Tutti gli articoli di Raffaele Guida

NEL SEGNO DEL CORPO

Sébastien Japrisot, La cattiva strada, tr. Simona Mambrini, Adelphi, pp. 220, euro 18,00 stampa

di RAFFAELE GUIDA

Sébastien Japrisot, pseudonimo di Jean-Baptiste Rossi, nasce il 4 luglio del 1931 a Marsiglia e si trasferisce a Parigi per studiare chimica. A 19 anni scrive la prima parte de La cattiva strada (Le mal parti) e durante la sua esperienza nella capitale non farà altro che cercare un editore. Un giorno, su consiglio di un amico, finisce per sbaglio alla Torre dell’Orologio presso un ufficio di avvocati e medici. Il destino vuole che la dattilografa, Germaine Huart, colpita, si offra di trascrivergli il romanzo fuori dagli orari di lavoro. È il più classico dei colpi di fulmine. Si sposeranno. Il romanzo viene ignorato in Francia, ma raccoglie successo negli Stati Uniti anche grazie alla traduzione di Salinger. Nonostante questo Rossi deve trovarsi un lavoro, e dopo aver provato a tradurre a sua volta in francese Il giovane Holden, finisce a lavorare nella pubblicità. Nel 1962, acquisito definitivamente lo pseudonimo Japrisot, si consacra con il poliziesco Scompartimento omicidi. Da lì inizierà un felice e fortunato rapporto con il cinema. Muore a Vichy il 4 marzo 2003.

L’adolescenza, la primordiale selva di pulsioni e simboli, è una delle esperienze più forti che un essere umano possa attraversare nell’arco della vita. Il corpo si scopre limite dell’innocenza, il corpo diventa principio e fine di ogni rapporto con il mondo, l’unico elemento attendibile di comprensione delle cose. E la consapevolezza di sé nasce da questa traumatica sofferenza che si genera dall’apprendimento e dal differenziare ciò che è vivo e ciò che non è vivo, ciò che è buono e ciò che è male.

Questa è la storia di Denis, un adolescente di quattordici anni che studia dai Gesuiti e che proviene da una famiglia di provincia tradizionale e lavoratrice. I suoi genitori non hanno l’assillo di farlo diventare un uomo, al contrario, sin dal principio gli negano le prime compromettenti curiosità, le prime compromettenti letture, il galeotto libro, come dir si voglia. Denis è un ragazzo timido, impacciato, bene educato. Quando alla fine delle lezioni vede accendersi i pugni e i calci sul selciato, spesso vi si ritrova dentro più per buon cuore che per baldanza.

Questo vizio lo porta a scontare una ‘punizione’ – dovrà fare compagnia agli anziani in ospedale i giovedì pomeriggio con i suoi compagni di scuola – durante la quale conosce bel visino, la giovane suor Clotilde.Denis prende presto a nutrire una curiosità infantile nei suoi confronti e inizierà a cercarla assiduamente. I due iniziano a incontrarsi. Suor Clotilde, dal canto suo, sviluppa per il ragazzo un confuso sentimento materno, isterico e prostrato.

Accade che un giorno il nuovo della classe, Arthur, gli parla di un romanzo, Prelude Charnel di Robert Sermaise, ma soprattutto, delle proprie esperienze con le ragazze. Denis, che fino ad allora era terrorizzato dai pensieri impuri, scopre che qualcosa gli si rompe dentro. È la scoperta del desiderio e del tabù insieme. Nello stesso tempo suor Clotilde riceve la visita di un’amica in procinto di sposarsi e trasferirsi, e senza apparenti ragioni, di istinto, riuscirà a farsi prestare il suo appartamento. Nelle preghiere notturne il volto di Denis diventa una presenza fissa, prendendo il posto della presenza di Dio. Le frequentazioni nel parco dell’ospedale prendono a farsi sempre più appartate, fino a quando tra i due esplode lo sgomento: l’innamoramento è cieco, maniaco, introverso e debordante.
Da questo momento inizia una nuova storia che conosce crisi e resistenze, rimorsi e slanci. I due personaggi sono in realtà più simili di quanto si possa immaginare. Entrambi sono soli e succubi di due realtà più grandi di loro – la famiglia e la Chiesa – e inconsapevoli del sesso e dell’alterità, ma sarà proprio questa condizione comune che permetterà loro di rompere e ridefinire di volta in volta le deviazioni che incontreranno sulla loro strada. Ma resta aperto però un grande quesito; quale è la vera strada da percorrere?
Sébastien Japrisot definisce una mappa del desiderio e della diversità, e tiene agganciata la narrazione a una continua e costante tensione legando a doppio filo le vicende dei personaggi ai fatti del mondo, ribadendo il legame indissolubile tra individuo e storia quali grandi metafore al cui interno i significati, dialogando, danno vita a ciò che chiamiamo fatti: Japrisot così insinua lentamente, all’interno del romanzo, prima le notizie che provengono dalla radio della disfatta tedesca a Stalingrado, poi dello sbarco alleato in Normandia.

