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Dolceamara marusìa

Antonella Ossorio, La cura dell’acqua salata, Neri Pozza, 2018, pp. 304, € 17,00 stampa, € 9,99 ebook.

recensisce MARIASILVIA IOVINE

“La custodia piatta, rivestita di marocchino rosso, risaltava sul ripiano del tavolo come il pomo proibito tra le fronde dell’Albero della Conoscenza. Brais Barreiro la prese, sollevò il coperchio; prigioniero di un’eterna prima volta, mormorò: «Mio!»”

Con la parola sapo si intende, in gallego, un tipo di collana con pendente, tipica del costume tradizionale delle donne: il nome deriva dalla somiglianza tra la filigrana del gioiello e le irregolarità della pelle di rospo (il sapo, appunto) che in molte culture è associato al male. Con questa spiegazione, ne La cura dell’acqua salata è presentato il capolavoro di Brais Barreiro, celebre orafo galiziano: fin da subito, la sua volontà si annulla davanti al sapo e l’eventualità di una separazione gli provoca una sofferenza insopportabile. Il gioiello palpita come una creatura viva e il desiderio di averlo solo per sé lo spinge a uccidere il committente, Santiago Castro, quando questi si presenta a ritirarlo.

Riscosso dal furore che l’ha portato all’omicidio, Brais capisce che deve fuggire: imbarcato su un mercantile britannico, la Mary Elizabeth, dopo una lunga traversata del Mediterraneo si fermerà a Napoli e avrà una nuova famiglia col nome di Santiago Romero. Nel corso degli anni, il cognome sarà storpiato in Romeo: nel romanzo, al racconto della sua fuga si intrecciano le vite degli ultimi discendenti della stirpe dei Romeo, orafi da generazioni, ma pressati dalla povertà e dalla fame nella Napoli del 1943. Eppure, di padre in figlio, il sapo continua ad appartenere alla famiglia e dietro le decorazioni dorate vive ancora una scintilla di magia che lo lega a tutti i primogeniti maschi, compreso il piccolo Enzo che, a otto anni, già sente dentro di sé il languore della marusìa, una parola che racchiude l’angoscia, lo smarrimento, la paura: si insinua nei suoi sogni e, come per tutti gli altri uomini destinati al sapo, nuota al largo, tra le onde del mare, nella forma di mostro marino.

Ma le donne non sono vittime della maledizione e proprio dalla moglie del capofamiglia, Carolina, nasce l’idea blasfema: liberarsi del sapo, venderlo e spezzare l’incantesimo che obbliga i primogeniti ad essere orafi, solitari come il loro antenato e infelici sotto il peso di un’eredità che sembra non lasciare scampo, come l’abete che incombe sulla casa di famiglia. La memoria ancestrale che nasce dal sangue vibra nei Romeo, i loro ricordi personali si fondono in una memoria condivisa di magia, solitudine, seduzione: da qui la scelta dell’autrice di non seguire un rigido schema narrativo.

Inoltre, è da sottolineare la cura nella scelta delle parole, in un ponte tra la realtà dell’ambientazione e il soprannaturale della maledizione: quest’ultima è suggerita dall’ineluttabilità del destino della famiglia Romeo più che esplicitata in azioni dirette del sapo. È l’obbligo a una vita predeterminata come orafi e custodi del capolavoro di Brais Barreiro che recide ogni aspirazione personale – come accade al giovane Ferdinando, deciso a diventare architetto dopo l’incontro con il famoso Lamont Young, al quale è dedicato il romanzo. Il sapo pertanto simboleggia il pregiudizio, la paura di scegliere per se stessi un destino diverso da quello imposto dagli altri.

Per questo motivo l’acqua salata – come scritto da Karen Blixen, sudore, o lacrime, o acqua di mare – è la chiave per rompere la maledizione: il coraggio di affrontare il dolore, il cambiamento, la vita. Dopo La mammana (Einaudi, 2014), Antonella Ossorio, già autrice di numerosi libri per ragazzi, torna alla letteratura “più adulta” mantenendo il suo stile delicato e poetico: l’angoscia, la marusìa, ma anche la bontà, la familiarità degli affetti, le infinite tonalità del vivere umano sono dipinte da Ossorio con un’eleganza fatta di ironia, sincerità, tra la favola e il romanzo storico.

http://www.neripozza.it

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Ritratto di noi stessi

23 marzo 2018

Roberto Recchioni, La fine della ragione, Feltrinelli, pp. 112, € 16,00 stampa, € 7,99 eBook

recensisce MARIASILVIA IOVINE

Dopo Un amore esemplare di Daniel Pennac e Florence Cestac, la neonata collana Feltrinelli Comics, a cura di Tito Faraci, propone La fine della ragione, fumetto scritto e disegnato da Roberto Recchioni, soggettista, sceneggiatore, curatore di Dylan Dog, creatore di John Doe con Lorenzo Bartoli, scrittore di romanzi fantasy (YA – La Battaglia di Campocarne, 2015 e YA – L’ammazzadraghi, 2017, entrambi usciti per Mondadori). In oltre vent’anni di carriera, dal fumetto al cinema, Recchioni è sempre stato un artista diretto, anticonformista, ironico, molto spesso sopra le righe. Il suo blog prima e ora il profilo Facebook riflettono l’incontenibile personalità della “rockstar del fumetto italiano” come lui stesso ama definirsi.

Dopo Asso (Edizioni NPE, 2012), fortemente autobiografico, ne La fine della ragione Recchioni è di nuovo narratore in prima persona: questa volta, tuttavia, l’alter ego dell’autore romano è un uomo stanco, disilluso, che racconta una realtà nella quale “hanno vinto loro”, gli antivaccinisti, chi crede nelle scie chimiche e nei fiori di Bach, il “popolo” nel senso dispregiativo del termine, la massa feroce che parla “con la pancia”.

L’inizio è scoppiettante, sulle note dei Ramones: una nota provocatoria avverte il lettore che il fumetto è scritto in un linguaggio volutamente semplice, con alcune parole in rosso, come nei libri per la scuola primaria, in modo che chiunque possa “parlarne liberamente, senza averlo letto”. Nel corso del libro, Recchioni interviene spesso, come voce narrante e protagonista: il suo alter ego delle prime pagine, infuocato, sprezzante (Don Chisciotte me fa ’na pippa, a me!) si trasforma a poco a poco, come Ringo tra la prima e la seconda stagione di Orfani. Come in un ouroboros, il narratore placa il fuoco iconoclasta del giovane “nemico di tutti” e rinasce ronin, eroe, padre.

