Tutti gli articoli di Lorenzo Mari

Una scrittura luminosa

Andrés Barba, Repubblica luminosa, tr. Pino Cacucci, La Nave di Teseo, 2018, pp. 172, €18,00 stampa €9,99 ebook.

di LORENZO MARI

Se la repubblica luminosa del titolo non designa affatto un paesaggio utopico, bisognerà pur concedere lo stesso attributo, stavolta in chiave del tutto positiva, alla scrittura di Andrés Barba, autore spagnolo di quarantacinque anni che, per questo romanzo, ha ricevuto nel 2017 il prestigioso Premio Herralde (assegnato in precedenza ad autori del calibro di Javier Marías, Roberto Bolaño e Juan Villoro).

È infatti la scrittura di Barba, in primo luogo, a godere di luce propria, in virtù di un intreccio sempre molto vivido di narrazione cronachistica, citazioni di documenti e riflessioni a carattere gnomico, assai frequenti eppure mai scontate. Il lettore si addentra così nelle vicende avvenute all’inizio degli anni Novanta a San Cristóbal – un’ambientazione subtropicale completamente inventata ma, come si vedrà, senza alcun esotismo – confortato dalla presenza di un narratore che, per quanto tecnicamente inaffidabile, non delude mai le aspettative. Ed è come avventurarsi in un rinnovato cuore di tenebra conradiano, faccia a faccia con il male che, in questo caso, è incarnato, almeno in principio, da trentadue bambini che sono calati sulla città e hanno commesso alcune azioni inspiegabilmente atroci.

I trentadue bambini che hanno reso inquietante la vita di San Cristóbal sono molto più che perversi polimorfi freudiani, arrivando talora a ricordare, più o meno vagamente, i profili e le storie sfuggenti che emergono dalle narrazioni del terrorismo contemporaneo. L’approfondimento dell’indagine è naturalmente diverso, risultando congeniale alla dimensione romanzesca e manifestando una sete di conoscenza che resta invece ignota alle narrazioni massmediatiche appena citate. Del resto, nel dialogo con questo tipo di alterità – conversazione che resta verbalmente muta, con pochissime eccezioni, ma con un incrocio di sguardi sempre destabilizzante – la ricerca è rivolta tanto verso l’esterno, ossia il nemico designato, quanto verso l’interno: ne emerge la consapevolezza di un’alterità che solo in superficie può apparire radicale, facendo parte, in realtà, della stessa identità di chi scrive (o di chi legge).

Come recita la frase di Paul Gauguin in esergo al romanzo, “sono fatto di due cose che non possono essere ridicole: un selvaggio e un fanciullo”, ed è esplorando con estrema serietà queste immagini, nella consapevolezza che di immagini, in fondo, si tratta, che la narrazione evita ogni tipo di esotismo o, per altri versi, di moralismo.

In fondo, riprendendo il titolo della recensione di qualche mese fa di Giorgio Vasta, che a sua volta riprende il testo di Barba, “i bambini siamo noi”, ed è con gli interrogativi perturbanti che porta con sé quest’affermazione che il romanzo ci spinge incessantemente, e proficuamente, a confrontarci.

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Di qua da Princeton

Alessandro Giammei, Una serie ininterrotta di gesti riusciti, Marsilio, pp. 164, €12,00 stampa, €7,99 ebook.

recensisce LORENZO MARI

«Questo è, se lo è, il suo primo romanzo»: è così che Alessandro Giammei ci presenta, all’interno della sua nota biografica, Una serie ininterrotta di gesti riusciti. Un romanzo? Il sottotitolo del libro recita, piuttosto, Esercizi su «Il grande Gatsby» di F. Scott Fitzgerald, manifestando così l’adesione alla linea editoriale della collana Passaparola di Marsilio, dedicata alla riscrittura, fictional o non-fictional, di testi canonici nella storia della letteratura mondiale. Esercizi d’analisi, dunque? Esercizi di stile? Nell’appendice, che è anche una vera e propria proposta di canone («da vero secchione», annota puntualmente ), si può trovare un’altra definizione assai adeguata per il testo: «questo ibrido tra personal essay e autofinzione, questo fiacco puntare al romanzo-saggio».

