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Che la memoria non vada smarrita: la lezione di Corrado Stajano

“Franco Serantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte”.

A più di 30 di distanza torna nelle librerie  “Il sovversivo” di Corrado Stajano.
Ne scrive GIUSEPPE COSTIGLIOLA che recensisce il libro e intervista l’autore.

Che la memoria non vada smarrita: la lezione di Corrado Stajano
Queste pagine, da cui si leva un dolore struggente, il dolore di chi piange non soltanto l’omicidio di un innocente, ma quello di tutto uno stato di diritto, sono intessute da una documentazione ricca e puntuale: perizie, verbali d’interrogatorio, stralci di sentenze, articoli di giornale, volantini, discorsi pubblici, circolari, relazioni, testimonianze, dalla quale prende forma una lucidissima analisi del contesto umano, politico, socio-culturale degli eventi narrati. In una fattuale, puntigliosa ricostruzione, si raccontano le ore che dall’arresto portarono alla morte di Franco Serantini, la lunga sequenza di errori, di omissioni, di negligenze, talvolta veicolata con un sapiente uso del dialogo, che ne potenzia l’impatto emotivo.

Intervista a Corrado Stajano
Ma la violenza delle istituzioni è davvero inevitabile?
Credo purtroppo di sì, nella politica malata di oggi. L’idea di nazione in questo nostro Paese non si è ancora realizzata. «La Costituzione non è andata al di là delle garitte delle caserme», scrivo nell’introduzione alla nuova edizione de Il Sovversivo per Il Saggiatore. Pensavo ai fatti di Genova, a Bolzaneto, a Cucchi. Ci sono voluti nove anni per arrivare alla verità, subito evidente, dell’assassinio di quel povero ragazzo.

Su A rivista anarchica un dossier sulla vicenda di Franco Serantini.

 

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Intervista a Corrado Stajano


(Archivio storico B. Petrone, fondo Lino T.)

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Il libro di  Corrado Stajano, Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, è appena stato riedito da Il Saggiatore. Giuseppe Costigliola ne scrive per PULP qui.

Cosa è rimasto in lei, nel profondo, dopo tanti anni, di quella inchiesta che portò avanti con rigore fattuale e, credo, con grande coinvolgimento emotivo?

Vede, questo è il mio libro più amato, mi è davvero rimasto dentro. Per scrivere l’introduzione alla nuova edizione ho dovuto riguardare le lettere, le numerosissime recensioni di allora, il libro uscì nel 1975. È stato un processo faticoso, e anche doloroso, rileggere una storia impossibile, assurda. Sì, sono passati quarantasette anni, ma provo ancora molto dolore. Sono memorie dolorose anche perché sembra che sia un passato che non passa. Dopo Serantini, pensi un po’, in questi decenni quello che è accaduto a Genova, a Bolzaneto, alla caserma Diaz, a Francesco Aldrovandi, a Stefano Cucchi: pare che non si riesca a rendere normale questo Paese, rispettoso della giustizia, della Costituzione della Repubblica.

Come una ferita che non si rimargina mai.

Sì, ma bisogna che questa ferita sia rimarginata. Per questo io ho provato dolore rivivendo la vita e la morte di questo povero ragazzo sardo, che sembra davvero una storia ottocentesca, un figlio di nessuno nella vita e poi anche nella morte. Abbandonato dalla madre, affidato a una coppia di coniugi siciliani, poi mandato al riformatorio di Pisa. Ma lì accade una cosa bella, il ragazzo ha una sorta di riscatto. A Pisa, negli anni 1968, c’era un grande fervore, i giovani arrivavano da tutta Italia, Pisa con Torino e Trento erano le capitali della contestazione studentesca, e Serantini si sente libero, finalmente, non più il ragazzo del riformatorio, ma uno come gli altri. Questo purtroppo dura poco, presto verrà ucciso selvaggiamente durante una manifestazione alla quale non partecipava neanche. Fu letteralmente assassinato, era immobile sul Lungarno Gambacorti di Pisa, il Lungarno vicino al ponte di Mezzo, al palazzo del Comune, gli saltano addosso dieci suoi coetanei e lo massacrano. Non c’è un pezzettino del corpo di Franco Serantini intoccato.

Cosa ricorda di quel periodo che trascorse a Pisa, dell’indagine che vi condusse?

Io quando scrivo amo molto vedere i luoghi, tutti i miei libri sono fatti così, nelle mie inchieste ho girato tutta l’Italia, Milano, Torino, Palermo, Africo, nei miei libri i luoghi sono importanti, i luoghi e i particolari dei fatti. I particolari ti aiutano ad arrivare al cielo, e non viceversa. Quindi sono stato a Pisa lungamente, avevo visto tutto quel che potevo, e ascoltato tutti quanti avevano visto e conosciuto questo povero ragazzo, i magistrati, i funzionari di polizia, ho raccolto una considerevole mole documentale.

Pisa fu molto importante per Serantini, lì aveva cambiato la vita, negli ultimi tempi della sua esistenza era stato un ragazzo come gli altri, aveva lavorato, aveva preso la licenza di scuola media, mentre negli istituti dove era stato in Sardegna non riusciva a studiare, sempre in contraddizione, in conflitto con le suore, era un ragazzo che aveva bisogno di affetto, non di autoritarismi, e a Pisa ha avuto una sorta di riscatto, lavorava, era riuscito a comperare coi pochi soldi che guadagnava un motorino usato, un Ciao, è stato un momento di letizia, di felicità, ma è durato poco. Lì, a Lungarno Gambacorti dove fu aggredito,Serantiniera immobile, avrebbe potuto scappare nel quartiere che aveva alle spalle, l’Annunziatina, un quartiere popolare, lì tra i vicoli si sarebbe salvato, ma sembra che – questa però è nell’immaginazione di chi scrive – sembra che abbia voluto quella morte. Poi si sono accaniti tutti, neanche il magistrato ha capito che il ragazzo stava morendo, lo interrogava e Franco Serantini non riusciva nemmeno a tenere la testa levata, gli unici che capirono che stava morendo furono i secondini del carcere. Pensi un po’. Fu colpito il venerdì, e morì due giorni dopo, la domenica, durante le elezioni politiche di quell’anno.

