Tutti gli articoli di Marco Petrelli

Nel labirinto degli Appalachi

Chris Offutt, Country Dark, tr. Roberto Serrai, minimum fax, pp. 235, € 18 stampa, € 9,99 e-book

recensisce MARCO PETRELLI

L’esordio in Italia di Offutt, la raccolta di racconti Nelle terre di nessuno, è stato folgorante. Lo scrittore del Kentucky possiede uno stile inconfondibile, che oscilla tra liricismo elegiaco e cruda ferocia senza compromessi. Un vero figlio del Sud, insomma.

Degli Appalachi, nello specifico—una delle regioni più dimenticate e leggendarie d’America, nonché una delle più pericolose, come sapranno tutti i lettori o gli spettatori scioccati dalla coppia di classici ormai canonizzati della narrativa/cinematografia regionalistica: Dove porta il fiume/Un tranquillo weekend di paura, opere che hanno fortemente contribuito alla mitologia dell’hillbilly degenerato e sadico. Gli Appalachi sono anche una fucina di scrittori (Cormac McCarthy in primis) nei quali realismo sociale, natura e violenza partecipano nel tramandare un canone dai toni cupamente epici.

Country Dark prosegue la mitopoiesi montanara inaugurata da Nelle terre di nessuno, raccontando questa volta la storia di Tucker, reduce della Guerra di Corea che si ritrova a contrabbandare alcolici per mantenere la sfortunata famiglia che si è creato. Abbandonati i seppur scarsi elementi di gusto magico-realista dell’opera precedente, Offutt crea questa volta una storia asciutta e incisiva che certo sarebbe piaciuta a James Dickey (anche lui reduce della guerra più dimenticata della storia americana).

Gli elementi del gotico appalachiano ci sono tutti: moonshine, deformità grottesche, baracche nascoste nei boschi e coltelli affilati. Come già Brian Panowich in Bull Mountain, l’autore ci porta all’interno di questa società primitiva e ingovernabile, fatta di uomini che evitano volentieri di parlare se possono delegare una carabina Winchester, e disposti a tutto pur di difendere la propria terra. Il Kentucky edenico che il leggendario pioniere Daniel Boone definì «un secondo paradiso» viene rovesciato da Offutt in un oscuro labirinto silvano nel quale Tucker si muove con l’abilità di una bestia selvatica e con altrettanta ferina implacabilità.

Country Dark dimostra come l’Appalachia, nonostante la normalizzazione inevitabile di un’America sempre più connessa e sempre meno selvaggia, proietti ancora all’esterno l’immagine umbratile di un milieu irriducibile al canone trionfalistico di molta narrativa “di frontiera”, insistendo piuttosto sulla cronica devianza tribale di quella che Henry D. Shapiro definì terra incognita. Non si può che gioire della riscoperta di un autore come Chris Offutt—una voce autenticamente statunitense dedicata a riportare alla luce l’ipogeo oscuro e inquietante sepolto sotto lo scintillio della retorica dominante. Un ritratto lucido e spietato di quello che è forse l’ultimo “ventre” della cultura americana.

https://www.minimumfax.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il loro regno per un cavallo

C.E. Morgan, Lo sport dei re, tr. Giovanna Scocchera, Einaudi, pp. 584, €24,00 stampa €10,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Henry Forge è solo un bambino quando la sua vita cambia per sempre. Dopo aver assistito all’addestramento di un cavallo da corsa, questo rampollo di un’antica e arrogante famiglia dell’aristocrazia terriera del Kentucky non ha più dubbi: la fattoria dei suoi avi lascerà il posto a una scuderia di purosangue. L’ossessione di Henry, creare il cavallo perfetto: una bestia che corra come nessun’altra prima.

C’è una coppia di termini omofoni alla radice di questo ponderoso, magnifico romanzo di C. E. Morgan: race, inteso come “corsa, gara”, e race, nell’accezione di “razza”, con tutta l’implicita gerarchia biologica che la parola sottintende. Da un lato, le corse di cavalli del Kentucky Derby (e non solo), lo “sport dei re” che raccoglie tra gli astanti il meglio della decadenza pseudo-nobiliare del Sud ­– quella che Hunter S. Thompson definì «atavistica cultura condannata». Dall’altro, la selezione artificiale e maniacale dell’allevatore; ma anche la terribile eredità che schiavitù e razzismo hanno lasciato a uno stato che, fungendo da cuscinetto tra unionisti e confederati durante la guerra civile, era di fatto l’ultimo avamposto del Sud.

