Tutti gli articoli di Paolo Prezzavento

Speciale Hans Fallada: Il mio Reich per un cavallo/2

ricostruisce PAOLO PREZZAVENTO

Fallada disegnato da e.o. plauen

Già dai primi anni Trenta i romanzi di Fallada erano diventati dei bestseller internazionali, proprio come quelli dei suoi più celebri colleghi dell’epoca, Thomas Mann ed Herman Hesse. Ma Fallada era troppo diverso, troppo eccentrico, troppo controcorrente, troppo sensibile, rispetto ai suoi colleghi, per diventare veramente uno scrittore di successo: lo stesso anno in cui fu pubblicato il suo primo romanzo di successo, lo scrittore subì un esaurimento nervoso. Possiamo dire che Fallada, pur avendo successo, non fu mai uno scrittore di successo. Inoltre non riuscì mai ad entrare in quella élite di autori che, ritraendosi con orrore dalla nuova barbarie del Nazismo, decisero di lasciare la Germania, o continuarono a scrivere badando a non suscitare le ire del regime, oppure addirittura ne diventarono gli araldi. In tutti questi casi il successo era assicurato.

Così non fu per Fallada. Anzitutto decise di pubblicare le sue opere sotto pseudonimo, per tenere al riparo la sua famiglia dalle ritorsioni; poi rimase fino alla fine nella sua amata Germania, che lui chiamò nel famoso diario dalla prigione “il mio paese straniero” (1944; Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012). Fallada assistette al crollo del Reich rinchiuso in manicomio, ma neanche dopo la fine del Nazismo diventò uno scrittore di successo, sempre inseguito dai suoi incubi, sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso, troppo tormentato e sofferente per adagiarsi sugli allori. Fallada non era uno di quegli intellettuali migranti e cosmopoliti come Henry James o T.S. Eliot, che si possono tranquillamente trasferire in un altro paese continuando a produrre sempre con lo stesso stile e con la stessa intensità. Per sua stessa ammissione, non avrebbe mai potuto continuare a scrivere al di fuori della Germania, che rimaneva pur sempre la sua patria anche se oppressa da un regime brutale che egli disprezzava profondamente.

A differenza di altri scrittori che sono diventati apertamente antinazisti soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, come Gunther Grass, ad esempio (che ha militato nella Hitlerjugend e nelle SS), Fallada ha subito sulla propria pelle tutta l’enorme pressione psicologica derivante dal fatto di vedere la sua Germania ridotta in quello stato miserevole, dapprima a causa della terribile crisi economica dal ’29 al ’32, e poi per l’ascesa al potere dei Nazisti. Non fu una scelta facile, la sua. Fallada infatti avrebbe potuto tranquillamente continuare a sfruttare il filone d’oro, cioè raccontare con grande realismo le vicissitudini del pover’uomo durante la Repubblica di Weimar, trasformandolo in una sorta di Fantozzi ante litteram, senza indagare troppo a fondo sull’aspetto più squisitamente politico delle sue vicende. Per qualche anno fece proprio questo, come dimostra la serie del “Pover’uomo”, ma di fronte alle richieste sempre più pressanti dei nazisti di diventare uno scrittore di propaganda, alla fine fu costretto a dire un no chiaro e inequivocabile.

I primi problemi insorsero quando uscì il film tratto dal suo romanzo, film che purtroppo Fallada non riuscì mai a vedere. I Nazisti – e Joseph Goebbels in particolare – si accorsero che il produttore del film, Carl Laemmle Jr, era un ebreo, bloccarono i diritti delle opere di Fallada per l’estero, e cominciarono ad attenzionare il soggetto. Le attenzioni aumentarono ulteriormente quando Fallada si rifiutò di iscriversi al Partito Nazista. Il suo romanzo sfuggì miracolosamente alla censura del Regime perchè i due protagonisti di E adesso, pover’uomo?, Johannes ed Emma, mantengono fino alla fine un atteggiamento equidistante rispetto all’insorgere del potere nazista, anche se Emma in realtà è iscritta alla SPD e mostra qualche simpatia per i comunisti (ma proprio questa parte del libro fu censurata nell’edizione italiana e probabilmente anche nelle edizioni tedesche dopo il 1933).

Nel 1936, Fallada pubblica Vecchio cuore vai alla ventura (Mondadori, 1938), romanzo che gli attirò le critiche dei nazisti, ma a partire da Wolf unter Wolfen (Lupo tra i lupi), pubblicato l’anno dopo, il regime comincia ad approvare le opere di Fallada, perché quest’ultimo romanzo sembra concentrare le sue critiche ancora una volta contro la Repubblica di Weimar. A questo punto scrive un romanzo dove si mostra la Germania umiliata dopo la grande guerra attraverso la storia di una famiglia tedesca fino al 1933. Goebbels rivede il manoscritto e chiede all’autore di andare oltre quell’anno, per far vedere come l’avvento del nazismo abbia portato al riscatto della nazione; Fallada cede, anche perché ha bisogno di soldi, e scrive Der eiserne Gustav (Gustav di ferro), che esce nel 1938. Il cavallo parlante è diventato un semplice cavallo da circo, che indica con la testa la risposta giusta alla domanda del suo padrone. La testa di cavallo, che aveva sempre detto la verità, comincia a raccontare il falso…

E dire che Fallada avrebbe avuto diverse occasioni di andarsene dalla Germania. Poco prima della guerra il suo editore inglese, George Putnam, organizzò addirittura un tentativo di fuga per lo scrittore, approntando una barca apposta per lui e per la sua famiglia, ma Fallada si rifiutò all’ultimo momento di scappare dalla Germania. Per lui il suolo della Germania era l’unico che potesse nutrire le sue radici, gli era impossibile continuare a scrivere altrove. Ovviamente tutta questa enorme pressione psicologica su di lui (soprattutto le pressanti richieste di Goebbels di scrivere un romanzo antisemita) provocò un nuovo esaurimento e una ricaduta nell’alcolismo e nella morfinomania.

Nel 1944, durante un litigio, Fallada spara un colpo di pistola alla testa della moglie Suse – che tanto si era adoperata per salvarlo dall’alcolismo e dalla tossicodipendenza – per fortuna senza ucciderla. Viene internato di nuovo in manicomio, ricovero che gli consente almeno di eludere la richiesta da parte di Goebbels di scrivere un romanzo antisemita; la stesura di ques’ultimo viene costantemente rimandata adducendo vari pretesti. Va detto che in manicomio Fallada viene trattato con un occhio di riguardo a causa dell’incarico ricevuto direttamente dal Ministro della Propaganda, e gli viene regolarmente fornita la carta per scrivere (che in quel momento era razionata in tutto il paese); e lo scrittore non la userà per scrivere il romanzo propagandistico voluto da Goebbels, ma tutt’altro.

Quindi Fallada continuò ad essere un sordo oppositore del Regime per tutta la vita, nonostante i pressanti inviti a contribuire con le sue opere alla propaganda nazista. Riesce nonostante tutto a continuare a scrivere, ad esprimere nei suoi testi scritti in una grafia illeggibile una voce critica nei confronti di un regime che deteneva un controllo assoluto su ogni aspetto della vita tedesca dell’epoca. Durante i suoi lunghi anni di internamento scrive ben tre romanzi «cifrati» (tanto è difficile da leggere la grafia di Fallada nel manoscritto che esso venne decrittato completamente soltanto molto dopo la sua morte, negli anni settanta), tra cui Il bevitore (1950), pubblicato in Italia nel 1952 dalle Edizioni Mediterranee, e recentemente riproposto da Castelvecchi (2017). Vi si racconta la storia della progressiva discesa agli inferi dell’alcolismo e della tossicodipendenza da parte di un uomo sensibile e intelligente che riesce nonostante tutto a trovare dentro di sé le risorse psicologiche per resistere alla propaganda e alle torture fisiche e psicologiche del Regime. Nel suo romanzo Fallada ripercorre la sua attività di scrittore, e la sua storia personale di alcolista e morfinomane. A pensarci bene anche in questo romanzo si ripropone la profonda ambiguità che ha caratterizzato il rapporto vittime-carnefici sotto il Nazismo. Mentre le vittime cercavano nell’alcool una consolazione alle loro misere vite sotto il regime nazista, i carnefici cercavano di tacitare con l’alcool e con le droghe quel barlume di coscienza morale che ancora albergava in loro; e queste erano le abitudini dei sorveglianti dei campi di concentramento stando alle testimonianze rese dai sopravvissuti.

Dopo la caduta del Terzo Reich, nel 1945, Fallada viene riabilitato. Il nazismo è caduto e finalmente la testa di cavallo può ricominciare a dire le cose come stanno. Per voltare pagina rispetto agli anni bui del Nazismo, e per rilanciare l’immagine di un autore che molti consideravano compromesso con il regime, un editore di sinistra gli commissiona un’opera ispirata ad un clamoroso episodio di resistenza alla dittatura hitleriana (uno dei pochi), fornendogli il fascicolo originale della GESTAPO che riguardava la coppia dei coniugi operai Otto ed Elise Hampel, ribattezzati poi Quangel da Fallada. Ne venne fuori, in soli 24 giorni, il corposo romanzo Ognuno muore solo (Einaudi, 1952; ora Sellerio, 2010), la storia di una coppia di coniugi che esprimono il proprio dissenso radicale al Regime Nazista lasciando in giro per la città di Berlino alcune cartoline anonime che denunciano la stupidità e la brutalità del regime, e per questo vengono condannati a morte. Non è esagerato parlare di capolavoro, con passi che raggiungono un’intensità sconcertante, e dialoghi straordinariamente efficaci, soprattutto nella parte successiva all’arresto e all’internamento dei coniugi Quangel, quasi che lo stesso scrittore stia soffrendo insieme ai suoi protagonisti dentro la prigione e dentro il manicomio. Fallada i manicomi e le prigioni naziste li conosce anche troppo bene, e non molla i suoi personaggi neanche per un attimo, rimane con loro fino all’ultimo istante, sembra quasi che voglia morire insieme a loro, così come aveva tentato tante volte di fare. Alla fine Otto Quangel viene giustiziato tramite decapitazione. La sua testa, che aveva albergato pensieri contrari al Regime, non può più parlare, lo scrittore delle cartoline che criticavano il regime non può più scrivere.

Tutto ciò che non aveva potuto scrivere sotto il Nazismo, Fallada lo concentra in questo libro che rappresenta una critica feroce della brutalità dei Nazisti e della loro fondamentale stupidità. Il libro fu molto apprezzato, anche fuori dalla Germania, tanto che Primo Levi scrisse che era «il libro più importante che sia mai stato scritto sulla Resistenza tedesca al nazismo».

Hans Fallada è stato tanti scrittori in uno: è stato il cantore dell’estrema umiliazione subita dal ceto medio sotto la Repubblica di Weimar; è stato l’alfiere di una scrittura più realistica e più attenta ai sentimenti dopo gli eccessi dell’Espressionismo, ha raccontato l’inferno della droga nella Berlino degli anni Trenta, ha raccontato di un intero popolo reso schiavo dall’alcool e dalle droghe, è stato per un brevissimo periodo uno scrittore osannato dal regime, infine ha raccontato un gesto eroico e quasi disperato di resistenza al nazismo.

Insomma, è arrivato il momento di riscoprire e rileggere le opere di Hans Fallada, tutte le opere di Fallada, anche quelle più scomode, anche quelle più “lontane” da noi (Contadini Bonzi e Bombe contiene, ad esempio, alcuni dei dialoghi più efficaci che siano mai stati scritti in lingua tedesca), se vogliamo capire veramente come è stato possibile che la nazione più civilizzata d’Europa sia sprofondata nella barbarie più totale. È importante ricominciare a rileggere attentamente questi romanzi, non solo per capire la Germania degli anni Trenta e Quaranta, ma per individuare alcuni meccanismi pressoché identici che stanno portando negli ultimi anni, anche in Italia, all’attuale impoverimento del ceto medio a causa della crisi e dunque agli albori di un nuovo nazifascismo. Quando la rabbia e la frustrazione del ceto medio superano il livello di guardia, la reazione è una ribellione rabbiosa contro la loro stessa precarizzazione e proletarizzazione; un elettorato incattivito e diffidente, spaventato e aggressivo, comincia a votare per gli equivalenti odierni di fascisti e nazisti.

E chissà che non sia ancora una volta la testa di un cavallo parlante a sobbarcarsi l’ingrato compito di raccontarci la verità.

La prima parte di questo speciale è uscita il 5 dicembre u.s.

 

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Intervista ad Aldo Giannuli: Ricordare Piazza Fontana, 12 Dicembre 1969

Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una bomba esplose nell’agenzia della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. 17 morti e numerosi feriti il bilancio; e l’inizio di quella che venne definita strategia della tensione. Un evento che è entrato non solo nella nostra memoria collettiva, ma nel nostro immaginario, raffigurato in romanzi, film, serie televisive, fumetti. Ci è sembrato giusto ricordare quel tragico avvenimento, e tutto quel che ne seguì, con un’intervista a uno dei più importanti studiosi del terrorismo degli anni Settanta, Aldo Giannuli.

intervista PAOLO PREZZAVENTO

Nato a Bari il 18 Giugno 1952, Aldo Giannuli è ricercatore di Storia Contemporanea all’Università di Milano ed è stato consulente della Commissione Stragi e di diverse Procure che si sono occupate di fatti di terrorismo nero, come la Procura di Bari, di Milano (Strage di Piazza Fontana), di Pavia e Brescia (Strage di Piazza della Loggia), di Roma e Palermo. Si deve a lui la scoperta dell’Archivio dello UAARR (Ufficio Affari Riservati) denominato «Archivio della Via Appia», una vera e propria miniera di informazioni sull’Eversione Nera. Si favoleggia ormai da decenni dello sterminato archivio sull’eversione di destra e di sinistra accumulato nel corso della sua lunga attività di consulente da Aldo Giannuli. Se cercate un rarissimo volantino scritto da un fantomatico gruppo di estrema destra in una sperduta città di provincia, gruppo che dopo aver prodotto quel volantino si è dissolto nel nulla, state pur certi che Giannuli l’ha letto, anzi, ce l’ha.

