, del suo mondo, dei suoi antieroi, dei suoi homeless (testuale) e di non essere mai stato “molto interessato a quella scuola di songwriting un po’ imprecisa, vagamente filosofica. Io faccio parte della scuola parti-dai-dettagli”. E Jackson Browne, amico di lunga data pur nella diversità che è sempre corsa tra i due, il Jackson Browne dolce, impegnato, equilibrato, il lato corretto della West-Coast, è stato molto lucido nel definirlo “primo e più eminente autore di song noir”.

Impossibile riassumere qui le tante e tante incarnazioni del suo universo narrativo, un universo sempre interessato a fabbricare storie, costruire personaggi, dire cose e non parole, nello spazio angusto di quello che un tempo era un “solco” su vinile, e oggi una “traccia”. Dal tossicomane che impegna la macchina da scrivere, la classica Smith-Corona, di “Carmelita”, allo “spettatore innocente” di “Lawyers, Guns and Money” che si inguaia in un Terzo Mondo che non capisce e chiede, appunto, che Papà America mandi avvocati, fucili e soldi; dal mondo rurale affatto consolatorio, anzi funestato da demenza, perversione e malattie (umane e bovine) di “Play It All Night Long”, in cui per il protagonista altra gioia non c’è se non suonare tutta la notte, a tutto volume, la canzone di una band di morti: “Sweet Home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd, macabro e feroce titolo, visto in controcanto a tanto desolato squallore sudista, al surreale mercenario norvegese Roland, tradito da un compagno e dalla CIA, che non ha pace fino a quando non consuma, da morto, la sua vendetta su “quel figlio di puttana di Van Owen”: è un campionario di umanità lacerata, ora atroce, ora atrocemente divertente.

Atroce e divertente anche quando è presa dalla realtà, una realtà pur sempre elaborata fantasticamente: la pittrice solitaria Georgia O’Keefe e Michael Jackson “nella sua “Disneyland” di “Splendid Isolation”, il pugile Boom Boom Mancini della canzone omonima, che uccide un rivale sul ring e dopo può solo dire: “Qualcuno doveva fermare il match, mi hanno detto che doveva farlo lui”. E poi, in questo caleidoscopio, c’è posto per tutto: un gorilla che ruba chiavi di BMW e poi va a fare analisi transazionale; un serial killer che la società etichetta “ragazzo eccitabile” anche quando uccide una coetanea e anche quando, dopo dieci anni di galera, la disseppellisce e si fa una gabbietta con le sue ossa; e poi Schevarnadze, Sinbad, Don Chisciotte, Woodrow Wilson, Lord Byron e via dicendo.

In scena, nel Gran Teatro Zevon, ci vanno i peggiori incubi di Bush jr.: detriti umani, desperados, relitti che la fiumana americana ha verghianamente macinato e risputato a pezzi sulla sponda di un fiume in continuo movimento, gente la cui faccia sembra “qualcosa che la Morte ha portato con sé, nella sua valigia”.

Sei una persona completamente diversa quando hai paura

Ho una calibro 38 special nella fondina,
Dormirò quando sarò morto.
Se comincio a comportarmi da stupido
Mi sparo,
Dormirò quando sarò morto.

Tra i compagni di baldorie & testi & follie di WZ, come visto, figurano personaggi indubbiamente degni di nota: tutti, a loro modo, anarchici della letteratura, del giornalismo, del noir. Insieme a Hunter J. Thompson, l’autore di Hell’s Angels, di Paura e delirio a Las Vegas (anche qua, cinema) e di reportage deliranti e folli sul delirio e sulla follia americana, Zevon ha scritto “You’re a Whole Different Person When You’re Scared”, stramba e magnetica canzone che parla di un americano che non vuole portare negli USA, il “Regno del Terrore”, la donna che ha conosciuto in Turchia; Carl Hiaasen, invece (Cane sciolto), è co-firmatario di due brani, “Seminole Bingo” e, soprattutto, “Basket Case”, che è anche il titolo del suo ultimo romanzo, nel quale figura l’indagine sulla morte di un cantante, Jimmy Stoma, che guarda caso era stato co-autore, insieme a un certo Warren Zevon, di un brano intitolato “Basket Case”.