In questa cornice, il fumetto racconta il viaggio di una madre per salvare la vita della figlia malata nella desolazione di un futuro distopico: una donna senza nome, rappresentazione archetipica di tutte le madri e, anche in questo caso, un rimando alla vita dell’autore, con un affettuoso omaggio alla madre scomparsa poco dopo l’uscita del fumetto. A questa figura positiva, salvifica, si contrappone la vecchia del villaggio, anche lei senza nome, maligna espressione della “volontà popolare”, secondo la quale l’inevitabile morte della bambina non potrebbe mai essere colpa dell’oscurantismo che domina questa realtà alternativa, ma del “destino” (E nessuno può nulla contro il destino!).

La fine della ragione è quindi un fumetto strettamente legato all’attualità per gli argomenti trattati e il linguaggio, con chiari riferimenti alla cultura pop (Star Wars, Indiana Jones, Ghostbusters, persino il deposito di Zio Paperone…) e il continuo richiamo alla musica, la letteratura (dalla Bibbia a Mishima e Bradbury), il cinema; i piccoli dettagli sono dimostrazione di un’analisi attenta della realtà nella quale viviamo (Spezzategli un braccio! incita un anonimo poliziotto in tenuta antisommossa contro i manifestanti…).

Sarebbe consolante poter dire che questo fumetto parla di un futuro remoto, una minaccia fantasma che possiamo ancora evitare: al contrario, pagina dopo pagina, il racconto diventa cronaca e il risultato finale è un ritratto impietoso della quotidianità. Si parte dalla scuola, le bufale, il complottismo: poi la guerra, la cieca e ottusa repressione; infine il ghigno crudele della folla rabbiosa, affamata, disperata, figure nere su uno sfondo rosso di sangue, oltre i meme, gli sfottò, la satira, per diventare tragedia reale. La narrazione, soprattutto nella prima parte, è intervallata da battute che interrompono il climax: ad ogni modo, sotto l’ironia e il sarcasmo si legge l’amarezza dell’autore per il presente e la sua paura del futuro.

È facile identificare nell’eterogeneo e spesso ridicolo gruppo dei cosiddetti complottisti il “nemico”, “loro”, la “massa” ignorante e becera (aggettivo tanto di moda oggi) che ci porterà alla rovina. Al contrario, La fine della ragione indica nel populismo il vero pericolo, nelle facce deformi, quasi caricaturali, che gridano Prima noi! Prima noi! Ma chi cazzo siete voi? Un’accusa a tutti: alla rabbia della folla si contrappone la cecità di una classe politica irresponsabile che tenta disperatamente di ottenere consenso per continuare a governare, certa di poter manovrare forze che, al contrario, la divoreranno (La società aveva fallito! scandisce il narratore). Un’altra critica feroce è diretta contro quella classe privilegiata che se ne stava in torri d’avorio a dissertare di problemi astratti e di inutili ricerche, mentre il Paese reale faceva fatica a campare: in particolare gli operatori sanitari, rinchiusi nelle viscere di una montagna, pronti ad aiutare la madre, ma troppo pavidi per uscire dal loro rifugio…

La fine della ragione, forse troppo breve per la complessità dell’argomento trattato, nasce da una contraddizione: è contro “le risposte facili ai problemi complessi”, ma decidere di cosa raccontare e come interpretare il presente è comunque una scelta di campo e, d’altronde, niente di quello che facciamo o diciamo resta isolato in una monade e ogni azione ha una natura civile, più che politica. Il libro parla di responsabilità: del singolo che contribuisce a diffondere notizie false, dei partiti, della classe medica e, soprattutto, di coloro che, nel loro dorato e compiaciuto isolamento, interpretano i nostri tempi adducendo la colpa di tutto alle “masse”, ai “razzisti”, agli “analfabeti funzionali” che votano “i populisti”. Recchioni avverte del pericolo di dare voce a chiunque, rifiutarsi di rispettare il confine tra opinione, manipolazione, crimine in nome di una mal compresa “libertà di parola” che, al contrario, incatena al bisogno innato di essere protetti, consolati e sull’altare di questo bisogno sacrifica la verità.

I punti cruciali de La fine della ragione sono molti: per questo si può dire che la ricerca della madre sia in realtà una non-storia che presto cede il passo a una narrazione didascalica, attraverso molte pagine di lettering urlato, efficace, ma che può non piacere. Il libro nasce da pochi, estenuanti mesi di lavoro febbrile per rispettare le tempistiche editoriali, tuttavia, come ogni grande autore, Recchioni è riuscito a fare di necessità virtù: i colori scuri, lo stile semplice e volutamente imperfetto nel quale riecheggiano le tecniche della pittura a china imparate durante i recenti viaggi in Giappone e Corea, le influenze di Andrea Pazienza, Frank Miller e Gō Nagai, la scelta stessa della carta concorrono a dare voce a un fumetto sincero, diretto, senza filtri, un affresco della società attuale che non è altro che un ritratto di noi stessi.

http://www.feltrinellieditore.it/

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L’invasione delle fantascientiste

28 febbraio 2018

Aa. Vv., Materia Oscura, a c. di Emanuela Valentini, Delos Digital, pp. 300, €3,99 ebook

recensisce MARIASILVIA IOVINE

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un nuovo corso di impronta femminile (e femminista) che coinvolge la società a tutti i livelli, articolato in un ventaglio molto ampio di ribellioni, proteste, prese di posizione che hanno profonde radici in un passato di lotta e, benché spesso canzonate, se non addirittura derise, sono già definite da molti come “rivoluzione”.

Il problema ancora irrisolto della parità di genere coinvolge il cinema, le istituzioni, il mondo del lavoro, addirittura il lessico e la grammatica. La letteratura, come sempre, ha in tutto questo un ruolo-chiave e, come scrivevamo nel reportage da Stranimondi 2017, anche la fantascienza italiana è diventata oggetto di discussioni: da tempo si parla dello squilibrio tra i due sessi nelle pubblicazioni del nostro Paese. Le autrici italiane di fantascienza sono in netta minoranza: durante le recenti polemiche sul Premio Urania che hanno accompagnato e in parte coinvolto le ultime due edizioni di Stranimondi, si è ribadita, infatti, l’oggettiva latitanza di scrittrici. Certo, è difficile credere che in Italia esista qualcuno (curatore o editore) che rifiuti coscientemente un racconto o un romanzo perché scritto da una donna. Eppure i riconoscimenti alle singole autrici sono rari e, in ogni caso, si continua a percepire un malessere di fondo, la sensazione che ci sia, in effetti, “qualcosa che non va”.

