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Il critico come bohémien

Gino Scatasta, Fitzrovia, o la Bohème di Londra, Il Mulino, pp. 217, euro 21,00 stampa, euro 14,99 ebook

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

Wilde ipotizzava che la menzogna fosse molto più interessante della squallida realtà: questo libro è la dimostrazione di questa tesi. Fitzrovia di Gino Scatasta, professore di Letteratura inglese all’Università di Bologna, è infatti un libro basato in gran parte sul gossip, sulle autobiografie romanzate dei protagonisti della bohème londinese, un libro in cui il critico letterario «può prendersi qualche libertà con i fatti così come sono realmente accaduti». Essendo fondamentalmente basato sulle auto-rappresentazioni dei protagonisti della bohème londinese, sulle chiacchiere da pub, sulle dicerie e sui pettegolezzi, questo libro sarebbe sicuramente piaciuto al Divino Oscar: del resto, lo stesso Scatasta racconta di aver discusso i vari aspetti della sua ricerca in lunghe serate al pub con altri studiosi suoi amici. Per descrivere la Bohème di Londra è diventato un po’ bohèmien anche lui cosicché Il Critico come Artista di Wilde si è trasformato nel Critico Bohémien. Durante i suoi soggiorni a Londra, Scatasta ha lavorato sul suo studio frequentando per diverse sere di fila la Fitzroy Tavern, il Wheatsheaf e il Marquess of Granby.

A dire il vero, il dandy e il bohémien sono molto diversi tra loro. Wilde, ad esempio, odiava la vita bohémien, perché a Wilde faceva orrore la povertà vera, la vita in squallidi alberghi o appartamenti che conducevano i bohèmien. Mentre i bohémien dovevano arrabattarsi ogni giorno per sbarcare il lunario, Wilde viveva nel lusso e proclamava a ogni piè sospinto il suo profondo disprezzo per la vita quotidiana e in definitiva per la realtà stessa, cui preferiva l’Arte, la maschera, la finzione, la menzogna. Paradossalmente, negli ultimi anni della sua vita il dandy orgoglioso che aveva tutta Londra ai suoi piedi fu costretto a condurre una vita da bohémien, dimenticato da tutti. La sua fu, ci ricorda Scatasta, «una morte da bohémien, povero e malato in una squallida camera d’albergo nel Quartiere Latino». La sua tomba al cimitero di Père Lachaise diventò ovviamente una tappa obbligata per tutti i bohémien di Parigi e non solo.

L’interesse per Fitzrovia nasce dai corsi universitari che Scatasta ha tenuto in questi anni su Londra e sulla sua rappresentazione letteraria nei romanzi dall’800 ad oggi, nonché dal fascino particolare che questa città esercita su coloro che si avventurano nelle sue strade, «quando alla città reale si sovrappongono le immagini stratificate del suo passato e dei suoi miti letterari». Scatasta analizza dunque in Fitzrovia «una tradizione letteraria che mescola città reale e città della mente, dalla Nuova Gerusalemme di Blake alla unreal city della Terra Desolata eliotiana». Fitzrovia dunque «...non è un luogo fisico, ma piuttosto un luogo mentale, un quartiere dell’immaginazione, un posto unico al mondo, a partire dal nome che suona misterioso».

All’inizio del libro, Scatasta si preoccupa di ricostruire minuziosamente l’origine del nome Fitzrovia, cioè quella zona di Londra a forma di parallelepipedo delimitato sui lati lunghi da Tottenham Court Road e Charlotte Street, e su quelli corti da Oxford Street e Howland Street, che è stata per cinquant’anni la culla della Bohéme. La prima sorpresa è che il nome Fitzrovia non deriva da Fitzroy Street o dalla vicina Fitzroy Square, ma da un pub, la Fitzroy Tavern. A partire dagli anni venti, il locale diventò il centro della vita sociale e culturale della zona, perché la sua clientela annoverava scrittori, artisti, musicisti, modelle e altri personaggi noti e meno noti. Tra i locali citati c’è anche il Tour Eiffel Restaurant, frequentato dall’ereditiera Nancy Cunard, che fu ritratta da Kokoschka, da Cecil Beaton e da Man Ray, e ispirò anche Hemingway e Aldous Huxley. L’Eiffel era frequentato anche dai Vorticisti di Wyndham Lewis, che vi presentarono la rivista Blast. Non sorprende che pure Ezra Pound ogni tanto vi facesse una capatina.

Molti di questi bohémien hanno passato gran parte della loro vita alla deriva nei pub di Fitzrovia a raccontare storie a volte completamente inventate sprecando così il loro immenso talento, ma – anche grazie al libro di Scatasta – non spariranno nelle nebbie londinesi, non saranno dimenticati. Parliamo di di Nina Hamnett, che fu modella dello scultore Henri Gaudier-Brzeska e di Amedeo Modigliani, poi morta suicida negli anni cinquanta; di Betty May, detta la donna-tigre, che morì completamente dimenticata negli anni ottanta; di Julian MacLaren-Ross, convinto di essere vittima di un complotto di cui era a capo Iris Murdoch; del pittore Augustus John, che rimase un bohémien per tutta la vita. E poi incontriamo personaggi ancor più misteriosi come Alan Odle, presunto figlio di Aubrey Beardsley, che sarebbe nato da un rapporto incestuoso tra Beardsley e sua sorella Mabel; come Iron Foot Jack, un noto truffatore e fondatore della setta dei “Figli del Sole”, o come Geoffrey Wladislas Vaile Potocki de Montalk, poeta neozelandese che si vantava di essere l’erede al trono del Regno di Polonia. Tra gli assidui frequentatori dei pub di Fitzrovia c’era anche il romanziere Matthew Phipps Shiel, lo scrittore di fantascienza autore de La nube purpurea (The Purple Cloud, 1901), che era stato nominato Sovrano del Regno di Redonda, una piccola isola rocciosa delle Indie Occidentali. Dopo la sua morte nel 1947, i suoi successori sul Trono di Redonda distribuirono titoli nobiliari di fantasia a destra e a manca a famosi scrittori, poeti, registi e romanzieri, come Dylan Thomas, Henry Miller, Pedro Almodòvar, Pietro Citati, Francis Ford Coppola, Umberto Eco, Claudio Magris e John Ashbery.

Un altro personaggio straordinario citato nel libro è Thomas Edward Neil Driberg, barone Bradwell, ricco e gay – quindi all’epoca ricattabile – citato nell’Archivio Mitrokhin come possibile collaboratore del KGB; Driberg a sua volta era amico di Guy Burgess, la spia inglese che passava informazioni all’Unione Sovietica, e fu per un certo periodo seguace del satanista Aleister Crowley, personaggio che certo non ha bisogno di presentazioni. Non meraviglia che anche Crowley frequentasse i pub di Fitzrovia quand’era a Londra. È molto interessante il racconto che fa Scatasta della disputa legale tra Crowley e una delle protagoniste della bohème londinese, Betty May, a causa della morte di un giovane fidanzato della May, tale Raoul Loveday, che Crowley aveva attirato nella sua Abbazia di Thelema a Cefalù e che sarebbe morto dopo aver bevuto sangue di gatto.

Gustoso anche l’episodio che riguarda il poeta americano Robert McAlmon, che a quanto pare batté a macchina le ultime cinquanta pagine dell’Ulisse di Joyce, che aveva conosciuto a Parigi, cercando di decifrare la scrittura quasi illeggibile sui taccuini dell’autore irlandese. Dopo un po’ si stufò di faticare su quel testo quasi incomprensibile e cominciò ad inserire frasi a caso nel monologo di Molly Bloom; anni dopo Joyce gli rivelò di essersi accorto delle manipolazioni, ma di averle lasciate così com’erano.

Un altro racconto imperdibile è quello dell’intricata vicenda del pittore Walter Sickert e del suo coinvolgimento nelle indagini sui delitti di Jack lo Squartatore. Sickert aveva studiato alla Slade School ed era un assiduo frequentatore dei pub di Fitzrovia; aveva la mania di travestirsi e andava in giro dicendo di conoscere la vera identità di Jack lo Squartatore; aveva preso in affitto vari studi in diverse parti della città, e cercò di acquisire una certa notorietà ritraendo modelle nude in quadri che alludevano ai delitti di Jack. Anche se probabilmente non era presente a Londra nell’anno dei delitti, il 1888, non sorprende più di tanto che Sickert venisse sospettato di essere Jack. Nel raccontare la storia di Sickert e dei suoi collegamenti con i delitti di Whitechapel, Scatasta ricorda anche le indagini condotte dallo scrittore Jean Overton Fuller e dalla scrittrice Patricia Cornwell, convinta che il famoso serial killer fosse proprio Sickert, tanto da far distruggere un suo quadro pur di poter analizzare il DNA di un capello, ma senza alcun esito.

A conclusione del libro, si impone una riflessione: che ne è della bohème oggi? E’ presto detto: la bohème oggi non è più confinata nei pub o nelle zone più squallide e vitali delle grandi metropoli, ma è dappertutto. Dopo il secondo dopoguerra, infatti, ci ricorda Scatasta, la bohème diventa sempre più mainstream, i suoi ideali cominciano a penetrare nella cultura di massa, nei movimenti giovanili, e infine nel mondo della moda. I veri eredi dei bohémien negli anni cinquanta e sessanta furono dapprima i beatniks, poi i beat e gli hippy. A poco a poco, la vita bohémien diventò alla portata di tutti, anche dei borghesi con il posto in banca, almeno nei fine settimana, a causa della rivoluzione sessuale, della diffusione di massa del consumo di alcool e soprattutto delle droghe. Ormai il mondo della bohème, dissidente e ribelle, è diventato un prodotto commerciale. Oggi, se volete vedere come vestono i bohémien, dovete sfogliare una rivista di moda.

L’unico rammarico del lettore, incuriosito da tutte queste storie incredibili e straordinarie, è che Scatasta non abbia avuto il tempo di approfondire alcuni episodi appena accennati, come quello delle aringhe di Stewart Gray, oppure l’aggressione fisica e verbale ai danni di Filippo Tommaso Martinetti in visita a Londra da parte di Wyndham Lewis e dei Vorticisti, che accusavano il fondatore del Futurismo di essersi arricchito in Africa sfruttando prostitute. Scatasta ha già promesso che nel suo prossimo libro chiarirà anche questi episodi e fornirà nuovi gustosi dettagli. Si occuperà infatti degli eredi della bohème londinese negli anni cinquanta, sessanta e settanta, e dunque del passaggio della bohème da Fitzrovia a Soho e a Chelsea. Un programma indubbiamente appetitoso.

https://www.mulino.it/

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Belsen era una figata

Greil Marcus, Lipstick Traces. Storia segreta del XX secolo, trad. it. di Mita Vitti, il Saggiatore, pp. 523, euro 32,00 stampa

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

Lipstick Traces di Greil Marcus, uno dei più grandi critici musicali americani, professore universitario a Princeton e Berkeley e biografo ufficiale di Bob Dylan, pubblicato per la prima volta in America nel 1989, uscì in Italia nel 1991 suscitando molto scalpore e diventando subito un libro di culto. Ora viene riproposto dal Saggiatore nella traduzione di Mita Vitti, ed è un libro fondamentale per comprendere non solo il movimento Punk, ma l’intero XX secolo, un incubo dal quale non siamo ancora riusciti a risvegliarci. Scritto con lo stile immaginifico e accattivante tipico di una recensione discografica, uno stile che Marcus riesce a sostenere per più di 500 pagine, seguendo un sottile filo logico che parte dai testi delle canzoni per arrivare fino alle loro estreme conseguenze, Lipstick Traces ripercorre la storia del Punk dal 1978 al 1979 e ci fa comprendere come la sua velocissima traiettoria affondi le sue radici in alcune delle avanguardie artistiche del Novecento. Anzi, secondo l’interpretazione di Marcus, il Punk non sarebbe altro che l’ultima avanguardia del Novecento, l’ultimo assalto contro la società e l’arte, contro le majors della discografia, contro il rock’n’roll, l’unico movimento di vera opposizione totale a qualunque possibilità di essere divorato e accettato dall’industria discografica e dalla cultura di massa.

La tesi di fondo del libro – semplice e allo stesso tempo geniale – è dunque che il Punk sia stato molto più di una moda giovanile, molto più di una rivoluzione in campo musicale – si è trattato invece di un fenomeno culturale e sociale di vasta portata che ha cambiato la storia del Novecento, con radici culturali che addirittura si possono far risalire al Dada, ai Situazionisti e addirittura ad alcuni mistici medievali e rinascimentali – Marcus si diverte a giocare sull’assonanza tra il vero nome di Johnny Rotten, John Lydon, e l’eretico olandese Giovanni di Leida (Jan van Leiden), capo di una setta anabattista i cui adepti praticavano il libero amore e il comunismo dei beni, che prese il potere nella città di Munster in Germania nel 1534.

Il Punk è stato dunque l’ultimo movimento del Novecento che abbia espresso un rifiuto totale della società, del comportamento, del modo di vestire che fino a quel momento erano stati considerati pilastri indiscussi della nostra visione del quotidiano. Dopo il Punk è cambiato tutto. Tornando a casa dopo un concerto dei Sex Pistols, una scarica di adrenalina allo stato puro, dopo aver pogato durante l’esecuzione al fulmicotone di «Anarchy in the UK», era semplicemente impossibile mettere sul piatto dello stereo «Knockin’ on Heaven’s Door» di Bob Dylan oppure gli Electric Light Orchestra. Ancora più dei dadaisti, dei surrealisti e dei situazionisti, i punk hanno lottato fino all’ultimo per essere inaccettabili, si sono impegnati con tutte le loro forze per far sì che le loro canzoni, le loro immagini oltraggiose, i loro slogan e il loro look non potessero finire in un museo. Eppure, incredibile a dirsi, anche le bestemmie, gli insulti, gli sputi e il vomito dei Sex Pistols hanno fatto questa brutta fine: diventare pezzi da museo, arrivando addirittura ad essere consacrati in occasione del quarantennale della nascita del Punk (novembre 1976) da quella stessa regina Elisabetta II che avevano oltraggiato nella celebre copertina di God Save the Queen, realizzata da Jamie Reid, di cui Marcus sottolinea giustamente le ascendenze situazioniste, l’affinità con i collage del Maggio ’68 e la parentela stretta con la Mona Lisa L. H. O. O. Q. (1919) di Marcel Duchamp.

