Tutti gli articoli di Raffaele Guida

Gli amori impossibili

Philippe Besson, Non mentirmi, tr. Leila Beauté, Guanda, pp. 155, € 16,00 stampa

recensisce RAFFAELE GUIDA

Philippe Besson, classe 1967, è nato a Barbazieux nella Nouvelle Aquitanie, nel sud ovest della Francia, ma ha vissuto a Parigi, dove ha esercitato per cinque anni l’avvocatura oltre a insegnare diritto tributario e lavorare come segretario generale nella IFOP, una grande società internazionale di ricerche di mercato. La sua carriera letteraria ha avuto inizio per caso, così come tutte le grandi cose nascono sotto il segno della semplicità. Lui riferirà sempre della fine di una relazione, il 4 settembre 1999. «Quel giorno, senza sapere più di tanto perché, mi sono messo a scrivere una storia e ci ho preso gusto» dirà.

Invia il manoscritto a diverse case editrici, temendo il peggio; alla fine rifiuterà lo pseudonimo proposto dalla casa editrice Julliard, la quale pubblicava tra i vari, i lavori di Patrick Besson. Da quel momento in poi Philippe non si fermerà più e riceverà importanti riconoscimenti come il Premio Emmanuel-Robles per il romanzo d’esordio In assenza di uomini del 2001, mentre nel 2015 otterrà la decorazione di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere. Attivista, divulgatore, da poco divenuto Console Generale della Francia a Los Angeles, si limiterà a considerarsi un bobo de gauche (bobo significando bourgeois-bohémien), non senza riuscire a nascondere un sorriso di intelligente ironia, lui, il responsabile d’azienda che scrive libri e viaggia nei mari del Pacifico.

La storia di Non mentirmi parte da lontano, in provincia. Philippe è un adolescente brillante, curioso, timido e di buona famiglia. Nel liceo che frequenta, durante l’ultimo anno, si accorge di un ragazzo, Thomas, poco più grande di lui, sempre circondato da amici e ragazze, ma che sembra tenere qualcosa chiuso in sé. Il suo vivere con gli altri è distratto, silenzioso, fiero. Questi due mondi opposti un giorno si incontrano, e nasce l’amore, un amore segreto e avventuroso, fatto di fughe, nascondigli, silenzi e attese. Finisce la scuola e Thomas decide che da quel momento la loro avventura dovrà finire. Philippe va in città con il cuore infranto; lo attende una luminosa carriera universitaria. Ci saranno per lui nuove amicizie, una nuova vita, e tanti libri. Diventerà uno scrittore e tutto sarà per lui.

Passano dieci anni. Un giorno, per strada, Philippe si accorge di un uomo; sembra Thomas, è Thomas. Lo rincorre, lo chiama, lo raggiunge, ma non è lui. Eppure c’è qualcosa di così simile a lui. Il giovane si chiama Lucas. Si presentano, decidono di passare la mattinata insieme al caffè della stazione in attesa del treno di Lucas. Tra di loro l’intesa e l’amicizia sono immediate e genuine. Molto della famiglia di Lucas induce a pensare a Thomas, così Philippe inizia a fantasticare; alla fine, tra la meraviglia e il magone, Philippe realizzerà che Lucas è effettivamente il figlio di Thomas, non solo, ma che Thomas è un grande ammiratore dei suoi romanzi. E di tutta la loro storia Lucas e sua madre non sanno niente. Il figlio dà a Philippe il numero del padre, pensando di fargli una sorpresa. Ma Philippe e Thomas non avranno mai il coraggio di riprendere i contatti. Passeranno altri dieci anni, e ciò che accadrà sarà inimmaginabile.

Non mentirmi è un romanzo sugli amori impossibili e travolgenti, quelli vissuti tra silenzi ed esplosioni di luce, che ci regalano la scoperta del famelico bisogno dell’altro, un bisogno che ci permette di toccare con mano la genuinità delle emozioni nelle quali alla fine ci riscopriamo persino capaci di riderne, e di sorridere della nostra finitudine. Altro non è che la strada che ci conduce a diventare uomini, a essere quello che siamo e che siamo destinati ad essere.