L’iniziale presenza degli occupanti tedeschi, per Denis, è semplice disappunto per la presenza dello straniero; l’età dell’adolescenza è pur sempre un tempo selvaggio, antistorico. Sarà il bombardamento della città, quasi a configurarsi come punizione esemplare per il peccato che vi abita, a offrire a Denis e suor Clotilde l’occasione per fuggire, intraprendere una nuova strada scappando verso la provincia del Sud. Il disordine del mondo diventa così elemento di ordine per Denis e Clotilde. La guerra è cresciuta con il crescere del loro amore. I fatti sono divenuti il prodotto del dialogo tra individuo e storia. L’individuo e la storia non sono altro che metafore, il pretesto per la produzione di significati.

Dio, corpo ed eros sono intimamente legati in suor Clotilde, e Japrisot apre a continue occasioni di dialogo tra questi elementi che però non trovano equilibrio nell’animo tormentato della donna. Gli unici momenti in cui questi sembrano collimare sono più dovuti a una sua reazione nervosa, a un desiderio di mettere a tacere tali movimenti dell’anima. A ogni modo è ben facile carpire dal mare magnum di tali idiosincrasie quale,forse, sembra essere l’unico sesso naturale. E l’unico aspetto del sesso naturale eal tempo stesso innaturale, è probabilmente l’incesto. E da qui si genera quel buio di fondo dell’animo umano, la frustrazione madre di tutte le guerre.

”Signore, concedimi di amarlo come un fratello, come un figlio. Concedimi di baciare il suo viso senza timore e di restare pura nei miei pensieri come lo ero quando sono venuta a Te. La vita avrebbe potuto darmi un fratello più piccolo come Denis o un figlio come Denis, un figlio tutto mio, ardente del mio stesso amore. Voglio amarlo così, Signore. Lo amo così. Denis, Denis, piccolo angelo mio.”

Japrisot è abile nel comporre più livelli di significati, richiami e sovrapposizioni: il nome del prefetto degli studi dell’istituto gesuita si chiama Gargantua, un vero e proprio scherzo messo in scena dall’autore, essendo Gargantua il personaggio di François Rabelais, il gigante principe del regno d’Utopia che si affranca della severa e mortificante educazione di corte grazie al vecchio Ponocrate che gli insegna ad apprendere direttamente e solo dai libri prendendosi gioco dei pedanti; vi è una lunga carrellata di bianco descritta nella sosta tra primo e secondo semestre, rappresentata dai ricordi di Denis delle vecchie nevicate, momento di tregua in cui egli scopre l’avvenuta tanto attesa Trasformazione; l’improvviso temporale che esplode mentre Denis confessa ad Arthur i suoi incontri con suor Clotilde, e che finisce poco dopo egli ha parlato. Inoltre c’è l’apparente miracolo a cui suor Clotilde crede di assistere, nel momento in cui piange in grembo alla madre Superiora ammettendo la sua relazione, e vede una lacrima scorrere lungo la tonaca anziché imprimersi su di essa. Una scrittura, quella di Japrisot, fortemente visiva, che procede per panoramiche orizzontali, finte soggettive, e che ama indugiare su elementi slegati dalla narrazione per poi concentrarsi ex abrupto su brevi e intensi primi piani supportati da dialoghi snelli.

