Tutti gli articoli di Nicola Paladin

What-If Narrative nei fumetti

Michele Masiero, Mister No Revolution. Vietnam, Bonelli, pp. 144, € 21 stampa

recensisce NICOLA PALADIN

Assieme a Tex Willer, Zagor e Dylan Dog, Mister No è senza dubbio uno dei nomi di punta della casa editrice Bonelli. Figlio di Guido Nolitta (nom de plume di Sergio Bonelli) proprio come Zagor e gemma del formato bonellide, Mister No esce per la prima volta nel 1975 e la sua pubblicazione seriale si interrompe solo nel 2006. Sin dalla prima uscita, Mister No si distacca da alcune delle convenzioni bonelliane più tipiche: per esempio, in termini di coordinate spazio-temporali, è il primo fumetto bonelliano a non essere ambientato nel West bensì in Amazzonia, nel secondo dopoguerra; inoltre raffigura un antieroe escapista, battistrada per altri personaggi del calibro di Dylan Dog o Nathan Never, in continua lotta contro l’oppressione dei più deboli, ma al contempo vittima di ben note debolezze umane come l’alcol.

Questi e vari altri aspetti hanno contribuito a rendere Mister No un’eccezione all’interno della tradizione bonelliana, anche grazie ad ambientazioni geograficamente più lontane e cronologicamente più vicine al lettore contemporaneo. Questi presupposti hanno posizionato Jerry Drake (alias Mister No) all’interno di un mondo pieno di angoli ciechi e spazi immaginari il cui riempimento è affidato al lettore. A partire da tale canovaccio compositivo nasce il progetto Mister No Revolution, pensato e scritto da Michele Masiero (direttore editoriale della Bonelli) e illustrato da Matteo Cremona. Si tratta di una rivisitazione di Mister No ambientata venticinque anni dopo la genesi originaria del personaggio di Nolitta. Il progetto è stato definito una “What-if narrative”, in altre parole una forma di “speculative fiction” che immagina come una storia possa essere trasformata al variare di almeno uno degli elementi narrativi. Si tratta di un espediente molto utilizzato nel multiverso fumettistico, sia dalla Marvel sia dalla DC Comics, di cui si osservano però alcuni interessanti esempi anche in ambito letterario: vengono in mente L’uomo nell’alto castello (1962) di Philip K. Dick (ma più noto in Italia come La svastica sul Sole), e più di recente Complotto contro l’America (2004) di Philip Roth o Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007) di Michael Chabon. Al di là del fatto che proponga la reinvenzione di un lavoro di fiction e non di una narrazione storica, in Mister No revolution il discorso è diverso in quanto non è presente un evento e punto di svolta capace di produrre una storia completamente diversa; si verifica invece il contrario: i passaggi più significativi della genesi di Mister No vengono mantenuti e traslati nel tempo come all’interno di un palinsesto, determinando una storia, per quanto diversa, molto somigliante all’originale.

Nello specifico, il nuovo contesto si dipana su due fili narrativi a montaggio alternato, il primo è ambientato nella New York degli anni Sessanta, il secondo in Vietnam, nel bel mezzo della guerra a cui Jerry Drake prende parte. In entrambi i casi la ricostruzione storica e culturale premia la traslazione spazio-temporale proposta deagli autori, i quali attingono a piene mani dall’immaginario controcultura degli anni Sessanta (apprezzabile il garbato riferimento ai Velvet Underground & Nico), presentando al contempo, per quello che riguarda la Guerra del Vietnam, un vasto repertorio di tropi e scelte narrative che richiamano inevitabilmente al rigoglioso panorama cinematografico prodotto a partire da Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola e Platoon di Oliver Stone (1986); l’origine stessa del soprannome Mister No nella nuova genesi avviene in un piccolo campo di prigionia vietcong (e non giapponese) che odora di omaggio alla celebre sequenza di Il cacciatore (1978) di Michael Cimino.

