Tutti gli articoli di Martina Di Febo

Savinio e Luciano, fustigatori

Luciano, Una storia vera e altre opere scelte da Alberto Savinio, Adelphi, pp. 386, euro 14,00 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce MARTINA DI FEBO

Adelphi ripropone al pubblico una selezione di opere di Luciano di Samosata, curata da Alberto Savinio e data alle stampe nel 1944. Il volume è strutturato sulla base di una doppia partizione: «Dialoghi e saggi» e «Una storia vera e altre opere». La traduzione adottata da Savinio è quella che Luigi Settembrini approntò durante la prigionia nel carcere di Santo Stefano (1851-1859) e che vide la luce per i tipi de Le Monnier nel 1861. La prima edizione del 1944 fu accolta all’interno della collana «Corona» della casa editrice Bompiani, diretta, dal 1942, da Elio Vittorini. Nelle intenzioni del direttore, «Corona» si poneva «l’obiettivo di proporre al lettore testi classici, favorendone un’interpretazione in chiave moderna e attualizzante» (si veda in proposito il bel saggio di Francesca Cianfrocca, «Alberto Savino, editore di Luciano: un percorso attraverso le lettere», Fillide, 16 – 2018, ).

Savinio collabora con la casa editrice già dal 1942, condividendone le linee e il programma di attualizzazione dei classici ed è in questo contesto che riceve dallo stesso Valentino Bompiani l’incarico di curare l’edizione delle opere di Luciano, nella traduzione di Settembrini.

Luciano, scrittore satirico e fustigatore della moralità ipocrita, era stato già invocato da Settembrini quale nume tutelare dell’impegno civile e della passione intellettuale per l’esercizio coraggioso dell’intelligenza. Nella stessa scia si colloca Savinio, che nell’incontro con lo scrittore di Samosata ritrova il gusto speculare per il surreale e il paradosso ironico. Nell’Italia del 1944 inoltre la pubblicazione dell’opere di Luciano acquista il valore di un’operazione di politica culturale, tesa a ridestare le coscienze e a ricostruire il tessuto delle conoscenze sulle macerie del regime.

Luciano appartiene, nelle parole di Savinio, a quella schiera di Grandi Dilettanti che con l’alito leggero ma sferzante dell’intelligenza, disgregano le «massonerie», le corporazioni, le cricche. E proprio in nome di un’accorata difesa dell’intelligenza, Savinio ci accompagna in un viaggio con Luciano e dentro Luciano. «Non sentiamo forse proclamare quotidianamente che l’intelligenza è nociva, che l’intelligenza è deleteria, l’intelligenza va distrutta?». E se il fine del Grande Dilettante è «di togliere anche gli altri uomini dalla crudele necessità, dalla triste ragione», l’azione allora mira a sconfiggere le illusioni e le superstizioni, cercando di sottrarre alle false e propagandistiche interpretazioni pensatori-discepoli del Grande Diletto, come Nietzsche. In una corposa nota, Savinio attacca così tutti coloro che hanno piegato Nietzsche al servizio di «certe ideologie, di certi atteggiamenti», soffocandone la grandezza delle intuizioni e il libero gioco del pensiero. Il riferimento all’uso strumentale e fuorviante delle teorie del Superuomo da parte del dannunzianesimo nostrano e del nazionalsocialismo è esplicito.

Nelle pagine introduttive Savinio ricostruisce la biografia dell’artista greco, grazie alla drammatizzazione del Sogno: in un monologo surreale Luciano in persona racconta del proprio rifiuto della scultura a favore dell’eloquenza e della scrittura letteraria. Savinio lascia così scivolare la propria personalità artistica dietro quella di Luciano, suggerendo l’intimo legame e le forti affinità con uno dei maggiori creatori di universi fantastici, inquietanti, dissacranti e, per consolidare il dialogo elettivo, si concede «la necessaria pazienza» per aspettare e incontrare Luciano, sulle rive del Po. Dal dialogo immaginario e dall’evocazione onirica emerge così la voce di Savinio-Luciano intenta a esprimere un’idea di poetica fondata sull’interconnessione intima e inscindibile di letteratura, arte e filosofia, e pronta ad affermare la propria incomprensione verso Benedetto Croce e il crocianesimo, di cui pur apprezza lo spirito e l’essere lo «scrittore meno dannunziano d’Italia». Nella concezione di Savinio l’artista e il filosofo devono compenetrarsi vicendevolmente, per poter ambire alla schiera dei Grandi Dilettanti. Luciano ne costituisce uno degli esempi più illuminanti. Lo scrittore di Samosata, la cui identità si perde nei rivoli del tempo, si impone per la carica dissacratoria e la forza acuta della riflessione demistificante, confermando così il valore dell’operazione attualizzante di Savinio.

A proposito del principio attualizzante, un’ultima annotazione risulta necessaria per inquadrare gli interventi linguistici del curatore: Savinio non si limita ad eliminare le forme percepite come arcaiche presenti nella traduzione di Settembrini ma propone anche (saltuariamente) soluzioni che nel 1944 suonavano come infrazione alla norma grammaticale, e ciò allo scopo di rendere l’italiano meno «immalleabile». Un esempio su tutti: rivendica la legittimità dell’espressione «non capivano se stessi», rigettando il codificato «loro stessi», con accordo rispettato nel genere e nel numero.