Il poeta irlandese Paul Muldoon ha poi collaborato a “My Ride’s Here”, dal disco omonimo, e Mitch Albom, scrittore e giornalista, a “Hit Somebody (The Hockey Song)”, una sorta di “Una vita da mediano” ligabuesca virata in acido e grottesco, che vede come protagonista un canadese, giocatore di hockey specializzato nel menare botte, il cui sogno è “fare un goal”. Per inciso, nel coro Warren è riuscito anche a far cantare David Letterman, dell’omonimo, famosissimo show televisivo, suo grande fan che alla notizia del cancro lo ha subito ospitato come unica star dello show.

Non sarà poi un caso, vista tale contiguità di Zevon con l’universo letterario tout court e le sue frequentazioni di scrittori, che citazioni dirette o indirette, del personaggio o delle sue canzoni, comincino ad abbondare all’interno della letteratura americana: oltre ai succitati, compaiono allusioni a suoi titoli in romanzi di Lester Bangs e Jonathan Kellerman. E anche il cinema si è impossessato di qualcosa di suo: l’anno prossimo uscirà “I’ll Sleep When I’m Dead” di Mike Hodges, con Clive Owen, Malcolm McDowell e Charlotte Rampling, mentre clamoroso è il caso di “Cose da fare a Denver quando sei morto” (1995) di Gary Fleder, con Andy Garcia, Christopher Walken, Christopher Lloyd e Steve Buscemi, che riprende per filo e per segno il titolo della canzone “Things To Do in Denver When You’re Dead”, senza nemmeno un dollaro di royalty, o almeno un ringraziamento.

So it goes. “Così succede”, direbbe Kurt Vonnegut, un altro esperto di humour nero, nerissimo. Non a caso tra le letture più amate di WZ.

Non puoi metterlo in moto come un’auto, non puoi fermarlo neanche con una pistola

Abbiamo abbandonato il nostro amore per caso,
come un martire

C’è infine anche, al di là del sulfureo cantastorie, un Warren Zevon più intimo, che canta l’amore, che racconta cose della sua vita. Certo, a modo suo, ma lo fa con dolcezza insospettabile (o, forse, sospettabilissima: dietro l’incendiario, si nasconde sovente il romantico). Analogamente a quello che è sempre stato un suo mito, Bob Dylan, un mito dal quale ha però sempre saputo prendere le distanze per costruirsi un cosmo autonomo, anche Zevon sa parlare di amore, di amore ripudiato, infelice, ingrato (soprattutto), ma con accenni tutto sommato “zevoniani”: si va dalla crudissima “Finishing Touches” (“puoi scoparti tutte le persone che conosco, ma io non ti telefonerò”) alla straziante “Accidentally Like a Martyr”, dalla dolente “Hasten Down the Wind” al canto di congedo, l’ultima canzone di “The Wind”, “Keep Me in Your Heart”.

Oppure, talora, è quell’avventura che è stata la sua vita, a fare capolino tra un romanzo-haiku e l’altro: la grande “Detox Mansion”, per esempio, parla della sua disintossicazione in clinica, con autoironia, causticità e immagini che fanno pensare al finale di Scrutare nel buio di Philip K. Dick.

