Tutti gli articoli di Paolo Simonetti

Come è stato (veramente) conquistato il West

Bruno Cartosio, Verso ovest. Storia e mitologia del Far West, Feltrinelli, pp. 448, euro 28 stampa, euro 12,99 ebook

recensisce PAOLO SIMONETTI

La versione integrale di quello che rimane forse il film più celebrativo dell’epopea americana dell’Ottocento, La conquista del West (il titolo originale, How the West Was Won, ne accentua la funzione didascalica), si apre con una ouverture che immerge subito lo spettatore in un’atmosfera epica degna di Omero. Mentre lo schermo proietta per cinque lunghissimi minuti l’immagine statica di due topoi western (una diligenza assalita dagli indiani e un gruppo di pellerossa impegnati nella caccia al bisonte), si odono le note di canti popolari che fissano il tono trionfalistico e la portata «monumentale» del film: canti come Oh Shenandoah – dichiarazione d’amore di un mercante bianco per una fanciulla nativa americana –, o come I Am Bound for the Promised Land, in cui l’idea del «destino manifesto» della nazione si carica di connotazioni bibliche. Nel film la conquista della frontiera è presentata attraverso una storia multigenerazionale di audaci pionieri e pioniere, ma anche di rudi mountain men e avventurieri senza scrupoli – quasi sempre antieroi redenti dal compito superiore loro assegnato, quello di portare la civilizzazione nei territori inesplorati della wilderness. Non c’è da meravigliarsi che il film, dal cast stellare e girato nell’innovativo sistema di ripresa per schermo curvo denominato cinerama, abbia ottenuto un successo strepitoso, aggiudicandosi tre premi Oscar (tra cui quello per la miglior sceneggiatura), e che nel 1997 sia stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Library of Congress americana: come sottolinea un giornalista alla fine del film L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford (uscito nel 1962, lo stesso anno della Conquista del West): «Quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda».

Questi e altri film western contribuirono a divulgare il mito dell’Ovest, che però nacque molto prima, come testimoniano la letteratura e la storiografia americana tra Ottocento e Novecento. Nel suo libro Bruno Cartosio, che insegna Storia dell’America del Nord all’Università degli Studi di Bergamo, parte dalle famose tesi sul significato della Frontiera nella storia americana, esposte per la prima volta da Frederick Jackson Turner durante l’Esposizione mondiale di Chicago del 1893, per indagare quei meccanismi storico-sociali che hanno condotto prima alla cristallizzazione del mito e poi alla sua messa in discussione, operando una vera e propria demistificazione delle varie fasi della conquista del West. Verso la fine dell’Ottocento, rivela Cartosio, il processo mitopoietico si proponeva innanzitutto di «presentare come intrinsecamente superiore l’uomo anglosassone protagonista della conquista ai danni delle selvagge popolazioni native e contemporaneamente fare apparire come ‘naturale’ quello che veniva mitologizzato e che invece era stato ‘storico’, cioè prodotto dalle forze economico-politiche e sociali in campo». E infatti dalla lettura del volume emerge chiaramente come in breve tempo, man mano che la frontiera retrocede fino a scomparire, «nella sua marcia verso ovest la civiltà cancella regolarmente tanto gli indiani, quanto i frontiersmen», che pur avendo fatto da apripista, devono lasciare il posto agli agricoltori, ai capitalisti, e infine agli industriali.

Attraverso uno studio meticoloso e ampiamente documentato, Cartosio rispolvera cinturone e speroni e torna a cavalcare i territori del Far West a lui ben familiari, mostrando come l’idealizzazione dell’agricoltore indipendente, del pioniere quale cardine della società statunitense, sia servita a convalidare a posteriori «una valenza politica precisa, il cui fine è la giustificazione o legittimazione dell’esistente, vale a dire delle ragioni e modalità della conquista». Ogni civiltà ha bisogno di un mito di fondazione, e i neonati Stati Uniti non avevano a disposizione il passato atemporale degli antichi poemi epici su cui erigere le strutture portanti della nazione; per questo a Ulisse e Achille si sostituiscono figure storiche che assumono da subito contorni mitici, come Kit Carson, Wild Bill Hickock, Davy Crockett, «Buffalo Bill» Cody, Billy the Kid. Ad essi vengono contrapposti gli indiani, i cosiddetti pellerossa, connotati sin dal colore della pelle come altri, estranei, nemici; i loro eroi, Sitting Bull, Geronimo, sono destinati a sconfitte gloriose che servono soprattutto a far risaltare le vittorie eroiche degli avversari. Cartosio sottolinea giustamente come in queste storie la contrapposizione dovesse essere netta, semplice, immediatamente riconoscibile, perché «l’idea concreta della miscela razziale che la conquista avrebbe comportato era largamente respinta come ripugnante».

Tuttavia, in questo volume gli indiani non sono certo relegati al ruolo di antagonisti o semplici comparse. Il libro di Cartosio è corredato da suggestive foto d’epoca e affronta una varietà così numerosa di argomenti, spunti e narrazioni che è impossibile riassumerla senza sminuirne l’immensa portata evocativa. Il risultato complessivo è quello di un grande affresco storico-sociale, una riflessione a tuttotondo densa e rigorosa, ma perfettamente accessibile anche a non specialisti. Vengono studiati gli eroi della letteratura popolare e dei dime novels, come anche le vicende storiche che li hanno visti protagonisti; si ripercorrono i viaggi di Lewis e Clark e dei primi esploratori; si analizzano le armi della conquista, le vicende di alcune tribù indiane e le battaglie più famose; si racconta l’«Ovest dei fotografi» e quello dei cacciatori e dei mercanti, le «prospezioni per le ferrovie e le esplorazioni dopo la Guerra civile», ma anche le curiosità e le leggende immortalate in decine di film e che oggi sopravvivono nell’immaginario collettivo (e nelle ricostruzioni di musei e attrazioni turistiche). Infine, cosa forse più importante, il libro fa riemergere quel processo, forse unico nella storia dell’umanità, di interpenetrazione tra diverse culture, società e «nazioni», avvenuto in quello spazio di frontiera ormai scomparso, ma che ancora oggi non smette di esercitare un invincibile fascino, e che ci spinge per l’ennesima volta a rivolgere il nostro sguardo di europei «verso ovest».

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Philip Roth: l’invenzione dell’America

Philip Roth, Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, tr. Norman Gobetti, Einaudi, pp. 464, €22 stampa, €10,99 ebook

anticipa PAOLO SIMONETTI

Perché scrivere? Philip Roth se lo chiedeva già nel lontano 1960, durante un simposio organizzato dall’università di Stanford; il suo intervento di allora, intitolato Scrivere narrativa americana, è più che mai attuale; adesso è finalmente accessibile anche al pubblico italiano in questo prezioso e imprescindibile libro appena pubblicato da Einaudi, che raccoglie i testi di non-fiction presenti nell’ultimo volume dedicato dalla prestigiosa Library of America all’opera omnia dello scrittore. A ventott’anni Roth era convinto che

lo scrittore americano a metà del ventesimo secolo incontra grandi difficoltà a comprendere, descrivere e poi rendere credibile la realtà americana. È una realtà che sconcerta, disgusta, manda in bestia, ed è anche motivo d’imbarazzo per la nostra scarsa immaginazione. L’attualità si fa beffe del nostro talento, e ogni giorno saltano fuori figure che farebbero l’invidia di qualunque romanziere.

A dimostrazione di ciò Roth menzionava protagonisti della scena politica americana come Roy Cohn, Dwight David Eisenhower, Richard Nixon e John Fitzgerald Kennedy (allora avversari alle elezioni presidenziali), per poi concludere provocatoriamente: «Era tutto talmente sopra le righe, talmente assurdo, bizzarro e stupefacente che mi sarebbe piaciuto essere stato io a inventarlo».

Quasi sessant’anni dopo possiamo confermare che è successo proprio questo. Se Harold Bloom sostiene che Shakespeare con i personaggi dei suoi drammi abbia «inventato» l’essere umano, allora Philip Roth ha «inventato» l’America così come la conosciamo oggi: da Goodbye, Columbus (1959) a Nemesi (2010), i suoi romanzi hanno plasmato l’immagine di una nazione che grazie al New Deal ha saputo risollevarsi dalla Depressione per affermarsi come superpotenza mondiale. Nella «trilogia americana», attraverso la voce del suo alter-ego più famoso, Nathan Zuckerman, Roth ha fissato per sempre l’America idealizzata della Seconda guerra mondiale e quella paranoica e violenta del maccartismo; l’America delle proteste contro la Guerra in Vietnam e degli scontri per i diritti civili, ma anche l’America degli scandali che ne hanno fatto tremare le fondamenta democratiche – dal Watergate al sexygate. La lucidità dello sguardo di Roth è pari solo alla sua prescienza: nei primi anni Zero, alla nazione ferita del post-11 settembre si sovrappone l’America ucronica e filonazista immaginata nel Complotto contro l’America, mentre negli ultimi romanzi dietro l’ottimismo liberale suscitato dall’elezione di Obama si intravede già l’America farsesca e inquietante di Trump.