Gli addetti ai lavori, da anni, si chiedono perché le donne non scrivano fantascienza: alcuni rispondono che chi vuole esordire preferisce generi che abbiano un mercato più ampio e quindi esclude d’ufficio la fantascienza italiana. Altri fanno notare come il mondo della letteratura sia nel bene e nel male lo specchio della realtà in cui viviamo: ancora oggi, grattati via i proclami di parità e il politically correct di facciata, la discriminazione è ancora presente nella società italiana. A questo proposito, nel suo articolo apparso sul numero 82 di Robot, Anna Feruglio Dal Dan ha parlato della “minaccia dello stereotipo”: una riflessione interessante che, tra le altre cose, parla di quei meccanismi soprattutto inconsci che portano ad affermare in candida buona fede che “le scrittrici di fantascienza non ci sono, […] non è colpa di nessuno, […] le donne semplicemente non ci mandano i loro manoscritti e quindi come facciamo a pubblicarle?”. Nel testo si cita, inoltre, il problema ancora irrisolto dell’insegnamento delle materie scientifiche: troppo spesso le ambizioni in questo senso delle bambine prima e poi delle ragazze sono frustrate dal pregiudizio, come accade sempre “quando un qualunque gruppo di persone fa parte di uno stereotipo negativo”. Aggiungo: se nelle scuole si insegna già poco di statistica, matematica, fisica, etc., intese non solo in senso nozionistico (comunque fondamentale) ma come forma mentis, modo di ragionare e di essere, che cultura scientifica potranno mai avere quelle persone alle quali, sotto altre forme e modi, più pervasivi delle lezioni frontali, si ripete continuamente che la scienza “non è roba da femmine”? Se poi ci si mette anche l’opinione semplicistica che molti hanno della fantascienza, troppo spesso intesa dal grande pubblico solo ed esclusivamente come declinazione di astronavi e invenzioni futuristiche, forse ci avviciniamo a una spiegazione alla latitanza di scrittrici di fantascienza.

Ovviamente, si tratta di un problema complesso, che sarebbe arrogante voler analizzare in poche righe: moltissimi i fattori in gioco, le concause, alto il rischio di falsare le conclusioni attraverso la propria esperienza personale. Per questo motivo, mi limito a indicare come Feruglio Dal Dan, sempre nell’articolo di cui sopra, sostenga che le cosiddette “quote rosa” possano essere una soluzione: non ghettizzazione, quindi, ma opportunità.

In questo senso, negli ultimi anni in Italia iniziano a esserci timidi tentativi, con antologie deliberatamente tutte al femminile: come Rosa Sangue (a cura di Donato Altomare, Altrimedia, 2016), che comprendeva anche racconti di fantascienza; nello stesso anno Gian Filippo Pizzo ha presentato Oltre Venere (La Ponga). A fine 2017, invece, è stato il momento di Delos Digital, che ha pubblicato Materia Oscura, a cura di Emanuela Valentini. L’antologia raccoglie alcune tra le più importanti autrici di fantascienza nel panorama italiano (Abbate, Amidani, Bianchini, Di Fazio, Dal Dan, Farris, Gubellini, Repetto, Scapellato, Scaramozzino, Simoncelli, Vallorani e Zunic’).

Dati i nomi coinvolti, è facile intuire il valore letterario di Materia Oscura, eppure il suo maggiore pregio non sono i singoli racconti, ma l’equilibrio che si viene a creare tra le autrici: stili differenti, diversi modi di approcciarsi alla fantascienza, che riflettono diverse visioni della scrittura, del mondo, della vita. Scegliendo di dare la massima libertà, Valentini è riuscita a ottenere ciò che troppo spesso si tende a dimenticare: l’importanza dell’armonia in una raccolta, grazie a un’eterogeneità che, come in un coro, arricchisce. Nell’antologia si passa dal tema spaziale (Anna Feruglio Dal Dan, “Stazione Tikuka”, Franca Scapellato “La seminatrice”) al particolarissimo racconto di Roberta Giulia Amidani (“Gaussiana”). Naturalmente, in ogni antologia c’è un racconto che si avvicina di più ai gusti del recensore: in Materia Oscura ne ho particolarmente apprezzato più di uno, ma in questa sede vorrei citare Elena Di Fazio. “Campi di fragole” è originale e ben scritto per stile e padronanza dell’architettura della trama: un gioco di specchi, basato sul cosiddetto “effetto Mandela”.

Curare un’antologia può sembrare un compito facile: al contrario, bisogna fare attenzione a guardare non solo alla qualità del singolo, ma anche all’insieme, appunto all’armonia. Proprio grazie alla decisione di non tracciare una linea netta, ma proporre alle autrici di far parte di una raccolta “senza temi, senza regole, senza altro strumento che la tastiera per creare storie libere, indipendenti le une dalle altre e uniche”, Valentini è riuscita dove molte volte altre antologie, nate da linee guida più “strutturate”, hanno fallito: dare voce alla singola persona, prima come tale e solo in un secondo tempo come autrice (“Liquefatio H.G.” di Abbate, “Di fango e di fuoco” di Zunic’).

