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Intervista con Miriam Toews: Una donna che parla (e scrive)

intervista OMBRETTA ROMEI

Foto: Carol Loewen

Bella di una bellezza disarmante. Con i jeans attillati e il maglione oversize neri, e un parka verde militare, Miriam Toews, classe 1964, sembra uscita da un film di Kathryn Bigelow. Facile immaginarla sul set di Blue Steel o di Strange Days. Una combattente. Una ragazza del secolo scorso che, con i personaggi femminili della regista hollywodiana, condivide non solo un’aura estetica e morale, ma soprattutto lo spirito ribelle, la paziente caparbietà delle guerriere e delle sognatrici. Una sopravvissuta. «La nostra è un’epoca essenzialmente tragica (…) Dobbiamo sopravvivere, per quanti cieli ci siano crollati addosso» scriveva D.H. Lawrence nell’introduzione a L’amante di Lady Chatterley e Miriam Toews ne sottoscrive il senso nelle pagine finali di uno dei suoi romanzi più dolorosamente autobiografici, I miei piccoli dispiaceri (2014), quasi fosse un mantra, un viatico per resistere e lottare. Perché, per quanti cieli le siano crollati addosso, Miriam Toews, dall’età di diciott’anni, ha fatto della scrittura un campo di battaglia, scegliendo, come le Women Talking del suo ultimo libro, di andarsene e rinascere.

Giuro che ucciderei per avere un elenco telefonico di New York.

(Un complicato atto d’amore)

Già. New York. Lontana anni luce da Steinbach, la cittadina canadese dove una comunità mennonita mette radici agli inizi del Novecento, sfuggendo alle persecuzioni bolsceviche, ai massacri, all’estinzione. E dove Miriam Toews è nata e ha vissuto la sua adolescenza. Libri interdetti, balli proibiti, parole impronunciabili: un oscurantismo di stampo maschilista e patriarcale che non ammette deviazioni. Il verbo di Menno Simons (1496-1561), storico fondatore della setta anabattista, è più che legge. È una visione (distopica) del mondo. Campi di granoturco a perdita d’occhio delimitano i confini della piccola città, isolandola da tutto, così come pensieri impuri, atteggiamenti trasgressivi, tentazioni mondane isolano i sognatori in odor di eresia e di scomunica. Le chiavi del paradiso e le vite degli abitanti di Steinbach sono nelle mani di pochi fanatici capi religiosi, teorici e praticanti di un fondamentalismo anacronistico.

1980. East Village «è come un set del cinema, non può succedere niente di vero. È un paese fantasma, l’isola che non c’è» afferma la sedicenne Nomi, protagonista di Un complicato atto d’amore (2004), alla cui voce monologante Miriam Toews affida il racconto di sé e della propria «complicata» adolescenza. Il nome fittizio della sua città natale è un omaggio a New York, a un quartiere – dove Nomi vagheggia di passeggiare nientemeno che in compagnia di Lou Reed! – a una cultura, a uno stile di vita. Agognati, paradossalmente, quanto un elenco telefonico: niente di meglio se può servire a scrollarsi di dosso anni di letture (e immaginario) fantasy, villaggi hobbit e colline dei conigli. Con una Main Street ai cui estremi svettano una statua di Gesù che assomiglia a George Harrison e un tabellone gigante con scritto SATANA È TRA NOI. Scegli: o lui o me, East Village evoca una small town bradburyana: luogo di passaggio di uomini illustrati e freaks circensi, presenze perturbanti contro le quali nulla possono gli incantesimi di elfi e streghe bianche.

La fuga è, allora, un sogno. Un’intenzione. Una necessità. Dopo la scomunica di Tash e Trudie – la sorella maggiore e la madre di Nomi – il loro forzato abbandono della comunità mennonita lascia un vuoto incolmabile nella casa dove una figlia convive con i malinconici silenzi di un padre inconsolato. Solo un atto d’amore, salvifico e imprevisto, condannerà finalmente Nomi allo status scandaloso di outsider.

Calarsi nelle cose difficili velocemente, mettercela tutta e poi ritrarsi. Lo stesso vale per i pensieri, la scrittura e la vita.