Forse l’unico gesto di ribellione ancora possibile, in una società che è riuscita a digerire perfino l’estremo oltraggio del Punk, è quello annunciato dal figlio di Malcom McLaren e Vivienne Westwood, Joe Corré, fondatore della maison di moda Agent Provocateur, che nel 2016 ha dichiarato che avrebbe dato fuoco a tutti i cimeli del periodo punk posseduti dal padre, il geniale inventore dei Sex Pistols, per un valore totale di 5 milioni di sterline, in un immenso potlatch che sicuramente sarebbe piaciuto ai situazionisti di Guy Debord.

Ancora oggi, a 25 anni dalla sua pubblicazione in Italia, Lipstick Traces non ha perso nulla della sua carica dirompente, anche se molti dei suoi protagonisti sono ormai morti (come Malcom McLaren, nel 2010) e altri – come John Lydon – hanno dismesso i panni degli anarchici rivoluzionari e sono approdati su posizioni filoisraeliane e di aperto appoggio alla Brexit e alla politica di Trump, un individuo rozzo e volgare di cui certamente Lydon apprezza la maleducazione, degna di un vecchio punk che ha fatto i soldi. Dalla cresta punk del ribelle irlandese Johnny Rotten siamo passati ai capelli biondi ispidi e sparati in aria della britannica Theresa May e al simil-parrucchino arancione del tycoon americano…

«There’s NO FUTURE / in England’s (and America’s) dreaming» : avevano ragione John, Sid, e gli altri Pistols. Ma questa è un’altra storia, tutta ancora da scrivere.

Nota

Non è facile, e chi traduce lo sa bene, tradurre una recensione musicale e rendere in italiano quello stile così particolare di Marcus, che parte dal verso di una canzone per approdare a conclusioni di analisi culturale e di profonda riflessione filosofica, sulla scia dei Minima Moralia di Adorno. Tutto ciò premesso, in alcuni punti la traduzione di Mita Vitti appare veramente indifendibile. Quando poi si giunge a p. 126 e si legge il celebre verso dei Sex Pistols «Belsen was a gas», titolo di una delle più controverse canzoni del gruppo, tradotto «Belsen era gasante», qualsivoglia sentimento di umana solidarietà nei confronti della traduttrice viene meno…

https://www.ilsaggiatore.com/

12 IX 2018

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Danza, danza, la cinghiamattanza…

riflette PAOLO PREZZAVENTO

Dallas, Texas, Gennaio 1978, Longhorn Ballroom. I Sex Pistols tengono uno dei loro ultimi concerti, che resterà celebre per le immagini di Sid Vicious che suonava il basso come un forsennato con il viso coperto del suo stesso sangue; il sangue dell’agnello sacrificale del punk, il sangue di Bambi, come lo ribattezzò con feroce ironia l’eminenza grigia del gruppo, il manager Malcom McLaren. Sid Vicious di lì a un anno rimarrà ucciso da un’overdose di eroina fornitagli dalla madre.

Roma, Settembre 1986, Teatro Tenda Seven Up. Al Concerto dei PIL (Public Image Limited), l’ex cantante dei Sex Pistols John Lydon, alias Johnny Rotten, si esibisce nelle sue nuove canzoni e non manca di riproporre anche alcuni dei successi dei vecchi Pistols. Un gruppo di punk pescaresi – ormai oltre una certa età – si prendono a spintoni e danno inizio al pogo, mentre altri continuano a bersagliare il palco per tutto il concerto con un costante zampillio di sputi, fino a quando il vecchio Johnny, ormai un po’ imbolsito, se ne esce spazientito: you not spit!

Roma, Maggio 2016, Parco di Colle Oppio. Al concerto degli Zeta Zero Alfa, una band dell’estrema destra il cui leader e vocalist – Gianluca Iannone – è anche il leader di  CasaPound (anche se ormai ha passato il testimone a Simone Di Stefano) la band inizia a suonare “Cinghiamattanza”; qualcuno con la testa rasata, camicia nera e Ray Ban a specchio d’ordinanza, si sfila la cintura dei pantaloni e comincia a colpire selvaggiamente chiunque gli capiti a tiro. E’ la famosa cinghiamattanza degli Zeta Zero Alfa, una sorta di rituale iniziatico, un rito di passaggio obbligato per tutti coloro che ambiscono ad entrare nella “comunità di destino” (come la chiamano loro) che si è assunta il compito di riportare in auge i presunti “valori eterni” del Fascismo. Le teste (rasate) e i volti già colpiti dalle cinghiate cominciano a sanguinare copiosamente e quel sangue dovrebbe servire a cementare la comunità, ad unirla in un comune destino. A guardare i suoi ragazzi massacrarsi a vicenda c’è anche un vecchio neofascista ormai ultracinquantenne, che nell’86 era presente al concerto dei PIL a Roma. Il cuore gli si riempie d’orgoglio…

Insomma, che cosa è successo negli ultimi quarant’anni?

Prova a rispondere a questa domanda lo storico dell’età contemporanea Elia Rosati, ricercatore all’Università di Milano, che sta conducendo da tempo uno studio approfondito sulle organizzazioni parlamentari di estrema destra e sui movimenti che si rifanno esplicitamente al Fascismo, ed ha già al suo attivo una serie di pubblicazioni, come la recente Storia di Ordine Nuovo (2017), scritta insieme ad Aldo Giannuli, docente all’Università di Milano e già membro della Commissione Stragi. Rosati ha pubblicato da poco CasaPound Italia. Fascisti del Terzo Millennio (Mimesis, pp. 236, Euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook), dove affronta una materia che è attualissima e certamente più incandescente ed esplosiva rispetto ad Ordine Nuovo. A parlare della storica organizzazione neofascista si può provocare al massimo la reazione furibonda di qualche ex militante; ma descrivere la nascita di CasaPound e i suoi riferimenti culturali significa toccare un punto nevralgico di estrema attualità.

La storia di CasaPound ha inizio – scrive Rosati – dall’alleanza tra una forte gruppo neofascista con sede a Roma, un ex dirigente dell’organizzazione di estrema destra Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, e diversi elementi del Veneto Fronte Skinhead, che decisero di unire le forze per dare vita ad una nuova formazione politica che raccogliesse l’eredità del fascismo, ma liberandola dai vecchi schemi e dai vecchi simboli legati alle rievocazioni storiche di pochi nostalgici, con i loro labari e i loro gagliardetti della Decima Mas, per approdare ad un immaginario profondamente rinnovato. Non a caso si sceglieva come padre nobile il poeta americano Ezra Pound, rinchiuso in una gabbia come un animale alla fine della Seconda Guerra Mondiale per i suoi proclami radiofonici a favore del Duce e della RSI e poi ricoverato in manicomio negli USA per dodici lunghi anni.

Perché Pound? Perché rappresenta un punto di riferimento culturale certamente di destra – ovviamente di una destra del tutto particolare – ma è allo stesso tempo unanimemente riconosciuto come uno dei grandi poeti del Novecento. I membri di questa alleanza avevano l’ambizione di creare un nuovo movimento politico che riprendesse quegli elementi del Fascismo, come l’ispirazione futurista e l’esperienza dannunziana di Fiume, che potevano fare presa sulle giovani generazioni. L’operazione, dopo un lungo percorso carsico, riemerge: a partire dagli anni ‘90 si diffonde in Italia la nuova formazione politica che adotta come simbolo la tartaruga stilizzata con 4 frecce rivolte verso l’interno, che forse stanno a significare le varie componenti del gruppo che convergono verso un unico obiettivo.

Soffermiamoci per un attimo su questo strano simbolo. Perché la tartaruga – anzi, ad essere precisi, la testuggine? Rosati lo spiega con un riferimento ai pirati della Tortuga: dunque i dirigenti di CasaPound si vogliono auto-rappresentare come dei moderni corsari all’arrembaggio del nuovo sistema politico. Ma c’è anche un’altra spiegazione: la tartaruga è un animale che avanza lentamente ma inesorabilmente, e soprattutto avanza portandosi dietro la sua armatura di difesa, il carapace, che è anche la sua casa, ed è proprio sulla propaganda legata alla questione dell’assegnazione degli alloggi e al cosiddetto “mutuo sociale” che CasaPound riuscirà ad affermarsi in alcune periferie di Roma e ad Ostia, arrivando perfino a presentare un proprio candidato sindaco alle ultime comunali di Ostia.

Insomma, il lungo fiume carsico torna in superficie il 27 dicembre del 2003 quando, nel quartiere dell’Esquilino a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, CasaPound occupa per la prima volta l’edificio che attualmente ne ospita la sede nazionale. Un’altra rottura con la tradizione della destra: se negli anni ’90 aveste pronunciato la parola “occupazione” o “centro sociale occupato” in presenza di un simpatizzante di destra avreste provocato sicuramente una reazione allergica.

Nel 2009 un altro colpo di scena: arriva la denuncia della figlia di Ezra Pound, Mary de Rachewiltz, contro CasaPound, che a suo dire avrebbe completamente travisato le idee politiche del padre. A conclusione del processo, il giudice riconosce all’organizzazione il diritto di mantenere il nome di Pound come suo riferimento culturale.

Inoltre, in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali del Lazio, CasaPound è arrivata a un passo dal concludere un’alleanza con tutto il centrodestra a sostegno della candidatura di Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice. Come fa giustamente notare Rosati, se CasaPound in quella occasione fosse riuscita a concludere l’accordo sulla candidatura di Pirozzi, oggi saremmo qui a raccontare una storia ben diversa: CasaPound avrebbe avuto per la prima volta nella sua storia un punto di riferimento politico importante, un  candidato Governatore della Regione Lazio, per così dire, “di area” – o forse il governatore eletto.

Il movimento nasce come tentativo di egemonizzare tutto il mondo giovanile di destra, tentativo che in questi anni non ha mancato di suscitare una sempre maggiore attenzione da parte dei media, che hanno iniziato a svolgere inchieste su questo gruppo per individuarne le idee portanti e le matrici ideologiche, oltre alla ben precisa strategia comunicativa che ne ha reso possibile l’emersione come entità egemone all’interno dell’estrema destra. CasaPound ha ormai da anni conquistato la testa dei cortei nazionalisti e “sovranisti” e l’egemonia culturale all’interno del variegato mondo della destra; è sempre in prima fila in alcuni degli appuntamenti più importanti della galassia neofascista, come la commemorazione della strage di Acca Larentia, che si svolge ogni anno a Roma e che vede aumentare ogni anno il numero dei partecipanti appartenenti a CasaPound.

Questo tentativo di accreditamento, di andare oltre il tradizionale ghetto dell’estrema destra, ha subito in questi anni – ci ricorda Rosati – anche alcune improvvise battute d’arresto, come accadde in seguito ai violenti scontri di Piazza Navona del 28 Ottobre 2008 e la successiva irruzione negli studi RAI di Via Teulada il giorno successivo. In quella occasione i militanti di CasaPound si mostrarono, nel loro rozzo tentativo di “prendersi la piazza”, come i soliti picchiatori fascisti e non come dei moderni fascio-futuristi. Un’altra clamorosa battuta di arresto si è avuta in occasione dell’inchiesta sul tentato rapimento e sull’uccisione nel Luglio 2014 di Silvio Fanella, presunto cassiere di Gennaro Mokbel, l’imprenditore napoletano da sempre vicino agli ambienti dell’estrema destra, coinvolto nella vicenda della “truffa carosello” Telecom Sparkle. Fanella venne ucciso probabilmente perché era a conoscenza del nascondiglio delle immense ricchezze accumulate da Mokbel. Per l’omicidio Fanella fu arrestato Giovan Battista Ceniti, responsabile della sezione di CasaPound di Verbania.

La strategia di accreditamento di CasaPound si è incentrata in questi anni soprattutto su un ben preciso percorso culturale che ha saputo far tesoro, “da destra”, della lezione di Antonio Gramsci, cioè la necessità di conquistare una egemonia culturale, senza la quale per un qualsiasi gruppo politico è impensabile la presa del potere. A questa strategia “culturale” fanno riferimento gli incontri e i dibattiti di grande richiamo mediatico organizzati da CasaPound negli anni duemila, come il dibattito sulle carceri con l’ex brigatista Valerio Morucci (ormai diventato consulente dei servizi segreti) che aveva come moderatore l’intellettuale “di sinistra” rinnegato Giampiero Mughini; il dibattito su Bettino Craxi alla presenza della figlia Stefania; il dibattito con Marcello Dell’Utri sui presunti Diari di Mussolini in suo possesso; il dibattito con Paola Concia sull’omofobia. Da segnalare inoltre i dibattiti che hanno visto la partecipazione dei giornalisti Enrico Mentana, Corrado Formigli, Nicola Porro, e l’incontro sugli anni di piombo e sui “cuori neri” alla presenza di Luca Telese.

Fedele alla sua strategia di egemonia culturale, CasaPound si è creata un suo proprio pantheon di 88 numi tutelari dell’organizzazione. Numero non casuale, 88: esso allude ovviamente, in base ad una simbologia molto diffusa nel mondo dell’estrema destra, all’ottava lettera dell’alfabeto, l’acca, ripetuta due volte: “Heil Hitler!” Tra queste figure di riferimento troviamo personaggi che ci si può aspettare, come Oswald Spengler, Robert Brasillach, Yukio Mishima, Leon Degrelle, Louis-Ferdinand Celine, René Guenon, Julius Evola, Filippo Tommaso Marinetti, Friedrich Nietzsche, Ernst Jünger, Gabriele D’Annunzio; ma anche personaggi che lasciano abbastanza interdetti, quali Trilussa, Giorgio De Chirico, George Orwell, James G. Ballard, Antoine de Saint-Exupéry, John Fante, Jack Kerouac, Geronimo, Vladimir Majakovskij, Ray Bradbury, Alce Nero, William Butler Yeats, Dante, Friedrich Holderlin; e presenze decisamente curiose come Corto Maltese e Capitan Harlock.

Già questo semplice elenco di riferimenti culturali ci fa capire la differenza tra CasaPound e altre organizzazioni di destra che l’hanno preceduta. Alcuni di questi nomi potrebbero tranquillamente figurare tra i riferimenti di un qualsiasi gruppo di estrema sinistra, come il poeta russo Majakovsij, i capi indiani Geronimo e Alce Nero, Jack Kerouac; manca solo Che Guevara. Significative anche le assenze: stranamente mancano i nomi di alcuni veri e propri eroi della Seconda Guerra Mondiale, come Luigi Durand de la Penne e Fiorenzo Capriotti della Decima MAS, e mancano i nomi di alcuni fascisti e nazisti illustri come Italo Balbo, Otto Skorzeny e Pierre Drieu LaRochelle, per non parlare del filosofo Martin Heidegger.