Ma la violenza delle istituzioni è davvero inevitabile?

Credo purtroppo di sì, nella politica malata di oggi. L’idea di nazione in questo nostro Paese non si è ancora realizzata. «La Costituzione non è andata al di là delle garitte delle caserme», scrivo nell’introduzione alla nuova edizione del Sovversivo. Pensavo ai fatti di Genova, a Bolzaneto, a Cucchi. Ci sono voluti nove anni per arrivare alla verità, subito evidente, dell’assassinio di quel povero ragazzo.

Nel suo libro ci sono delle pagine molto toccanti sul funerale di Franco Serantini.

Sa, l’unico dono che ha avuto Serantini dalla società, da questo Paese, è stato il funerale. Vi partecipò tutta la città, migliaia di ragazzi con le bandiere rosse, rosse e nere degli anarchici, la città intera, le madri di Pisa che si sono sentite tutte madri di quel ragazzo figlio di nessuno. Non dimenticherò mai le immagini girate a quel funerale, sono impressionanti, sullo sfondo il campo di Pisa, la Cattedrale, il Battistero, i giovani che portano a spalla la bara del loro coetaneo, del loro compagno, e una ragazza, bella, che precede tutti con un mazzo di gladioli – è un’immagine che non esce dal cuore.

I disegni del grande artista Costantino Nivola arricchiscono il suo libro, e come lei scrive nella prefazione sono un po’ un dono per la memoria di Franco Serantini. Lei ha conosciuto personalmente Nivola?

Sì, l’ho conosciuto in casa dello scrittore Antonio Cederna a Roma. Come scrivo nell’introduzione, lo scultore, molto simpatico, vide Il sovversivo nella casa di Cederna, si fece prestare il libro e disegnò la storia di Serantini negli spazi bianchi dell’edizione Einaudi, la prima.

Lei ha sempre coniugato l’attività giornalistica e culturale con un preciso e sentito impegno civile, con quella che un tempo non si esitava a chiamare “la ricerca della verità”. Quali sono stati gli esempi e i maestri che le hanno indicato questa via?

Credo che i miei maestri siano stati i libri letti – la mia generazione non faceva altro che leggere. «Guerra e pace», a 14 anni, fu il gran libro, la scoperta. Lo rilessi poi nei decenni quattro o cinque volte. Più tardi, tra gli altri, i libri della memoria, Rilke, Joyce, Proust, Alain Fournier. Le persone? Cesare Segre, Raffaele Mattioli, Primo Levi, Elio Vittorini, Ermanno Olmi, con cui ho firmato sei o sette documentari politico-culturali. Mi insegnò l’essenzialità. Ma i veri maestri furono i fatti della vita visti con la curiosità di chi, fin da ragazzo, sognò di scrivere. E poi i luoghi, i dettagli.

Agli instant book, molto popolari negli anni Settanta, lei ha sempre preferito l’approfondimento meditato, la ricostruzione particolareggiata degli eventi, caratterizzata da intenso coinvolgimento umano. Come nascono i suoi libri?

Sì, è così. Detesto gli instant book, i miei libri stanno fra il saggio e la narrazione, e anche l’inchiesta, ma le mie non sono semplici inchieste, sono narrazioni, nell’accezione di Benjamin. Non saprei quando nasce l’idea, come matura, è difficile che un autore lo possa dire. Il coinvolgimento umano è doveroso, per uno che scrive. Non è che scriviamo astrattamente per riempire dei fogli.Questo su Serantini uscì tre anni dopo i fatti, nel 1975. Fu presentato a Milano, alla Palazzina Liberty, da Giulio Einaudi, Dario Fo, il senatore Terracini. Dario Fo lesse con voce grave, senza un commento, le due pagine che nel libro parlano dell’autopsia. Le lesse in un silenzio atroce, eppure ci saranno state mille persone, perché allora la passione era grande.La morte di Franco Serantini scatenò polemiche di ogni genere, roventi, ma non ebbe giustizia.

Cosa le hanno insegnato umanamente le grandi inchieste che lei ha indomitamente portato avanti in tutti questi anni? Si sente arricchito come uomo, dopo tanto scavare nelle più fosche vicende italiane, oppure si sente amareggiato, per aver fronteggiato tanta violenza e tanto squallore?

Non so. I miei libri sono di due tipi: i libri saggio-inchiesta (Il sovversivo, Africo, Un eroe borghese) e le narrazioni, i libri che si ispirano, si può dire, alla lezione di Benjamin. (La città degli untori, Patrie smarrite, Eredità). Le inchieste sono state utili a nutrire la scrittura.

Perché è così importante non dimenticare, conservare, tramandare la memoria?

Perché la memoria è fondamentale per costruire una società. Una società che cancella la propria memoria non ha diritto di esistere.

E non è quello che sta accadendo a noi oggi?

Certo! Sta accadendo ogni giorno, nessuno sa più nulla e pare che la memoria sia un fastidio.

Secondo lei ci sarà un modo di tirarsi fuori da questo abisso?