Come già detto, Materia Oscura ha anche un significato civile. Nel corso dell’ultima edizione di Stranimondi, è stato chiesto a Pat Cadigan se avesse mai subito discriminazioni di genere durante la sua vita di scrittrice: in una lunga e articolata risposta, Cadigan ha sottolineato come i cambiamenti abbiano inizio con le persone comuni che si guardano attorno e si pongono delle domande. Sono passati molti anni da quando le scrittrici italiane di fantascienza si contavano solo sulle dita di una mano (Rambelli, Musa, Rinonapoli…), ma in qualche decennio le autrici sono passate da quattro a venti: si procede verso un equilibrio, ma troppo poco, troppo lentamente. Materia Oscura propone, chiede, tenta di rispondere a un bisogno sempre più urgente, nella speranza che presto cadano i muri delle differenze, nella luce di una società più giusta, più unita e quindi più forte, nella quale sarà davvero inutile discutere di “quote rosa” e si potrà parlare – forse per la prima volta – di bellezza, bravura, emozione, liberati dalla zavorra del pregiudizio che fin troppo spesso maschera l’incompetenza.

https://delos.digital/

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Il passato che non se ne vuole andare

2 Ottobre 2017

Paola Barbato, Non ti faccio niente, Edizioni Piemme, pp. 420, €17,50 stampa, €6,99 ebook.

recensisce MARIASILVIA IOVINE

“Col senno di poi non si sa mai definire quale sia stato il momento in cui qualcosa di te è cambiato. Manipoliamo i nostri ricordi e attribuiamo quell’istante a qualcosa di romantico o epico o comunque giustificato dagli eventi, fosse anche una cosa stupida, minore. Ma il realtà il momento in cui cambi avviene a tua insaputa, è la scollatura del picciolo dal ramo prima che la mela cada, è la crepa che si apre da un’angolazione irreparabile, è la frattura di un filamento infinitesimale di tessuto prima che il cuore ci pompi dentro l’emorragia”.

Dopo Bilico, Mani nude e Il filo rosso (Rizzoli), Paola Barbato torna in libreria con un nuovo thriller, che ha visto la luce già nel settembre 2016 sulla piattaforma Wattpad, per essere poi pubblicato a giugno dalla Piemme. Non ti faccio niente è una storia cupa, emozionante, molto articolata: nomi, date, intrecci serrati tra le vite dei personaggi, mille dettagli grazie ai quali la trama prende vita e si snoda tra le ombre del confine labile tra bene e male.

Vincenzo, un uomo solitario, tra il 1982 e il 1998 ha rapito trentadue bambini: dopo qualche giorno tra giochi e regali, la liberazione, senza averli feriti in alcun modo. Il suo scopo, “migliorare le cose”: sceglieva bambini piccoli, trascurati e riportarli a casa significava concedere alle famiglie una seconda occasione dopo il terrore della perdita. Vincenzo è un’anima semplice, per certi versi infantile, sicuro di aver aiutato così i suoi piccoli ostaggi: per gran parte di loro, il ritorno in famiglia ha segnato l’inizio di una nuova vita e ora quei bambini rapiti sono madri e padri.

Ma dopo più di vent’anni i loro figli vengono rapiti a loro volta e uccisi: in una corsa contro il tempo per fermare l’assassino, le azioni passate di Vincenzo si trasformano in un fardello insopportabile. Tra i “suoi” bambini, saranno i più fragili a tornare da lui, per ricucire ciò che si è strappato. Nelle loro vite si è insinuato un malessere strisciante, la cui origine però non risale a quei tre giorni trascorsi assieme al “mago buono” che li portava alle giostre: come nel celeberrimo romanzo di Stephen King, It, gli adulti di oggi sono contaminati da qualcosa che ha radici profonde e deve essere affrontato assieme, in nome del legame che li unisce, perché solo in questo modo potranno ottenere quella felicità che Vincenzo sperava di poter donare. Daniele, Giacomo, Mariangela, Bianca, ma anche Michela e Alda: adulti che hanno perso la piccola fiamma che brillava nei loro cuori e ora sono paurosi, nevrotici, depressi, soli.

Paola Barbato ha uno stile coinvolgente: molto “non detto”, ma fatto intuire attraverso i particolari, per una storia che parla tanto di incomunicabilità. D’altronde Non ti faccio niente non è un romanzo “facile”: scava in luoghi che non dovrebbero esistere, mette a nudo le paure, il dolore, la rabbia degli adulti che macchiano il candore dei bambini, piccoli testimoni e “giudici spietati”, perché “il loro semplice stare al mondo ci condanna alle nostre miserie”. Non a caso, l’infanzia appare come un sogno, una favola nella quale trovavano spazio l’innocenza, la bontà, la capacità di fidarsi di un uomo biondo che tendeva la mano e sussurrava: “Non ti faccio niente”.

http://www.edizpiemme.it/

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Non proprio da ridere

31 Agosto 2017

Alessandro Morbidelli, Storia nera di un naso rosso, Todaro Editore, pp. 170, stampa € 15,00 – ebook € 9,99

recensisce MARIASILVIA IOVINE

“Dentro di me gira una palla strana. Un groviglio di odio che fa vento, nessuna scintilla può resistergli. Leggo nelle sofferenze degli innocenti quei nodi che tengono legata la palla, che è una palla di stracci, imbevuta di rabbia. La sento ruotare e ruotare nel petto, che scava in profondità”.

Storia nera di un naso rosso è stato definito come “un noir corale”: sei protagonisti (Angelo, Anita, Silvia, Valentina, Serena, Alessandra) per altrettanti capitoli che si intrecciano tra loro creando un cupo arazzo. Il “naso rosso” appartiene ad Angelo Cantiani, medico che si esibisce nel ruolo del dottor Willy Pancione per la clownterapia in un reparto di oncologia pediatrica: nella sua vita, l’ex moglie, le amanti, i suoi piccoli pazienti, la morte. Il trucco da pagliaccio è una maschera attraverso la quale Angelo può mostrare il suo vero volto: sotto il cerone, il ghigno beffardo e crudele di un demone che, a poco a poco, gli altri imparano a riconoscere e temere. Nella deformità di questo travestimento grottesco, il naso rosso rappresenta l’ultimo baluginare della sua umanità e, non a caso, viene presto perduto.

Accanto ad Angelo, le donne della sua vita: Serena, l’ex moglie dominata da una madre opprimente e ricattatoria; Valentina, la nuova compagna, divorata dalla rabbia e dal rancore contro Milano e quello che la città rappresenta in termini di ricchezza e potere, tanto odiati quanto desiderati; Anita, l’amante, che rinasce grazie alla forza del legame con Angelo. Ancora, altre vite, abbandoni, compromessi, sconfitte che ruotano attorno al suicidio di un dodicenne: eppure, nonostante tutto, tra le pagine di questo noir trovano posto anche l’amore, la tenerezza, il “volere bene” di catulliana memoria.

