Tutti gli articoli di Raffaele Izzo

Leggenda di famiglia

Uduvicio Atanagi, Lucenti, ill. Akab, Eris, pp. 208, € 13,00 stampa

recensisce RAFFAELE IZZO

Il romanzo breve Lucenti è stata una delle mie scoperte più interessanti degli ultimi mesi: un concentrato di energie creative che offre spunti critici a non finire. Va detto subito, a scanso di equivoci, che non è un prodotto di facile lettura: ma niente in Atanagi è vacua sperimentazione fine a se stessa. Ciò che rende complessa l’opera, e l’ostacolo maggiore per il lettore contemporaneo, è la materia stessa di cui si compone il romanzo.

La trama è molto semplice: il passaggio dall’infanzia all’età adulta di un giovane in un piccolo paese della provincia italiana, tema kinghiano molto caro agli scrittori nostrani, Niccolò Ammaniti in primis. La vera novità è l’atmosfera mitopoietica nella quale la vicenda viene inserita. Con un espediente che ricorda Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, l’autore crea una vera e propria leggenda sulla famiglia dei Lucenti. Attraverso la prospettiva di tre componenti della famiglia, che presto assurgono a esseri quasi mitici e con racconti narrati in diversi periodi storici, percepiamo l’esistenza di fenomeni che vanno ben oltre la normale comprensione umana. Tenere assieme in una manciata di pagine due livelli narrativi così distanti, quello dei protagonisti e quello della storia di una famiglia nel corso dei secoli, è una sfida che Atanagi supera con la naturalezza di una scrittura fibrillante e precisa.

Tra le righe si fa riferimento a un substrato fantastico che non è mai messo veramente in scena. I riferimenti a H.P. Lovecraft sono accennati in modo molto sfumato, di non facile apprezzamento per lettori svogliati e superficiali. L’atmosfera decadente e oscura che permea la narrazione è come una nebbia che s’infiltra, che avvolge lentamente in spirali sempre più strette.

Molte di queste nuance sono date dal senso di matericità che la scrittura di Atanagi possiede. Era dai tempi della scoperta di Eraldo Baldini che non trovavo qualcuno capace di farci assaporare la crudezza, la violenza e la brutalità della natura in maniera così vivida e potente. Il sangue, in particolare, è il leit motiv di tutto il libro. E la stessa terra che crea i miti, le leggende, che prosciuga la vita dei suoi abitanti. Un horror, a suo modo, molto atipico.

Pochi in Italia sono gli scrittori viventi in grado di conferire alla scrittura una forza espressiva che vada al di là di pochi trucchi retorici. Atanagi ricorda José Saramago e la sua scrittura orale, quella continua altalenante ripetizione a catena di parole, concetti, metafore: uno stile difficilissimo da dominare, anche solo da imitare. Il nostro lo usa con una padronanza tale da far quasi dubitare della sua italianità.

Un grazie va senz’altro alla Eris, casa editrice molto agguerrita, e, al suo interno, al Progetto Stigma, composto di scrittori e fumettisti molto originali e innovativi. Uno di essi, Akab, è il disegnatore delle impagabili immagini sparse nel libro: uno stile, il suo, a propria volta estraneo alle tipiche linee italiane e che ricorda il maestro del fumetto britannico Dave McKean.

https://www.erisedizioni.org/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Peregrinazioni di un’elefantessa

Arto Paasilinna, Emilia l’elefante, tr. Francesco Felici, Iperborea, pp. 251, euro 14,45 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce RAFFAELE IZZO

Come sempre nei libri dell’autore finlandese la trama è sintetizzabile in poche righe: l’elefante Emilia si vede interrotta la sua carriera circense da una legge che impedisce le esibizioni di animali selvaggi. Inizia così uno strano viaggio, ricco di avventure e sorprese, verso la Russia: dieci anni passati su un treno in compagnia della sua addestratrice, Lucia Lucander. Sembra un esodo felice per la coppia: balli, feste, cibo e tanta musica. Ma arriva una svolta: l’Unione Europea promulga un’altra legge che vieta gli spettacoli, per cui Lucia decide di riportare Emilia in Africa. Inizia un nuovo viaggio.

Non è certo facile trovare qualcuno disposto ad imbarcare un elefante: Lucia ed Emilia troveranno molti ostacoli sulla loro strada, ma anche molte persone generose disposte ad aiutarle. Paasilinna è un maestro nel ritrarre personaggi di ogni tipo con semplici e veloci pennellate. Ma bisogna sgombrare il campo da alcuni equivoci estetici: il lettore che qui cercasse le pagine dedicate alle introspezioni psicologiche, tipiche della contemporaneità, resterebbe deluso. La tradizione romanzesca alla quale si rifà l’autore è quella della fiaba premoderna, il viaggio picaresco seicentesco. I personaggi non assumono spessore perché così richiede questo modello, non per incapacità dello scrittore. Essi resteranno impressi però come fugaci apparizioni, schegge, sprazzi di un disegno sempre più vasto di loro, a comporre un arazzo senza un centro fisso.

Sempre divisi tra normalità e pazzia, tra determinazione e incoscienza, scorreranno davanti ai nostri occhi ubriaconi e mogli in fuga, negozianti innamorati e macellai che pensano alla ricetta migliore per realizzare una salsiccia di pachiderma. Ma anche imprenditori sconfitti dalla vita che decidono di compiere un’ultima pazzia, pompieri volenterosi, eco-complottisti, vetrerie abbandonate, pollai enormi e autobus accartocciati.

Paasilinna si ama o si odia. I suoi personaggi strampalati, ai limiti dell’anarchia, assurdi e ironici, ma in grado di commuoverci fortemente, richiedono lettori già abituati a questo tipo di opere anti-moderne. La follia leggera e ironica che ci ammalia e avvolge, con garbo e buon gusto, è lontanissima dalla violenza dei libri odierni.

La sua capacità di passare da un argomento all’altro, dal serio al faceto, ricorda per certi versi quella prosa italiana non definibile in nessun genere. Con che facilità ci fa vedere i paesaggi nordici, per poi passare improvvisamente a descrivere i manicaretti di una cucina a noi sconosciuta. L’uso linguistico è di una precisione chirurgica: ogni piatto, ogni usanza a esso associata viene messa in risalto citando, in tutta semplicità, il suo nome, le sue origini. E poi una capacità di immedesimazione nei panni di questo elefante, che ci pare umano, forse più che umano: in poche pagine capiamo quante sfumature possono passare nei rapporti tra animali e uomini. Viene alla mente un altro libro, quel Viaggio dell’elefante di Jose Saramago, che, seppur nel differente uso barocco del linguaggio, adotta una prospettiva analoga a quella del nostro Autore.

http://iperborea.com

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share