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Cronache mantovane: Festivaletteratura 2017

28 Settembre 2017

Il Festivaletteratura di Mantova è un evento anche troppo noto per abbisognare di una descrizione. Quest’anno PULP Libri ha chiesto a un visitatore dell’evento, e cioè Nazzareno Mataldi, traduttore e agricoltore (nonché accanito lettore), di raccontarci com’è andato il suo ritorno nella città di Virgilio e dei Gonzaga. Per chi non c’è stato, un’occasione per farsi un’idea dell’atmosfera che regna nella città lombarda durante la ben nota kermesse libraria. Per chi non è mai andato a un festival letterario, l’opportunità di farsi un’idea di cosa non si fa per amore della parola stampata (ma anche digitalizzata).

riferisce NAZZARENO MATALDI

Sono dieci anni che manco da Mantova, dieci anni che non torno a Festivaletteratura. Più ci penso più mi sembra un’enormità. Quasi non capisco come abbia potuto privarmi per tanto tempo di un appuntamento che nella prima metà degli anni Zero mi sembrava irrinunciabile: in sostanza, il clou della mia estate, che per il resto mi vedeva pressoché inchiodato a casa, alle prese ora con qualche traduzione improrogabile, ora con lavori di campagna non meno impellenti. Fatto sta che nel giro di pochi anni ho inanellato quattro presenze, in un crescendo di interesse: 2000, 2002, 2004, 2007. E anche quando non potevo andare, il pensiero era fisso lì, agli appuntamenti letterari in programma a Mantova a inizio settembre.

Poi – dopo un’ultima partecipazione suppergiù in grande stile, con un pieno di incontri e altre delizie – non so cosa sia successo di preciso da non sentire più il bisogno spasmodico di prendere e partire, anche all’ultimo momento, senza particolari preparativi, per riannodare un legame sotto ogni aspetto più che soddisfacente. È vero, sono intervenuti cospicui cambiamenti nella mia vita, su più livelli, dall’affettivo al lavorativo al familiare, ma da soli questi non spiegherebbero un’assenza così prolungata. Diciamo che, dopo l’abbuffata del 2007, forse avevo raggiunto un certo livello di sazietà.

Due premi Nobel, Orhan Pamuk e Wole Soyinka; il compianto Christopher Hitchens (tradotto più volte per «Internazionale», ci tenevo a salutarlo e farmi autografare un libro); e Milena Agus, Antije Krog, Neil Gaiman, Jonathan Coe, Frank McCourt, John Banville, Mohsin Hamid (per un autografo, mi ero portato apposta il romanzo d’esordio Nero Pakistan, di cui avevo tradotto una bella recensione per «la Rivista dei Libri»), Nathan Englander, Vikram Chandra e la musicista Diamanda Galás. A insaporire il tutto, assecondando la passione della neo compagna per le prelibatezze gastronomiche, accanto a quelle letterarie, pasti appetitosi in alcuni dei migliori ristoranti mantovani; tanto da incrociare alla Buca della Gabbia lo stesso Soyinka (e pur fra mille titubanze, chiedergli un autografo, sulle pagine di ttl a lui dedicate). In conclusione, una gran bella trasferta, malgrado la stanchezza al solito accumulata tra il lungo viaggio (in macchina da Ascoli, e ritorno di notte fino a Pescara, io che non amo troppo guidare) e i tanti appuntamenti in appena due giornate e mezza.

E dopo una cosa così ben riuscita, che puoi volere di più? Ecco dunque che da allora, per anni, non mi sono più curato di coltivare questa passione, affettiva più ancora che intellettuale, contentandomi (ma che errore contentarsi!) degli altri svaghi di cui nel frattempo si venivano arricchendo le mie estati, meno assillate da impegni traduttivi e anche più lievi nei lavori in campagna.