Giannuli ha avuto accesso, oltre che ai vari archivi delle procure, a molti documenti desecretati dell’Archivio di Stato che riguardano il terrorismo nero e le stragi. Grazie a questa carte finalmente si può scrivere la Storia di quest’area dell’estrema destra extra-parlamentare che, a distanza di più di quarant’anni, appare più variegata di quanto si pensasse allora, all’epoca di Piazza Fontana e della strage di Brescia. C’erano da una parte gli ex-repubblichini di Salò, dall’altra i seguaci di Evola ( i «figli del sole»), poi c’erano i neopagani, i nazisti e i neonazisti, c’erano i filoamericani, i sostenitori dell’Europa delle nazioni, etc. etc.

Tra le opere più importanti di Giannuli, ricordiamo il libro pubblicato pochi mesi fa, intitolato La Strategia della Tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale (Ponte alle grazie, pp. 618, euro 16,57 stampa, euro 9,99 ebook): un bilancio definitivo, un libro che rappresenta il primo studio serio e organico sulla cosiddetta strategia della tensione. In questo libro Giannuli dimostra senza ombra di dubbio che l’analisi condotta dagli autori del famoso libro La Strage di Stato (Savelli, 1970), era sostanzialmente esatta: la strage di Piazza Fontana fu una strage di Stato che rientrava a pieno titolo nella Strategia della Tensione. Quella che all’epoca sembrò un’esagerazione dell’estrema sinistra, corrispondeva alla verità dei fatti successivamente accertati.

A Giannuli va anche il merito di aver riportato alla luce una misteriosa organizzazione, fondata nel 1944 dal generale Mario Roatta del SIM, denominata Noto Servizio o Anello, che aveva il suo referente politico in Giulio Andreotti, organizzazione cui aveva accennato anche Licio Gelli in una sua intervista al settimanale Oggi del Febbraio 2011: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Dalla scoperta di questi documenti è nato il libro Il Noto Servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro (Tropea, 2011) e poi ripubblicato con il titolo Il Noto servizio. Le spie di Giulio Andreotti (Castelvecchi, 2013). Altre sue opere sono: Come funzionano i servizi segreti (Ponte alle grazie, 2009 e 2019), Guerra all’ISIS (Ponte alle grazie, 2016) e Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi) (Ponte alle grazie, 2016). La sua ultima fatica, da pochi giorni in libreria, si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo. Le strutture e le tecniche di nuovissima generazione al servizio delle guerre tradizionali, economiche, cognitive, informatiche, edito sempre da Ponte alle Grazie (pp. 284, euro 14,36 stampa, euro 9,99 ebook)

Abbiamo contattato Giannuli per porgli alcune domande sulla Strategia della Tensione e sul ruolo avuto dai Servizi Segreti nella stabilizzazione del quadro politico mediante azioni destabilizzanti come le stragi, impedendo la presa del potere da parte del partito Comunista e in generale delle Forze di Sinistra.

Iniziamo parlando di questo tuo nuovo libro sui Servizi Segreti. Di che si tratta?

Il libro si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il Mondo, ed è in libreria da Novembre. Da 25 anni i servizi segreti di tutto il Mondo stanno espandendo il loro intervento a campi sempre nuovi: dalla guerra monetaria a quella cognitiva, dall’immigrazione alla cyberwar, accanto ai tradizionali settori (terrorismo, guerra politica, spionaggio industriale). Questo sta cambiando l’economia, la politica, la società, la cultura. In una parola: il Mondo. E questo pone problemi nuovi anche nel rapporto fra politica ed intelligence. Ma di tutto questo c’è una percezione assai scarsa. Questo libro è il tentativo di attrarre l’attenzione su questo che è uno dei principali processi epocali in atto.

Cominciamo dalla prima vera Strage compiuta nel dopoguerra, cioè la Strage di Portella delle Ginestre, ad opera della Banda di Salvatore Giuliano. Si può far risalire a questa strage il progetto politico di contenimento del Partito Comunista, che sarà poi portato avanti con la Strategia della Tensione? Quale fu il ruolo degli americani, della Massoneria e del Principe Alliata di Montereale in questa prima strage?

All’interno dello scontro della guerra fredda si susseguirono diverse strategie come quella che indichiamo con il nome di strategia della tensione.

Ovviamente gli americani (ma “gli americani” è una indicazione assai generica che indica fazioni politiche e finanziarie diverse fra loro) ebbero un ruolo centrale in essa.

Oggi cade l’anniversario della strage di Piazza Fontana, che ha cambiato la storia d’Italia e sulla quale rimangono ancora moltissimi aspetti da chiarire. Ogni strage ha la sua firma particolare, e cioè l’esplosivo utilizzato. Quali sono i vari tipi di esplosivo che sono stati utilizzati per le stragi? Esistono delle affinità tra le varie stragi da questo punto di vista?

Quasi sempre si è trattato di esplosivo militare. Fa eccezione la Strage di Peteano (31 maggio 1972) in cui fu usata polvere da cava, ma appunto Peteano è un episodio estraneo alla più generale strategia della tensione non essendo stata commissionata da catene di comando di intelligence ed essendo, anzi, pensata come azione di contrasto del rapporto fra Carabinieri ed Ordine Nuovo.

Che cosa è stata veramente la cosiddetta Internazionale Nera? Fino a quando questa Internazionale Nera ha operato in Europa ed anche in Sudamerica come una vera e propria organizzazione? Esiste ancora? Che fine ha fatto Yves Guérin-Sérac dell’Aginter Presse?

L’Internazionale Nera non è mai esistita come organizzazione unica. Nel 1960 i servizi italiani distinguevano 5 distinti circuiti in contrasto fra loro. L’Aginter Presse fu il tentativo di portare sotto l’ombrello Nato una parte di queste reti.

Di Yves Guérin-Sérac si hanno notizie certe sino agli anni novanta, dopo non si è saputo più quasi nulla, ma è realistico pensare che non sia più in vita (è nato nel 1926, dovrebbe avere oltre 90 anni).

Gianni Nardi

È noto che il neofascista milanese Giancarlo Esposti era molto amico di Gianni Nardi (nato nel 1946), morto in un misterioso incidente automobilistico a Palma di Maiorca nel 1976, e si è anche detto che Nardi fu uno degli ultimi ad incontrare Esposti da vivo. Ci puoi raccontare che cosa è emerso dalle indagini sullo stragismo a proposito di Nardi e dei suoi contatti con il gruppo milanese di Giancarlo Esposti?

Nardi, stando alla documentazione, avrebbe avuto rapporti con personaggi importanti del Noto Servizio come Sigfrido Battaini e ragionevolmente prese parte ad operazioni insieme al Noto Servizio, ma non fu mai formalmente membro del Noto Servizio. Avrebbe dovuto essere cooptato nel 1973, ma nell’anno precedente giunse la decisione di «mettere in sonno» il Servizio e la procedura si arrestò.

Da Come i Servizi Segreti stanno cambiando il Mondo

Le misure cruente: armi & politica

Una delle grandi lezioni della guerra fredda è stata che le armi combattono anche quando non sparano. Come si è detto, il fattore nucleare rendeva impraticabile il conflitto aperto e diretto fra le due grandi potenze, ma questo non annullava le tensioni che si diressero verso altre forme di guerra come quella coperta, quella indiretta, quella non ortodossa. Questo è vero, ma non significò che le armi convenzionali cessarono di avere senso e funzione. In primo luogo perché erano pur sempre usate nei campi di confronto indiretto (Corea, Vietnam per gli americani, Etiopia e Afghanistan per i russi), poi perché potevano tornare utili per l’eventuale scontro con una potenza militare non nucleare (essenzialmente la Cina), infine perché, per quanto improbabilissima, non poteva essere esclusa del tutto una guerra convenzionale fra i due blocchi senza ricorso alle armi nucleari, magari anche solo in una prima fase. E, sin qui, siamo al consueto, anche se in una dimensione residuale. Ma il motivo principale ( che giustificava le spese astronomiche che si andavano facendo) era un altro: che la guerra non si è mai interrotta ed è proseguita sempre in forma virtuale. Molte battaglie sono state vinte o perse al tavolino o, più tardi, al computer. Il semplice annuncio di un nuovo sistema d’arma spostava già di per sé i rapporti di forza. Per la verità, il confronto militare è sempre stato, in parte, rappresentazione: le parate militari e le grandi manovre si sono sempre fatte con il tacito scopo di intimorire avversari e rinsaldare alleanze. Diversamente non si capirebbe perché alle parate sono sempre invitati i diplomatici e gli addetti militari stranieri, compresi rivali e avversari. Almeno dall’Ottocento è sempre stato così, ma la guerra fredda ha portato questo a un livello di perfezione sconosciuto. E anche le guerre limitate, che hanno preannunciato quelle generali, hanno avuto un peso comunicativo che andava al di là del loro valore militare in sé.

Foto: Vitaly V. Kuzmin

Ad esempio la crisi del Manciukuò e la guerra civile spagnola furono la grande prova della Seconda guerra mondiale in Asia e in Europa. Guernica non fu un gratuito atto di disumana crudeltà, o meglio: fu un atto di disumana crudeltà, ma non gratuito, ebbe lo scopo di saggiare le potenzialità distruttive del bombardamento aereo, di terrorizzare i nemici di oggi e avvertire i possibili avversari di domani. Ogni guerra è fonte di insegnamenti per la successiva e questo è vero ancora oggi: nella prima Guerra del Golfo, gli americani sperimentarono il nuovo carro armato Abrams e la dottrina dell’Airland Battle che convertiva gli USA al blitzkrieg: funzionò, ma servì di lezione ai russi che ne cavarono i nuovi modelli di T34. Poi nella guerra del Kosovo gli americani sperimentarono la possibilità di una guerra solo aerea: funzionò, ma servì a cinesi e russi per capire i punti deboli dell’ «aereo invisibile» e a Gheddafi per sperimentare una tattica di combattimento contro una guerra tutta aerea: alla fine Gheddafi perse, ma dopo aver resistito per sei mesi.

Dunque, la guerra è sempre anche rappresentazione e lo è ancora di più oggi, nella società dell’immagine. E la politica, anche se questo può non piacere, non è mai separabile dalla dimensione della forza, soprattutto della forza militare.

(pp. 124-126)

Di Aldo Giannuli PULP Libri ha recensito Storia di Ordine Nuovo, scritta con Elia Rosati.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Speciale Hans Fallada: Il mio Reich per un cavallo/1

ricostruisce PAOLO PREZZAVENTO

PARTE PRIMA

Tutto inizia e tutto finisce con un cavallo, animale che è simbolo di intelligenza e di saggezza, sia per la cultura orientale che per quella occidentale, fin dalla notte dei tempi. Nell’induismo la testa di cavallo parlante è un simbolo della conoscenza, ma anche di vigore fisico e sessuale, come nell’immagine dello stallone. La figura del cavallo dunque ha radici profonde nell’inconscio collettivo, come nella rappresentazione degli unicorni di Salvador Dalì, simboli della frustrazione dell’artista per la perdita della potenza sessuale, oppure nel «Caso Clinico del Piccolo Hans» (1908) raccontato da Sigmund Freud, che individua nell’episodio del cavallo caduto l’insorgere del disturbo mentale nel piccolo Hans, contemporaneo alla scoperta della sessualità.

Ma nel Novecento l’immagine del cavallo, da simbolo di forza e intelligenza, si trasforma in simbolo di morte e di spossatezza fisica. Andiamo a rileggere quello straordinario racconto di Franz Kafka, «Un medico di campagna», con la sua potente immagine dei cavalli sfiniti, oppure la storia del cavallo-senatore Bucefalo, quello di Alessandro Magno, nel racconto «Il Nuovo Avvocato», che dimostra quanto possa essere sterile la conoscenza se non è accompagnata dalla speranza.

In Germania Anno Zero di Rossellini il protagonista, Edward Koheler, assiste allo smembramento di un cavallo morto per le strade di una Berlino devastata dalle bombe. Quel cavallo morto smembrato diventa un simbolo del tracollo della Germania annientata e smembrata dalle Potenze Alleate. Un cavallo morto appare nel Nosferatu di Herzog, quando si scatena la peste portata dal Conte Dracula e gli abitanti del paese, ormai contagiati, si abbandonano ad una vera e propria festa orgiastica, in una scena che ricorda l’ultima festa che si svolse nel Bunker della Cancelleria, nell’aprile del 1945, dove Hitler e i suoi fedelissimi trascorsero gli ultimi giorni del Terzo Reich. Ed è sempre un cavallo l’animale che Friedrich Nietzsche abbracciò in lacrime quel famoso 3 Gennaio 1889 a Torino, all’insorgere della sua pazzia. È sintomo di pazzia anche il cavallo di Kaspar Hauser nell’altro film di Herzog, L’enigma di Kaspar Hauser, la parola che il piccolo Kaspar continua a ripetere in modo ossessivo, tenendo in mano un piccolo cavalluccio-giocattolo che muove freneticamente, forse in un disperato tentativo di sfuggire alla solitudine e alla follia. Per non parlare della terribile scena della testa di cavallo utilizzata come esca per le anguille nel Tamburo di latta di Grass, da cui fuoriescono, man mano che si prosegue nella lettura, viscide anguille sempre più grandi, quasi a simboleggiare il passato oscuro e inafferrabile della Germania, il «passato che non passa» del Nazionalsocialismo, quel male oscuro che si è nascosto e si è annidato in una nazione progredita e istruita come la Germania.