La storia è ambientata in provincia, simbolo del luogo primordiale in cui l’uomo scopre le sue libere pulsioni, ma al quale è legato in un vincolo troppo stretto per potersene affrancare e vivere secondo la sue regole personali. Philippe e Thomas vengono da due mondi diversi, inconciliabili, sebbene di ciò si rendano conto solo gradualmente. Philippe frequenta l’università e la metropoli, mentre a Thomas spetta la campagna del padre e la provincia, ma al centro c’è il loro cercarsi, il puro godere reciproco, e le loro paure, come la paura di rivelare all’altro un amore pesante da portare, paura di aver donato senza sentimento, paura che gli altri vedano. E sarà proprio Thomas, personaggio appartenente alla provincia contadina, alla sua regale fierezza, a essere la porta di quella sessualità che quel mondo così moderno non accetta, anzi, denigra, e nega.

Come tutti gli amori adolescenziali, anche questo si perde tra le vacanze e gli esami di maturità, l’incamminarsi verso i propri sogni e i propri doveri. Così con l’avanzare del romanzo, assieme alla storia anche i personaggi crescono, dentro e fuori. I salti temporali si infittiscono, segno del tempo che scorre, e si apre il ricordo, la rivelazione dell’irriducibilità dei sentimenti e della vita. In divenire assistiamo a una scrittura filmica, arditi escamotage, quali ad esempio condensare in un solo momento narrativo le disparate azioni di un singolo personaggio, permettendone la visione del cambiamento nel tempo. Fanno da sfondo il cinema, le musiche, le grandi passioni dell’autore. Ma soprattutto, l’amore per l’invenzione, la certezza che la parte autentica degli uomini non solo non è mai del tutto svelata, ma è anche difficilmente comunicabile. Un sentimento che apre costantemente alla sorpresa. Philippe perde Thomas, ma come la morte, l’amore è un fatto ineluttabile, e lo ritroverà, dopo molto tempo, nello stupore della visione dell’amore ricambiato.

C’è un parallelo significativo nel romanzo, due diversi momenti che fiancheggiano il nucleo della trama e che si richiamano. Philippe è un bambino e si trova con la madre al luna park la sera di Pasqua. Philippe si perde per pochi attimi e per la prima volta sperimenta il terrore dell’abbandono. La madre lo sgrida. Non le dovrà mai mentire. Il secondo momento si rifà alla festa di compleanno di diciotto anni di Nadine, una sua amica, sul finire dell’anno scolastico. A questa festa Philippe incontra Thomas. I due, come da promessa, si tengono a distanza nei momenti conviviali, e qui Philippe sperimenta l’insopprimibile desiderio di affetto che lo lega a Thomas e dal quale deve intenzionalmente allontanarsi. Questo parallelo getta luce sulla vera ferita di Philippe, ovvero la paura dell’abbandono e il doversi tenere a distanza allo stesso tempo, ed è questo che da l’anima ed il titolo al romanzo, ovvero la necessità di nutrire l’autenticità del sentimento. Il suo è un sentimentalismo composto, pronto ad esplodere nell’urgenza. L’amore è fame d’aria, deserto che arde, goffaggine altissima.

Besson nelle sue punte espressive appartiene ai Prévert, alle Duras. Ciò che viene fuori con forza è l’amore come salvezza, sofferto, implorato, tradito, alla fine sempre ricercato. Una gioia che coincide con l’essere vivi, la gioventù, e anche con la figura del bambino, senza rinnegare le eco proustiane (è Marcel Proust uno dei personaggi del suo primo romanzo) delle quali apprezza e rinvigorisce l’uso delle analogie e il metodo di indagine sull’interiorità e sui sentimenti umani che compongono l’autenticità delle cose. La costruzione del periodo avviene spesso rovesciando con grazia d’equilibrista le dinamiche percettive, anteponendo la sintesi all’analisi di una situazione o di un momento. In questa maniera egli rende le emozioni a misura d’uomo e prende per mano il lettore guidandolo a scoprire assieme una verità più grande. Leggendo Besson non ci si può mai sentire soli.

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Un grandioso disordine

Blaise Cendrars, Moravagine, tr. Leopoldo Carra, Biblioteca Adelphi, pp. 249, € 18,00 stampa

