Tutti gli articoli di Luca Sulis

La menzogna della realtà

14 febbraio 2018

Matthew Weiner, Heather, più di tutto, tr. Silvia Pareschi, Einaudi, pp. 113, euro 17,00 stampa, euro 8,99 ebook

recensisce LUCA SULIS

Per chi ha apprezzato serie tv come i Sopranos o Mad Men, quello di Matthew Weiner non è un nome sconosciuto. Produttore e sceneggiatore di successo, anch’egli finito recentemente nel vortice delle accuse di molestie, Weiner continua ad essere di fatto uno dei personaggi più influenti del mondo della televisione e non solo.

E cosa sareste portati a pensare se a un personaggio di questo calibro venisse proposto di scrivere un libro? O se fosse lo stesso personaggio a rivelare che, in realtà, covava in segreto un romanzo da tempo – il cosiddetto sogno (americano) nel cassetto – e che la sua nuova dimensione da scrittore gli sta cambiando la vita? In un’epoca nefasta come quella che stiamo vivendo – dove tutti hanno l’ambizione di scrivere e in cui gli scrittori stessi vengono spesso progettati a tavolino, il pregiudizio sorgerebbe spontaneo.

Bene, con un endorser di peso come Nick Cave ed incensato da certa critica americana come un piccolo capolavoro Heather, più di tutto è il primo romanzo di Matthew Weiner. Chiaramente, in un momento in cui le teorie sull’obsolescenza della letteratura e del cinema si sprecano, il fatto che uno sceneggiatore della sua caratura si confronti con il dispositivo letterario potrebbe insospettire più di un lettore. Eppure ci sono eccezioni che confermano la regola. E Heather, più di tutto costituisce in tal senso un caso esemplificativo.

Quelle che racconta Weiner nel suo romanzo sono anzitutto due storie paradigmatiche che ben rappresentano gli antipodi della società occidentale e nel contempo offrono al lettore uno scandaglio sui rapporti genitori e figli e su quanto siano implacabili nella vita il caso e destino. Da una parte le vicissitudini della famiglia Breakstone: Mark, un manager di successo, e Karen, un’ex modella mancata, una coppia di coniugi che vive in modo morboso e totalizzante in funzione della figlia Heather, sin dalla più tenera età sensibile, intelligente e bella da morire; dall’altra il nucleo disfunzionale da cui proviene il giovane e deviato Bobby con una tossicodipendente come (ragazza) madre. Da una parte la ricchezza dunque, le regole e i ritmi della vita a Manhattan e Park Avenue, dall’altra quella della cittadina di Harrison, nel profonda provincia operaia del New Jersey.

Due parabole esistenziali, quella dorata dei Breakstone e del selvaggio Bobby, che Weiner lascia scorrere in parallelo quasi con distacco, per farle poi convergere in un unico climax con quella maestria di cui solo chi sa intessere trame in modo incisivo è capace. A supporto di un plot innescato come una bomba ad orologeria, il ritmo della narrazione è inoltre scandito da uno stile behaviouristico che lascia poco spazio alla dimensione psicologica dei protagonisti ma che nella sintesi trova la giusta soluzione per tratteggiare i connotati delle dramatis personae: carrellate ottiche brevi e fulminee con digressioni descrittive a focalizzazione zero.   E a ben vedere questo tipo di scelte ha molto a che vedere con il retaggio cinematografico partendo dal quale, ogni tanto, compare una stratificata riflessione sulla narrazione di sé e dello “sguardo” di chi ci circonda, facendo rimbombare pensieri e parole di un personaggio complesso come quello di Karen: “era arrivata a capire che non possiamo vederci come ci vedono gli altri, e che non è un problema sembrare isolati a patto di ricordare che siamo diversi da come veniamo visti.”