Nel corso della sua lunga e pluripremiata carriera, Roth ha preso di petto la realtà sfidandola di continuo con invenzioni narrative che spesso ne hanno anticipato gli esiti, manipolando anche gli avvenimenti chiave della propria vita in combinazioni sempre nuove – sottraendo e aggiungendo elementi, personaggi e situazioni come tasselli di un immenso puzzle formato da trentuno libri, un mosaico che oggi ci restituisce una raffigurazione assolutamente esaustiva ma altrettanto controversa dell’«American century». Nel testo intitolato Mi sono innamorato dei nomi americani Roth specifica di non sentirsi un semplice romanziere, bensì un romanziere «inconfutabilmente americano, legato da tutta la vita alla situazione americana, sotto l’incantesimo del passato di questo paese, partecipe dei suoi drammi e del suo destino». Nel bene e nel male Philip Roth ha sposato l’America, e almeno questo matrimonio non l’ha mai tradito.

Nel discorso di accettazione a uno degli innumerevoli premi ricevuti (il Pulitzer, due National Book Awards, due National Book Critics Circle Awards, tre PEN/Faulkner Awards, la National Humanities Medal della Casa Bianca… per elencarli tutti servirebbe un’altra recensione), lo scrittore ha ribadito: «La mia responsabilità estetica […] è nei confronti della lingua inglese, la madrelingua per mezzo della quale cerco di trasmettere al mondo le mie fantasie di realtà – le mie sbrigliate allucinazioni travestite da romanzi realistici». Se i romanzi sono le maschere preferite del Roth prestigiatore di storie, i testi contenuti in Perché scrivere? svelano alcuni trucchi del mestiere, forniscono una chiave per apprezzare appieno le mille sfumature della sua narrativa, dal momento che Roth resta sempre il miglior critico di se stesso. Qui troviamo interviste ad amici scrittori (Primo Levi, Ivan Klíma, Milan Kundera, Edna O’Brien…), riflessioni retrospettive sulle sue opere (una rilettura di Lamento di Portnoy Quarantacinque anni dopo, un’intervista a proposito dello Scrittore fantasma…) e su quelle altrui (un saggio sulla narrativa di Saul Bellow, un ricordo di Bernard Malamud), accanto a considerazioni sui temi principali della sua scrittura, sketch autobiografici, brani d’occasione e veri e propri gioielli narrativi come Sugo o salsa? e il bellissimo «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno», ovvero, guardando Kafka. Per non parlare delle famigerate lettere al vetriolo inviate da Roth a Wikipedia nel corso degli anni per correggere le interpretazioni delle sue opere che giudicava errate.

Ma allora perché smettere di scrivere? È la domanda che si sono incessantemente posti tutti i lettori e gli appassionati di Roth a partire dal 2012, quando lo scrittore ha annunciato la sua irrevocabile decisione di ritirarsi dalla scena letteraria. In alcune interviste raccolte in questo volume Roth fornisce diversi motivi per la sua scelta, spesso contraddittori e comunque sempre parziali; come al solito, non esiste una verità univoca – i suoi lettori dovrebbero averlo ormai imparato da tempo. «Tutti i mestieri sono ardui», spiega nel 2014 all’intervistatore della rivista Svenska Dagbladet, ma fare lo scrittore per lui è «un compito impossibile»: «Scrivere per me è stata una lotta per la sopravvivenza […]. Tuttavia, perché mi sia dovuto imbarcare in una tale impresa non so proprio dirlo. Forse scrivere mi ha protetto da minacce ancora più terribili». La scrittura come necessità, quindi; come impossibilità, come sfida, come ancora di salvezza. La scrittura come sforzo sovrumano che a ottant’anni Roth non riesce più a sostenere. Ma davvero è tutto qui?

Oppure, alla fine, l’assurdità del reale ha definitivamente surclassato la fiction, se persino un’ucronia come Il complotto contro l’America (in cui Roth immagina la vittoria dell’aviatore filonazista Charles Lindbergh alle elezioni presidenziali del 1940 al posto di Franklin D. Roosevelt) risulta più credibile dell’elezione di Donald Trump a quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti? In una delle sue ultime interviste (purtroppo non inclusa in questo volume) Roth ha specificato che il problema non è capire Trump «come tipo umano o come personaggio – l’immobiliarista o il capitalista spietato, irresponsabile e insensibile», bensì riuscire ad accettarlo seduto alla Casa Bianca, mentre «sfoggia un vocabolario di settantasette parole che sarebbe meglio definire ‘cretinese’ che inglese». I testi di Perché scrivere? sono la risposta di Roth all’impoverimento – lessicale ma anche culturale e mentale – del mondo contemporaneo: se è vero che «il romanziere non è che un minuscolo ingranaggio nella grande ruota del pensiero umano», leggere romanzi (e quindi per traslato scriverli) resta per Roth «un piacere profondo e singolare, un’attività umana avvincente e misteriosa che non richiede maggiori giustificazioni morali o politiche di quante ne richieda il sesso».

http://www.einaudi.it

Paolo Simonetti ha già scritto su Philip Roth nelle pagine di PULP Libri, in occasione della scomparsa dello scrittore americano. 

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Notti magiche

Enrico Brizzi (soggetto e sceneggiatura) e Denis Medri (soggetto, disegni e colori), Un’estate italiana, Panini Comics, pp. 128, euro 18 stampa.

recensisce PAOLO SIMONETTI

In una recente intervista Enrico Brizzi ha definito il calcio «uno dei tre motori della società italiana» (gli altri due sarebbero gli amori facili e l’autoritarismo). Tifosissimo del Bologna, Brizzi stesso parla con cognizione di causa, visto che può vantare dieci anni da abbonato in curva – anni turbolenti, da come li descrive, fatti di sfiancanti viaggi in treno per portare gli striscioni in trasferta in giro per l’Italia e l’Europa al seguito della sua squadra. Il calcio è anche uno dei motori della sua narrativa: ne L’inattesa piega degli eventi – il primo romanzo di quello che probabilmente resterà il suo magnum opus, la trilogia ucronica conosciuta come Epopea fantastorica italiana (2008-2012) – Brizzi reinventa la triste storia coloniale italiana attraverso le vicissitudini di un giornalista sportivo scapestrato e donnaiolo inviato a seguire la «Serie Africa», il campionato di calcio disputato tra le sedici squadre migliori delle colonie.

Oltre a essere un appassionato tifoso, Brizzi è un grande esperto di calcio: stanco di doversi confrontare «con un sacco di luoghi comuni» e di sentirsi ripetere «informazioni vaghe e risapute» sulla nascita e sui primi passi delle principali squadre italiane, tra il 2015 e il 2018 ha pubblicato una seconda trilogia, stavolta di saggi storici dal taglio narrativo, sulle origini e gli sviluppi del calcio in Italia (Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926; Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera 1926-1938 e Nulla al mondo di più bello. L’epopea del calcio italiano fra guerra e pace 1938-1950). E ora, se tutto ciò ancora non bastasse, ha scritto la sceneggiatura di un graphic novel, Un’estate italiana, un noir incentrato sulla carriera di un carismatico (e problematico) calciatore, Yuri Salati, durante i mondiali di calcio di Italia ‘90. I disegni e i colori sono di Denis Medri, artista cesenate classe ’79 che nel 2007 ha cominciato a collaborare con la Marvel Comics (Last of the Mohicans, The Avengers: Giant Size Special, Marvel Adventures: Super Heroes, ecc.); dal 2010 collabora anche con la RCS MediaGroup, per cui ha realizzato una serie di illustrazioni dedicate al Fantacalcio della Gazzetta dello Sport e apparse sulla rivista Sport Week. «Nel 1990 avevo undici anni», ricorda Medri, «e quel Mondiale ha rappresentato per me il definitivo innamoramento per il gioco del calcio».

Sin dalle prime pagine è chiaro che il binomio Brizzi-Medri costituisce una formazione vincente. I disegni puliti, estremamente particolareggiati e dinamici, ricordano lo stile di alcuni fumettisti francesi (Pierre Alary di Moby Dick su tutti – non a caso Medri ha lavorato con l’editore francese «Soleil Productions» a un fantasy fantascientifico dal titolo Les Pèlerins des étoiles); i colori restituiscono efficacemente le diverse atmosfere della vicenda e si adattano perfettamente ai periodi storici descritti (le scene ambientate negli anni Settanta, ad esempio, sono di un suggestivo color seppia). Grazie a un sapiente uso del flashback, la trama passa da episodi legati all’infanzia del protagonista – che tira i primi calci a un pallone nella piazza di un paesino sull’appennino romagnolo – alla sua ascesa in serie A negli anni Ottanta, fino al presente della narrazione, l’8 giugno del 1990, data della partita inaugurale del mondiale italiano. Come ha ricordato Brizzi, la curva è «un ambiente democratico, è il posto dove il tornitore e l’avvocato contano uguale, perché non si è giudicati dal punto di vista del censo, ma da quello della lealtà»; ancor di più il campo, visto che sul rettangolo di gioco contano solo i piedi – e Yuri ce li ha davvero buoni, tanto che si ritroverà, nel 1983, a vincere lo scudetto con la Roma di Pruzzo, Conti e Falcao.