In questo senso, l’apporto di Mister No revolution alla rappresentazione della Guerra del Vietnam travalica i confini nazionali. Costituisce infatti un tassello importante nella composizione di un mosaico complesso e difficile da rappresentare, soprattutto nella produzione fumettistica statunitense, in cui di fatto le graphic narratives compongono un disegno da sempre incompleto a causa della scomoda percezione del conflitto nella loro cultura. Se opere famose come The Punisher (1974) o Watchmen (1986) nascondono la guerra “in plain sight”, anche nei casi più autorevoli di war comics sul tema, come The ‘Nam. Lettere dal fronte (1986-1993), scritto da Doug Murray e illustrato da Michael Golden e Wayne Valsant, si osserva che la raffigurazione della guerra è viziata dal Comics Code Authority (CCA). Ne conseguono fumetti che tendono a glissare sugli episodi più crudi dell’intervento americano nella penisola indocinese, o che ne sfumano contenuti e toni. Mister No revolution offre invece una versione estremamente realistica, seppur finzionale, della guerra, affrontando senza inibizioni temi controversi come la violenza, il razzismo, gli abusi sessuali e la droga. Ne emerge un lavoro intenso, crudo e disincantato, che costringe il lettore a una visione della guerra non mediata da filtri etici o propagandistici, bensì rappresentata per l’inferno che è.

Proprio come il cinema e i fumetti western “all’italiana” sono stati in grado di raffigurare una faccia dell’America a scapito di qualsiasi forma di politica identitaria (al punto che la Epicenter Comics sta correntemente traducendo i fumetti come Tex e Magico Vento in inglese), anche il primo capitolo di Mister No revolution pare poter offrire un notevole contributo alla raffigurazione degli Stati Uniti a partire da una prospettiva più esterna.

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Incendi americani

Jonathan Israel, Il grande incendio. Come la Rivoluzione americana conquistò il mondo: 1775 – 1848, tr. Dario Ferrari e Sarah Malfatti, Einaudi, pp. 870, € 38 stampa, € 12,99 eBook

recensisce NICOLA PALADIN

Negli ultimi due anni il panorama editoriale italiano ha presentato un’interessante convergenza di saggistica dedicata a un argomento storico, politico e letterario non particolarmente di primo rilievo: la Rivoluzione Americana. Nel 2017 Einaudi ha pubblicato Rivoluzioni americane. Una storia continentale, 1750 – 1804 dello storico americano Alan Taylor (traduzione a cura di Dora Di Nunno). Nello stesso anno, la casa editrice La scuola di Pitagora, all’interno della collana “Le balene”, ha proposto Fate in his eye and empire on his arm. La nascita e lo sviluppo della letteratura epica statunitense, di Enrico Botta, giovane studioso italiano di letteratura americana, la cui analisi, sebbene si concentri sull’origine di un genere letterario, non può prescindere dal confrontarsi con la Rivoluzione, poiché, in parte, influenzò Timothy Dwight nella composizione di The Conquest of Canaan, nel 1785, e Joel Barlow nella stesura di The Columbiad, del 1807. Il 2018 vede l’uscita in rapida successione di altre due opere dedicate all’argomento, La rivoluzione americana dello storico italiano Tiziano Bonazzi (edito da Il mulino), e Il grande incendio. Come la Rivoluzione americana conquistò il mondo: 1775 – 1848, volume monstre dello storico inglese Jonathan Israel, pubblicato in italiano da Einaudi.

Docente emerito presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, Johathan Israel è considerato un luminare di storia dei Paesi Bassi e storia dell’Illuminismo, autore di una monumentale trilogia, composta da Radical Enlightenment: Philosophy and the Making of Modernity, 1650-1750 (2001), Enlightenment Contested: Philosophy, Modernity, and the Emancipation of Man, 1670-1752 (2006), e Democratic Enlightenment: Philosophy, Revolution, and Human Rights, 1750-1790 (2011). La sua ultima opera, per l’appunto, The Expanding Blaze. How the American Revolution Ignited the World, 1775-1848 (traduzione a cura di Dario Ferrari e Sarah Malfatti), presenta una ricerca delle origini illuministe della Rivoluzione nelle colonie americane e del loro impatto nei moti liberali europei dalla Rivoluzione Francese al 1848. Il titolo del volume suona programmatico in modo deliberato: se il sottotitolo suggerisce l’evidente presa di posizione intellettuale di Israel, il titolo vero e proprio, “The Expanding Blaze”, il grande incendio, delinea invece una genealogia politico-letteraria alla base della lettura proposta da Israel. Si tratta infatti di un verso di Philip Freneau, il poeta della rivoluzione americana, e tratto da On the Prospect of a Revolution, pubblicato in Francia nel 1790, segnale della consapevolezza dell’influenza che la Rivoluzione Americana avrebbe esercitato nel vecchio continente.