Per Japrisot l’amore è rinnegamento e frammentazione dell’identità, rottura del rapporto tra individuo ed educazione, abbandono della cultura. La trasformazione dei due personaggi si realizza attraverso bugie e traviamenti, rimorsi e promesse, fantasie, ma giunge a un culmine nel quale essi sono ricongiunti e invertiti nei loro caratteri precipui. L’unica cosa reale che esiste e definisce realmente una persona è il sesso, a dispetto di ciò che ci viene negato dalla società.
La cattiva strada porterà così i due personaggi a salvarsi dalla morte e della guerra, ma farà conoscere loro l’impossibilità di vivere.

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Fantasia al potere

Claude Debussy, Monsieur Croche. Tutti gli scritti, tr. Anna Battaglia, Il Saggiatore, pp. 334, € 24,65 stampa

di RAFFAELE GUIDA

Monsieur Croche è una raccolta di articoli scritti da Claude Debussy tra il 1901 e il 1912 per riviste quali Le Figaro, Gil Blas, Mercure Revue e Revue blanche, per citare le più famose, impreziosite dai contributi di grandi personalità tra le quali Marcel Proust, André Gide e Guillaume Apollinaire. Una prima uscita editoriale di questa collezione vede la luce nel 1921, mentre dobbiamo la prima traduzione in italiano al compositore Luigi Cortese, nel 1945.

L’edizione del 2018 de Il Saggiatore, oltre che un omaggio per il centenario della scomparsa del musicista francese, si rivela un compendio dettagliato e illuminante grazie al contributo di Enzo Restagno e al lavoro di traduzione da parte di Anna Battaglia.

Nelle intenzioni di Debussy questi articoli avrebbero dovuto essere la mostra di un lavoro critico atto a illustrare le più disparate idee e teorie sulla musica e sui rapporti che questa intrattiene con le altre arti, dalla letteratura alla pittura, passando per la danza e il teatro, registrandone le evoluzioni, le singole varietà percettive, fino a tessere una sintesi tra poetica individuale e visione estetica, in una prospettiva metacritica.

Debussy in questi articoli esprime in modo ampio e argomentato le proprie idee sui temi relativi alla creazione, alla creatività e alla percezione di un artificio artistico, reinterpretando una figura cara al primo estetismo (significativamente formulato da Oscar Wilde nella prefazione del suo Dorian Gray) ovvero quella dell’artista come unico vero critico, di se stesso e non solo; ruolo che Debussy non pretende, ma esercita. In questa veste affronta temi quali i taciti compromessi che avvengono tra pubblico e artista e che fanno scaturire ciò che chiamiamo cultura. Non manca una cifra spiccatamente polemica, attraverso la quale il compositore si interroga sulla funzione delle istituzioni culturali e dell’educazione delle masse all’arte.

A questo atteggiamento si accosta la sincera ammirazione verso i Beethoven, i Wagner, i Saint-Saëns, gli Strauss, di cui ci illustra la poetica. Passando alle analisi dei concerti, Debussy esprime a tutto tondo la sua visione magnificente di spettacolo, soffermandosi sulle scene, gli interni dei teatri, i direttori d’orchestra, gli spettatori stessi, in un gigantesco vortice in cui tutto è messo in relazione e in cui l’equilibrio degli elementi è cruciale ai fini della rappresentazione. Tramite questi articoli possiamo conoscere molti autori coevi e poco conosciuti, da lui stimati, quali George Hüe, André Corneau, Eduard Lalo.

Il registro è intimo e cronachistico; la scrittura è impressionistica, ispirata e nervosa, pensosa, snella e scattante, sorella gemella del suo stile musicale, intercalata da aneddoti maliziosi e vigorose sferzate – Debussy paragona il Palazzo Garnier che ospita l’Opéra a un bagno turco. Ma non basta, per dire anche più di quel che vuol dire, il compositore crea dal nulla Monsieur Croche, presenza fantastica che prende posto nella sua casa e con la quale Debussy dialoga giungendo a rivelazioni sorprendenti. Un intelligente alter ego attraverso cui esercitare la più nobile delle arti, la maieutica.

