Tutti gli articoli di Marco Petrelli

Botte da orbi; e ancora botte da orbi

AA. VV. N di meNare: L’aNtologia, Lethal Books, pp. 133, €14,00 stampa, €2,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

«Di menare» è uno sghembo attributivo di ascendenza guzzantiana – chi ricorda lo pseudo-Ghezzi che, mescolando Men in Black con Magdalene, parlava di suore che fanno «le mosse »? In questo caso siamo di fronte a quello che il collettivo di autori definisce «fantasi» (con la «i») di menare, etichetta contiene anche la sostanza di quest’antologia: botte da orbi declinate nelle varie accezioni del fantastico.

Mi accosto a questa recensione con un certo timore. Non sono un esperto del genere, per cominciare, e non mi sono mai cimentato con un pastrocchio (termine da non intendersi in accezione negativa) di comicità, spade, stregoni e sangue come questo. Nella grande famiglia del fantastico, ho sempre fatto parte della fazione horror-weird, e noialtri siamo sempre stati i cugini smagriti, pallidi e introversi, mentre qui siamo di fronte a una banda di troll ubriaconi e molesti che prendono possesso della locanda, allungano le mani sulle cameriere (o i camerieri, che ci sono anche delle agguerrite fanciulle in formazione) e iniziano a scambiarsi battute salaci, rovesciando cervogia ovunque. Mi perdonino quindi gli autori (che si presentano in formazione da battaglia in stile «choose your player» da picchiaduro anni ’90) per la mia goffaggine. Porto gli occhiali, non potete mettermi le mani addosso.

Ma torniamo all’antologia. N di meNare, come dicevo, contiene esattamente quello che il titolo lascia presagire: una carrellata sguaiata e spassosissima di avventure bislacche popolata da eroi improbabili, eroine procaci e letali ed esseri di varie forme e dimensioni. Un divertissement che mostra una conoscenza profonda degli stilemi dei vari generi che affronta, e che li riproduce spingendo al massimo sull’acceleratore, esaltando le possibilità metanarrative più buffonesche e ammiccanti. Esplicitamente postmoderno (si può ancora usare questa parola?) nell’approccio, N di meNare è un bignami del fantastico filtrato attraverso la lente distorta del pulp più sapientemente sguaiato, un pastiche irriverente per intenditori, che si appropria delle convenzioni, dei topoi e degli stereotipi di certa letteratura e li passa attraverso il torchio della cultura pop-nerd degli ultimi vent’anni: videogames, filmacci d’azione, spaghetti-tutto, steampunk, cyberpunk, Evil Dead, Joe Lansdale e Quentin Tarantino, fantasi (con la «i») e schiaffoni onomatopeici («sock», «thud», «bang» quella roba lì, insomma) direttamente dalla serie di Batman con Adam West o dai film di Bud Spencer e Terence Hill.

È un successo? Come avvertivo in apertura, non credo di poter offrire un’opinione informata. Solitamente mi dedico a serissimi tomi neogotici, anch’essi pieni di sangue, per carità, ma decisamente poco autoironici nella forma. Però, la raccolta funziona. È divertente, è liberatoria. Soprattutto: è originale, e questo è sempre un punto d’onore. E lo è soprattutto quando (come in questo caso) la visione che offre, nelle evoluzioni circensi esibite, è diretta, lurida e senza compromessi.

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Festivaletteratura Mantova 2018: il reportage

L’anno scorso è stato Nazzareno Mataldi, traduttore e agricoltore, a relazionarci sui fatti di Mantova; quest’anno abbiamo mandato in missione uno dei nostri Giovani turchi, che ci ha consegnato questo rapporto fededegno sull’edizione 2018 di Festivaletteratura. Riguardo al quale possiamo dire solo che ipogeo è indubbiamente una parola da difendere con le unghie e con i denti. La lettura del seguente reportage vi farà capire perché.

riferisce MARCO PETRELLI

Arrivo a Mantova nelle prime ore di un appiccicoso pomeriggio di settembre, dopo varie ore di treni regionali. L’ingresso ferroviario alla città, al contrario del più evocativo Ponte San Giorgio, impedisce di godersi lo spettacolo sempre notevole dei palazzi che sembrano sorgere dalle acque come un miraggio, ed è un peccato. Mantova è un luogo sognante, e questa caratteristica viene ulteriormente intensificata nei giorni del festival in cui, difesa dai suoi tre laghi, la città diventa un utopico bastione della letteratura a fronte degli attacchi scarsamente alfabetizzati dell’Italia contemporanea. Magari sto esagerando, ma trovarsi in questa sorta di isola fatta di acciottolati, vicoli e cortili signorili che si aprono ovunque si posi lo sguardo è sempre una sensazione onirica — aiutano in questo senso le frequenti e spesse nebbie generosamente offerte dal Mincio.

Ma la giornata è limpida, la città luminosa, e io ho un accredito stampa da ritirare; per cui, abbandonati gli scarsi bagagli e in preda a un inedito fervore giornalistico, mi lancio immediatamente nell’abbraccio sudaticcio dei lettori che iniziano a sciamare per le vie del centro.

La sala stampa si affaccia direttamente su Piazza Leon Battista Alberti, giusto dietro la magnifica Basilica di Sant’Andrea, per i cui splendidi affreschi i Gonzaga, dicono le voci, non pagarono mai il povero Mantegna. Qui vengo introdotto alle gioie del giornalista accreditato: un bel badge giallo, shopper del festival, programma, taccuino, e, sopra ogni cosa: accesso illimitato alla macchinetta del caffè, privilegio del quale approfitto e abuso durante i giorni seguenti. Guardo per un po’ gli altri giornalisti affaccendarsi ai loro portatili, seduto su una delle (comodissime) poltrone (rosse) a disposizione, poi decido di buttarmi nella mischia.