Oltre il fiume Ohio, Cincinnati, città che in Lo sport dei re viene dipinta coi contorni mitici di un luogo leggendario, lo stesso che Scipio, antenato dell’inquieto stalliere dei Forge, Allmon, raggiunge nella sua disperata e spietata fuga da fruste e catene. La sopravvivenza bestiale degli ultimi contrapposta alle esistenze barocche dei primi; l’intreccio spesso perverso di selezione naturale (continuamente evocata dalle epigrafi tratte da L’origine della specie), allevamento ed eugenetica, ciascuno con il suo inevitabile carico di morte e crudeltà.

“I morti diventano storie per continuare a vivere”, scrive Morgan, suggerendo con il suo romanzo come queste stesse storie abbiano il potere di decidere della dannazione o della salvezza di ciascuno. Narrando avvenimenti che vanno dalla fine del Diciottesimo secolo ai primi anni Zero, la scrittrice si confronta con il classico romanzo genealogico della tradizione del Dixieland, utilizzando il cinico Henry Forge come perno, ma aprendo a un ampio ventaglio di personaggi memorabili, primo fra tutti il fantino-fool Reuben Bedford Walker III, mattatore indiscusso dell’ultima sezione del romanzo.

Un libro florido come i paesaggi del Kentucky che lo ospitano, nel quale la natura e gli uomini vengono trattati tanto con il linguaggio asettico della tassonomia quanto con un raffinato lirismo pastorale. Umanista e post-umanista allo stesso tempo, ché se la voce autoriale (complessa e spesso elusiva) sembra a volte tirarci verso lo sguardo gelidamente geologico di Henrietta, figlia di Henry, l’oggetto del narrare resta fermamente nei confini dei corpi, dei fluidi, della carnalità.

Morgan è una scrittrice ambiziosa, e non ne fa mistero. «La vita è breve», ha dichiarato, «voglio confrontarmi con l’arte di alto livello. Voglio anima. La grande letteratura scuote la mente e fa cantare il corpo. È una sensazione elettrica, inconfondibile». E Lo sport dei re non delude in questo senso. È violento e poetico, scioccante e delicato. La bellezza brutale delle corse di cavalli diventa il metro di misura di tutte le cose, un microcosmo nel quale va a rispecchiarsi la storia dei Forge e l’intera storia del Sud, insieme a tutto il sangue che queste hanno versato. Un romanzo destinato a lasciare un segno nella grande tradizione della narrativa del Sud statunitense.

http://www.einaudi.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Aspettando l’uragano

Jesmyn Ward, Salvare le ossa, tr. Monica Pareschi, NNE, pp. 320, € 19 stampa, € 8,99 e-book

recensisce MARCO PETRELLI

Bois Sauvage, Mississippi, 2005. Dodici giorni prima dell’arrivo dell’uragano Katrina, il più grande disastro naturale della recente storia statunitense. Esch, attraverso i cui occhi si dipana la storia, è una ragazzina afroamericana parte di una famiglia tanto disastrata quanto unita. Sua madre è morta dando alla luce l’ultimo figlio, Junior. Suo padre è un alcolista burbero e distante, che dedica tutto il suo tempo a prepararsi per un uragano che, tutti dicono, non sarà poi una gran cosa. L’amatissimo fratello Skeetah ha attenzioni solo per il suo pitbull da combattimento, una cagna maestosa e feroce di nome China, nei cui preziosi cuccioli appena nati vede la possibilità di un guadagno che è un riscatto. Randall, il più grande, una palla da basket perennemente in mano, spera di poter abbandonare il degrado soffocante della Fossa (così la famiglia chiama l’avvallamento ingombro di rottami e baracche in cui vive) con una borsa di studio per meriti sportivi. Esch, infine, ha appena scoperto di essere incinta.

