Tutti gli articoli di Giuseppe Costigliola

Una vita per la Costituzione

Carlo Smuraglia, Con la Costituzione nel cuore. Conversazioni su storia, memoria e politica, EGA – Edizioni Gruppo Abele, pp. 160, euro 9,35 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Appaiono ogni tanto dei libri che fuor di retorica è lecito definire imperdibili. «Con la Costituzione del cuore. Conversazioni su storia, memoria e politica», edito da Edizioni Gruppo Abele, è certo tra questi. Si tratta di una ponderata e articolata intervista che il professor Carlo Smuraglia, combattente della Resistenza, valente giurista e avvocato, già senatore della Repubblica, componente del Consiglio Superiore della Magistratura e presidente dell’Anpi, ha rilasciato ad un giovane studioso, Francesco Campobello. È un testo che tutti dovremmo leggere, la cui profondità di contenuti stimola una penetrante riflessione sugli eventi e gli snodi più significativi della nostra storia che hanno determinato il tempo presente. Per volontà dichiarata non si tratta di una biografia, ma di un contributo alla storia e alla memoria di un Paese che ha perso il senso del ricordare e il valore della riflessione; il suo intento è lasciare un’eredità morale ai giovani di un’Italia «smarrita». Un libro quindi preziosissimo, che appare come una cometa nel momento di tremenda confusione e di perdita dell’identità che stiamo vivendo.

Nel meditato andirivieni nel tempo storico in cui trova posto anche il futuro, in perfetta armonia tra elemento autobiografico e dato pubblico, si rivisitano con lucidità personaggi ed eventi fondanti, dei quali Smuraglia è stato spesso protagonista: gli anni della Resistenza, il processo di maturazione politica e la scelta della lotta armata per la libertà, il 25 aprile del 1945, le complicate fasi della Costituente, la legge truffa del 1953, i processi ai partigiani negli anni Cinquanta di cui insieme ad altri egli assunse la difesa, i fatti di Reggio Emilia del luglio 1960 (fu difensore della parte civile nel processo intentato contro funzionari e agenti di polizia accusati della morte di cinque operai), il Sessantotto e le sue contestazioni, il processo Pinelli (che lo vide avvocato della vedova Pinelli), il caso Lockheed, cioè il più clamoroso scandalo di corruzione della Prima Repubblica (Smuraglia svolse un incarico unico nella storia giudiziaria del Paese, quello di pubblico ministero nel processo celebrato tra il 1977 e il 1979 davanti alla Corte costituzionale contro gli ex ministri Luigi Gui e Mario Tanassi e altri imputati non parlamentari per i reati di corruzione), il ruolo attivo avuto nei referendum costituzionali del 2006 e del 2016 in difesa delle libertà costituzionali. Sono poi ricordati numerosi processi di carattere sociale: quelli in tema di sicurezza del lavoro (branca del diritto civile di cui Smuraglia può considerarsi tra i più illuminati fautori e per la cui definizione e attuazione si è impegnato in durissime battaglie processuali, giuridiche e politiche), il processo per il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti (fu l’avvocato della parte civile), caso che negli anni Settanta fece scalpore e uno dei primi in cui emerse una saldatura fra la ’ndrangheta calabrese e la criminalità organizzata del Nord, il processo sulla fuga di diossina verificatasi nel 1976 a Seveso, che lo vide impegnato quale difensore di una delle parti civili, ed altri ancora.

Filo conduttore di questa cavalcata nella storia dell’Italia repubblicana è la Costituzione, i cui articoli sono come una lente puntata sugli eventi, sui loro risvolti, i loro significati. Con una chiara scelta di posizione, di fermezza e di solidarietà, nel momento in cui riemergono la violenza, la retorica e la cultura dei fascismi questo libro proclama a gran voce i valori dell’antifascismo e della Costituzione, rievocando le tante battaglie portate avanti per la sua attuazione e difesa in un’Italia mai del tutto defascistizzata, dai primi vagiti di un diritto del lavoro che a lungo ha stentato ad affermarsi, alla tentata “controriforma» costituzionale del 2016, contro la quale a novant’anni suonati si è battuto come un leone, rinverdendo i fasti della lotta resistenziale. E ciò si lega ad un’acuta riflessione sull’oggi, sul proliferare di un nuovo modo di intendere il fascismo, che per Smuraglia non ha le stesse sembianze di allora, ma ne ha gli stessi sintomi: la crisi economica, la mancanza di lavoro, le disuguaglianze sociali, la paura verso un presente incomprensibile. Soltanto risolvendo quei problemi, ammonisce Smuraglia, e ricorrendo alla memoria, alla conoscenza, al senso critico, si può combattere questo nuovo, strisciante fascismo globale che avvelena alle fonti la democrazia. Non mancano poi sagge meditazioni sul fenomeno dei migranti, che indicano il percorso politico e culturale da seguire per questo dilagante problema che tutti spaventa, utilizzato strumentalmente da certa malsana politica.