Il primo evento a cui partecipo, “Mare e scrittura o scrittura di mare”, è un confronto tra alcune firme di Sirene, lo scrittore britannico Simon Winchester, e il nostrano Matteo Trevisani, autore del Libro dei fulmini. Quest’ultimo racconta la storia di una maledizione che avrebbe perseguitato i pescatori del suo albero genealogico (il mare, si sa, è un dio affamato), mentre il primo, con tutto l’aplomb che il personaggio richiede, spiega come i sogni adolescenziali di diventare capitano di Sua Maestà siano svaniti per colpa del daltonismo, come ogni oceano abbia una vera e propria personalità, e i l fatto che l’Oceano Pacifico è il posto dove si formano tutti i fenomeni meteorologici del pianeta. I suoi libri dedicati al mare, Atlantico e Pacifico, mi sembrano una lettura interessante. Mi ripropongo di acquistarli, poi me ne dimentico. Lo farò, prometto.

Dopo, durante un drink al quale vengo mezzo invitato e mezzo imbucato, Winchester prende bonariamente in giro un giornalista italiano per l’inglese delle sue mail sorseggiando un calice di rosso, mentre qualcun altro, venuto a sapere che scrivo per PULP Libri, mi consiglia di cambiare mestiere. Ci penserò su. Scambio anche qualche parola con Christopher Bollen (Orient), improvvisandomi interprete in mancanza di veri professionisti, e me la cavo discretamente, anche se il lessico marinaresco non è esattamente la mia specialità.

Il giorno successivo passo un bel po’ di tempo nel cortile di Palazzo Castiglioni (proprio lui, quello del Cortegiano), uno dei luoghi più belli del festival tutto. Qui ogni giorno c’è un appuntamento fisso: Il libro più divertente che ho letto. Con il piacere che si riserva solo alla sacrosanta rivalutazione di grandi scrittori ingiustamente caduti nell’oblio, ben due degli autori intervistati, il suddetto Bollen e Tullio Avoledo, scelgono Kurt Vonnegut, rispettivamente: La colazione dei campioni e Un pezzo da galera. Io avrei detto Galapagos, ma è bello vedere come l’ironia zannuta di Vonnegut sopravviva egregiamente ai tempi, e anzi, come la sua sardonica ferocia sia forse ancora più attuale di questi tempi in cui ridere vuol dire sempre più spesso abbandonarsi a un ghigno. L’autore sentitamente ringrazia; e io anche.

Nel pomeriggio è tempo per la prima superstar del festival: l’ex Ministro delle finanze greco e attuale leader di Diem25 Yanis Varoufakis, che presenta il suo ultimo, ponderoso volume: Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l’establishment dell’Europa. L’economista, si sa, è uomo carismatico, e dopo aver salutato la platea col pugno chiuso si lancia nell’esposizione elegante e un po’ smargiassa della rozzezza delle attuali politiche nazionalistiche e della cecità incurabile dei burocrati neoliberali d’Europa. Definisce «idiota» la gestione della crisi, racconta di un senzatetto greco che gli chiese di prendersi cura degli altri perché per lui era ormai troppo tardi, e ribadisce continuamente la necessità di democratizzare l’Europa piuttosto che distruggerla. C’è anche una storiella divertente su un vecchio amico italiano, passato come tanti dal PCI a uno qualunque dei successivi partiti socialdemocratici. «Eri un comunista di ferro, non lo sei più?» chiede Varoufakis. «No», risponde l’altro, «perché l’ha detto il partito». Non mancano ovviamente diverse frecciate ai nostri attuali governanti, tanto che al momento delle domande una fervente pentastellata prende il microfono per ribadire le proprie posizioni e rigettare le manco troppo velate accuse di razzismo pronunciate dall’ex ministro. La sventurata viene sommersa da una valanga di fischi («questa è la sinistra», sibila inviperita) a riprova che, di solito, chi ama la letteratura non apprezza le sciocchezze. Grazie al cielo.

Verso le cinque mi muovo con un pugno di giornalisti in una delle sale della splendida Loggia del grano, quartier generale del festival, dov’è prevista una collettiva con David Sedaris, uno degli uomini più divertenti del pianeta. Che infatti non si smentisce: entra sorridendo e azzarda qualche parola in italiano—un po’ ingrigito rispetto a come me lo ricordavo, ma sempre brillante. Le domande si susseguono, Sedaris dichiara il suo amore per le scenette slapstick della vita di tutti i giorni, e afferma che la gente sarà sempre in grado di trovare qualcosa che li faccia ridere. «La cosa importante è riuscire a essere in uno stato di perenne stupore», dice. Volevo chiedergli cosa trova divertente in Donald Trump, ma una giovane giornalista mi precede: «Un ego di quelle dimensioni è divertente di per sé», risponde, «Non puoi fare a meno di ridere quando qualcuno è così innamorato di se stesso». Sedaris ha appena pubblicato una selezione dei diari che tiene con ossessiva regolarità sin dagli anni Settanta (Ragazzi, che giornata! Diari 1977-2002). Il resto è stato consegnato all’università di Yale con la clausola che potranno essere resi pubblici solo dopo la sua morte. «Se qualcuno leggesse tutto quel che scrivo nei miei diari», dichiara, «per la vergogna mi infilerei una matita in un orecchio fino a spappolarmi il cervello».

Chiudo la giornata in bellezza con una robusta pinta di doppio malto mentre Trevisani mi fa i tarocchi e mi spiega Gurdjieff (i libri mi sono arrivati; grazie, Matte’).