Il padre è il migliore amico di Randall, che la narratrice, ossessionata da un libro di mitologia greca, descrive dorato come Apollo e altrettanto distante. Per sé, invece, aspira al ruolo di moderna Medea. E proprio quest’ultima fornisce il famoso furor che è il paradigma delle tre grandi figure femminili di Salvare le ossa: Esch, divorata dai tormenti d’amore, spesso tenera ma sempre cruenta; China, affettuosa e sanguinaria, bianca e misteriosa come una Moby Dick dello slum; e naturalmente Katrina, madre spietata che si abbatte con violenza smisurata sui suoi figli inermi. L’amore e la brutalità (che Ward impedisce spesso di distinguere) sono le cifre di questo romanzo carnale e poetico, che in originale suona spesso come un vecchio Blues o un flow contemporaneo – disperato, duro e autenticamente afroamericano, ben rielaborato nell’ottima traduzione di Monica Pareschi.

Un romanzo che l’autrice voleva politico, e che, contribuendo con forza invidiabile alla mitopoiesi dell’uragano, ha il merito (voluto, studiato) di ricollegare un’America che troppo spesso soffre di amnesie colpevoli al disastro Katrina, abbattutosi inevitabilmente e con più drammaticità sugli indifesi (poveri, neri), proprio come l’ira mitica di Medea. Madri e infanticide vere e in potenza che tengono i propri uomini legati a sé con la passione, la violenza o l’amore disinteressato di figlie o sorelle, sono loro le protagoniste di Salvare le ossa, un libro che, nell’ossessiva e a volte soffocante dimensione familiare mostra più di un inevitabile debito nei confronti del Faulkner di Mentre morivo (esplicitamente citato), ma che al contempo, come ha scritto Ron Charles su The Washington Post, si presenta già con l’aura di un classico. Una storia senza tempo di sangue, vendetta e rovina, ma anche di salvezza, speranza e umana tenerezza.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Racconta con rabbia

27 APRILE 2018

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, tr. Sara Bilotti, Minimum Fax, pp. 400, € 18 stampa, € 9,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Succede che, verso la fine dello scorso millennio, Dorothy Allison esordisca con un romanzo semi-autobiografico con un titolo potente: Bastard out of Carolina, cioè La bastarda della Carolina. Succede che il libro, la storia tenera e disperata di Bone, figlia non riconosciuta dal padre fuggiasco, diventi un successo di critica e di pubblico (su The New York Times Book Review George Garrett la definì «vicina alla perfezione»). Succede anche, secondo copione, che una professoressa del Maine assegni il libro ai suoi studenti, che alcuni genitori insorgano, che la professoressa venga denunciata, che il libro divenga il centro dell’ennesimo processo per oscenità cui l’America puritana (che all’epoca bombardava i Balcani senza troppe ambasce) non sa proprio rinunciare.

Contrariamente ad alcuni illustri predecessori quali Urlo di Allen Ginsberg, però, La bastarda della Carolina perse il processo, e lo stato del Maine concesse all’istituto il diritto di vietare la lettura del libro agli alunni. La scrittura di Allison, figlia di un realismo sociale che al cosiddetto white trash del Sud ha dedicato pagine fondamentali quali quelle dell’ormai quasi dimenticato Let Us Now Praise Famous Men di James Agee e Walker Evans (del quale Allison non mantiene la verve politica quanto piuttosto lo sguardo impietoso), possiede senza dubbio una forte carica scioccante. Bone è gioiosamente accolta nell’amore feroce di una famiglia unitissima, matriarcale e cronicamente antisociale, che è descritta con l’affetto che sempre meritano i ribelli senza causa e coloro che il sistema mette prepotentemente alla porta perché non addomesticabili.

Ma al calore di questo nucleo gioiosamente disfunzionale fanno da contraltare le molestie e le violenze inflitte da un patrigno instabile, legato alla madre della protagonista da un amore malato e odioso. Il modo in cui la violenza sessuale s’insinua nel racconto è fantasmatico e magistrale – Allison è spietata nel mostrarcelo come un germe che man mano divora la protagonista riempiendola di odio per sé, per una società che la disprezza e per una madre che non può proteggerla dalle sfuriate oscene dell’uomo che non riesce a lasciare. Un fuoco che, insieme ai nervi del lettore, sempre più tesi, consuma anche l’infanzia di Bone, costretta a diventare in fretta una giovane donna dilacerata.