Non lo so, abbiamo fatto di tutto, eravamo in tanti, e siamo stati sconfitti. Adesso è un momento pericoloso.Avremmo bisogno di una politica limpida, pulita, e non c’è. Però l’Italia è un Paese ricco di energie positive, ma queste energie sono come delle isole, e mancano i ponti da un’isola all’altra. È un Paese che è rinato tante volte, e tante volte si è perduto.

Dunque?

Vede, il male che ci avvelena è il disprezzo degli altri, la violenza verso il debole e l’indifeso, il chiudersi in casa di molti che non ne vogliono più sapere mentre fuori la società non cammina nel modo giusto e limpido come dovrebbe. Bisognerebbe tornare a coltivare la solidarietà, ad un coinvolgimento civile e democratico quanto più ampio possibile. Un tempo avevo coniato uno slogan, “Lasciateci almeno la speranza della speranza”. Ecco, questo vorrei comunicare ai giovani.

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Che la memoria non vada smarrita: la lezione di Corrado Stajano

Corrado Stajano, Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, Il Saggiatore, pp. 208, euro 21,00 stampa, euro 9,99 ebook

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

(Una intervista Giuseppe Costigliola a Corrado Stajano su Il sovversivo qui.)

“La sera del 5 maggio 1972 nulla servì a salvare dalla furia della polizia, fra la bottega del vinaio e quella del tappezziere, un giovane non alto, ricciuto, gli occhiali da miope, il viso serio e sofferto. Franco Serantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte.”

Queste asciutte parole di Corrado Stajano compaiono nella quarta di copertina del suo Il sovversivo, l’acutissima indagine che ricostruisce l’assassinio di un giovane anarchico massacrato di botte dalla polizia durante una manifestazione indetta a Pisa alla vigilia delle elezioni parlamentari del maggio 1972, alla quale, per tragica ironia della sorte, neanche partecipava. Una storia ricostruita “vincendo ogni possibile tentazione romanzesca, sui documenti, sulle testimonianze dei protagonisti, su un coro di voci, dove anche i particolari più minuti sono veri, verificati”.

La prima edizione del libro apparve, lasciando un segno profondo, nel 1975, e il Saggiatore lodevolmente lo ripropone agli ignari lettori odierni, corredato della nuova prefazione dell’autore e impreziosito dai disegni dello scultore Costantino Nivola. La storia di quel ragazzo inerme ammazzato dalle “forze dell’ordine” lo colpì profondamente: Serantini, sardo come lui, aveva alle spalle una drammatica biografia costellata di abbandoni, di solitudine, di ingiustizie. Decise così di raccontarne con la sua arte la tragica vicenda, e riempì gli spazi bianchi del libro, i margini delle pagine, con dei disegni a china dai tratti appena accennati, straordinariamente evocativi, un bianco e nero che dona struggente poesia a una vicenda efferata, e che oggi possiamo apprezzare in questa nuova edizione.

Il libro espone al meglio le qualità che hanno reso celebre Stajano: un giornalismo d’inchiesta che fonde narrazione letteraria e testimonianza, partecipazione emotiva e scrupoloso rigore filologico, precise ricostruzioni d’ambiente, storiche e sociali, realizzate per mezzo di indagini condotte sui luoghi degli accadimenti e puntellate da colti riferimenti bibliografici, l’abilità nel rendere i primi piani, gli scorci più minuti, e i campi lunghi, le ampie inquadrature, un raccontare sempre teso alla verità dei fatti, reso con prosa incisiva ed elegante, con uno stile dalla chiarezza ammirevole.

L’autore ricompone la breve esistenza di Franco Serantini, nativo di Cagliari, abbandonato appena venuto al mondo al brefotrofio, e ne segue le tristi vicende, dall’affidamento a due coniugi siciliani, a un istituto religioso, al periodo passato nel riformatorio di Pisa in regime di semilibertà, malgrado fosse incensurato. A Pisa (di cui in un capitolo particolarmente interessante si ricostruiscono le lotte del Movimento studentesco in una delle università più agguerrite del periodo sessantottino, l’ambiente composito e ribollente della sinistra extraparlamentare), Serantini vive una fugace stagione di autoaffermazione e di libertà. Mosso da una “naturale volontà di giustizia umana e sociale”, avidamente in cerca di amicizia, di solidarietà, di calore umano, abbraccia il movimento anarchico, si getta con fervore nelle lotte sociali: per lui quella vitalissima città “rappresenta il trionfo della vita”. Una vita stroncata al suo gemmare da giovani della sua età, agenti del I Raggruppamento celere della polizia giunti da Roma, i quali si avventarono con furia selvaggia sul ragazzo indifeso, che “immobile e disarmato, aspetta che i poliziotti gli saltino addosso e lo feriscano a morte”.

Queste pagine, da cui si leva un dolore struggente, il dolore di chi piange non soltanto l’omicidio di un innocente, ma quello di tutto uno stato di diritto, sono intessute da una documentazione ricca e puntuale: perizie, verbali d’interrogatorio, stralci di sentenze, articoli di giornale, volantini, discorsi pubblici, circolari, relazioni, testimonianze, dalla quale prende forma una lucidissima analisi del contesto umano, politico, socio-culturale degli eventi narrati. In una fattuale, puntigliosa ricostruzione, si raccontano le ore che dall’arresto portarono alla morte di Serantini, la lunga sequenza di errori, di omissioni, di negligenze, talvolta veicolata con un sapiente uso del dialogo, che ne potenzia l’impatto emotivo.