Con una «serie ininterrotta di gesti riusciti» (compiaciuti, sì, ma anche consapevoli e misurati), Giammei fa tutto questo insieme, mantenendo vive e in tensione reciproca le varie spinte di segno opposto. Il libro, infatti, è certamente un romanzo, ma non è tanto «di formazione» quanto «sulla formazione», trattandosi della storia di un ricercatore italiano che si trasferisce negli Stati Uniti, prima come ricercatore post-dottorale a Princeton e poi come docente in pianta stabile al Bryn Mawr College. Nessun lambiccamento retorico sui «cervelli in fuga», però: «mi voglio per sempre straniero», scrive Giammei nelle prime pagine, riequilibrando così l’antiamericanismo di maniera degli anni universitari con la fascinazione (a tratti brillante, a tratti oscura) del sogno realizzato (e dunque integrabile nell’American Dream).

Il libro è certamente anche una serie di esercizi intellettuali, e insieme auto-finzionali, sul Grande Gatsby di Fitzgerald. Se i riferimenti a quest’opera, sia nei titoli sia nel contenuto dei singoli capitoli, sono iper-evidenti, il vero sottotesto sembra essere però un’altra opera di Fitzgerald, ossia Di qua dal Paradiso. Quest’ultimo, infatti, è ambientato proprio a Princeton, e Amory Blaine è presente nella scrittura di Giammei tanto quanto Gatz e compari, e forse anche di più, indicando ancora una volta come l’autore sappia mantenere viva la tensione tra le diverse polarità dell’immaginario.

Il libro, infine, è un ibrido tra personal essay e autofinzione, con una propensione verso la forma romanzesca che non è sempre accolta e sviluppata, ma che, proprio per questo, rimane sempre viva. In fondo, come scrive Giammei, «più che un gioco Princeton è un romanzo», ed è con questo specifico dato, al di là di tutte le complicazioni stilistiche, che la sua scrittura deve confrontarsi, misurando le proprie vicinanze e le proprie distanze.

Visto il risultato, c’è da sperare che l’autore – fitzgeraldiano fino al midollo, e al tempo stesso munito di una consapevolezza autoriale già solida – torni su queste pagine, come dichiara a un certo punto: non tanto per farne un saggio accademico (come afferma, con quel mix di pedanteria e arguzia che, come ormai s’è capito, è uno stilema imprescindibile, dal punto di vista letterario, e non un’ingenuità), ma per darci altre prove di siffatta qualità.

http://www.marsilioeditori.it/

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Graphic novel gramsciano? Si può.

Antonella Selva, Cronache dalle periferie dell’impero, Il Girovago/Edizioni Nuova S1, 2018, pp. 160, €16,00 stampa

recensisce LORENZO MARI

«Questo che avete tra le mani vuol essere un fumetto gramsciano (?!) ohibò, esiste?», scrive Antonella Selva nell’introduzione al suo ultimo graphic novel, Cronache dalle periferie dell’impero. È una domanda consapevolmente destinata a influenzare la lettura del libro, e dunque la facciamo nostra: può essere gramsciano un graphic novel? È gramsciana, quest’ultima prova della fumettista bolognese?

La risposta non può che essere affermativa: senza ricadere nelle aporie di molta produzione che si vuole «impegnata», le Cronache di Antonella Selva rivelano una più precisa ispirazione all’opera del filosofo e politico sardo, che è variamente presente nelle tre storie che compongono il libro: la costruzione di una strada sull’isoletta di Raasay, nell’arcipelago scozzese di Skye; l’esperienza mutualistica di Foum Zguid, in Marocco; e quella di SOS Rosarno, in Calabria. Questi luoghi sono le «periferie dell’impero» citate nel titolo dell’opera; qui la, presa di coscienza delle classi subalterne si traduce in un’azione che non ha soltanto ambizioni contro-egemoniche, ma cerca di operare a livello economico e sociale secondo logiche diverse da quelle implementate dalla dominazione neocoloniale degli imperi contemporanei.