Scorrendo via via gli articoli riusciamo a ricostruire come veniva promossa, fruita, percepita la musica del tempo, assistendo da vicino, anzi, da dentro, a ciò che animava la vita artistica della Parigi della Belle Epoque nella quale recalcitravano le suggestioni di fine Ottocento. Così, una semplice raccolta di articoli diventa materia letteraria e spaccato di vita quotidiana grazie al quale Debussy ci permette di stargli accanto: nei concerti cui assiste, durante gli eventi cui prende parte, nelle città che visita, e nei momenti di raccoglimento che si concede nel suo salotto.

Sincero ammiratore della tradizione classica francese, definisce la sua cifra, la clarté, ovvero una sintesi espressiva fra tradizione e gioco che per lui è tutto. Il rispetto della forma difatti è cruciale ed è l’unica prospettiva dalla quale è possibile costituire un punto di fuga verso la creazione del nuovo. Il proponimento estetico che racchiude tutto il pensiero di Debussy è creare un’arte che concili elementi intellegibili con altri primigeni, antidialettici. È doveroso infatti, riservare all’interno di un’opera d’arte uno spiraglio di incomprensibilità, di indecifrabilità, di volontaria rinuncia comunicativa.

Da grande visionario arriva ad immaginare la musica delle generazioni future e ne teorizza una tale da poter essere suonata en plein air: che riesca a dialogare con gli elementi della natura circostanti, aprendo così le porte a implicazioni nuove tra spazio, suono, ambiente, strumento ed espressione, indicando la via a un’arte che nasca attraverso lo studio dei fenomeni naturali.

Sul piano teorico, infine, il compositore non si limita ad analizzare le influenze reciproche tra le arti, ma anche quelle relative alle tradizioni musicali europee e ai generi (da quello popolare, alla sinfonia, all’opera buffa) realizzando un’operazione tanto comparatistica che semiologica. In questo lavorìo trova spazio la messa in relazione tra simbolo letterario e leitmotiv musicale, soprattutto all’interno de L’ouragan di Bruneau, scritto sui versi di Zola, aprendo così a uno squarcio che destinerà l’attenzione ai rapporti della musica con poesia e prosa.

Ma filtrano anche riflessioni filosofiche ed esistenziali. Per metterle meglio in luce Debussy le affida al già nominato alter ego: Monsieur Croche.

È un grande individualista, Monsieur Croche; il suo individualismo, atipico, pone al centro del mondo l’individuo tutto in quanto irriducibile manifestazione di una singolarità. Il senso recondito che plasma il ‘vero individualista’ spinge verso un profondo panteistico legame con le cose e le persone; ma quando l’individualista prende consapevolezza che tale visione non è condivisa da gran parte dell’umanità, converte tale sentimento nel suo opposto. Questo scarto costringe l’individualista a vivere in un mondo che sembra volersi svilire, costringendolo a svilirsi suo malgrado. Ma Monsieur Croche non desidera altro che assistere al più grande spettacolo del mondo che è la vita stessa, e questi articoli non saranno che un alibi per poter donare allo spettatore un pezzo tangibile dell’entusiasmo creatore.

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Gli amori impossibili

Philippe Besson, Non mentirmi, tr. Leila Beauté, Guanda, pp. 155, € 16,00 stampa

recensisce RAFFAELE GUIDA

Philippe Besson, classe 1967, è nato a Barbazieux nella Nouvelle Aquitanie, nel sud ovest della Francia, ma ha vissuto a Parigi, dove ha esercitato per cinque anni l’avvocatura oltre a insegnare diritto tributario e lavorare come segretario generale nella IFOP, una grande società internazionale di ricerche di mercato. La sua carriera letteraria ha avuto inizio per caso, così come tutte le grandi cose nascono sotto il segno della semplicità. Lui riferirà sempre della fine di una relazione, il 4 settembre 1999. «Quel giorno, senza sapere più di tanto perché, mi sono messo a scrivere una storia e ci ho preso gusto» dirà.