«Immaginavo che qualcuno mi legasse e mi ficcasse in un covone di fieno per poi dar fuoco alla paglia secca e vecchia», dice lei; «la mia intenzione è sempre stata che alla fine del romanzo il lettore provasse rabbia», dice l’autrice. E La bastarda della Carolina, tenero quanto crudele, non di rado incomprensibile nella sua violenza cieca senza redenzione alcuna, riesce infatti a essere un romanzo che scuote, che aggredisce e tormenta e che non si fa chiudere facilmente. «Le storie aprono porte su stanze buie», scrive Allison nella postfazione, ma questo racconto, nero come i capelli di Bone, elemento che ritorna ossessivamente nel testo, ha il potere di condurci attraverso l’oscurità di una vita al margine verso la catarsi inerente all’atto narrativo per cui nominare le cose vuol dire potersene finalmente riappropriare.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

L’immonda vastità

30 MARZO 2018

Howard Phillips Lovecraft, Le montagne della follia, tr. e c. di Andrea Morstabilini, Il saggiatore, pp. 206, € 17,00 stampa € 3,54 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Howard Phillips Lovecraft, si sa, gode di una fama postuma che farebbe invidia a uno degli evangelisti. Una sorta d’iperbolica legge del contrappasso al rovescio lo ha reso, dopo la relativa oscurità e le innegabili ristrettezze patite in vita, probabilmente lo scrittore dell’orrore (in patria lo definirebbero, più accuratamente, weird) più influente del secolo scorso. Dal raffinatissimo Thomas Ligotti ad autori più o meno di largo consumo quali Stephen King, Clive Barker o Dean Koontz, non c’è contemporaneo che non abbia, in un modo o nell’altro, subito la fascinazione della spaventosa e dettagliatissima mitologia del “solitario di Providence”.

At the Mountains of Madness, racconto lungo o romanzo breve del 1931 è, in un corpus che straborda di allucinazioni e orrori d’ogni sorta, una delle produzioni più oscure e angosciose di Lovecraft. Fortemente ispirato a Le avventure di Arthur Gordon Pym, del quale condivide l’ambientazione antartica e il progressivo inoltrarsi in una terra incognita tanto favolosa quanto terrificante, si distacca da questo (pure citato a più riprese nel testo) per la livida freddezza d’esecuzione – il distacco scientifico da tavolo autoptico che meritò all’autore il titolo, azzeccatissimo, di “Edgar Allan Poe cosmico”.

Proprio le qualità scientifiche eppur bizantine della prosa di Lovecraft, spesso limate e ammorbidite in traduzione per renderne più masticabile lo stile innegabilmente ostico, sono l’oggetto di questa riedizione a opera de Il saggiatore, il cui curatore, Andrea Morstabilini, «rifugge la tentazione di ricondurre a una mal compresa “piacevolezza” lo stile ossessivo, tassonomico, rituale di Lovecraft» (cito dal risvolto anteriore). Operazione piuttosto riuscita, c’è da dire, anche se non posso esimermi dal notare come alcune scelte lessicali suonino più bizzarre che ricercate – passi “figmento”, ma “labirintino” è attestato dal solo dizionario Olivetti ed è, mi sembra, un calco piuttosto palese dell’inglese “labyrinthine”.

Il leviatano della prosa di Lovecraft ci conduce lentamente (e letteralmente) sull’orlo dell’abisso, e la traduzione è funzionale nel comunicare quello che è sicuramente il tratto più terrificante, interessante e originale dello scrittore: la vertigine parossistica dell’affacciarsi su profondità più antiche del tempo stesso, talmente sconfinate da rendere futile il concetto stesso di spazio, verso rivelazioni talmente orribili da annichilire il linguaggio e rendere immediatamente folle chiunque ne colga anche minimamente tutta l’immonda vastità.