I cavalli di Franz Marc

Anche in questa sede parleremo di un cavallo, o meglio di un uomo-cavallo; si tratta di Hans Fallada, pseudonimo scelto dallo scrittore Rudolph Wilhelm Friedrich Ditzen (Greifswald, 1893 – Berlino 1947), tratto da due famose fiabe dei Fratelli Grimm, «La Fortuna di Hans» e «La guardiana delle oche». In quest’ultima si narra di una serva che si spaccia per una principessa e fa decapitare il cavallo magico Falada, l’unico testimone dell’usurpazione. Ma la vera principessa, che intanto è stata messa a far la guardia alle oche del Re, chiede che la testa del suo cavallo parlante venga inchiodata all’ingresso della città, così che ogni volta che lei ci passa sotto la testa di Falada possa raccontare la verità. Ecco dunque come nacque lo pseudonimo di Fallada, uno scrittore che ha molto in comune con Kafka, non solo per l’immagine dei cavalli, ma perché anche in Fallada la scrittura si configura come un estremo tentativo di mantenere la propria identità e integrità di fronte alla spaventosa macchina della Burocrazia che cerca di stritolare gli uomini, di mantenere un barlume di speranza malgrado tutto, una teologia negativa, in cui non c’è alcun Dio, eppure è rimasta la speranza. Sotto il Nazismo, Fallada si aggrappò disperatamente alla sua scrittura, per non impazzire definitivamente, per mantenere la sua dignità, per poter continuare a esprimere i suoi pensieri e le sue opinioni, nonostante fosse internato in un enorme manicomio, la Germania hitleriana.

La figura del cavallo ha a che fare con questo straordinario scrittore tedesco anche sotto un altro punto di vista, che prescinde dalle filiazioni letterarie e dal folklore tedesco. Dietro la scelta di questo pseudonimo, come nella storia del Piccolo Hans e l’anno dopo la sua pubblicazione, si nasconde infatti anche uno di quegli incidenti che segnano in modo indelebile la vita di una persona. Quando aveva sedici anni il piccolo Rudolph Ditzen andò a sbattere con la bicicletta contro un carro trainato da cavalli, e uno di questi lo calpestò e gli dette un calcio alla testa che per poco non lo uccise. I postumi dell’incidente provocarono nel piccolo Rudolph mal di testa fortissimi, che i medici cominciarono a curare somministrando al ragazzino della morfina, come si faceva di solito all’epoca. Dopo questo incidente il giovane Rudolph comincerà anche a bere, diventando a poco a poco un alcolista, un vizio che lo accompagnerà per tutta la vita

Dunque la carriera letteraria di Ditzen/Fallada, nato in una famiglia borghese benestante, uno degli scrittori tedeschi più conosciuti del XX secolo, comincia all’insegna di una idea fissa, continuare a scrivere nonostante tutto e dire sempre la verità, conficcatagli in testa dal micidiale calcio di un cavallo. Quest’idea è all’origine della sua ricerca compulsiva della verità, anche a costo della propria autodistruzione. Nel 1910, l’anno dopo l’incidente con il cavallo, Fallada tentò il suicidio ingerendo del veleno. Nel 1911 si verificò un secondo tentativo di suicidio, questa volta con una pistola in un finto duello, dal quale scampò miracolosamente, tentativo che comportò il suo ricovero in un sanatorio che era in realtà una vera e propria clinica psichiatrica. Ne seguì tutta una serie di ricoveri in vari istituti psichiatrici, che contrassegnarono tutta la vita di Ditzen/Fallada.

Nel 1917-19 Fallada ricomincia ad assumere morfina e a bere, ed è ben presto costretto a sottoporsi a una cura disintossicante. La sua esperienza di tossicodipendente la racconta in un testo straordinario, Sulla buona sorte del morfinomane. Una relazione circostanziata (SE, 2018), il resoconto dettagliato della disperata ricerca di una dose di morfina in tutte le farmacie di Berlino con l’amico Wolfgang, ricerca antesignana delle peregrinazioni in tutte le farmacie di Manhattan – sempre alla ricerca della morfina – descritte da William Burroughs. Questo racconto rimase a lungo inedito, anche dopo la morte di Fallada (nel 1947), fino al 1997. Inutile dire che lo scritto di Fallada va ad inserirsi a buon diritto tra quei resoconti sull’esperienza della droga che vantano titoli molto più celebri come le Lettere dello Yage di Burroughs, Conoscenza dagli abissi di Henri Michaux o Le porte della percezione di Aldous Huxley. Il vizio del bere invece ispirerà un altro suo racconto, «Tre anni senza essere un uomo», anch’esso incluso nel volumetto di SE. In quest’ultimo resoconto Fallada narra la sua reclusione in carcere, nel periodo che va dal 1924 al 1928, esperienza che almeno gli consentì, per un certo periodo, di allontanarsi dall’alcool e dalla morfina.

Nel 1929, finalmente libero dalla prigione e disintossicato, Fallada si sposa con Anne Margrete Issel, detta Suse, e pubblica il suo primo libro di successo: Contadini, Bonzi e Bombe, (tr. Luciano Inga Pin, Baldini e Castoldi, 1956), sulla rivolta popolare dei contadini della Pomerania ai tempi della Repubblica di Weimar, romanzo che ebbe un notevole successo anche in Italia, tanto che lo si può trovare nelle più sperdute biblioteche di paese. Tale romanzo è decisivo nello sviluppo della poetica di Fallada, ma purtroppo è quasi introvabile sul mercato librario, a causa probabilmente della sua accesa polemica contro i «rossi», e in particolare contro i cosiddetti «bonzi», cioè i pezzi grossi, i dirigenti del Partito Social-Democratico (SPD) e del Partito Comunista (KPD), che all’epoca amministravano numerose città tedesche, apertamente accusati nel libro di aver brutalmente represso la pacifica protesta dei contadini nel paesino immaginario di Altholm, in realtà Neumunster; Fallada seguì come giornalista il cosiddetto «processo dei contadini» che cercò di chiarire le circostanze degli scontri che si verificarono tra i coltivatori e la polizia.

Il grande successo di Fallada comincia dunque in Germania, ma diventa internazionale a partire dal 1932, quando viene pubblicato il suo romanzo più celebre, E adesso, pover’uomo? (Mondadori, 1933; ristampato da Sellerio nel 2008). Il romanzo ebbe un tale successo che fu subito tradotto in diverse lingue e attirò l’attenzione dell’industria del cinema di Hollywood, che ne ricavò nel 1934 il film Little Man, What Now?, con Douglass Montgomery e Margaret Sullavan, diretto da quel Frank Borzage che due anni prima era stato il regista dell’adattamento cinematografico di Addio alle armi di Hemingway. E adesso, pover’uomo è la spietata descrizione della società tedesca tra le due guerre, secondo i canoni della Nuova Oggettività (Neue Sachlickheit), un movimento che intendeva reagire agli eccessi dell’Espressionismo. Il libro narra le vicende di un giovane contabile tedesco, Johannes Pinneberg, rappresentante della piccola borghesia, coinvolto nella grave crisi economica degli anni ’20 sotto la Repubblica di Weimar. Johannes e la sua giovane moglie, Emma Morschel, detta Lammchen (agnellino), vanno a vivere all’inizio nella Germania rurale, poi si trasferiscono a Berlino in cerca di fortuna. Johannes scopre che la sua matrigna gestisce un bordello, e che il suo amante, Jachmann, ha posato gli occhi su sua moglie.

Insomma, questo scrittore che oggi (nonostante gli sforzi della casa editrice Sellerio che ne sta ripubblicando i migliori romanzi) rimane ancora un oggetto sconosciuto al grande pubblico dei lettori italiani, negli anni Trenta e Quaranta era un autore di bestseller anche da noi, nonostante la censura fascista. Sebbene non fosse propriamente uno scrittore di regime, gli editor della Mondadori e i censori del regime fascista non percepirono la pericolosità dei testi di Fallada, anche se qualche taglio nell’edizione italiana effettivamente ci fu. La propaganda del regime, anche di quello nazista, ritenne che le vicende del pover’uomo di Fallada, che a causa della crisi della Repubblica di Weimar progressivamente sprofonda in una condizione di sottoproletario, fossero perfette per intrattenere e svagare i lettori che potevano in questo modo ritenersi fortunati rispetto al pover’uomo. Inoltre, nella rabbia mista a frustrazione del povero impiegato Pinneberg, il ceto medio dell’epoca vedeva riflessa quella stessa rabbia e frustrazione che l’aveva spinto a votare in massa per il Partito Fascista e successivamente per il Partito Nazista. Del resto il primo romanzo di Fallada sulla rivolta dei contadini, classe sociale tradizionalmente di destra, avversaria dei rossi e tendenzialmente antisemita (non mancano le battute antisemite nel romanzo, non si sa quanto condivise dall’autore), aveva convinto i nazisti che Fallada fosse uno dei loro.

La fortuna di Fallada in Italia continuerà per qualche tempo anche nel secondo dopoguerra, dopo la sua morte nel 1947, tanto che da uno dei suoi romanzi della serie del pover’uomo, Tutto da rifare, pover’uomo (dove si immagina il pover’uomo che eredita un’immensa fortuna, ma non per questo cessa di essere uno sfigato), pubblicato in Italia da Mondadori nel 1940, fu anche tratto uno sceneggiato per la TV nei primi anni sessanta, con Laura Betti, Paolo Poli e Luigi Vannucchi.

Un discorso a parte meriterebbe l’analisi della fortuna di Fallada in America: la sua fama iniziò in modo trionfale nel 1934 con il film di Borzage, poi finì sottotraccia per diversi decenni, riaffiorando solo in epoca recente con tutta una serie di nuove edizioni, anche delle opere minori o meno ispirate, che cercavano di soddisfare i desiderata dei gerarchi nazisti. Recentemente, nel 2018, è uscito anche un film, Lettere da Berlino, tratto dal romanzo Ognuno Muore Solo (1947), con Emma Thompson e Brendan Gillison, per la regia di Vincent Perez.

L’unico che in America, già negli anni Sessanta, sembrava aver compreso la grandezza di Fallada era uno scrittore di fantascienza apparentemente lontanissimo da lui, Philip K. Dick (ne raccomanda la lettura in alcune lettere), che forse intravedeva nel pover’uomo di Fallada l’antenato dei suoi personaggi, apparentemente insignificanti, umili repairman o commessi in un negozio di dischi, ma portatori di un messaggio da cui potrebbe dipendere il destino del mondo. Del resto, curiosamente, lo stesso Dick teneva molto a sottolineare il fatto che il suo nome, Philip, in greco antico significava «amante dei cavalli», tanto da chiamare uno dei suoi personaggi-alter ego Horselover Fat, traduzione letterale del suo nome in inglese. Inoltre era lui stesso, come Fallada, uno scrittore emarginato, bistrattato, considerato pazzo e costantemente impegnato in una dura lotta per la sopravvivenza. Anche Dick, come Fallada, ricorreva spesso alle droghe per «reggere» a sessioni di scrittura disumane, che a volte duravano per giorni e giorni di seguito (l’ultimo romanzo di Fallada, Ognuno Muore Solo, più di 700 pagine nell’edizione italiana, fu scritto in soli 24 giorni). Guarda caso, quelle stesse droghe – come il Pervitin, una potente amfetamina – che utilizzarono i carristi dell’esercito tedesco per portare a termine la conquista della Francia in meno di due mesi, guidando i loro carri armati giorno e notte, senza dormire quasi mai. Come hanno dimostrato gli studi di Norman Ohler, e in particolare il saggio Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania Nazista (Milano, Rizzoli, 2016), l’intera Germania era diventata, negli anni Trenta, una nazione di tossici, e il capo dei tossici era proprio lui, Adolf Hitler, cui il suo dottore personale, il Dottor Morrell, somministrava numerose iniezioni dei più svariati oppiacei nel corso della giornata per tenerlo su, soprattutto quando le sorti della guerra cominciarono a volgere a sfavore della Germania. L’alcolismo e la tossicodipendenza coinvolgevano tutti i tedeschi, sia le vittime che i carnefici; le prime per sopportare le vessazioni e le umiliazioni dei secondi, questi ultimi per ottundere il loro senso morale quando si abbandonavano ai più efferati massacri.

(continua)

La seconda parte di questo Speciale Fallada verrà pubblicata il 15 dicembre.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Gabriele Del Grande: L’ISIS, o del perturbante

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori, Mondadori, pp. 605, euro 19,00 stampa, euro 9,99 ebook

approfondisce PAOLO PREZZAVENTO

Pochi libri sono riusciti a penetrare il fitto mistero dell’ISIS, l’organizzazione terroristica che ha saputo creare un vero e proprio network del terrore, diventando, dopo la nascita dello Stato Islamico in Iraq e in Siria, locale e globale allo stesso tempo. La prassi politica di questo anomalo Stato prevede tecniche di controllo del territorio, di propaganda e di arruolamento che sono ancestrali e modernissime allo stesso tempo. I vari agenti della polizia locale, i carcerieri e gli agenti segreti dello Stato Islamico si avvalgono dei metodi di tortura e di interrogatorio tra i più brutali e sanguinari che si conoscano e allo stesso tempo utilizzano le più sofisticate tecnologie informatiche e perseguono una raffinatissima strategia di guerra psicologica, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica occidentale.

Tutto questo è l’ISIS, anzi il Dawla (lo Stato Islamico in arabo): uno stato fondato sulla violenza e sul terrore i cui meccanismi misteriosi Gabriele Del Grande, giornalista reporter e scrittore, è riuscito a penetrare come pochi altri analisti ed esperti occidentali, grazie al racconto di coloro che, pur essendosi macchiati di crimini efferati, pur avendo torturato, massacrato e stuprato in seguito alla conquista di una parte dei territori dell’Iraq e della Siria, a un certo punto della loro vita hanno deciso – per vari motivi – di disertare, di chiamarsi fuori da questa barbarie assoluta. Questo dunque è un libro che dà voce ai carnefici più che alle vittime, un reportage romanzato che è stato possibile pubblicare grazie ad una intelligente operazione di crowdfunding e che, come scrive Del Grande, non vuole in alcun modo giustificare ciò che questi uomini hanno fatto, ma vuole semplicemente raccontare, ancora una volta, la banalità del male.

L’intento è infatti quello di farci capire come questi assassini non siano affatto geni del male, ma avrebbero potuto tranquillamente gestire un ferramenta o uno sfascio a Baghdad o a Damasco, cioè condurre una vita assolutamente normale, se non avessero avuto questa occasione unica di arricchirsi e di decidere della vita o della morte di migliaia di persone, grazie alla guerra e alla situazione politica incandescente in Iraq e in Siria. Dawla ci aiuta a capire come si è arrivati a questa condizione di caos, come è stato possibile che un territorio che è stato per secoli, anzi per millenni, la culla della civiltà, dove le varie confessioni religiose hanno convissuto in pace in una straordinaria mescolanza di culture diverse, si sia trasformato in pochi anni nel regno della barbarie.