Invia il manoscritto a diverse case editrici, temendo il peggio; alla fine rifiuterà lo pseudonimo proposto dalla casa editrice Julliard, la quale pubblicava tra i vari, i lavori di Patrick Besson. Da quel momento in poi Philippe non si fermerà più e riceverà importanti riconoscimenti come il Premio Emmanuel-Robles per il romanzo d’esordio In assenza di uomini del 2001, mentre nel 2015 otterrà la decorazione di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere. Attivista, divulgatore, da poco divenuto Console Generale della Francia a Los Angeles, si limiterà a considerarsi un bobo de gauche (bobo significando bourgeois-bohémien), non senza riuscire a nascondere un sorriso di intelligente ironia, lui, il responsabile d’azienda che scrive libri e viaggia nei mari del Pacifico.

La storia di Non mentirmi parte da lontano, in provincia. Philippe è un adolescente brillante, curioso, timido e di buona famiglia. Nel liceo che frequenta, durante l’ultimo anno, si accorge di un ragazzo, Thomas, poco più grande di lui, sempre circondato da amici e ragazze, ma che sembra tenere qualcosa chiuso in sé. Il suo vivere con gli altri è distratto, silenzioso, fiero. Questi due mondi opposti un giorno si incontrano, e nasce l’amore, un amore segreto e avventuroso, fatto di fughe, nascondigli, silenzi e attese. Finisce la scuola e Thomas decide che da quel momento la loro avventura dovrà finire. Philippe va in città con il cuore infranto; lo attende una luminosa carriera universitaria. Ci saranno per lui nuove amicizie, una nuova vita, e tanti libri. Diventerà uno scrittore e tutto sarà per lui.

Passano dieci anni. Un giorno, per strada, Philippe si accorge di un uomo; sembra Thomas, è Thomas. Lo rincorre, lo chiama, lo raggiunge, ma non è lui. Eppure c’è qualcosa di così simile a lui. Il giovane si chiama Lucas. Si presentano, decidono di passare la mattinata insieme al caffè della stazione in attesa del treno di Lucas. Tra di loro l’intesa e l’amicizia sono immediate e genuine. Molto della famiglia di Lucas induce a pensare a Thomas, così Philippe inizia a fantasticare; alla fine, tra la meraviglia e il magone, Philippe realizzerà che Lucas è effettivamente il figlio di Thomas, non solo, ma che Thomas è un grande ammiratore dei suoi romanzi. E di tutta la loro storia Lucas e sua madre non sanno niente. Il figlio dà a Philippe il numero del padre, pensando di fargli una sorpresa. Ma Philippe e Thomas non avranno mai il coraggio di riprendere i contatti. Passeranno altri dieci anni, e ciò che accadrà sarà inimmaginabile.

Non mentirmi è un romanzo sugli amori impossibili e travolgenti, quelli vissuti tra silenzi ed esplosioni di luce, che ci regalano la scoperta del famelico bisogno dell’altro, un bisogno che ci permette di toccare con mano la genuinità delle emozioni nelle quali alla fine ci riscopriamo persino capaci di riderne, e di sorridere della nostra finitudine. Altro non è che la strada che ci conduce a diventare uomini, a essere quello che siamo e che siamo destinati ad essere.

La storia è ambientata in provincia, simbolo del luogo primordiale in cui l’uomo scopre le sue libere pulsioni, ma al quale è legato in un vincolo troppo stretto per potersene affrancare e vivere secondo la sue regole personali. Philippe e Thomas vengono da due mondi diversi, inconciliabili, sebbene di ciò si rendano conto solo gradualmente. Philippe frequenta l’università e la metropoli, mentre a Thomas spetta la campagna del padre e la provincia, ma al centro c’è il loro cercarsi, il puro godere reciproco, e le loro paure, come la paura di rivelare all’altro un amore pesante da portare, paura di aver donato senza sentimento, paura che gli altri vedano. E sarà proprio Thomas, personaggio appartenente alla provincia contadina, alla sua regale fierezza, a essere la porta di quella sessualità che quel mondo così moderno non accetta, anzi, denigra, e nega.