Il giorno successivo, dopo l’inevitabile dose di caffeina accumulata in sala stampa, mi muovo verso il conservatorio Lucio Campiani per una vera e propria lecture accademica. Robert Darnton, decano degli storici statunitensi, tiene un’interessantissima lezione su letteratura e censura tratta dal suo I censori all’opera, nella quale mette a confronto le pratiche censorie della Francia borbonica, dell’India britannica e della DDR. L’autorità di Darnton traspira da ogni suo gesto e dall’ironia con la quale illustra l’argomento. Ascoltarlo è un piacere. In chiusura, lo storico lancia un condivisibile appello contro gli eccessi smaterializzanti e omnitestuali di un certo tipo di teoria poststrutturalista. «Il concetto postmoderno di censura volgarizza le conseguenze che questo atto ha e ha avuto sulle persone, sui corpi che l’hanno subito», dichiara, «Anche la semplice autocensura può diventare un veleno mortale, alla lunga». Applausi in sala.

Arriva finalmente uno dei momenti che aspettavo di più. Ai margini del centro storico, vicino ai freschi e sonnolenti giardini di Palazzo Te, Tom Drury presenta il suo ultimo libro, Pacifico, insieme a Luca Briasco. L’incontro non delude le aspettative. Drury afferma di ispirarsi all’epica celtica per il suo stile asciutto e assertivo, pur ammettendo una certa evoluzione formale dai tempi de La fine dei vandalismi. E l’autore stesso sembra il personaggio della mitologia cui dice di ispirarsi: serio, lascia raramente trapelare l’ironia che invece riversa nelle sue storie. Un Cúchulainn che ha deposto le armi per impugnare la penna. Parla dell’importanza dell’ambientazione nella sua opera, affermando come la lontananza dai luoghi dove è cresciuto gli permetta di ricreare un luogo reale e immaginario e utilizzarlo come palinsesto per studiare le reazioni dei personaggi ai cambiamenti che, romanzo dopo romanzo, investono la contea rurale del Midwest che lo scrittore ricrea in ogni suo piccolo, fondamentale dettaglio. «La geografia è parte dei miei ricordi più profondi. Quel che ho cercato di fare è stato presentare il paesaggio ai personaggi per vedere come questi cambiavano in relazione all’ambiente», afferma. E anche: «Lo scontro con l’autorità è sempre una buona cosa per un personaggio… ogni buon romanzo ha bisogno di un piantagrane». Buoni consigli di scrittura da parte di un bravo scrittore, che alla fine dell’incontro si premura anche di suggerire alcuni dei suoi autori preferiti, tra i quali figurano Cechov, Sherwood Anderson, Daniel Woodrell e l’amico Chris Offutt (tra i preferiti anche di chi scrive).

Mentre ozio in Piazza Leon Battista Alberti rimettendo a posto gli appunti della giornata mi imbatto di nuovo in Sedaris, intervistato dagli speaker di Fahrenheit, che dichiara di aver imparato ben due nuove parole in italiano: «stracotto d’asino» e «sifilide». Entrambe utilissime nella bassa mantovana.

L’ultimo giorno di festival si apre in bellezza con quella vecchia lenza di Chris Offutt; tra tutti, l’incontro che aspettavo di più, essendomi di recente perdutamente innamorato della sua scrittura cruda ed elegiaca. L’intervistatore prescelto è Giancarlo De Cataldo, che a tratti sembra faticare a imbrigliare Offutt con le sue domande. Ma l’autore si scioglie in fretta, e racconta con ironia, nella parlata lenta e morbida del Sud, della sua adolescenza negli Appalachi del Kentucky, e di come non avesse mai pensato di diventare uno scrittore. «Volevo essere un attore, o un pilota di macchine da corsa, oppure una spia. Qualcosa di entusiasmante, insomma. Scrivo da che ho memoria, ma da ragazzo l’idea di diventare uno scrittore non mi ha nemmeno sfiorato». Parte dell’intervista è dedicata anche al padre, Andrew J. Offutt, una figura quantomeno singolare. «Mio padre e mia madre hanno vissuto nelle colline del Kentucky per una cinquantina d’anni, e non buttavano mai via niente. Così, dopo la morte di mio padre, ho scoperto che aveva scritto, sotto vari pseudonimi, qualcosa come quattrocento romanzi pornografici. Era capace di scrivere un libro in tre giorni, lo faceva per soldi, un po’ come ho fatto io quando lavoravo per Hollywood. Scriveva tutto a mano, e mia madre poi lo batteva a macchina», ride. Ma i momenti più interessanti dell’incontro sono quelli in cui Offutt parla del Kentucky, delle montagne e della gente che vive lì, spesso in condizioni assolutamente precarie. «Sono gli ultimi dimenticati della società americana. Le persone del Kentucky sono considerate il peggio del peggio, vengono continuamente sfottute per questo. Non c’è niente tra le colline: nessun ristorante o negozio; l’unico luogo deputato alla socialità è la chiesa, che infatti è molto presente nel mio lavoro perché è un elemento fondamentale della vita tra le colline. Possono essere una comunità molto unita, volenterosa di aiutare il prossimo, ma c’è un rigidissimo codice da rispettare. Un codice di comportamento e un codice d’onore. La lealtà è fondamentale: devi essere leale con la tua famiglia, i tuoi fratelli e sorelle, e devi essere leale con la terra. Per quel che mi riguarda, la mia lealtà è prima di tutto con la letteratura. Quello che vorrei fare on la mia opera è abbracciare queste persone, perché gli voglio bene». Il malinconico abbandono pastorale che spesso caratterizza la scrittura di Offutt è anche una cosciente operazione antropologica, il tentativo di mantenere viva la memoria di una cultura che è lentamente ma inesorabilmente inghiottita dalla storia: «La mappa che trovate in Nelle terre di nessuno l’ho disegnata io. È l’unica mappa del luogo in cui sono cresciuto. C’erano persone, c’erano paesi; adesso non c’è più nulla. È tutto scomparso».