In definitiva, da questo libro si sprigionano degli insegnamenti che un Paese che ha smarrito il senso della memoria e il valore della riflessione non può ignorare, se non vuole definitivamente spegnersi: la memoria come forma di conoscenza, di analisi e valutazione dei fatti, base della vita comune di un consesso che vuole dirsi civile. Il rischio dell’oblio, della cancellazione di ciò che è avvenuto, ciò che si è acquisito, forse il peggiore dei mali. E ancora, la cultura come valore imprescindibile, vero sostrato della norma giuridica, che a sua volta deve poggiare su un sostrato di valori. E a chiosa di tutto ciò, il dovere morale e civile che tutti abbiamo di preservare la Costituzione, regola della nostra civiltà, di batterci per la sua piena attuazione, poiché è questo il vero nodo democratico ancora da sciogliere. Insomma, questo è un testo che andrebbe adottato nelle scuole per formare cittadini e persone in grado di preservare e migliorare un Paese civile.

Colpisce l’ottimismo di Carlo Smuraglia, la grande capacità di parlare del futuro. Dalle pagine di questo volumetto traspare tutta la forza, l’energia, la stoffa del combattente di quest’uomo, ancora intatte a novantaquattro anni suonati. Soprattutto, traspare il rigore morale, l’integrità, le stesse dei resistenti morti sul campo. Rigore morale e integrità sul lungo periodo, che si definiscono come una regola di vita dalle risonanze kantiane, luminoso esempio che ci si pone davanti come un faro, una bussola nel mare in eterna tempesta di quest’epoca buia e corrotta, e monito stentoreo a chi voglia preservare una civiltà conquistata con il sangue ed il sacrificio di uomini come lui.

Non a caso il libro si chiude con una citazione di Carlo Azeglio Ciampi, rivolta ai giovani: «Sta a voi di volgere in positivo le difficoltà di questi tempi». Proprio come fecero quei meravigliosi combattenti, giovani d’un tempo lontano, che in fondo sconfissero l’esercito più feroce del mondo, un esercito al servizio di un’idea aberrante ancor più feroce. E con un messaggio finale, lo stesso con cui Carlo Smuraglia ha concluso la sua esperienza di presidente dell’Anpi, ispirato ad una frase di Ovidio: «schiena dritta, sguardo verso le stelle, con dignità e speranza».

http://www.edizionigruppoabele.it/

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L’ombra della democrazia

Daniele Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore. I cattivi pensieri della democrazia, Il Saggiatore, pp. 218, euro 23 stampa, euro 5,49 e-book

recensisce GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Si è scelto un compito non poco ambizioso, Daniele Giglioli, con questo libro, apparso nel 2007 per Bompiani e lodevolmente ripubblicato dal Saggiatore. «Lodevolmente» perché conserva intatte l’originalità e l’attualità delle sue analisi; e «ambizioso» in quanto, indagando storicamente l’immaginario del terrore, cerca di destare una reazione al senso di sgomento procurato dai cruenti attentati che punteggiano il nostro tempo. Postulando un’alleanza tra pensiero critico e immaginazione, considerata quest’ultima come uno strumento euristico indispensabile «per criticare il presente, qualunque presente», Giglioli individua i «cattivi pensieri» suscitati dallo spettro del terrorismo che serpeggiano «sinistri, segreti e velenosi» nel discorso pubblico delle democrazie occidentali, le strumentalità e gli usi distorti che il potere fa del fenomeno terroristico. Più sottilmente, ravvisa quel sentimento inquietante, sempre censurato, di eccitazione e fascinazione che si avverte dopo ogni attentato. È un discorso parecchio delicato, portato avanti con coraggio e piglio da intellettuale di razza (merce assai rara oggigiorno), che si propone di scavare in profondità, scardinare le categorie dell’ovvio per rispondere a domande cruciali: di quale male il terrorismo è sintomo, quale impotenza esso maschera e rivela?

