Tutti gli articoli di Ombretta Romei

Quel settantasette newyorchese…

Michael Imperioli, Il profumo bruciò i suoi occhi, tr. Serena Prina, Neri Pozza, pp. 207, euro 16,50 stampa, euro 9,99 e-book

recensisce OMBRETTA ROMEI

Che il ragazzo avesse talento da vendere lo avevano già capito Martin Scorsese e Spike Lee quando, nei primi anni Novanta, gli regalano piccoli ruoli in pellicole di culto, prestigiosi passepartout che nel 1999 lo introdurranno, a pieno titolo, alla corte di Tony Soprano. Per sei stagioni consecutive Michael Imperioli è Christopher Moltisanti, fedelissimo godfella del padrino. Non pago di calarsi nei panni di uno dei più controversi personaggi de I Soprano, l’attore firma anche la sceneggiatura di alcuni episodi, tradendo una passione per la scrittura che, oggi, s’invera in un esordio narrativo che affascina e spiazza. Mentre il giovane Chris de I Soprano infrangeva il sogno di diventare scrittore, cedendo miseramente all’amoralità del crimine, Matthew – io narrante di Il profumo bruciò i suoi occhi – «riscatta» quel sogno e con la furibonda onestà di un’adolescenza difficile mette a nudo il proprio cuore.

«Oggi, 24 di luglio dell’anno 1977 (…) sano di mente e di corpo»: così il diciassettenne di Queens – scaraventato da una provvidenziale eredità nella sciccosa East 52nd Street di Manhattan in un fatidico giorno di settembre del 1976 – dà voce al suo io segreto, saltando volutamente i dettagli scabrosi di una biografia famigliare interrotta dalla fuga del padre infedele e dalla sua morte liberatoria. A colmare il vuoto della nuova esistenza c’è solo una madre ferita e depressa, un appartamento troppo grande, una città sconfinata. E Matt, più che «un Holden Caulfield però privo di cinismo» – come l’ha definito un critico statunitense – assomiglia a un Tom Sawyer meno scanzonato ma altrettanto coraggioso nell’affrontare i pericoli del primo amore, la malattia della morte e dell’abbandono. Il «lato selvaggio» che Manhattan, isola inesplorata, ha in serbo per lui e dove, timidamente, Matt s’inoltra insieme a due inaspettati compagni di strada.

La diafana, misteriosa Veronica, aliena come Matt alla Hobart School, femme fatale che gli ruba verginità e illusioni, dandogli in cambio (ma a un prezzo troppo alto…) l’eterno dono di sconfiggere i demoni in cui crede. E un tipo bizzarro, il «signor Jones» alias Lou Reed: abita nello stesso palazzo di Matthew e il suo look post Transformer – Ray-Ban scuri, capelli ossigenati e giubbotto di pelle nera – è inquietante agli occhi del ragazzo che canticchia solo i Pink Floyd. Di quel wild side di New York, la trasgressiva rockstar sembra conoscerne ogni deviazione: impossibile sfuggire all’incantesimo sprigionato dalle note della sua chitarra, all’aura magica della stanza dove una donna ascolta rapita fervidi monologhi su karma e reincarnazione.

In quel periodo del 1976 in cui Lou Reed vive una storia d’amore con il transessuale Rachel – anima ispiratrice dell’album Coney Island Baby uscito pochi mesi prima – Matt/Tim (così lo battezzerà il musicista) scopre il sapore proibito del primo gin tonic, la bellezza della musica nel suo farsi melodia, dell’affetto incondizionato per un uomo ancora fragile quanto il ragazzo che rischierà la fiducia dei grandi pur di vendergli un amplificatore, guidando rocambolescamente per mezza Manhattan. Tragicomico rito di passaggio (e non il solo…) per l’indimenticabile protagonista di questo elegiaco e autobiografico bildungsroman dal crescendo appassionante, meticoloso montaggio di giorni, corpi, voci di una giovinezza affatto inventata. Scritta sulla pelle, letteralmente, quasi fosse un testamento. Di Lou e di Matt. Per volontà dell’autore lasciato (come Tom Sawyer) al limitare dell’età adulta, afferma Imperioli nella toccante postfazione, breve lettera di un addio che brucia gli occhi.

http://www.neripozza.it/

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Alta sartoria del delitto

Jack Ritchie, Il grande giorno, tr. Sandro Ossola e Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, pp. 237, euro 18,00 stampa

recensisce OMBRETTA ROMEI

Un libro è come un abito. Disegno, taglio, tessuto. Poi, concepito il modello, la ricerca scrupolosa dei dettagli che, invisibili o volutamente ostentati, facevan la differenza tra l’eleganza surreale e surrealista di una mise Schiaparelli e il minimalismo sfrenato di un Givenchy anni Sessanta. Questione di stile. Da sempre. E se ai più ortodossi cultori della letteratura (con la elle maiuscola s’intende) la metafora apparirà scandalosa o, ahimè, troppo prona a una deprecabile frivolezza, basta la biografia di Jack Ritchie (1922-1983) a fugare recondite perplessità.

Quando da avido lettore decide di trasformarsi in munifico creatore di mystery tales, qualcosa deve pur avere inconsciamente appreso dal mestiere del padre, sarto nella natia Milwakee. Mestiere non tanto dissimile, per le ragioni suddette, da quello dello scrittore, poiché di uno stile l’autore di È ricca, la sposo e l’ammazzo fa da subito la sua griffe ineguagliabile. Sposando, sin dall’esordio negli anni Quaranta, un «taglio» classico e sobrio, la devozione per la cura e pochi singolari dettagli: un lavoro di sfrontata sottrazione, di hammettiana essenzialità grazie al quale far aderire naturalmente la prosa al corpo stesso del racconto e dei personaggi.

Umanità varia, in cui spiccano, con divertito cinismo, killer professionisti costretti a patteggiare con le vittime o, per gioco della sorte, con un agente del fisco, oppure a evitare il «lavoro sporco» di eliminare… nientemeno che se stessi. Ironia e humor nero. Stemperati da un’inattesa verve comica quando l’autore declina il racconto gotico in parodia (“Avanti il prossimo”) o in una gustosa ghost comedy (“Il ritorno di Bridget”). In questi quattordici esercizi di stile – un assaggio tra gli oltre cinquecento pubblicati, molti dei quali il «maestro del brivido» riadatterà per la serie TV Alfred Hitchcock presenta – Ritchie imbastisce brevi, fulminanti plot, scioccando il lettore con altrettanto brevi, fulminanti incipit. Frasi come stilettate, periodi confezionati con sartoriale precisione, senso del ritmo e, dulcis in fundo, del colpo di scena.

È in questo che Ritchie disvela appieno l’apparente leggerezza della sua arte: ogni racconto è un perfetto elegante meccanismo narrativo in cui tutto, alla fine, può ribaltarsi in virtù di una frase che ha la flagranza di un haiku. O di uno sparo.

http://www.marcosymarcos.com/

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