Faccio la fila per fargli firmare la mia copia di Kentucky Straight (ho provato a fingermi disinteressato, ma non ho resistito). Gli dico che ho recensito Country Dark per Pulp, e che mi è piaciuto molto. Dice di ricordarsi di me per via di un paio di parole che ha dovuto cercare sul dizionario («ipogeo» e «silvano», nello specifico), mi ringrazia scherzosamente per avergliele insegnate [N.d.A. questa cosa dell’ipogeo deve avermi reso lo zimbello di mezza editoria italiana, perché appena Offutt mi chiede di pronunciarlo Luca Briasco e Roberto Serrai si girano verso di me. «Ah, sei tu Marco! Appena ho sentito “ipogeo” mi sono detto “è lui”». Prometto solennemente che in futuro la smetterò di fare il ricercato. Sono un accademico, cercate di capirmi e compatirmi]. Lo ringrazio di tutto, perché se lo merita. Infilo il libro firmato di fresco nell’apposita borsa di tela fornita dall’organizzazione e mi allontano con un sorrisetto divertito.

Grazie, Mantova, è stato proprio bello. Ci vediamo l’anno prossimo. O meglio: fa’ bel, Mantova, as vedema prest’!

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Nel labirinto degli Appalachi

Chris Offutt, Country Dark, tr. Roberto Serrai, minimum fax, pp. 235, € 18 stampa, € 9,99 e-book

recensisce MARCO PETRELLI

L’esordio in Italia di Offutt, la raccolta di racconti Nelle terre di nessuno, è stato folgorante. Lo scrittore del Kentucky possiede uno stile inconfondibile, che oscilla tra liricismo elegiaco e cruda ferocia senza compromessi. Un vero figlio del Sud, insomma.

Degli Appalachi, nello specifico—una delle regioni più dimenticate e leggendarie d’America, nonché una delle più pericolose, come sapranno tutti i lettori o gli spettatori scioccati dalla coppia di classici ormai canonizzati della narrativa/cinematografia regionalistica: Dove porta il fiume/Un tranquillo weekend di paura, opere che hanno fortemente contribuito alla mitologia dell’hillbilly degenerato e sadico. Gli Appalachi sono anche una fucina di scrittori (Cormac McCarthy in primis) nei quali realismo sociale, natura e violenza partecipano nel tramandare un canone dai toni cupamente epici.

Country Dark prosegue la mitopoiesi montanara inaugurata da Nelle terre di nessuno, raccontando questa volta la storia di Tucker, reduce della Guerra di Corea che si ritrova a contrabbandare alcolici per mantenere la sfortunata famiglia che si è creato. Abbandonati i seppur scarsi elementi di gusto magico-realista dell’opera precedente, Offutt crea questa volta una storia asciutta e incisiva che certo sarebbe piaciuta a James Dickey (anche lui reduce della guerra più dimenticata della storia americana).

Gli elementi del gotico appalachiano ci sono tutti: moonshine, deformità grottesche, baracche nascoste nei boschi e coltelli affilati. Come già Brian Panowich in Bull Mountain, l’autore ci porta all’interno di questa società primitiva e ingovernabile, fatta di uomini che evitano volentieri di parlare se possono delegare una carabina Winchester, e disposti a tutto pur di difendere la propria terra. Il Kentucky edenico che il leggendario pioniere Daniel Boone definì «un secondo paradiso» viene rovesciato da Offutt in un oscuro labirinto silvano nel quale Tucker si muove con l’abilità di una bestia selvatica e con altrettanta ferina implacabilità.

Country Dark dimostra come l’Appalachia, nonostante la normalizzazione inevitabile di un’America sempre più connessa e sempre meno selvaggia, proietti ancora all’esterno l’immagine umbratile di un milieu irriducibile al canone trionfalistico di molta narrativa “di frontiera”, insistendo piuttosto sulla cronica devianza tribale di quella che Henry D. Shapiro definì terra incognita. Non si può che gioire della riscoperta di un autore come Chris Offutt—una voce autenticamente statunitense dedicata a riportare alla luce l’ipogeo oscuro e inquietante sepolto sotto lo scintillio della retorica dominante. Un ritratto lucido e spietato di quello che è forse l’ultimo “ventre” della cultura americana.

https://www.minimumfax.com/

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Il loro regno per un cavallo

C.E. Morgan, Lo sport dei re, tr. Giovanna Scocchera, Einaudi, pp. 584, €24,00 stampa €10,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Henry Forge è solo un bambino quando la sua vita cambia per sempre. Dopo aver assistito all’addestramento di un cavallo da corsa, questo rampollo di un’antica e arrogante famiglia dell’aristocrazia terriera del Kentucky non ha più dubbi: la fattoria dei suoi avi lascerà il posto a una scuderia di purosangue. L’ossessione di Henry, creare il cavallo perfetto: una bestia che corra come nessun’altra prima.

C’è una coppia di termini omofoni alla radice di questo ponderoso, magnifico romanzo di C. E. Morgan: race, inteso come “corsa, gara”, e race, nell’accezione di “razza”, con tutta l’implicita gerarchia biologica che la parola sottintende. Da un lato, le corse di cavalli del Kentucky Derby (e non solo), lo “sport dei re” che raccoglie tra gli astanti il meglio della decadenza pseudo-nobiliare del Sud ­– quella che Hunter S. Thompson definì «atavistica cultura condannata». Dall’altro, la selezione artificiale e maniacale dell’allevatore; ma anche la terribile eredità che schiavitù e razzismo hanno lasciato a uno stato che, fungendo da cuscinetto tra unionisti e confederati durante la guerra civile, era di fatto l’ultimo avamposto del Sud.