In questi anni CasaPound ha fatto propria la battaglia di Ezra Pound contro l’usura, trasformandola nella battaglia contro lo strapotere della grande finanza (l’odiato Soros) e delle grandi banche che è ormai entrata a far parte del nostro chiacchiericcio politico quotidiano, tanto da diventare una sorta di luogo comune, da utilizzare nelle conversazioni in treno o al bar. CasaPound ha ripreso anche la battaglia di Pino Romualdi e di Pino Rauti contro il cosiddetto “mondialismo”, cioè la battaglia contro l’omologazione planetaria imposta dalle grandi centrali della finanza internazionale, sulla scia della denuncia di Pasolini dell’omologazione caratteristica della società contemporanea. Un altro cavallo di battaglia di CasaPound è la lotta contro il presunto “buonismo” della sinistra nei confronti dei migranti, contro il melting pot culturale e contro il cosiddetto “business dei migranti”.

Secondo questa interpretazione i migranti non sarebbero altro che le truppe di un enorme progetto di sradicamento e di distruzione dell’identità europea. Questo progetto di sostituzione delle popolazioni europee con le popolazioni africane e asiatiche, denunciato negli scritti dell’intellettuale francese Renaud Camus (Renaud, non Albert), sarebbe alla base del fantomatico “Piano Kalergi” (altro cavallo di battaglia del complottismo), che sarebbe stato elaborato da alcune menti eccelse alla base della nascita dell’Europa, come il celebre Richard Coudenhove-Kalergi, massone di alto grado che nel 1922 fondò a Vienna il movimento “Paneuropa” per l’instaurazione di un governo mondiale basato su una confederazione di nazioni guidata dagli Stati Uniti. Questi massoni e padri fondatori dell’Europa avrebbero elaborato dunque, già all’inizio degli anni Venti, la Teoria della Grande Sostituzione denunciata da Camus nei suoi scritti (Le grand remplacement ), cioè il Piano Kalergi. Ecco trovata una spiegazione semplice ed efficace – una spiegazione che ormai si è diffusa a macchia d’olio – del perché ci troviamo alle prese con un’ondata di immigrazione di portata epocale. Un’ondata migratoria che la sinistra europea, magari con il beneplacito del Gruppo Bilderberg – che ci sta sempre bene – starebbe strumentalizzando, utilizzando i migranti come “nuovo proletariato rivoluzionario” e, più prosaicamente, come un nuovo bacino elettorale. Da questo punto di vista, la guerra senza quartiere che il nuovo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha scatenato contro le ONG che gestiscono il salvataggio dei migranti riprende pari pari gli slogan di CasaPound contro il business dell’immigrazione.

Questo libro di Rosati ci aiuta a comprendere non solo la storia di un gruppuscolo di estrema destra come CasaPound, ma anche come è nato e come si è sviluppato un movimento politico con una ben precisa strategia culturale, un gruppo le cui idee, purtroppo, stanno sempre di più facendo breccia nel dibattito politico mainstream, idee che influenzano quantomeno la componente leghista dell’attuale maggioranza di governo giallo-verde. Il libro di Rosati ci aiuta a comprendere almeno in parte quella vera e propria mutazione antropologica che parte dalla ribellione degli anni settanta, passa per il punk, che era anarchico e apolitico, ribellione allo stato puro, e che ha finito per produrre la miseria culturale e politica in cui ci troviamo impelagati oggi. Leggere CasaPound Italia di Rosati è importante per comprendere ciò che eravamo, ma soprattutto ciò che siamo diventati.

http://mimesisedizioni.it

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Zarathustra nella Foresta nera   

Martin Heidegger, Nietzsche, a c. di Franco Volpi, pp. 1034, Euro 28,00

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

Parafrasando lo Zarathustra di Nietzsche, si potrebbe dire che questo è “un libro per tutti e per nessuno”. La lettura del libro che Martin Heidegger ha dedicato al pensiero e all’opera di Friedrich Nietzsche richiede uno sforzo prolungato nel tempo, una concentrazione costante che è difficile conservare per pomeriggi interi, dati i ritmi della nostra vita quotidiana, uno sforzo di comprensione che riesca a cogliere tute le infinite svolte del pensiero di Heidegger con i suoi continui andirivieni, le sue pause e ripartenze, le infinite approssimazioni all’oggetto del pensare e al domandare definitivo. Il lettore di questo libro dovrà addentrarsi con pazienza e tenacia tra le infinite sfumature di significato attribuite ai vari termini, nella ricostruzione che Heidegger fa della storia della metafisica, tra l’antichità greca e la fine dell’800 in Germania, tra i presocratici come Anassimandro, Protagora ed Eraclito, per arrivare poi a Socrate, Platone, Aristotele e infine, qualche secolo dopo, a Friedrich Nietzsche, il pensatore della “morte di Dio”, il filosofo del nichilismo, del superuomo, dell’eterno ritorno dell’uguale e della volontà di potenza.

Questo volume raccoglie i corsi universitari tenuti da Heidegger su Nietzsche nell’arco di un decennio presso l’Università di Friburgo, tra il 1936 e il 1946, un periodo cruciale per la sua formazione filosofica e per la storia della Germania, e speriamo di non dover spiegare perché. È noto che all’epoca c’era un agente della polizia segreta nazista – un certo Hanke – che aveva il compito esclusivo di seguire i corsi di Heidegger e di annotare eventuali critiche al Regime. Non essendo uno studente di filosofia, ci si chiede cosa mai abbia potuto capire il povero Hanke…

Questo è un libro difficile, anche perché richiede una buona conoscenza delle opere di Nietzsche; lette magari nei meravigliosi volumetti gialli della Piccola Biblioteca Adelphi curata da Colli e Montinari a partire dagli anni ’60. Bisogna avere una certa confidenza con il percorso del filosofo-filologo, dalle Considerazioni Inattuali fino ai Frammenti postumi, in modo da apprezzare l’enorme sforzo interpretativo-appropriativo compiuto dal Filosofo della Foresta Nera sulle opere di uno dei più grandi filosofi europeo tra Otto e Novecento, la cui riflessione filosofica Heidegger vorrebbe ricondurre ancora una volta nella categoria della Metafisica. Nietzsche sarebbe l’ultimo dei metafisici, l’ultimo dell’Occidente, proprio perché, nel tentativo di oltrepassare il nichilismo e di rovesciare il Platonismo (e il suo derivato, il Cristianesimo), cioè la Metafisica, rimane pur sempre all’interno di un orizzonte metafisico. Heidegger si spinge addirittura al punto di definire Nietzsche “il più sfrenato platonico dell’Occidente”, una definizione che di certo avrebbe fatto inorridire il filosofo dell’eterno ritorno. Alla fine l’impressione che se ne ricava è che Heidegger abbia cercato in tutti i modi di appropriarsi del pensiero di Nietzsche, di portarlo alle sue estreme conseguenze, proponendo un’interpretazione estrema che potesse creare uno spazio vuoto, uno spazio nella tradizione filosofica che lui potesse occupare con la sua riflessione, che altrimenti sarebbe risultata assolutamente fuori luogo e superflua rispetto all’approdo filosofico definitivo di Nietzsche.

In parole povere: Nietzsche aveva già detto tutto quello che c’era da dire sulla crisi della cultura europea, sul nichilismo e sulla metafisica: non restava che prenderne atto. A questo punto Heidegger è stato costretto ad affrontare Nietzsche, a rispondere a Nietzsche, come scrive Roberto Calasso nella sua breve presentazione del volume, a trasformare la sua filosofia nella “metafisica della volontà di potenza”. Ne viene fuori un gigantesco agone tra due grandi pensatori. Sta a noi lettori decidere chi ne è uscito vincitore.

Dunque il lettore che decida di intraprendere la lettura di questo libro deve impegnarsi in un vero e proprio corpo a corpo con Martin Heidegger, il Pastore dell’Essere, con il rude Contadino “che erpica la brughiera” (è la sua traduzione in italiano), che pagina dopo pagina, riga dopo riga cerca di trascinarlo nel folto della Foresta Nera per farlo fuori più agevolmente (come la strega cattiva di Hansel e Gretel o come il famigerato serial killer della Foresta Nera), o quantomeno per fargli perdere l’orientamento, lo avvolge nelle spire possenti del suo pensiero come un vero e proprio boa deconstructor o come un gigantesco Anaconda. Si tratta di un corpo a corpo analogo a quello ingaggiato dallo stesso Heidegger con il pensiero e con gli aforismi di Nietzsche, anche quelli più stravaganti dell’ultimo periodo, quelli che la sorella del filosofo-filologo, Elisabeth Forster Nietzsche, raccolse e risistemò in modo arbitrario nell’opera postuma La volontà di potenza.

Heidegger era consapevole delle manipolazioni del pensiero di Nietzsche operate dalla sorella, che sotto il Nazismo dirigeva in modo dittatoriale il Nietzsche-Archiv di Weimar (e simpatizzava apertamente con gli uomini della svastica, Hitler in testa), ma ciò non gli impedì di sviluppare il suo ragionamento proprio sul Nietzsche dell’ultima fase, quella di Zarathustra, dell’eterno ritorno e della volontà di potenza. Il risultato di questo grande sforzo interpretativo fu proprio Nietzsche, pubblicato in due tomi presso l’editore Neske di Pfullingen nel 1961. Ora Adelphi ripropone in Italia in una edizione ampliata la sua prima traduzione del 1994, che conteneva già una Prefazione a cura di Franco Volpi, in cui veniva riconsiderato il costante confronto della riflessione filosofica di Heidegger con i testi di Nietzsche anche alla luce della decostruzione di Derrida, che in fondo proprio da Heidegger prende le sue prime mosse, a partire dalla distinzione fondamentale tra Destruktion e Zerstorung in Essere e Tempo (1927).

Ora sarebbe da dire, in un’epoca di rituale flagellazione di Heidegger (talvolta motivata ma non sempre), che gran parte della nuova filosofia del secondo Novecento è nata da questo strano incontro tra il Filosofo della Foresta Nera, che ama perdersi nei sentieri tra i boschi per poi sfociare nella radura dell’essere, e alcuni fra i suoi più brillanti discepoli, come Karl Lowith, Hans Jonas, Hannah Arendt e Hans-Georg Gadamer, e last but not least, il brillante filosofo deraciné franco-algerino Jacques Derrida, simbolo di una cultura cosmopolita e di quel giudaismo che Heidegger accusava di non avere alcun fondamento in un terreno sicuro, di essere il rappresentante di quella cultura senza radici, senza patria, cosmopolita e globalizzata, da lui tanto aborrita. Alla luce della polemiche seguite alla pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri di Heidegger da parte di Peter Trawny – prontamente “scomunicato” dal responsabile della pubblicazione delle Opere Complete di Heidegger, Friedrich-Wilhelm von Herrmann – appaiono quasi patetici i tentativi degli esponenti della “sinistra heideggeriana” di giustificare il filonazismo e l’antisemitismo del filosofo di Messkirch. Alcuni studiosi addirittura parlano dell’antisemitismo di Heidegger come del nucleo centrale “esoterico” della sua filosofia, la cosiddetta dottrina della “segreta Germania spirituale”, di cui c’è solo un misterioso accenno nei Quaderni Neri.

Alcuni passi di questo libro di Heidegger su Nietzsche vanno dunque riletti anche alla luce delle polemiche che sono scoppiate nel 2014, quando si cominciarono a pubblicare i primi “quaderni rivestiti in tela cerata nera” sui quali Heidegger appuntava le sue riflessioni e le sue considerazioni, per poi riprenderle in un secondo momento nelle sue opere più sistematiche. Appena pubblicati i Quaderni Neri, con le loro considerazioni sul nazionalsocialismo, hanno suscitato un vero e proprio “caso” politico-filosofico e hanno costretto molti studiosi a riconsiderare l’idea di un Heidegger che aderì al Nazismo soltanto per un breve periodo, quando era rettore dell’Università di Friburgo, come testimoniato nel suo famoso discorso di insediamento L’autoaffermazione dell’università tedesca del 1933. Lo stesso dicasi per il suo antisemitismo, non più classificabile – alla luce dei Quaderni Neri – come un semplice abbaglio momentaneo poi ripudiato nell’immediato dopoguerra, ma come una costante che accompagna tutta l’opera di Heidegger anche dopo la fine della seconda Guerra Mondiale e la scoperta dell’orrore dei campi di concentramento.

Comunque, su questo infuocato dibattito saremo costretti a tornare quando finalmente uscirà il prossimo volume dei Quaderni Neri anche in Italia (Quaderni Neri 1942-1948. Note I-V ), volume a dir poco “esplosivo”, che era stato già preannunciato da Bompiani nel settembre del 2017, ma la cui uscita è stata rimandata di parecchi mesi. Evidentemente le numerose polemiche sull’antisemitismo di Heidegger scoppiate anche in Italia, a partire dal convegno sui Quaderni Neri organizzato da Donatella Di Cesare all’Università “Sapienza” di Roma nel 2015, hanno consigliato ai traduttori e ai curatori del volume di procedere con estrema cautela.

La pubblicazione del Nietzsche di Heidegger rappresenta del resto un nuovo episodio del duello a distanza su Nietzsche e Heidegger tra due big dell’editoria, Adelphi e Bompiani, il cui primo round si era disputato all’inizio degli anni Novanta quando Bompiani decise di pubblicare l’edizione postuma de La volontà di potenza (1992) a cura di Maurizio Ferraris e di Pietro Kobau, suscitando le reazioni indignate di Adelphi che già da diversi anni stava pubblicando la nuova edizione critica delle opere di Nietzsche a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. La risposta di Adelphi a La volontà di potenza di Ferraris-Kobau fu proprio la pubblicazione del Nietzsche di Heidegger, con la traduzione di Franco Volpi basata sull’edizione critica di Colli & Montinari per quanto riguarda le citazioni da Nietzsche, volume che oggi viene riproposto nella collana Gli Adelphi.