I miei piccoli dispiaceri

1996. Montréal. Dopo studi in cinematografia e giornalismo, con il primo romanzo, Summer of My Amazing Luck, Miriam Toews suggella il suo amore per la scrittura. L’inclinazione naturale per uno stile che abbraccia comicità e disincanto, sense of humor e cognizione del dolore. A riprova di ciò i successivi Un tipo a posto (1998, il secondo romanzo pubblicato) e Swing Low: A Life (2000, in corso di traduzione), un memoir scritto a distanza di due anni dal suicidio del padre, primo atto di una tragedia intima. Il suicidio della sorella maggiore, avvenuto nel 2010, porterà nuovamente una scrittrice ormai affermata «a calarsi nelle cose difficili», a raccontare con disperato pudore la fuga dalla vita.

Solo nel 2013 Un tipo a posto arriva in Italia, grazie a Marcos y Marcos. La storia di Hosea Funk, sindaco della più piccola città del Canada, e dei suoi bizzarri tentativi di mantenere inalterato il numero degli abitanti – almeno fino al giorno della visita ufficiale del Primo Ministro… – è una comédie humaine dal meccanismo impeccabile. Un dilettevole gioco delle parti in cui genitori e figli, amici e amanti si scambiano rimpianti e afflizioni, speranze e ricordi. Personaggi irresistibili, descritti in punta di penna. Come Nomi Nickel, io narrante di Un complicato atto d’amore, opera che consacra definitivamente la scrittrice canadese, incensata da premi prestigiosi, baciata da un successo planetario.

Forse vedere un film è come morire, ma in maniera dolcissima.

(Mi chiamo Irma Voth)

La fuggitiva ha scelto la sua patria. Ma la letteratura è una patria che riserva sorprese. Come finire dal Canada in Messico, al seguito di una troupe cinematografica. Accade nel 2007. Il regista messicano Carlos Reygadas ha scritto Luz silenciosa, un film ambientato in una colonia mennonita nel deserto del Chihuahua. La lingua originale è il plautdietsch, il basso tedesco parlato dai mennoniti russi, il soggetto è la storia drammatica di un uomo della comunità, sposato e padre di famiglia, che si innamora di un’altra donna. Per interpretare il personaggio di Esther, la moglie di Johann, Reygadas vuole solo lei, Miriam Toews, la quale reciterà nel film insieme alla madre. Luz silenciosa si aggiudica il Premio della giuria al 60° Festival del Cinema di Cannes e da quell’esperienza l’autrice trarrà ispirazione per Mi chiamo Irma Voth (2011; Marcos y Marcos, 2012). Biografia e finzione si fondono magicamente: il set (reale) è lo stesso del film di Reygadas e Irma, al pari di Nomi, è una sognatrice, una resistente. Prima di mettere in atto il suo piano dovrà, però, fare i conti con un padre crudele e anaffettivo (in netta antitesi con l’analogo personaggio di Un complicato atto d’amore), un marito trafficante di droga e due sorelle che non hanno alcuna intenzione di restare senza di lei. E se il cinema è una fabbrica di sogni, chi meglio della giovane Irma, che non ha mai visto un film, può realizzare il sogno della libertà?

Tre sorelle in fuga, piccole donne alla ricerca di un posto in cui crescere: Città del Messico, tanto per cominciare. Caotica e variopinta, calda e generosa, la metropoli spalanca ai loro occhi la bellezza di un futuro che sarà soltanto l’inizio di un’altra storia. Un plot, quello di Mi chiamo Irma Voth, che si riallaccia al romanzo precedente, In fuga con la zia (2008; Marcos y Marcos, 2017) laddove Miriam Toews coniuga magistralmente on the road narrative e classica commedia hollywoodiana. Lungo la strada che si snoda dal Canada al Messico, Hattie, outsider per vocazione, rinsalda i legami con una famiglia allo sbando, con una sorella troppo fragile per vivere, schiudendo ai due nipoti adolescenti la possibilità di ritrovare un padre mai conosciuto. Ritmo indiavolato e dialoghi scoppiettanti: la tragedia, come in Pranzo alle otto di George Cukor, è solo rimandata, è un fuori campo lancinante. La «fuga» di Hattie sarà, alla fine, un lungo ritorno a casa.