Più che sulla realtà effettuale, l’analisi si indirizza sul suo riflesso in immagine. La categoria del terrore viene esplorata a partire dall’evento fondante la modernità, la Rivoluzione francese, in un affascinante gioco di specchi tra fatti storici e strutture profonde dell’immaginario, tramite un colto e pervasivo ricorso al pensiero filosofico e politico moderno della cultura occidentale, alla psicologia di massa. E per rispondere alle domande poste, per rintracciare una struttura del reale, Giglioli interroga la letteratura, che dell’immaginario è a un tempo manifestazione, critica, verifica.

Con gli acuminati strumenti della comparatistica prende in esame la figura del terrorista in un’ampia schiera di scrittori anche molto lontani tra loro nel tempo, nell’etica e nella lingua (tra gli altri, Hugo, Dostoevskij, Turgenev, Verne, Conrad, Jack London, Henry James, Gide, De Roberto, Svevo, Moravia, Pasternak, Philip Roth, DeLillo, Grossman, Vargas Llosa, Rushdie, Yasmina Khadra, Ballard, Franzen, Bret Easton Ellis, Houellebecq, James Ellroy, Updike…), mostrando come il mondo letterario abbia in genere detronizzato tale figura, rappresentandola non come eroe tragico, o una sorta di superuomo (raffigurazione che esiste solo nella paraletteratura e nella propaganda), bensì come un individuo goffo, inadatto, fragile, non di rado ridicolo. Riconducendolo alla sua misera e grottesca sostanza di impotente burattino, la letteratura ci aiuta quindi a vedere il terrorista per quello che è: uno di noi. Colui cioè che ci rappresenta in quanto mette in scena la delusione delle nostre speranze, la rabbia per la nostra impotenza davanti ad un sistema di potere mostruoso e incomprensibile, in una realtà ormai del tutto saturata dall’immaginario – e poco importa se poi sia un utile idiota al servizio del contrario di ciò che rivendica.

Questo discorso si lega al legame esistente tra democrazia e terrorismo, storicamente e logicamente parto gemellare della modernità, per quanto paradossale ciò possa apparire. In quest’ottica il terrorismo non è il contrario della democrazia bensì il suo rovescio: «È la sua disperazione, il suo lato oscuro, lo spettro sempre incombente del suo fallimento». Fenomeno quindi tutto moderno, che nel postmoderno, con la mentalità informata alla società dello spettacolo, trova la sua apoteosi – altro che califfato o ritorno ai tempi di Maometto! Tutto ciò porta ad un’inquietante conclusione: le democrazie occidentali non sono messe radicalmente in questione da un nemico esterno, come comunemente si crede, ma «da un difetto di struttura, una tara d’origine, un male ereditario».

Questo libro è insomma un invito al riconoscimento di sé, delle nostre debolezze, delle «secche in cui lo spirito pubblico rischia d’incagliarsi». Chi voglia raccogliere questo invito, o semplicemente addentrarsi nell’affascinante universo dell’immaginario del terrore, con le sue fatali ricadute sul reale, se lo procuri senza indugio. Ma con un’avvertenza: che metta in discussione quel che crede di sapere, e si lasci guidare senza timore nelle tante zone d’ombra che costellano questo nostro triste tempo.

https://www.ilsaggiatore.com/

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C’era una volta il lavoro culturale

Luciano Bianciardi e l’intellettuale engagé

riflette GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi è un libro senza tempo. O meglio, un libro di un tempo ben definito, che nello squallore dell’oggi ci pare distante e remoto come una stella, illuminante come un classico. Si tratta di un volumetto di un centinaio di pagine, lucido e incisivo, venato d’una godibilissima ironia, che all’epoca (correva l’anno 1957) il neonato editore Giangiacomo Feltrinelli ebbe l’intuizione e la lungimiranza di pubblicare.