Nei relativi capitoli le donne raccontano la loro vita in prima persona, esplicitando, tra le chiavi di lettura, la maternità: cercata, rifiutata, declinata in tante forme, dal possessivo egoismo alla speranza nata da un riscatto tardivo quanto liberatorio. A questo proposito scrive Barbara Garlaschelli, autrice della postfazione: “Alessandro dimostra che non esiste una scrittura ‘femminile’ o ‘maschile’, ma esiste la bella scrittura e basta”.

Perché tra le pagine di Storia nera di un naso rosso riusciamo a leggere tante cose, forse addirittura oltre il messaggio che l’autore avrebbe voluto trasmettere: la nostra idea di felicità, la direzione che vorremmo dare alla nostra vita. D’altronde, ogni buon romanzo lascia un segno, punto di partenza per un’ampia riflessione su noi stessi e sugli altri. E questo, in conclusione, è il miglior complimento che si possa fare a un autore.

 

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Robot, donne, androidi strani al cubo

3 Novembre 2017

Non sarà famoso come il Salone di Torino o Festivaletteratura di Mantova, ma anche Stranimondi, se non altro per chi s’interessa alla fantascienza in tutte le sue forme, sta diventando un appuntamento di un certo rilievo; pertanto pubblichiamo questo corposo reportage che tocca argomenti assolutamente d’attualità.

riferisce MARIASILVIA IOVINE

Il 14 e 15 ottobre si è tenuta a Milano la terza edizione di Stranimondi, l’incontro annuale incentrato sulla letteratura fantastica che comprende i “Delos Days” e la “Weirdiana”. Quest’anno, ospiti d’onore Alda Teodorani, Pat Cadigan, Anne-Sylvie Salzman, Bruce Sterling, Paolo Barbieri e, in collegamento, Valerio Evangelisti. Stranimondi si conferma come un evento centrale nel panorama dell’editoria italiana di genere, attestato da un significativo successo di pubblico, con più di mille ingressi in due giorni (non poco per un raduno di questo tipo); editori, artisti, scrittori, lettori si sono così ritrovati a scambiarsi opinioni e ad ascoltare conferenze.

Tra le novità editoriali, vi segnaliamo la raccolta di racconti di Anne-Sylvie Salzman, pubblicata da poco dalle Edizioni Hypnos con il titolo Lacerazioni: si tratta della prima traduzione italiana delle opere dell’autrice francese. Durante l’incontro dal titolo “Odissea nella fantascienza”, invece, sono state presentate le ultime novità targate Delos Digital, uscite nella collana Odissea Digital Fantascienza: Anna Feruglio Dal Dan (Senza un cemento di sangue), Marco Crescizz (Brandelli d’Italia), Giovanna Repetto (Il nastro di Sanchez), Nino Martino (Errore di prospettiva) ed Elena Di Fazio (Ucronia, Premio Odissea 2017) si sono raccontati in una chiacchierata sulla fantascienza e qualche riflessione sul percorso che ha portato ognuno di loro a pubblicare con Delos.

Tra il fantasy e il weird, invece, le novità targate Acheron Books: da Zappa e Spada, un’antologia di “spaghetti fantasy”, a Dark Italy, che raccoglie alcuni tra i migliori autori horror italiani come Cristiana Astori, Mauro Boselli e Claudio Vergnani. Tra sabato e domenica, le presentazioni sono state numerose: da Cesare Il conquistatore, nuovo capitolo della saga di Franco Forte, a Carnivori di Franci Conforti (Premio Kipple 2017), accompagnata dalla vincitrice del Premio Short-Kipple 2017, Giovanna Repetto (La legge della penombra). Infine, vogliamo segnalare Oltre – Storie dal futuro (Sad Dog Project), i cui ricavati permetteranno di raccogliere fondi a favore del centro di riabilitazione pediatrica Alyn di Gerusalemme. Oltre alle presentazioni, ci sono stati i momenti di approfondimento tematico, come l’intervento di Giuseppe Lippi sull’orrore del mare nel panel intitolato “La seduzione degli abissi”. Tuttavia, mi vorrei concentrare su due panel in particolare: “Robot al posto di uomini”, dedicato ai cambiamenti della nostra società a fronte delle attuali innovazioni tecnologiche, e “I mille volti del fantastico”, con interventi di Pat Cadigan, Anne-Sylvie Salzman e Alda Teodorani, dedicati alle sfaccettature della letteratura fantastica.

“Robot al posto di uomini” ha avuto come relatori Silvio Sosio, il patron di Delos Books, Piero Schiavo Campo, vincitore del Premio Urania 2012 e 2016, il giornalista scientifico Roberto Paura e Marco Antoniotti, docente di informatica all’Università degli Studi Milano Bicocca. Come ci ha ricordato Sosio introducendo il tema, nella letteratura fantastica (e poi nel cinema) sono numerosi gli esempi di “intelligenze artificiali”, usate soprattutto quali metafore filosofiche o sociali: nella realtà quotidiana, invece, è più che mai attuale il dibattito sui cambiamenti che le nuove tecnologie porteranno nel mondo del lavoro. Dall’ambito strettamente letterario si passa inevitabilmente a discutere l’impatto della “rivoluzione robotica”, e se essa sia iniziata ben prima degli anni Dieci del nuovo millennio: in una visione più realistica delle nuove tecnologie, ben diversa dai “robottini giocosi di Star Wars”, come sottolinea Sosio, le nuove tecnologie sono meno umanoidi nell’aspetto, ma potenzialmente in grado di sostituire il contatto umano.