Purtroppo, però, a inseguire il protagonista non ci sono solo gli avversari, ma anche i problemi famigliari, le difficoltà economiche, un carattere difficile, la mafia e, soprattutto, un crimine sepolto nel passato che condivide col suo amico d’infanzia, divenuto portaborse di un importante politico. Nel calcio, come nella vita, le cose non vanno mai come ce le aspettiamo. Ce ne accorgiamo già dalla copertina, che riproduce Ciao, la famosa mascotte di Italia 90, con gli arti spezzati, smembrata e ricoperta di sangue. Se è vero che nelle intenzioni del suo ideatore, Lucio Boscardin, gli elementi cubici bianchi, verdi e rossi della mascotte avrebbero dovuto formare la parola «Italia», è chiaro che il Paese descritto da Brizzi e Medri non è così in salute come sembra invece il suo calcio. Un’estate italiana è un tuffo nostalgico in un’Italia giovane e ottimista, quando alla radio Gianna Nannini e Edoardo Bennato facevano sognare un’intera nazione cantando Notti magiche (il cui vero titolo è, come quello del libro, Un’estate italiana) e l’Italia accoglieva i campioni di tutto il mondo negli stadi fatti costruire o rimodernati apposta per l’occasione. Nelle parole di Brizzi, in quella «stagione irripetibile […] il nostro Paese era al centro del mondo, tanto prospero quanto marcio […]. Credevamo di ascoltare la musica di un glorioso futuro in arrivo, invece erano le prime note dell’Apocalisse».

http://comics.panini.it/

Di Enrico Brizzi PULP Libri ha recensito anche il romanzo Tu che sei di me la miglior parte, nonché il terzo volume della sua storia del calcio italiano, Nulla al mondo di più bello.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il falò delle rarità (librarie)

Vladimir Sorokin, Manaraga. La montagna dei libri, tr. Denise Silvestri, Bompiani, pp. 224, euro 17 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce PAOLO SIMONETTI

Era dai tempi di Fahrenheit 451 che non si bruciavano così tanti libri in un romanzo.

Nel 1953 Ray Bradbury aveva immaginato un futuro in cui i pompieri fanno irruzione nelle case dei sovversivi per dare alle fiamme ogni libro, giudicato illegale; l’autore intendeva metterci in guardia sui pericoli della direzione che avevamo imboccato – sempre più incapaci di pensare in modo indipendente, lobotomizzati dallo schermo televisivo, irrispettosi nei confronti della carta stampata e disabituati alla lettura. Il nostro presente non è poi così diverso, anche se invece di bruciare i libri tendiamo a disfarcene (escluso chi scrive) per sostituirli con dati scaricati su un supporto digitale. Ma il prossimo futuro, descritto da Vladimir Sorokin sessantacinque anni dopo Bradbury in Manaraga. La montagna dei libri è, se possibile, ancora più inquietante. E grottesco. I libri vengono bruciati, ma di nascosto, e per cucinarci sopra delle leccornie che solo i più ricchi possono permettersi. In una società in cui l’unica cosa che si continua a stampare sono le banconote (ma “a differenza dei libri, i soldi bruciano male”, quindi non sono adatti per cucinare), i volumi sono diventati pezzi da museo – le prime edizioni dei grandi autori del passato sono ricercatissime come “ciocchi” indispensabili per il “book ‘n grill”, un rituale che solo gli “Chef” più abili sanno celebrare.

Quella degli “Chef” è una sorta di casta segreta a cui appartiene il narratore e protagonista del romanzo, il trentatreenne Géza, nato a Budapest “da una famiglia di ebrei bielorussi e tatari polacchi”, che ha fatto carriera come rinomato “Chef” specializzato in classici di letteratura russa. Brandendo la sua “Excalibur”, una “striscia metallica speciale a forma di spada” che ogni “Chef” si fa forgiare su misura e che serve a garantire una buona “lettura” – ovvero a impedire che il libro arda in una sola fiammata, che alcuni fogli si liberino dagli altri svolazzando via bruciacchiati, o anche a evitare che durante la cottura si sprigioni troppo fumo o che brandelli di cenere finiscano sui commensali che hanno pagato profumatamente per godersi lo spettacolo prima di assaporare il cibo cotto sui classici – Géza trascorre la vita spostandosi in tutto il mondo per offrire ai suoi clienti una bistecca di manzo con L’adolescente di Dostoevskij o un carré di agnello con Oblomov di Ivan Goncarov.

Grazie a una rete sotterranea di contatti formata da antiquari senza scrupoli e spietati delinquenti pronti a tutto, Géza riesce sempre a procurarsi qualsiasi “ciocco” gli venga richiesto dal cliente. Non si ferma troppo a riflettere sul senso della propria vita, che scorre via frenetica tra aeroporti e “grigliate”, ordinazioni su prenotazione, grosse somme di denaro che passano di mano e, ogni tanto, una riunione nella sede centrale, la “Cucina”, a cui ogni “Chef” deve necessariamente partecipare.

Proprio durante una di queste riunioni viene annunciato che qualcuno sta introducendo sul mercato una grossa tiratura di prime edizioni contraffatte di un classico della letteratura, mettendo a repentaglio l’attività degli “Chef”. Il piano sembra studiato alla perfezione, perché si tratta di un libro dal titolo significativo, Ada, o ardore, scritto da un autore “trasversale”, che per ovvie ragioni viene “letto” da “Chef” di specializzazioni diverse: Vladimir Nabokov, scrittore russo trapiantato negli Stati Uniti, che ha scritto Ada in inglese mentre si trovava in Svizzera. Un libro, tra l’altro, ambientato in un mondo parallelo, un’“Antiterra” non troppo dissimile da quella di Manaraga, e che nel titolo originale gioca sulla quasi totale omofonia tra il nome della protagonista e la parola “ardor” (in russo, inoltre, “Ad” significa “inferno”, che rimanda all’italiano “Ade”). Urge fermare al più presto questa stamperia clandestina, che si nasconde sulla vetta del monte Manaraga, negli Urali Settentrionali. Toccherà proprio a Géza indagare sulla faccenda e neutralizzare il falsario.

Questa la premessa del romanzo, che si snoda attraverso le pagine di diario scritte dal protagonista. Grazie alla sua voce ondivaga, colloquiale, e a una serie di digressioni e “storie nella storia”, riusciamo a cogliere sprazzi del mondo in cui vive Géza: un “nuovo Medioevo” devastato da una guerra religiosa che ha visto sconfitti i mujaheddin ma che ha sconvolto l’ordine politico e sociale così come lo conosciamo. En passant si viene a sapere che Proxima-B è il pianeta “al quale sono legate le ultime speranze dell’umanità”, ma a questo tema non viene più fatto cenno.

La tecnologia ha raggiunto livelli superiori al nostro: gli smartphone sono stati rimpiazzati da “pulci intelligenti” che si impiantano nel cervello e “guidano” la persona come un navigatore o una ricerca su Google. Il protagonista ne ha tre, costosissime: quella rossa lo “inserisce nel tempo” e lo “rende più intelligente”; quella blu è “di navigazione”, mentre quella verde è “comunicativo-informativa” – tutte e tre lo avvertono dei pericoli imminenti, gli forniscono qualsiasi tipo di informazione di cui abbia bisogno, e senza di loro – come noi senza il cellulare – Géza si sente perso, inetto, impotente. Anche la scienza molecolare ha fatto passi da gigante e così ognuno, pagando la cifra giusta, può rifarsi completamente i connotati, persino diventare identico a Tolstoj e vivere in una villa classica indossando abiti del diciannovesimo secolo, come fa il cliente che chiede a Géza di cucinare tre polpette di carote con il manoscritto che ha appena finito di scrivere, un racconto di Lev Tolstoj intitolato, appunto, Tolstoj.