In conclusione: sprofondando in queste pagine nell’abisso Nietzsche (e facendosi guardare dentro da questo abisso) Heidegger uscì dall’immane agone interpretativo in preda a una profonda crisi, personale e filosofica. Secondo la testimonianza del figlio di Heidegger, il Filosofo della Foresta Nera arrivò, alla fine del suo tour de force ermeneutico, ad affermare: “Quel Nietzsche mi ha distrutto!” Anche i lettori di questo libro potranno dire: “Quel libro di Heidegger mi ha distrutto!” e giunti al termine del volume, potranno avere tre tipi di reazioni differenti. Alcuni – i più disumani, o superumani – ancora avvinti nelle spire del pensiero di Heidegger, andranno a leggersi o a rileggersi il saggio “Chi è lo Zarathustra di Nietzsche?” pubblicato in Saggi e discorsi (Mursia), altri riprenderanno in mano la vecchia edizione Adelphi di Così parlò Zarathustra per cercare di capire ancora una volta che cosa voleva veramente dire Nietzsche, altri ancora invece andranno a rileggersi un vecchio numero della rivista di studi filosofici aut-aut (n. 217-18 del 1987), e in particolare un saggio di Richard Rorty, “Di là dal realismo e dall’antirealismo”, in cui il filosofo neopragmatista americano dimostra come sia letteralmente impossibile criticare la disputa metafisica Platone-Nietzsche – cui si sono aggiunti negli ultimi decenni Heidegger e Derrida – senza sprofondarci dentro, per cui è meglio lasciar perdere…

https://www.adelphi.it

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Saluti brigatisti

Alberto Fagiolo, Topografia del Caso Moro. Da via Fani a via Caetani, Nutrimenti, pp. 205, euro 16,00 stampa

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

La Casa Editrice Nutrimenti sta pubblicando saggistica che fornisce spunti interessanti a chi si occupa dei retroscena della nostra Storia, e ricerca le cause di quella perdita di sovranità politica che ha nelle vicende legate al Caso Moro uno degli esempi più eclatanti. Ricordiamo, tra i tanti titoli proposti, L’Armadio della Vergogna di Franco Giustolisi, Il Testimone di Guido Salvini (il giudice che ha riaperto le indagini sulla strage di Piazza Fontana), oppure La ragazza che vendicò Che Guevara, la storia della guerrigliera Monika Ertl, che nel 1971 uccise ad Amburgo l’uomo che aveva eliminato il rivoluzionario argentino. Questo nuovo libro sul Caso Moro aggiunge ulteriori dettagli a una ricostruzione storica che a distanza di quarant’anni non è ancora completa.

Roberto Fagiolo fornisce alcune informazioni che corroborano i sospetti di misteriose presenze dei Servizi segreti prima, durante e dopo il sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse. Lo scopo dichiarato di questa ricostruzione dell’agguato di via Fani e del sequestro dell’On. Moro, della successiva fuga verso la prigione brigatista di via Montalcini e di altri episodi controversi, è quello di chiarire definitivamente alcuni dei misteri del Caso Moro. Il saggio si sforza di individuare una volta per tutte il percorso di fuga del convoglio brigatista con il prigioniero, il luogo del presunto trasbordo dell’ostaggio, e tanti altri misteri di cui si è occupata anche recentemente la Commissione Parlamentare di Inchiesta. Questo ulteriore contributo approfondisce in particolare alcuni aspetti topografici alla vicenda, riproducendo cartine di Roma che evidenziano le zone e le vie in cui si trovavano i covi brigatisti e i luoghi in cui furono ritrovati i vari comunicati delle BR e le varie Lettere di Moro; e si ipotizza l’esistenza di un covo brigatista nelle immediate vicinanze di via Fani, usato per un cambio d’auto.

Un altro mistero su cui Fagiolo si sofferma è quello del covo BR nel ghetto ebraico, di cui parlò il militante dell’Autonomia Elfino Mortati, una pista investigativa foriera di ulteriori sviluppi. Purtroppo però la collaborazione di Mortati venne ben presto “bruciata” da un articolo del giornalista Guido Paglia. Il giorno stesso in cui uscì l’articolo di Paglia sul quotidiano La Nazione di Firenze, Mortati smise di collaborare con gli inquirenti, temendo rappresaglie da parte delle BR.

La ricostruzione di Fagiolo si sofferma anche sulle vicende del cosiddetto memoriale Morucci, di cui si ebbe notizia per la prima volta nell’estate del 1990, che ha cristallizzato una verità ufficiale di comodo sulla quale si sono adagiati per trent’anni tutti coloro che hanno indagato sul Caso Moro. Esiste infatti una sorta di verità contrattata sul Caso Moro, una sorta di complicità tra lo Stato e le BR, una seconda trattativa, parallela a quella per la liberazione dell’ostaggio, riguardante le carte di Moro, i documenti in suo possesso e quelli che fece a sequestro in corso dal suo studio da alcuni suoi stretti collaboratori. Secondo alcune ipotesi investigative, queste carte esplosive – cui bisogna aggiungere il famoso Memoriale Moro – avrebbero fornito una specie di salvacondotto per una soluzione politica che consentisse ai brigatisti, in particolare a Morucci e a Moretti, di uscire vivi dalla vicenda e di mantenere intatta la loro presunta purezza ideologica. Ecco perché molti non credono alla versione ripetuta come un mantra da Moretti e Morucci in tutti questi anni, che dietro le BR c’erano solo le BR. Oggi Morucci e Moretti sono uomini liberi, lo Stato che volevano abbattere è stato molto clemente, e Morucci addirittura ha trovato lavoro come consulente della GRISK, la società di intelligence del Generale Mario Mori e del Colonnello De Donno, protagonisti della Trattatativa Stato-Mafia, come esperto in materia di terrorismo.

Ma c’è una cosa che Fagiolo si limita soltanto ad accennare – ed è un peccato – nella sua pur dettagliata ricostruzione, ed è l’intricata vicenda delle Lettere di Moro, che sono state definite da Miguel Gotor l’Epistolario più importante del Novecento (insieme a quello di Antonio Gramsci). Le lettere di Moro quasi mai ci sono arrivate nella loro versione originale e autentica – sono copie di cui è andato perduto l’originale o che non corrispondono ad alcun originale, anzi di cui si è affermata fin dall’inizio l’inautenticità – e quasi mai sono arrivate ai loro veri destinatari.

L’unico originale di cui non esistono copie o trascrizioni in questa storia non è una lettera, bensì una cartolina, ed è l’unico messaggio che è stato spedito secondo i canali postali tradizionali ed è effettivamente arrivato all’indirizzo del destinatario. Si tratta di una cartolina indirizzata al Signor Vincenzo Borghi spedita da Fidenza quattro giorni dopo la scoperta del covo di via Gradoli (18 Aprile), che – scrive Fagiolo – “mostra immagini di Piacenza e una cartina stradale sulla quale è evidenziata con una crocetta la località di Cortemaggiore”. Questa cartolina arrivò a destinazione, in via Gradoli 96, il 29 Aprile. C’era scritto: SALUTI B.R. Chi spedì quella cartolina? Si possono fare infinite ipotesi, però Fagiolo ci rivela un indizio: c’erano soltanto due persone che chiamavano il sedicente Signor Borghi – alias Mario Moretti – Vincenzo invece di Mario. Queste due persone erano il colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia (iscritto alla P2) e il giornalista d’assalto Mino Pecorelli (anch’egli iscritto alla P2 e ucciso l’anno dopo il sequestro Moro).

Le cartoline, con i loro inquietanti messaggi trasversali, arrivano sempre a destinazione…

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Le forze del disordine

Giancarlo De Cataldo, L’agente del caos, Einaudi Stile Libero, pp. 322, euro 19,00 stampa, 10,99 e-book

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

L’ultima opera di Giancarlo De Cataldo è una sorta di dietro-le-quinte di un romanzo, è il racconto della possibile genesi di un romanzo, ed è anche allo stesso tempo una specie di trailer di una serie televisiva che viene esplicitamente preannunciata nella quarta di copertina. E’ anche la storia di un romanzo immaginario che ne fa nascere un altro. De Cataldo immagina infatti che il suo ultimo romanzo, Blue Moon (un piano della CIA che prevedeva la diffusione dell’eroina negli ambienti giovanili), abbia suscitato l’interesse di un misterioso avvocato americano, Flint; costui racconta a De Cataldo la storia di Jay Dark, un incredibile personaggio che ha frequentato tutti i big della Controcultura inglese e americana negli anni Sessanta e Settanta, compresi Timothy Leary, Ronald D. Laing, Alexander Trocchi e perfino Andy Warhol. Grazie ai suoi agganci con il mondo dell’intelligence, Dark diventa in pochi anni uno dei più grossi trafficanti di LSD e un agente della CIA infiltrato nel “Movimento” della Controcultura.

Il titolo del romanzo di De Cataldo si ispira in ultima analisi al nome di una celebre operazione coperta della CIA, l’Operazione Chaos, promossa dal leggendario James Jesus Angleton dalla fine degli anni Sessanta in poi: si prevedeva l’infiltrazione di agenti dei Servizi Segreti nei movimenti extraparlamentari di sinistra in America e in alcuni paesi europei, con la collaborazione all’epoca di giovani e promettenti storici dei movimenti giovanili di sinistra e di agenti infiltrati che frequentavano le Università in cui si stavano formando i cosiddetti “elementi sovversivi”. Gli infiltrati andavano in giro con i capelli lunghi e i pantaloni a zampa di elefante, si facevano le canne e gli acidi e ascoltavano Jimi Hendrix – ma in realtà facevano parte delle Forze del Disordine di Angleton, di Foster Dulles, di Richard Nixon e compagnia cantante.

In una recente intervista De Cataldo ha confessato di essersi ispirato ad un personaggio che è realmente esistito, Ronald Hadley Stark, alias Ronald Shitsky, che nella California degli anni Sessanta entrò in contatto con la Confraternita dell’Amore Eterno, una misteriosa organizzazione che fu ribattezzata all’epoca “la Mafia Hippy”, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove incontrò R.D. Laing, il padre dell’antipsichiatria, cui propose di diventare il nuovo capo della Controcultura, e infine in Italia, dove fu arrestato all’Hotel Baglioni di Bologna e messo nello stesso carcere (il Don Bosco di Pisa) in cui si trovavano alcuni capi storici delle Brigate Rosse. Sono già alcuni anni che la storia di Ronald Stark gira sul web; ne tratta anche il romanzo di Antonio Ferrari Il segreto, ispirato al caso Moro (già recensito su PULP Libri).

Cosa ne ha fatto De Cataldo di tutto questo materiale storico e contro-storico? L’impressione che si ricava leggendo L’agente del Caos è che l’autore non abbia voluto o potuto sparare tutte le sue migliori cartucce nel romanzo stesso, ma si sia riservato alcuni degli aspetti più incredibili della vicenda e alcuni dei colpi di scena più clamorosi per la serie televisiva che verrà tratta da questa storia, i cui diritti sono stati acquistati prima della pubblicazione del romanzo.

Non si può non fare una considerazione: se a una storia così fuori dall’ordinario, un materiale così esplosivo, avesse messo mano uno scrittore come Thomas Pynchon, il quale in parte si è ispirato a questa vicenda nel romanzo noir californiano Vizio di Forma (Einaudi Stile Libero, 2011), chissà cosa ne sarebbe venuto fuori, quale visionario e psichedelico melodramma tra storia e invenzione. Ma a scrivere è De Cataldo, e il suo Agente del Caos invece sembra procedere con il freno a mano tirato: racconta alcuni episodi della vita di Jay Dark ispirandosi alla incredibile vicenda di Stark, ma non affonda mai il colpo, si ferma sempre un attimo prima di giungere alle estreme conseguenze del suo ragionamento complottista.

Ciò non significa che nel corso del romanzo non vengano introdotti alcuni concetti essenziali che forse (speriamo!) verranno sviluppati nella serie televisiva. Una delle idee forti espresse dai capi di questa operazione segreta della CIA è che il Caos non va contrastato, anzi va incoraggiato. Si tratta di un concetto che fu alla base della cosiddetta “strategia della tensione”, perseguita con sanguinosi attentati dalle Forze della Controinsurrezione e della Controguerriglia in Italia e nel mondo: il famigerato slogan “destabilizzare per stabilizzare”. Da questo punto di vista, la diffusione dell’LSD negli anni Sessanta e dell’eroina negli anni Settanta apparve come una vera e propria manna dal cielo per coloro che volevano fermare i movimenti di protesta, perché diede l’opportunità alla CIA di obnubilare le menti dei contestatori distogliendoli dai loro propositi di rovesciare l’Ordine costituito (che è poi uno degli scopi del famigerato programma MK-ULTRA, citato espressamente nel romanzo, che prevedeva l’utilizzo dell’LSD come arma contro i comunisti).

Potrebbe parere puro complottismo, ma non è proprio così. Queste vicende sono state ricostruite per esempio nel recente libro di Alessandro De Pascale sul rapporto tra la droga e la guerra, Guerra & Droga (Castelvecchi, 2017), dove si spiega che la CIA non contrastò affatto, bensì favorì la diffusione dell’LSD e dell’eroina; anzi, l’LSD sarebbe nato proprio da un progetto di ricerca della CIA che aveva lo scopo di individuare una sostanza che permettesse il controllo delle menti dei contestatori, che invece di combattere il Sistema cominciarono a inseguire i loro sogni, i loro trip e i loro paradisi artificiali. Per quanto riguarda l’eroina, è noto che veniva utilizzata dai soldati americani in Vietnam per affrontare meglio gli orrori della guerra, e che le autorità militari chiudevano un occhio… del resto, grazie a Saviano ormai sappiamo tutti che le varie anfetamine vennero sintetizzate cent’anni fa, durante la Grande guerra, per tenere sveglie le sentinelle di guardia nelle trincee.

Un’altra idea forte nel romanzo è quella del nichilismo estremo di Dark, il vero segreto della sua forza e del suo successo. Dark si salva sempre, anche nelle situazioni più drammatiche e più pericolose, proprio perché non crede in nulla, non si fa condizionare nelle sue azioni dalla benché minima considerazione etica o morale, non ha mai un attimo di esitazione quando deve uccidere qualcuno o quando deve tradire anche i suoi amici più cari e le sue fidanzate, che non sospettano nulla della sua vera identità.

Non vogliamo rovinare il gusto della lettura del romanzo, per cui non sveleremo la trama fino alla fine: basti dire che nelle ultime cinquanta pagine L’agente del Caos presenta alcuni colpi di scena che ripagano ampiamente della lettura di alcune digressioni e di alcuni “suggestivi collegamenti” che l’autore ci avrebbe potuto risparmiare. Ad esempio, non si comprende la funzione narrativa della capretta Lotte, mascotte dello scienziato nazista Kirk, padre adottivo di Jay Dark e sua guida spirituale nel Nuovo Mondo del Caos, sulla quale De Cataldo si sofferma in diversi punti del romanzo. Insomma, come dice lo stesso De Cataldo, che certamente conosce il mestiere dello scrittore, alcuni elementi della storia vengono soltanto accennati e risultano alla fine superflui, e a livello narrativo non funzionano.