Siamo donne senza voce (…) abbiamo solo i nostri sogni. Per forza che siamo sognatrici.

(Donne che parlano)

La forza del sogno sta nella forza delle parole. Quelle «parole per dirlo» che una lingua madre, come il basso tedesco parlato dalle donne analfabete di Molotschna, non conosce perché patrimonio degli uomini, dei padri fondatori: i colpevoli, i «visitatori indesiderati, i demoni» che hanno usato violenza, notte dopo notte, sui corpi di donne e bambine della comunità di Molotschna. Un luogo tutt’altro che immaginario dove Miriam Toews rievoca, in Donne che parlano (Marcos y Marcos, 2018), un fatto di cronaca realmente accaduto nella colonia boliviana di Manitoba dal 2005 al 2009.

Teatro di una guerra segreta, di una conversazione scandita dallo scorrere feroce del tempo, è il fienile in cui otto donne, vittime e accusatrici, hanno scelto di riunirsi per decidere cosa fare delle loro vite e di quelle dei loro figli. A trascrivere quanto detto solo August Epp, maestro di scuola di Molotschna, un tempo scomunicato e costretto a un lungo esilio londinese. La sua voce, sommessa e fiera, è un meraviglioso controcanto a quella di Ona e delle sue compagne.

A modo loro combattenti. Come altre donne nel mondo, rimarca Miriam Toews nell’intervista che segue.

Nice to meet you, Miss Toews!

Foto: Matteo Di Giulio

Il tema dominante dei suoi romanzi è quello della fuga. La fuga da un luogo o da una famiglia, ma anche dalla vita stessa. Fuga, dunque, come rinascita, liberazione, conoscenza di sé e del mondo. Resistenza. Andarsene, come scelgono le protagoniste di Donne che parlano, è tutt’altro che una resa, ma un atto di responsabilità che trascende la lotta. Le donne dei suoi libri sembra che non smetteranno mai di combattere…

Sicuramente le donne del mio ultimo romanzo sono un’estensione delle donne di tutti i miei libri. A volte mi sembra che alcuni personaggi emigrino da un libro all’altro. Sono donne che hanno sempre cercato di combattere sia a livello sociale sia familiare, ma anche per affermarsi artisticamente, ad esempio. In Donne che parlano si tratta di donne che hanno un’intensa conversazione: sostanzialmente, per loro è fondamentale prendere una decisione: non fare niente, restare e combattere o andarsene. In due parole, agire o morire, combattere o scappare. In un certo senso questa conversazione è una specie di summa di tutte le mie opere precedenti e delle varie tematiche che affrontano. Un punto di approdo.

Il fienile dove le donne di Molotschna si radunano in segreto, uno spazio chiuso, in cui si svolge il romanzo, evoca il set di La parola ai giurati di Sidney Lumet. Stessa unità di luogo e azione, l’inesorabilità del tempo creano, inoltre, una certa suspence… È un film che può averla ispirata?

Veramente, no. Questa similarità tra il mio romanzo e il film di Lumet è stata notata anche da altri, ma io non ho mai visto il film prima di scrivere Donne che parlano. Quello che trovavo interessante era ambientare la storia in un luogo chiuso in cui varie persone si riuniscono per prendere una decisione urgente in un lasso di tempo strettamente limitato.

Sin dalle prime pagine del libro, strade, campi, confini rimandano a una sorta di «geografia» metafisica, a uno spazio drammaturgico. Le donne di Molotschna sembrano eroine di una tragedia greca. Quest’aura di tragica atemporalità amplifica, a mio parere, la dirompente forza politica di Donne che parlano. Come è possibile?

Le donne di Molotschna hanno uno stile di vita quasi medioevale, ad esempio non possiedono l’elettricità o la tecnologia moderna, quindi è come se appartenessero a un’altra epoca. Tuttavia vivono, al contempo, gli stessi problemi legati al patriarcato, alle chiusure culturali, alla religione più ortodossa e all’isolamento che spesso molte donne oggi devono affrontare in varie parti del mondo. Proprio perché la loro conoscenza del mondo esterno è limitata, August ha, per le donne del romanzo, il ruolo fondamentale di ponte tra il dentro e il fuori: lui porta la propria esperienza del mondo esterno all’interno dello spazio chiuso in cui avviene la conversazione.