Oltre il fiume Ohio, Cincinnati, città che in Lo sport dei re viene dipinta coi contorni mitici di un luogo leggendario, lo stesso che Scipio, antenato dell’inquieto stalliere dei Forge, Allmon, raggiunge nella sua disperata e spietata fuga da fruste e catene. La sopravvivenza bestiale degli ultimi contrapposta alle esistenze barocche dei primi; l’intreccio spesso perverso di selezione naturale (continuamente evocata dalle epigrafi tratte da L’origine della specie), allevamento ed eugenetica, ciascuno con il suo inevitabile carico di morte e crudeltà.

“I morti diventano storie per continuare a vivere”, scrive Morgan, suggerendo con il suo romanzo come queste stesse storie abbiano il potere di decidere della dannazione o della salvezza di ciascuno. Narrando avvenimenti che vanno dalla fine del Diciottesimo secolo ai primi anni Zero, la scrittrice si confronta con il classico romanzo genealogico della tradizione del Dixieland, utilizzando il cinico Henry Forge come perno, ma aprendo a un ampio ventaglio di personaggi memorabili, primo fra tutti il fantino-fool Reuben Bedford Walker III, mattatore indiscusso dell’ultima sezione del romanzo.

Un libro florido come i paesaggi del Kentucky che lo ospitano, nel quale la natura e gli uomini vengono trattati tanto con il linguaggio asettico della tassonomia quanto con un raffinato lirismo pastorale. Umanista e post-umanista allo stesso tempo, ché se la voce autoriale (complessa e spesso elusiva) sembra a volte tirarci verso lo sguardo gelidamente geologico di Henrietta, figlia di Henry, l’oggetto del narrare resta fermamente nei confini dei corpi, dei fluidi, della carnalità.

Morgan è una scrittrice ambiziosa, e non ne fa mistero. «La vita è breve», ha dichiarato, «voglio confrontarmi con l’arte di alto livello. Voglio anima. La grande letteratura scuote la mente e fa cantare il corpo. È una sensazione elettrica, inconfondibile». E Lo sport dei re non delude in questo senso. È violento e poetico, scioccante e delicato. La bellezza brutale delle corse di cavalli diventa il metro di misura di tutte le cose, un microcosmo nel quale va a rispecchiarsi la storia dei Forge e l’intera storia del Sud, insieme a tutto il sangue che queste hanno versato. Un romanzo destinato a lasciare un segno nella grande tradizione della narrativa del Sud statunitense.

http://www.einaudi.it/

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Aspettando l’uragano

Jesmyn Ward, Salvare le ossa, tr. Monica Pareschi, NNE, pp. 320, € 19 stampa, € 8,99 e-book

recensisce MARCO PETRELLI

Bois Sauvage, Mississippi, 2005. Dodici giorni prima dell’arrivo dell’uragano Katrina, il più grande disastro naturale della recente storia statunitense. Esch, attraverso i cui occhi si dipana la storia, è una ragazzina afroamericana parte di una famiglia tanto disastrata quanto unita. Sua madre è morta dando alla luce l’ultimo figlio, Junior. Suo padre è un alcolista burbero e distante, che dedica tutto il suo tempo a prepararsi per un uragano che, tutti dicono, non sarà poi una gran cosa. L’amatissimo fratello Skeetah ha attenzioni solo per il suo pitbull da combattimento, una cagna maestosa e feroce di nome China, nei cui preziosi cuccioli appena nati vede la possibilità di un guadagno che è un riscatto. Randall, il più grande, una palla da basket perennemente in mano, spera di poter abbandonare il degrado soffocante della Fossa (così la famiglia chiama l’avvallamento ingombro di rottami e baracche in cui vive) con una borsa di studio per meriti sportivi. Esch, infine, ha appena scoperto di essere incinta.

Il padre è il migliore amico di Randall, che la narratrice, ossessionata da un libro di mitologia greca, descrive dorato come Apollo e altrettanto distante. Per sé, invece, aspira al ruolo di moderna Medea. E proprio quest’ultima fornisce il famoso furor che è il paradigma delle tre grandi figure femminili di Salvare le ossa: Esch, divorata dai tormenti d’amore, spesso tenera ma sempre cruenta; China, affettuosa e sanguinaria, bianca e misteriosa come una Moby Dick dello slum; e naturalmente Katrina, madre spietata che si abbatte con violenza smisurata sui suoi figli inermi. L’amore e la brutalità (che Ward impedisce spesso di distinguere) sono le cifre di questo romanzo carnale e poetico, che in originale suona spesso come un vecchio Blues o un flow contemporaneo – disperato, duro e autenticamente afroamericano, ben rielaborato nell’ottima traduzione di Monica Pareschi.

Un romanzo che l’autrice voleva politico, e che, contribuendo con forza invidiabile alla mitopoiesi dell’uragano, ha il merito (voluto, studiato) di ricollegare un’America che troppo spesso soffre di amnesie colpevoli al disastro Katrina, abbattutosi inevitabilmente e con più drammaticità sugli indifesi (poveri, neri), proprio come l’ira mitica di Medea. Madri e infanticide vere e in potenza che tengono i propri uomini legati a sé con la passione, la violenza o l’amore disinteressato di figlie o sorelle, sono loro le protagoniste di Salvare le ossa, un libro che, nell’ossessiva e a volte soffocante dimensione familiare mostra più di un inevitabile debito nei confronti del Faulkner di Mentre morivo (esplicitamente citato), ma che al contempo, come ha scritto Ron Charles su The Washington Post, si presenta già con l’aura di un classico. Una storia senza tempo di sangue, vendetta e rovina, ma anche di salvezza, speranza e umana tenerezza.