In questo senso, è corretto parlare di presa di posizione per due motivi. In primo luogo, perché l’ipotesi che la Rivoluzione Americana abbia ispirato quasi un secolo di insurrezioni popolari in Europa costituisce la struttura portante del volume di Israel; non a caso, vari capitoli sono dedicati a contesti insorgenti successivi alla rivolta delle colonie americane, come per esempio, la Rivoluzione Irlandese (1775-1798), la Rivoluzione Haitiana (1791-1804), i moti indipendentisti dell’America latina (1810-1825), e anche la Rivoluzione Greca (1770-1830), in cui combatté un altro e forse più iconico poeta, vale a dire Lord Byron. In secondo luogo, Israel pone la propria tesi in dialogo con uno dei testi più importanti scritti sul tema, On Revolution (1963) di Hannah Arendt. Tuttavia, mentre la filosofa tedesca riconosce una netta cesura tra l’esperienza americana e movimenti come le rivoluzioni francese e russa, Israel sostiene invece che “La Rivoluzione americana e quella francese, al contrario di quanto è stato spesso sostenuto, non hanno affatto caratteri profondamente diversi, e in realtà corrono parallele, senza sostanziali differenze di principio o di tendenza generale” (20), anzi, “le imprese dei padri fondatori e i successivi eventi esteri mostrano la stretta interazione fra la Rivoluzione americana, con i suoi principî, e le altre rivoluzioni, confermando che essa ebbe una rilevanza mondiale, non tanto come forza che intervenne direttamente, quanto come ispirazione e modello primario del cambiamento universale” (22).

In particolare, Israel rintraccia elementi similari tra la Rivoluzione Americana e le altre insurrezioni a proposito del ruolo del popolo all’interno di un movimento rivoluzionario, che Arendt ritiene centrale nelle rivoluzioni francese e russa. Se, citando Jean Hector St. John de Crèvecoeur – autore del famoso Letters from an American Farmers (1782) – Arendt concorda con il francese che si professava “decisamente avverso alla rivoluzione americana, ch’egli vedeva come una sorta di cospirazione di ‘grandi personaggi’ contro ‘il ceto comune degli uomini’” (19), d’altro canto, Israel afferma che in tutti i principali casi, inclusi quelli francese e russo, “le rivoluzioni non sono modellate dalla socievolezza o dagli atteggiamenti generali delle popolazioni, ma da avanguardie rivoluzionarie organizzate che si servono del proprio linguaggio politico distintivo, della propria retorica e dei propri slogan, come mezzi per catturare, prendere il controllo e interpretare il malcontento generato dalle pressioni sociali ed economiche esistenti” (18).

Anche Tiziano Bonazzi riconosce la centralità della comunicazione politica e della propaganda dell’epoca, osservando come i patrioti fossero riusciti con successo a impadronirsi della maggior parte delle stamperie e dei media a loro disposizione per veicolare con successo l’ideologia indipendentista in tutti gli strati della popolazione. In particolare, Bonazzi ricorda l’episodio del porto virginiano di Norfolk: “i patrioti avevano cacciato i lealisti dalla città e la flotta inglese cercò di riconquistarla senza riuscirvi. […] mentre gli inglesi si ritiravano, un incendio distrusse interamente la città e i patrioti riuscirono a imputarlo al bombardamento navale inglese” (68). Questo esempio costituisce la punta dell’iceberg di una moltitudine di episodi della Rivoluzione Americana in cui la reazione popolare fu mobilitata attraverso i media al fine di legittimare le operazioni stabilite dalle élite rivoluzionarie. In questo senso, Bonazzi si allinea alla tesi di Israel, riconoscendo nell’indipendenza americana un atto “intellettuale e dichiarativo”, come ha sostenuto Gordon S. Wood in un classico degli studi sulla Rivoluzione Americana.