Una simile narrazione, inoltre, ha il merito di riportare alla luce un aspetto decisivo nei processi sociali che oggi caratterizzano – come ben si legge, del resto, proprio nel graphic novel di Selva – tanto i centri quanto le periferie dell’impero. Pratiche (e non solo annunci o selfie) di solidarietà, che si contrappongono apertamente a un presente che ancor prima delle sue specifiche connotazioni politiche, o insieme a esse, denota sicuramente il predominio di discorsi e comportamenti antisociali. Sistematicamente oscurato dalle rappresentazioni mediatiche e circolanti nei social network, questo aspetto è sostenuto, da un lato, da interventi narrativi molto espliciti (e in alcuni, isolati casi un po’ troppo didascalici), e, dall’altro, dal ritmo serrato, non sempre lineare, ma non per questo meno unitario o godibile, delle singole tavole.

Le tre storie sono egualmente quadripartite: i titoli delle singole sezioni sono, invariabilmente, «La notte», «I sognatori», «Il sogno» e «L’alba». Quella che potrebbe sembrare una disposizione narrativa fortemente teleologica si diluisce, in realtà, in un quadro d’insieme che è costantemente da ricostruire, confrontare, mettere a frutto. Di particolare aiuto, in questo, risulta un altro stilema: alla narrazione al presente, sempre in bianco e nero, viene affiancata la narrazione, sempre a colori, del passato. L’uso notevolissimo dell’acquerello, spesso destinato a una tavola singola di particolare impatto, restituisce uno sguardo vivido e attento ai singoli dettagli, costruendo una policromia sulla quale lo sguardo – quello stesso sguardo gramsciano che talvolta s’impaluda in dibattiti minoritari e di difficile divulgazione – non può che distendersi e, infine, ritrovarsi.

http://www.nuovas1.it/

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L’esperimento africano

Giorgio Manganelli, Viaggio in Africa, Adelphi, pp. 71, €7,00 stampa

recensisce LORENZO MARI

Secondo quello che è ormai un cliché, la letteratura è il luogo per eccellenza del viaggio immobile. Da lettori o da scrittori, si può viaggiare anche stando seduti alla scrivania o sul divano; la variazione negli effetti, però, può essere notevole nel caso in cui il viaggio sia stato realmente sperimentato. Aggettivo, quest’ultimo, che non vuol essere casuale: non si tratta tanto di dire se si sia fatta più o meno esperienza di qualcosa, se quel qualcosa sia stato realmente esperito, quanto di verificare, in modo sperimentale, cosa significhi scrivere di un viaggio.

A rendere evidente questo slittamento è stato Giorgio Manganelli, con uno dei suoi titoli più noti: Esperimento con l’India (1992). Tuttavia, il viaggio in India del 1975 è preceduto da una prima e fondamentale trasformazione, con la traversata africana del 1970 che è al centro di Viaggio in Africa, recentemente ripubblicato da Adelphi con postfazione di Viola Papetti.

Il testo nasce come scritto su committenza per la società multinazionale Bonifica, fortemente interessata, all’epoca, al progetto di una strada litoranea, la Transafricana1, che collegasse Il Cairo a Dar es Salaam, in Tanzania. Il progetto – dalle vaghe tinte neocoloniali, come Manganelli non manca, tra le righe, di ricordare – non fu mai realizzato, e nemmeno Manganelli si lasciò irretire dalle richieste del committente, consegnando un testo che tutto era, fuorché una celebrazione dell’impresa da compiere. Nella formula, più alchemica che scientifica, dell’esperimento, sono memoir, narrazione di viaggio e scrittura filosofica a intrecciarsi e fondersi, in trentacinque cartelle (poco più di cinquanta pagine, nell’edizione Adelphi) che interrogano la diversità naturale, e insieme culturale, attraversata.

Il ritratto che ne esce è esotizzante solo per alcuni assunti di fondo – un’Africa hegelianamente senza scrittura, senza Storia e senza Stato, come si legge in più di un passaggio – ma la coscienza della propria posizione di osservatore europeo, abituato ai diversi spazi e tempi dell’Europa iper-urbanizzata, affiora sin dalle prime righe del testo. Tornerà, poi, nella conclusione, davanti al Partenone, visitato sulla strada di ritorno, e percepito come imposizione violenta di una razionalità materiale e visuale su uno spirito altrettanto demonico come quello della cultura greca classica.