Come tutti gli amori adolescenziali, anche questo si perde tra le vacanze e gli esami di maturità, l’incamminarsi verso i propri sogni e i propri doveri. Così con l’avanzare del romanzo, assieme alla storia anche i personaggi crescono, dentro e fuori. I salti temporali si infittiscono, segno del tempo che scorre, e si apre il ricordo, la rivelazione dell’irriducibilità dei sentimenti e della vita. In divenire assistiamo a una scrittura filmica, arditi escamotage, quali ad esempio condensare in un solo momento narrativo le disparate azioni di un singolo personaggio, permettendone la visione del cambiamento nel tempo. Fanno da sfondo il cinema, le musiche, le grandi passioni dell’autore. Ma soprattutto, l’amore per l’invenzione, la certezza che la parte autentica degli uomini non solo non è mai del tutto svelata, ma è anche difficilmente comunicabile. Un sentimento che apre costantemente alla sorpresa. Philippe perde Thomas, ma come la morte, l’amore è un fatto ineluttabile, e lo ritroverà, dopo molto tempo, nello stupore della visione dell’amore ricambiato.

C’è un parallelo significativo nel romanzo, due diversi momenti che fiancheggiano il nucleo della trama e che si richiamano. Philippe è un bambino e si trova con la madre al luna park la sera di Pasqua. Philippe si perde per pochi attimi e per la prima volta sperimenta il terrore dell’abbandono. La madre lo sgrida. Non le dovrà mai mentire. Il secondo momento si rifà alla festa di compleanno di diciotto anni di Nadine, una sua amica, sul finire dell’anno scolastico. A questa festa Philippe incontra Thomas. I due, come da promessa, si tengono a distanza nei momenti conviviali, e qui Philippe sperimenta l’insopprimibile desiderio di affetto che lo lega a Thomas e dal quale deve intenzionalmente allontanarsi. Questo parallelo getta luce sulla vera ferita di Philippe, ovvero la paura dell’abbandono e il doversi tenere a distanza allo stesso tempo, ed è questo che da l’anima ed il titolo al romanzo, ovvero la necessità di nutrire l’autenticità del sentimento. Il suo è un sentimentalismo composto, pronto ad esplodere nell’urgenza. L’amore è fame d’aria, deserto che arde, goffaggine altissima.

Besson nelle sue punte espressive appartiene ai Prévert, alle Duras. Ciò che viene fuori con forza è l’amore come salvezza, sofferto, implorato, tradito, alla fine sempre ricercato. Una gioia che coincide con l’essere vivi, la gioventù, e anche con la figura del bambino, senza rinnegare le eco proustiane (è Marcel Proust uno dei personaggi del suo primo romanzo) delle quali apprezza e rinvigorisce l’uso delle analogie e il metodo di indagine sull’interiorità e sui sentimenti umani che compongono l’autenticità delle cose. La costruzione del periodo avviene spesso rovesciando con grazia d’equilibrista le dinamiche percettive, anteponendo la sintesi all’analisi di una situazione o di un momento. In questa maniera egli rende le emozioni a misura d’uomo e prende per mano il lettore guidandolo a scoprire assieme una verità più grande. Leggendo Besson non ci si può mai sentire soli.

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Un grandioso disordine

Blaise Cendrars, Moravagine, tr. Leopoldo Carra, Biblioteca Adelphi, pp. 249, € 18,00 stampa

recensisce RAFFAELE GUIDA

Frédéric Louis Sauser nasce a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, nel 1887. Se pensiamo che nel 1886 era nato T.S. Eliot, nel 1885 Pound, nel 1883 Kafka e nel 1882 Joyce, bisogna dire che il futuro Blaise Cendrars era venuto al mondo in un decennio alquanto fertile di talenti letterari. Fugge giovanissimo di casa; il suo vitalismo e la sua irrequietudine lo portano a Mosca, Parigi, New York, Sao Paulo. Studente di medicina, soldato, giornalista, invitato alla scrittura da un bibliotecario russo, stabilitosi a Parigi nel 1912, fonda la rivista Les Hommes Nouveaux in cui compie l’acrobatica operazione che unirà tardo simbolismo e prima avanguardia. Considerato nume del modernismo, intenderà il suo pseudonimo – come nel manifesto Deep Today (1917) – come ciò che resta dell’autore, colto dal fuoco, dopo l’atto creativo: da qui Blaise, allusione alla brace, e Cendrars, cenere. Alternò periodi di feconda produzione ad altri di totale rifiuto; scrisse poesie e prosa; quest’ultima, incalzante e aggressiva, bilancia azione e introspezione permettendosene gli eccessi. Tra i romanzi maggiori, L’oro (1925), La vita pericolosa (1926) e Moravagine (1926). Riceve in extremis l’unico plauso letterario colto in vita: il Grande Premio Letterario della città di Parigi.

