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L’orrore e la finzione

Simon Levis Sullam (a c. di), 1938: Storia, racconto, memoria, Giuntina, pp. 152, euro 15,00 stampa

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Questa antologia di 13 racconti sintetizza, già nel titolo, le diverse sfide epistemologiche che si pone: ridestare, attraverso la narrazione finzionale, una memoria condivisa di un evento storico così lacerante per la società italiana, quali furono le leggi razziali del 1938. Il 5 settembre 2018 è, infatti, ricorso l’ottantesimo anniversario della prima delle leggi razziali italiane firmata da re Vittorio Emanuele III e voluta da Benito Mussolini, che ordina l’esclusione degli ebrei dalle scuole. Nei mesi successivi seguono altri provvedimenti in nome dei quali gli ebrei, riconosciuti come non appartenenti alla razza ariana italiana, vengono di fatto espulsi dalla vita sociale e lavorativa e, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, avviati alla deportazione. Queste leggi, che segnano l’avvio di un razzismo istituzionale, erano state già anticipate nel 1937 nelle colonie africane con la proibizione del madamato (cioè della convivenza e della relazione sentimentale tra un italiano e una donna locale somala o eritrea) e con provvedimenti discriminatori contro i figli meticci di queste unioni.

Lo storico curatore dell’antologia, Simon Levis Sullam, in una breve ma densa
Introduzione pone le basi scientifiche di questo testo pioneristico: dato il superamento per vincoli anagrafici dell’“era del testimone” con conseguente avvio dell’era della postmemoria anche per la Shoah, si aprono territori tutti da esplorare all’insegna del “testimone secondario”. Con questa formula gli Holocaust Studies indicano i testimoni indiretti dello sterminio, scampati alle persecuzioni e sempre più distanti da esse, portatori però di narrazioni efficaci e attendibili tanto quelle dei testimoni. Si aprono quindi i variegati territori della narrazione, che la letteratura italiana ha esplorato già da subito con Debenedetti, Saba, Bassani, Levi.

La novità di questa antologia consiste però nel coinvolgimento misto di storici e di scrittori, tutti nati dopo la fine della guerra, alcuni anche negli anni Settanta e Ottanta del secolo breve (Eraldo Affinati, Giulia Albanese, Enrica Asquer, Viola Di Grado, Carlo Greppi, Helena Janeczek, Bruno Maida, Federica Manzon, Martina Mengoni, Andrea Molesini, Vanessa Roghi, Igiaba Scego, Chiara Valerio, Alessandro Zaccuri). La sfida degli autori sta quindi nel colmare il gap generazionale che li divide dai fatti rivisitati con delle pure narrazioni finzionali per alcuni di loro; per altri miste, nel senso che prendono spunto da eventi realmente accaduti o da opere letterarie sugli stessi; per altri ancora con resoconti storiografici in forma narrativa.

Pur nella diversità delle scritture, tutti gli autori di questo volume muovono dalla
coscienza, sottolineata da Levis Sullam nell’Introduzione, delle difficoltà che
l’indagine storica, e quindi la narrazione e la memoria a essa collegati, devono
affrontare quando si confrontano con eventi così violenti e traumatici come la Shoah. Il carattere di radicalità totale di tale genocidio è del resto ben sintetizzato dall’aforisma folgorante di Primo Levi: C’è Auschwitz, quindi non c’è Dio.

Edith Bruck, scrittrice e poetessa di origine ungherese sopravvissuta a Auschwitz, nell’ultima edizione di Più libri più liberi (Roma 5-9 dicembre 2018) si è manifestata risolutamente contraria a qualsiasi invenzione sulla Shoah, sia romanzesca che filmica. Questo libro cerca invece di delineare un percorso possibile, non certo
esaustivo, ma comunque importante per ridestare l’immaginazione storica, evitando il rischio della retorica commemorativa. La morte in questi giorni di Joseph Joffo, autore del romanzo autobiografico Un sacchetto di biglie (Rizzoli, 2018), suona come un monito importante: quello di non scartare nessuna strada per riattivare il ricordo di eventi tragici, fondanti dell’identità europea e non solo.

https://www.giuntina.it/

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Le parole e le cose

Elif Batuman, L’idiota, tr. Martina Testa, Einaudi, pp. 415, euro 21,00 stampa, euro 10,99 ebook

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Una matrioska variopinta questo originale romanzo di Elif Batuman, scrittrice statunitense di origini turche: una narrazione che si muove su più livelli per arrivare a interrogare il rapporto profondo tra linguaggio/realtà intrattenuto dalle seconde generazioni.