Insomma, quest’uomo ha conosciuto tutti, ha suonato con tutti, da Neil Young a Tom Petty, da Springsteen (insieme al quale ha scritto “Jeannie Needs a Shooter”) agli Eagles, ai REM; ha raccolto, se non il consenso della massa, quello di molti intellettuali e di tantissimi, illustri colleghi, presenti in forze (Tom Petty, Bruce Springsteen, gli Eagles, Jackson Browne, Stevie Nicks e altri), in compagnia del coeniano Billy Bob Thornton in veste di cantante, nella fatica finale (mentre Dylan, così parco di cover, in quest’ultimo anno ha continuato a suonare nei suoi concerti tre canzoni di WZ); ha creato un universo surreale, sarcastico, affascinato e inorridito dalla violenza, un bestiario senza pari, inserito in una geografia che spazia dal Libano all’Irlanda, dall’Iran a Cuba, come in un testo di quel Graham Greene di cui si sentiva assai debitore.

Ha vissuto più vite, ne ha combinate di tutti i colori, ma è sempre stato coerente, verso di sé e verso il suo mondo di immaginazione.

C’è ancora da stupirsi, se esistono congreghe di zevoniani incalliti, per fortuna in costante aumento, che desidererebbero che quel mondo ideale si avverasse, che tutti conoscessero mister Bad Example, come si autodefinì?

Me ne stavo seduto all’hotel Hawaiian di Hollywood
Stavo ascoltando il ronzio dell’aria condizionata
Faceva mmmmmm…
Tutti i margarita col sale di Los Angeles
Me li berrò tutti
E se la California scivolerà nell’oceano
Come mistici e statistici dicono che farà
Allora io predico che questo motel resterà in piedi
Finché non avrò pagato il conto…
Me ne stavo seduto all’hotel Hawaiian di Hollywood
Stavo ascoltando il ronzio dell’aria condizionata
Faceva mmmmmm…

Discografia

Wanted – Dead or Alive, 1969
Warren Zevon, 1976
Excitable Boy, 1978
Bad Luck Streak in Dancing School, 1980
Stand in the Fire (live), 1980
The Envoy, 1982
Sentimental Hygiene, 1987
Transverse City, 1989
Hindu Love Gods, 1990
Mr. Bad Example, 1991
Learning to Flinch (live), 1993
Mutineer, 1995
Life’ll Kill Ya, 2000
My Ride’s Here, 2001
The Wind, 2003

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Pincio sceglie Gadda (via Cattaneo)

Oggi tocca a Tommaso Pincio scegliere i paragrafi d’autore, e lo fa evocando Carlo Emilio Gadda (anche detto il Gran Lombardo, e giustamente) attraverso le pagine di Giulio Cattaneo, biografo dello scrittore milanese.

Fu anche galante con una collega: «Lei ha una pelle bianchissima. Solo le pisane e le napoletane hanno una pelle simile». Più tardi un liquorino al Caffè Greco. «Gadda è un vero gentiluomo», lo complimentava la donna dalla pelle bianchissima. Qualcuno citava Dante: «La cortesia del gran lombardo». «No! No! Sono un selvaggio», si schermiva Gadda.

***

Nel ’50 Roma pareva una città appena uscita dalla guerra, con pochi tram lenti e arrugginiti e percorsa da camionette cariche di gente pericolosamente in bilico. Quel minimo di benessere di tempi ancora lontani dal miracolo economico si ritrovava nelle trattorie, anche in quelle a buon mercato, dove Gadda passava le sere maledicendo i musicanti con le fisarmoniche, i violini e il giro col piattello.

***

La vita di Gadda si svolgeva fra piazza Cavour e piazza Mazzini, nel quartiere «milanese» dei Prati dai monotoni viali alberati e dalle case squallide e scrostate. Nei pomeriggi e nelle sere di domenica la zona era invasa da marinai e domestiche; c’era anche una caserma di pompieri e una sala da ballo con cartelli dalle scritte vistosissime, «Ricordate di essere in divisa», «Non toccate le signorine», che ammonivano fino dalle scale sciami di militari che le salivano abbrancati alle signorine, alla barba delle scritte. Gadda si indispettiva vedendo i militari ciondolare con aria assai poco marziale intorno ai gruppetti delle serve e sentiva l’impulso di fermarli e dire: «Stai dritto!», magari qualificandosi come ufficiale per ottenere obbedienza pronta.