In conclusione, la proposta di Adelphi ha il merito di riportare alla luce un testo imprescindibile per comprendere le vicende culturali che legano gli intellettuali del neonato Regno d’Italia a quelli che operano, ormai invisi al regime (nel 1939 la pubblicazione del pezzo satirico, Il sorbetto di Leopardi, attirò su Savinio le attenzioni della censura) negli ultimi anni della dittatura, di cui anticipano la dissoluzione imminente, grazie a un’opera di ricostruzione civile e intellettuale che si consoliderà nell’Italia del dopoguerra. Tuttavia, proprio per il valore politico che Luciano acquista agli occhi di Savinio, sarebbe stato utile premettere all’attuale edizione una breve nota storica per meglio contestualizzare le scelte del curatore.

http://www.adelphi.it

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Terrori europei

Jean Delumeau, La paura in Occidente. Storia della paura in età moderna, tr. Paolo Traniello, Il Saggiatore, pp. 615, euro 29,00 stampa, euro 13,99 ebook

recensisce MARTINA DI FEBO

Pubblicato in Francia nel 1978 e tradotto in italiano nel 1979 (per i tipi della SEI edizioni), La paura in Occidente costituisce un pilastro dell’ermeneutica storica dell’età moderna. Il titolo originale, correttamente conservato nell’edizione italiana del 1979, La paura in Occidente. La città assediata, rinvia esplicitamente alla dimensione storico-psicologica dell’assedio, del timore dell’accerchiamento ad opera di nemici artatamente costruiti e ideologicamente connotati.

Dopo gli studi pioneristici di Marc Bloch e Lucien Febvre, fondatori della rivista nel 1929 Annales d’histoire économique et sociale, la ricerca storica ha innovato i propri metodi, recuperando una storia del materiale e dell’immaginario che la trattatistica tradizionale, fortemente ancorata alla ricostruzione di eventi e di avvenimenti, aveva misconosciuto. L’opera di Delumeau si iscrive all’interno del medesimo filone e, per ammissione del suo stesso autore, si propone di colmare una prolungata lacuna, indagando il fenomeno della paura come fenomeno collettivo.

Nell’introduzione lo studioso delimita in maniera chiara e precisa quale sia il campo d’indagine: l’Occidente europeo nel periodo compreso tra il 1348 e il 1800. Entrambe costituiscono due date-cardine, coincidendo la prima con l’epidemia della Grande peste che decimò la popolazione europea, la seconda con lo stravolgimento degli assetti dell’Antico Regime causato dalla Rivoluzione francese. In mezzo quattro secoli contrassegnati dalle rivolte contadine (Jacqueries), dalla Riforma luterana, dalla Controriforma cattolica, dalla caccia alle streghe, da guerre endemiche e da carestie.

All’interno di questo quadro storico così travagliato, l’indagine di Delumeau ha il pregio di restituire voce alla mentalità e alle ossessioni di un’umanità concreta e contemporaneamente di evidenziare alcune costanti antropologiche legate alla paura e alla sua gestione. L’aspetto decisamente più innovativo dello studio di Delumeau risiede appunto nell’analisi della sfera collettiva della paura; essa diviene in altri termini la chiave di volta in grado di illuminare i meccanismi della psicologia dei gruppi.

Il sentimento umano della paura, che segnala a livello individuale l’incombere di una minaccia e che sempre in ambito soggettivo si esplicita in modalità differenti, assurge a livello collettivo a collante ideologico identitario, generando comportamenti sociali nella maggior parte dei casi segnati da aggressività irrazionale. In anticipo sulle riflessioni di René Girard sul capro espiatorio (Le bouc-émissaire, 1982), Delumeau mette a fuoco il meccanismo regolatore dei comportamenti comunitari dettati dal panico, evidenziando le direttrici su cui si innestano i discorsi sulla paura: da un lato una tensione metafisica che alimenta il terrore per i destini delle anime nell’Aldilà; dall’altro il senso di insicurezza nella quotidianità che alimenta la ricerca di responsabili da punire al fine di ristabilire l’equilibrio e le certezze di gruppi sociali in crisi. La paura per l’Inferno e per le pene eterne si intensifica in Europa a partire dai secoli XII-XIII, quando i capitelli e i bassorilievi romanici e i grandi affreschi dedicati ai Giudizi universali animano con plastica vivacità i tormenti oltremondani. Contemporaneamente si acuisce il senso di assedio e di accerchiamento scatenato dalla diffusa presenza di perniciosi agenti del Maligno: gli eretici; gli ebrei; gli infedeli; la donna. Le prediche pubbliche e l’azione repressiva condotta dalle gerarchie ecclesiastiche, e soprattutto laiche, si innestano dunque su un clima di terrore diffuso e in un certo senso lo indirizzano e lo governano.

Nei secoli esaminati da Delumeau, l’immaginario collettivo si nutre di fantasmi e di mostri comuni alle popolazioni europee e ai loro governanti: si tratta cioè di una dimensione condivisa che non permette di interpretare i comportamenti delle élite soltanto come costruzione cosciente di discorsi manipolatori. A questo proposito è altamente illuminante leggere la pagine dedicate alla caccia alla streghe, nelle quali lo studioso dimostra come la reazione psicotica dinanzi alla stregoneria fosse prerogativa delle regioni riformate tanto quanto della Spagna della Grande Inquisizione. Determinati fenomeni repressivi acquisiscono quindi una portata epocale proprio in virtù della sinergia culturale tra ceti dominanti e ceti subalterni.

I pregi del saggio di Delumeau superano nondimeno l’ambito della storia moderna, poiché attraverso la minuziosa disamina dell’insorgenza e dell’esplosione di un panico collettivo, lo studioso enuclea alcune costanti che ancora oggi regolano la psicologia della folla nei momenti di crisi.

https://www.ilsaggiatore.com/

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