Ad un certo punto della storia, De Cataldo si lascia andare a una confessione: “Volevo tornare in classifica con un bel successo, e magari ne fosse venuto fuori un bel film o, meglio ancora, una serie!” Uno scrittore farebbe meglio a non essere così esplicito nell’esprimere le sue ambizioni… a meno di non chiamarsi Philip Roth. E in fin dei conti, può ben essere stato questo atteggiamento a fare di L’agente del Caos un romanzo mancato, che non esprime completamente le sue potenzialità, che si ferma ai preliminari della narrazione, che suggerisce tutta una serie di spunti interessanti senza svilupparli. Per il ritorno in classifica bisognerà forse aspettare il prossimo romanzo… o forse la serie TV.

Giunti alla fine del romanzo, infatti, ci rendiamo conto che la storia di Jay Dark è il tipico intreccio che sicuramente funzionerà in TV perché la storia è già di per sé avvincente così come viene raccontata sui blog complottisti; è già, come dicono gli americani, mindblowing. Essa rivela anche quegli aspetti nascosti della nostra vicenda nazionale (e mondiale) sui quali sempre di più si soffermano gli storici più recenti. Come afferma uno dei personaggi de L’agente del Caos, Garreth Senn, uno dei capi della CIA e del “Sistema”: “…noi mettiamo in campo un mucchio di operazioni. Alcune riescono, e diventano storia. Tutte le altre, quelle che falliscono, si chiamano complotti….” (p. 238). De Cataldo ha confessato in un’intervista di aver ripreso questa frase da una conversazione che lui stesso ha avuto con un uomo dei Servizi Segreti. Eppure leggendo la storia di Stark, o del suo doppio romanzesco Jay Dark, ci rendiamo conto a poco a poco che questo personaggio, rimasto nell’ombra fino a pochi anni fa, del quale abbiamo saputo solo in epoca relativamente recente, ha condizionato in modo determinante la Storia. Indubbiamente, un’operazione riuscita – purtroppo.

Nota a piè di pagina: Ci sono alcune inesattezze nel romanzo, che un editing attento avrebbe dovuto eliminare. A p. 93, ad esempio, troviamo citata la misteriosa droga Pcd, ma sospettiamo che in realtà si tratti o della sigla PCB che in certi casi indica la psilocibina, oppure del PCP, detto anche Angel Dust, un allucinogeno che compare anche in una scena cruciale di Vizio di forma. A p. 289 la celebre Università di Stanford diventa Standford e, poco dopo, si parla di una misteriosa “riserva miliare a Jamaica”. Infine, a p. 300 troviamo l’espressione “padre abusivo” che sembra un calco mal tradotto dall’inglese. In realtà si capisce dal contesto che De Cataldo voleva dire “padre violentatore”.

http://www.einaudi.it

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Un Martini Heidegger, per favore…

8 APRILE 2018

Laurent Binet, La settima funzione del linguaggio, tr. Anna Maria Lorusso, La nave di Teseo, 2018, pp. 454, euro 20,00 stampa, euro 9,99 ebook

considerazioni di PAOLO PREZZAVENTO

La nave di Teseo non poteva non pubblicare la traduzione italiana di questo romanzo di Laurent Binet, La settima funzione del linguaggio, alla sua seconda prova letteraria (nel 2015 ha già pubblicato con Einaudi il romanzo HHhH, sull’attentato a Reinhard Heydrich a Praga nel 1942). Era una scelta obbligata perché uno dei suoi protagonisti è nientemeno che Umberto Eco, recentemente scomparso, padre nobile della casa editrice e suo sostenitore quando Elisabetta Sgarbi decise di rompere con Mondazzoli, la mostruosa concentrazione editoriale derivante dalla fusione di Rizzoli – Corriere della Sera con la Mondadori di Marina e Silvio Berlusconi.

(Ecco spiegato perché è altamente improbabile che esca in tempi brevi un Meridiano Mondadori dedicato ad Eco…)

Quando l’autore del Nome della rosa e della Struttura assente incontrava i suoi studenti – e qualche infiltrato – dopo le sette di sera, al Caffè dei Commercianti di Bologna, diceva “voi dovete imparare ad uccidere i vostri padri, me compreso: non riesco a capire come mai nessuno abbia il coraggio di contrastare e di contestare il potere che io ed altri corsari abbiamo assunto in ambito culturale ed accademico e che ormai manteniamo da molti anni”. E il romanzo di Binet ci insegna anche questo: che dobbiamo uccidere i nostri padri se vogliamo scalzarli dal loro potere, prendere il loro posto e diventare i padri di noi stessi, come nel romanzo familiare di Freud.

Effettivamente, rileggendo attentamente La settima funzione del linguaggio viene da pensare che l’avrebbe potuto scrivere Umberto Eco se avesse avuto la leggerezza e l’arguzia che ha dimostrato Binet nell’elaborazione della trama. Invece è venuto fuori Il pendolo di Foucault… troppo lungo e pesante per essere un romanzo veramente riuscito. Era necessario dunque uccidere il padre perché si arrivasse al vero romanzo sul post-strutturalismo e sulle sue aporie: di qui la scelta narrativa di Binet di trasformare la morte accidentale del critico Roland Barthes, uno dei padri più autorevoli del post-strutturalismo e della semiologia francesi – che guarda caso, aveva predicato proprio “la morte dell’autore” – in un vero e proprio assassinio, che diventa il motore di tutta la storia. E a ripensarci, Eco avrebbe sicuramente adorato leggere una storia avente come protagonista un semiologo-detective, il dottorando Simon Herzog…

Nel corso del romanzo troveremo altre morti di personaggi illustri, ad esempio il filosofo Jacques Derrida, padre della Decostruzione, accoppato durante una specie di orgia notturna nel cimitero di Ithaca, nello Stato di New York, dopo aver partecipato ad un Convegno alla Cornell University. Ovviamente si tratta di una scelta narrativa che crea un vero e proprio stato di sofferenza in tutti coloro che hanno amato Derrida alla follia sin da quando, nel 1967, pubblicò La scrittura e la differenza. Di certo l’autore avrebbe potuto caratterizzare meglio il personaggio di Derrida, che nel libro appare appena abbozzato (viene descritto semplicemente come un individuo con la testa infossata nelle spalle, le labbra sottili, i capelli argentei e il naso aquilino: una specie di Sergio Mattarella), riportando ad esempio alcune delle sue battute più celebri, come quella che faceva sempre quando si sedeva al bar a prendere l’aperitivo, ordinando un Martini Heidegger. Altrettanto scialba ci appare la caratterizzazione del critico della Yale School Paul de Man, su cui l’autore avrebbe veramente potuto fare i fuochi d’artificio: infatti, alla fine degli anni ’80 vennero fuori i suoi articoli antisemiti pubblicati in gioventù su un giornale collaborazionista belga.

Ben diversa invece la figura del filosofo del linguaggio John Searle, che spicca nel romanzo per i suoi modi bruschi, degni di un poliziotto o di uno che potrebbe comparire con “un ruolo secondario in un film di Sydney Pollack” (p. 289). Searle divenne famoso negli anni ’70 in ambito filosofico ed accademico per aver ripreso e rielaborato la teoria sugli speech acts (atti linguistici) di John Austin, teoria che, insieme alle funzioni del linguaggio di Jakobson, fornisce una solida base teorica a La settima funzione del linguaggio. Anche Searle nel romanzo muore, non posso ovviamente anticipare come e perché: comunque, chi lo ha conosciuto personalmente ricorda il suo caratteraccio, ben rappresentato nel romanzo di Binet dalla battuta feroce rivolta contro de Man: “Prendi i tuoi Derrida boys e vattene” (p.290). Si tratta di una battuta che Searle avrebbe potuto benissimo pronunciare, e forse l’ha detta davvero, come può confermare chi partecipò a un importante convegno bolognese negli anni ‘80, durante il quale il seguace di Austin argomentò che anche per litigare è necessario un linguaggio comune. Infatti alla fine del convegno Searle continuò a litigare con alcuni studenti che sostenevano le tesi di Derrida, che lo aveva fatto oggetto di un vero e proprio sfottò nel suo saggio “Limited Inc, ABC” (1980), storpiandone il nome in SARL: Société à Responsabilité Limitée .

Insomma, c’è stato un momento magico, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in cui Parigi e Bologna sembravano essere diventati i fari assoluti della cultura, universitaria e non. A Bologna, in particolare, passata l’ondata rivoluzionaria del ’77, sconfitta militarmente dai carri armati di Kossiga, permanevano tutti quegli spunti culturali e creativi del Movimento che ne facevano un punto di riferimento per tutti i giovani di sinistra di quella generazione. All’improvviso a Bologna si diffusero a macchia d’olio la linguistica di Ferdinand de Saussure e di Roman Jakobson, lo strutturalismo e la semiotica di Roland Barthes, Gérard Genette e A. J. Greimas, che pure erano già penetrati negli ambienti culturali italiani fin dalla metà degli anni ’70, e a partire da quel momento il contagio si diffuse in tutto il corpo accademico e in gran parte della popolazione studentesca, in tutti i dipartimenti e le facoltà.

In realtà l’influsso post-strutturalista vero e proprio non veniva tanto dalla Francia, ma di riflesso dai dipartimenti di letteratura, di critica letteraria e di scienze umane delle università americane, in particolare Yale e Cornell, che utilizzarono la cosiddetta “svolta linguistica” (linguistic turn) come l’occasione per arricchire e rivitalizzare il loro campo di studi liberandosi dai ceppi del Formalismo e del New Criticism, ma anche come occasione per prendere il potere e guadagnare nuove cattedre all’interno del sistema dell’accademia americana. In un attimo Foucault, Derrida, Deleuze ed altri divennero delle superstar nelle università americane, soprattutto nelle facoltà di scienze umane, nei dipartimenti di letteratura, di critica letteraria e di critical theory, mentre i Dipartimenti di Filosofia americani rimanevano ancora saldamente ancorati alla tradizione della filosofia analitica.

A Bologna alcuni professori del dipartimento di lingue, soprattutto di inglese, cominciarono a riportare dai loro viaggi in America i testi che si occupavano della cosiddetta French theory, che in poco tempo venivano fotocopiati e diffusi tra i discepoli. Il contagio divenne una vera e propria pandemia: gli innamorati a Bologna leggevano i Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, e ti potevi intrattenere tutta la sera con la traduttrice italiana di Jonathan Culler parlandole de Il piacere del testo, spiegando quanto questo piacere fosse perverso. Questo è un altro degli aspetti che Laurent Binet ha saputo cogliere: il rapporto tra storia della critica e sessualità, tra sessualità, critica e teoria letteraria, già messa in evidenza da John Fowles nel suo romanzo Mantissa (1982), e resa esplicita ne La storia della sessualità (1976-84) di Foucault, cioè la discussione di alcune astruse teorie letterarie, meta-letterarie o epistemologiche, che eccita gli animi e trasforma i propri discepoli in macchine desideranti. Da questo punto di vista, la scena di sesso che si svolge nel romanzo all’interno del Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, descritta con la terminologia delle macchine desideranti di Deleuze e Guattari, rappresenta la realizzazione delle fantasie erotiche di chiunque all’epoca fosse uno studente di lettere e filosofia, di medicina e non solo. Anche la scena di sesso notturna nella Biblioteca della Cornell University, che ha come protagonista una giovane donna mora con i capelli a caschetto stile principessa cartaginese (Cordelia Redgrave, alias Camille Paglia), un uomo-toro e una fotocopiatrice (che rappresenta l’infinita iterabilità della scrittura analizzata da Derrida), ripropone questo torbido connubio tra biblioteche e sessualità, tra French theory e sesso sfrenato…

Alfiere di questa nuova moda neo-linguistica, post-strutturalista e semiotica a Bologna era naturalmente Umberto Eco, o semplicemente Umberto, come tutti familiarmente lo chiamavano, che potevi incontrare tranquillamente all’Osteria del Sole o al Bar Droghe (di cui Binet riporta, sbagliando, il nome attuale, cioè Antica Drogheria Calzolari), a due passi da Piazza Verdi, a discutere amabilmente davanti a un buon bicchiere di vino. Eco era all’epoca universalmente stimato e apprezzato come l’autore di testi fondamentali che tutti gli studenti bolognesi, a qualsiasi Facoltà appartenessero, si sentivano in dovere di leggere, a partire da L’Opera aperta (1962) e Apocalittici e integrati (1964), passando per Lector in fabula (1979, un libro da cui Binet ha attinto a piene mani, soprattutto il concetto che esiste un limite all’interpretazione, che non si può far dire ad un testo ciò che si vuole) fino a Il nome della rosa (1980).

(Qualcuno più masochista degli altri ha continuato a leggere tutto ciò che usciva di Eco anche negli anni successivi; i più eroici hanno perfino letto Baudolino…ma molti si sono fermati a La Misteriosa Fiamma della Regina Loana.)

Laurent Binet ha voluto dunque raccontare questo momento magico della “svolta linguistica”, ambientando il suo romanzo tra Parigi, Bologna, Ithaca, Venezia e Napoli. Al centro di questi anni si colloca, purtroppo, anche la spaventosa bomba alla stazione di Bologna (2 Agosto 1980), che alcuni dei protagonisti evitano per un soffio, ma che non riuscì a distruggere quelli che erano i fermenti culturali di una Bologna che, anche dopo il terribile boato, seppe risorgere dalle sue macerie e ricostruire la sua identità culturale come prima e meglio di prima. Binet immagina che i protagonisti del romanzo si intrattengano con Eco alla stazione di Bologna fino a pochi minuti prima dell’esplosione, soffermandosi su alcuni dei presunti sospetti, compreso il sud-tirolese con il vestito tradizionale degli Schutzen, che – secondo una ipotesi investigativa – sarebbe stato Giusva Fioravanti.

Il romanzo prende dunque le mosse dalla strana morte di Roland Barthes, il 25 Febbraio 1980, investito da un furgone di lavanderia dopo aver partecipato ad un pranzo con François Mitterand. Barthes era, al momento della sua morte, il principale esponente del post-strutturalismo francese, oggetto di un vero e proprio culto tra gli studenti francesi e bolognesi di quegli anni (e non solo loro…), e dalla sua morte si dipana un complesso intrigo internazionale che ruota intorno a uno misterioso testo (è evidente il rimando alla Lettera rubata di Edgar Allan Poe), un testo fondamentale per ottenere potere e dominare le masse con la capacità di persuasione, la settima funzione del linguaggio, la funzione performativa, soltanto accennata da Roman Jakobson nei suoi Saggi di Linguistica Generale (1966), che diventa invece l’oggetto della quest che coinvolge gli investigatori protagonisti.