Rispetto all’Europa e all’Occidente l’ISIS dovrebbe rappresentare l’alterità radicale, la negazione totale dei nostri valori – questa la vulgata propagandata dai teorici dello scontro di civiltà. Eppure questi terroristi, nella loro forma mentis – a parte i versetti del Corano imparati a memoria, i riferimenti ad alcuni classici dell’Islam radicale come Abd al-Wahab, Ibn Taymyya, Sayyid Qutb, Abd Allah Azzam – sono quanto di più occidentale si possa immaginare. Non solo per il loro nichilismo e il loro disprezzo della morte, tipici frutti della cultura occidentale, ma anche perché in ultima analisi sono stati i grandi «strateghi» e le multinazionali occidentali ad aver dato inizio a tutto il grande caos mediorientale. Il libro di Del Grande ci offre una miniera di informazioni e degli spunti molto interessanti: ci fa capire che alcune nazioni, comprese quelle stesse che si trovano nel mirino dell’ISIS, hanno avuto interesse a rovesciare il regime di Muhammar Gheddafi in Libia e a scatenare la rivolta contro il regime di Bashar Assad in Siria non perché volessero esportare la democrazia, ma perché volevano mettere – come al solito – le mani sui soliti giacimenti di petrolio e di gas. Ci sono servizi segreti, come quelli delle monarchie del Golfo, che hanno sempre sostenuto e finanziato questi terroristi, nonostante i proclami dei predicatori islamisti radicali contro la dinastia apostata dei Saud; ci sono istruttori americani e italiani che hanno addestrato i militanti di al-Nusra alle tecniche della guerriglia e all’uso degli esplosivi; ci sono i trafficanti di armi turchi e italiani che si sono arricchiti vendendo armi all’ISIS in cambio di petrolio a buon mercato; eppure l’Occidente continua a far finta di niente, e il Presidente Trump continua a scagliarsi contro l’Iran che invece è un nemico giurato dell’ISIS ed uno degli obiettivi privilegiati dei suoi attentati, come dimostrano gli attacchi del 22 settembre scorso. Insomma, c’è qualcosa di nuovo, anzi di antico, nell’ISIS: esso perpetua sotto forme nuove quello che è sempre stato il “Grande Gioco” delle potenze occidentali in Medio Oriente, e alla base della sua forza e della sua capacità offensiva ci sono pur sempre gli ingredienti fondamentali della guerra contemporanea: le strategie geopolitiche, gli approvvigionamenti di gas e petrolio, i grandi flussi finanziari, la componente psicologica e la propaganda, etc.

Inoltre Del Grande ci fa comprendere come la «macelleria siriana» attuale non nasca dal nulla, ma sia figlia di un’altra macelleria precedente, quella attuata da Bashar Assad contro i suoi oppositori nelle famigerate carceri siriane, tra cui Saydnaya, teatro di una sanguinaria rivolta nel 2008. Quei penitenziari sono stati per anni veri e propri incubatoi del terrorismo, fucine di radicalizzazione per centinaia, migliaia di oppositori del regime. Ecco perché una protesta che all’inizio si basava su principi squisitamente laici (la richiesta di maggiori spazi di democrazia, di un maggiore rispetto per i Diritti Umani da parte di un regime oppressivo a partito unico) si è trasformata in una guerra di religione dove la democrazia è vista come il demonio, un sistema politico fondamentalmente incompatibile con la Legge di Dio, la Sharia, e il nemico da abbattere è tutto ciò che è kufar, cioè infedele, cioè tutto ciò che non è mussulmano sunnita.

Del Grande ci offre anche uno spaccato delle terribili prigioni segrete del Dawla, come i famigerati sotterranei dello «Stadio Nero» di Raqqa, dove gli infedeli, le spie e i traditori vengono torturati con una brutalità senza precedenti. È questo il «capolavoro» di chi, in Occidente, pur avendo la possibilità di risolvere pacificamente i conflitti, ha lasciato incancrenire per settant’anni la questione israelo-palestinese, ha finanziato e armato i mujahidin in Afghanistan in funzione antisovietica, e poi si è ritrovato improvvisamente a dover fronteggiare la minaccia che veniva proprio da quelle milizie che gli americani ed altri avevano così bene addestrato. Dai mujahidin siamo passati ad Al-Qaida, che ha cominciato ad attaccare obiettivi occidentali, per poi arrivare, dopo l’11 Settembre, all’ISIS di Abu Mussab al-Zarqawi in Iraq e infine all’ISIS di Abu Bakr al-Baghdadi, diventato un autentico network del Terrore Globale.

Ecco perché l’ISIS rappresenta un tipico fenomeno «perturbante», secondo la terminologia di Freud: un fenomeno che ci è profondamente estraneo e al tempo stesso familiare. Il coinvolgimento dei civili nelle operazioni belliche e l’utilizzo degli attentati per portare avanti le guerre asimmetriche, le guerre che non si possono dichiarare apertamente, comprese la Guerra Fredda e la cosiddetta Strategia della Tensione di casa nostra: tutto questo è stato messo a punto in Occidente. Senza queste premesse teoriche occidentali non si sarebbe sviluppato su larga scala il terrorismo palestinese negli anni ’70, che piano piano è uscito dai suoi binari laici e si è trasformato in terrorismo islamico. Improvvisamente è cambiato tutto: i combattenti palestinesi sono diventati terroristi kamikaze e il fondamentalismo di Hamas e della Jihad Islamica ha cominciato a guadagnare consensi anche all’interno della Striscia di Gaza.

Del Grande, pur mascherando in parte – per ovvi motivi – questi avvenimenti nella sua narrazione romanzata, ci racconta tutto questo: la nascita dello Stato Islamico, le grandi manifestazioni contro il Regime di Assad, la conquista di Raqqa da parte degli insorti e la progressiva eliminazione ed espulsione di tutti quegli oppositori di Assad che non erano islamisti radicali. Il nostro autore è riuscito addirittura ad ottenere informazioni di prima mano non solo sulla Sicurezza Interna dell’ISIS, ma anche sulla segretissima Sicurezza Esterna, cioè quell’apparato che è direttamente coinvolto nella preparazione degli attentati in Europa. Si tratta di uno spaccato eccezionale, dall’interno, di tutto quel groviglio di servizi segreti e di strutture paramilitari che si adopera ogni giorno per diffondere il Terrore nell’opinione pubblica dell’Occidente, con personaggi che, nella loro banalità, non sanno far altro che scimmiottare ancora una volta modelli occidentali. Ce n’è uno che si faceva chiamare Michael Jackson, un altro si faceva chiamare Jihadi John, un altro lo chiamavano Prince, altri ancora i Beatles, e così via. C’è perfino un regista americano che lavorava alla serie di film horror Saw, l’Enigmista, il quale si è convertito all’Islam radicale e ha collaborato alla realizzazione dei filmati di propaganda del Dawla. Sicuramente, in questa nuova fase della sua carriera, non ha più bisogno del sangue finto che utilizzava in America per gli effetti speciali…

Le rivelazioni di Del Grande confermano inoltre quello che è ormai diventato un luogo comune: la presenza tra i dirigenti dell’ISIS di numerosi ex ufficiali dell’esercito di Saddam Husayn che, dopo il disastroso intervento americano in Iraq, sono passati armi e bagagli nelle file dello Stato Islamico, e l’analogo passaggio di numerosi esponenti dei Servizi Segreti siriani nelle strutture supersegrete del Dawla. Dunque il vero capo dell’ISIS non è certo Abu Bakr al-Baghdadi, messo lì soltanto perché appartiene al ramo Banu Hashim della tribù Quraysh, e dunque discendente dal Profeta, ma ex militari dell’esercito di Saddam, tra cui l’ex colonnello iracheno Haiji Bakr e il suo assistente Haiji Abd al-Nasir, destituito nell’estate del 2017. Ma la catena di comando prosegue, perché dietro di loro il potere reale è gestito dai due capi della Sicurezza Interna e dal capo della Sicurezza Esterna, più un quarto personaggio misterioso, il capo della Sicurezza Segreta, coadiuvati a loro volta da persone insospettabili, vestite alla moda occidentale, con le barbe rasate, che manovrano le leve del potere coperti da un perfetto anonimato e magari risiedono a Roma, a Milano o a Dubai in dimore di lusso. Dietro il Dawla, dietro la cortina fumogena dei proclami di al-Baghdadi che incitano i martiri al jihad globale, ci sono i servizi segreti internazionali, ci sono le grandi speculazioni finanziarie, ci sono le potenze straniere che hanno interesse a soffiare sul fuoco del radicalismo islamico al fine di destabilizzare tutto il Medio Oriente ed ottenere in questo modo sempre la stessa cosa, l’unica cosa che è sempre interessata alle cancellerie occidentali: il petrolio e il gas, uno sterminato mercato per le proprie armi e una fornitura illimitata di preziosissimi reperti archeologici e di rarissimi manoscritti antichi da rivendere in Occidente a cifre da capogiro.

La lettura di questo libro è caldamente consigliata a tutti quei grandi strateghi della geopolitica che un bel giorno hanno pensato che avrebbero sconfitto per sempre il Terrorismo concentrando tutti i jihadisti in un unico territorio e poi bombardandoli senza pietà. La lezione che si ricava dal libro di Del Grande, invece, è un’altra: il terrorismo islamico non si sconfigge con le bombe, ma con un paziente lavoro di intelligence, intervistandone i protagonisti, raccontando le loro storie, imparando a conoscere il nostro nemico.

Il primo passo, insomma, è guardarsi allo specchio.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il critico come bohémien

Gino Scatasta, Fitzrovia, o la Bohème di Londra, Il Mulino, pp. 217, euro 21,00 stampa, euro 14,99 ebook

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

Wilde ipotizzava che la menzogna fosse molto più interessante della squallida realtà: questo libro è la dimostrazione di questa tesi. Fitzrovia di Gino Scatasta, professore di Letteratura inglese all’Università di Bologna, è infatti un libro basato in gran parte sul gossip, sulle autobiografie romanzate dei protagonisti della bohème londinese, un libro in cui il critico letterario «può prendersi qualche libertà con i fatti così come sono realmente accaduti». Essendo fondamentalmente basato sulle auto-rappresentazioni dei protagonisti della bohème londinese, sulle chiacchiere da pub, sulle dicerie e sui pettegolezzi, questo libro sarebbe sicuramente piaciuto al Divino Oscar: del resto, lo stesso Scatasta racconta di aver discusso i vari aspetti della sua ricerca in lunghe serate al pub con altri studiosi suoi amici. Per descrivere la Bohème di Londra è diventato un po’ bohèmien anche lui cosicché Il Critico come Artista di Wilde si è trasformato nel Critico Bohémien. Durante i suoi soggiorni a Londra, Scatasta ha lavorato sul suo studio frequentando per diverse sere di fila la Fitzroy Tavern, il Wheatsheaf e il Marquess of Granby.

A dire il vero, il dandy e il bohémien sono molto diversi tra loro. Wilde, ad esempio, odiava la vita bohémien, perché a Wilde faceva orrore la povertà vera, la vita in squallidi alberghi o appartamenti che conducevano i bohèmien. Mentre i bohémien dovevano arrabattarsi ogni giorno per sbarcare il lunario, Wilde viveva nel lusso e proclamava a ogni piè sospinto il suo profondo disprezzo per la vita quotidiana e in definitiva per la realtà stessa, cui preferiva l’Arte, la maschera, la finzione, la menzogna. Paradossalmente, negli ultimi anni della sua vita il dandy orgoglioso che aveva tutta Londra ai suoi piedi fu costretto a condurre una vita da bohémien, dimenticato da tutti. La sua fu, ci ricorda Scatasta, «una morte da bohémien, povero e malato in una squallida camera d’albergo nel Quartiere Latino». La sua tomba al cimitero di Père Lachaise diventò ovviamente una tappa obbligata per tutti i bohémien di Parigi e non solo.

L’interesse per Fitzrovia nasce dai corsi universitari che Scatasta ha tenuto in questi anni su Londra e sulla sua rappresentazione letteraria nei romanzi dall’800 ad oggi, nonché dal fascino particolare che questa città esercita su coloro che si avventurano nelle sue strade, «quando alla città reale si sovrappongono le immagini stratificate del suo passato e dei suoi miti letterari». Scatasta analizza dunque in Fitzrovia «una tradizione letteraria che mescola città reale e città della mente, dalla Nuova Gerusalemme di Blake alla unreal city della Terra Desolata eliotiana». Fitzrovia dunque «...non è un luogo fisico, ma piuttosto un luogo mentale, un quartiere dell’immaginazione, un posto unico al mondo, a partire dal nome che suona misterioso».

All’inizio del libro, Scatasta si preoccupa di ricostruire minuziosamente l’origine del nome Fitzrovia, cioè quella zona di Londra a forma di parallelepipedo delimitato sui lati lunghi da Tottenham Court Road e Charlotte Street, e su quelli corti da Oxford Street e Howland Street, che è stata per cinquant’anni la culla della Bohéme. La prima sorpresa è che il nome Fitzrovia non deriva da Fitzroy Street o dalla vicina Fitzroy Square, ma da un pub, la Fitzroy Tavern. A partire dagli anni venti, il locale diventò il centro della vita sociale e culturale della zona, perché la sua clientela annoverava scrittori, artisti, musicisti, modelle e altri personaggi noti e meno noti. Tra i locali citati c’è anche il Tour Eiffel Restaurant, frequentato dall’ereditiera Nancy Cunard, che fu ritratta da Kokoschka, da Cecil Beaton e da Man Ray, e ispirò anche Hemingway e Aldous Huxley. L’Eiffel era frequentato anche dai Vorticisti di Wyndham Lewis, che vi presentarono la rivista Blast. Non sorprende che pure Ezra Pound ogni tanto vi facesse una capatina.