L’effetto è quasi fisico. Gli ultimi capitoli de Le montagne della follia inducono un vago senso di nausea, ulteriormente acuito dalla freddezza incomprensibile con la quale Lovecraft comunica (o meglio, suggerisce) l’insopportabile peso ontologico portato dalla sua opera; ovvero l’affermazione continua e spietata dell’insignificanza umana in un cosmo che, oltre ad essere assolutamente insondabile, è totalmente indifferente; e peggio ancora, completamente privo di senso.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Lettere, ma tutt’altro che morte

7 febbraio 2018

Edgar Allan Poe, Lettere, a cura di Barbara Lanati, tr. Nicoletta Lucchetti e Laura V. Traversi, Il saggiatore, pp. 754, € 48,00 stampa

recensisce MARCO PETRELLI

L’opera di Edgar Allan Poe è la chiave di volta per l’intera, rigogliosa tradizione del gotico americano. L’atmosfera psicologica dei suoi racconti – soffocante, malsana, sostenuta dagli echi sinistri di ossessioni assolutamente tabù quali la necrofilia o le “esequie premature”, parafrasando il titolo di uno dei suoi lavori più noti – è il vero punto d’origine del genere che Leslie A. Fiedler considerava endemico delle lettere statunitensi. Non solo, tra i suoi non trascurabili meriti c’è anche quello di aver formalizzato la detective fiction, e aver lasciato in eredità un corpus di raffinatissime poesie di gusto romantico e decadente.

La breve vita dello scrittore, già oggetto di mitizzazioni o illazioni da parte dei contemporanei, contribuì enormemente alla fama (soprattutto postuma, c’è da dire), trasmettendo attraverso gli anni una figura di uomo tormentato, autodistruttivo e coltissimo, totalmente dedito all’ufficio delle lettere in fiera autonomia rispetto alla congerie trascendentalista, che all’epoca occupava gran parte del dibattito culturale americano, e che Poe detestava senza mezze misure, arrivando a definire Emerson e compagni “frogpondians”, dal nome di uno stagno bostoniano.

Vista la statura concreta e mitica di questa figura, è con enorme piacere che ci si avvicina al ponderoso epistolario pubblicato da Il saggiatore a cura di Barbara Lanati. Chi volesse oltrepassare il velo della leggenda per attingere notizie direttamente dalle parole di Poe, troverebbe un uomo perennemente in ambasce, afflitto da problemi economici cronici (tragicomico il poscritto di una delle lettere: “sono povero”) e dalla sostanziale indifferenza di molti dei suoi contemporanei, che pure non mancarono di riconoscerne il genio.

L’intelligenza e la cultura eclettiche di Poe strabordano da questo tomo, accompagnandosi alle più prosaiche angosce di un individuo estremamente sensibile costretto a una vita difficile. Attenzione, però, perché come avverte Lanati nell’introduzione, Poe era anche un colossale bugiardo, patologicamente teso alla menzogna (non necessariamente maliziosa, c’è da dire), all’elisione, all’iperbole.

Il lavoro di curatela, esaustivo e impeccabile, permette al lettore di riportare ogni volta le missive alla loro dimensione più concreta. Onnipresente il desiderio di affermarsi quale intellettuale attraverso la fondazione di una rivista “sul modello europeo” (The Penn Magazine, poi The Stylus), che attanagliò Poe fino alla misteriosa, prematura dipartita, occupando gran parte del suo tempo alla ricerca di sponsor e sottoscrizioni – non impedendogli però, per fortuna, di produrre alcune delle pagine più significative della letteratura americana del diciannovesimo secolo.