Ma l’odissea di Franco Serantini, questo “ragazzo spogliato di tutto”, non si chiude con la sua morte. Perché qui si narra la storia di una doppia morte: quella di un giovane di vent’anni brutalmente ucciso dalla polizia, e quella vergata col sangue dalle istituzioni di uno Stato che non fa giustizia, che anzi la giustizia tenta di occultare in ogni modo, con “i suoi continui e impudenti tentativi di mascherare e di insabbiare le responsabilità e di chiudere un caso cha ha assunto un valore di simbolo del rapporto fra cittadino e stato di diritto, fra autoritarismo e libertà”. Insomma, uno Stato che rifiuta di processare se stesso, come già era avvenuto, e troppo spesso in seguito avverrà. I vertici della struttura carceraria cercarono infatti di seppellire in tutta fretta quel corpo martoriato per occultare le prove di un agire criminoso. E qui comincia una sorta di libro nel libro, con la ricostruzione del procedimento giudiziario che seguì la morte del ragazzo, delle perizie, delle deposizioni, del clamoroso scontro intestino che contrappose il Procuratore generale presso la corte d’appello di Firenze, “personaggio da vetrata medioevale”, e il coscienzioso magistrato di Pisa che indagò sulla morte di Serantini: una narrazione che nelle sue avvincenti movenze drammatiche ha quasi il sapore d’un legal thriller, e che porta in luce uno degli obbiettivi dell’indagine, “quello di capire meglio i meccanismi del potere”, denunciarne gli abusi e i soprusi. Ampio spazio è poi dato alla profonda eco che quella fine violenta ebbe nella parte sana della nazione, la battaglia politica che si scatenò contro le forze di polizia, il ministro degli Interni e il governo. Particolarmente toccante è la cronaca dei commoventi funerali di Serantini, che ebbero luogo in una città “partecipe, dolente”, a cui accorse tutta la società civile e democratica, “l’unico dono che Serantini abbia avuto dagli uomini”.

Insomma, siamo di fronte a un libro appassionante, che conserva intatta la sua grande forza morale e rimane di drammatica attualità. Un testo che, lungi dal configurarsi come mera cronaca di un caso personale, ricostruisce in divenire la complessa realtà di un paese dilaniato, uno studio illuminante per chi voglia provare a districare il garbuglio degli anni Settanta, la trama venefica dei revisionismi, delle riletture ideologizzate, delle storture operate subdolamente nel corpo martoriato della Storia. Una narrazione che, partendo dalla biografia di un ragazzo, seguendone la crescita di una coscienza civile, insieme col nascere e il costruirsi di una cultura popolare, di una lotta di classe, si amplia, travalica le mura della città in cui gli atroci fatti ebbero luogo, per affrontare i principi costitutivi di uno stato di diritto, coinvolgere i conflitti fra persona umana e istituzioni, indagare la natura del potere, con la lancinante consapevolezza che “giustizia non è stata fatta”.

Dunque, la vicenda di Franco Serantini è diventata Storia: di una città, di un paese in trasformazione violenta, di noi tutti. E la Storia non va giammai dimenticata, pena il ripiombare nella barbarie che sempre minaccia questo nostro disastrato paese: “Era come un destino segnato, il suo, una vita e una morte che sembrano inventate, uscite dalle pagine di un romanzo dell’Ottocento. E invece è una storia d’orrida realtà, che mai dovremmo dimenticare”.

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Il cielo rosso del coraggio

Giuseppe Berto, Il cielo è rosso, Neri Pozza, pp. 430, € 18 stampa, € 9,99 eBook.

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

La letteratura italiana del dopoguerra rappresenta un patrimonio troppo spesso ignorato. Tale disattenzione critica ed editoriale, probabilmente frutto del vuoto cognitivo di questa epoca immemore, viene talvolta emendata quando una casa editrice ha la brillante idea di riproporre un autore o un romanzo che hanno lasciato un segno nel nostro percorso letterario. È il caso di Giuseppe Berto, di cui Neri Pozza sta ripubblicando alcune opere, e in particolare  Il cielo è rosso, che apparve sul finire del 1946, e che i lettori d’oggi possono apprezzare in tutta la sua immutata freschezza.

Siamo al cospetto di uno dei primi romanzi ambientati sul finire della Seconda guerra mondiale ed editi durante la ricostruzione, quando il Paese era ancora un cumulo di macerie e le sue profondissime ferite lungi dall’essere rimarginate. Berto lo scrisse durante l’estate del 1944 nel campo di prigionia di Hereford, nel Texas, mosso dal lancinante senso di colpa di chi, confessò in seguito, “come italiano e fascista sente di aver contribuito allo scatenarsi della guerra”. Senso di colpa che non ebbe quella possibilità di redenzione offerta a molti dopo l’8 settembre, visto che Berto non poté unirsi alla Resistenza, e che rappresenta uno dei nodi irrisolti della sua personalità, causa di continue incomprensioni da parte della critica, insieme all’indole puntigliosamente anticonformista, alla causticità del dire, alla ricercata lontananza da circoli e consorterie letterarie, all’intolleranza per le ideologie.