***

Non aveva voglia di nuove conoscenze perché le considerava «nuovi traumi».

***

«Però lei è sempre stato antisocialista, antirosso». Gadda rispose con voce umila e contrita che rivelò strada facendo una crescente irritazione: «Cosa vuole? Il giorno in cui mi sono laureato ci fu l’occupazione delle fabbriche. E io ero povero, sa? E avevo studiato con tanta fatica. Perché si fa presto a dire, si svolta a sinistra. Se poi va in rovina l’economia nazionale, me la saluta Lei la svolta a sinistra».

***

Gadda era molto invecchiato, dimagrito, aveva perso qualche dente e di rado si faceva la barba. Camminava curvo, anche per apparire malato e decrepito: «Non dire però che sono moribondo, altrimenti vengono tutti al capezzale.
(Giulio Cattaneo, Il gran lombardo, 1973; Einaudi 1991)
Tommaso Pincio, scrittore, traduttore, pittore e critico d’arte, ha pubblicato tra le altre cose Un amore dell’altro mondo (2002), La ragazza che non era lei (2005), Cinacittà (2008) e Panorama (2015). Il suo nuovo libro, Il dono di saper vivere, uscirà a ottobre.
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Vallorani sceglie Carter

Questo mese la scelta dei paragrafi d’autore spetta a Nicoletta Vallorani, scrittrice e docente universitaria, della quale proponiamo un sintetico profilo dopo il feroce paragrafo di Angela Carter che ci propone alla lettura. Come al solito, speriamo che con questa proposta i nostri lettori scoprano la scrittrice inglese, ma anche la sua collega italiana.

È un paese del Nord: clima rigido, cuori freddi.

Freddo; tormenta; animali feroci nella foresta. È una vita dura. Abitano in case di legno, scure e annerite di dentro. Dietro a una candela sgocciolante ci sarà una rustica icona della vergine, un cosciotto di maiale appeso a stagionare, dei funghi legati a una cordicella a essiccare. Un letto, uno sgabello, un tavolo. Vite grame, brevi, povere.

Il Diavolo, per la gente che vive in quei boschi, lassù, non è meno vero di te o di me. Anzi, noi non ci hanno mai visti, né tanto meno sanno della nostra esistenza, il Diavolo invece lo intravedono spesso nei cimiteri, quei desolati e suggestivi villaggi di morti dove ritratti naïf dei deceduti segnano le tombe e nessuno vi può deporre qualche fiore, perché i fiori là non crescono e la gente vi lascia piccole offerte votive, minuscoli pani, qualche volta un dolce, che gli orsi, barcollando dai margini della foresta, vengono a rubare. A mezzanotte, specialmente le notti di Santa Valpurga, il Diavolo invita le streghe ai suoi picnic nei cimiteri; e in quelle occasioni dissotterrano cadaveri ancora tiepidi e li mangiano. Chiunque te lo può confermare.

Collane di aglio appese alle porte tengono lontani i vampiri. Se, nella notte di San Giovanni, un bambino con occhi azzurri nasce girato al contrario, dicono che avrà il dono della divinazione. Quando scoprono una strega – qualche vecchia che fa stagionare il suo cacio mentre i vicini non riescono, o qualche altra con un gatto nero che, oh, sinistro presagio! la segue dovunque, denudano l’infame, vanno a caccia dei segni, quel terzo capezzolo che il demone al suo servizio succhia. In breve lo trovano. E poi la uccidono a sassate.

Inverno e clima rigido.

Vai a trovare la nonna, che è stata malata. Portale i biscotti d’avena che per lei ho cotto sulla piastra del forno e una terrina di burro.

Obbediente la bimba fa come le ordina la madre – cinque miglia di faticoso cammino nella foresta; non allontanarti dal sentiero, ci sono gli orsi, il cinghiale, i lupi affamati. Ecco, prendi il coltello da caccia di tuo padre; sai come usarlo.