Il contenuto è presto detto: un resoconto empatico e sofferto della formazione intellettuale della generazione antifascista del dopoguerra, uscita dalle macerie fisiche e morali d’un conflitto devastante, impegnata nella ricostruzione e costituzionalmente fiduciosa in un radicale rinnovamento della società, della politica, del concetto stesso di cultura, e rimasta poi segnata in profondità dal naufragio delle speranze che l’avevano animata. Un’analisi sagace, persino spietata nel suo sguardo graffiante, resa con una forma ibrida, quasi sperimentale. Bianciardi elabora infatti un’originale modalità narrativa per superare gli ormai abusati canoni realistici della rappresentazione, mescendo il ricordo autobiografico – anche contaminato da elementi di finzione, per esempio lo sdoppiamento con un fratello immaginario – con il saggio di costume, rivisitando un genere letterario a quel tempo desueto, la satira, e amalgamandolo con un altro allora in auge nella cultura di sinistra, il pamphlet, reimpiegato però non già per magnificare le sorti di un’ideologia vincente, bensì per operare uno scavo approfondito nelle ragioni di una sconfitta, umana e sociale. Tutto ciò reso con una prosa ordita dalla sapiente mescolanza di registri, dal saggistico, al narrativo, al giornalistico: ecco dunque servita una pietanza letteraria sapida e innovativa.

Sin dalle prime pagine appare chiaro il pòlemos bianciardiano, con la divertita e serrata digressione sugli eruditi locali (siamo a Grosseto), i “sapienti dotti e intellettuali” per i quali “contavano i documenti e basta”. Individui sempre pronti ad accapigliarsi su inutili diatribe pseudo-accademiche, espressione di una cultura passatista e distaccata dalla realtà, che si raccolgono nel “salotto letterario” della signora Olga, descritto con inarrivabile vis comica. All’aridità di questi vizzi studiosi dediti a “sterili e goffe pidocchierie” e in preda a “furori antiquari”, a cui si accompagnano vacui artisti autoproclamatisi tali, si contrappone l’entusiasmo di un gruppo di giovani, aperti alle novità, consacrati ad un’intensa attività culturale alimentata dall’impegno civile e politico, tesi all’affermazione di nuovi modi di essere. Ed ecco comporsi il ritratto di attivisti impegnati a fondare circoli artistici e cineclub, organizzare dibattiti, seminari, conferenze, mostre, rappresentazioni teatrali, rassegne cinematografiche, insomma a diffondere cultura ed allargare il raggio di consapevolezza politica alle larghe fette della popolazione che ne erano escluse, decisi ad intervenire in prima persona nel fare di una repubblica appena nata discettando problemi, ponendo istanze, proponendo soluzioni: insomma dei giovani che, udite udite, progettavano il futuro. È la “generazione bruciata”, decisa “a rompere con le tradizioni e a rifare tutto daccapo”, che al contempo “si rivolgeva anche contro i benpensanti della città”, la loro “bovina cretineria”.

Attraverso le tappe di una Bildung individuale e collettiva si mette quindi a fuoco la nascita e la formazione di una figura che acquisirà una certa rilevanza, l’intellettuale di provincia (qui raffigurato nell’immaginaria figura del fratello della voce narrante, Marcello), e la comunità in cui matura ed opera, appunto la Grosseto del dopoguerra, configurata come modello d’una provincia italiana pervasa da nuovi e fruttuosi fermenti culturali, politici, sociali, dopo la paralisi del ventennio fascista: “Nella nostra città si poteva ricominciare tutto daccapo, e in Italia, quanto a cultura (ma anche per il resto) c’era proprio gran bisogno di ricominciare tutto daccapo”. Una formazione rapida e nondimeno profonda, rispecchiante quella d’un’intera nazione che si affacciava alla modernità con gioia e vitalità oggi inconcepibili.