Come è riuscita a immedesimarsi nelle donne di Molotschna, creare la loro intensa polifonia di voci e quella, a tratti monologante, di August Epp?

Tenere insieme tutte le loro voci e, allo stesso tempo, rendere l’unicità di ciascuna è stata una sfida. Creandole cercavo di pensare a ognuna di loro separatamente ma anche come gruppo, senza dimenticare lo scarto generazionale, le loro età e personalità così differenti nonché il fatto che appartengono alla stessa famiglia. I personaggi di Donne che parlano si ispirano a persone reali: amiche, donne della mia stessa famiglia quali mia madre e mia sorella, mio marito, molte altre donne che ricordo. Nelle conversazioni ho cercato di riprodurre le loro voci il più fedelmente possibile, soprattutto il loro modo di parlare e interagire l’una con l’altra, ispirandomi anche a gente che ho conosciuto. Per quanto riguarda August, invece, mi sono ispirata a mio padre.

L’avevo intuito. Ricorda molto il padre di Nomi in Un complicato atto d’amore.

Esattamente! August è un insegnante, mio padre era un insegnante e un uomo che ha sofferto profondamente. Per lui era una necessità insegnare ai ragazzi. Quando è stato scomunicato, mio padre è diventato un outsider. Come August.

Foto: Matteo Di Giulio

Posso fare due domande su Un complicato atto d’amore? East Village, il luogo in cui è cresciuta Nomi, lungi dall’essere simile all’omonimo quartiere newyorkese ricorda una neverland in mezzo al nulla, una sorta di twilight zone da immaginario horror. Suggestioni bradburyane e kinghiane, oserei aggiungere. Quanto di veramente reale appartiene alla sua città natale?

La mia città natale, Steinbach, è molto molto simile a East Village. In un certo senso, Un complicato atto d’amore è un racconto autobiografico, benché manchino mia madre e mia sorella. Quando avevo sedici anni, come Nomi, avevo gli stessi riferimenti culturali, ricordo che ascoltavo la stessa musica pop: Lou Reed, Keith Jarrett, i Rolling Stones. Oggi Steinbach è un po’ più grande, conta forse diecimila abitanti, mentre all’epoca in cui ero una teen-ager ci vivevano solo alcune migliaia di persone. Tuttavia la struttura tradizionale, patriarcale di questa città fondamentalista e religiosa, governata dai maschi e dai leader della chiesa, è ancora pressoché invariata. Rispetto a questo contesto, Molotschna, invece, è un po’ diversa.

Tolkien, Ursula Le Guin, C.S. Lewis, Richard Adams… Fantasy e fantascienza. Autori e generi tutt’altro che proibiti a East Village, quasi fossero una Bibbia per i suoi abitanti. Nel periodo dell’adolescenza quali, oltre agli scrittori suddetti, sono stati «complici» della sua vocazione letteraria?

La fantascienza, in particolare, perché dipinge proprio il mondo dal quale ci tenevano distanti. Quando ero adolescente a scuola avevo un insegnante davvero inusuale, era giovane e iconoclasta. Ci parlava di Dostoevskij, John Steinbeck, Somerset Maugham, ci faceva studiare Salinger. Quando ho lasciato la comunità ho cominciato a leggere anche altri scrittori come Milan Kundera, Henry Miller, Italo Calvino e sono stata inondata da tutta questa letteratura.

La sua scrittura tradisce un sorprendente delicato equilibrio tra una disperata vitalità e un sense of humor alla Dorothy Parker. Attraverso quali percorsi biografici e più prettamente narrativi è arrivata a cesellare questa personalissima cifra stilistica?