Dieci anni di lontananza sono però tanti e, vuoi o non vuoi, alla fine qualcosa ti si comincia a rismuovere dentro. E basta poco perché, in un momento magari di insoddisfazione per questioni private, di colpo si riaccenda con forza il desiderio di far parte, anche solo per un giorno o due, dei frequentatori di quell’isola felice che è Festivaletteratura. Per farla breve, questo fine agosto, di ritorno da due giorni appaganti in un’altra manifestazione letteraria estiva, il John Fante Festival di Torricella Peligna, inebriato da una ritrovata gioia del movimento e della fatica anche fisica (merito di una solitaria ascesa in bici dai 900 metri di Torricella ai quasi 1300 di Palena Stazione, prima di una più socievole e agevole passeggiata fantiana), in poco tempo, senza particolari tentennamenti, decido che è ora di tornare finalmente a Mantova.

***

Bisogna partire dal presupposto che non è affatto facile trovare una sistemazione in città nei giorni del festival: i posti migliori, o più economici, nella zona centrale, sono in genere prenotati con largo anticipo, spesso di anno in anno. Attivarsi ad appena una settimana dall’inizio, dunque, è come tentare la fortuna. E in questa occasione la fortuna fondamentalmente mi assiste: il festival inizia mercoledì 6 settembre, ma è solo la sera di venerdì 1 che comincio a cercare una camera per due notti. So già che il venerdì e il sabato troverò quasi tutto occupato; per il mercoledì e il giovedì, invece, dovrei avere ancora qualche speranza. L’idea è di arrivare e ripartire in treno, quindi è essenziale trovare un posto che sia al massimo a qualche chilometro dal centro, viceversa spostarsi sarà molto complicato; se poi avessi a disposizione una bici, per muovermi in lungo e largo per la città, sarebbe di grande aiuto. Fortuna vuole che un posto del genere sia ancora disponibile, per le notti di mercoledì e giovedì, in un bed and breakfast poco distante dal Ponte dei Mulini, tra il Lago Superiore e il Lago di Mezzo; e anche la bici non mancherà. Malgrado il prezzo non dei più bassi, non mi lascio sfuggire l’occasione.

Assicurata una buona sistemazione per la notte, cerco insistentemente di convincere la compagna a unirsi di nuovo a me, come nel 2007, nell’imminente trasferta mantovana. Ma nulla da fare: con tutto che è un’avida lettrice e scrive per mestiere nonché passione, i festival la stancano, la provano; troppi sbattimenti, troppe corse, troppe attese, anche troppa cultura tutta assieme; molto meglio farsi due giorni alle terme, dice. E va bene, vorrà dire che farò come agli inizi: andrò a Mantova da solo, macinando tutti i chilometri e seguendo tutti gli incontri che vorrò.

Al dunque, si tratta solo di rimettersi in moto. Deciso per il treno, l’unico problema è che a San Benedetto del Tronto di notte non ferma più niente; e io è di notte che devo tornare, ché il sabato mattina mi aspetta poi la vendemmia, a casa, se il tempo consente. Allora, meglio lasciare la macchina a Pescara e partire da lì.

È mercoledì mattina, e alle 7 si comincia a risalire l’Adriatico. Un unico cambio, a Modena, e poco passata l’una riecco finalmente Mantova. La signora del b&b è così gentile che viene addirittura a prendermi in stazione; e la camera che ho prenotato è in realtà un gran bell’appartamento signorile, tutto per me. Quanto alla bici, ho l’imbarazzo della scelta: prendo la meglio messa di cinque, ché sono sicuro la metterò a dura prova, su e giù fino al centro città (non meno di tre chilometri ogni volta, ma che spasso per me che amo i lunghi percorsi collinari e montani tra Marche e Abruzzo, quando qui è solo pianura) e i vari luoghi del festival.

Prima tappa, la biglietteria (nell’occasione sotto la Loggia del Grano, mentre in passato la ricordo di fronte a Piazza delle Erbe) per ritirare i biglietti prenotati: solo sette, per i due giorni e mezzo della mia permanenza. Mi sono deliberatamente contenuto: ho già dato con le abbuffate di eventi, dove non fai in tempo a lasciarne uno che già sta per iniziarne un altro, anche a un chilometro di distanza; e se proprio devo riempire dei buchi, preferisco rilassarmi con alcuni degli “Accenti” gratuiti di mezz’ora sotto la tenda di Piazza Sordello, senza bisogno di ulteriori code. Code che semmai sopporterò per due eventi i cui biglietti in fase di prenotazione erano esauriti: Michela Murgia con Chimamanda Ngozi Adichie, clou della prima (mezza) giornata; e la stessa Murgia con Donatella Di Pietrantonio, il secondo giorno.