L’ansia di incontrare i favori del pubblico e dell’intellighenzia statunitense è chiara nelle numerosissime richieste di recensioni, trafiletti elogiativi e pubblicità, così come nelle varie lettere indirizzate ai maggiori scrittori dell’epoca; tra gli altri: Washington Irving, Henry Wadsworth Longfellow (di cui Poe fu un feroce detrattore) e James Russell Lowell. Largo spazio documentario è dato anche all’infaticabile lavoro di saggista e critico letterario, che Poe svolse con acume e innegabile ferocia, tanto che Lowell paragonò il suo inchiostro all’acido prussico. Uno splendido volume impreziosito da un lavoro filologico di classe che permette d’indagare il privato quotidiano di una delle figure più affascinanti e importanti di tutta la storia della letteratura occidentale. Un must per ogni americanista, un’opera consigliata a chiunque.

https://www.ilsaggiatore.com

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Esordio di un classico

1 gennaio 2018

William Faulkner, New Orleans Sketches, tr. Cesare Salmaggi, Il Saggiatore, pp. 92, €14,00

recensisce MARCO PETRELLI

Sulla qualità della scrittura di William Faulkner c’è poco da discutere: la sua figura svetta tra i grandi della letteratura modernista americana, e non solo. Proprio per questo, è interessante leggere (o rileggersi) questa riedizione dei New Orleans Sketches a opera de Il Saggiatore, contenente alcune delle prime prove in prosa che il giovane scrittore, all’epoca residente nel vibrante quartiere francese di New Orleans, vendeva al Times-Picayune e al Double Dealer per una manciata di dollari, con tutta probabilità prontamente reinvestiti in bourbon e tabacco da pipa in accordo con la perenne atmosfera bohémien della città che il giovane Faulkner viveva appieno.

Nume tutelare di questa raccolta è Sherwood Anderson, altro maestro modernista che fu influenza cruciale nei primi anni di attività del futuro Nobel. Un libriccino snello ma fondamentale per vari motivi. Innanzitutto, l’appassionato faulkneriano (come chi scrive) troverà nei sei racconti molti dei temi e dei motivi che lo scrittore di Oxford (quella nel Mississippi, non quella inglese!) svilupperà appieno e in maniera magistrale nei capolavori successivi, da L’urlo e il furore a Mentre morivo.

Poi, gli Sketches sono un’ottima introduzione alla narrativa di Faulkner, qui non ancora complessa e involuta come nelle opere più mature. Ne “Il regno di Dio”, un Benjy Compson prototipico fa saltare un colpo maldestro disperandosi per il suo giglio spezzato, in “Yo Ho e due bottiglie di Rum” le avventure farsesche di una nave di ubriaconi prendono un’inaspettata svolta macabra quando l’equipaggio è costretto a dare sepoltura al corpo di uno dei marinai sotto il sole spietato dei Caraibi – un funerale picaresco e straziante che toccherà in sorte anche a Addie Bundren. L’ironia spesso cinica e l’umanità per cui Faulkner diverrà famoso sono già presenti negli Sketches, rendendo anche il meno riuscito di questi una lettura comunque coinvolgente e a volte toccante.

La sofisticazione dello stile dell’autore è intuibile nel mescolamento di voci narranti e piani temporali, utilizzati qui come su di un banco di lavoro, testandone importanza, effetti e significato nella costruzione dell’intreccio. A onor del vero, alcuni dei racconti soffrono qui e là dell’ingenuità e della poca dimestichezza che Faulkner probabilmente possedeva all’epoca, ma lo scopo editoriale (l’edizione domenicale di un quotidiano di larga diffusione) ne giustifica la semplicità o l’apparente inconcludenza.

E poi bisognerebbe forse concedere ai New Orleans Sketches il lusso di una nuova veste traduttiva, perché il lavoro di Salmaggi, per quanto dignitoso, suona a volte datato e soffre in alcuni punti di una legnosità sconosciuta alla floridezza dello stile originale. In linea generale, però, nulla è tolto al piacere quasi voyeuristico di poter sbirciare i primi passi di uno scrittore immenso; per di più compiuti nell’abbraccio di una città come New Orleans, che, con la sua anima imprevedibile – macabra e follemente vitale allo stesso tempo – è stata e sarà sempre fonte d’ispirazione inesauribile per le lettere americane.

https://www.ilsaggiatore.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Maledetti Appalachi…

5 Ottobre 2017

Brian Panowich, Bull Mountain, tr. Nescio Nomen, NNE, pp. 294, € 18,00 stampa, € 8,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Brian Panowich è cinquanta per cento James Ellroy e cinquanta per cento Cormac McCarthy (quello rurale di Figlio di Dio e quello noir di Non è un paese per vecchi); ed è un narratore di classe. Bull Mountain, storia di violenza che orbita attorno a una famiglia e a una terra («famiglia» e «casa» sono le parole che racchiudono l’intera vicenda), è un romanzo avvincente che si legge d’un fiato.