Sicuramente un ruolo fondamentale lo hanno avuto i miei genitori, in particolare mio padre e mia sorella, che soffrivano di una malattia mentale e si sono suicidati. Nella mia famiglia era, quindi, necessario andare verso la luce, l’allegria, il lato divertente della vita. Fare in modo che tutto fosse ok. Il mio ruolo era un po’ quello di un clown, un pagliaccio che cercava di farli ridere e, indubbiamente, c’è una combinazione tra questa impronta familiare e la mia personalità, una sorta di equilibrio tra commedia e tragedia. Dal punto di vista letterario, poi, mi hanno influenzato Saul Bellow, Kurt Vonnegut e moltissimi altri autori.

Nel 2007 lei ha recitato nel film di Carlos Reygadas Luz silenciosa. Dopo quell’esperienza non ha mai pensato di passare dietro la macchina da presa? Penso a illustri precedenti come Pier Paolo Pasolini, Marguerite Duras…

Mi è piaciuto molto partecipare al film ma non vorrei più recitare! Mi piacerebbe molto, invece, diventare regista. Ho anche un diploma in studi cinematografici. Quando ero giovane ero circondata da persone da cui traevo ispirazione e mi sarebbe piaciuto molto dirigere un film. Adoro il cinema neorealista e il cinema italiano in generale.

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Il romanzo Donne che parlano, di Miriam Toews, è stato recensito su PULP Libri; come anche Un complicato atto d’amore, la cui recensione verrà ripubblicata oggi sul nostro sito nella rubrica PULP Vintage.

 

 

 

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Quel settantasette newyorchese…

Michael Imperioli, Il profumo bruciò i suoi occhi, tr. Serena Prina, Neri Pozza, pp. 207, euro 16,50 stampa, euro 9,99 e-book

recensisce OMBRETTA ROMEI

Che il ragazzo avesse talento da vendere lo avevano già capito Martin Scorsese e Spike Lee quando, nei primi anni Novanta, gli regalano piccoli ruoli in pellicole di culto, prestigiosi passepartout che nel 1999 lo introdurranno, a pieno titolo, alla corte di Tony Soprano. Per sei stagioni consecutive Michael Imperioli è Christopher Moltisanti, fedelissimo godfella del padrino. Non pago di calarsi nei panni di uno dei più controversi personaggi de I Soprano, l’attore firma anche la sceneggiatura di alcuni episodi, tradendo una passione per la scrittura che, oggi, s’invera in un esordio narrativo che affascina e spiazza. Mentre il giovane Chris de I Soprano infrangeva il sogno di diventare scrittore, cedendo miseramente all’amoralità del crimine, Matthew – io narrante di Il profumo bruciò i suoi occhi – «riscatta» quel sogno e con la furibonda onestà di un’adolescenza difficile mette a nudo il proprio cuore.

«Oggi, 24 di luglio dell’anno 1977 (…) sano di mente e di corpo»: così il diciassettenne di Queens – scaraventato da una provvidenziale eredità nella sciccosa East 52nd Street di Manhattan in un fatidico giorno di settembre del 1976 – dà voce al suo io segreto, saltando volutamente i dettagli scabrosi di una biografia famigliare interrotta dalla fuga del padre infedele e dalla sua morte liberatoria. A colmare il vuoto della nuova esistenza c’è solo una madre ferita e depressa, un appartamento troppo grande, una città sconfinata. E Matt, più che «un Holden Caulfield però privo di cinismo» – come l’ha definito un critico statunitense – assomiglia a un Tom Sawyer meno scanzonato ma altrettanto coraggioso nell’affrontare i pericoli del primo amore, la malattia della morte e dell’abbandono. Il «lato selvaggio» che Manhattan, isola inesplorata, ha in serbo per lui e dove, timidamente, Matt s’inoltra insieme a due inaspettati compagni di strada.

La diafana, misteriosa Veronica, aliena come Matt alla Hobart School, femme fatale che gli ruba verginità e illusioni, dandogli in cambio (ma a un prezzo troppo alto…) l’eterno dono di sconfiggere i demoni in cui crede. E un tipo bizzarro, il «signor Jones» alias Lou Reed: abita nello stesso palazzo di Matthew e il suo look post Transformer – Ray-Ban scuri, capelli ossigenati e giubbotto di pelle nera – è inquietante agli occhi del ragazzo che canticchia solo i Pink Floyd. Di quel wild side di New York, la trasgressiva rockstar sembra conoscerne ogni deviazione: impossibile sfuggire all’incantesimo sprigionato dalle note della sua chitarra, all’aura magica della stanza dove una donna ascolta rapita fervidi monologhi su karma e reincarnazione.