Sono le 16.15, intanto, e tra un po’ comincia il primo evento a pagamento che ho scelto: al Palazzo del Seminario Vescovile, l’americanista Alessandro Portelli dialoga con Andrea Ronzato, per parlare della sua rilettura de La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Parcheggio e chiudo la bici dove trovo un posto libero («Vai tranquillo», ha detto la padrona del b&b, «non la ruba nessuno. E se proprio dovesse succedere, amen!») e mi trovo un posto a sedere nelle prime file. Ho con me una macchinetta fotografica semiprofessionale e vorrei provare a scattare qualche foto ben fatta.

Anche questo delle foto a festival e uscite varie è un vizio da lasciar perdere, mi dico spesso; in fondo, che me ne viene? Perdo solo tempo a farle e, più ancora, una volta seduto al computer, selezionarle e convertirle, ridimensionate, da raw in jpeg, per poi postarle in qualche album di Facebook che magari nessuno si caga. Se ne pubblichi una soltanto o poche alla volta, e quasi a caldo, forse richiami l’attenzione; se invece ne metti tante, tutte assieme, come in genere faccio io, per sbrigatività, e non nell’immediato, l’accoglienza è assai più tiepida. Vabbe’, ce l’ho questa ormai vecchia Nikon D90 e per quello che posso la sfrutto; se non altro, non mi lascio andare a postare le foto appena scattate con uno smartphone, come succede ai più tecnologici e hip, anche qui a Mantova, puntualmente iPhone o iPad muniti, specialmente quanti devono alimentare e curare i profili Twitter e Facebook del festival e delle varie case editrici che hanno qui loro autori.

Foto a parte, provo pure a prendere qualche appunto: so che già che dopo un paio di incontri ci rinuncerò, ma finché reggo tiro fuori penna e quadernetto a righe. Portelli esordisce dicendo che gli faccia piacere tornare ogni volta a Mantova, a questo «festival della gentilezza e della cortesia […] che ti riconcilia con la vita». Come dargli torto? Quanto a La capanna dello zio Tom, spiega in particolare come sia un libro difficile da leggere oggi, tanto è cambiata la concezione di letteratura dalla metà dell’Ottocento a noi. Beecher Stowe lo scrisse con un tono volutamente patetico – oggi, insopportabilissimo – per fare appello ai sentimenti e mobilitare i lettori. Si tratta di un romanzo cristiano che prende sul serio alcune delle cose più incredibili del cristianesimo. Presenta un finale ambivalente tra due possibili uscite – la fuga o la morte – e non è data alcuna possibilità di libertà. E comunque, nonostante una poetica, una retorica e anche un’idea di letteratura diverse da quelle invalse oggi, che di conseguenza ne fanno una lettura difficile (quando invece all’uscita, nel 1852, fu un bestseller istantaneo – all’epoca, in America, andavano forti due tipi di libri: i testi sentimentali della “maledetta banda di scribacchine”, secondo la sprezzante definizione di Nathaniel Hawthorne, e le autobiografie degli schiavi liberati – fino a diventare il secondo libro più letto dopo la Bibbia), grattando grattando vi si trova molto, a partire da una critica molto cogente della società statunitense dell’epoca.