Panowich ha studiato la tradizione letteraria del Sud americano con attenzione, e si vede. La montagna immaginaria che dà il nome al romanzo è parte della catena degli Appalachi, un territorio che, come ha scritto Henry D. Shapiro in Appalachia on Our Mind, ha sempre avuto i contorni di una terra incognita per gli Stati Uniti. Isolati, storicamente riottosi e insofferenti al potere centrale, gli abitanti degli Appalachi sono stati banditi, moonshiners e ribelli da sempre.

Bull Mountain mostra proprio la parabola genealogica di una famiglia orgogliosamente illegale, i Burroughs, macchiata da un originario peccato biblico – l’uccisione di un membro del clan per mano del fratello, disposto a tutto pur di non abbandonare la montagna – che si snoda lungo tre generazioni. Clayton, l’ultimo dei Burroughs, decide di allontanarsi dai fratelli, trafficanti di liquore, marijuana e anfetamina dal grilletto più che facile, e diventare sceriffo per redimere simbolicamente l’intera storia familiare.

Però, come nella migliore tradizione southern gothic, sarà proprio il passato a irrompere violentemente sulla scena, riportando a galla colpe e segreti e precipitando Clayton in un vortice di violenza apparentemente senza fine. «Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato», scriveva William Faulkner in Requiem per una Monaca, e Bull Mountain, snodandosi contemporaneamente nel passato e verso il futuro, mostra tutta la drammatica attualità di questo postulato.

Se nel linguaggio Panowich tenta di avvicinarsi al lavoro di McCarthy, la struttura di questo esordio è invece figlia del noir dedalico di Ellroy, nel quale ogni capitolo porta la voce di uno dei protagonisti, approfondendo e ampliando sempre di più la rete di connessioni tra questi che, nello stile della detective fiction, sarà chiara solo alla fine. Protagonista indiscussa del romanzo è però la montagna del titolo, a sottolineare come la geografia selvaggia e goticizzata, spazio tanto reale quanto immaginario, resti per gli autori del Sud una fonte d’ispirazione inesauribile.

http://www.nneditore.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Lo scialbo Midwest

27 Ottobre 2017

Tom Drury, La fine dei vandalismi, tr. Gianni Pannofino, NNE, pp. 384, € 19,00 stampa € 8,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Ai tempi degli esordi di David Foster Wallace e Jonathan Franzen c’era anche lui, Tom Drury. La fine dei vandalismi, pubblicato per la prima vota a puntate sul New Yorker nel 1994, ricevette recensioni positive e lodi più o meno trasversali. Poi più nulla. Oggi NNE (casa editrice che sta facendo un pregevole lavoro nel campo della narrativa nordamericana) lo propone al pubblico italiano, all’interno della più ampia trilogia di Grouse Country, immaginaria contea rurale del Midwest statunitense.

Il romanzo di Drury narra delle vite semplici ma travagliate di tre individui qualunque, incastonati nell’anonima desolazione delle pianure dell’Iowa. C’è Dan, sceriffo della cittadina di Grafton, Louise, fotografa dall’animo malinconico, e il suo ex-marito Tiny, ladruncolo impacciato e non di rado comic relief del romanzo. Tutt’intorno a loro, un cast sconfinato di coprotagonisti più o meno presenti, che Drury elenca a fine romanzo in ordine di apparizione, come al termine di un film. L’escamotage è decisamente azzeccato, perché lo stile dell’autore – che è prevalentemente eidetico, con ampio spazio per i dialoghi spesso inconcludenti della vita di ogni giorno – resta quasi sempre in superficie, descrivendo con asciuttezza le routine di piccole crisi, illuminazioni e solitudini della provincia statunitense.