Il titolo originale, La perduta gente, richiamava un’immagine dantesca. A mutarlo e a pubblicare l’opera fu Leo Longanesi (su suggerimento di Giovanni Comisso), che aveva appena fondato la sua casa editrice, determinando con quella frase tratta dai Vangeli una parte non esigua del suo successo, come ammise lo stesso Berto anni dopo. Vi si narra la storia corale di quattro orfani: il virile e precocemente maturo Tullio, la sua forte e vitale fidanzata Carla, la di lei fragile e pura cugina Giulia, provenienti dai quartieri poveri e sopravvissuti al bombardamento di Treviso (anche se la città non è mai menzionata), e Daniele, ragazzo di famiglia benestante fuggito dal seminario per cercare i genitori, rimasti uccisi dalle bombe americane. In una umanità sbandata, “smarrita nella grande guerra” e “incapace di ritrovarsi”, i quattro adolescenti ingaggiano una guerra nella guerra, una battaglia disperata per la sopravvivenza, assediati dalla fame, dal freddo, dalla malattia, dallo sconforto, dalla mancanza d’un futuro, una lotta indomita da cui usciranno fisicamente distrutti ma moralmente vincitori. Le loro vite si svolgono in un vuoto orrendo, abitato da figure davvero dantesche, umbratili spettri segnati dall’orrore, come la piccola Maria, una bimba traumatizzata che i ragazzi accolgono nella loro “famiglia”, strappandola al nulla. Un mondo in cui, nel collasso dello stato e dei rapporti civili, sono saltate le più elementari norme di convivenza, una selva dove “ognuno era chiuso in se stesso, e come smarrito, e gli uomini erano divisi, e senza pietà gli uni per gli altri”, dove conta soltanto sopravvivere, a qualunque costo: un mondo di morti in vita.

Eppure, in mezzo a questo spazio fisico e morale abbrutito, nella più completa devastazione di anime e di cose, i quattro ragazzi reagiscono al male che li circonda e che nella guerra trova un compimento totale e quasi asettico, allegorizzato dai piloti dei bombardieri, vettori di “un male tanto grande, per cui essi portano terrore e morte e distruzione senza pensarci, con la coscienza di compiere un dovere”. L’unica possibilità di scampare alla barbarie è l’amore, la solidarietà, la comunione che supera le barriere di classe, di censo, i vecchi ordini costituiti. In questi valori risuonano l’ostinata tensione morale dell’autore, gli accenni di rivendicazione sociale e di umana fratellanza, in un singolare amalgama di marxismo e di cristianesimo che troverà più compiuta forma nel romanzo Il brigante (1951), e a cui talvolta si accompagna un eccesso di sentimentalismo che sfocia nel melodramma.

Tutto questo, la lotta quotidiana per restare in vita che costringe questi ragazzi al furto e alla prostituzione pur senza perdere l’innocenza, il percorso di crescita affrettata e dolorosa che trucida un’infanzia mai vissuta, la perturbante scoperta dell’amore, la comunanza di spirito, la natura invitta che sopravvive alla follia umana, tutto ciò è reso con una prosa apparentemente scarna, che fu fraintesa come neorealista (“mi ritrovai intruppato in quella schiera di artisti chiamati neorealisti”, scriverà Berto anni dopo), lontanissima dalla sintassi e dalla punteggiatura sconnesse di molta parte della sua opera matura, una narrativa capace di descrizioni evocative e di grande realismo psicologico, che scorre fluida come i fiumi e i canali che avviluppano i luoghi descritti conferendo loro una dimensione di eternità, una lingua dalle forme morbide che s’insinua nelle pieghe dell’anima riuscendo quasi con dolcezza a rendere la durezza del vivere, che attraversa il registro tragico persino con levità, come nella magistrale scena dell’improvvisato funerale di Giulia. Un periodare e una resa oggettiva che a taluni ha ricordato la lezione di Steinbeck e di Hemingway (il quale tra l’altro lodò pubblicamente il romanzo), autori ai quali Berto fu iniziato durante la prigionia americana da Gaetano Tumiati e Dante Troisi. E da tali maestri d’oltreoceano lo scrittore trevigiano pare anche trarre il concetto della lotta indomita dell’uomo comune contro il destino di morte, un certo tragico sentire l’esistenza, una particolare rappresentazione della luttuosa temperie dell’animo, l’armoniosa simbiosi tra realismo e simbolismo. Ma distintamente originale rimane quel singolare contrasto tra la materia trattata e il sentimento con cui lo scrittore la modella, come notò mirabilmente Pietro Pancrazi: “Più la materia gli si intorbida, mescolata com’è non solo di molte disgrazie e dolori e sangue, ma anche di corruzione e di perdizione, più il sentimento dello scrittore, aderendo tutto alle sue creature […] si fa pietoso, tenero e infine straziante”.

Il romanzo si chiude così come si era aperto, con un viaggio; non però un nostos, bensì una fuga, un percorso non di speranza ma di morte. Una morte purificatrice, cristologica, o così il testo lascia dubbiosamente intendere, forse, in maniera inconscia, per stemperare la tremenda presa di coscienza della brutale mancanza di senso del vivere, del male irrimediabile che assedia l’umano.

Di Giuseppe Berto abbiamo già recensito Anonimo Veneziano.

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Il nucleo più profondo della storia del nostro Paese

Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani, € 24,00 stampa, € 14,99 eBook

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Nella narrativa italiana contemporanea non è frequente imbattersi in un romanzo che ponga strutturalmente nel suo nucleo più profondo la storia del nostro Paese, che si prefigga di consegnare alla riflessione dei suoi lettori l’interpretazione di eventi e personaggi che hanno determinato l’oggi. A differenza di altre letterature – quella statunitense, tanto per citare un esempio –, percorse dalla continua rinarrazione, riconsiderazione e ridefinizione della storia patria, da un’incessante meditazione sul passato che possa gettare una luce chiarificatrice sul presente, la nostra narrativa si sofferma in genere su tematiche centrate sul ripiegamento nell’angusto universo dell’io, nelle pieghe d’un intimismo che bandisce la realtà più ampia degli accadimenti, dei sommovimenti, delle mutazioni sociali.