Ma sono già le 17.30 e nel vicino Palazzo Castiglioni, con ingresso libero, c’è – dall’Abruzzo con i massimi onori, lanciatissima verso la conquista del Campiello con il romanzo L’Arminuta – Donatella Di Pietrantonio che (intervistata da Federico Taddia per la serie di incontri “Il libro che ho riletto”) parla del suo rapporto con La trilogia di K. di Agota Kristof. Un’ultima foto all’aula semiaffollata del Seminario Vescovile e via, a un secondo evento. Che è all’aperto, nel bel cortile interno di un palazzo, con prato. Per sedersi ci sono dei cubi di grossi contenitori per le uova sovrapposti, ma già tutti occupati, come pure le sedie del punto relax di Alce Nero, sul fondo; molti spettatori sono tranquillamente seduti o sdraiati sull’erba, più i tanti in piedi che si accalcano vicino all’ingresso. Mi faccio largo e vado a trovarmi anch’io un posto sull’erba. Che piacevolezza! È questo il vero clima di Mantova: massima informalità, ma senza sbraco; ospiti, organizzatori e spettatori rilassati e disponibili, compiti; non tenuti al rispetto di un codice di abbigliamento; ognuno, a suo modo, è elegantemente se stesso. Mi guardo intorno e scatto foto, da mezzo alla folla, a cercare di fissare questa impressione, ma senza esagerare: sono qui per ascoltare e cogliere spunti, non me lo dimentico, non per curiosare e basta, né per scorrere compulsivamente il programma e segnare il prossimo appuntamento da non perdere.

Di Pietrantonio racconta che il suo primo approccio alla Trilogia di K., durante la gravidanza, non avvenne probabilmente nel momento più indicato. La seconda lettura, invece, le ha permesso di cogliere un’analogia tra quanto vissuto dalla Kristof nello scegliere il francese come sua lingua letteraria, anziché il natio ungherese, e il proprio attraversamento linguistico dal dialetto all’italiano; ciò l’ha anche aiutata a passare alla sua scrittura attuale, tornando all’essenziale, alla sua vera lingua interiore, senza più dover dimostrare di padroneggiare l’italiano letterario. La Kristof le ha altresì insegnato che si può parlare di tutto, liberandola di alcune paure che prima aveva nello scrivere. C’è poi stata anche una terza lettura, del solo Grande quaderno, nell’originale francese, per riprovare nella lettura la stessa difficoltà della Kristof nella scrittura, sempre con il dizionario accanto; una Kristof che provava disagio con il francese, malgrado scrivendo lo padroneggiasse alla perfezione. Stesso percorso seguito con le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, con una terza lettura di nuovo in francese.

Oddio, sono quasi le 18 e in Tenda Sordello, a due passi, sta per iniziare il primo degli “Accenti”. È di scena il multiforme e mirabolante Luca Scarlini con la sua “Piccola guida alla Buenos Aires in libri” (la capitale argentina è “la città in libri” di quest’anno, oggetto così di una serie di eventi, più lo spazio dedicato alla Tenda dei Libri, sempre in Piazza Sordello, accanto alla libreria, con tanto di bibliotecari pronti a fornire indicazioni), e sarebbe un peccato perdersi entrambi. Quanto alla Di Pietrantonio, se faccio la fila per tempo posso vederla di nuovo domani, all’incontro con la Murgia, chiedendole semmai lì una dedica su L’Arminuta, per quella scrivana/scrittrice-in-boccio sua corregionale che – saggia lei! – agli incessanti cambi di scena dei festival preferisce le più paciose ed emollienti terme. Bene, vado, io che quest’anno non volevo correre per niente e, invece, dopo appena due ore in centro sono già al terzo evento.

Gli sgabelli di Tenda Sordello sono quasi tutti occupati (lo saranno praticamente a tutti gli “Accenti”): a occhio e croce sono in gran parte persone del posto, segno evidente che la città non fa mancare il suo sostegno. Sotto i giorni del festival i mantovani affluiscono numerosi agli appuntamenti in programma, gratuiti e non, riconoscendone pienamente il valore culturale; capiscono cioè che non è solo questione di far soldi con chi arriva da fuori. La stessa padrona del b&b ha detto di avere intenzione di seguirne più d’uno.

Ok, si comincia con Scarlini (dopo la presentazione del collega traduttore – ma anche scrittore – Giovanni Zucca, che mi riprometto poi di andare a salutare, conoscendolo un po’ dalle liste). Un paio di foto, e mano a penna e taccuino. Ma comincia a essere faticoso tenere dietro a tutto, specie con il ritmo incalzante di un sempre ultrapreparato e nondimeno brioso e coinvolgente Scarlini. La letteratura come bussola per capire una città enorme come Buenos Aires, in un paese con zone molto poco densamente popolate. Non è un caso che B.A. produca molta letteratura fantastica. Mitologia di B.A., che a ondate richiama gente da tutto il mondo, determinando un rapido cambiamento di interi quartieri. Nel 1910 vige nelle strade una babele di lingue. B.A. mecca per i migranti, che contribuiscono tutti alla sua letteratura e cultura. Il tango: non si sa chi l’abbia inventato, ma il mezzo che interpreta meglio il clima del tempo. Grande poetica del desiderio nella letteratura di B.A.