Drury ricorda Kent Haruf (altro autore della scuderia NNE) e la sua “trilogia della pianura”, anch’essa incentrata su di una piccola contea immaginaria, questa volta in Colorado. Se però Haruf si focalizza su di un mondo in miniatura per toccare temi esistenziali drammatici e universali, l’impressione è che Drury, con il suo neorealismo non di rado umoristico, voglia in fondo mostrarci “solo” un piccolo scorcio delle tante vite che scorrono lontano dai riflettori, invisibili ma non per questo indegne di un affresco leggero com’è La fine dei vandalismi. Mai spietato, mai sentimentale e palpabilmente carico di umanissima pietà, l’autore segue con amorevole dedizione le parabole spesso assolutamente prive di nota dei protagonisti.

Leggendo Drury, ci si trova spesso a domandarsi se valga in effetti la pena di assistere al relativo piattume di queste vite, ma la delicatezza con la quale l’autore tratteggia i contorni umani della sua contea, la spontaneità delle azioni e delle reazioni di Dan, Louise e Tiny, sono di per sé una dichiarazione di poetica: lo scialbore inevitabile delle pianure metafisiche del Midwest è alla fine riscattato da uno stile brillante, tragicomico, profondamente umano, quasi filantropico.

(Di Tom Drury PULP Libri ha recensito anche Pacifico.)

http://www.nneditore.it

 

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

American Bardo Thodol

22 settembre 2017

George Saunders, Lincoln nel Bardo, tr. Cristiana Mennella, Feltrinelli, pp. 347, € 18,50 stampa, € 9,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Si è molto parlato di questo primo romanzo di George Saunders, pluripremiato autore di racconti texano (due volte National Magazine Award, PEN/Malamud Award), e in effetti Lincoln nel Bardo è un libro denso e interessantissimo. Il Bardo del titolo è stato preso in prestito dal Libro tibetano dei morti, e indica il luogo, sospeso tra la nostra realtà e l’aldilà, nel quale stazionano le anime ancora troppo attaccate alle loro vite. Un limbo popolato di fantasmi che oscilla continuamente tra la pace purgatoriale e un girone infernale popolato di demoni tentatori, il Bardo straripa di personaggi di ogni tipo: preti, prostitute, soldati, razzisti incalliti, ubriaconi, bambini, cacciatori. Tutti ignorano di essere ormai deceduti. Si definiscono malati, caduti, in attesa che qualcuno li guarisca o li ritrovi e permetta alle loro vite spezzate di proseguire.

Come da titolo, però, il personaggio-chiave del romanzo è Lincoln. Anzi, i Lincoln: Abraham, sedicesimo presidente degli Stati Uniti, e Willie, il figlioletto morto appena dodicenne a seguito di una febbre tifoidea. L’elemento più interessante e più problematico di Lincoln nel Bardo è la sua struttura: il limbo ci viene presentato attraverso il fittissimo intrecciarsi dei pensieri dei suoi abitanti, le cui voci si accavallano spesso caoticamente, offrendoci un caleidoscopio di osservazioni e punti di vista attraverso i quali è possibile ricostruire la vicenda.

La situazione nel mondo reale, invece, traspira da una ricca serie di “citazioni”, autentiche o create ad hoc, da epistolari, diari, resoconti storici e memoir che mostrano opinioni spesso affatto contrastanti sul presidente e sulla guerra civile appena iniziata. Lincoln uomo di cuore e Lincoln macchinatore ambizioso e spregiudicato coesistono, e Saunders è indubbiamente ambiguo nel descrivere un uomo sensibile, distrutto dal dolore, e un presidente ferocemente deciso a punire i ribelli del Sud.

Favola onirica, escatologica (non di rado anche scatologica) e filosofica, Lincoln nel Bardo è però anche un romanzo politico tutto statunitense. Impossibile non tracciare un parallelo con la situazione attuale, con un’America divisa, sospesa in un limbo d’ignoranza più o meno colpevole, incapace di accettare il tramonto delle proprie master narratives. In questo senso, Lincoln nel Bardo si legge come uno sguardo retrospettivo e malinconico all’universalismo e al multiculturalismo originari americani, una chiamata all’unità e all’umana compassione. Saunders tende idealmente al romanzo-mondo, e ottiene una sorta di Moby Dick distillato in un’Antologia di Spoon River postmoderna.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share