Ed è proprio nei dialoghi appena accennati, così credibili, che riconosciamo l’universalità di questo breve romanzo: raccontare il nostro tempo, le piccole e grandi miserie umane della nostra società utilizzando l’alambicco della famiglia, le menzogne e verità tra finzione e realtà. Perché come ebbe a dire non troppo tempo fa lo stesso Weiner durante un’intervista: “Tutti mentono nella vita reale, la gente non lo ammette facilmente e questo fatto è uno degli elementi più affascinanti degli esseri umani. Essere cattivi fuori per ritornare buoni a casa, magari tra le mura domestiche” Ed è forse partendo da questo assunto che Weiner distilla tutta la tensione realistica per poi innestarla con efficacia così nelle sue sceneggiature come in questo brillante esordio letterario.

http://www.einaudi.it

 

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Polvere americana

17 Novembre 2017

Richard Brautigan, American Dust, tr. Luca Briasco, minimum fax, pp. 129, €16 stampa €6,11 ebook

recensisce LUCA SULIS

American Dust, forse il più autobiografico e doloroso dei romanzi di Richard Brautigan, esce negli Stati Uniti nel 1982. Due anni dopo, depresso e alcolizzato, Brautigan porrà fine alla sue sofferenze con un colpo alla tempia della sua . 44 Magnum, di fronte alla spiaggia di Bolinas, in quella porzione di California che gli aveva fatto conoscere il successo nei tardi anni Sessanta, quando il suo romanzo Pesca alla trota in America divenne praticamente un cult tra i romanzi legati alla controcultura vendendo qualcosa come un milione di copie.

Ben prima di conoscere la fama come scrittore e poeta, e aderire generosamente al movimento Hippie diventando un’icona nell’immaginario psichedelico e rock, Brautigan visse però infanzia e adolescenza sul filo della lama, tra frequenti spostamenti e pressoché insostenibili condizioni di miseria, a causa del divorzio della madre e del difficile rapporto con i successivi compagni di quest’ultima. Una fase esistenziale dolorosa, conchiusa nel cono d’ombra dei ricordi e di cui non parlò mai volentieri, travasata poco prima della morte nella sua ultima fatica; quell’American Dust che, a distanza di sette anni dall’ultima edizione italiana (Isbn), la Minimum Fax ripubblica con una nuova e sontuosa traduzione di Luca Briasco.

Ambientato nell’Oregon del secondo dopoguerra, scomposto nel tempo narrativo e costruito come un lungo flashback, il canto del cigno di Brautigan costituisce anzitutto una diapositiva nitida e credibile della più profonda provincia americana alla fine degli anni Quaranta. Quella provincia che, dopo la fine del conflitto, continuava a mostrare le ferite aperte della Crisi e, nel contempo, si apprestava ad essere investita da un nuovo anticiclone capitalista, anticamera del boom consumistico dei Sixties.

Perché se American Dust è la storia di un anonimo tredicenne privo di padre che, tra innumerevoli traslochi e battute di pesca, finisce per uccidere con una fucilata uno dei suoi unici amici, a onor del vero esso costituì per Brautigan anche un efficace pretesto per raccontare i membri dell’indigente White Trash (classe sociale di cui faceva parte) insieme ai reduci di una crisi economica mai conclusa. Quei figli di un dio minore che a breve si sarebbero rimpinzati di cibo spazzatura magari giocando una partita a minigolf nel proprio salotto o che, chiusi in casa, sarebbero rimasti incollati alla televisione dimenticando la semplicità della vita all’aria aperta insieme alla ricchezza della propria fantasia.

American Dust è in tal senso un poetico memoir, un romanzo di formazione, sapientemente modulato su piani temporali sfasati, ma anche una narrazione corale imbevuta di satira pungente, corroborata dalla prosa fluttuante di Brautigan, rispetto al mito del cosiddetto American Dream. Una favola tragica a lieto fine nel cuore gotico dell’America del secondo dopoguerra – come ha giustamente sottolineato Briasco nella bella postfazione a corredo di questa nuova edizione – che ci porta a riflettere sulla scelta casuale tra l’acquisto di un Hamburger grondante di grasso e una scatola di pallottole calibro 22 a punta cava, e in che misura questa scelta potesse influire sulla vita di un tredicenne abbandonato a sé stesso in mezzo alle polverose strade americane di quell’epoca imbevuta di violenza e voglia di riscatto.

https://www.minimumfax.com

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