Manaraga è un libro geniale, surreale, irriverente e spiazzante; crudele come (per chi scrive) la vista della prima edizione di Moby-Dick che brucia sotto gli occhi di qualche ricco e volgare affarista con l’acquolina in bocca nell’attesa di gustarsi la bistecca di tonno; folgorante come le fiamme che divampano dalle opere su cui si fonda la nostra civiltà; traditore come, nel romanzo, la copia della prima edizione del Maestro e Margherita di Bulgakov, le cui pagine centrali, inumidite, rifiutano di bruciare (ci avrà messo lo zampino il gatto Behemot), costando a Géza una dolorosa punizione; persino, a tratti, umoristico come le pulci intelligenti, che alle minacce bonarie del loro “signore e padrone” di gettarle nel water rispondono: “Faccio un tuffo, mi riprendo e torno!”

Alla fine il dubbio rimane: è peggio temere che i libri, e ciò che rappresentano, vengano bruciati in nome di piaceri effimeri – ma sempre più spettacolarizzati dai media – come i piatti preparati da chef stellati, o che (come sta succedendo oggi) finiscano anch’essi nel water, dove l’acqua può certo salvare dal fuoco, ma finisce per spegnere ogni ardore letterario, fa sbiadire l’inchiostro sulla pagina, fa dimenticare ciò che invece sarebbe bene ricordare? A differenza delle pulci, i libri non torneranno.

http://www.bompiani.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Becchini e assassini

Jim Knipfel, Esequie, tr. Beatrice Gatti, Bompiani, pp. 272, euro 17 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce PAOLO SIMONETTI

Jim Knipfel non è mai stato quello che si dice un tipo fortunato. Nato nel 1965 a Grand Forks, North Dakota (la base dell’aviazione americana dov’era di stanza il padre), al momento del parto il cordone ombelicale gli si annoda intorno al collo, rischiando di strangolarlo. A tre anni deve trasferirsi con la famiglia a Green Bay, nel Wisconsin, dove ci sarebbero tutti i presupposti per «un’infanzia idilliaca, solidamente borghese». Tuttavia, gli diagnosticano una rara malattia genetica dell’occhio, la retinite pigmentosa, che in breve tempo lo rende cieco.

«Se ciò non bastasse», scrive, «a venticinque anni circa ho scoperto di avere una lesione nel lobo temporale sinistro del cervello, che a mia insaputa mi stava conducendo, lentamente ma inesorabilmente, alla pazzia». Nel 1999 ha raccontato la sua storia nel primo dei suoi memoir, intitolato Slackjaw come la rubrica settimanale che dal 1987 tiene sul Welcomat di Philadelphia (oggi Philadelphia Weekly). Le recensioni hanno accostato il libro al Giovane Holden di Salinger per l’intelligenza irriverente, paragonando la storia delle disavventure giovanili dell’autore alla vita di un personaggio beckettiano: «caustica, asciutta e oggettivamente malinconica». Thomas Pynchon, che raramente rompe il silenzio per scrivere qualcosa che non sia un romanzo di almeno 700 pagine, ha apprezzato e lodato Slackjaw, definendo Knipfel «un narratore nato, con un acuto spirito d’osservazione e un senso dell’umorismo simpaticamente folle» (stranamente, o nemmeno troppo, quest’ultimo aggettivo non è stato incluso nel blurb riportato nella particolare – e azzeccatissima – copertina dell’edizione Bompiani di Esequie, “perforata” da sei buchi di proiettile che lasciano trapelare la sottocopertina rosso acceso).

Pynchon aveva concluso l’elogio con l’augurio che Knipfel «possa a lungo continuare a stupirci». Il mondo dell’editoria, però, non sembrava essere di questo avviso, stando a quanto riporta l’autore: «A ogni libro che scrivevo gli editori mi dicevano sempre la stessa cosa: “È che non possiamo più permetterci di far uscire un altro di questi tuoi strani, bizzarri romanzi” (Ogh, quanto odio ormai la parola “bizzarro”). Uno di loro mi ha persino detto chiaro e tondo che se volevo continuare a essere pubblicato bastava che scrivessi un grande bestseller mainstream. Tutto qua». Knipfel comincia allora a scrivere un giallo convenzionale, «il più possibile attraente per il grande pubblico», prendendo spunto da un ritaglio di giornale che gli aveva mandato il padre a proposito dell’omicidio di un becchino avvenuto a Hudson, nel Wisconsin. Ma Jim Knipfel non è mai stato nemmeno un tipo accomodante: arrivato a pagina tre di quello che sarebbe diventato Esequie decide di «lasciar diventare il libro ciò che doveva essere sin dall’inizio», perché «non puoi lottare contro la tua natura».

Lascio al lettore il piacere di affrontare la lettura di Esequie come l’ho intrapresa io: senza nulla conoscere della trama (che all’inizio sembra piuttosto convenzionale ma che si evolve in modo tutt’altro che scontato), della tecnica narrativa (frammentata e soggettiva, quasi cinematografica), dei personaggi (indimenticabili e “bizzarri” come il loro autore), del linguaggio (vivace, umoristico e sarcastico, con dialoghi pungenti e botta-e-risposta teatrali, quasi da vaudeville). La vera protagonista è la comunità di Beaver Rapids, nella contea di Kausheenah, nel Wisconsin centroccidentale, in un’America distante anni luce dalle grandi metropoli del crimine – New York, Los Angeles, Chicago – dove la polizia è abituata agli omicidi efferati e alle relative indagini, agli interrogatori, alle sparatorie e agli arresti.

Lo sceriffo Koznowski non sa nulla di omicidi se non quello che ha visto nei film, ma in compenso conosce a menadito il posto dove è cresciuto: dalla tavola calda con la statua di «un maiale sorridente alto quattro metri e mezzo con un cappello da chef e un vassoio carico di enormi hamburger con una misteriosa guarnizione verde» che ogni due o tre anni viene rubata da qualche buontempone ubriaco, allo Slab City Bar che accoglie gli avventori con «la Grande Carpa, una meraviglia di oltre cinque metri di fibra di vetro, inarcata e guizzante come un marlin», fino alla trattoria da Buzz, dove si mangia il pesce più buono della contea osservati da «mostruosi trofei catturati da pescatori locali» e appesi alle pareti. Ora un becchino è stato ucciso insieme al suo assistente. Aveva ricevuto minacce di morte anonime, ma una delle lettere contiene – stupidamente? – l’indirizzo del mittente. Niente di più facile. O no?

I fratelli Coen incontrano David Lynch e decidono di ambientare la nuova stagione di Fargo a Twin Peaks; Frankenstein Junior girato nella provincia americana e interpretato da Jeff “Lebowski” Bridges nella parte dello sceriffo Koznowski; la serie Six Feet Under sceneggiata e scritta da Nic Pizzolatto di True Detective: non è facile inquadrare il romanzo di Knipfel, un’opera poliedrica, spinosa, impossibile da afferrare perché spiazza a ogni pagina. Persino i nomi “pynchoniani” dei personaggi oltrepassano ogni livello di credibilità: il becchino Klaus Unterhumm e il suo assistente Kirby Mudge, Padre Tim di San Tim (per lui i colpevoli sono sempre i comunisti), il venerabile (e completamente folle) reverendo Euglina Boefinck e suo figlio Ezekiel, soprannominato “Gesù”, che abitano a Prar du Morte, e – il mio preferito – il sergente Frank Susparagus del dipartimento di polizia di Eagle Bluff, personaggio minore ma dal nome indimenticabile. Knipfel è certo che la trama di Esequie racchiude «tutta la stranezza intrinseca dello stato» del Wisconsin, e che ha anche tutte le carte in regola per diventare «un bestseller da New York Times». E ci tiene a farci sapere che la colonna sonora ideale per la lettura è il Parsifal di Wagner: «Se conoscete l’opera, sapete perché».

http://www.bompiani.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Operazione Englander

Nathan Englander, Una cena al centro della terra, tr. Silvia Pareschi, Einaudi, pp. 238, euro 19,50 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce PAOLO SIMONETTI

“In Israele fumano tutti. È come se vivessimo negli anni Sessanta, […] come una rivoluzione. È la nazione più strafatta del mondo” – questa non è, come qualcuno potrebbe pensare, una citazione da un romanzo di Thomas Pynchon, bensì l’opinione di un personaggio del graffiante racconto “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank”, che dà il titolo alla raccolta pubblicata nel 2012 da Nathan Englander (che pure è nato a Long Island, anche se nel 1970, trentasette anni dopo il decano del postmodernismo americano).

Il suo secondo romanzo, Una cena al centro della terra, è indubbiamente pynchoniano nella struttura e nei temi, ma dietro c’è anche il Philip Roth dello strabiliante Operazione Shylock, con cui Englander è obbligato a confrontarsi nel rappresentare il conflitto arabo-israeliano attraverso un carosello di spie e contro-spie, traditori e traditi, dove nessuno è mai quello che dice di essere. Ambientato tra la striscia di Gaza e Capri, il deserto del Negev, Parigi, Gerusalemme, Berlino e uno strano limbo tra la vita e la morte, l’autore stesso ha definito Una cena al centro della terra “un romanzo letterario dentro uno spy thriller che sta dentro una storia d’amore a sua volta nascosta dentro un’allegoria”. Ciononostante, dopo un breve spaesamento iniziale, il lettore non fa alcuna fatica a seguire la trama nelle sue avvincenti e complicate evoluzioni – una volta acceso lo spinello e tirata la prima boccata, tutto diventa più… chiaro.