Sotto questo aspetto, l’ultimo romanzo di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, è un caso a sé. A differenziarlo nettamente dalle creazioni di altri scrittori contemporanei, anche quelle in cui la storia trova un qualche stiracchiato posto nelle trame romanzesche, a mo’ di fondale pittoresco, o vi si nasconde dietro il filtro del memoir, è proprio la funzione strutturale che essa vi assume: qui le vicende e le figure storiche non hanno una mera funzione oleografica, banalmente allusiva, non si configurano come una facile stampella per supportare personaggi altrimenti monchi e privi di spessore, per conferire rilievo a conati pseudo-esistenzialistici, per gettare una patina di colore a contenuti glabri e stereotipati. Qui la storia appare come trama, la più drammatica e affascinante che un narratore possa mai immaginare: la storia narrata nel suo tremendo incedere.

Afferrando alla gola il fantasma sempre sfuggente della memoria, questo lavoro affronta con inusuale coraggio una delle pagine più buie e controverse d’Italia, quelle che videro protagonista Benito Mussolini e i cruenti avvenimenti che nel breve volgere di poco più di un biennio ne determinarono l’ascesa al potere e la conseguente estinzione della fragile democrazia dello Stato liberale. Non è quindi un caso che questa opera abbia suscitato un acceso dibattito che, come spesso accade in casi consimili, ha travalicato il giudizio meramente letterario sconfinando nel politico e nell’ideologico.

A suggerire la modalità in cui andrebbe letto e decodificato il testo è l’avvertenza che lo
precede. Vale la pena riportarla per intero, e da qui partire: “Fatti e personaggi di questo romanzo documentario non sono frutto della fantasia dell’autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Detto ciò, resta pur vero che la storia è un’invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. Non arbitraria, però”.

Cominciamo con il dire che questa avvertenza non pare un classico esempio di depistaggio, con cui l’autore vuole ironicamente e per altri fini disorientare il lettore. Al contrario, essa è da noi letta come una dichiarazione d’intenti, che suggerisce la lettura del testo in una direzione ben precisa. Contiene innanzitutto una definizione di genere letterario: siamo davanti ad un “romanzo documentario”. Ciò che vi compare è “storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato”, la parola “fonte” rimanda direttamente alla terminologia storica. Le ultime due righe, però, apparentemente ambigue, aprono altri scenari, chiamano in causa altri immaginari: si parla esplicitamente di “invenzione”, per quanto composta da materiali arrecati dalla “realtà”, e seppur smorzata dall’aggettivo “non arbitraria”. Ma ciò è ben spiegabile: non siamo davanti ad un saggio storico, ad una ricerca storiografica. Questo è un testo romanzesco, e in quanto tale ha una sua dimensione ontologica precipua: è un universo creativo in cui l’autore si riserva la dovuta libertà inventiva, un luogo in cui s’ingegna con la fantasia a colmare le lacune, i vuoti, i silenzi delle carte storiche, lanciandosi nella ricostruzione di scene e situazioni per le quali non esiste e non può esistere alcuna prova documentale. Insomma, sarebbe un errore considerare quest’opera come una ricerca storica esatta ed esaustiva: è evidente che non è questo il suo obiettivo. Non tenere in debita considerazione ciò può indurre a fraintendimenti, come infatti ci pare sia avvenuto.

Il libro è diviso in sette parti, relative agli anni 1918-1924, costituite da capitoletti corrispondenti a date, luoghi e personaggi, al cui termine sono riportati documenti d’epoca: estratti epistolari, brani di articoli di giornale, stralci di interventi parlamentari, rapporti di prefetti e funzionari dello Stato, telegrammi, discorsi, proclami, manifesti, circolari, dichiarazioni, comunicati, relazioni: una mole ponderosa, che sottintende un lungo e pervicace lavoro sulle fonti, davvero raro nell’odierna letteratura nostrana. Gli ultimi capitoli, che descrivono minuziosamente l’efferato delitto Matteotti e il precipitare degli eventi, sono titolati, e in appendice figura l’elenco dei “personaggi principali”, cioè le figure storiche che compaiono nel testo, di cui si dà una breve sintesi biografica.

La composita tecnica narrativa che struttura il testo appare subito evidente: il romanzo si apre con una sorta di monologo interiore, che rende le riflessioni di Mussolini il giorno della fondazione dei Fasci di combattimento; seguono poi degli inserti documentali, con funzione di rimando diretto alla storicità dei fatti narrati. Nel capitolo successivo, personaggi luoghi ed eventi sono presentati con voce descrittiva, in terza persona, tipica di una certa docu-fiction oggi in voga. Tali modalità narrative si fondono spesso nel discorso libero indiretto, che conferisce alla prosa un ritmo sciolto e incalzante. Non mancano poi notazioni e riflessioni storiografiche, abilmente mimetizzate nel corpo della narrazione. Tali notazioni sono rese in tono saggistico, con sapidi e incisivi commenti, mediante l’uso del tempo presente, impiegato anche nella descrizione degli eventi, conferendo così immediatezza al racconto. Il cerchio si chiude con un capitoletto che riporta sempre con il monologo interiore le riflessioni di M sul suo sanguinoso trionfo dopo il delitto Matteotti.