Molti di questi bohémien hanno passato gran parte della loro vita alla deriva nei pub di Fitzrovia a raccontare storie a volte completamente inventate sprecando così il loro immenso talento, ma – anche grazie al libro di Scatasta – non spariranno nelle nebbie londinesi, non saranno dimenticati. Parliamo di di Nina Hamnett, che fu modella dello scultore Henri Gaudier-Brzeska e di Amedeo Modigliani, poi morta suicida negli anni cinquanta; di Betty May, detta la donna-tigre, che morì completamente dimenticata negli anni ottanta; di Julian MacLaren-Ross, convinto di essere vittima di un complotto di cui era a capo Iris Murdoch; del pittore Augustus John, che rimase un bohémien per tutta la vita. E poi incontriamo personaggi ancor più misteriosi come Alan Odle, presunto figlio di Aubrey Beardsley, che sarebbe nato da un rapporto incestuoso tra Beardsley e sua sorella Mabel; come Iron Foot Jack, un noto truffatore e fondatore della setta dei “Figli del Sole”, o come Geoffrey Wladislas Vaile Potocki de Montalk, poeta neozelandese che si vantava di essere l’erede al trono del Regno di Polonia. Tra gli assidui frequentatori dei pub di Fitzrovia c’era anche il romanziere Matthew Phipps Shiel, lo scrittore di fantascienza autore de La nube purpurea (The Purple Cloud, 1901), che era stato nominato Sovrano del Regno di Redonda, una piccola isola rocciosa delle Indie Occidentali. Dopo la sua morte nel 1947, i suoi successori sul Trono di Redonda distribuirono titoli nobiliari di fantasia a destra e a manca a famosi scrittori, poeti, registi e romanzieri, come Dylan Thomas, Henry Miller, Pedro Almodòvar, Pietro Citati, Francis Ford Coppola, Umberto Eco, Claudio Magris e John Ashbery.

Un altro personaggio straordinario citato nel libro è Thomas Edward Neil Driberg, barone Bradwell, ricco e gay – quindi all’epoca ricattabile – citato nell’Archivio Mitrokhin come possibile collaboratore del KGB; Driberg a sua volta era amico di Guy Burgess, la spia inglese che passava informazioni all’Unione Sovietica, e fu per un certo periodo seguace del satanista Aleister Crowley, personaggio che certo non ha bisogno di presentazioni. Non meraviglia che anche Crowley frequentasse i pub di Fitzrovia quand’era a Londra. È molto interessante il racconto che fa Scatasta della disputa legale tra Crowley e una delle protagoniste della bohème londinese, Betty May, a causa della morte di un giovane fidanzato della May, tale Raoul Loveday, che Crowley aveva attirato nella sua Abbazia di Thelema a Cefalù e che sarebbe morto dopo aver bevuto sangue di gatto.

Gustoso anche l’episodio che riguarda il poeta americano Robert McAlmon, che a quanto pare batté a macchina le ultime cinquanta pagine dell’Ulisse di Joyce, che aveva conosciuto a Parigi, cercando di decifrare la scrittura quasi illeggibile sui taccuini dell’autore irlandese. Dopo un po’ si stufò di faticare su quel testo quasi incomprensibile e cominciò ad inserire frasi a caso nel monologo di Molly Bloom; anni dopo Joyce gli rivelò di essersi accorto delle manipolazioni, ma di averle lasciate così com’erano.

Un altro racconto imperdibile è quello dell’intricata vicenda del pittore Walter Sickert e del suo coinvolgimento nelle indagini sui delitti di Jack lo Squartatore. Sickert aveva studiato alla Slade School ed era un assiduo frequentatore dei pub di Fitzrovia; aveva la mania di travestirsi e andava in giro dicendo di conoscere la vera identità di Jack lo Squartatore; aveva preso in affitto vari studi in diverse parti della città, e cercò di acquisire una certa notorietà ritraendo modelle nude in quadri che alludevano ai delitti di Jack. Anche se probabilmente non era presente a Londra nell’anno dei delitti, il 1888, non sorprende più di tanto che Sickert venisse sospettato di essere Jack. Nel raccontare la storia di Sickert e dei suoi collegamenti con i delitti di Whitechapel, Scatasta ricorda anche le indagini condotte dallo scrittore Jean Overton Fuller e dalla scrittrice Patricia Cornwell, convinta che il famoso serial killer fosse proprio Sickert, tanto da far distruggere un suo quadro pur di poter analizzare il DNA di un capello, ma senza alcun esito.

A conclusione del libro, si impone una riflessione: che ne è della bohème oggi? E’ presto detto: la bohème oggi non è più confinata nei pub o nelle zone più squallide e vitali delle grandi metropoli, ma è dappertutto. Dopo il secondo dopoguerra, infatti, ci ricorda Scatasta, la bohème diventa sempre più mainstream, i suoi ideali cominciano a penetrare nella cultura di massa, nei movimenti giovanili, e infine nel mondo della moda. I veri eredi dei bohémien negli anni cinquanta e sessanta furono dapprima i beatniks, poi i beat e gli hippy. A poco a poco, la vita bohémien diventò alla portata di tutti, anche dei borghesi con il posto in banca, almeno nei fine settimana, a causa della rivoluzione sessuale, della diffusione di massa del consumo di alcool e soprattutto delle droghe. Ormai il mondo della bohème, dissidente e ribelle, è diventato un prodotto commerciale. Oggi, se volete vedere come vestono i bohémien, dovete sfogliare una rivista di moda.

L’unico rammarico del lettore, incuriosito da tutte queste storie incredibili e straordinarie, è che Scatasta non abbia avuto il tempo di approfondire alcuni episodi appena accennati, come quello delle aringhe di Stewart Gray, oppure l’aggressione fisica e verbale ai danni di Filippo Tommaso Martinetti in visita a Londra da parte di Wyndham Lewis e dei Vorticisti, che accusavano il fondatore del Futurismo di essersi arricchito in Africa sfruttando prostitute. Scatasta ha già promesso che nel suo prossimo libro chiarirà anche questi episodi e fornirà nuovi gustosi dettagli. Si occuperà infatti degli eredi della bohème londinese negli anni cinquanta, sessanta e settanta, e dunque del passaggio della bohème da Fitzrovia a Soho e a Chelsea. Un programma indubbiamente appetitoso.

https://www.mulino.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Belsen era una figata

Greil Marcus, Lipstick Traces. Storia segreta del XX secolo, trad. it. di Mita Vitti, il Saggiatore, pp. 523, euro 32,00 stampa

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

Lipstick Traces di Greil Marcus, uno dei più grandi critici musicali americani, professore universitario a Princeton e Berkeley e biografo ufficiale di Bob Dylan, pubblicato per la prima volta in America nel 1989, uscì in Italia nel 1991 suscitando molto scalpore e diventando subito un libro di culto. Ora viene riproposto dal Saggiatore nella traduzione di Mita Vitti, ed è un libro fondamentale per comprendere non solo il movimento Punk, ma l’intero XX secolo, un incubo dal quale non siamo ancora riusciti a risvegliarci. Scritto con lo stile immaginifico e accattivante tipico di una recensione discografica, uno stile che Marcus riesce a sostenere per più di 500 pagine, seguendo un sottile filo logico che parte dai testi delle canzoni per arrivare fino alle loro estreme conseguenze, Lipstick Traces ripercorre la storia del Punk dal 1978 al 1979 e ci fa comprendere come la sua velocissima traiettoria affondi le sue radici in alcune delle avanguardie artistiche del Novecento. Anzi, secondo l’interpretazione di Marcus, il Punk non sarebbe altro che l’ultima avanguardia del Novecento, l’ultimo assalto contro la società e l’arte, contro le majors della discografia, contro il rock’n’roll, l’unico movimento di vera opposizione totale a qualunque possibilità di essere divorato e accettato dall’industria discografica e dalla cultura di massa.

La tesi di fondo del libro – semplice e allo stesso tempo geniale – è dunque che il Punk sia stato molto più di una moda giovanile, molto più di una rivoluzione in campo musicale – si è trattato invece di un fenomeno culturale e sociale di vasta portata che ha cambiato la storia del Novecento, con radici culturali che addirittura si possono far risalire al Dada, ai Situazionisti e addirittura ad alcuni mistici medievali e rinascimentali – Marcus si diverte a giocare sull’assonanza tra il vero nome di Johnny Rotten, John Lydon, e l’eretico olandese Giovanni di Leida (Jan van Leiden), capo di una setta anabattista i cui adepti praticavano il libero amore e il comunismo dei beni, che prese il potere nella città di Munster in Germania nel 1534.

Il Punk è stato dunque l’ultimo movimento del Novecento che abbia espresso un rifiuto totale della società, del comportamento, del modo di vestire che fino a quel momento erano stati considerati pilastri indiscussi della nostra visione del quotidiano. Dopo il Punk è cambiato tutto. Tornando a casa dopo un concerto dei Sex Pistols, una scarica di adrenalina allo stato puro, dopo aver pogato durante l’esecuzione al fulmicotone di «Anarchy in the UK», era semplicemente impossibile mettere sul piatto dello stereo «Knockin’ on Heaven’s Door» di Bob Dylan oppure gli Electric Light Orchestra. Ancora più dei dadaisti, dei surrealisti e dei situazionisti, i punk hanno lottato fino all’ultimo per essere inaccettabili, si sono impegnati con tutte le loro forze per far sì che le loro canzoni, le loro immagini oltraggiose, i loro slogan e il loro look non potessero finire in un museo. Eppure, incredibile a dirsi, anche le bestemmie, gli insulti, gli sputi e il vomito dei Sex Pistols hanno fatto questa brutta fine: diventare pezzi da museo, arrivando addirittura ad essere consacrati in occasione del quarantennale della nascita del Punk (novembre 1976) da quella stessa regina Elisabetta II che avevano oltraggiato nella celebre copertina di God Save the Queen, realizzata da Jamie Reid, di cui Marcus sottolinea giustamente le ascendenze situazioniste, l’affinità con i collage del Maggio ’68 e la parentela stretta con la Mona Lisa L. H. O. O. Q. (1919) di Marcel Duchamp.

Forse l’unico gesto di ribellione ancora possibile, in una società che è riuscita a digerire perfino l’estremo oltraggio del Punk, è quello annunciato dal figlio di Malcom McLaren e Vivienne Westwood, Joe Corré, fondatore della maison di moda Agent Provocateur, che nel 2016 ha dichiarato che avrebbe dato fuoco a tutti i cimeli del periodo punk posseduti dal padre, il geniale inventore dei Sex Pistols, per un valore totale di 5 milioni di sterline, in un immenso potlatch che sicuramente sarebbe piaciuto ai situazionisti di Guy Debord.

Ancora oggi, a 25 anni dalla sua pubblicazione in Italia, Lipstick Traces non ha perso nulla della sua carica dirompente, anche se molti dei suoi protagonisti sono ormai morti (come Malcom McLaren, nel 2010) e altri – come John Lydon – hanno dismesso i panni degli anarchici rivoluzionari e sono approdati su posizioni filoisraeliane e di aperto appoggio alla Brexit e alla politica di Trump, un individuo rozzo e volgare di cui certamente Lydon apprezza la maleducazione, degna di un vecchio punk che ha fatto i soldi. Dalla cresta punk del ribelle irlandese Johnny Rotten siamo passati ai capelli biondi ispidi e sparati in aria della britannica Theresa May e al simil-parrucchino arancione del tycoon americano…

«There’s NO FUTURE / in England’s (and America’s) dreaming» : avevano ragione John, Sid, e gli altri Pistols. Ma questa è un’altra storia, tutta ancora da scrivere.

Nota

Non è facile, e chi traduce lo sa bene, tradurre una recensione musicale e rendere in italiano quello stile così particolare di Marcus, che parte dal verso di una canzone per approdare a conclusioni di analisi culturale e di profonda riflessione filosofica, sulla scia dei Minima Moralia di Adorno. Tutto ciò premesso, in alcuni punti la traduzione di Mita Vitti appare veramente indifendibile. Quando poi si giunge a p. 126 e si legge il celebre verso dei Sex Pistols «Belsen was a gas», titolo di una delle più controverse canzoni del gruppo, tradotto «Belsen era gasante», qualsivoglia sentimento di umana solidarietà nei confronti della traduttrice viene meno…

https://www.ilsaggiatore.com/

12 IX 2018

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Danza, danza, la cinghiamattanza…

riflette PAOLO PREZZAVENTO

Dallas, Texas, Gennaio 1978, Longhorn Ballroom. I Sex Pistols tengono uno dei loro ultimi concerti, che resterà celebre per le immagini di Sid Vicious che suonava il basso come un forsennato con il viso coperto del suo stesso sangue; il sangue dell’agnello sacrificale del punk, il sangue di Bambi, come lo ribattezzò con feroce ironia l’eminenza grigia del gruppo, il manager Malcom McLaren. Sid Vicious di lì a un anno rimarrà ucciso da un’overdose di eroina fornitagli dalla madre.

Roma, Settembre 1986, Teatro Tenda Seven Up. Al Concerto dei PIL (Public Image Limited), l’ex cantante dei Sex Pistols John Lydon, alias Johnny Rotten, si esibisce nelle sue nuove canzoni e non manca di riproporre anche alcuni dei successi dei vecchi Pistols. Un gruppo di punk pescaresi – ormai oltre una certa età – si prendono a spintoni e danno inizio al pogo, mentre altri continuano a bersagliare il palco per tutto il concerto con un costante zampillio di sputi, fino a quando il vecchio Johnny, ormai un po’ imbolsito, se ne esce spazientito: you not spit!

Roma, Maggio 2016, Parco di Colle Oppio. Al concerto degli Zeta Zero Alfa, una band dell’estrema destra il cui leader e vocalist – Gianluca Iannone – è anche il leader di  CasaPound (anche se ormai ha passato il testimone a Simone Di Stefano) la band inizia a suonare “Cinghiamattanza”; qualcuno con la testa rasata, camicia nera e Ray Ban a specchio d’ordinanza, si sfila la cintura dei pantaloni e comincia a colpire selvaggiamente chiunque gli capiti a tiro. E’ la famosa cinghiamattanza degli Zeta Zero Alfa, una sorta di rituale iniziatico, un rito di passaggio obbligato per tutti coloro che ambiscono ad entrare nella “comunità di destino” (come la chiamano loro) che si è assunta il compito di riportare in auge i presunti “valori eterni” del Fascismo. Le teste (rasate) e i volti già colpiti dalle cinghiate cominciano a sanguinare copiosamente e quel sangue dovrebbe servire a cementare la comunità, ad unirla in un comune destino. A guardare i suoi ragazzi massacrarsi a vicenda c’è anche un vecchio neofascista ormai ultracinquantenne, che nell’86 era presente al concerto dei PIL a Roma. Il cuore gli si riempie d’orgoglio…

Insomma, che cosa è successo negli ultimi quarant’anni?