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Racconta con rabbia

27 APRILE 2018

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, tr. Sara Bilotti, Minimum Fax, pp. 400, € 18 stampa, € 9,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Succede che, verso la fine dello scorso millennio, Dorothy Allison esordisca con un romanzo semi-autobiografico con un titolo potente: Bastard out of Carolina, cioè La bastarda della Carolina. Succede che il libro, la storia tenera e disperata di Bone, figlia non riconosciuta dal padre fuggiasco, diventi un successo di critica e di pubblico (su The New York Times Book Review George Garrett la definì «vicina alla perfezione»). Succede anche, secondo copione, che una professoressa del Maine assegni il libro ai suoi studenti, che alcuni genitori insorgano, che la professoressa venga denunciata, che il libro divenga il centro dell’ennesimo processo per oscenità cui l’America puritana (che all’epoca bombardava i Balcani senza troppe ambasce) non sa proprio rinunciare.

Contrariamente ad alcuni illustri predecessori quali Urlo di Allen Ginsberg, però, La bastarda della Carolina perse il processo, e lo stato del Maine concesse all’istituto il diritto di vietare la lettura del libro agli alunni. La scrittura di Allison, figlia di un realismo sociale che al cosiddetto white trash del Sud ha dedicato pagine fondamentali quali quelle dell’ormai quasi dimenticato Let Us Now Praise Famous Men di James Agee e Walker Evans (del quale Allison non mantiene la verve politica quanto piuttosto lo sguardo impietoso), possiede senza dubbio una forte carica scioccante. Bone è gioiosamente accolta nell’amore feroce di una famiglia unitissima, matriarcale e cronicamente antisociale, che è descritta con l’affetto che sempre meritano i ribelli senza causa e coloro che il sistema mette prepotentemente alla porta perché non addomesticabili.

Ma al calore di questo nucleo gioiosamente disfunzionale fanno da contraltare le molestie e le violenze inflitte da un patrigno instabile, legato alla madre della protagonista da un amore malato e odioso. Il modo in cui la violenza sessuale s’insinua nel racconto è fantasmatico e magistrale – Allison è spietata nel mostrarcelo come un germe che man mano divora la protagonista riempiendola di odio per sé, per una società che la disprezza e per una madre che non può proteggerla dalle sfuriate oscene dell’uomo che non riesce a lasciare. Un fuoco che, insieme ai nervi del lettore, sempre più tesi, consuma anche l’infanzia di Bone, costretta a diventare in fretta una giovane donna dilacerata.

«Immaginavo che qualcuno mi legasse e mi ficcasse in un covone di fieno per poi dar fuoco alla paglia secca e vecchia», dice lei; «la mia intenzione è sempre stata che alla fine del romanzo il lettore provasse rabbia», dice l’autrice. E La bastarda della Carolina, tenero quanto crudele, non di rado incomprensibile nella sua violenza cieca senza redenzione alcuna, riesce infatti a essere un romanzo che scuote, che aggredisce e tormenta e che non si fa chiudere facilmente. «Le storie aprono porte su stanze buie», scrive Allison nella postfazione, ma questo racconto, nero come i capelli di Bone, elemento che ritorna ossessivamente nel testo, ha il potere di condurci attraverso l’oscurità di una vita al margine verso la catarsi inerente all’atto narrativo per cui nominare le cose vuol dire potersene finalmente riappropriare.

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L’immonda vastità

30 MARZO 2018

Howard Phillips Lovecraft, Le montagne della follia, tr. e c. di Andrea Morstabilini, Il saggiatore, pp. 206, € 17,00 stampa € 3,54 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Howard Phillips Lovecraft, si sa, gode di una fama postuma che farebbe invidia a uno degli evangelisti. Una sorta d’iperbolica legge del contrappasso al rovescio lo ha reso, dopo la relativa oscurità e le innegabili ristrettezze patite in vita, probabilmente lo scrittore dell’orrore (in patria lo definirebbero, più accuratamente, weird) più influente del secolo scorso. Dal raffinatissimo Thomas Ligotti ad autori più o meno di largo consumo quali Stephen King, Clive Barker o Dean Koontz, non c’è contemporaneo che non abbia, in un modo o nell’altro, subito la fascinazione della spaventosa e dettagliatissima mitologia del “solitario di Providence”.

At the Mountains of Madness, racconto lungo o romanzo breve del 1931 è, in un corpus che straborda di allucinazioni e orrori d’ogni sorta, una delle produzioni più oscure e angosciose di Lovecraft. Fortemente ispirato a Le avventure di Arthur Gordon Pym, del quale condivide l’ambientazione antartica e il progressivo inoltrarsi in una terra incognita tanto favolosa quanto terrificante, si distacca da questo (pure citato a più riprese nel testo) per la livida freddezza d’esecuzione – il distacco scientifico da tavolo autoptico che meritò all’autore il titolo, azzeccatissimo, di “Edgar Allan Poe cosmico”.

Proprio le qualità scientifiche eppur bizantine della prosa di Lovecraft, spesso limate e ammorbidite in traduzione per renderne più masticabile lo stile innegabilmente ostico, sono l’oggetto di questa riedizione a opera de Il saggiatore, il cui curatore, Andrea Morstabilini, «rifugge la tentazione di ricondurre a una mal compresa “piacevolezza” lo stile ossessivo, tassonomico, rituale di Lovecraft» (cito dal risvolto anteriore). Operazione piuttosto riuscita, c’è da dire, anche se non posso esimermi dal notare come alcune scelte lessicali suonino più bizzarre che ricercate – passi “figmento”, ma “labirintino” è attestato dal solo dizionario Olivetti ed è, mi sembra, un calco piuttosto palese dell’inglese “labyrinthine”.