Devo ammetterlo: sono appena all’inizio e sono già mezzo cotto. Ma non mollo: il tempo di una visita alla Tenda dei Libri e per le 19 sono di nuovo agli “Accenti”, per sentire Alessandro Carrera (scrittore, poeta, saggista, traduttore e massimo esperto italiano dell’opera di Bob Dylan, a suo tempo cantautore, ora docente di italiano all’Università di Houston – è appena rientrato da lì, esordisce, ancora in pieno jet-lag e stress da uragano, con la sua casa uscita illesa dalla furia di Harvey, già il terzo uragano che si becca da quando è negli USA) in una mezz’ora dedicata a “Il pensiero della periferia”. Niente tentativi di prendere appunti, stavolta. Cerco giusto di memorizzare il discorso che la nostra idea di periferia, come parte agli estremi limiti di una città, in genere svantaggiata rispetto al centro, non è lontanamente trasportabile in America, dove dagli anni Cinquanta uscendo dalle città abbiamo quei quartieri infiniti di villette tutte uguali (le cosiddette “casette a orologio”, dove tutto deve funzionare alla perfezione) nei quali all’epoca furono incentivati a riversarsi i ceti medio-alti bianchi, abbandonando per molti anni i centri cittadini alle minoranze e al degrado, nonché alla trasgressione, portando quindi a un’inversione dell’immagine che abbiamo noi del centro come zona dove si sta bene e della periferia come zona dove si sta male. Ecco allora queste immense aree extraurbane che col passare del tempo hanno anche cambiato nome: prima il termine latino “suburbia”, a indicare l’anello esterno delle città; poi “exurbia”, a denotare i quartieri fatti solo di casette allineate che nascono fuori, lontano dalle città, hanno solo i servizi essenziali e per il resto bisogna prendere l’auto. Ed è così che è fatta anche Houston ecc. ecc. (N.B. In realtà un po’ ho barato, scrivendo adesso queste cose: per essere più preciso, prima sono andato a rivedere il video su YouTube.)

Oh, è ormai sera, e devo necessariamente fare un salto al b&b per memorizzare la strada prima che sia buio, cercare in un iper delle lucine supplementari per la bici, e poi mangiare due panini, ché la giornata è stata impegnativa e non è ancora finita. Tutto di gran corsa, quindi, e per le 21 di nuovo in sella: come da programma, devo vedere se riesco a rimediare un biglietto per l’incontro con Chimamanda Ngozi Adichie.

Lascio la bici proprio di fronte a Piazza Castello, e subito noto che la fila per gli spettatori senza biglietto è oltremodo lunga, girando di parecchio l’angolo verso via S. Giorgio: speriamo bene! Si avanza lentamente, tempo allora per qualche telefonata. Poi un primo avviso: i Vigili del Fuoco hanno detto che non possono entrare più spettatori, per motivi di sicurezza. Un po’ disorientati, ma restiamo quasi tutti in coda; tra gli altri, c’è una ragazza che dice di essere venuta da Alessandria apposta per Adichie, e proprio non vorrebbe perderla. Di colpo la fila torna ad avanzare: fanno entrare nello spazio dei biglietti a gruppetti di dieci. Ho perso qualche posizione quando hanno riaperto gli ingressi, ma forse ce la posso fare lo stesso. Altro stop. Altra concessione. Ecco, ci sono quasi: solo una decina di persone ancora davanti a me. Riescono tutte a passare, io sono il primo del gruppetto successivo. Ultimo avviso: no, niente da fare, non ci sono più posti. Ancora qualche paziente minuto di attesa, sperando in un gesto magnanimo, in extremis; ma, no, tutto chiuso: le magliette blu portano via anche la cassa. Amen!