Prova a rispondere a questa domanda lo storico dell’età contemporanea Elia Rosati, ricercatore all’Università di Milano, che sta conducendo da tempo uno studio approfondito sulle organizzazioni parlamentari di estrema destra e sui movimenti che si rifanno esplicitamente al Fascismo, ed ha già al suo attivo una serie di pubblicazioni, come la recente Storia di Ordine Nuovo (2017), scritta insieme ad Aldo Giannuli, docente all’Università di Milano e già membro della Commissione Stragi. Rosati ha pubblicato da poco CasaPound Italia. Fascisti del Terzo Millennio (Mimesis, pp. 236, Euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook), dove affronta una materia che è attualissima e certamente più incandescente ed esplosiva rispetto ad Ordine Nuovo. A parlare della storica organizzazione neofascista si può provocare al massimo la reazione furibonda di qualche ex militante; ma descrivere la nascita di CasaPound e i suoi riferimenti culturali significa toccare un punto nevralgico di estrema attualità.

La storia di CasaPound ha inizio – scrive Rosati – dall’alleanza tra una forte gruppo neofascista con sede a Roma, un ex dirigente dell’organizzazione di estrema destra Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, e diversi elementi del Veneto Fronte Skinhead, che decisero di unire le forze per dare vita ad una nuova formazione politica che raccogliesse l’eredità del fascismo, ma liberandola dai vecchi schemi e dai vecchi simboli legati alle rievocazioni storiche di pochi nostalgici, con i loro labari e i loro gagliardetti della Decima Mas, per approdare ad un immaginario profondamente rinnovato. Non a caso si sceglieva come padre nobile il poeta americano Ezra Pound, rinchiuso in una gabbia come un animale alla fine della Seconda Guerra Mondiale per i suoi proclami radiofonici a favore del Duce e della RSI e poi ricoverato in manicomio negli USA per dodici lunghi anni.

Perché Pound? Perché rappresenta un punto di riferimento culturale certamente di destra – ovviamente di una destra del tutto particolare – ma è allo stesso tempo unanimemente riconosciuto come uno dei grandi poeti del Novecento. I membri di questa alleanza avevano l’ambizione di creare un nuovo movimento politico che riprendesse quegli elementi del Fascismo, come l’ispirazione futurista e l’esperienza dannunziana di Fiume, che potevano fare presa sulle giovani generazioni. L’operazione, dopo un lungo percorso carsico, riemerge: a partire dagli anni ‘90 si diffonde in Italia la nuova formazione politica che adotta come simbolo la tartaruga stilizzata con 4 frecce rivolte verso l’interno, che forse stanno a significare le varie componenti del gruppo che convergono verso un unico obiettivo.

Soffermiamoci per un attimo su questo strano simbolo. Perché la tartaruga – anzi, ad essere precisi, la testuggine? Rosati lo spiega con un riferimento ai pirati della Tortuga: dunque i dirigenti di CasaPound si vogliono auto-rappresentare come dei moderni corsari all’arrembaggio del nuovo sistema politico. Ma c’è anche un’altra spiegazione: la tartaruga è un animale che avanza lentamente ma inesorabilmente, e soprattutto avanza portandosi dietro la sua armatura di difesa, il carapace, che è anche la sua casa, ed è proprio sulla propaganda legata alla questione dell’assegnazione degli alloggi e al cosiddetto “mutuo sociale” che CasaPound riuscirà ad affermarsi in alcune periferie di Roma e ad Ostia, arrivando perfino a presentare un proprio candidato sindaco alle ultime comunali di Ostia.

Insomma, il lungo fiume carsico torna in superficie il 27 dicembre del 2003 quando, nel quartiere dell’Esquilino a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, CasaPound occupa per la prima volta l’edificio che attualmente ne ospita la sede nazionale. Un’altra rottura con la tradizione della destra: se negli anni ’90 aveste pronunciato la parola “occupazione” o “centro sociale occupato” in presenza di un simpatizzante di destra avreste provocato sicuramente una reazione allergica.

Nel 2009 un altro colpo di scena: arriva la denuncia della figlia di Ezra Pound, Mary de Rachewiltz, contro CasaPound, che a suo dire avrebbe completamente travisato le idee politiche del padre. A conclusione del processo, il giudice riconosce all’organizzazione il diritto di mantenere il nome di Pound come suo riferimento culturale.

Inoltre, in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali del Lazio, CasaPound è arrivata a un passo dal concludere un’alleanza con tutto il centrodestra a sostegno della candidatura di Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice. Come fa giustamente notare Rosati, se CasaPound in quella occasione fosse riuscita a concludere l’accordo sulla candidatura di Pirozzi, oggi saremmo qui a raccontare una storia ben diversa: CasaPound avrebbe avuto per la prima volta nella sua storia un punto di riferimento politico importante, un  candidato Governatore della Regione Lazio, per così dire, “di area” – o forse il governatore eletto.

Il movimento nasce come tentativo di egemonizzare tutto il mondo giovanile di destra, tentativo che in questi anni non ha mancato di suscitare una sempre maggiore attenzione da parte dei media, che hanno iniziato a svolgere inchieste su questo gruppo per individuarne le idee portanti e le matrici ideologiche, oltre alla ben precisa strategia comunicativa che ne ha reso possibile l’emersione come entità egemone all’interno dell’estrema destra. CasaPound ha ormai da anni conquistato la testa dei cortei nazionalisti e “sovranisti” e l’egemonia culturale all’interno del variegato mondo della destra; è sempre in prima fila in alcuni degli appuntamenti più importanti della galassia neofascista, come la commemorazione della strage di Acca Larentia, che si svolge ogni anno a Roma e che vede aumentare ogni anno il numero dei partecipanti appartenenti a CasaPound.

Questo tentativo di accreditamento, di andare oltre il tradizionale ghetto dell’estrema destra, ha subito in questi anni – ci ricorda Rosati – anche alcune improvvise battute d’arresto, come accadde in seguito ai violenti scontri di Piazza Navona del 28 Ottobre 2008 e la successiva irruzione negli studi RAI di Via Teulada il giorno successivo. In quella occasione i militanti di CasaPound si mostrarono, nel loro rozzo tentativo di “prendersi la piazza”, come i soliti picchiatori fascisti e non come dei moderni fascio-futuristi. Un’altra clamorosa battuta di arresto si è avuta in occasione dell’inchiesta sul tentato rapimento e sull’uccisione nel Luglio 2014 di Silvio Fanella, presunto cassiere di Gennaro Mokbel, l’imprenditore napoletano da sempre vicino agli ambienti dell’estrema destra, coinvolto nella vicenda della “truffa carosello” Telecom Sparkle. Fanella venne ucciso probabilmente perché era a conoscenza del nascondiglio delle immense ricchezze accumulate da Mokbel. Per l’omicidio Fanella fu arrestato Giovan Battista Ceniti, responsabile della sezione di CasaPound di Verbania.

La strategia di accreditamento di CasaPound si è incentrata in questi anni soprattutto su un ben preciso percorso culturale che ha saputo far tesoro, “da destra”, della lezione di Antonio Gramsci, cioè la necessità di conquistare una egemonia culturale, senza la quale per un qualsiasi gruppo politico è impensabile la presa del potere. A questa strategia “culturale” fanno riferimento gli incontri e i dibattiti di grande richiamo mediatico organizzati da CasaPound negli anni duemila, come il dibattito sulle carceri con l’ex brigatista Valerio Morucci (ormai diventato consulente dei servizi segreti) che aveva come moderatore l’intellettuale “di sinistra” rinnegato Giampiero Mughini; il dibattito su Bettino Craxi alla presenza della figlia Stefania; il dibattito con Marcello Dell’Utri sui presunti Diari di Mussolini in suo possesso; il dibattito con Paola Concia sull’omofobia. Da segnalare inoltre i dibattiti che hanno visto la partecipazione dei giornalisti Enrico Mentana, Corrado Formigli, Nicola Porro, e l’incontro sugli anni di piombo e sui “cuori neri” alla presenza di Luca Telese.

Fedele alla sua strategia di egemonia culturale, CasaPound si è creata un suo proprio pantheon di 88 numi tutelari dell’organizzazione. Numero non casuale, 88: esso allude ovviamente, in base ad una simbologia molto diffusa nel mondo dell’estrema destra, all’ottava lettera dell’alfabeto, l’acca, ripetuta due volte: “Heil Hitler!” Tra queste figure di riferimento troviamo personaggi che ci si può aspettare, come Oswald Spengler, Robert Brasillach, Yukio Mishima, Leon Degrelle, Louis-Ferdinand Celine, René Guenon, Julius Evola, Filippo Tommaso Marinetti, Friedrich Nietzsche, Ernst Jünger, Gabriele D’Annunzio; ma anche personaggi che lasciano abbastanza interdetti, quali Trilussa, Giorgio De Chirico, George Orwell, James G. Ballard, Antoine de Saint-Exupéry, John Fante, Jack Kerouac, Geronimo, Vladimir Majakovskij, Ray Bradbury, Alce Nero, William Butler Yeats, Dante, Friedrich Holderlin; e presenze decisamente curiose come Corto Maltese e Capitan Harlock.

Già questo semplice elenco di riferimenti culturali ci fa capire la differenza tra CasaPound e altre organizzazioni di destra che l’hanno preceduta. Alcuni di questi nomi potrebbero tranquillamente figurare tra i riferimenti di un qualsiasi gruppo di estrema sinistra, come il poeta russo Majakovsij, i capi indiani Geronimo e Alce Nero, Jack Kerouac; manca solo Che Guevara. Significative anche le assenze: stranamente mancano i nomi di alcuni veri e propri eroi della Seconda Guerra Mondiale, come Luigi Durand de la Penne e Fiorenzo Capriotti della Decima MAS, e mancano i nomi di alcuni fascisti e nazisti illustri come Italo Balbo, Otto Skorzeny e Pierre Drieu LaRochelle, per non parlare del filosofo Martin Heidegger.

In questi anni CasaPound ha fatto propria la battaglia di Ezra Pound contro l’usura, trasformandola nella battaglia contro lo strapotere della grande finanza (l’odiato Soros) e delle grandi banche che è ormai entrata a far parte del nostro chiacchiericcio politico quotidiano, tanto da diventare una sorta di luogo comune, da utilizzare nelle conversazioni in treno o al bar. CasaPound ha ripreso anche la battaglia di Pino Romualdi e di Pino Rauti contro il cosiddetto “mondialismo”, cioè la battaglia contro l’omologazione planetaria imposta dalle grandi centrali della finanza internazionale, sulla scia della denuncia di Pasolini dell’omologazione caratteristica della società contemporanea. Un altro cavallo di battaglia di CasaPound è la lotta contro il presunto “buonismo” della sinistra nei confronti dei migranti, contro il melting pot culturale e contro il cosiddetto “business dei migranti”.

Secondo questa interpretazione i migranti non sarebbero altro che le truppe di un enorme progetto di sradicamento e di distruzione dell’identità europea. Questo progetto di sostituzione delle popolazioni europee con le popolazioni africane e asiatiche, denunciato negli scritti dell’intellettuale francese Renaud Camus (Renaud, non Albert), sarebbe alla base del fantomatico “Piano Kalergi” (altro cavallo di battaglia del complottismo), che sarebbe stato elaborato da alcune menti eccelse alla base della nascita dell’Europa, come il celebre Richard Coudenhove-Kalergi, massone di alto grado che nel 1922 fondò a Vienna il movimento “Paneuropa” per l’instaurazione di un governo mondiale basato su una confederazione di nazioni guidata dagli Stati Uniti. Questi massoni e padri fondatori dell’Europa avrebbero elaborato dunque, già all’inizio degli anni Venti, la Teoria della Grande Sostituzione denunciata da Camus nei suoi scritti (Le grand remplacement ), cioè il Piano Kalergi. Ecco trovata una spiegazione semplice ed efficace – una spiegazione che ormai si è diffusa a macchia d’olio – del perché ci troviamo alle prese con un’ondata di immigrazione di portata epocale. Un’ondata migratoria che la sinistra europea, magari con il beneplacito del Gruppo Bilderberg – che ci sta sempre bene – starebbe strumentalizzando, utilizzando i migranti come “nuovo proletariato rivoluzionario” e, più prosaicamente, come un nuovo bacino elettorale. Da questo punto di vista, la guerra senza quartiere che il nuovo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha scatenato contro le ONG che gestiscono il salvataggio dei migranti riprende pari pari gli slogan di CasaPound contro il business dell’immigrazione.