Il Prigioniero Z è “un refuso umano che sta per essere cancellato dal rigo”. Rinchiuso da ormai dodici anni in una cella segreta da qualche parte nel deserto del Negev, spiato da telecamere sempre accese e controllato da un sorvegliante che costituisce il suo unico contatto umano, scrive a cadenza regolare lettere destinate al Generale, il comandante militare che lo ha fatto rinchiudere quando Z, un’ex spia del Mossad, ha deciso per un accesso di empatia verso i palestinesi di tradire il suo paese. Non sa che il Generale è in coma da otto anni in seguito a un ictus e che la sua mente si trova in un misterioso Limbo, dove ripercorre le varie fasi della sua vita cruenta.

Se il Prigioniero Z è ispirato alla figura di Ben Zygier (noto come Prigioniero X), un agente del Mossad di origine australiana trovato morto in una prigione israeliana nel 2010, il Generale è invece una raffigurazione, nemmeno troppo velata, di Sharon – un guerriero spietato, violento, che “ha il compito di combattere le loro guerre”, le guerre dello stato di Israele che i politici Ben Gurion, Peres, Dayan, appoggiano senza volersi sporcare le mani: “Nessuno impartiva mai un ordine diretto. Si limitavano a sguinzagliarlo, come se quelle che combatteva fossero le sue guerre private. Dopo ogni vittoriosa rappresaglia gli dicevano, Non puoi continuare a vincere così bene”.

Tra questi due poli ruotano una serie di personaggi finemente delineati: il palestinese Farid, che si è trasferito a Berlino pur continuando ad aiutare la causa del suo paese; Ruthi, la madre del sorvegliante nonché fedelissima del Generale; Shira, una ex spia israeliana innamorata di un mappatore palestinese; la madre di Z, costretta a fingere un tumore che alla fine, forse, arriva davvero. Tradotti in italiano, certi libri perdono inevitabilmente parte della loro efficacia; la scrittura di Englander, al contrario, sembra brillare ancor più nella precisa e sfavillante traduzione di Silvia Pareschi, che ha saputo infondere alle descrizioni caustiche e ai dialoghi pungenti un’incisività che rispecchia l’originale inglese.

Englander descrive i personaggi con ironia, usando tratti veloci ma precisi. Non mancano momenti esilaranti, come quando Z, raccontando come ha cercato di salvarsi dal Mossad in una situazione di estremo pericolo, afferma: “Ho attivato mia madre. […] Cos’altro fa un ragazzo ebreo quando è nei guai?”. Nonostante la trama accattivante e i tocchi di intelligente umorismo, il romanzo è pervaso da un senso di profonda tristezza: sembra proprio che, nonostante gli sforzi compiuti in periodi alterni da entrambe le parti per arrivare a qualcosa di simile alla pace, il conflitto arabo-israeliano sia invece destinato a perdurare, in un’escalation di violenza, brutalità e rappresaglie sempre più tremende.

“Non so se valga la pena di continuare a provare”, afferma il mappatore palestinese, e la sua amata gli chiede: “Di continuare a provare con me o con noi? Popoli o persone, di cosa stai parlando?” Nel romanzo di Englander la distinzione è di fondamentale importanza, perché se i popoli sembrano destinati all’odio reciproco, le persone possono invece amarsi, e grazie all’amore creare situazioni di dialogo, trovare soluzioni alternative, come quella di organizzare, appunto, una cena al centro della terra, nei tunnel segreti costruiti dai militari, in quello che l’autore definisce “lo spazio grigio dove Gerusalemme e Al-Quds [il nome arabo della città] si incontrano”. Anche se l’incontro avvenisse solo durante un trip da cannabis, varrebbe comunque la pena seguirlo fino in fondo.

A proposito: è del marzo scorso la notizia che Israele, secondo Paese al mondo nella distribuzione della cannabis a uso terapeutico, ha ufficialmente depenalizzato l’uso della marijuana. Che sia questa la strada giusta per avviare un processo di pace?

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Ho sposato Philip Roth

scrive PAOLO SIMONETTI

Addio, Philip Roth

Non ho mai incontrato Philip Roth, non ho foto insieme a lui da esibire, non ho nemmeno un suo libro autografato (e visti i prezzi schizzati immediatamente alle stelle dopo la sua morte probabilmente non ce l’avrò mai). La mia storia con Roth è cominciata tardi, come scappatella istintiva di una notte, un tradimento trascurabile al mio grande amore, Thomas Pynchon, il suo vero, unico rivale nella scena letteraria americana. Certo, avevo letto Lamento di Portnoy a venticinque anni, ma mi aveva lasciato del tutto indifferente – forse perché ero reduce da L’arcobaleno della gravità e da giovane dottorando rampante preferivo lo scrittore invisibile a quello ipervisibile, l’oscurità ermeneutica alla ridondanza parodica, i piaceri difficili e inarrivabili a quelli forse proibiti ma sin troppo accessibili. Per fortuna, però, si cresce – io sono cresciuto, Philip Roth è cresciuto, e con lui la narrativa americana.

Dicevo che la nostra è stata una scappatella, ma dettata da un istinto di sopravvivenza più che da lussuria letteraria. Dovevo fare un ciclo di lezioni per sostituire un professore, e tra i testi che aveva inserito c’era Lo scrittore fantasma. Fortuna che è breve, pensai, e lo lessi tutto d’un fiato un paio di giorni prima della lezione. Fu un lampo, un’illuminazione, Saul sulla via di Damasco. Proseguii con la trilogia di Zuckerman, lessi L’orgia di Praga e quando arrivai a La controvita ero innamorato perso. Cotto. Goodbye, Columbus, goodbye, postmodernism, goodbye…

Oggi che sono felicemente sposato a Philip Roth – la cerimonia è stata celebrata sul primo volume dei Meridiani Mondadori dedicati alla sua opera, di cui ho avuto l’onore di curare quattro notizie ai testi, ed è stata poi suggellata dalla curatela dei restanti due volumi, a cui sto lavorando – non posso non sentirmi vedovo, o, meglio ancora, orfano. Perché il patrimonio che Roth lascia alla letteratura – americana, italiana, mondiale – è immenso e vivrà dopo di lui nelle pagine dei suoi libri, come in quelle di chi, come me, prenderà in mano la penna cercando di imitarlo, criticarlo, commentarlo, analizzarlo, ricordarlo, con la consapevolezza di non poterlo in alcun modo raggiungere, sperando però di arrivare a cogliere, forse, una lontana eco della sua poderosa, irriverente, comica, tragica, insuperabile voce.

E ora, in ordine sparso…

la macchia umana
l’orgia di praga
il complotto contro l’america
la controvita
pastorale americana
addio columbus
lamento di portnoy
l’animale morente
il teatro di sabbath
operazione shylock
everyman
indignazione
l’umiliazione
ho sposato un comunista
zuckerman scatenato
lo scrittore fantasma
lasciar andare
il grande romanzo americano
nemesi
la lezione di anatomia
la nostra gang
il fantasma esce di scena
quando lei era buona
inganno
il professore di desiderio

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Dalí, nostro contemporaneo

13 APRILE 2018

Salvador Dalí, Perverso e paranoico. Scritti 1927-1933, a c. di Robert Descharnes, tr. Moreno Manghi e Laura Xelia, Il Saggiatore, pp. 349, euro 26,00 stampa

recensisce PAOLO SIMONETTI

«Prima di tutto ritengo indispensabile denunciare il carattere eminentemente avvilente che ha l’atto stesso di fare una conferenza e, ancor più, l’atto di ascoltarla. È dunque con ogni sorta di scuse che mi accingo a fare recidiva in un atto simile, che va senz’altro considerato quanto vi può essere di più lontano dall’atto surrealista più puro, il quale, come ha spiegato Breton nel suo secondo manifesto, consisterebbe nello scendere in strada, con la rivoltella in pugno, e cominciare a sparare a caso, sulla folla, fino all’esaurimento». Ho sempre sognato di cominciare così una conferenza, ma davanti al microfono e all’uditorio in attesa mi sono lasciato ogni volta sopraffare da un profondo senso di paranoia.