Ciò che emerge dalle letture di questi esperti è che, usando le parole di Israel, “il ruolo del popolo […] è stato ampiamente sminuito” (17), in altri termini, significante ma mai significato, mezzo ma mai fine di un certo disegno ideologico. Tale condizione ha portato altri prominenti studiosi (per esempio Sophia Rosenfeld, Ronald P. Formisano e lo stesso Alan Taylor) a rintracciare nella Rivoluzione Americana alcuni tratti costitutivi del populismo contemporaneo. Israel non sembra essere di questo avviso. Analizza e discute parte di queste caratteristiche (si concentra in modo particolare sulla lingua delle élite rivoluzionarie), ma mantiene la propria analisi rigorosamente aderente alle categorie consolidate di Illuminismo moderato e radicale, asserendo che tali anime abbiano contribuito in modo complementare alla realizzazione della Rivoluzione come culla del repubblicanesimo americano. Colpisce, tuttavia, che Israel identifichi nei populismi di metà Ottocento (uno su tutti, il Know Nothing movement) la manifestazione della crisi delle radici illuministe dello stato americano: “A partire dagli anni Novanta del Settecento il sentimento dell’opinione pubblica americana si era trasformato, e quella che era stata una forza che promuoveva i diritti umani, la democrazia e la libertà di espressione, adesso era diventata una barriera contro quegli stessi principî, un fenomeno culminato nel movimento Know Nothing e nell’estremismo xenofobo degli anni Cinquanta dell’Ottocento” (722).

Da questi presupposti risulta impossibile non rileggere la Rivoluzione Americana alla luce delle dinamiche attraverso cui il suo portato politico-culturale sta venendo riutilizzato nell’epoca contemporanea, ma sarebbe anzitutto scorretto esaminare il lavoro di storico di Israel peccando di presentismo, soprattutto alla luce della rigorosa cornice su cui si struttura Il grande incendio. Cionondimeno, classificare gli eventi americani come la prima grande rivoluzione liberale a cavallo tra l’era moderna e quella contemporanea, trascurando in essa l’origine dell’eccezionalismo americano che secondo Bonazzi “ha guidato il pensiero della destra americana dal neoconservatorismo di Ronald Reagan all’America first di Donald Trump” (10), rischia di far perdere di vista la sua influenza a lungo termine sul “secolo americano” e non solo.

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Straordinarietà dello sport

Stefano Pampuro, Ogni corsa è un viaggio: Storia di una generazione che ha dominato la maratona, Ultra, pp. 240, euro 16,50 stampa

recensisce NICOLA PALADIN

Si scrive così tanto di sport che i libri sul tema costituiscono ormai, quantomeno a livello commerciale, un sottogenere a sé stante. Si potrebbe addirittura parlare di una tradizione iniziata nel 2009 con Open, la biografia di Andre Agassi, portata in Italia da Einaudi Stile libero nel 2011 e inserita da Alessandro Baricco tra le migliori cinquanta letture degli (allora) ultimi dieci anni; la vita del tennista statunitense non è solo valsa un successo di pubblico e critica non del tutto preventivati, ma ha anche configurato un tipo di libro senza precedenti, destinato a rimanere ancora oggi il termine di paragone per la lista sterminata di biografie di sportivi, prevalentemente calciatori, che ha invaso le librerie. Al di là del peso commerciale che la letteratura sportiva indiscutibilmente esercita, questi testi sembrano concentrarsi però sulle celebrità, lasciando lo sport in secondo piano, mantenendo le stesse dinamiche celebrative tipiche dello showbusinness sportivo.

Proprio in contrasto con queste tendenze vale la pena dire qualche parola a proposito di Ogni corsa è un viaggio, racconto autobiografico di un fondista amatoriale prima che scrittore. Attraverso una serie di interviste, Stefano Pampuro ripercorre la storia di una generazione d’oro di maratoneti spagnoli che tra il 1995 e il 2003 ha dominato la corsa su 42 kilometri (nomi tra cui Martín Fiz, Fabián Roncero, Abel Antón e altri), superando atleti tecnicamente e fisicamente inavvicinabili, come l’etiope Haile Gebrselassie. Ogni capitolo corrisponde a un atleta diverso con cui Pampuro parla, ma soprattutto corre. La sequenza di interviste a questi campioni fornisce un’interessante panoramica sulla disciplina e funge al contempo da ossatura al racconto delle peregrinazioni dell’autore in giro per la Spagna nel tentativo di incontrare i corridori. Riflessioni sul rapporto tra vita e corsa si alternano a momenti dal sapore quasi picaresco: tra estenuanti viaggi in corriera, notti all’addiaccio e infortuni muscolari, addirittura “Estefano” (come lo chiamano i corridori spagnoli) finisce erroneamente in un bordello nel cui foyer attende l’alba pur di proteggersi dal freddo e poter continuare il proprio viaggio.