Oltre ai bot usati quotidianamente sulle app più moderne, esistono anche i sistemi ausiliari per la guida, per ora irrealizzabili se pensiamo alle auto intelligenti del film Io, robot, ma che stanno muovendo i primi passi sotto altra forma sul mercato automobilistico. D’altronde, anche l’organizzazione logistica delle vendite online sembrava ingestibile qualche decennio fa, eppure proprio in questo momento sono moltissime le persone che lavorano, di fatto, al servizio di un’intelligenza artificiale, che le indirizza, tiene conto degli spostamenti e addirittura dei tempi di percorrenza. In particolare, fa notare Antoniotti, c’è un campo dell’economia nel quale le “intelligenze artificiali” hanno avuto uno sviluppo impressionante e dalle quali dipende, di fatto, una buona parte del nostro benessere: il mondo della finanza. È difficile anche solo rappresentare visivamente la quantità di dati che che i sistemi di HFT (High-Frequency Trading) devono maneggiare in brevissimo tempo per intervenire sui mercati con transazioni “ad alta frequenza”: in queste negoziazioni gli algoritmi operano in frazioni di secondo…

Durante la discussione sono stati fatti molti esempi su come le intelligenze artificiali stiano guadagnando terreno, fino a porsi la domanda capitale: “spostare” il lavoro dall’umano alla macchina produrrà lavoro “altrove”? E se sì, in che campo, con quali modalità? Tra gli stessi relatori, durante la discussione, c’è stato disaccordo in merito: non c’è da stupirsi, dato che si mettono in gioco problemi non solo economici, ma anche sociali ed etici. A questo proposito, interessante l’intervento di Alain Voudì, dal pubblico, secondo il quale lo “spostamento del lavoro” incontrerà notevoli resistenze a livello sociale. Il lavoro infatti, non solo è denaro, ma è anche e soprattutto cultura. Che ne sarà di noi, dunque? Robot al fianco degli uomini o al loro posto?

Come si è visto, quando ci si riunisce a parlare degli scenari proiettati dalla fantascienza nelle sue varie forme si finisce facilmente a parlare di questo mondo e delle nostre inquietudini. Proprio per questo ho voluto dare spazio al panel “Robot al posto di uomini”, esempio di come una convention possa partire dall’immaginario tecno-scientifico per affrontare argomenti di grande attualità senza scendere nella verbosità e nello snobismo. Tuttavia, il tema portante di questa edizione di Stranimondi, come in parte di quella dello scorso anno, è stato un altro: il ruolo delle donne nel mondo della fantascienza. Si tratta di una questione complessa, che si inserisce nella tanto contestata discussione sulla parità di genere nella società moderna – argomento, quest’ultimo, che, dopo le speranze passate di una rivoluzione etica, politica e culturale, si sta deteriorando in un intreccio desolante di obiezioni, polemiche e distinguo. Non è un caso che la fantascienza sia stata coinvolta: anzi, sarebbe stato strano il contrario, dato che proprio la fantascienza, dalle distopie orwelliane alla fantascienza sociale, si è sempre trovata in prima linea nel rappresentare anamorficamente la società contemporanea e le sue contraddizioni. Se ad alcuni le infinite discussioni al riguardo possono essere sembrate pretestuose, l’oggettiva latitanza di autrici nel panorama fantascientifico attuale è in grado di mettere a tacere qualunque scettico sull’argomento. Come già accennato, Stranimondi si è posto in prima linea nella discussione: nel 2016, con il panel “La fantascienza è delle donne”, e quest’anno, con una netta predominanza femminile tra gli ospiti, nonché gli interventi (di uomini e donne) sull’argomento.

Partiamo da una delle ultime presentazioni della convention: “Donne al (tele)comando”, col quale Giulia Iannuzzi ha delineato per sommi capi il ruolo delle figure femminili nel cinema e nella televisione.

Parlando in generale, spiega Iannuzzi, i dati del Centre for the Study of Women in Television & Film mostrano come i protagonisti di film e serie televisive prodotti negli Stati Uniti siano soprattutto maschi. Oltre a questa “asimmetria quantitativa”, troviamo una “sperequazione qualitativa”: i personaggi femminili sono più spesso associati a scene di nudo e/o a un abbigliamento provocante e, in ogni caso, più sono i personaggi femminili maggiori sono le possibilità di riferimenti verbali alla loro attrattività fisica e in genere la loro sessualizzazione. D’altronde, anche al di fuori della finzione cinematografica e televisiva è nota la cosiddetta gender inertia del mondo di Hollywood: “l’industria resta virtualmente a un punto morto nel suo impiego di donne dietro le quinte”, segnala il Women Media Center. Secondo uno studio realizzato dall’Università di San Diego, sui primi 250 film campioni di incassi prodotti negli Stati Uniti, solo il 16% di tutti i lavoratori del settore (registi, sceneggiatori, produttori, produttori esecutivi, ecc.) sono donne: una percentuale desolante, tra l’altro in diminuzione se si guardano i dati degli ultimi quindici anni.

Tuttavia, a piccoli passi, dal secondo dopoguerra a oggi, qualcosa sta davvero cambiando: nella produzione cinematografica/televisiva del genere drama (o comunque estraneo alle situation comedy) è evidente una crescita esponenziale dei protagonisti femminili, con due curve significative, la prima a metà degli anni Settanta, la seconda a metà degli anni Novanta. Forse, ci chiediamo, potrebbe essere proprio la finzione sul grande e sul piccolo schermo la scintilla che porterà a un cambiamento duraturo nell’industria hollywoodiana? Per quanto mi riguarda, si tratta di una domanda retorica: molti sono stati i “fuochi di paglia” nel corso dei decenni, e, secondo me, per quanto il cinema e la televisione possano influenzare la nostra visione del mondo, non sono da soli sufficienti a cambiare le cose. Sono convinta che non sia possibile continuare a essere spettatori di una rivoluzione culturale “dall’alto”: il cambiamento deve partire da noi stessi ed essere riflesso dal cinema, dalla televisione, dalla letteratura. Subire passivamente le mode dell’industria culturale, che monetizza i nostri desideri inespressi, significa indossare la maschera dei grandi ideali: una maschera di creta, che si sgretolerà al primo cambio di vento.

In questo contesto, ritornando all’intervento di Iannuzzi, la fantascienza ha una grande risorsa nel fandom: è qui che la situazione si ribalta, in una sorta di riappropriazione che prescinde dai contenuti di genere del franchise. D’altronde, nel cinema e nella televisione è stata proprio la fantascienza ad essere rivoluzionaria: pensiamo a Wonder Woman (1975), o a La donna bionica (1976), veri e propri punti di svolta per l’immaginario collettivo, nonostante la scelta di una protagonista femminile “forte” fosse stata mutuata da altri generi narrativi (come le serie TV poliziesche). Negli anni Novanta, il perno di una nuova rivoluzione sul piccolo schermo è stata Xena, la principessa guerriera. La serie omonima, prodotta da Sam Raimi, è nata come spin-off di Hercules nel 1995: entrambe non temono di mostrare donne determinate, coraggiose, guerriere, come Xena e Olimpia, dice Iannuzzi, ma – aggiungo io – anche come Callisto, Nebula, la giovane Evi / Livia…