Per ripararsi dal freddo la bimba indossava un cappotto di pelle di montone indurita, conosceva la foresta troppo bene per averne paura, tuttavia avrebbe dovuto stare in guardia, sempre. Quando udì l’urlo agghiacciante del lupo lasciò cadere i doni, afferrò il coltello e si volse verso la bestia.

Era enorme, gli occhi rossi, le fauci grigie grondanti bava; chiunque all’infuori del figlio di un montanaro sarebbe morto di spavento alla sua vista. Le si avventò alla gola, come fanno i lupi, ma lei gli vibrò un poderoso fendente con il coltello di suo padre e gli mozzò la zampa destra anteriore.

Quando si rese conto di ciò che gli era successo, al lupo scappò un mugolio, quasi un singulto; sono meno coraggiosi di quanto sembri, i lupi. Sconsolato si allontanò tra gli alberi zoppicando, così come poteva su tre zampe, lasciandosi alle spalle una traccia di sangue. La bimba ripulì la lama del coltello sul grembiale, ravvolse la zampa del lupo nella tela che la mamma aveva usato per i biscotti d’avena e proseguì alla volta della casa della nonna. In breve cominciò a nevicare così forte che il sentiero e qualsiasi orma, traccia o pista avessero potuto segnalarlo furono coperte.

(Angela Carter, “Il lupo mannaro”, in La camera di sangue, tr. Barbara Lanati, Feltrinelli, 1979)

La foto di Angela Carter proviene dal Fay Godwin Archive presso la British Library.

***

Nicoletta Vallorani è nata nelle Marche nel 1959 e vive a Milano, dove insegna Letterature Inglese e Angloamericana all’Università statale. Ha pubblicato romanzi distopici (p.es. Eva, 2002), noir (p.es. Le madri cattive, 2011) e romanzi per ragazzi (Come una balena, 2000). Il cuore finto di DR, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Premio Urania nel 1993, mentre Le madri cattive si è aggiudicato il Premio Maria Teresa Di Lascia nel 2012. È tradotta in Francia da Gallimard e in Inghilterra da Troubador Publishing. È presidente dell’associazione culturale Tessere Trame (www.tesseretrame.com) e ideatrice del Progetto Docucity. Documentare la città. Insieme a Barbara Garlaschelli e Raffaele Rutigliano, cura la collana Sdiario, con le Edizioni del Gattaccio.

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Tom Wolfe, di Marco Denti

La scomparsa di Tom Wolfe, una delle voci più interessanti e contraddittorie della letteratura americana a cavallo tra il nostro secolo e quello scorso, è cosa recente: lo scrittore ci ha lasciati a maggio di quest’anno. Abbiamo pensato quindi di inaugurare la rubrica PULP Vintage, nella quale riproponiamo articoli e recensioni presi dall’edizione a stampa della nostra Rivista, proprio con un articolo che Marco Denti dedicò allo scrittore statunitense sul numero 22 di PULP Libri (novembre-dicembre 1999, pp. 10-11). 

A qualcuno l’evoluzione di Tom Wolfe potrà sembrare ambigua: passare, nell’arco di una vita, da Ken Kesey, i Grateful Dead e altre utopie di San Francisco al Falò delle vanità per finire nella magione padronale nella Georgia (con tanto di piantagione annessa per la caccia alle quaglie) di Un uomo vero può disorientare sicuramente chiunque. Ancora di più guardandolo leggere una breve parte di Un uomo vero, impettito e perfettamente a suo agio in un vestito bianco che sembra uscito da qualche vuoto temporale degli anni Trenta (se non prima ancora): Tom Wolfe è un prodotto dell’America, perché non si conosce altro posto dove qualcuno possa cominciare a scrivere dell’undeground più deviante e irriverente per poi approdare a raccontare la mondanità, il lusso, le chiacchiere, gli scambi politici, i club privati, il sesso, il potere.