Infatti, dopo la morte di Barthes, il poliziotto Jacques Bayard, omofobo e anticomunista, comincia ad indagare, e siccome non conosce l’ambiente accademico entro il quale il delitto è presumibilmente maturato, si rivolge ad un giovane dottorando di semiotica di Vincennes, Simon Herzog (le iniziali S. H. rimandano ovviamente a Sherlock Holmes). Questa trama internazionale vedrà coinvolta una misteriosa società segreta, il Logos Club (probabilmente ispirato all’Aldus Club fondato da Eco), organizzatrice di strane sfide di retorica che si concludono con l’amputazione del dito dello sconfitto (di qui la copertina del libro, un’accetta su uno sfondo giallo), e tutti i più grossi nomi dell’intellighenzia francese: Michel Foucault, Jacques Lacan, Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Louis Althusser, Bernard Henry-Levi, Julia Kristeva e suo marito Philippe Sollers, che alla fine di una disputa retorica del Logos Club a Venezia verrà addirittura castrato. (Pare che il vero Sollers non l’abbia presa molto bene…)

A questa schiera di vere e proprie vedettes della cultura francese, Binet aggiunge il “bolognese” Umberto Eco, che negli anni ’80 era l’unico studioso italiano che fosse veramente apprezzato e rispettato a livello internazionale, invitato da tutte le più prestigiose università e a tutti i convegni più prestigiosi. La settima funzione del linguaggio è dunque la storia di un grande momento storico in cui tutti quanti ci siamo fatti prendere, al di là e al di qua dell’Atlantico, dall’ebbrezza della linguistica, dello strutturalismo, della decostruzione e del post-strutturalismo. Va dato atto a Binet di aver saputo ricreare questo clima straordinario in cui tutto sembrava possibile, in cui addirittura si pensava di poter contribuire all’emancipazione della classi subalterne, delle donne o degli omosessuali tramite la decostruzione del linguaggio e quindi lo smascheramento dell’ideologia del Potere.

Questo sogno in parte finì quando qualche anno dopo venne Harold Bloom a Bologna, a spiegarci che interpretare Shakespeare o Milton con le categorie strutturaliste di Greimas o Genette era una vera e propria eresia, che non era mai esistita e non poteva esistere quella mostruosità che Bloom chiamava, con una smorfia di disgusto, French Shakespeare. Poi arrivò Geoffrey Hartman e, con una sola battuta, “There was life before Derrida”, ci fece capire che non bastava leggere le opere di Derrida, ma bisognava tornare a studiare Lukacs, Bachtin e Walter Benjamin. Allora nacque una nuova moda: quella dell’interpretazione critica gnostico-cabalistica dei rapporti revisionistici esposta ne L’angoscia dell’influenza (1983) di Bloom, oppure il ritorno alla tradizione della critica dell’ideologia e della Kulturkritik proposto da Hartman. Ma questa, come capirete, è un’altra storia.

Alcune considerazioni (derridianamente) a margine:

1) Nonostante sia piuttosto corposo, questo romanzo si legge in un attimo, e la sua trama riesce a mantenere il lettore incatenato fino all’ultimo al desiderio di scoprire come va a finire. Dobbiamo però sottolineare che alla fine del romanzo si diventa insofferenti quando Binet, nel suo sforzo di collegare tutti i fatti storici più importanti del biennio 1980-81, fa sì che il suo personaggio Simon Herzog rimanga addirittura coinvolto a Napoli nel sequestro Cirillo da parte delle Brigate Rosse. Non c’era già abbastanza carne al fuoco? In questo caso, francamente, l’autore ha esagerato.

2) Purtroppo dobbiamo segnalare alcuni refusi che a volte guastano la magia della storia con le loro incongruenze. La citazione da Killing an Arab dei Cure è sbagliata, recita “Staring at the see” invece di “Staring at the sea”. Sembrano delle stupidaggini, ma sono errori che rompono l’incantesimo e ti fanno ripiombare nella realtà nuda e cruda dopo averti elevato nelle più alte sfere della speculazione teorica. Così come è imperdonabile che a un certo punto della trama Philippe Sollers diventi Philippe Sellers, scatenando tutta una serie di associazioni con Il dottor Stranamore e La pantera rosa. Non parliamo poi dei tennisti, come ad esempio Vitas Gerulaitis, che diventa Vitas Gerulatis. (Ben diverso il discorso per quei momenti in cui l’autore distrugge volontariamente la “willing suspension of disbelief “ (Coleridge) del lettore con i suoi commenti e con le sue intromissioni, tipiche di una meta-romanzo.)

Ed ecco alcuni errori che si sarebbero potuti correggere con un editing più attento:

  1. 129 “il documento per cui hanno sono già state uccise quattro persone…”
  2. 209 “l’uomo con i guanti non vuole fare come di prima e va a pisciare fuori.”
  3. 212 “Pratagoras magnus” invece di “Protagoras magnus”
  4. 276 “Ammettiamo che la settima funzione del linguaggio si proprio questa funzione performativa.”
  5. 336 “…l’uomo dal collo taurino, che si è ha scopato Cordelia sulla fotocopiatrice…..”
  6. 352 “chiesa dei Gesuati”

3) Numerose le frasi celebri contenute nel romanzo, di cui non si capisce – in ossequio alla programmatica confusione tra fiction e realtà – se siano mai state effettivamente pronunciate dai personaggi reali, o se sono invenzioni dell’autore. La maggior parte di queste frasi sono attribuite a François Mitterand, di cui era ben nota l’arguzia, quindi potrebbe averle pronunciate veramente. Si tratta di frasi fulminanti per la loro intelligenza, che rimarranno certamente impresse nella mente del lettore di La settima funzione del linguaggio :

“…governare consiste nel non essere responsabili di niente!” (attribuita a Mitterand, anche se suona vagamente andreottiana, p. 188)

“Il difficile però nella vita, nella sua, nella vostra, nella mia, in ogni vita che si vuole ambiziosa, arriva quando si vede una scritta sul muro che ci dice che stiamo iniziando ad imitare noi stessi.” (attribuita a Mitterand, p. 191)

“Ogni decodifica è una nuova codifica” (attribuita a Morris Zapp, personaggio letterario inventato dallo scrittore David Lodge che, come è noto, si ispirò al critico letterario Stanley Fish, p. 298)

“Decostruire un discorso consiste nel mostrare come questo mina la filosofia cui aspira.” (attribuita a Jonathan Culler, probabilmente vera, p. 306)

“Il vero potere è il linguaggio” (attribuita a Mitterand, p. 184)

“Limitando proprio quel che autorizza, trasgredendo il codice o la legge che costituisce, l’iterabilità inscrive, in modo irriducibile, l’alterazione della ripetizione.” (attribuita a Derrida, probabilmente vera, p. 323)

“Non sono mai stata capace di vivere delle storie d’amore, ho vissuto solo romanzi” (attribuita a Cordelia Redgrave, alias Camille Paglia, p. 327)

“….l’interpretazione non può mai giungere a compimento perché non c’è niente da interpretare e perché, in fondo, tutto è già interpretazione!” (attribuita a Guattari, p. 332)

“Sollers ha già pagato un prezzo molto alto per la sua ambizione sfrenata, non crede? L’ho incontrato diverse volte, lo sapeva? Un uomo affascinante. Ha l’insolenza tipica del cortigiano.” (attribuita a Jack Lang, p. 427)

“Simon [Herzog] si chiede se nella vita reale la sinistra può davvero essere al potere.” (Dati i risultati delle ultime elezioni, questa battuta suona alquanto attuale, p. 431)

“…se Dio esiste, al massimo è un pessimo scrittore che non merita il rispetto e nemmeno l’obbedienza.” (Simon Herzog, p. 451)

4) Semplicemente sublimi sono alcuni dei titoli degli interventi al Convegno Shift into Overdrive in the Linguistic Turn, che Binet immagina tenutosi alla Cornell University nel 1980 e organizzato da Jonathan Culler (effettivamente insegnava a Cornell). In questo caso Binet probabilmente si è ispirato al celebre Convegno sul “Linguistic Turn” organizzato da Steven Kaplan e Dominick LaCapra alla Cornell University nell’aprile del 1980. Ne citiamo soltanto alcuni tra i più belli:

Noam Chomsky, “Grammatica degenerativa”

Jacques Derrida, “A Sec Solo” (Notare il gioco di parole: à sec in francese significa “a corto di idee”…)

Luce Irigaray “Fallogocentrismo e metafisica della sostanza”

Jean-François Lyotard, “PoMo in bocca: la parola postmoderna” (PoMo è l’abbbreviazione francese e americana di “postmodernismo”).

Richard Rorty “Wittgenstein Vs. Heidegger: Scontro di continenti?” (Rorty ha effettivamente scritto un saggio su Wittgenstein ed Heidegger, ma con un titolo diverso.)

5) Soltanto negli ultimi mesi si è venuto a sapere che Julia Kristeva, la linguista e psicoanalista di origine bulgara che ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo della semiotica, della psicanalisi lacaniana e del post-strutturalismo francese, moglie di Philippe Sollers e insignita di vari riconoscimenti da parte di varie istituzioni francesi e internazionali, ha collaborato effettivamente con i servizi segreti bulgari. Si sapeva già che il padre della Kristeva aveva lavorato per i servizi bulgari, ma adesso una commissione statale bulgara ha stabilito che anche la figlia Julia era coinvolta fin dal 1971 nelle black ops dei servizi di quel paese. E infatti nel romanzo la Kristeva ha a che fare con quel complesso intrigo internazionale imperniato sulla settima funzione del linguaggio, cui sono interessati anche i servizi segreti bulgari e sovietici. Binet ha ripreso questa diceria che circolava da tempo sulla Kristeva – poi rivelatasi vera – ipotizzando che la psicanalista bulgara fosse implicata nella spasmodica ricerca della funzione performativa. La realtà supera la finzione?

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Moro per sempre

8 marzo 2018

Antonio Ferrari, Il segreto, Chiarelettere, pp. 323, euro 18,00 stampa, euro 10,99 eBook

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

In Italia siamo ormai abituati agli eventi a scoppio ritardato, alle verità rivelate a decenni di distanza, alle ucronie, agli sfasamenti temporali, agli effetti che precedono le cause, e alla politica intrisa di dietrologia. Tutti questi aspetti inquietanti della storia italiana si riflettono alla perfezione nel Caso Moro, del quale ricorre quest’anno il quarantennale dalla Strage di Via Fani e dalla sua tragica conclusione, il ritrovamento del cadavere in Via Caetani. L’affaire Moro, come lo chiamava Sciascia, è diventato una sorta di enorme buco nero che risucchia con la sua forza gravitazionale qualsiasi evento si trovi nelle sue vicinanze, facendolo sparire oltre il proprio orizzonte degli eventi. Ma il Caso Moro non solo ha influenzato la Storia d’Italia successiva all’evento, come è ovvio: esso ha paradossalmente modificato anche gli eventi accaduti prima di esso, permettendone una rilettura alla luce di ciò che era accaduto in quei 55 giorni.

Esiste infatti tutta una serie di morti sospette verificatesi negli anni ’70 che rimarranno per sempre inspiegabili se non andiamo a cercare – come viaggiatori interstellari – nella “singolarità” Moro, anzi sono morti che sembrano essere state causate proprio dal sequestro Moro, invertendo il rapporto di causa-effetto. Il Caso Moro è uno di quegli avvenimenti storico in cui si intrecciano in modo inestricabile la realtà dei fatti con le fantasie di chi in quegli anni ha ipotizzato tutta una serie di complotti; che poi tanto fantasie forse non erano, vista la fine che hanno fatto alcuni dei protagonisti di quelle vicende. Pensiamo ad esempio alla morte di Mino Pecorelli, il giornalista d’assalto di OP forse ucciso perché a conoscenza dei contenuti del Memoriale Moro nella sua versione integrale; pensiamo al Colonnello Varisco, fornitore di documenti scottanti a Pecorelli, probabilmente ucciso dalle Brigate Rosse; alla morte del Generale Dalla Chiesa in un agguato mafioso a Palermo, che forse custodiva nella sua cassaforte la versione integrale del Memoriale Moro; alla morte del falsario Toni Chichiarelli, l’autore del falso comunicato n. 7 delle BR, freddato con un colpo di pistola al quartiere Talenti di Roma; a Graziano Gori, dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Bologna, morto forse a causa della manomissione dei freni della sua auto; allo strano suicidio del Tenente Colonnello Mario Ferraro, agente del SISMI morto impiccato con la cinghia dell’accappatoio ad un porta-asciugamano nel bagno del suo appartamento al Torrino, a Roma – e così via.

Anche la trama di questo romanzo di Antonio Ferrari, giornalista vecchio stampo del Corriere della Sera, scritto quando il giornale di Via Solferino era pesantemente coinvolto nello scandalo P2, racconta un complotto internazionale volto a condizionare l’assetto politico dell’Italia di fine anni ’70, favorendo il progetto delle Brigate Rosse di rapire un grosso esponente della Democrazia Cristiana – mai nominato nel libro, ma identificabile come avatar di Aldo Moro. Questo romanzo, che a detta dello stesso autore gli fu commissionato con lo scopo di riscattare l’immagine del Corriere infiltrato dai piduisti raccontando alcune verità scomode sul Caso Moro, è rimasto inedito per quasi quarant’anni; in esso si intrecciano tutta una serie di contatti tra personaggi che nessuno pensava si potessero mai incontrare (agenti della CIA ferocemente anticomunisti ed esponenti della sinistra extraparlamentare, tanto per fare un esempio) e diverse morti apparentemente inspiegabili, ma in ultima analisi sempre riconducibili a quella trama internazionale che effettivamente ci fu e fece da sfondo a tutta la vicenda Moro e a tutta la fase preparatoria dell’Operazione Fritz, come la chiamarono i brigatisti. Non è difficile riconoscere dietro i nomi dei personaggi alcuni dei capi delle Brigate Rosse dell’epoca (Franco Marozzi, il capo militare delle BR nel romanzo, è chiaramente Mario Moretti; Privato Galletti è la controfigura di Prospero Gallinari, il terrorista duro e puro che mal sopporta gli intrighi di Marozzi), e di altri personaggi inquietanti realmente sfiorati dalle indagini sulle Brigate Rosse e sospettati di avere avuto un ruolo nella complessa trama che aveva lo scopo di destabilizzare, per poi successivamente stabilizzare il quadro politico italiano (una strategia ricorrente, quella di destabilizzare per stabilizzare), impedendo che i comunisti del PCI andassero al governo del paese.