Tramite la voce che narra gli eventi con sguardo dissacrante ma sempre partecipato, tratteggiando con piglio filologico luoghi, storie, tipologie umane ormai scomparse e personaggi memorabili (come quel sacerdote dalla brillante oratoria, che dopo aver suscitato nelle sue parrocchiane pianto e dolore evocando con straordinaria vividezza la flagellazione di Cristo, le tranquillizza con queste parole: “Via, figliole, non piangete così. Quello che vi ho raccontato è successo tanto tempo fa, e forse non è nemmeno vero”), si delinea il quadro vivo e articolato di una città colta nel delicato passaggio della modernizzazione, un mirabile spaccato storico e sociologico dell’Italia di quegli anni. E in questo percorso la provincia di Bianciardi muta di segno: da luogo tradizionalmente arretrato e retrivo viene a configurarsi come frontiera del progresso, dove le forze riformatrici hanno l’agio di sperimentare modi alternativi di essere, una rinnovata socialità fondata sull’impegno politico e civile, sulla solidarietà. La provincia diviene il termine positivo – in ogni senso – della polarità istituita con la grande città: “La provincia, culturalmente, era la vera novità, l’avventura da tentare.” Al contrario, Roma, “piena di facili promesse”, sede di tanti intellettuali, era una “città parassitaria” che “succhiava la provincia, per vivere di splendida rendita”. A Milano invece, sentita come lontana, “vicino alla Svizzera”, sede di grandi imprese, di fabbriche, di traffici, gli intellettuali “sparivano dietro a un grosso nome, e diventavano funzionari di un’industria, tecnici della pubblicità, delle human relations, dell’editoria, del giornalismo. Cessavano di esistere come clan, come corporazione, come grande famiglia; non erano più il sale della terra, i cani da guardia della società, i pionieri dell’avvenire, gli ingegneri dell’anima.” Sono parole, queste, straordinariamente avvertite, soprattutto se si considera quando vennero scritte: qui Bianciardi coglie in divenire un problema culturale che si sarebbe manifestato in tutta la sua gravità soltanto anni dopo, di cui oggi percepiamo tutte le tragiche conseguenze, e che sarà il sofferto tema del suo esordio narrativo, dal titolo quanto mai allusivo, L’integrazione, apparso nel 1960, e del secondo romanzo, il celebre La vita agra, che vide le stampe nel 1962. La trilogia bianciardiana ci appare oggi un documento magistrale della storia sociale del nostro Paese, una riflessione acutissima su un momento di passaggio di una società che da una tradizione per più d’un verso ancora arcaica si gettava ciecamente nella fagocitante modernità di un boom economico che ne avrebbe stravolto i connotati.

Ma torniamo al nostro libro. Per conferire forza al capovolgimento del paradigma centro/periferia, Bianciardi istituisce un paragone pregnante tra la sua Grosseto e Kansas City, tra la provincia italiana e quella americana, con un aperto richiamo al valore innovativo del cinema, della musica (in particolare il jazz), della letteratura degli Stati Uniti, mettendo a frutto l’attività di traduttore, quindi di mediatore di cultura, e la lezione di Pavese e Vittorini, il loro tentativo di apertura culturale nell’asfittica gora italica. Hemingway, Steinbeck, Caldwell, Saroyan e altri scrittori sono evocati, se non espressamente menzionati, il loro insegnamento, la ricerca umanistica e sociale condotta nei tanti recessi d’America rammemorati.

Ad ogni modo, la frizzante e colta rivisitazione del passato recente, personale e collettivo, si muove lungo il solco del Partito comunista italiano, all’epoca impegnatissimo a radicarsi nei gangli vitali di città e province, a formare culturalmente e ideologicamente una popolazione gravata da secoli di ignoranza e prostrazione, a rivendicare per gli esclusi diritti sempre negati. Appunto, il “lavoro culturale”, entità oggi ectoplasmatica di cui si sta smarrendo anche il ricordo, che lo scrittore grossetano coglie sul nascere e nel suo divenire, restituendocela con sincera adesione ma anche con penetrante ironia, spia del distacco necessario per una equilibrata e lucida valutazione della materia narrata. Qui infatti interviene l’altro obiettivo della critica bianciardiana, insieme al rifiuto radicale dell’aristocratismo culturale. Non è tutto oro quel che luce, Bianciardi non sarebbe quell’arguto intellettuale che conosciamo se non avesse colto e problematizzato tare, zone d’ombra, punti deboli della temperie in cui si formò. Ed ecco allora comparire i formalismi, i miopi indottrinamenti, le dogmatiche direttive che giungevano dall’alto a soffocare il fervore e l’entusiasmo giovanili, ecco le caratteristiche figure degli intellettuali di partito, gli “educatori delle masse” grondanti ideologia, i burocrati di sezione giunti dalla capitale, irrigiditi in un sapere schematico che li allontana dalla realtà umana dei lavoratori che pure si prefiggono di difendere, personaggi tratteggiati con la maestria del narratore di razza. Nella sottile ed esilarante analisi del loro linguaggio, della codificata gestualità con cui si esprimono, della sprezzante superiorità con cui ammantano i loro insegnamenti, Bianciardi denota una notevole padronanza filologica, una preparazione culturale a tutto tondo (acutissime alcune analisi di critica letteraria, cinematografica, di economia politica) e un talento narrativo squisitamente comico. E pagina dopo pagina, accanto all’entusiasmo giovanile si profila la delusione che segnò lui e un’intera generazione, quando infine giunse lo scontro ineludibile con una realtà ben più complessa di quel che ci si era raffigurata.