In generale prevale un andamento cronachistico, a discapito di quello puramente narrativo e drammaturgico, mentre di rado compaiono trasfigurazioni della realtà narrata. Il testo è intessuto di citazioni: i documenti rimandano alla prosa autoriale e viceversa: dicono le stesse cose, usano le stesse immagini, lasciando poco spazio allo scavo creativo. È una scelta voluta, ma forse non avrebbe guastato un maggior lavoro introspettivo, una più coraggiosa ricostruzione immaginativa dei personaggi, del loro spessore psicologico: scene dialoghi e situazioni vengono per lo più riferiti, di rado drammaturgicamente rappresentati. Ed è un peccato, perché quando ciò avviene la prosa si libra alta, con vette anche liriche, svela la capacità di rendere la temperie di quell’epoca lontana con frasi lapidarie che condensano lo sguardo del narratore, il suo prendere posizione, il contenuto poetico della scrittura. È il caso delle scene di massa, mirabilmente descritte, o di altre dove compare Gabriele D’Annunzio (forse le più icastiche ed ispirate), o di uno dei passi meglio riusciti, l’ultimo capitoletto del 1921: “Benito Mussolini 28 dicembre 1921”, dove al procedere degli eventi si alternano versi del Notturno di D’Annunzio, e dove la temporanea cecità del vate dopo un incidente trova perfetta rispondenza metaforica nel fosco incalzare degli accadimenti, nello sfaldamento progressivo dello Stato liberale e della democrazia. O ancora nel capitoletto “Benito Mussolini Milano, 19 dicembre 1919”, in cui il futuro Duce è braccato da una delle tante amanti, Ida Dalser, che gli ha dato un figlio non riconosciuto, e che lo va a stanare nel suo fortilizio, la redazione del giornale Il popolo d’Italia. Qui si strappa la maschera all’uomo Mussolini, si mettono a nudo le sue debolezze, le viltà, l’ipocrisia, l’immoralità – si svela insomma la realtà dietro la farsa imbonitoria della retorica aneddotica. In queste parti letterariamente più compiute Scurati modella la prosa sugli eventi, essa vi si trascrive naturalmente: la forma narrativa si avvicina a quella d’una sceneggiatura, con un risultato davvero coinvolgente.

Nel complesso si ha però l’impressione che troppo di rado l’autore varchi la soglia del passo narrativo puramente romanzesco, preferendo mantenersi sul solido terreno dell’esposizione storica. Tutto ciò produce nel lettore un senso di incompiutezza, come se l’esitare tra il racconto strettamente documentale e l’invenzione creativa impedisca l’armoniosa fusione tra le due modalità narrative. A questa sensazione contribuisce anche il dialogo, poco elaborato: Scurati ha scelto per lo più di non lanciarsi nell’analisi introspettiva dei personaggi storici nei momenti chiave delle vicende che li videro protagonisti, ma di attenersi al conosciuto, al fattuale, a ciò che ci è giunto.

Sempre da un punto di vista strettamente narratologico, opposto al protagonista assoluto si erge la figura di Giacomo Matteotti, vero e proprio deuteragonista che incarna il Bene contro il Male. E nella sua tragica vicenda, nell’intransigente, solitaria, eroica opposizione al fascismo che lo condurrà alla morte per mano dei carnefici di Mussolini, trova un piccolo spazio anche una storia d’amore, quella tra lui e la moglie Velia, forse l’unico momento di respiro nel drammatico incalzare degli eventi. Anche in questo caso, però, la vicenda amorosa non è sviluppata con procedimenti tipicamente romanzeschi, bensì tramite le analisi delle lettere che i due si scambiarono. Ma Matteotti è anche il perno attorno al quale ruota vorticosamente l’ultima parte del romanzo. Qui la scrittura si fa trascinante, fluisce senza intoppi. Quelle che descrivono la spietata caccia alla “preda”, il rapimento e l’omicidio bestiale, il successivo precipitare degli eventi, sono tra le pagine più vivide ed emotivamente coinvolgenti del romanzo, che si chiude con un’impennata.

Ad ogni modo, a rendere questo romanzo particolarmente fecondo è la riflessione che esso stimola sulla nostra condizione di figli di quel tempo. Già dalle prime righe appare manifesto il collegamento col nostro disastroso presente, nei pensieri di Mussolini davanti alla “platea di deliranti e derelitti” che in piazza San Sepolcro, a Milano, assiste alla fondazione dei Fasci di combattimento, il 23 marzo 1919: “Siamo un popolo di reduci, un’umanità di superstiti, di avanzi”, “mitragliamo le idee che non abbiamo […] Siamo come fantasmi d’insepolti che hanno lasciato la parola tra la gente delle retrovie”. Lui, Mussolini, è “lo sbandato per eccellenza”: come non riconoscere in quella temperie postbellica una tremenda affinità con l’oggi, pur nell’enorme diversità dei tempi? Inquietanti analogie ricorrono per tutto il testo: ora come allora appaiono le gravi lacerazioni del tessuto civile e democratico, i reiterati attacchi alla democrazia rappresentativa, il definitivo trucidamento della morale e degli ideali risorgimentali, la crisi economica e morale profondissima, la paura di un futuro fosco e imperscrutabile, un agone sociale di tutti contro tutti, in cui trionfano gli istinti, la barbarie, la degenerazione del dibattito politico in mero populismo, che azzera la capacità critica, la possibilità di comprendere e valutare il reale in tutta la sua complessità. Ora come allora “il Paese è opaco, il suo sentimento della giustizia è fiacco, torbido”, un Paese tra le cui esigenze non figura la moralità. E questa relazione tra l’ieri e l’oggi si realizza senza forzature: le situazioni, le parole pronunciate dai personaggi storici sono autentiche, verificabili, e tanto più colpiscono proprio per la loro realtà fattuale.

A tutto ciò si lega una ricorrente figura chiave, anch’essa manifesta sin dalle prime righe, quella della “malattia”, della degradazione fisica e spirituale, incarnata dalla sifilide che affligge il protagonista, e che simbolicamente mina la costituzione organica e la salute di un intero Paese. Quasi tutti i personaggi patiscono una qualche forma patologica (cancrene, mutilazioni, cecità, decrepitezza, invalidità e affezioni d’ogni genere), i gerarchi fascisti come gli squadristi, i politici e le personalità di rilievo dell’epoca; e tale figura è sempre unita a quella della devastante violenza che tracima da queste pagine, specchio della violenza che insanguinò quegli anni, “il clima di un’intera epoca, la legge dell’atmosfera in cui è racchiuso il pianeta fascista”.