Tra gli anni Ottanta e Novanta sono stati numerosi i canali dedicati a un pubblico femminile: d’altronde, dopo la crisi economica del decennio precedente, la classica famiglia patriarcale, con la donna madre, moglie e quindi casalinga, era stata messa in crisi e la presenza femminile nel mondo del lavoro s’era fatta più massiccia e si poneva in diretta concorrenza con i colleghi uomini. E quindi, finalmente, negli ultimi decenni del secolo scorso si sono potuti vedere sul piccolo schermo personaggi femminili psicologicamente complessi. Eppure, in questa rosea descrizione della parità di genere televisiva degli anni Novanta, Iannuzzi pone l’accento su due serie tv di quegli anni: Ally McBeal (1997) e Sex and the City (1998). In entrambe si mostrano donne emancipate, ma tormentate dalla necessità di conciliare lavoro e famiglia oppure estremizzate a tal punto da parlare sempre di sesso, in una caricatura del macho, deformante per le donne come per gli uomini. In alcuni casi si è cercato di rompere questo schema: tra tutte, Iannuzzi ricorda Dana Scully (X-Files, 1993-2002), scienziata dalla mentalità razionale contrapposta al collega Fox Mulder, più intuitivo (caratteristica questa tradizionalmente considerata femminile).

Da questo punto di vista la fantascienza si è più volte dimostrata davvero innovativa, basti vedere Star Trek, Battlestar Galactica (ma anche, mi permetto di aggiungere, Jessica Alba in Dark Angel e l’indimenticabile Miss Parker di Jarod – Il camaleonte). In tempi più recenti, è stato interessante osservare l’evoluzione del personaggio di Dolores Abernathy in Westworld, rappresentata visivamente anche dai cambiamenti di vestiti della protagonista, dal vezzoso abito dei primi episodi ai pantaloni da cowboy, ma Iannuzzi ricorda anche l’importanza delle serie horror e young adult, in primis Buffy – L’ammazzavampiri. La figura della donna ha quindi avuto una lunga e travagliata storia dal 1945 a oggi, in un percorso verso la parità di genere che ha visto cambiamenti improvvisi seguiti da mesti ritorni alla rappresentazione della donna come moglie-e-madre: la “maschera di creta” di cui sopra, in una zona grigia tra emancipazione e sessualizzazione, quasi sempre un passo indietro ai colleghi maschi.

E la letteratura?

In questo contesto, mi limiterò a parlare delle sole autrici e non dei personaggi femminili, che sarebbero un argomento troppo vasto e troppo complesso. Nel suo articolo intitolato “La fantascienza è delle donne”, finalista al Premio Italia 2017, Giulia Abbate raccontava come le relatrici del panel omonimo dell’edizione 2016 di Stranimondi vedessero il loro legame con la fantascienza: Tricia Sullivan, in particolare, spiegava che, secondo lei, “a nessuna, nonostante meriti e titoli, è mai davvero concesso di sentirsi arrivata, di sentirsi figura di riferimento. In questo ambiente alle donne non è dato emergere veramente”. Nel suo intervento, Sullivan citava come esempio proprio Pat Cadigan, tra le ospiti d’onore a Stranimondi 2017, che ha preso parte al panel “I mille volti del fantastico”, assieme ad Alda Teodorani e Anne-Sylvie Salzman, e ha parlato della letteratura fantastica, del suo modo di affrontare il lavoro e anche del suo essere autrice. Alla domanda specifica di Francesco Verso, che le ha chiesto se come scrittrice abbia subito discriminazioni per il suo essere donna, Pat Cadigan ha confermato quello che diceva di lei Tricia Sullivan: in alcuni ambienti le sono stati necessari più di trent’anni di carriera per essere considerata pari ai colleghi maschi. Tuttavia, dichiara orgogliosamente Cadigan – e siamo d’accordo con lei – quelli che rifiutano per principio qualunque storia di fantascienza scritta da una donna sono fortunatamente eccezioni che pertanto non meritano considerazione.

Al di là di tali tristi personaggi, ci sono casi in cui gli autori maschi sono evidentemente preferiti alle colleghe, anche in convention internazionali. Pat Cadigan non si considera un’estremista: non è una di quelle persone che in ogni pubblicazione si mette a contare il numero di autrici e di autori. Su questo le fa eco Alda Teodorani, fermamente convinta, e a ragione, che non esista una scrittura femminile e una maschile: al massimo, sostiene l’autrice, si può parlare di una scrittura “delle donne” in senso di militanza politica. D’altronde, continua, la scrittura non può essere fatta a tavolino: non è solo trama e scaletta, ma anche emozione profonda, per questo – aggiunge Anne-Sylvie Salzman – non dobbiamo scrivere “come donne”, ma “come esseri umani”. Più progressi saranno fatti dalle autrici, conclude Cadigan, più appariranno ridicoli gli estremisti che le disprezzano: tuttavia, il vero problema non sono questi personaggi, rari, ma la “zona grigia”, quella che, aggiungo io, obbliga le donne a lavorare il doppio per ottenere la metà del riconoscimento degli uomini. Pat Cadigan però è ottimista: i cambiamenti, anche quelli epocali, iniziano dalle persone comuni che continuano a guardarsi attorno e a lavorare per migliorare le cose.

In conclusione: abbiamo parlato del futuro, rappresentato da androidi e robot, ma anche e soprattutto del presente, perché sappiamo bene che, come diceva Schiller, “nell’oggi cammina già il domani”. La fantascienza contemporanea non può essere estranea alla questione femminile: al di là di iniziative a mio avviso ridicole, con premi separati per genere o decisi in base a “quote rosa” di dubbia efficacia – più una ghettizzazione che una vera parità – il problema della rarità delle autrici nel panorama italiano esiste. Secondo me, tuttavia, è necessario ripartire dalla base: la fantascienza è, nel nostro Paese, un genere “di nicchia”, ed è quindi comprensibile che le giovani autrici si dedichino ad altri generi che possano consentire un accesso più facile alla “grande editoria” – o meglio, all’editoria dei grandi numeri, perché la definizione di “grande editoria” sottintende una distinzione anche qualitativa tra “grande” e “piccola” editoria…

