Tutti gli articoli di Nicola Paladin

Stato mentale di guerra

25 APRILE 2018

Cecilia Strada, La guerra tra noi, Rizzoli, pp. 184, euro 15,30 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce NICOLA PALADIN

Mi trovo a scrivere queste parole mentre guardo un telegiornale e osservo le immagini del bombardamento notturno della Siria ad opera dell’inedito triumvirato Trump-May-Macron. “A perfecty executed strike last night”, recita l’immancabile tweet del presidente americano; “ci risiamo”, recita il mio sopracciglio inarcato, mentre ripenso agli interventi militari di coalizione a cui ho assistito nel corso della mia vita. La puntualità dell’attacco missilistico alle basi di Bashar Al Assad rende, se possibile, il titolo dell’ultimo libro di Cecilia Strada, La guerra tra noi, quasi più attuale dell’attualità stessa.

Dopo otto anni da presidente di Emergency e una vita dedicata all’attivismo contro la guerra e l’oppressione, Cecilia Strada propone un memoir composto da episodi che paiono cronologicamente e geograficamente slegati l’uno dall’altro e ambientati in vari angoli del mondo, che tuttavia ricostruiscono un quadro generale che presenta molti preoccupanti punti di contatto.

A prima vista, La guerra tra noi sembra un (giustamente) indignato testo di denuncia sulla quotidiana violazione dei diritti umani che avviene nelle zone di guerra, e proprio per questo pone un pericolo alla lettura: pare essere l’ennesimo raid di descrizioni e immagini di guerra e sofferenza destinate a perdersi nello sconfinato oceano di orrore di cui siamo spettatori ormai anestetizzati, a cadenza quasi giornaliera. In altre parole, a dispetto delle indicibili sofferenze che descrivono, si tratta di episodi che rischiano di perdere efficacia, e ricordano la riflessione proposta da Susan Sontag in On Photography (1979), in cui osservava come quanto più il contenuto di immagini scioccanti diventa diffuso e generico, tanto più esse perdono efficacia e specificità.

Invece, in La guerra tra noi, Cecilia Strada sviluppa un’acuta riflessione tanto globale quanto locale, capace di ripersonalizzare la drammaticità delle storie che racconta. Alterna infatti esperienze avvenute nelle (tristemente note) zone calde di tutto il mondo (Afghanistan, Iraq, Sudan, ecc.), con testimonianze e considerazioni legate al contesto nostrano e a drammatiche situazioni che riguardano la storia recente e il presente italiani, come i fatti di Genova durante il G8, la Val di Susa, o lo stato di militarizzazione perenne cui è condannata la Sardegna.

Allontanarsi allo scopo di acquisire gli strumenti per comprendere i conflitti vicino a noi: non è solo la tecnica cui ricorre Cecilia Strada per sensibilizzare il lettore sull’orrore della guerra, ma è soprattutto il cambio di prospettiva che suggerisce per instillare un dubbio, e cioè che la guerra non sia solo una realtà tangibile, contingente e geograficamente connotata, ma che costituisca piuttosto una condizione mentale. Una condizione dalla quale è necessario liberarsi per purificare il nostro modo di vedere, di agire, di parlare, ormai assuefatto dalle quotidiane dosi di orrore. In altre parole, Strada non si appella alla consueta retorica dell’empatica che invita a immedesimarsi poiché ogni vittima “potrebbe essere noi”, ma sostiene invece, come dimostrano molte analogie, che noi stessi siamo vittime più o meno inconsapevoli di una guerra che si palesa attraverso esplosioni, battaglie, vittime; e a pensarci bene la Diaz di Genova non è poi così diversa da Falluja, nè la Val di Susa lo è rispetto a Douma.

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Gotico siculo

26 gennaio 2018

Orazio Labbate, Suttaterra, Tunué, pp. 140, € 12,00 stampa

recensisce NICOLA PALADIN

A pochi mesi dalla pubblicazione, Suttaterra di Orazio Labbate ha già collezionato entusiastiche recensioni che ne celebrano il valore letterario, cogliendo anche l’occasione per riflettere sul gotico siciliano, sulla raffigurazione contemporanea del male e sul delicato rapporto tra uomo e religione. Si tratta di tre universi che Labbate aveva già iniziato a esplorare in Lo scuru (Tunué, 2014), suo romanzo d’esordio e prequel a Suttaterra. Cionondimeno, in Suttaterra è un’altra dimensione fondamentale dell’esperienza umana a essere affrontata, quella del viaggio.

La storia racconta infatti di Giuseppe Buscemi, un becchino italo-americano di Milton in West Virginia, figlio di Razziddu (protagonista de Lo scuru), da un anno vedovo di Maria Boccadifuoco. Incapace di elaborare il lutto, Giuseppe sopravvive senza bussola fino al giorno in cui riceve una lettera spedita il mese prima e firmata dalla moglie defunta, che lo invita a tornare in Sicilia per ricongiungersi a lei. Da questo momento inizia un viaggio che non si registra solo come spostamento geografico, ma anche come dinamica su più livelli presente in tutta l’opera, un movimento costante che porta il lettore a muoversi seguendo il protagonista. Per Giuseppe, quello alla natia Gela non è solo un ritorno alla terra d’origine, bensì un complesso viaggio nella tradizione, nella religione e negli immaginari che caratterizzano la Sicilia.

Sono infatti le immagini, più delle tappe geografiche, a strutturare l’itinerario lungo il quale il protagonista si avventura. Labbate trascura i dettagli spaziali per concentrarsi sulle immagini percepite, deformate e immaginate da Giuseppe: queste si avvicendano in un alternarsi di visioni, deliri febbrili, incubi e fasi di apparente lucidità di cui diventa però difficile fidarsi. Tale sequenza immaginifica compone il viaggio di Giuseppe alla ricerca della sua Maria e la sua dimensione irreale ben si presta alla componente gotica tipica del lavoro di Labbate. Elemento costante e tra i più riusciti è senza dubbio la resa di un’atmosfera cupa, quasi monocromatica, che incombe uniformemente su tutta la storia calando il lettore in uno scenario da incubo sin dal prologo.

L’apice raggiunto dall’autore nel dispiegare questa progressione di immagini sanguinose, fantasmatiche e quasi lovecraftiane è l’effetto di spaesamento che suscita in chi legge. Il lettore spesso si ritrova a contemplare le visioni di Giuseppe senza sapere come ci è arrivato, una logica che ricorda il film Inception (2010), in cui i personaggi capiscono di trovarsi all’interno di un sogno proprio perché non hanno idea di come vi sono entrati. In effetti, la scrittura di Labbate è capace di far smarrire il lettore nelle immagini che produce, alternando momenti di prosa barocca, a fasi di narrazione serrata e visceralmente coinvolgente. In questo modo sembra che l’autore giochi con il lettore, dettandogli la velocità, facendolo perdere o ritrovare. Non è un caso che, nel cuore del suo viaggio Giuseppe parli di un’“impressione, confusa e inquietante […], quella dell’esistenza di qualcuno che si esercitava a sognare i suoi stessi sogni”.

http://www.tunue.com

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