C’è solo un modo per scrivere il romanzo perfetto: unirne principio e fine in un rapporto di filiazione tale che l’amalgama dei suoi elementi divenga necessità e chiave stessa di lettura. E nel cerchio perfetto che descrive Blaise Cendrars, identità, storie, vicende e moventi sono messi in crisi e fatti passare attraverso un rigoroso ordine interno scandito da tre elementi ineluttabili: il tempo, il viaggio e il cambio – o meglio, l’interscambio – di segno tra personaggi e azioni.

Il romanzo si presenta come preludio della vera narrazione, quella di Moravagine, un misterioso e stralunato paziente di una casa di cura in cui si imbatte il giovane medico Raymond La Science, brillante e audace, assetato di conoscenza e di rivalsa sul mondo accademico. Liberare il paziente è per Raymond l’occasione della vita, la follia perfetta, ovvero poter affrancare il caos e il suo puro manifestarsi assistendone da vicino voragini e smottamenti, voli, strappi, cadute.

La vita del medico sarà fagocitata da Moravagine: i due attraverseranno Berlino, scapperanno da omicidi e finiranno nella Russia zarista del 1905, invischiandosi con il terrorismo bolscevico per ritrovarsi prigionieri degli indios sulle sponde dell’Orinoco, dopodiché ritorneranno a Parigi e saranno travolti dai fatti della Prima Guerra Mondiale (che Cendrars conosceva anche troppo bene, avendovi perso un braccio).

Dall’incontro tra malattia e salute si avrà una polarizzazione che sarà perno intorno al quale si svilupperà il contenuto. La malattia non esiste, la follia ha una sua logica, le cose sono un tutt’uno e sono osservate da dentro, in ogni singolo brano di materia in cui questa si rivela essere altro che disordine inerte. C’è qualcosa che accomuna medico e malato, che li rende fratelli, e sono la febbre e la smania che li porta lontani da sé nel ricercare la realtà a tutti i costi, giocare ferocemente con i suoi punti critici, entrare e uscire più volte dal pensiero razionale. Coloro che incontrano nel dispiegarsi delle peripezie sono personaggi civetta, distruttori e creatori di caos, i quali ne accompagnano e difendono i passaggi tra mondi e trasformazioni. La follia nel mondo urbano diventa violenza, in quello rivoluzionario diventa fede, in quello primitivo diventa sacro. Non esiste una cura, e l’unica via di fuga è offerta dalla guerra, nella quale gli ordini naturali sono ristabiliti e ogni personaggio viene posto nuovamente nella sua luce.

Tutti questi segni impregnano il libro degli umori del romanzo novecentesco, così come di quelli del realismo magico e del romanzo postmoderno. Il finale sorprendente arriverà a svelare la sua natura finale di metaromanzo.

La cifra caratteristica di Cendrars, qui, è rappresentata da ampie digressioni, climax ascendenti, paradossi, antitesi. Si aprono squarci inaspettati di disperante lirismo, e ironia, ironia nera, beffa. Vi è nel libro un respiro interno che conduce il disordine, vitale e mortifero al tempo stesso, al suo progressivo annichilimento. Cendrars è padrone della sua materia, e da cattivo maestro, insegna come sospendere ogni giudizio per penetrare l’irrazionale – fantasma a cui dover rendere conto – e mostra fin dove l’uomo deve spingersi per sbrogliare il bandolo della matassa universale, ovvero, egli stesso.

Un romanzo che nella sua impronta fortemente autobiografica stupisce per modernità e capacità di evocare impressioni e afflati di quest’epoca. Col tempo, potremo parlare di un classico.

Un più ampio profilo della poliedrica figura di Cendrars si trova nella puntata di PULP Vintage che ripropone il ritratto dell’autore scritto da Claudio Asciuti.

http://www.adelphi.it

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