Questo libro di Rosati ci aiuta a comprendere non solo la storia di un gruppuscolo di estrema destra come CasaPound, ma anche come è nato e come si è sviluppato un movimento politico con una ben precisa strategia culturale, un gruppo le cui idee, purtroppo, stanno sempre di più facendo breccia nel dibattito politico mainstream, idee che influenzano quantomeno la componente leghista dell’attuale maggioranza di governo giallo-verde. Il libro di Rosati ci aiuta a comprendere almeno in parte quella vera e propria mutazione antropologica che parte dalla ribellione degli anni settanta, passa per il punk, che era anarchico e apolitico, ribellione allo stato puro, e che ha finito per produrre la miseria culturale e politica in cui ci troviamo impelagati oggi. Leggere CasaPound Italia di Rosati è importante per comprendere ciò che eravamo, ma soprattutto ciò che siamo diventati.

http://mimesisedizioni.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Zarathustra nella Foresta nera   

Martin Heidegger, Nietzsche, a c. di Franco Volpi, pp. 1034, Euro 28,00

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

Parafrasando lo Zarathustra di Nietzsche, si potrebbe dire che questo è “un libro per tutti e per nessuno”. La lettura del libro che Martin Heidegger ha dedicato al pensiero e all’opera di Friedrich Nietzsche richiede uno sforzo prolungato nel tempo, una concentrazione costante che è difficile conservare per pomeriggi interi, dati i ritmi della nostra vita quotidiana, uno sforzo di comprensione che riesca a cogliere tute le infinite svolte del pensiero di Heidegger con i suoi continui andirivieni, le sue pause e ripartenze, le infinite approssimazioni all’oggetto del pensare e al domandare definitivo. Il lettore di questo libro dovrà addentrarsi con pazienza e tenacia tra le infinite sfumature di significato attribuite ai vari termini, nella ricostruzione che Heidegger fa della storia della metafisica, tra l’antichità greca e la fine dell’800 in Germania, tra i presocratici come Anassimandro, Protagora ed Eraclito, per arrivare poi a Socrate, Platone, Aristotele e infine, qualche secolo dopo, a Friedrich Nietzsche, il pensatore della “morte di Dio”, il filosofo del nichilismo, del superuomo, dell’eterno ritorno dell’uguale e della volontà di potenza.

Questo volume raccoglie i corsi universitari tenuti da Heidegger su Nietzsche nell’arco di un decennio presso l’Università di Friburgo, tra il 1936 e il 1946, un periodo cruciale per la sua formazione filosofica e per la storia della Germania, e speriamo di non dover spiegare perché. È noto che all’epoca c’era un agente della polizia segreta nazista – un certo Hanke – che aveva il compito esclusivo di seguire i corsi di Heidegger e di annotare eventuali critiche al Regime. Non essendo uno studente di filosofia, ci si chiede cosa mai abbia potuto capire il povero Hanke…

Questo è un libro difficile, anche perché richiede una buona conoscenza delle opere di Nietzsche; lette magari nei meravigliosi volumetti gialli della Piccola Biblioteca Adelphi curata da Colli e Montinari a partire dagli anni ’60. Bisogna avere una certa confidenza con il percorso del filosofo-filologo, dalle Considerazioni Inattuali fino ai Frammenti postumi, in modo da apprezzare l’enorme sforzo interpretativo-appropriativo compiuto dal Filosofo della Foresta Nera sulle opere di uno dei più grandi filosofi europeo tra Otto e Novecento, la cui riflessione filosofica Heidegger vorrebbe ricondurre ancora una volta nella categoria della Metafisica. Nietzsche sarebbe l’ultimo dei metafisici, l’ultimo dell’Occidente, proprio perché, nel tentativo di oltrepassare il nichilismo e di rovesciare il Platonismo (e il suo derivato, il Cristianesimo), cioè la Metafisica, rimane pur sempre all’interno di un orizzonte metafisico. Heidegger si spinge addirittura al punto di definire Nietzsche “il più sfrenato platonico dell’Occidente”, una definizione che di certo avrebbe fatto inorridire il filosofo dell’eterno ritorno. Alla fine l’impressione che se ne ricava è che Heidegger abbia cercato in tutti i modi di appropriarsi del pensiero di Nietzsche, di portarlo alle sue estreme conseguenze, proponendo un’interpretazione estrema che potesse creare uno spazio vuoto, uno spazio nella tradizione filosofica che lui potesse occupare con la sua riflessione, che altrimenti sarebbe risultata assolutamente fuori luogo e superflua rispetto all’approdo filosofico definitivo di Nietzsche.

In parole povere: Nietzsche aveva già detto tutto quello che c’era da dire sulla crisi della cultura europea, sul nichilismo e sulla metafisica: non restava che prenderne atto. A questo punto Heidegger è stato costretto ad affrontare Nietzsche, a rispondere a Nietzsche, come scrive Roberto Calasso nella sua breve presentazione del volume, a trasformare la sua filosofia nella “metafisica della volontà di potenza”. Ne viene fuori un gigantesco agone tra due grandi pensatori. Sta a noi lettori decidere chi ne è uscito vincitore.

Dunque il lettore che decida di intraprendere la lettura di questo libro deve impegnarsi in un vero e proprio corpo a corpo con Martin Heidegger, il Pastore dell’Essere, con il rude Contadino “che erpica la brughiera” (è la sua traduzione in italiano), che pagina dopo pagina, riga dopo riga cerca di trascinarlo nel folto della Foresta Nera per farlo fuori più agevolmente (come la strega cattiva di Hansel e Gretel o come il famigerato serial killer della Foresta Nera), o quantomeno per fargli perdere l’orientamento, lo avvolge nelle spire possenti del suo pensiero come un vero e proprio boa deconstructor o come un gigantesco Anaconda. Si tratta di un corpo a corpo analogo a quello ingaggiato dallo stesso Heidegger con il pensiero e con gli aforismi di Nietzsche, anche quelli più stravaganti dell’ultimo periodo, quelli che la sorella del filosofo-filologo, Elisabeth Forster Nietzsche, raccolse e risistemò in modo arbitrario nell’opera postuma La volontà di potenza.

Heidegger era consapevole delle manipolazioni del pensiero di Nietzsche operate dalla sorella, che sotto il Nazismo dirigeva in modo dittatoriale il Nietzsche-Archiv di Weimar (e simpatizzava apertamente con gli uomini della svastica, Hitler in testa), ma ciò non gli impedì di sviluppare il suo ragionamento proprio sul Nietzsche dell’ultima fase, quella di Zarathustra, dell’eterno ritorno e della volontà di potenza. Il risultato di questo grande sforzo interpretativo fu proprio Nietzsche, pubblicato in due tomi presso l’editore Neske di Pfullingen nel 1961. Ora Adelphi ripropone in Italia in una edizione ampliata la sua prima traduzione del 1994, che conteneva già una Prefazione a cura di Franco Volpi, in cui veniva riconsiderato il costante confronto della riflessione filosofica di Heidegger con i testi di Nietzsche anche alla luce della decostruzione di Derrida, che in fondo proprio da Heidegger prende le sue prime mosse, a partire dalla distinzione fondamentale tra Destruktion e Zerstorung in Essere e Tempo (1927).

Ora sarebbe da dire, in un’epoca di rituale flagellazione di Heidegger (talvolta motivata ma non sempre), che gran parte della nuova filosofia del secondo Novecento è nata da questo strano incontro tra il Filosofo della Foresta Nera, che ama perdersi nei sentieri tra i boschi per poi sfociare nella radura dell’essere, e alcuni fra i suoi più brillanti discepoli, come Karl Lowith, Hans Jonas, Hannah Arendt e Hans-Georg Gadamer, e last but not least, il brillante filosofo deraciné franco-algerino Jacques Derrida, simbolo di una cultura cosmopolita e di quel giudaismo che Heidegger accusava di non avere alcun fondamento in un terreno sicuro, di essere il rappresentante di quella cultura senza radici, senza patria, cosmopolita e globalizzata, da lui tanto aborrita. Alla luce della polemiche seguite alla pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri di Heidegger da parte di Peter Trawny – prontamente “scomunicato” dal responsabile della pubblicazione delle Opere Complete di Heidegger, Friedrich-Wilhelm von Herrmann – appaiono quasi patetici i tentativi degli esponenti della “sinistra heideggeriana” di giustificare il filonazismo e l’antisemitismo del filosofo di Messkirch. Alcuni studiosi addirittura parlano dell’antisemitismo di Heidegger come del nucleo centrale “esoterico” della sua filosofia, la cosiddetta dottrina della “segreta Germania spirituale”, di cui c’è solo un misterioso accenno nei Quaderni Neri.

Alcuni passi di questo libro di Heidegger su Nietzsche vanno dunque riletti anche alla luce delle polemiche che sono scoppiate nel 2014, quando si cominciarono a pubblicare i primi “quaderni rivestiti in tela cerata nera” sui quali Heidegger appuntava le sue riflessioni e le sue considerazioni, per poi riprenderle in un secondo momento nelle sue opere più sistematiche. Appena pubblicati i Quaderni Neri, con le loro considerazioni sul nazionalsocialismo, hanno suscitato un vero e proprio “caso” politico-filosofico e hanno costretto molti studiosi a riconsiderare l’idea di un Heidegger che aderì al Nazismo soltanto per un breve periodo, quando era rettore dell’Università di Friburgo, come testimoniato nel suo famoso discorso di insediamento L’autoaffermazione dell’università tedesca del 1933. Lo stesso dicasi per il suo antisemitismo, non più classificabile – alla luce dei Quaderni Neri – come un semplice abbaglio momentaneo poi ripudiato nell’immediato dopoguerra, ma come una costante che accompagna tutta l’opera di Heidegger anche dopo la fine della seconda Guerra Mondiale e la scoperta dell’orrore dei campi di concentramento.

Comunque, su questo infuocato dibattito saremo costretti a tornare quando finalmente uscirà il prossimo volume dei Quaderni Neri anche in Italia (Quaderni Neri 1942-1948. Note I-V ), volume a dir poco “esplosivo”, che era stato già preannunciato da Bompiani nel settembre del 2017, ma la cui uscita è stata rimandata di parecchi mesi. Evidentemente le numerose polemiche sull’antisemitismo di Heidegger scoppiate anche in Italia, a partire dal convegno sui Quaderni Neri organizzato da Donatella Di Cesare all’Università “Sapienza” di Roma nel 2015, hanno consigliato ai traduttori e ai curatori del volume di procedere con estrema cautela.

La pubblicazione del Nietzsche di Heidegger rappresenta del resto un nuovo episodio del duello a distanza su Nietzsche e Heidegger tra due big dell’editoria, Adelphi e Bompiani, il cui primo round si era disputato all’inizio degli anni Novanta quando Bompiani decise di pubblicare l’edizione postuma de La volontà di potenza (1992) a cura di Maurizio Ferraris e di Pietro Kobau, suscitando le reazioni indignate di Adelphi che già da diversi anni stava pubblicando la nuova edizione critica delle opere di Nietzsche a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. La risposta di Adelphi a La volontà di potenza di Ferraris-Kobau fu proprio la pubblicazione del Nietzsche di Heidegger, con la traduzione di Franco Volpi basata sull’edizione critica di Colli & Montinari per quanto riguarda le citazioni da Nietzsche, volume che oggi viene riproposto nella collana Gli Adelphi.

In conclusione: sprofondando in queste pagine nell’abisso Nietzsche (e facendosi guardare dentro da questo abisso) Heidegger uscì dall’immane agone interpretativo in preda a una profonda crisi, personale e filosofica. Secondo la testimonianza del figlio di Heidegger, il Filosofo della Foresta Nera arrivò, alla fine del suo tour de force ermeneutico, ad affermare: “Quel Nietzsche mi ha distrutto!” Anche i lettori di questo libro potranno dire: “Quel libro di Heidegger mi ha distrutto!” e giunti al termine del volume, potranno avere tre tipi di reazioni differenti. Alcuni – i più disumani, o superumani – ancora avvinti nelle spire del pensiero di Heidegger, andranno a leggersi o a rileggersi il saggio “Chi è lo Zarathustra di Nietzsche?” pubblicato in Saggi e discorsi (Mursia), altri riprenderanno in mano la vecchia edizione Adelphi di Così parlò Zarathustra per cercare di capire ancora una volta che cosa voleva veramente dire Nietzsche, altri ancora invece andranno a rileggersi un vecchio numero della rivista di studi filosofici aut-aut (n. 217-18 del 1987), e in particolare un saggio di Richard Rorty, “Di là dal realismo e dall’antirealismo”, in cui il filosofo neopragmatista americano dimostra come sia letteralmente impossibile criticare la disputa metafisica Platone-Nietzsche – cui si sono aggiunti negli ultimi decenni Heidegger e Derrida – senza sprofondarci dentro, per cui è meglio lasciar perdere…

https://www.adelphi.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Saluti brigatisti

Alberto Fagiolo, Topografia del Caso Moro. Da via Fani a via Caetani, Nutrimenti, pp. 205, euro 16,00 stampa

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

La Casa Editrice Nutrimenti sta pubblicando saggistica che fornisce spunti interessanti a chi si occupa dei retroscena della nostra Storia, e ricerca le cause di quella perdita di sovranità politica che ha nelle vicende legate al Caso Moro uno degli esempi più eclatanti. Ricordiamo, tra i tanti titoli proposti, L’Armadio della Vergogna di Franco Giustolisi, Il Testimone di Guido Salvini (il giudice che ha riaperto le indagini sulla strage di Piazza Fontana), oppure La ragazza che vendicò Che Guevara, la storia della guerrigliera Monika Ertl, che nel 1971 uccise ad Amburgo l’uomo che aveva eliminato il rivoluzionario argentino. Questo nuovo libro sul Caso Moro aggiunge ulteriori dettagli a una ricostruzione storica che a distanza di quarant’anni non è ancora completa.

Roberto Fagiolo fornisce alcune informazioni che corroborano i sospetti di misteriose presenze dei Servizi segreti prima, durante e dopo il sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse. Lo scopo dichiarato di questa ricostruzione dell’agguato di via Fani e del sequestro dell’On. Moro, della successiva fuga verso la prigione brigatista di via Montalcini e di altri episodi controversi, è quello di chiarire definitivamente alcuni dei misteri del Caso Moro. Il saggio si sforza di individuare una volta per tutte il percorso di fuga del convoglio brigatista con il prigioniero, il luogo del presunto trasbordo dell’ostaggio, e tanti altri misteri di cui si è occupata anche recentemente la Commissione Parlamentare di Inchiesta. Questo ulteriore contributo approfondisce in particolare alcuni aspetti topografici alla vicenda, riproducendo cartine di Roma che evidenziano le zone e le vie in cui si trovavano i covi brigatisti e i luoghi in cui furono ritrovati i vari comunicati delle BR e le varie Lettere di Moro; e si ipotizza l’esistenza di un covo brigatista nelle immediate vicinanze di via Fani, usato per un cambio d’auto.