Non c’è spazio nemmeno per una celebrazione esotizzante della bellezza del continente. «L’Africa sconfinata si rivela come una serie di schegge solitarie, concluse ed isolate», scrive Manganelli: non è solo la disperata solitudine dei villaggi visti dall’aereo, lontani da ogni strada e quindi già esclusi in partenza da un progetto come quello della Transafricana1, ma anche l’isolamento di una condizione politica ed economica nella quale la cosiddetta «modernità» non è stata immediatamente sinonimo di speranza e futuro, rivelandosi piuttosto come la principale arma dello sfruttamento coloniale.

http://www.adelphi.it

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Prima del terremoto

Valerio Valentini, Gli 80 di Camporammaglia, Laterza, 2018, pp. 141, €15 stampa €8,99 ebook

recensisce LORENZO MARI

Oscillante tra memoir e narrazione corale, l’esordio letterario di Valerio Valentini non è quel che sembra, ovvero un libro sul terremoto del 6 aprile 2009 in Abruzzo. O meglio, non si tratta soltanto di un libro che ripercorre quegli avvenimenti cercando di delinearne la portata storica. Com’è stato sottolineato in altre recensioni, Gli 80 di Camporammaglia, già vincitore del Premio Campiello 2018 per l’opera prima, ha al suo al centro piuttosto il dipanarsi di una mutazione antropologica che precede il terremoto, per poi rendersi definitivamente manifesta tra le macerie create dal sisma.

Si tratta della scomparsa della civiltà paesana, non più e non solo contadina, di Camporammaglia, probabile trasfigurazione letteraria del paese aquilano di Collemare di Sassa, dov’è cresciuto l’autore. Ed è proprio su questo sgretolamento che fa leva la narrazione, non tanto per ricordare Camporammaglia con le parole dell’elegia, quanto per mostrare le trasformazioni sociali in atto in tutta la loro complessità esistenziale. Obiettivo pienamente riuscito, questo, anche grazie al genere ibrido adottato da Valentini e all’impasto linguistico, che nelle sue diverse declinazioni, tra dialetto e italiano, risulta sempre molto controllato.

Sembrano lontani, dunque, i tempi della vivacità stilistica di un testo come Libera nos a Malo di Meneghello, che per altri versi è simile a quello di Valentini per tematica e pastiche linguistico. Non che questo sia necessariamente un difetto; a conferire, anzi, un particolare nitore alla pagina di Valentini è una scrittura al tempo stesso partecipe e analitica, che non fa sconti a nessuno. La matrice è forse da ricercarsi nei migliori esempi della scrittura giornalistica e per il lit-web (Valentini è stato redattore di una delle esperienze più interessanti, in questo senso, 404 File Not Found) più che nel canone letterario italiano, spesso portatore, per derivazione gergale, di inutili sofisticazioni e barocchismi.

Il terremoto resta quasi sempre a margine della narrazione, configurandosi innanzitutto come luogo del trauma: è la causa immediata, e per certi versi superficiale, dello sconvolgimento delle vite degli ottanta camporammagliesi, ma è anche la ferita che non si può rimarginare, né con l’elaborazione individuale del lutto, né con i mezzi inefficaci della ricostruzione materiale. La si mostra per sottrazione, senza coprirla di velleità retoriche, evitate, del resto, anche nelle parti in cui si indugia su un possibile percorso di formazione del narratore.

Anche qui, a margine del percorso di crescita individuale, restano zone buie e inquietanti, che il testo ha il merito di indicare, senza poi avventurarsi nella loro esplorazione per darne, infine, un’interpretazione univoca e artificiosamente decisiva. Sono le zone d’ombra che fiancheggiano ancora la strada verso Camporammaglia, ma che fanno capolino anche a ritroso, guardando verso la società italiana nostra contemporanea.

https://www.laterza.it/

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