Passo un po’ in rassegna le bancarelle dei libri usati sotto il porticato del Palazzo del Capitano: ce ne solo di belli, anche prime edizioni, ma costano troppo per me. Per una volta passo con il vecchio; semmai, compro qualche altro libro nuovo da far autografare, dopo L’Arminuta. Sono quasi le 22, intanto, e in Tenda Sordello è il momento del “Tango letterario”.

È curioso: la compagna da qualche anno stravede per il tango, puntualmente a lezione due volte a settimana per la teoria e la pratica, quando riprendono i corsi, più, tutto l’anno, almeno una milonga a settimana, se di suo gradimento, e di fatto contesta la mia totale mancanza di interesse per la cosa; eppure, sebbene le abbia parlato a più riprese di questo evento tanguero mantovano, non si è lasciata lontanamente distogliere dalle sue terme. E io, invece, adesso qui a seguire, fotografare e riprendere in video i due maestri ballerini Antonio Lalli e Claudia Siletti che prima tengono una stringata lezione teorica sul tango; poi invitano in pista gli spettatori volenterosi, guidandoli in alcune prove pratiche, partendo dalla camminata fino ad arrivare al ballo vero e proprio (con applausi finali per tutti), non importa come sono vestiti, che scarpe portano o se addirittura hanno lo zainetto sulle spalle, e meno ancora se non riescono a formare delle coppie uomo-donna; infine si esibiscono loro due alla grande, fra l’ammirazione e gli apprezzamenti generali.

E va bene, anche questa è fatta: per stasera, per fortuna, nessun altro evento. Faccio un giro fino a Piazza delle Erbe, ché è troppo bello camminare per Mantova di notte con tutta la bella gente, rilassata e appagata, al cospetto di una bella luna piena. Scatto altre foto. Poi di nuovo in bici, sulla pista ciclopedonale ben illuminata, e solo un breve tratto di strada normale, una rotonda, il binario della ferrovia, e sono arrivato.

Nel signorile appartamento, però, vuoi che non sfrutti il wi-fi e il portatile che mi sono portato appresso nel nuovo zaino tuttofare, Made in Colorado? Scarico le foto del giorno, le converto e ridimensiono, ne faccio una rapida selezione e – malato di internet che non sono altro – le carico in un album su Facebook, con una sintesi estrema di come è stata la prima (mezza) giornata mantovana. Faccio una doccia, spengo il computer e provo a dormire, nella bella camera silenziosa che mi ritrovo.

Ma chi vuoi che dorma, se l’insonnia quando sono in movimento è uno dei miei segni distintivi? Fa niente, l’importante è che sono di nuovo a Mantova, dopo dieci anni, e fra poche ore si torna in pista: Guzel’ Jachina con Chicca Gagliardo, Salvatore Ceccarelli con Silvia Bencinelli, Donatella Di Pietrantonio con Michela Murgia, Arno Camenisch e Claudio Morandini con Marco Malvaldi; e ancora, l’ultimo giorno, Lars Mytting con Davide Longo, Massimiano Bucchi, George Saunders con Marco Malvaldi, David Weinberger e Ignacio Ramonet.

E scusate se è poco.

P.S. Lo so, alle 21.15 del venerdì c’era anche Artemis Cooper, di cui con la tanguera andata alle terme ho tradotto la biografia Elizabeth Jane Howard, Un’innocenza pericolosa. Ma che potevo fare? A quell’ora ero già sull’ultimo treno utile per casa. Mentre il giovedì alle 18.30, quando Cooper parlava con Federico Taddia di Middlemarch di George Eliot, per “Il libro che ho riletto”, ero bloccato dalla pioggia a Palazzo San Sebastiano. Anche a Mantova, con ogni evidenza, tutto non si può avere. Alle volte bisogna proprio contentarsi di quanto di bello e di buono capita a tiro, e non scalpitare se salta qualcosa, se per un imprevisto, per un niente magari, perdiamo un’occasione a cui tenevamo: sarà per un’altra volta, se abbiamo la fermezza di continuare a crederci e provarci.

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