Un altro mistero su cui Fagiolo si sofferma è quello del covo BR nel ghetto ebraico, di cui parlò il militante dell’Autonomia Elfino Mortati, una pista investigativa foriera di ulteriori sviluppi. Purtroppo però la collaborazione di Mortati venne ben presto “bruciata” da un articolo del giornalista Guido Paglia. Il giorno stesso in cui uscì l’articolo di Paglia sul quotidiano La Nazione di Firenze, Mortati smise di collaborare con gli inquirenti, temendo rappresaglie da parte delle BR.

La ricostruzione di Fagiolo si sofferma anche sulle vicende del cosiddetto memoriale Morucci, di cui si ebbe notizia per la prima volta nell’estate del 1990, che ha cristallizzato una verità ufficiale di comodo sulla quale si sono adagiati per trent’anni tutti coloro che hanno indagato sul Caso Moro. Esiste infatti una sorta di verità contrattata sul Caso Moro, una sorta di complicità tra lo Stato e le BR, una seconda trattativa, parallela a quella per la liberazione dell’ostaggio, riguardante le carte di Moro, i documenti in suo possesso e quelli che fece a sequestro in corso dal suo studio da alcuni suoi stretti collaboratori. Secondo alcune ipotesi investigative, queste carte esplosive – cui bisogna aggiungere il famoso Memoriale Moro – avrebbero fornito una specie di salvacondotto per una soluzione politica che consentisse ai brigatisti, in particolare a Morucci e a Moretti, di uscire vivi dalla vicenda e di mantenere intatta la loro presunta purezza ideologica. Ecco perché molti non credono alla versione ripetuta come un mantra da Moretti e Morucci in tutti questi anni, che dietro le BR c’erano solo le BR. Oggi Morucci e Moretti sono uomini liberi, lo Stato che volevano abbattere è stato molto clemente, e Morucci addirittura ha trovato lavoro come consulente della GRISK, la società di intelligence del Generale Mario Mori e del Colonnello De Donno, protagonisti della Trattatativa Stato-Mafia, come esperto in materia di terrorismo.

Ma c’è una cosa che Fagiolo si limita soltanto ad accennare – ed è un peccato – nella sua pur dettagliata ricostruzione, ed è l’intricata vicenda delle Lettere di Moro, che sono state definite da Miguel Gotor l’Epistolario più importante del Novecento (insieme a quello di Antonio Gramsci). Le lettere di Moro quasi mai ci sono arrivate nella loro versione originale e autentica – sono copie di cui è andato perduto l’originale o che non corrispondono ad alcun originale, anzi di cui si è affermata fin dall’inizio l’inautenticità – e quasi mai sono arrivate ai loro veri destinatari.

L’unico originale di cui non esistono copie o trascrizioni in questa storia non è una lettera, bensì una cartolina, ed è l’unico messaggio che è stato spedito secondo i canali postali tradizionali ed è effettivamente arrivato all’indirizzo del destinatario. Si tratta di una cartolina indirizzata al Signor Vincenzo Borghi spedita da Fidenza quattro giorni dopo la scoperta del covo di via Gradoli (18 Aprile), che – scrive Fagiolo – “mostra immagini di Piacenza e una cartina stradale sulla quale è evidenziata con una crocetta la località di Cortemaggiore”. Questa cartolina arrivò a destinazione, in via Gradoli 96, il 29 Aprile. C’era scritto: SALUTI B.R. Chi spedì quella cartolina? Si possono fare infinite ipotesi, però Fagiolo ci rivela un indizio: c’erano soltanto due persone che chiamavano il sedicente Signor Borghi – alias Mario Moretti – Vincenzo invece di Mario. Queste due persone erano il colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia (iscritto alla P2) e il giornalista d’assalto Mino Pecorelli (anch’egli iscritto alla P2 e ucciso l’anno dopo il sequestro Moro).

Le cartoline, con i loro inquietanti messaggi trasversali, arrivano sempre a destinazione…

https://www.nutrimenti.net

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Le forze del disordine

Giancarlo De Cataldo, L’agente del caos, Einaudi Stile Libero, pp. 322, euro 19,00 stampa, 10,99 e-book

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

L’ultima opera di Giancarlo De Cataldo è una sorta di dietro-le-quinte di un romanzo, è il racconto della possibile genesi di un romanzo, ed è anche allo stesso tempo una specie di trailer di una serie televisiva che viene esplicitamente preannunciata nella quarta di copertina. E’ anche la storia di un romanzo immaginario che ne fa nascere un altro. De Cataldo immagina infatti che il suo ultimo romanzo, Blue Moon (un piano della CIA che prevedeva la diffusione dell’eroina negli ambienti giovanili), abbia suscitato l’interesse di un misterioso avvocato americano, Flint; costui racconta a De Cataldo la storia di Jay Dark, un incredibile personaggio che ha frequentato tutti i big della Controcultura inglese e americana negli anni Sessanta e Settanta, compresi Timothy Leary, Ronald D. Laing, Alexander Trocchi e perfino Andy Warhol. Grazie ai suoi agganci con il mondo dell’intelligence, Dark diventa in pochi anni uno dei più grossi trafficanti di LSD e un agente della CIA infiltrato nel “Movimento” della Controcultura.

Il titolo del romanzo di De Cataldo si ispira in ultima analisi al nome di una celebre operazione coperta della CIA, l’Operazione Chaos, promossa dal leggendario James Jesus Angleton dalla fine degli anni Sessanta in poi: si prevedeva l’infiltrazione di agenti dei Servizi Segreti nei movimenti extraparlamentari di sinistra in America e in alcuni paesi europei, con la collaborazione all’epoca di giovani e promettenti storici dei movimenti giovanili di sinistra e di agenti infiltrati che frequentavano le Università in cui si stavano formando i cosiddetti “elementi sovversivi”. Gli infiltrati andavano in giro con i capelli lunghi e i pantaloni a zampa di elefante, si facevano le canne e gli acidi e ascoltavano Jimi Hendrix – ma in realtà facevano parte delle Forze del Disordine di Angleton, di Foster Dulles, di Richard Nixon e compagnia cantante.

In una recente intervista De Cataldo ha confessato di essersi ispirato ad un personaggio che è realmente esistito, Ronald Hadley Stark, alias Ronald Shitsky, che nella California degli anni Sessanta entrò in contatto con la Confraternita dell’Amore Eterno, una misteriosa organizzazione che fu ribattezzata all’epoca “la Mafia Hippy”, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove incontrò R.D. Laing, il padre dell’antipsichiatria, cui propose di diventare il nuovo capo della Controcultura, e infine in Italia, dove fu arrestato all’Hotel Baglioni di Bologna e messo nello stesso carcere (il Don Bosco di Pisa) in cui si trovavano alcuni capi storici delle Brigate Rosse. Sono già alcuni anni che la storia di Ronald Stark gira sul web; ne tratta anche il romanzo di Antonio Ferrari Il segreto, ispirato al caso Moro (già recensito su PULP Libri).

Cosa ne ha fatto De Cataldo di tutto questo materiale storico e contro-storico? L’impressione che si ricava leggendo L’agente del Caos è che l’autore non abbia voluto o potuto sparare tutte le sue migliori cartucce nel romanzo stesso, ma si sia riservato alcuni degli aspetti più incredibili della vicenda e alcuni dei colpi di scena più clamorosi per la serie televisiva che verrà tratta da questa storia, i cui diritti sono stati acquistati prima della pubblicazione del romanzo.

Non si può non fare una considerazione: se a una storia così fuori dall’ordinario, un materiale così esplosivo, avesse messo mano uno scrittore come Thomas Pynchon, il quale in parte si è ispirato a questa vicenda nel romanzo noir californiano Vizio di Forma (Einaudi Stile Libero, 2011), chissà cosa ne sarebbe venuto fuori, quale visionario e psichedelico melodramma tra storia e invenzione. Ma a scrivere è De Cataldo, e il suo Agente del Caos invece sembra procedere con il freno a mano tirato: racconta alcuni episodi della vita di Jay Dark ispirandosi alla incredibile vicenda di Stark, ma non affonda mai il colpo, si ferma sempre un attimo prima di giungere alle estreme conseguenze del suo ragionamento complottista.

Ciò non significa che nel corso del romanzo non vengano introdotti alcuni concetti essenziali che forse (speriamo!) verranno sviluppati nella serie televisiva. Una delle idee forti espresse dai capi di questa operazione segreta della CIA è che il Caos non va contrastato, anzi va incoraggiato. Si tratta di un concetto che fu alla base della cosiddetta “strategia della tensione”, perseguita con sanguinosi attentati dalle Forze della Controinsurrezione e della Controguerriglia in Italia e nel mondo: il famigerato slogan “destabilizzare per stabilizzare”. Da questo punto di vista, la diffusione dell’LSD negli anni Sessanta e dell’eroina negli anni Settanta apparve come una vera e propria manna dal cielo per coloro che volevano fermare i movimenti di protesta, perché diede l’opportunità alla CIA di obnubilare le menti dei contestatori distogliendoli dai loro propositi di rovesciare l’Ordine costituito (che è poi uno degli scopi del famigerato programma MK-ULTRA, citato espressamente nel romanzo, che prevedeva l’utilizzo dell’LSD come arma contro i comunisti).

Potrebbe parere puro complottismo, ma non è proprio così. Queste vicende sono state ricostruite per esempio nel recente libro di Alessandro De Pascale sul rapporto tra la droga e la guerra, Guerra & Droga (Castelvecchi, 2017), dove si spiega che la CIA non contrastò affatto, bensì favorì la diffusione dell’LSD e dell’eroina; anzi, l’LSD sarebbe nato proprio da un progetto di ricerca della CIA che aveva lo scopo di individuare una sostanza che permettesse il controllo delle menti dei contestatori, che invece di combattere il Sistema cominciarono a inseguire i loro sogni, i loro trip e i loro paradisi artificiali. Per quanto riguarda l’eroina, è noto che veniva utilizzata dai soldati americani in Vietnam per affrontare meglio gli orrori della guerra, e che le autorità militari chiudevano un occhio… del resto, grazie a Saviano ormai sappiamo tutti che le varie anfetamine vennero sintetizzate cent’anni fa, durante la Grande guerra, per tenere sveglie le sentinelle di guardia nelle trincee.

Un’altra idea forte nel romanzo è quella del nichilismo estremo di Dark, il vero segreto della sua forza e del suo successo. Dark si salva sempre, anche nelle situazioni più drammatiche e più pericolose, proprio perché non crede in nulla, non si fa condizionare nelle sue azioni dalla benché minima considerazione etica o morale, non ha mai un attimo di esitazione quando deve uccidere qualcuno o quando deve tradire anche i suoi amici più cari e le sue fidanzate, che non sospettano nulla della sua vera identità.

Non vogliamo rovinare il gusto della lettura del romanzo, per cui non sveleremo la trama fino alla fine: basti dire che nelle ultime cinquanta pagine L’agente del Caos presenta alcuni colpi di scena che ripagano ampiamente della lettura di alcune digressioni e di alcuni “suggestivi collegamenti” che l’autore ci avrebbe potuto risparmiare. Ad esempio, non si comprende la funzione narrativa della capretta Lotte, mascotte dello scienziato nazista Kirk, padre adottivo di Jay Dark e sua guida spirituale nel Nuovo Mondo del Caos, sulla quale De Cataldo si sofferma in diversi punti del romanzo. Insomma, come dice lo stesso De Cataldo, che certamente conosce il mestiere dello scrittore, alcuni elementi della storia vengono soltanto accennati e risultano alla fine superflui, e a livello narrativo non funzionano.

Ad un certo punto della storia, De Cataldo si lascia andare a una confessione: “Volevo tornare in classifica con un bel successo, e magari ne fosse venuto fuori un bel film o, meglio ancora, una serie!” Uno scrittore farebbe meglio a non essere così esplicito nell’esprimere le sue ambizioni… a meno di non chiamarsi Philip Roth. E in fin dei conti, può ben essere stato questo atteggiamento a fare di L’agente del Caos un romanzo mancato, che non esprime completamente le sue potenzialità, che si ferma ai preliminari della narrazione, che suggerisce tutta una serie di spunti interessanti senza svilupparli. Per il ritorno in classifica bisognerà forse aspettare il prossimo romanzo… o forse la serie TV.

Giunti alla fine del romanzo, infatti, ci rendiamo conto che la storia di Jay Dark è il tipico intreccio che sicuramente funzionerà in TV perché la storia è già di per sé avvincente così come viene raccontata sui blog complottisti; è già, come dicono gli americani, mindblowing. Essa rivela anche quegli aspetti nascosti della nostra vicenda nazionale (e mondiale) sui quali sempre di più si soffermano gli storici più recenti. Come afferma uno dei personaggi de L’agente del Caos, Garreth Senn, uno dei capi della CIA e del “Sistema”: “…noi mettiamo in campo un mucchio di operazioni. Alcune riescono, e diventano storia. Tutte le altre, quelle che falliscono, si chiamano complotti….” (p. 238). De Cataldo ha confessato in un’intervista di aver ripreso questa frase da una conversazione che lui stesso ha avuto con un uomo dei Servizi Segreti. Eppure leggendo la storia di Stark, o del suo doppio romanzesco Jay Dark, ci rendiamo conto a poco a poco che questo personaggio, rimasto nell’ombra fino a pochi anni fa, del quale abbiamo saputo solo in epoca relativamente recente, ha condizionato in modo determinante la Storia. Indubbiamente, un’operazione riuscita – purtroppo.

Nota a piè di pagina: Ci sono alcune inesattezze nel romanzo, che un editing attento avrebbe dovuto eliminare. A p. 93, ad esempio, troviamo citata la misteriosa droga Pcd, ma sospettiamo che in realtà si tratti o della sigla PCB che in certi casi indica la psilocibina, oppure del PCP, detto anche Angel Dust, un allucinogeno che compare anche in una scena cruciale di Vizio di forma. A p. 289 la celebre Università di Stanford diventa Standford e, poco dopo, si parla di una misteriosa “riserva miliare a Jamaica”. Infine, a p. 300 troviamo l’espressione “padre abusivo” che sembra un calco mal tradotto dall’inglese. In realtà si capisce dal contesto che De Cataldo voleva dire “padre violentatore”.

http://www.einaudi.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share