Ferrari si preoccupò all’epoca di cambiare i nomi e anche i luoghi in cui alcuni eventi si verificarono: ad esempio il Convegno sulla repressione che nel romanzo si svolge a Genova si tenne in realtà a Bologna nel 1977; l’uccisione di un autonomo al fine di attizzare il fuoco dello scontro sociale è un chiaro riferimento alla morte di Francesco Lorusso, ecc. Nel romanzo si ipotizza inoltre che il prigioniero Moro sia stato rilasciato dalle Brigate Rosse sulla tangenziale di Milano (invece che a Roma) ma successivamente ucciso da chi non voleva che il sequestro si concludesse con la sua liberazione. A parte quest’ultima ipotesi, non proprio credibile, tutte le altre circostanze raccontate da Ferrari hanno trovato riscontro in diverse indagini condotte all’epoca e nel lavoro d’inchiesta dell’ultima commissione parlamentare sul Caso Moro. Inutile dire che, se il romanzo fosse stato pubblicato all’epoca, all’inizio degli anni ’80, sarebbe stato una vera e propria bomba. Ancora una volta, come tante altre volte nella Storia d’Italia, ci troviamo di fronte ad un ordigno a scoppio ritardato, che esplode come un semplice petardo quando ormai non può più fare danni, a una verità negata per tanti anni e oggi finalmente tornata alla luce. Eppure l’autore, nella Postfazione al volume, si sente quasi di ringraziare chi all’epoca censurò il suo manoscritto, perché col passare del tempo le indagini condotte in questi ultimi anni hanno fatto quasi coincidere la trama del romanzo con la realtà dei fatti.

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Diario di bordo: John Ashbery in Italia 2/2

11 Settembre 2017

Ed ecco la seconda parte del diario inedito della visita di John Ashbery in Italia, avvenuta nel 1998, il nostro piccolo omaggio al grande poeta americano scomparso di recente.

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

17 ottobre. La mattina dopo ci sentiamo meglio, due reading sono andati bene, e quel che rimane ci sembra una passeggiata. La mattina accompagniamo David e John a visitare il Museo di Vicenza e il Teatro Olimpico del Palladio, poi la stupenda piazza di Vicenza. Si pranza alla Malvasia, un ristorante nei pressi. A tavola la discussione va a finire su Aldo Busi (era inevitabile) e su come ha raccontato il suo incontro con Ashbery in Vita standard di un venditore di collants.

Il poeta nega recisamente di avere mai litigato con lui, ci racconta che Busi si presentò a casa sua proponendosi come segretario, dicendo che voleva imparare l’inglese per tradurre le sue poesie. Ashbery rispose che non aveva bisogno di un segretario, e allora Busi si propose di lavorare come sguattero, e si mise subito a pulire il pavimento. Mentre era lì inginocchiato che puliva il pavimento, scodinzolava in modo invitante, e lì nacque la loro storia, che ora è imbarazzante rievocare sia per John che per David. John nega recisamente di aver mai detto, quando congedò Busi da casa sua (anzi, smentisce di averlo cacciato), la frase che Busi gli mette in bocca nel suo libro (“Oh, queste checche italiane”); ora però, col senno di poi, dice che vorrebbe averlo detto per davvero. Ci racconta anche di quando Busi si presentò all’Accademia dei Lincei per fare una piazzata, vestito da donna o da prete, secondo le varie versioni, perché pensava che anche lui meritasse una parte del premio che stava ricevendo John (200 milioni). Lui avrebbe voluto parlare con Busi, ma neanche quella volta fu possibile una riappacificazione.

A fine pranzo ci raggiunge Flavio Albanese, che si propone come cicerone per il pomeriggio. Ci accompagna alle 4.00 del pomeriggio a Villa Valmarana, una delle più belle del Palladio, decorata dagli stupendi affreschi del Tiepolo. Ci presenta anche il proprietario, il classico esemplare di nobile decaduto, che guarda la televisione in una stanza stupendamente affrescata da Tiepolo ma ormai in rovina. Anche una stanza completamente ricoperta di piatti di ceramica dà un’impressione di disfacimento. A Flavio invece tutto questo tripudio di decadenza vagamente camp non dispiace. Facciamo anche una foto all’ingresso, e quel dispettoso di Flavio fa di tutto perché nella foto ci siano solo “i maschietti”, escludendo Barbara.

Improvvisamente John deve andare al bagno, ma purtroppo non ci sono servizi. Come se nulla fosse si mette a pisciare sopra un’aiola di Villa Valmarana. A quel punto, sono costretto a fare da palo e a chiudere il portone in faccia a una comitiva di turisti che vuole entrare proprio in quel momento: “Mi dispiace, siamo chiusi”. Be’, è passata anche questa. Piscio di poeta. Chissà quelle povere petunie…

Finita la visita, lasciamo volentieri David e John alle cure di Flavio, che li porterà a visitare Villa la Corona e i capolavori del Bellini. Alle 7 di sera, andiamo a prendere i nostri all’Hotel. Torniamo al Ristorante Malvasia, dove David e John decidono di offrire la cena, e noi di buon grado accettiamo (avendo speso in tre giorni più di un milione e mezzo…). Per finire, quando andiamo a pagare, io e John ci prendiamo pure una grappa, che ingolliamo tutta di un sorso. Se ci vede David, ci uccide… fortunatamente, in questi momenti topici si distrae sempre. Ashbery firma lo scontrino fiscale, e aggiunge: “for the Flow Chart folks!” Che significa? Che glielo dobbiamo rimborsare? Mi piacerebbe avere quello scontrino come ricordo, ma poi mi dimentico di chiederglielo. Finalmente usciamo, nella fresca aria vicentina. Passeggiamo per un po’: questa è la prima serata in cui non siamo pressati da orari inderogabili e appuntamenti immancabili. Comunque, John non può camminare troppo, per cui lo accompagniamo all’Albergo: domani ci aspetta una lunga giornata.

Domenica 18 Ottobre. Alle 12 siamo all’Albergo, per aiutare i nostri e partire. Arriva Flavio, che vuole assolutamente invitare David e John a conoscere il suo compagno. Lo lasciamo fare, e intanto ci facciamo un giro per Vicenza. All’una andiamo a prendere David e John a casa di Flavio. S’è portato tutta la famiglia, moglie e figli. Chissà che compromesso ha stipulato con la consorte. Facciamo alcune foto ricordo, poi salutiamo e ce ne andiamo. Barbara ci ha dirottato verso un ristorante sui colli, per via di alcuni suoi parenti che sono venuti dall’Argentina, ma alla fine questo cambio di programma si rivela molto piacevole. Partiamo un po’ tardi, sono già le tre e mezza. Abbiamo deciso, su consiglio di Flavio, di visitare le Ville sul Brenta e di imboccare la strada Romea che ci porterà direttamente a Rimini. Durante il tragitto, ci godiamo il paesaggio, e le stupende Ville del Palladio. I nostri due ospiti sono entusiasti. Arrivati a Venezia, ci dirigiamo finalmente e decisamente a Sud, verso le Marche e Ascoli Piceno.

Viaggio piacevole e senza fretta. Infatti alle sei siamo ancora nei pressi di Ravenna, all’Abbazia di Pomposa, che visitiamo. Ripartiamo. Il tempo si guasta progressivamente mentre ci avviciniamo alle Marche, ma non possiamo farci nulla. Questo non era in programma. Facciamo vedere ad Ashbery il Castello di Gradara, dove Paolo e Francesca divennero amanti. Passando per Recanati gli raccontiamo la storia di Leopardi e del suo natio borgo selvaggio. Incominciamo anche ad introdurre quella splendida cittadina di provincia che va sotto il nome di Ascoli Piceno. Fondata molto prima di Roma, distrutta sei volte, la Salaria, la Pinacoteca, Cecco d’Ascoli, ecc. ecc.

Arriviamo ad Ascoli alle 10,30, con molto ritardo rispetto alla tabella di marcia. Portiamo i bagagli all’Hotel Joly, e poi subito al Ristorante Tornasacco, che dà proprio sulla stupenda Piazza del Popolo illuminata di notte. John e David sono affascinati, ma anche affamati. Purtroppo, data l’ora tarda, ci dobbiamo accontentare di un po’ di affettato. Finalmente, verso mezzanotte, andiamo a dormire.

Lunedì 19 Ottobre. La mattinata trascorre tranquilla. Vado a prendere gli ospiti sul tardi, e David comincia a decantarmi le virtù dell’Albergo, la cura estrema nei particolari: si profonde in complimenti e apprezzamenti.

Andiamo subito dal sindaco, che riesce a trovare cinque minuti. Meno male, ha capito che si tratta di un ospite importante. Regala a John il libro su Ascoli di Franco Maria Ricci, e a David il libro di Luca Luna tradotto in inglese, facendo contenti i due visitatori. Il sindaco non capisce un tubo di quello che dicono, e mi tocca fare da interprete. Andiamo poi a visitare la Pinacoteca, dove ci fa da guida Gabriella, la moglie di Gino Scatasta. Ashbery rimane molto impressionato dal ritratto della miniaturista, dalle opere del Crivelli e dell’Alamanno. Dimostra una curiosità e una voglia di conoscenza che contrastano, purtroppo, con le sue scarse capacità di deambulazione.

Si va a pranzo, e ogni tanto John mi dà di gomito per avere un’altro po’ di vino, quando David guarda dall’altra parte. Fazzini ci raggiunge un po’ più tardi, e discutiamo della possibilità di fare una nuova edizione di Flow Chart, e un’altra edizione di lusso di alcune sue poesie brevi. Sia io che Cesaretti siamo convinti che varrebbe la pena di tradurre Turandot, anche se è del 1953, mentre Ashbery preferirebbe qualcosa di più recente, come ad esempio la sua nuova raccolta Wakefulness, oppure il nuovo poema Girls on the Run. Sinceramente, adesso come adesso, non me la sento di tradurre un altro long poem. La prospettiva mi terrorizza.

Dopo il lauto pasto, riaccompagniamo gli ospiti in albergo. Nel pomeriggio, lo andiamo a prendere verso le cinque, ma lui è già uscito con David. Alla reception ci avvertono che è andato alla Boutique Orsini a comprare un impermeabile. Lo raggiungiamo lì, e siccome Diana conosce il negoziante, inizia una lunga e defatigante contrattazione per ottenere uno sconto in favore del poeta. Alla fine il titolare cede e fa uno sconto di 50.000 lire. John e David sono raggianti. Cominciano a ringraziare Diana, e non smetteranno di farlo fino al momento del congedo.

Andiamo poi a visitare il Polittico del Crivelli, che incanta tutti noi, come sempre. Diana va anche a parlare con il Don Baldassarre, e ottiene una migliore illuminazione. Gli ospiti sono contenti. Andiamo anche a visitare la cripta, con il suo bellissimo impianto di tempio pagano e le antichissime colonne, che affascinano anche David. John nota subito che la Madonna nera non è quella originale, ma un rifacimento. Troppo nuova e splendente per essere vera. Si sta facendo tardi, dobbiamo andare al reading alla Provincia. Questa volta arriviamo in perfetto orario. Il Presidente della Provincia, Pietro Colonnella, è purtroppo impegnato in Giunta con il Bilancio, per cui non potrà venire. Comunque ci riceverà dopo la conferenza. Tra il pubblico c’è anche il costruttore Santarelli. Non pensavo che fosse un appassionato di poesia. Il pubblico è in attesa.

Non sono stanco come a Vicenza, e la mia esposizione è sicura e rilassata e rende sicuramente meglio. Dopo la mia introduzione e quella di Fazzini, decidiamo di affidarci ancora una volta alla magia sonora delle doppie sestine. Il risultato è sorprendentemente efficace. Dal pubblico vengono alcune domande molto stimolanti e altre più banali. Quando Ashbery cerca di citare qualche nome di scrittore italiano che lo ha influenzato, l’italianista Nazzareno Cicchi suggerisce il nome di de Chirico. Giusto. E’ il più grande, secondo Ashbery, anche se le opere che lo hanno influenzato sono scritte in francese.

Alla fine veniamo presi d’assalto da quelli che vogliono una copia del libro oppure vogliono far firmare la propria copia. Distribuiamo una decina di copie agli interessati. Moltissimi chiedono anche la mia firma: incredibile! La firma del traduttore! Finito il rituale degli autografi, ci rechiamo nell’Ufficio di Presidenza (“La Reggia di Colonnella”, come ha scritto un giornale locale). Il presidente è lì che ci aspetta. L’incontro è molto cordiale. Ashbery non immaginava che il Presidente fosse così giovane, e Colonnella si avventura in alcune frasi in inglese che rispolverano le sue reminiscenze scolastiche. Il Vice-Presidente Andreani non parla, pur essendo un insegnante di inglese. Io faccio da interprete. Ashbery scrive una lunghissima dedica al Presidente, e lui fa altrettanto sul libro che la Provincia ha deciso di regalare. Ci diamo appuntamento al ristorante, per salutarci. Il Presidente sembra veramente interessato a conoscere meglio questo grande poeta, forse per lui è anche un modo per distrarsi dalle fatiche del Bilancio, che non riescono a far quadrare. La cena si svolge nel migliore dei modi. Siamo più di dieci, e la discussione è molto vivace e interessante. Colonnella ringrazia il poeta e lo invita a tornare ad Ascoli, e a diventare una specie di testimonial della nostra Provincia. Ashbery è sinceramente ammirato da tanta ospitalità, e Kermani è talmente ossequioso che comincia quasi a darmi fastidio.

Martedì 20 Ottobre. Arrivo alle 9.00 all’Hotel Joly. Ci sta già aspettando la macchina messa a disposizione dal Rettore dell’Università di Macerata. Arriva anche Fazzini. Partiamo. Il viaggio si svolge privo di eventi. Unica sosta alla stazione di servizio prima dell’uscita di Civitanova. Qui Kermani all’uscita dal bagno, nota una macchinetta per il sex test, e decide di cimentarsi. Il risultato, neanche a dirlo, è “arrapato”. Racconto la scenetta a John, che intanto è uscito dalla toilette. Decide di provare anche lui. Il risultato è deludente: “Impotente, frigido”. L’addetto alle toilette vede il risultato e ride: “Finito”, fa, con un gesto eloquente. Ashbery risponde in Italiano: “E’ vero. Prendo Viagra”. Scoppiamo a ridere.

Il reading a Macerata scorre liscio senza problemi, e la Camboni ci presenta con il solito accento americano. Un’anglista locale fa una domanda cattivella, ma viene subito zittita dalla mia risposta secca e bruciante. Dopo il reading ci tratteniamo per il pranzo con la Camboni e il Rettore dell’Università, Alberto Febbrajo. Grandi elogi alla traduzione e al lavoro bestiale che ho fatto. Mi tocca pure scrivere la dedica al Rettore, e dopo un po’ non vedo l’ora di andarmene, perché dopo questo ennesimo reading vedo solo il letto di casa mia.