Nell’antica Grecia παράνοια indicava un generico stato di follia che adottava meccanismi lucidi, non dissimili dai normali processi cognitivi. Agli inizi del Novecento lo psichiatra tedesco Emil Kraepelin considerava la paranoia un sistema delirante duraturo e incrollabile, un delirio elaborato intellettualmente in unità coerenti, senza grossolane contraddizioni interne. Per Freud era soprattutto un tentativo di guarigione, un processo ricostruttivo in cui il paranoico ricostruisce col lavoro del suo delirio l’universo in modo tale da poterci vivere di nuovo. Per gli scrittori postmodernisti la paranoia è sia elemento tematico sia strategia narrativa, il plot della trama letteraria diventa un complotto architettato ai danni dei personaggi e del lettore. Pynchon cantava tra le pagine di Gravity’s Rainbow: «Oh, chiama il tuo avvocato, Paranoia, / Del mio culo ti lascio eterna erede!». Bob Dylan se ne serviva per ridicolizzare la caccia alle streghe anticomunista del senatore McCarthy e le paure irrazionali dell’americano medio (ma nel 1963 gli fu proibito di eseguire “Talkin’ John Birch Paranoid Blues” all’Ed Sullivan Show e dovette escludere la canzone dal suo nuovo album). Come strategia politica la paranoia serviva da collante durante la Guerra fredda per tenere separati i due blocchi, così come negli anni Novanta è servita ai creatori di Twin Peaks e X-Files per mantenere alta la tensione dello spettatore e spingerlo a guardare la puntata (o la stagione) successiva.

Tutto questo Salvador Dalí l’aveva immaginato nel 1930, quando nel saggio “L’asino putrefatto” scriveva: «Credo che sia vicino il momento in cui, attraverso un processo di carattere paranoico e attivo del pensiero, sarà possibile (in concomitanza con l’automatismo e con altri stati passivi) sistematizzare la confusione e contribuire al discredito totale del mondo della realtà», inventando in quell’istante il postmodernismo e il poststrutturalismo, partorendo Derrida, Sgarbi e “Lercio” in una volta sola, l’opera aperta di Umberto Eco e la post-verità di cui oggi discutono i filosofi – che in fondo non è altro che Orwell+internet, la notizia accettata come verità sulla base di sensazioni ed emozioni soggettive, senza bisogno di basi concrete o reali: «Se il delirio d’interpretazione», scrive Dalí, «è arrivato a collegare il senso delle immagini di quadri eterogenei esposti su una parete, basterà questo perché nessuno possa più negare l’esistenza reale di questa connessione. La paranoia si serve del mondo esterno per affermare l’idea ossessiva, con la conturbante particolarità di rendere valida anche per gli altri la realtà di questa idea». Nel 1936 lo definisce «un metodo spontaneo di conoscenza irrazionale fondato sull’associazione interpretativo-critica dei fenomeni deliranti», gettando di fatto le basi per l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump: basta osservare attentamente il dipinto Dormiente, cavallo, leone invisibile, riprodotto (insieme ad altri) all’interno del libro per rendersene conto.

Viene da pensare che se Dalí avesse avuto accesso a internet – lui che riteneva che «niente è venuto a dare ragione al surrealismo quanto la fotografia» –, avrebbe elogiato il Web come mezzo surrealista per eccellenza. Probabilmente il suo famoso asino putrefatto, così come l’«oggetto a funzionamento simbolico» che descrive nel saggio “Oggetti surrealisti” – «Una scarpa da donna, all’interno della quale è stato posto un bicchiere di latte tiepido, al centro di un impasto di forma duttile di colore escremenziale», corredata da «numerosi accessori», tra cui «peli del pube incollati a una zolletta» e una «piccola fotografia erotica», in cui si immerge «una zolletta di zucchero sulla quale è stata dipinta l’immagine di una scarpa» – sarebbe diventato immediatamente virale su Youtube, raggiungendo addirittura più visualizzazioni del cinghiale che fa gli auguri di Pasqua. Del resto, quale altra epoca ha fatto della «fruizione distratta» teorizzata da Walter Benjamin la propria ragion d’essere? È solo «in un momento di completa distrazione – dunque in assenza di ogni intervento dell’immaginazione» – che secondo Dalí ci si libera dall’intelligenza che si è «costituita artificialmente» e si riesce a cogliere la (sur)realtà dell’insieme. Liberarsi dall’intelligenza non è stato poi così difficile. È bastato farci un profilo Facebook e scrivere un bel post, «allegro / come un violento calcio in culo di Salvador Dalí».

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Gotico veneto

30 marzo 2018

Pupi Avati, Il signor diavolo, Guanda, pp. 202, euro 16,00 stampa; euro 9,99 ebook.

recensisce PAOLO SIMONETTI

«Il parroco di Lio Piccolo non c’era quasi mai, così per la prima comunione ci preparò il suo sagrestano. Lo faceva la sera quando era già buio. Lui sapeva tutto del diavolo, anzi ci aveva insegnato a chiamarlo il signor Diavolo perché diceva che le persone cattive bisogna trattarle bene».

Lio Piccolo è un borgo sperduto e praticamente disabitato nel cuore della Laguna Veneta. Oggi, nelle belle giornate estive, la gente ci va a fare lunghe passeggiate in bicicletta, percorrendo la strada panoramica che da Treporti passa attraverso le barene lagunari, tra valli da pesca e suggestivi isolotti separati da canali e ricoperti da orti e vegetazione spontanea, fino ad arrivare alla minuscola piazza del paese. Lì, in mezzo a una manciata di edifici sparsi, sorge la chiesetta di Santa Maria della Neve, il cui campanile è stato restaurato nel 2008, dopo che era stato dichiarato inagibile con la chiesa nel 1966.

Ma nel 1952, al tempo in cui è ambientato il romanzo, Lio Piccolo era una comunità parrocchiale di poche centinaia di abitanti, ancora sconvolta dalla terribile alluvione che aveva colpito il Polesine nel novembre precedente – un borgo contadino avvolto dalla nebbia, dove il diverso, il deforme, il folle era guardato con sospetto e timore perché si pensava fosse posseduto dal demonio e dove il primo novembre i contadini lasciavano il letto sfatto poiché ritenevano che i morti tornassero a riposare nelle loro case.

«La piena, allagando il vecchio cimitero, aveva portato via le bare di quelli seppelliti nella terra. Molte famiglie andavano a cercare i loro morti che galleggiavano lontani». Sono le parole del piccolo Carlo Mongiorgi, verbalizzate durante la deposizione rilasciata al giudice istruttore. Il ragazzino è infatti accusato dell’omicidio di Emilio Vestri Musy, un ragazzo disabile con un oscuro passato, che alcune persone del paese, tra cui il sagrestano e una suora conversa, ritengono in grado di svegliare i morti e richiamarli dall’aldilà. Il fatto è che apparentemente Mongiorgi non avrebbe potuto compiere l’omicidio e vendicarsi del “signor Diavolo” senza l’aiuto di una presenza sovrannaturale.

A far luce su questa oscura vicenda è chiamato l’ispettore del ministero di grazia e giustizia Furio Momenté, romano di nascita e democristiano convinto, inviato nel cattolicissimo Veneto per evitare che «anche solo un religioso entri in quell’aula di tribunale come imputato». Momenté è il narratore del romanzo, ma come ha rivelato Pupi Avati in un’intervista, oltre a rappresentare «lo stereotipo del democristiano dell’epoca» è soprattutto un personaggio volutamente «sgradevole»; tuttavia «da un certo punto in avanti ciò che gli accade è così tremendo da fare in modo che il lettore lo guardi con altri occhi».

«Avrebbe dovuto rifiutare questo incarico… C’è un luogo e un tempo che è solo di quel luogo… Un luogo dove è atteso… Chi le ha fatto quel dono la sta aspettando… ma lei può ancora fuggire». Con questo romanzo costruito in modo originale e imprevedibile Avati torna alle atmosfere arcane di film di culto come La casa dalle finestre che ridono e di miniserie controverse ormai avvolte nella leggenda quali Voci notturne, mescolando superstizioni religiose e paure infantili, in un Veneto che nell’immediato dopoguerra rappresenta l’ultimo rifugio «in cui il Maligno incalzato dalla modernità sia venuto a nascondersi».

Un senso opprimente di attesa pervade le pagine del romanzo, un’angoscia che si fa via via più densa, pesante, insostenibile. Nel sottotitolo Avati lo definisce un «Romanzo del gotico maggiore», ispirandosi «alla definizione di gotico rurale che ne ha dato acutamente lo scrittore e antropologo Eraldo Baldini». Ma Il signor diavolo è soprattutto un gotico veneto, che al castello medievale e alla foresta tenebrosa sostituisce la chiesetta dall’intonaco scrostato, la laguna avvolta nella nebbia, il diavolo appostato nello sprofondo della fossa d’acqua vicino al ponte, che lascia dei morsi «esattamente come quelli del verro che è il maschio della maiala».