Il filo conduttore è sempre stato, come dice un personaggio di Un uomo vero “tessere i fili di una narrazione”, sperando “soltanto che si dipani naturalmente”. Intenzione per cui, secondo Tom Wolfe, scrittura e giornalismo hanno più di un motivo per continuare a convivere. L’ha ribadito in ogni incontro pubblico dedicato ad Un uomo vero (da poco uscito per Mondadori) precisando, dal suo punto di vista, la logica di un’unione che, per la diversità dei tempi di scrittura, a molti può sembrare forzata:

Per me la grande gioia dello scrivere è lo scoprire. Ho cominciato come giornalista. Continuo ad amare l’idea di avventurarmi fuori e poi scrivere di qualcosa che non conosco. Quando ho scritto II falò della vanità ho cercato come reporter in aree di cui non conoscevo assolutamente nulla, il South Bronx, Wall Street e il sistema giudiziario di New York. È stato eccitante. È successo lo stesso per Un uomo vero: non sapevo praticamente nulla dei sistemi bancari o della working class odierna di cui parlo nel romanzo ed è stato estremamente affascinante documentarmi. È una parte del mio lavoro che ancora mi attrae con forza. La maggior parte degli scrittori dice di scrivere qualcosa di cui si conosce. Non c’è niente di male, ma c’è sempre qualcosa di limitante nel mettere una sorta di recinto attorno a chi sta scrivendo.

Testimone acuto e reporter con il senso degli avvenimenti, Tom Wolfe ha sempre mantenuto un certo distacco dai fatti, dalle storie, senza mai perdere il suo savoir-faire da southern gentleman. A San Francisco, mentre raccoglieva materiali e informazioni per The electric kool-aid test (tradotto qui da noi come L’acid test al rinfresko elettriko), il libro che focalizzò l’era psichedelica, la folle comunità itinerante dei Merry Pranksters e altre delizie lisergiche, Tom Wolfe era candido e pulito come il suo impeccabile completo. O almeno così sostiene lui:

Non ho mai preso droghe, non ho mai voluto toccarle. A San Francisco sono sempre stato il marziano che arrivava su questo pianeta, il pianeta Terra. Tuttavia non ho mai avuto motivo per averne disgusto. Ho sempre rispettato i mondi di cui ho scritto, ne ho sempre fatto parte: non mi sono mai avvicinato con un’idea estetica o morale. Ho sempre pensato a loro in termini di giornalismo, di notizie da riportare. In un certo senso mi sentivo e mi sento come Cortéz, o comunque come un esploratore che sta scoprendo nuove terre.

Di quel periodo pioneristico, la cui storia è ancora in gran parte inesplorata, gli rimane un solo amico, Hunter Stockton Thompson. Una rarità, per Tom Wolfe:

Incontrare altri scrittori è qualcosa che mi ha sempre deluso perché non sono mai come te li sei aspettati. L’unica eccezione, almeno per me, è stato Hunter Thompson perché lui è veramente come appare. Ci siamo conosciuti mentre scrivevo The electric kool-aid acid test e lui mi aiutò a venirne fuori dandomi un nastro di un incontro che Ken Kesey ebbe con gli Hell’s Angels. Fu molto gentile, così pranzammo insieme a New York e mentre eravamo in taxi per andare verso il ristorante, lui ci fece fermare davanti ad un negozio di articoli marini. Entrò e ne venne fuori con una piccola borsa di plastica. Ero curioso, ma ho ben pensato che era meglio non chiedergli cosa c’era dentro, ma durante il pranzo, si sa la curiosità ebbe la meglio e glielo chiesi. Lui mi disse che aveva qualcosa in grado di svuotare il ristorante in trenta secondi e aprì la borsa: aveva preso una di quelle sirene marine, che si possono sentire a trenta chilometri di distanza e, naturalmente, la suonò. Ne uscì il più terrificante suono immaginabile: non svuotò il ristorante, ma ognuno rimase pietrificato sulla sedia. Ho anche quest’immagine del barman bloccato mentre preparava un drink. Completamente immobile. Ecco, questo è davvero Hunter Thompson.