Comunque, fermo restando che la fantascienza è un genere da troppo tempo bistrattato nel nostro Paese, la domanda è: come possiamo abbattere le barriere attorno a questo tipo di letteratura? A Stranimondi, Franco Ricciardiello ha sottolineato la necessità di un rinnovamento: “Fino dai primi passi della fantascienza nel nostro paese, siamo stati troppo tolleranti con gli autori italiani. Cresciuti in un vero e proprio ghetto, ci siamo costruiti al suo interno una seconda cerchia di mura protettive per tenere fuori la Letteratura. Questo cerchio interno si chiamava fandom. Per anni, all’interno del fandom ci siamo confrontati non con gli scrittori pubblicati dalle case editrici, ma con altri fanzinari”. Nel blog di Daniele Barbieri, Giulia Abbate ha ripreso l’intervento di Ricciardiello aggiungendo che: “[…] la qualità della nostra produzione letteraria [è] messa in prima linea, mai come ora. […] Per questo, mai come ora dobbiamo entrare in un ordine di idee diverso da quello del fandom appassionato che manda avanti chiunque purché parli di navi spaziali e stimoli quel sense of wonder risalente a un’adolescenza persa nelle nebbie del tempo”.

Da parte mia, condivido la necessità di abbattere le barriere, mantenendo proprio quella passione e quel sense of wonder del risorgere e spiccare il volo oltre le mura della mediocrità che ci hanno costruito attorno – o, direbbero alcuni, che noi stessi abbiamo costruito. Tuttavia, voglio aggiungere: la letteratura non è mai stata “solo” letteratura. La fantascienza, figlia di quella letteratura del fantastico che ha le sue radici nell’essenza stessa dell’essere umano, è la parola del futuro, del diventare, creare, immaginare, riflettere: dobbiamo rifiutare con forza il pregiudizio che si tratti di una letteratura minore, perché, di nuovo, l’idea stessa che possa esistere una letteratura ”minore” di un’altra rappresenta una sconfitta. È necessario ritornare al passato, non nel senso di anacronistiche imitazioni della fantascienza anteriore alle rivoluzioni della New Wave e del Cyberpunk, ma in quello di ricercare l’essenza del “perché”, del “come fare”, della nostra umanità. A quel punto, e qui mi ricollego alle parole degli autori e delle autrici intervenuti a “Stranimondi”, le definizioni rigide, la categorizzazione e le conseguenti discussioni interminabili su cosa sia o non sia la fantascienza, cadranno – come cadranno le differenze di genere.

 

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A Cesare quel ch’è di Cesare

25 Dicembre 2017

Franco Forte, Cesare il Conquistatore: Alle sorgenti della vita, Mondadori, pp. 324, € 19,50 stampa, € 9,99 ebook.

recensisce MARIASILVIA IOVINE

“I morti sono invisibili ai viventi, e i vivi sono invisibili ai morti. Ma solo se si conoscono le strade da percorrere per passare dal nostro mondo al loro, da quello degli umani a quello degli dei. Io posso farlo, e tu mi dovrai restare accanto, altrimenti diventerai visibile ai morti, e loro reclameranno il tuo sangue.”

Gaio Giulio Cesare, dopo aver finto la propria morte ed essersi allontanato dalla vita politica di Roma, è pronto a tutto per ottenere il segreto della vita eterna. Al suo fianco, Bruto, Cicerone, Spartaco e un gruppo di uomini valorosi, la Legio Caesaris; dopo il primo fallimento (Cesare l’Immortale: Oltre i confini del mondo), la loro ricerca si sposta in Egitto, dove le truppe di Ottaviano hanno sconfitto l’esercito di Marco Antonio e della regina Cleopatra.

Sarà proprio quest’ultima ad aiutare Cesare a trovare la leggendaria imbarcazione fatta costruire da Cheope per raggiungere lo Stige. Come racconta il mito, infatti, immergersi nelle acque del fiume infernale può rendere un uomo immortale e invulnerabile come l’eroe Achille, ma la strada per il cuore dell’Averno può essere percorsa solo da chi è caro agli Dèi…

Cesare il Conquistatore non appartiene a un genere ben definito. Almeno in parte è un romanzo storico: non a caso è stato finalista del Premio Acqui Storia 2017 e, d’altronde, era facile immaginare che avrebbe avuto una solida base di documentazione, dato il curriculum dell’autore, da molti anni coinvolto a vario titolo in produzioni di carattere storico. Si tratta, tuttavia, anche di letteratura fantastica, in questo senso intesa come ucronia. Come già accennato, lo scenario in cui si muovono i protagonisti è plausibile, reale, sebbene si resti lontani da noiose digressioni e, più in generale, da spiegazioni prolisse.

Sempre a proposito della storicità, ci si potrebbe chiedere se sia “giusto” (nell’accezione che più si preferisce) che nella letteratura fantastica si utilizzino personaggi tanto importanti per la nostra identità culturale. In varie occasioni ho avuto la sensazione che ci sia un certo grado di snobismo nei confronti di romanzi come Cesare il Conquistatore (ma anche serie tv come due cardini della televisione degli anni Novanta, Hercules e Xena): secondo alcuni, non si tratta altro che di storpiature delle vicende del passato al fine di renderle più semplici e pertanto più appetibili al pubblico, ormai fin troppo facile agli entusiasmi.

È chiaro che in ogni (sotto)genere un’opera debba essere valutata per il suo valore e pertanto ce ne siano di mediocri, buone, ottime e naturalmente anche di brutte (e di vergognose: in certi casi il termine internettiano di fantatrash è quanto mai azzeccato…). Utilizzare personaggi del calibro di Giulio Cesare o Cleopatra è comunque lecito, e non nonostante la loro importanza storica, ma proprio grazie a essa.

Ai protagonisti che, con le loro gesta, hanno contribuito a creare la nostra cultura e posto le fondamenta della società moderna ci si può avvicinare in modi diversi: un approccio più o meno accademico, rispettoso di quello che ci insegna la Storia – e sull’importanza di raccontarla e studiarla Franco Forte ha parlato in numerose interviste. Oltre a questo, si può inventare: ma attenzione, non inventare per mascherare la propria crassa ignoranza davanti alla mitologia, la politica, la società tutta del passato. Al contrario, e credo che sia questa la vera forza di Cesare il Conquistatore, si può inventare per divertire, intrattenere: per amore per la letteratura, un omaggio a uomini e donne, leggendari o meno, che fanno parte di noi.

https://www.librimondadori.it

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