Osservandolo un po’ più da lontano, si percepisce come le varie dimensioni che compongono il viaggio di Pampuro si intreccino, componendo una riflessione generale sulla corsa, sullo sport in generale, e su come esso si sia trasformato. La domanda nevralgica delle interviste tende a ripetersi passando da un corridore all’altro: come è stata possibile una generazione come quella spagnola a cavallo del 2000? Gli ormai ex-atleti che cercano di rispondere a Estefano sono inconsapevolmente unanimi “in negativo” quando affermano che una generazione del genere non è ripetibile poiché sono cambiati i presupposti con cui i giovani si avvicinano allo sport, qualsiasi esso sia: mentre un tempo “si correva per rabbia o per amore”, perché non c’era niente da perdere, nel quadro tracciato dagli ex-campioni olimpici lo sport non è più fine, ma è divenuto mezzo per raggiungere un miraggio di fama e celebrità che ne ha fatto perdere di vista il valore intrinseco.

A questo scenario si contrappone Ogni corsa è un viaggio, una testimonianza oltre che un racconto. Quella di Pampuro è una voce fuori dal coro che trasmette una filosofia sportiva e autentica che, con semplicità e passione, riesce dove le biografie degli atleti più famosi falliscono sistematicamente: ricorda cioè la natura ordinaria dello sportivo e quella straordinaria dello sport, ricomponendo una visione della realtà sportiva a una definizione molto più elevata di quanto non facciano le partite su Dazn, riattestandola a componente della vita umana non relegabile a un pigro esercizio di commento dalle profondità del divano. Ed è proprio nella quotidianità che si nasconde l’imprescindibilità della corsa e dello sport: come suggerisce l’autore infatti, “in qualunque forma, con qualcunque tecnica, e qualsiasi condizione, non si smetterà mai di correre”.

http://www.ultraedizioni.it/

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Stato mentale di guerra

25 APRILE 2018

Cecilia Strada, La guerra tra noi, Rizzoli, pp. 184, euro 15,30 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce NICOLA PALADIN

Mi trovo a scrivere queste parole mentre guardo un telegiornale e osservo le immagini del bombardamento notturno della Siria ad opera dell’inedito triumvirato Trump-May-Macron. “A perfecty executed strike last night”, recita l’immancabile tweet del presidente americano; “ci risiamo”, recita il mio sopracciglio inarcato, mentre ripenso agli interventi militari di coalizione a cui ho assistito nel corso della mia vita. La puntualità dell’attacco missilistico alle basi di Bashar Al Assad rende, se possibile, il titolo dell’ultimo libro di Cecilia Strada, La guerra tra noi, quasi più attuale dell’attualità stessa.

Dopo otto anni da presidente di Emergency e una vita dedicata all’attivismo contro la guerra e l’oppressione, Cecilia Strada propone un memoir composto da episodi che paiono cronologicamente e geograficamente slegati l’uno dall’altro e ambientati in vari angoli del mondo, che tuttavia ricostruiscono un quadro generale che presenta molti preoccupanti punti di contatto.

A prima vista, La guerra tra noi sembra un (giustamente) indignato testo di denuncia sulla quotidiana violazione dei diritti umani che avviene nelle zone di guerra, e proprio per questo pone un pericolo alla lettura: pare essere l’ennesimo raid di descrizioni e immagini di guerra e sofferenza destinate a perdersi nello sconfinato oceano di orrore di cui siamo spettatori ormai anestetizzati, a cadenza quasi giornaliera. In altre parole, a dispetto delle indicibili sofferenze che descrivono, si tratta di episodi che rischiano di perdere efficacia, e ricordano la riflessione proposta da Susan Sontag in On Photography (1979), in cui osservava come quanto più il contenuto di immagini scioccanti diventa diffuso e generico, tanto più esse perdono efficacia e specificità.

Invece, in La guerra tra noi, Cecilia Strada sviluppa un’acuta riflessione tanto globale quanto locale, capace di ripersonalizzare la drammaticità delle storie che racconta. Alterna infatti esperienze avvenute nelle (tristemente note) zone calde di tutto il mondo (Afghanistan, Iraq, Sudan, ecc.), con testimonianze e considerazioni legate al contesto nostrano e a drammatiche situazioni che riguardano la storia recente e il presente italiani, come i fatti di Genova durante il G8, la Val di Susa, o lo stato di militarizzazione perenne cui è condannata la Sardegna.