La crisi adombrata dietro queste pagine, che pure hanno il dono della levità, è certo anche personale. La tragedia di Ribolla (1954), in cui persero la vita quarantatré minatori, uomini che Bianciardi conosceva personalmente e per i cui diritti si era battuto con ogni mezzo, segna una ferita che non si rimarginerà. Con il dolore della perdita, dell’assurdità di quelle morti, la rabbia per una tragedia prevista ed evitabile, Bianciardi prese coscienza dell’impotenza del suo ruolo di intellettuale: la cultura che aveva messo al loro servizio (denunciando con saggi e articoli le inumane condizioni di vita e di lavoro, percorrendo le campagne del Grossetano a distribuire libri, quand’era direttore della biblioteca della sua città, lottando contro l’analfabetismo e diffondendo una coscienza di classe) non era servita a migliorarne le condizioni, e nemmeno a salvarne la vita: quelle vittime erano la lancinante prova di una sconfitta, dell’impotenza dell’intellettuale in un mondo strutturato da un feroce sistema capitalistico.

Ma la crisi personale s’inscrive nel quadro di quella più ampia determinatasi nella sinistra italiana dopo i fatti d’Ungheria, che ne provocarono un ripensamento delle coordinate politiche, umane, sociali, s’inserisce nell’acceso dibattito sui rapporti tra politica e cultura, qui affrontato non solo nei termini della conflittuale relazione tra intellettuali e partito, ma anche, come si è visto, nella polarità centro/periferia. E mentre perlopiù ci si smarriva in dispute ideologiche drammaticamente lontane dai bisogni del popolo, l’anticonformista Bianciardi appuntava il suo sguardo penetrante sugli anni appena trascorsi per suggerire che lo scacco subito nel microcosmo provinciale era lo specchio della parabola involutiva di una generazione che aveva cercato di indirizzare culturalmente e politicamente la costruzione della nuova repubblica.

Il libro si chiude con una nota ironica che non stempera l’amarezza, la nostalgia, finanche i sensi di colpa: anzi li drammatizza, soprattutto con l’aggiunta di un ultimo capitolo, “Ritorno a Kansas City”, nell’edizione del 1964. A conti fatti, sono ben magri gli esiti di cotanto fervore, dell’impegno appassionato, della dedizione alla causa della cultura. Già prima della metà degli anni Cinquanta Grosseto era rientrata nei ranghi, la carica innovativa era stata riassorbita dal conformismo, tutto era regredito nell’angusta nicchia del privato, nella sfera pubblica dal rancido sapore Biedermeier. La sconfitta viene condensata in semplici frasi che cadono come una pietra tombale sui sogni di riscatto e di rinnovamento: “Fu una stagione intensissima”, “Da allora sono passati cinque anni, e la nostra città è tornata tranquilla.” Una tranquillità che suona come un rigor mortis: situazione che pare rimandare inquietantemente al nostro morto tempo, pur nelle intervenute differenze, dopo il furore iconoclasta della generazione sessantottina, delle battaglie civili per la rivendicazione dei tanti diritti negati, degli anni di sangue delle stragi e del terrorismo armato.

Nondimeno, a rileggere queste pagine rimane stentoreo l’insegnamento più profondo lasciatoci da Luciano Bianciardi: la fede nella forza emancipatrice della cultura, una cultura intesa non come privilegio di classe ma come percorso di crescita umana e sociale aperto a tutti, in grado di formare cittadini consapevoli, liberi e con eguali diritti, segno imprescindibile della democraticità del vivere civile. Ma con l’intima consapevolezza che, sprovvista di un sincero e compenetrato senso di solidarietà sociale, la cultura rimane uno sterile artificio, una carriera come un’altra. È da questa distanza siderale, del sentire e cronologica, che promana il fascino intatto di un libro che val bene una lettura, la sua lezione morale che ci giunge fresca e forte, come appena scaturita.

(Il lavoro culturale è sempre stato pubblicato da Feltrinelli, fin dalla prima edizione del 1957; riedito più volte fino al 1974, nella sua storia editoriale c’è una lunga parentesi che dura fino al 1991, quando torna in stampa dopo sedici anni. Da allora è stato regolarmente ripubblicato, fino all’ultima edizione risalente al 2013.)

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