Il leviatano della prosa di Lovecraft ci conduce lentamente (e letteralmente) sull’orlo dell’abisso, e la traduzione è funzionale nel comunicare quello che è sicuramente il tratto più terrificante, interessante e originale dello scrittore: la vertigine parossistica dell’affacciarsi su profondità più antiche del tempo stesso, talmente sconfinate da rendere futile il concetto stesso di spazio, verso rivelazioni talmente orribili da annichilire il linguaggio e rendere immediatamente folle chiunque ne colga anche minimamente tutta l’immonda vastità.

L’effetto è quasi fisico. Gli ultimi capitoli de Le montagne della follia inducono un vago senso di nausea, ulteriormente acuito dalla freddezza incomprensibile con la quale Lovecraft comunica (o meglio, suggerisce) l’insopportabile peso ontologico portato dalla sua opera; ovvero l’affermazione continua e spietata dell’insignificanza umana in un cosmo che, oltre ad essere assolutamente insondabile, è totalmente indifferente; e peggio ancora, completamente privo di senso.

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Lettere, ma tutt’altro che morte

7 febbraio 2018

Edgar Allan Poe, Lettere, a cura di Barbara Lanati, tr. Nicoletta Lucchetti e Laura V. Traversi, Il saggiatore, pp. 754, € 48,00 stampa

recensisce MARCO PETRELLI

L’opera di Edgar Allan Poe è la chiave di volta per l’intera, rigogliosa tradizione del gotico americano. L’atmosfera psicologica dei suoi racconti – soffocante, malsana, sostenuta dagli echi sinistri di ossessioni assolutamente tabù quali la necrofilia o le “esequie premature”, parafrasando il titolo di uno dei suoi lavori più noti – è il vero punto d’origine del genere che Leslie A. Fiedler considerava endemico delle lettere statunitensi. Non solo, tra i suoi non trascurabili meriti c’è anche quello di aver formalizzato la detective fiction, e aver lasciato in eredità un corpus di raffinatissime poesie di gusto romantico e decadente.

La breve vita dello scrittore, già oggetto di mitizzazioni o illazioni da parte dei contemporanei, contribuì enormemente alla fama (soprattutto postuma, c’è da dire), trasmettendo attraverso gli anni una figura di uomo tormentato, autodistruttivo e coltissimo, totalmente dedito all’ufficio delle lettere in fiera autonomia rispetto alla congerie trascendentalista, che all’epoca occupava gran parte del dibattito culturale americano, e che Poe detestava senza mezze misure, arrivando a definire Emerson e compagni “frogpondians”, dal nome di uno stagno bostoniano.

Vista la statura concreta e mitica di questa figura, è con enorme piacere che ci si avvicina al ponderoso epistolario pubblicato da Il saggiatore a cura di Barbara Lanati. Chi volesse oltrepassare il velo della leggenda per attingere notizie direttamente dalle parole di Poe, troverebbe un uomo perennemente in ambasce, afflitto da problemi economici cronici (tragicomico il poscritto di una delle lettere: “sono povero”) e dalla sostanziale indifferenza di molti dei suoi contemporanei, che pure non mancarono di riconoscerne il genio.

L’intelligenza e la cultura eclettiche di Poe strabordano da questo tomo, accompagnandosi alle più prosaiche angosce di un individuo estremamente sensibile costretto a una vita difficile. Attenzione, però, perché come avverte Lanati nell’introduzione, Poe era anche un colossale bugiardo, patologicamente teso alla menzogna (non necessariamente maliziosa, c’è da dire), all’elisione, all’iperbole.

Il lavoro di curatela, esaustivo e impeccabile, permette al lettore di riportare ogni volta le missive alla loro dimensione più concreta. Onnipresente il desiderio di affermarsi quale intellettuale attraverso la fondazione di una rivista “sul modello europeo” (The Penn Magazine, poi The Stylus), che attanagliò Poe fino alla misteriosa, prematura dipartita, occupando gran parte del suo tempo alla ricerca di sponsor e sottoscrizioni – non impedendogli però, per fortuna, di produrre alcune delle pagine più significative della letteratura americana del diciannovesimo secolo.

L’ansia di incontrare i favori del pubblico e dell’intellighenzia statunitense è chiara nelle numerosissime richieste di recensioni, trafiletti elogiativi e pubblicità, così come nelle varie lettere indirizzate ai maggiori scrittori dell’epoca; tra gli altri: Washington Irving, Henry Wadsworth Longfellow (di cui Poe fu un feroce detrattore) e James Russell Lowell. Largo spazio documentario è dato anche all’infaticabile lavoro di saggista e critico letterario, che Poe svolse con acume e innegabile ferocia, tanto che Lowell paragonò il suo inchiostro all’acido prussico. Uno splendido volume impreziosito da un lavoro filologico di classe che permette d’indagare il privato quotidiano di una delle figure più affascinanti e importanti di tutta la storia della letteratura occidentale. Un must per ogni americanista, un’opera consigliata a chiunque.

https://www.ilsaggiatore.com

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Esordio di un classico

1 gennaio 2018

William Faulkner, New Orleans Sketches, tr. Cesare Salmaggi, Il Saggiatore, pp. 92, €14,00

recensisce MARCO PETRELLI

Sulla qualità della scrittura di William Faulkner c’è poco da discutere: la sua figura svetta tra i grandi della letteratura modernista americana, e non solo. Proprio per questo, è interessante leggere (o rileggersi) questa riedizione dei New Orleans Sketches a opera de Il Saggiatore, contenente alcune delle prime prove in prosa che il giovane scrittore, all’epoca residente nel vibrante quartiere francese di New Orleans, vendeva al Times-Picayune e al Double Dealer per una manciata di dollari, con tutta probabilità prontamente reinvestiti in bourbon e tabacco da pipa in accordo con la perenne atmosfera bohémien della città che il giovane Faulkner viveva appieno.