In quel periodo del 1976 in cui Lou Reed vive una storia d’amore con il transessuale Rachel – anima ispiratrice dell’album Coney Island Baby uscito pochi mesi prima – Matt/Tim (così lo battezzerà il musicista) scopre il sapore proibito del primo gin tonic, la bellezza della musica nel suo farsi melodia, dell’affetto incondizionato per un uomo ancora fragile quanto il ragazzo che rischierà la fiducia dei grandi pur di vendergli un amplificatore, guidando rocambolescamente per mezza Manhattan. Tragicomico rito di passaggio (e non il solo…) per l’indimenticabile protagonista di questo elegiaco e autobiografico bildungsroman dal crescendo appassionante, meticoloso montaggio di giorni, corpi, voci di una giovinezza affatto inventata. Scritta sulla pelle, letteralmente, quasi fosse un testamento. Di Lou e di Matt. Per volontà dell’autore lasciato (come Tom Sawyer) al limitare dell’età adulta, afferma Imperioli nella toccante postfazione, breve lettera di un addio che brucia gli occhi.

http://www.neripozza.it/

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Alta sartoria del delitto

Jack Ritchie, Il grande giorno, tr. Sandro Ossola e Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, pp. 237, euro 18,00 stampa

recensisce OMBRETTA ROMEI

Un libro è come un abito. Disegno, taglio, tessuto. Poi, concepito il modello, la ricerca scrupolosa dei dettagli che, invisibili o volutamente ostentati, facevan la differenza tra l’eleganza surreale e surrealista di una mise Schiaparelli e il minimalismo sfrenato di un Givenchy anni Sessanta. Questione di stile. Da sempre. E se ai più ortodossi cultori della letteratura (con la elle maiuscola s’intende) la metafora apparirà scandalosa o, ahimè, troppo prona a una deprecabile frivolezza, basta la biografia di Jack Ritchie (1922-1983) a fugare recondite perplessità.

Quando da avido lettore decide di trasformarsi in munifico creatore di mystery tales, qualcosa deve pur avere inconsciamente appreso dal mestiere del padre, sarto nella natia Milwakee. Mestiere non tanto dissimile, per le ragioni suddette, da quello dello scrittore, poiché di uno stile l’autore di È ricca, la sposo e l’ammazzo fa da subito la sua griffe ineguagliabile. Sposando, sin dall’esordio negli anni Quaranta, un «taglio» classico e sobrio, la devozione per la cura e pochi singolari dettagli: un lavoro di sfrontata sottrazione, di hammettiana essenzialità grazie al quale far aderire naturalmente la prosa al corpo stesso del racconto e dei personaggi.

Umanità varia, in cui spiccano, con divertito cinismo, killer professionisti costretti a patteggiare con le vittime o, per gioco della sorte, con un agente del fisco, oppure a evitare il «lavoro sporco» di eliminare… nientemeno che se stessi. Ironia e humor nero. Stemperati da un’inattesa verve comica quando l’autore declina il racconto gotico in parodia (“Avanti il prossimo”) o in una gustosa ghost comedy (“Il ritorno di Bridget”). In questi quattordici esercizi di stile – un assaggio tra gli oltre cinquecento pubblicati, molti dei quali il «maestro del brivido» riadatterà per la serie TV Alfred Hitchcock presenta – Ritchie imbastisce brevi, fulminanti plot, scioccando il lettore con altrettanto brevi, fulminanti incipit. Frasi come stilettate, periodi confezionati con sartoriale precisione, senso del ritmo e, dulcis in fundo, del colpo di scena.

È in questo che Ritchie disvela appieno l’apparente leggerezza della sua arte: ogni racconto è un perfetto elegante meccanismo narrativo in cui tutto, alla fine, può ribaltarsi in virtù di una frase che ha la flagranza di un haiku. O di uno sparo.

http://www.marcosymarcos.com/

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