«La disperazione, il senso di abbandono che sto patendo spinge la mia mente verso un territorio inesplorato. Ne intuisco il pericolo e tuttavia ne sono sedotto. Papà vuole che reciti due Ave Maria e che faccia tre genuflessioni». A parlare qui è l’ispettore Furio Momenté, nonostante il padre fosse morto già da qualche anno. Alternando i verbali dell’istruttoria per l’omicidio alle riflessioni del protagonista che spesso lo riportano a episodi dolorosi del suo passato, il romanzo segue una traiettoria frammentata, sincopata – diroccata come le macerie dei bombardamenti che ancora ingombrano la Roma dove vive Momenté, ingolfata da una religiosità oppressiva, cupa, cieca e violenta. Eppure il linguaggio resta semplice, scarno, diretto: i termini colloquiali dei contadini, il lessico trasparente dei bambini, i periodi asciutti. Quello di Avati è un barocco della mente.

Molti fili della trama restano irrisolti, alcuni personaggi vengono addirittura dimenticati (chi è il «palombaro della società Onda, Akex Bepi», che compare nei verbali ma a cui non si fa mai riferimento nel romanzo?); un paio di volte si citano conversazioni mai riportate in precedenza (tanto da far sospettare addirittura un editing frettoloso). A un certo punto i conti non tornano più; la narrazione, che già procedeva a sobbalzi e scossoni, deraglia del tutto; l’indagine prende una piega inaspettata; le pagine del libro finiscono; l’oscurità torna ad avvolgere la piccola comunità e i suoi misteri.

Per fortuna Pupi Avati ha già in programmazione una serie TV ispirata ad alcune vicende collaterali del romanzo e intitolata “Floating Coffins” (bare galleggianti). Chissà se anche questa miniserie entrerà nella leggenda.

https://www.guanda.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Tolkien come non l’avete mai letto…

25 FEBBRAIO 2018

J.R.R. Tolkien, Lettere 1914/1973, a c. di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, tr. Lorenzo Gammarelli, Bompiani, pp. 768, euro 24,00 stampa

recensisce PAOLO SIMONETTI

Confesso di nutrire una forte invidia verso chi non ha ancora mai letto Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien. Certo, dopo un film d’animazione (Ralph Bakshi, 1978), ben due trilogie cinematografiche (Peter Jackson, 2001-03 e [Lo Hobbit] 2012-14), una serie TV in arrivo nel 2019, videogames, giochi di carte, miniature da assemblare e dipingere, calendari illustrati, monete, francobolli, statuette e action figures di ogni tipo, difficilmente ci sarà ancora qualcuno che non abbia mai sentito parlare della Terra di Mezzo e degli hobbit, elfi, nani e uomini che la popolano. Chi non ha letto il libro, però, si trova in una condizione di innocenza originaria, come Adamo ed Eva prima della caduta: non ha idea di cosa gli manchi, né tantomeno che a mancargli è qualcosa di fondamentale. Anzi, probabilmente vivrà in uno stato di apparente soddisfazione – conoscendo a grandi linee la trama, si crogiolerà nella convinzione che non vale la pena leggersi quel librone così scomodo da tenere in mano e pieno di “spadate, cavalcate e incantesimi” (niente di più sbagliato!). Se interrogato in merito o spronato alla lettura sarà estremamente restio ad abbandonare la propria comfort zone per intraprendere “un viaggio inaspettato” – come Bilbo prima della visita di Gandalf nell’incipit dello Hobbit.

In realtà Il signore degli anelli è molto più di un romanzo fantasy: è una riflessione filosofica sulla condizione umana; una riscrittura dei miti di fondazione della civiltà anglosassone; una dettagliata ricostruzione di un mondo sconfinato, con i suoi linguaggi, la sua geografia e la sua cultura stratificata e complessa; un trattato religioso-esistenziale sulla morte e l’immortalità; un’allegoria della caduta da uno stato di grazia; un profondo studio sulla questione delle “subcreazioni” (o creazioni di secondo livello, come quella artistica, effettuate da esseri a loro volta creati da una divinità).

«Una storia deve essere raccontata, o non esiste alcuna storia», scriveva Tolkien al figlio Christopher il 30 gennaio 1945, «eppure le storie più toccanti sono quelle che non vengono raccontate […], montagne viste in lontananza che non saranno mai scalate, alberi distanti […] che non saranno mai raggiunti». Questa è l’idea di fondo della poetica di Tolkien, da cui deriva il fascino immortale del romanzo, ma è anche l’invidiabile condizione di chi non ha ancora mai intrapreso il viaggio, ovvero non ha aperto una delle innumerevoli edizioni del Signore degli anelli – personalmente consiglio quella illustrata dal genio di Alan Lee – e non ha cominciato a leggere “A proposito degli hobbit”, prima parte del prologo; davanti a sé ha forse il libro più suggestivo, emozionante, rivoluzionario, commovente e complesso del ventesimo secolo.

«Sicuramente c’è stato un Eden su questa Terra infelice», scriveva Tolkien nella stessa lettera: «Tutti lo cerchiamo, e lo intravediamo costantemente: la nostra stessa natura quando è al suo meglio, meno corrotta, più gentile e umana, è ancora intrisa del senso di “esilio”»; tuttavia il paradiso perduto «non lo riacquisteremo mai […]; possiamo riacquistare qualcosa di simile, ma su un piano più elevato». Leggere l’epistolario di Tolkien è quanto c’è di più vicino a rievocare un “paradiso ricordato”, un momento di innocenza primordiale, quando il bene e il male erano in ultima analisi riconoscibili e toccava a noi decidere da che parte stare.

La raccolta epistolare comprende le poche lettere scritte da Tolkien alla moglie Edith durante la Prima guerra mondiale (era stato assegnato ai Fucilieri del Lancashire, fu inviato sulla Somme come Ufficiale segnalatore, partecipò ad alcune azioni e si salvò solo per un attacco acuto di “Febbre da trincea” che lo costrinse a un prolungato ricovero); quelle scritte al figlio Christopher – arruolato nella RAF durante la Seconda guerra mondiale – con cui lo teneva informato sui progressi che faceva nella scrittura del Signore degli anelli; le lettere indirizzate a Sir Stanley Unwin e al figlio Rayner della Allen & Unwin, la casa editrice che pubblicò le sue opere, per pianificare, organizzare e dirimere questioni legate alla pubblicazione (discussioni sulle illustrazioni, le copertine, i titoli, le mappe, le date di uscita, le recensioni, ecc.); e le moltissime lettere di risposta ai lettori e appassionati di tutto il mondo, avidi di notizie, chiarimenti, curiosità, opinioni sui dettagli di quell’universo fantastico, assolutamente coerente e plausibile, che Tolkien ha saputo creare sulla base di miti e leggende scandinave, germaniche, anglosassoni – alla ricerca di quello che l’autore definiva, in una lettera a W. H. Auden, «il carattere e l’atmosfera nordoccidentali»: «Con il Mare Illimitato dei suoi innumerevoli antenati a ovest, e le terre infinite (dalle quali vengono principalmente i nemici) a est», la Terra di mezzo è una versione preistorica dell’amata Inghilterra, a cui Tolkien ha donato un’epica per il ventesimo secolo.

Leggendo le lettere di Tolkien si affrontano tre viaggi paralleli: il primo è quello della “Compagnia dell’anello”, rievocato passo passo attraverso le lettere al figlio Christopher, gli scambi di opinioni con l’amico e collega C. S. Lewis, le risposte ai lettori (c’è chi, ad esempio, vuole sapere se l’Anello è un’allegoria dell’energia atomica e chi è più interessato a dettagli sulla storia d’amore tra Eowyn e Faramir), nonché nelle perorazioni agli editori che si rifiutavano di pubblicare il suo “Legendarium” in ordine cronologico, cominciato nelle trincee francesi e proseguito per tutta la vita, di cui Il signore degli anelli non costituisce che la parte finale. L’intera epica tolkieniana uscirà solo postuma, prima nel volume Il Silmarillion e poi, più di recente, nei tre volumi pubblicati in italiano con i titoli Racconti incompiuti, Racconti perduti e Racconti ritrovati, prima parte della monumentale “History of Middle-Earth” curata da Christopher Tolkien, ancora inedita in Italia. importantissima a questo proposito la lunga lettera a Milton Waldeman della casa editrice Collins, in cui Tolkien riassume in quasi trenta pagine tutta la sua cosmogonia, dalla creazione del mondo sino agli eventi della Terza Era narrati nel Signore degli anelli – lettera che è stata pubblicata in apertura dell’edizione inglese deluxe del Silmarillion, uscita presso HarperCollins nel 2007.