Nume tutelare di questa raccolta è Sherwood Anderson, altro maestro modernista che fu influenza cruciale nei primi anni di attività del futuro Nobel. Un libriccino snello ma fondamentale per vari motivi. Innanzitutto, l’appassionato faulkneriano (come chi scrive) troverà nei sei racconti molti dei temi e dei motivi che lo scrittore di Oxford (quella nel Mississippi, non quella inglese!) svilupperà appieno e in maniera magistrale nei capolavori successivi, da L’urlo e il furore a Mentre morivo.

Poi, gli Sketches sono un’ottima introduzione alla narrativa di Faulkner, qui non ancora complessa e involuta come nelle opere più mature. Ne “Il regno di Dio”, un Benjy Compson prototipico fa saltare un colpo maldestro disperandosi per il suo giglio spezzato, in “Yo Ho e due bottiglie di Rum” le avventure farsesche di una nave di ubriaconi prendono un’inaspettata svolta macabra quando l’equipaggio è costretto a dare sepoltura al corpo di uno dei marinai sotto il sole spietato dei Caraibi – un funerale picaresco e straziante che toccherà in sorte anche a Addie Bundren. L’ironia spesso cinica e l’umanità per cui Faulkner diverrà famoso sono già presenti negli Sketches, rendendo anche il meno riuscito di questi una lettura comunque coinvolgente e a volte toccante.

La sofisticazione dello stile dell’autore è intuibile nel mescolamento di voci narranti e piani temporali, utilizzati qui come su di un banco di lavoro, testandone importanza, effetti e significato nella costruzione dell’intreccio. A onor del vero, alcuni dei racconti soffrono qui e là dell’ingenuità e della poca dimestichezza che Faulkner probabilmente possedeva all’epoca, ma lo scopo editoriale (l’edizione domenicale di un quotidiano di larga diffusione) ne giustifica la semplicità o l’apparente inconcludenza.

E poi bisognerebbe forse concedere ai New Orleans Sketches il lusso di una nuova veste traduttiva, perché il lavoro di Salmaggi, per quanto dignitoso, suona a volte datato e soffre in alcuni punti di una legnosità sconosciuta alla floridezza dello stile originale. In linea generale, però, nulla è tolto al piacere quasi voyeuristico di poter sbirciare i primi passi di uno scrittore immenso; per di più compiuti nell’abbraccio di una città come New Orleans, che, con la sua anima imprevedibile – macabra e follemente vitale allo stesso tempo – è stata e sarà sempre fonte d’ispirazione inesauribile per le lettere americane.

https://www.ilsaggiatore.com/

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Maledetti Appalachi…

5 Ottobre 2017

Brian Panowich, Bull Mountain, tr. Nescio Nomen, NNE, pp. 294, € 18,00 stampa, € 8,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Brian Panowich è cinquanta per cento James Ellroy e cinquanta per cento Cormac McCarthy (quello rurale di Figlio di Dio e quello noir di Non è un paese per vecchi); ed è un narratore di classe. Bull Mountain, storia di violenza che orbita attorno a una famiglia e a una terra («famiglia» e «casa» sono le parole che racchiudono l’intera vicenda), è un romanzo avvincente che si legge d’un fiato.

Panowich ha studiato la tradizione letteraria del Sud americano con attenzione, e si vede. La montagna immaginaria che dà il nome al romanzo è parte della catena degli Appalachi, un territorio che, come ha scritto Henry D. Shapiro in Appalachia on Our Mind, ha sempre avuto i contorni di una terra incognita per gli Stati Uniti. Isolati, storicamente riottosi e insofferenti al potere centrale, gli abitanti degli Appalachi sono stati banditi, moonshiners e ribelli da sempre.

Bull Mountain mostra proprio la parabola genealogica di una famiglia orgogliosamente illegale, i Burroughs, macchiata da un originario peccato biblico – l’uccisione di un membro del clan per mano del fratello, disposto a tutto pur di non abbandonare la montagna – che si snoda lungo tre generazioni. Clayton, l’ultimo dei Burroughs, decide di allontanarsi dai fratelli, trafficanti di liquore, marijuana e anfetamina dal grilletto più che facile, e diventare sceriffo per redimere simbolicamente l’intera storia familiare.

Però, come nella migliore tradizione southern gothic, sarà proprio il passato a irrompere violentemente sulla scena, riportando a galla colpe e segreti e precipitando Clayton in un vortice di violenza apparentemente senza fine. «Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato», scriveva William Faulkner in Requiem per una Monaca, e Bull Mountain, snodandosi contemporaneamente nel passato e verso il futuro, mostra tutta la drammatica attualità di questo postulato.

Se nel linguaggio Panowich tenta di avvicinarsi al lavoro di McCarthy, la struttura di questo esordio è invece figlia del noir dedalico di Ellroy, nel quale ogni capitolo porta la voce di uno dei protagonisti, approfondendo e ampliando sempre di più la rete di connessioni tra questi che, nello stile della detective fiction, sarà chiara solo alla fine. Protagonista indiscussa del romanzo è però la montagna del titolo, a sottolineare come la geografia selvaggia e goticizzata, spazio tanto reale quanto immaginario, resti per gli autori del Sud una fonte d’ispirazione inesauribile.

http://www.nneditore.it

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