recensisce RAFFAELE GUIDA

Frédéric Louis Sauser nasce a La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, nel 1887. Se pensiamo che nel 1886 era nato T.S. Eliot, nel 1885 Pound, nel 1883 Kafka e nel 1882 Joyce, bisogna dire che il futuro Blaise Cendrars era venuto al mondo in un decennio alquanto fertile di talenti letterari. Fugge giovanissimo di casa; il suo vitalismo e la sua irrequietudine lo portano a Mosca, Parigi, New York, Sao Paulo. Studente di medicina, soldato, giornalista, invitato alla scrittura da un bibliotecario russo, stabilitosi a Parigi nel 1912, fonda la rivista Les Hommes Nouveaux in cui compie l’acrobatica operazione che unirà tardo simbolismo e prima avanguardia. Considerato nume del modernismo, intenderà il suo pseudonimo – come nel manifesto Deep Today (1917) – come ciò che resta dell’autore, colto dal fuoco, dopo l’atto creativo: da qui Blaise, allusione alla brace, e Cendrars, cenere. Alternò periodi di feconda produzione ad altri di totale rifiuto; scrisse poesie e prosa; quest’ultima, incalzante e aggressiva, bilancia azione e introspezione permettendosene gli eccessi. Tra i romanzi maggiori, L’oro (1925), La vita pericolosa (1926) e Moravagine (1926). Riceve in extremis l’unico plauso letterario colto in vita: il Grande Premio Letterario della città di Parigi.

C’è solo un modo per scrivere il romanzo perfetto: unirne principio e fine in un rapporto di filiazione tale che l’amalgama dei suoi elementi divenga necessità e chiave stessa di lettura. E nel cerchio perfetto che descrive Blaise Cendrars, identità, storie, vicende e moventi sono messi in crisi e fatti passare attraverso un rigoroso ordine interno scandito da tre elementi ineluttabili: il tempo, il viaggio e il cambio – o meglio, l’interscambio – di segno tra personaggi e azioni.

Il romanzo si presenta come preludio della vera narrazione, quella di Moravagine, un misterioso e stralunato paziente di una casa di cura in cui si imbatte il giovane medico Raymond La Science, brillante e audace, assetato di conoscenza e di rivalsa sul mondo accademico. Liberare il paziente è per Raymond l’occasione della vita, la follia perfetta, ovvero poter affrancare il caos e il suo puro manifestarsi assistendone da vicino voragini e smottamenti, voli, strappi, cadute.

La vita del medico sarà fagocitata da Moravagine: i due attraverseranno Berlino, scapperanno da omicidi e finiranno nella Russia zarista del 1905, invischiandosi con il terrorismo bolscevico per ritrovarsi prigionieri degli indios sulle sponde dell’Orinoco, dopodiché ritorneranno a Parigi e saranno travolti dai fatti della Prima Guerra Mondiale (che Cendrars conosceva anche troppo bene, avendovi perso un braccio).

Dall’incontro tra malattia e salute si avrà una polarizzazione che sarà perno intorno al quale si svilupperà il contenuto. La malattia non esiste, la follia ha una sua logica, le cose sono un tutt’uno e sono osservate da dentro, in ogni singolo brano di materia in cui questa si rivela essere altro che disordine inerte. C’è qualcosa che accomuna medico e malato, che li rende fratelli, e sono la febbre e la smania che li porta lontani da sé nel ricercare la realtà a tutti i costi, giocare ferocemente con i suoi punti critici, entrare e uscire più volte dal pensiero razionale. Coloro che incontrano nel dispiegarsi delle peripezie sono personaggi civetta, distruttori e creatori di caos, i quali ne accompagnano e difendono i passaggi tra mondi e trasformazioni. La follia nel mondo urbano diventa violenza, in quello rivoluzionario diventa fede, in quello primitivo diventa sacro. Non esiste una cura, e l’unica via di fuga è offerta dalla guerra, nella quale gli ordini naturali sono ristabiliti e ogni personaggio viene posto nuovamente nella sua luce.

Tutti questi segni impregnano il libro degli umori del romanzo novecentesco, così come di quelli del realismo magico e del romanzo postmoderno. Il finale sorprendente arriverà a svelare la sua natura finale di metaromanzo.

La cifra caratteristica di Cendrars, qui, è rappresentata da ampie digressioni, climax ascendenti, paradossi, antitesi. Si aprono squarci inaspettati di disperante lirismo, e ironia, ironia nera, beffa. Vi è nel libro un respiro interno che conduce il disordine, vitale e mortifero al tempo stesso, al suo progressivo annichilimento. Cendrars è padrone della sua materia, e da cattivo maestro, insegna come sospendere ogni giudizio per penetrare l’irrazionale – fantasma a cui dover rendere conto – e mostra fin dove l’uomo deve spingersi per sbrogliare il bandolo della matassa universale, ovvero, egli stesso.

Un romanzo che nella sua impronta fortemente autobiografica stupisce per modernità e capacità di evocare impressioni e afflati di quest’epoca. Col tempo, potremo parlare di un classico.

Un più ampio profilo della poliedrica figura di Cendrars si trova nella puntata di PULP Vintage che ripropone il ritratto dell’autore scritto da Claudio Asciuti.

http://www.adelphi.it

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