La protagonista Selin, un alter ego dell’autrice, è un’impacciata matricola all’università di Harvard negli anni ’90. Non ha mai fatto sesso, non ha mai bevuto un bicchiere di vino, si aggira nel campus alla ricerca di lezioni interessanti finendo inevitabilmente per frequentarne di assurde (come quella di Mondi Costruiti tenuta dall’artista Gary). Con un umorismo esilarante mai disgiunto dalla grazia, l’autrice ci guida nelle scoperte esistenziali della sua giovane protagonista: l’amicizia; la passione per la lingua e per la letteratura russa; l’amore, ovviamente infelicissimo; le relazioni familiari; i viaggi.

Il suo sguardo idiosincratico sulla vita è filtrato dal mondo delle parole, l’unico nel quale si sente a suo agio, ma del quale nel contempo sente l’inadeguatezza. Anche la dimensione totalizzante dell’amore viene scoperta da Selin attraverso le parole, quelle delle e-mail scambiate con Ivan, un matematico di origini ungheresi e compagno di corso di russo. Mentre Ivan, già fidanzato con un’altra ragazza, riesce a tenere salda la distinzione tra dimensione linguistica dell’amore e realtà, Selin smarrisce se stessa nelle parole scambiate con lui e finirà per fare un viaggio estivo demenziale in Ungheria in qualità di insegnante d’inglese semplicemente per assecondare questa sua passione infelice.

Importanti sono poi le parole dei romanzi, che diventano un rifugio nei momenti di maggiore scollamento di Selin dalla realtà, ma anche una lente di lettura e d’interpretazione del reale stesso (non a caso il titolo del libro, che riassume la sensazione della protagonista di sentirsi sempre fuori posto, è un omaggio a L’idiota di Dostoevskij).

Ma le parole centrali del romanzo sono quelle della lingua turca, che Selin comincia a contemplare dall’esterno e a confrontare con l’altra lingua che possiede profondamente, l’inglese, e con gli altri idiomi con i quali entra in contatto attraverso le vicende vissute (il serbo, l’ungherese, il russo, il francese). Il suffisso verbale turco –miş, sul quale Selin scrive una tesina per un corso di linguistica, le fa capire che ogni lingua è una diversa rappresentazione del mondo. Questo suffisso, infatti, non ha l’equivalente nelle altre lingue e viene utilizzato per fatti ai quali non si è assistito personalmente, diventando così per la protagonista il simbolo della rappresentazione soggettiva del mondo. Con umorismo finissimo, il –miş è incarnato nei ricordi Selin dalla cugina Dilek, che andava a riferire agli adulti momenti di paura, di debolezza, di cattiveria della protagonista.

Il suffisso -miş diventa così la chiave interpretativa del romanzo e la concretizzazione della mancata corrispondenza tra rappresentazione linguistica del mondo e realtà esterna. Il -miş nel romanzo non è solo l’essenza dell’amore e dell’amicizia, della vita universitaria e dei viaggi, ma anche della storia e delle sue verità taciute: attraverso i racconti di Ivan e di Svetlana, un’amica di origini serbe, Selin scopre la violenza coloniale dell’impero ottomano.

Ma se la scoperta della brutalità della storia colpisce talmente la protagonista da farle girare la testa, a noi lettori la scoperta del Turco, l’automa giocatore di scacchi che ha sconfitto al gioco addirittura Benjamin Franklin, non può che farci sorridere e apprezzare ulteriormente questo prezioso romanzo.

http://www.einaudi.it

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