Nel pomeriggio torniamo ad Ascoli, e passiamo un piacevole pomeriggio visitando le chiese e le piazze più belle. Sono le ultime ore che trascorriamo insieme, perché quella sera stessa John e David devono essere a Roma per poter partire il giorno dopo sul presto.

Partiamo verso le sei con l’Ulysse di Cesaretti, diretti a Roma. Abbiamo prenotato un albergo vicino al Parlamento, di cui non ricordo il nome, ma prima di lasciarci andiamo a mangiare in un ristorante lì vicino. Qui arriva un altro colpo di scena: incredibile ma vero, il proprietario del ristorante riconosce John perché lo ha sentito recitare le sue poesie in Germania nel lontano 1975! Ma come ha fatto a riconoscerlo dopo più di vent’anni? Comunque la cosa fa molto piacere a John.

Dopo cena, è giunto il momento di lasciarci, e i nostri ospiti non finiscono mai di ringraziarci per tutto quello che abbiamo fatto per loro. David esagera addirittura in questi suoi ringraziamenti sussiegosi e un po’ levantini. Thank you thank you. Ho capito, David… Sono contento che tutto sia andato per il verso giusto. E anche a te John, auguro tanta buona salute e ancora una lunga vita. Torna a trovarci presto.

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Diario di Bordo: John Ashbery in Italia 1/2

9 settembre 2017

John Ashbery, considerato da alcuni (tra cui Harold Bloom) il massimo poeta americano del secondo Novecento, ci ha lasciati il 3 settembre di quest’anno, alla venerabile età di novant’anni. Per rendergli omaggio abbiamo pensato di pubblicare (in due parti) il diario della sua visita in Italia, che avvenne nel 1998, redatto da qualcuno che lo conosceva bene. Paolo Prezzavento, l’autore di queste pagine, ha infatti tradotto Flow Chart, una delle opere più importanti di Ashbery, e ha così raggiunto quel grado d’intimità con l’autore che è riservato solo a chi fa trasmigrare i suoi scritti in un’altra lingua. Sarà peraltro interessante, per i nostri lettori, vedere cosa c’è dietro le presentazioni di autori stranieri in visita in Italia…

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

15 Ottobre 1998. Arrivo a Bologna. Siamo tutti tesi, Io, Cesaretti e Fazzini, all’Aeroporto di Bologna. L’attesa è spasmodica. Questo incontro è stato rimandato così tante volte, che temiamo qualche altro intoppo dell’ultima ora. Io sono sicuramente il più nervoso, perché rischiano di saltare mesi e mesi di lavoro, contatti, fax, telefonate…

I passeggeri del volo da Parigi sfilano uno dopo l’altro, ma Ashbery non si vede. Non credo che riuscirei a riconoscere Kermani, il suo compagno, l’ho visto solo di sfuggita una volta a Genova nel 1993… Anche Fazzini comincia a essere nervoso. I minuti passano. La tensione è alle stelle. Eccolo. E’ lui. Ahi quantum mutatum ab illo. E’ in carrozzella, allora aveva ragione Kermani… Mi riconosce dallo sguardo. Gli stringo la mano. Ladies and gentlemen, reduce da una tournée che lo ha portato da New York a Parigi e Bologna, ecco a voi John Ashbery, il grande poeta americano. Abbiamo rischiato tutto, siamo andati controcorrente, abbiamo litigato con tutti, ma ce l’abbiamo fatta. Ora è nelle nostre mani (sembra il racconto del sequestro Moro).

In viaggio verso il centro di Bologna, comincia un proficuo scambio di informazioni che proseguirà per ben sette giorni. Parliamo di tutto: del reading, delle sue ultime raccolte, dell’Italia, di Prodi e D’Alema… I due poveretti sono cascati nel bel mezzo degli scioperi e della rivolta studentesca di Parigi e hanno rischiato di perdere l’aereo. Kermani descrive la sua lotta furibonda per conquistare un taxi. E’ simpatico, molto diverso dal Kermani che mi sono dovuto sorbire al telefono la domenica precedente, che voleva mandare a monte tutto: “We have no obligation to him”, diceva a John… L’him in questione, naturalmente, ero io. Lentamente sto cominciando a rilassarmi. Ma la tensione salirà di nuovo fra poco quando dovremo presentare il libro e leggerne degli estratti.

Arriviamo alle 15,30 all’Albergo, lo Star Hotel Alexander, davanti alla Stazione di Bologna. Facciamo appena in tempo a far scendere i passeggeri e a portare le valigie, che già troviamo una multa sul parabrezza dell’Ulysse. Partono le prime bestemmie. Cesaretti è sbalordito. Il vigile deve essersi materializzato e poi dissolto nell’arco di pochi secondi, giusto il tempo di scrivere la multa e lasciarla lì. Dopo un po’ l’incazzatura ci passa. Ci vuol ben altro per fermarci, per bloccare questo manipolo di pazzi furiosi che hanno elaborato nel corso di mesi e mesi il loro folle piano. Lasciamo i nostri ospiti all’Albergo. Hanno mezz’ora di tempo per prepararsi, e per decidere quale parte del poema leggere.

Ore 16.00: Ci dirigiamo verso il Dipartimento di Inglese. Non c’è nessuno, come al solito. Solo un bigliettino: Per Paolo. Siamo in Consiglio di Facoltà. Iniziate pure. Altre bestemmie. Dovremo presentarci da soli. Incontriamo Bacigalupo. Anche lui appare contrariato, ma tant’è, occupiamo manu militari l’Aula V e decidiamo di iniziare comunque, anche se mancano la Franci e la Fortunati. C’è solo Davide Rondoni del Centro di Poesia Contemporanea, che ci introduce al pubblico. Segue a ruota Marco Fazzini, e spiega come si è giunti alla pubblicazione di questo libro. Io intanto mi metto d’accordo con il poeta sui versi da leggere. Scegliamo il famigerato brano della doppia sestina, che tanto mi ha fatto penare durante il lavoro di traduzione, dal Canto V di Flow Chart. E’ uno dei miei pezzi preferiti, e viene proprio bene, sia in inglese che in italiano. Il pubblico è molto attento e reagisce con approvazione alla nostra lettura e alla mia introduzione critica, che serve a orientarsi un po’. Applausi alla fine delle due performance.

Arriva la Franci, educata e discreta come sempre. Ci tiene a ricordare che sono un suo ex studente. Non risparmia elogi al sottoscritto, come pure Bacigalupo, che si avventura in ardite disquisizioni sulla spaziatura e sulle suddivisioni del poema. Conclude la Franci ringraziando il pubblico, che rivolge alcune domande interessanti ad Ashbery sui suoi progetti futuri e sulla poetica del long poem.

Terminato il reading, andiamo a prendere un drink con l’autore e con alcuni partecipanti, tra cui Pasquale Verdicchio, del Centro Studi Università di California. Bacigalupo e la Franci sono brillanti nella conversazione, come sempre. Chiediamo ad Ashbery del suo amico Pierre Martory, della sua morte improvvisa. A quanto pare è inciampato in casa su un tappeto di cui John gli aveva consigliato di liberarsi. (Guarda caso Kermani vende tappeti orientali, ma questa è troppo cattiva!). È inciampato e ha battuto violentemente la testa. La morte risale al 7-8 Ottobre, ma la polizia francese ha dovuto indagare e ha costretto i familiari a rimandare il funerale fino al mercoledì successivo. Ricordo quel giovedì. Ashbery mi avrà chiamato almeno 4 volte. Anche allora abbiamo rischiato che andasse tutto a monte. Per fortuna alla fine ha capito che anche questo tour in Italia era importante. Ma l’incontro di Ascoli è saltato. Le ceneri di Martory sono state disperse su un prato del Père-Lachaise, una cerimonia che ha molto toccato John. Continua a definire Pierre il suo padre spirituale. Sappiamo che era molto di più, per lui: un amico, un compagno.

Dopo l’aperitivo, la Franci e Bacigalupo prendono congedo, e ci dirigiamo verso il ristorante Angiolino, che non è molto distante. Ci accoglie una simpatica signora bionda con un bel sorriso, che capisce quasi subito che si tratta di ospiti di riguardo. Cena memorabile. Ashbery mostra di gradire molto lo stracotto e il Vin santo con i cantuccini, anche se Kermani lo controlla costantemente. Entrambi hanno avuto problemi con l’alcool, finché a metà degli anni ’90 hanno smesso quasi del tutto di bere. Ma Ashbery ogni tanto mi fa l’occhiolino, e mi invita a riempire il bicchiere quando David è impegnato in conversazione con Fazzini. Nel frattempo è arrivato Rondoni, poi il mio amico Bruno, la mia ancora di salvezza. Fino a due minuti prima, non avevo la benché minima idea di dove sarei andato a dormire, adesso le probabilità di passare una notte decente aumentano. Il mio amico non mi abbandonerà. Speriamo che abbia un qualche posto letto, dato che a Bologna stasera non troverebbe una camera in albergo neanche Bono degli U2.

16 Ottobre. Dopo una notte trascorsa a Imola in casa di amici (con viaggio in treno andata e ritorno), sono di nuovo a Bologna. A una bancarella di libri, tanto per cambiare, incontro Cesaretti. Anche lui è abbastanza stravolto. Sembriamo due clochard della cultura.

Dopo la colazione, subito al Dipartimento, sperando di trovare qualcuno per sistemare la questioni burocratiche. Purtroppo non c’è nessuno, né la Fortunati, che anche ieri non si è vista, né la Franci. Aspetto inutilmente. Sconsolato, mi reco all’Albergo Alexander e pago la notte e gli extra. David e John tornano verso le 12,30 e ci mettiamo subito in viaggio per Padova. E’ già tardi. Decidiamo di mangiare a Padova, da qualche parte. John vuole assolutamente vedere la Cappella degli Scrovegni. Troviamo un traffico bestiale sulla Tangenziale. Ci vuole quasi un’ora solo per uscire da Bologna. Arriviamo a Padova che sono già le due, e andiamo a mangiare a Prato della Valle, Trattoria al Prato.

Durante il pranzo parliamo un po’ di tutto, del famoso Festival di Spoleto del 1975, di Ginsberg, che ha donato prima di morire tutti i suoi manoscritti alla Harvard University, e perfino di Carlo Ripa di Meana, che Ashbery conosce, e che ha edito una edizione italiana della Impressions d’Afrique di Roussel. Gli raccontiamo che per qualche tempo è stato il leader dei Verdi, e Ashbery ricorda la sua bellissima moglie, Marina. Gli spiego che questa è l’unica connessione che mi viene in mente tra la mia attività letteraria e la mia attività politica, altrimenti perfettamente dissociate. Per amor di patria, tralascio alcuni particolari sgradevoli sul ménage tra Carlo e Marina e sulla loro amicizia con Craxi…

Alle 15.00 ci dirigiamo finalmente verso la cappella degli Scrovegni. Si capisce subito che per John si tratta della realizzazione di un sogno, un sogno durato 35 anni. John e David rimangono estasiati di fronte ai capolavori di Giotto, soprattutto l’Inferno. Finalmente hanno capito che valeva la pena di venire in Italia, e che noi non siamo un gruppo di persone avide di denaro e di pubblicità. I rimandi letterari a Ruskin e a Proust appaiono quasi scontati. Ma si sta facendo tardi: sono le cinque e siamo ancora a Padova. Ci rimettiamo in marcia per Vicenza, dove siamo attesi per il reading delle sei di pomeriggio. Troviamo un traffico bestiale all’uscita dal casello di Vicenza. Più di mezz’ora per raggiungere la stazione, dove ci aspetta il Fazzini Furioso. Andiamo subito all’Albergo Cristina, niente di eccezionale, perché Fazzini non si è preoccupato di prenotare in tempo. Abbiamo pochi minuti per raggiungere il Palazzo del Municipio, la Sala degli Stucchi. Sono le sei. Io e Barbara ci mettiamo quasi a correre per arrivare in tempo.

La sala è strapiena di persone, che dopo più di mezz’ora di attesa stanno cominciando a stufarsi. Spargiamo la voce: sono arrivati. Vado un attimo in bagno per riprendermi. Sono esausto, prima ancora di cominciare. Ci presenta il Commissario straordinario del Comune di Vicenza, Sig. Rubino, che secondo Ashbery assomiglia a uno dei protagonisti di Big Night, il film di Stanley Tucci. Quindi prende la parola il famoso Lanaro, organizzatore della serata e amico di Fazzini, che parte dall’Autoritratto in uno specchio convesso, poi attacco io presentando nel modo migliore questo grande poema americano e il suo autore. Speriamo che qualcuno abbia registrato. Dopo l’introduzione, leggiamo dal poema. Mentre leggo sento il cervello che mi gira a vuoto. Spero di non svenire in pubblico, non sarebbe fine. La serata è un vero e proprio successo, il pubblico è entusiasta, e alla fine molti acquistano il libro e chiedono la firma (anche del traduttore!).

Concludiamo degnamente la serata recandoci in uno dei migliori ristoranti di Vicenza, Monterosso, ospiti di un famoso architetto, Flavio Albanese, uomo raffinatissimo e amante della poesia, che ci teneva ad aggiungere Ashbery alla sua collezione di celebrità. Ha incontrato anche Borges ed Enzensberger e, naturalmente, abita in una stupenda villa progettata dal Palladio. Ci confessa che la lettura di Flow Chart l’ha folgorato: sentendomi recitare la traduzione italiana, nel punto in cui si parla di un complesso residenziale denominato “Il Girasole”, ha deciso di cambiare completamente il progetto di un complesso residenziale che stava progettando in quei giorni. Rimaniamo sbalorditi: allora la poesia ha ancora il potere di cambiare il nostro paesaggio architettonico, come nel Rinascimento? Ashbery commenta compiaciuto che lui semplicemente non si rende conto del suo potere, è un dio timido, come ha scritto nel suo poema.

Durante la cena un’avvocatessa rampante mi attacca un bottone che non finisce più. Cosa cerca? E’ un po’ snob, ma molto colta. Dice di aver letto la Recherche, Pessoa, La Montagna Incantata, L’uomo senza qualità. Promette di leggere Flow Chart. La cena è una vera e propria apoteosi: ignoriamo quanto abbia pagato l’architetto, ma sicuramente più di un milione. Marco si sente in dovere di regalargli una copia di Flow Chart con l’incisione di Tullio Pericoli. Ci diamo appuntamento per l’indomani con l’architetto e poi a nanna, finalmente!

[continua]

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