La scena poteva benissimo occupare qualche bella pagina nel Falò delle vanità, il libro che ripercorreva luci e ombre della New York anni Ottanta e che proiettò Tom Wolfe nell’olimpo degli scrittori mondiali. Complici anche il relativo (mediocre) film e lo stesso tema, che solleticava non pochi appetiti. La febbre dei soldi, come l’ha chiamata lo stesso Torn Wolfe, nasceva da un radicale cambiamento morale e Il falò delle vanità, pur con tutti i suoi limiti, ebbe il pregio di evidenziarlo.

Venticinque anni fa, la maggior parte della gente pensava che l’idea di avere dei seri debiti fosse immorale, che fosse il frutto dell’incapacità di controllare i propri desideri. Negli anni Ottanta tutti questi standard furono spazzati via.

Le ceneri del falò rimasero belle calde a lungo, tanto che alla fine degli anni Ottanta Tom Wolfe chiedeva l’avvento di un “nuovo romanzo sociale”: i tempi stavano cambiando velocemente e passata la febbre dei soldi, cominciava una nuova era. Non che l’America debba scegliere un basso profilo (un’ipotesi simile non sarà mai in discussione, come conferma lo stesso Tom Wolfe: “lo penso che il ventunesimo secolo sia cominciato nel 1989, quando è caduto il muro di Berlino: l’America è oggi al suo zenith e questo è il suo secolo e l’America è il paese in cui tutti vorrebbero essere. È libero, sano ed eccitante”), ma parecchie regole del gioco sono cambiate.

Per Un uomo vero come Charlie Earl Croker, il tycoon protagonista del suo nuovo romanzo, è venuto il momento della verità: il suo mondo sfarzoso, fatto di jet personali, mogli e figli da mantenere, rischia il fallimento. Dopo l’euforia degli anni Ottanta, le banche scoprono voragini e sperperi e cominciano a rastrellare tutti i crediti possibili. E una lotta per la sopravvivenza che non ha ruoli definiti, e Wolfe è abilissimo nel tracciare le coordinate di quell’intreccio tra finanza, mondanità, politica e vita quotidiana di una città ambiziosa e complessa come Atlanta. S’incrociano destini impossibili e, ad un tratto, diventa chiara tutta la sequenza dei legami che possono unire ambienti apparentemente distanti e diversi tra loro: la working class di Oakland, California, l’establishment politico di colore e il gotha finanziario bianco, l’Uomo vero che si è costruito una fortuna da solo (ed è interessante leggere quale doppia funzione possano avere i debiti per lui e per i suoi banchieri) e il brusio degli incontri di arte contemporanea.

Tom Wolfe non fa che elevare all’ennesima potenza la sua specialità, ovvero “esplorare e descrivere meglio che posso i mondi in cui si muovono i miei personaggi”. In Un uomo vero, l’obiettivo è raggiunto: il vero falò delle vanità si consuma attorno a uomini e donne, e per estensione ad un’intera città, Atlanta, che sono così presi dall’orgoglio, dalle voglie sessuali e dalle ambizioni politiche da non accorgersi nemmeno del proprio fallimento.

(Un uomo vero, pubblicato da Mondadori, è correntemente fuori stampa. Stesso destino per L’acid test al rinfresko elettriko, originariamente edito da Feltrinelli. Il falò delle vanità è invece ancora in commercio in formato ebook, per i tipi di Mondadori, mentre l’edizione a stampa è fuori commercio. Altre opere di Wolfe sono ancora in stampa, pubblicate da Giunti e Mondadori. Rincresce comunque che uno dei suoi reportage più interessanti, La stoffa giusta, edito da Mondadori, sia anch’esso diventato un pezzo per collezionisti…)

 

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