Il secondo viaggio, non meno affascinante del primo, è quello alla scoperta della vita e della personalità di Tolkien. Si viene a sapere ad esempio che soffriva di quello che definisce «complesso di Atlantide» (il sogno ricorrente di una «Grande Onda torreggiante, che si abbatte ineluttabile sugli alberi e sui campi verdi»), che da piccolo è stato morso da una tarantola e che a scuola ha «cordialmente detestato» Shakespeare. Si impara a conoscere il rigoroso professore universitario, impegnato ad approntare edizioni critiche e traduzioni di poemi medievali, come quella di Sir Gawain e il cavaliere verde o l’Ancrene Wisse, o sfinito dalla correzione di tesi ed esercitazioni d’esame; e il padre affettuoso, preoccupato per la salute fisica e mentale del figlio al fronte e che trova la forza di continuare a scrivere il romanzo durante i momenti più bui della Seconda guerra mondiale per potergliene raccontare la storia (proprio grazie al libro tra i due si stabilisce un legame fortissimo; non è un caso se a occuparsi di tutte le pubblicazioni postume di Tolkien sarà poi lo stesso Christopher, che ha seguito da vicino ogni fase delle stesure e che ha realizzato, a partire dai disegni del padre, le mappe in bella copia contenute nel Signore degli anelli).

Ma soprattutto, a spiccare nell’epistolario è l’artista ostinato e geniale, perfettamente consapevole del valore letterario della sua opera e disposto a difenderne fino in fondo la validità artistica e intellettuale: «È scritto con il mio sangue vitale», scrive all’editore che aveva fatto delle osservazioni sul possibile pubblico del Signore degli anelli, proponendo sostanziali revisioni; «Temo che dovrà resistere o cadere sostanzialmente così com’è. Sarebbe inutile fingere che io non desideri grandemente di vederlo pubblicato, dato che un’arte solitaria non è arte; né che non mi facciano piacere gli elogi […]; eppure la cosa principale è completare il proprio lavoro, per quanto la completezza abbia un senso».

Il viaggio più emozionante, però, è quello della scrittura del romanzo: attraverso i ripensamenti dell’autore, le esitazioni sui punti cruciali della trama, le idee per risolvere i nodi più difficili, si seguono le riflessioni legate allo sviluppo dei vari personaggi, il lavoro certosino di costruzione della flora e della fauna della Terra di Mezzo, i calcoli sulle fasi lunari, sulle distanze coperte dal cammino dei personaggi, la preoccupazione nello stilare gli annali dei re e dei governatori, la cronologia e le appendici linguistiche inserite alla fine del terzo volume, nonché le interpretazioni politiche, filosofiche, religiose date da Tolkien alle vicende narrate. In certi punti l’epistolario diventa un vero e proprio trattato di poetica, un commento alla lettura delle sue opere e un approfondimento impagabile dell’atto creativo: «Ci sono due emozioni molto differenti», scrive: «Una che mi tocca in massimo grado e che ho poca difficoltà a evocare: lo straziante senso del passato svanito (espresso al meglio dalle parole di Gandalf sul Palantir); e l’altra un’emozione più “ordinaria”: il trionfo, il pathos, la tragedia dei personaggi». A ben guardare, sono le stesse emozioni che si provano leggendo l’Iliade e l’Odissea, i sentimenti alla base della grande letteratura dell’Occidente.

Tolkien è ben consapevole, tuttavia, del problema di ogni subcreazione, quello legato alla natura del male: «Il fatto che questo spaventoso male possa sorgere, e sorga, da una radice apparentemente buona, il desiderio di fare del bene al mondo e agli altri» è un motivo ricorrente nelle sue opere. Questo male che nasce dall’eccesso di zelo sembra aver contaminato anche la fortuna editoriale italiana delle lettere di Tolkien. La casa editrice Rusconi aveva già pubblicato nel lontano 1990 una elegante edizione rilegata di questo epistolario, con il titolo La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973 (sempre basata sull’edizione inglese a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), che recava in copertina un’evocativa illustrazione realizzata appositamente dall’artista Piero Crida. La traduzione di Cristina De Grandis presentava qualche sbavatura, tanto che l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani aveva provveduto a stilare una lista di errori (relativi a sei delle 354 lettere) che è ancora rintracciabile online. L’edizione Bompiani, uscita nel 2001 e ormai da tempo fuori catalogo, non risolveva del tutto i problemi, rendendo necessaria una nuova e più aggiornata traduzione. Nel 2017 Bompiani, acquisita di recente dal gruppo Giunti, ha deciso finalmente di far ritradurre l’opera, pubblicando questa nuova edizione cartonata uscita a gennaio 2018.

Purtroppo, nonostante l’apprezzabile passione del traduttore e la sua innegabile conoscenza del mondo tolkieniano, il testo italiano delle Lettere presenta una tale quantità di problemi, sviste, errori e sbavature da richiedere una sostanziale revisione, specie per quanto riguarda espressioni idiomatiche inglesi che spesso non sono state colte, frasi e parole tradotte erroneamente in modo letterale, costruzioni sintattiche che in italiano hanno poco senso, interi passaggi involuti e difficilmente comprensibili, ripetizioni fastidiose e calchi dall’inglese. Destino beffardo per uno scrittore come Tolkien, dalla prosa sempre lucida, grammaticalmente impeccabile, scorrevole e limpida – un esperto filologo che ha contribuito alla stesura dell’Oxford English Dictionary occupandosi delle parole che iniziano per la lettera W, e che ha persino registrato alcune conversazioni per i corsi di inglese “Linguaphone”, venduti anche in Italia negli anni Trenta.

W.H. Auden ha scritto che Il signore degli anelli è un libro «che o vi incanterà totalmente, o vi lascerà del tutto indifferenti, ma qualunque sia la vostra reazione niente e nessuno potrà mai cambiarla». A quel tempo, però, le lettere di Tolkien non erano ancora uscite. Leggetele in inglese, o procuratevi una delle precedenti edizioni italiane, e vi assicuro che non guarderete più gli hobbit con gli stessi occhi.

Anzi, se dovete ancora leggerle, avete tutta la mia invidia.

http://www.bompiani.it/

Per maggiore chiarezza e correttezza Paolo Simonetti ci ha fornito un campione di passaggi dalla traduzione che a voler esser buoni dobbiamo definire problematici, tratti solo dalle prime cinquanta pagine del libro, e scegliendo quelli più significativi. Ci è sembrato giusto pubblicarli in appendice a questo articolo-recensione, in quanto noi di PULP Libri siamo dell’idea che la valutazione negativa di una traduzione richieda di essere argomentata.

P. 19: un intero brano così involuto da risultare di difficile comprensione: “Egli stesso ora saprà che sono solo perfettamente sincero e non tradisco in alcun modo il mio affetto per lui, e questo lo capisco di giorno in giorno sempre più solo adesso che lui ha abbandonato i quattro, quando dico che ora credo che se la grandezza che noi tre certamente intendevamo (e che pensavamo come qualcosa di più che la santità o la sola nobiltà) è realmente il destino della TCBS, allora la morte di uno dei suoi membri non è altro che un’amara selezione di quelli che non erano destinati a essere grandi, almeno non direttamente”.

P. 20: “mi sento molto più vicino e ho molto bisogno della vostra compagnia, naturalmente sono affamato e solitario [invece che “mi sento solo”], ma non mi sento più come parte di un piccolo corpo completo”.

“ma non sono del tutto sicuro che non si tratti di un sentimento inaffidabile”

“per portare avanti la TCBS saranno scelti non meno di noi tre”.

“ho provato a dirti seccamente cosa penso” (per l’inglese “drily”, che in questo caso è da intendere come “in modo asciutto” o “senza mezzi termini”);

“noiosissima” per l’inglese “very boring” (che in questo caso è “molto seccante”).

P. 21: “Ci ho certamente dedicato una quantità eccessiva di tempo che è terribile da ricordare”.

“attirandomi sulla testa degli accidenti” (per l’inglese “bringing curses on my head”).

P. 32: “alternativamente” per “in alternativa”.

P. 33, rigo 4: “prima che l’università si disintegrasse” (in inglese: “before the university disintegrates”, che ovviamente non indica una “disintegrazione” fisica dell’università, bensì il momento in cui, con l’inizio delle vacanze, professori e studenti abbandonano il campus per tornare a casa).

P. 35: “per risparmiare i miei sentimenti” (l’inglese “sparing my feelings” significa: “non urtare i miei sentimenti”, o meglio “non ferirmi”).

P. 36: “e quel libro è solo un incidente secondario per le Sue preoccupazioni” (calco dall’inglese)

P. 40: “traduzioni approssimate equivalenti di creature”

P. 49: “Si è dimostrato un racconto emozionante, ed è stato molto approvato. Ma naturalmente siamo tutti di idee simili”.

P. 51: “Quanto al resto della storia, esso deriva, come suggerisce lo Habit, da (precedentemente ingerite) epica, mitologia e fiabe, ma non quelle vittoriane d’autore, come regola alla quale George Macdonald rappresenta la principale eccezione”.

“non era consapevolmente presente nella mia mente”

P. 52: “sarebbero suonati preoccupanti”.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share