Allontanarsi allo scopo di acquisire gli strumenti per comprendere i conflitti vicino a noi: non è solo la tecnica cui ricorre Cecilia Strada per sensibilizzare il lettore sull’orrore della guerra, ma è soprattutto il cambio di prospettiva che suggerisce per instillare un dubbio, e cioè che la guerra non sia solo una realtà tangibile, contingente e geograficamente connotata, ma che costituisca piuttosto una condizione mentale. Una condizione dalla quale è necessario liberarsi per purificare il nostro modo di vedere, di agire, di parlare, ormai assuefatto dalle quotidiane dosi di orrore. In altre parole, Strada non si appella alla consueta retorica dell’empatica che invita a immedesimarsi poiché ogni vittima “potrebbe essere noi”, ma sostiene invece, come dimostrano molte analogie, che noi stessi siamo vittime più o meno inconsapevoli di una guerra che si palesa attraverso esplosioni, battaglie, vittime; e a pensarci bene la Diaz di Genova non è poi così diversa da Falluja, nè la Val di Susa lo è rispetto a Douma.

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Gotico siculo

26 gennaio 2018

Orazio Labbate, Suttaterra, Tunué, pp. 140, € 12,00 stampa

recensisce NICOLA PALADIN

A pochi mesi dalla pubblicazione, Suttaterra di Orazio Labbate ha già collezionato entusiastiche recensioni che ne celebrano il valore letterario, cogliendo anche l’occasione per riflettere sul gotico siciliano, sulla raffigurazione contemporanea del male e sul delicato rapporto tra uomo e religione. Si tratta di tre universi che Labbate aveva già iniziato a esplorare in Lo scuru (Tunué, 2014), suo romanzo d’esordio e prequel a Suttaterra. Cionondimeno, in Suttaterra è un’altra dimensione fondamentale dell’esperienza umana a essere affrontata, quella del viaggio.

La storia racconta infatti di Giuseppe Buscemi, un becchino italo-americano di Milton in West Virginia, figlio di Razziddu (protagonista de Lo scuru), da un anno vedovo di Maria Boccadifuoco. Incapace di elaborare il lutto, Giuseppe sopravvive senza bussola fino al giorno in cui riceve una lettera spedita il mese prima e firmata dalla moglie defunta, che lo invita a tornare in Sicilia per ricongiungersi a lei. Da questo momento inizia un viaggio che non si registra solo come spostamento geografico, ma anche come dinamica su più livelli presente in tutta l’opera, un movimento costante che porta il lettore a muoversi seguendo il protagonista. Per Giuseppe, quello alla natia Gela non è solo un ritorno alla terra d’origine, bensì un complesso viaggio nella tradizione, nella religione e negli immaginari che caratterizzano la Sicilia.

Sono infatti le immagini, più delle tappe geografiche, a strutturare l’itinerario lungo il quale il protagonista si avventura. Labbate trascura i dettagli spaziali per concentrarsi sulle immagini percepite, deformate e immaginate da Giuseppe: queste si avvicendano in un alternarsi di visioni, deliri febbrili, incubi e fasi di apparente lucidità di cui diventa però difficile fidarsi. Tale sequenza immaginifica compone il viaggio di Giuseppe alla ricerca della sua Maria e la sua dimensione irreale ben si presta alla componente gotica tipica del lavoro di Labbate. Elemento costante e tra i più riusciti è senza dubbio la resa di un’atmosfera cupa, quasi monocromatica, che incombe uniformemente su tutta la storia calando il lettore in uno scenario da incubo sin dal prologo.

L’apice raggiunto dall’autore nel dispiegare questa progressione di immagini sanguinose, fantasmatiche e quasi lovecraftiane è l’effetto di spaesamento che suscita in chi legge. Il lettore spesso si ritrova a contemplare le visioni di Giuseppe senza sapere come ci è arrivato, una logica che ricorda il film Inception (2010), in cui i personaggi capiscono di trovarsi all’interno di un sogno proprio perché non hanno idea di come vi sono entrati. In effetti, la scrittura di Labbate è capace di far smarrire il lettore nelle immagini che produce, alternando momenti di prosa barocca, a fasi di narrazione serrata e visceralmente coinvolgente. In questo modo sembra che l’autore giochi con il lettore, dettandogli la velocità, facendolo perdere o ritrovare. Non è un caso che, nel cuore del suo viaggio Giuseppe parli di un’“impressione, confusa e inquietante […], quella dell’esistenza di qualcuno che si esercitava a sognare i suoi stessi sogni”.

http://www.tunue.com

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