Altro elemento di questo parallelo tra quel tempo e l’odierno è la riflessione sulla parola, sulla sua micidiale forza persuasiva, sull’enorme potere che dona a chi sa impiegarla retoricamente e servirsene per i propri fini, per aggiogare le masse, creare mondi inesistenti che si sovrappongono al reale cancellandolo; e, sottesa ad essa, la riflessione sul ruolo che l’immaginario viene ad assumere nelle vicende storiche. L’analisi della retorica dannunziana, della tessitura profonda del suo frasario, di quella mussoliniana che al vate pescarese molto dovette, di quella rivoluzionaria dei leader socialisti dell’epoca, è un tema portante che fa da sottofondo agli eventi, quasi un basso continuo. Sotto questo aspetto, il tempo sembra davvero azzerarsi: ora come allora, imbonitori senza scrupoli manipolano gli imboniti solleticando e appellandosi ai loro più bassi istinti, propinano loro slogan ad effetto, promesse irrealizzabili, creano una realtà immaginaria fatta di frasi mirabolanti del tutto slegata dai fatti.Come si legge esplicitamente in un passo, “Le parole […] prevalgono sulla realtà, tenendola a bada”.

In definitiva, quella di questo romanzo è una storia avvincente, raccontata in modo avvincente: è la nostra storia, la storia d’Italia in anni infernali. Una storia tragica, certo, drammaticamente trascinante, la storia di quel che siamo stati, siamo e forse saremo. Mettere le mani in questa mota ribollente non è impresa da poco: ci vuole coraggio. Coraggio che forse a Scurati è un po’ difettato da un punto di vista strettamente letterario. Ci sarebbe piaciuto che avesse osato di più, sbrigliando il suo talento narrativo, concedendo un più ampio spazio alla fantasia nella rappresentazione di profondità umane che il mero racconto degli eventi non può dare, mettendo a fuoco le persone più che i personaggi storici, lavorando maggiormente sul dialogo. Forse è per questo che talvolta si ha la sensazione dello studioso prestato al romanzo. Un letterato comunque capace di notevoli guizzi, di accensioni liriche che ne giustificano il balzo, che ha scelto di porre il mezzo romanzesco a disposizione della conoscenza storica. E poiché questo è solo il primo capitolo di una trilogia sul “figlio del secolo”, magari Scurati saprà stupirci anche sotto questo aspetto.

Come che sia, questo libro ha dei meriti indiscutibili: divulga la storia, ponendola sotto un’inconsueta lente critica, stimola riflessioni, raggiunge lettori (cittadini!) cui un lavoro di mera saggistica storiografica difficilmente potrebbe arrivare. E da queste pagine si impara davvero tanto. Poco importa, a nostro avviso, che vi compaiano alcuni errori storici, le sviste potranno essere emendate nelle future edizioni. Siamo comunque davanti ad un testo ammirevole, ineludibile per il suo contenuto. Un libro che, ci auguriamo, indicherà una via alla narrativa italiana dei nostri giorni: la via dell’impegno, della pedagogia della letteratura.

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Intervista con Sandra Petrignani

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Avendo pubblicato un corposo articolo sulla biografia di Natalia Ginzburg, La corsara, scritta da Sandra Petrignani, ci è sembrato giusto accompagnarlo con un’intervista all’autrice.

Qual è stato l’impulso che l’ha spinta ad imbarcarsi nella complicata impresa di scrivere una nuova biografia di Natalia Ginzburg? 

Non è stato un impulso ma una considerazione: trovavo incredibile che nessuno avesse ancora scritto un libro che raccontasse vita e opera della Ginzburg nella sua interezza e nella sua importanza.

La messe di informazioni e di notizie biografiche dei tanti personaggi che compaiono in questo libro è notevole. Quanto a lungo ha lavorato a questo progetto? Ha mai temuto di non portarlo a termine? 

Ho impiegato quattro anni in tutto. Tre di ricerche, letture, incontri con i testimoni e un anno più o meno per scrivere. I momenti di scoraggiamento sono stati tanti. Ho avuto più di una tentazione a mollare, sia per la paura di non farcela a dominare la massa delle informazioni che stavo mettendo insieme, sia per alcuni segnali antipatici che mi venivano da una parte della famiglia.

Natalia Ginzburg

Purtroppo nel libro mancano le testimonianze dirette dei figli della Ginzburg, Carlo, Andrea (scomparso qualche mese fa) e Alessandra. Immagino abbia cercato di coinvolgerli: se così, perché crede non abbiano accolto la sua richiesta? 

Per qualche motivo che ora, dopo tanto studio, posso intuire, hanno serie ragioni per non appoggiare un lavoro di approfondimento sulla storia della loro famiglia e su Natalia, la madre, in particolare. Insomma, io me la sono spiegata così: se vuoi mantenere dei segreti, non puoi appoggiare operazioni di scavo, a meno di non mentire sulle informazioni che dài. Sono persone troppo serie per mentire. Preferiscono tacere, probabilmente.

Ho notato un notevole coinvolgimento emotivo in questo suo studio, che tra l’altro si avvale anche di strumenti di critica letteraria al servizio del dato biografico. Col senno di poi, crede sarebbe stato migliore per la riuscita del suo lavoro un maggiore distacco critico dal soggetto della sua ricerca? 

Credo anzi che sia stata la fortuna del libro abbandonare il progetto iniziale di una biografia scientifica. E’ diventato così un libro «caldo», un libro mio, in cui però i sentimenti personali sono stati tenuti perfettamente nei limiti. Ho seguito l’indicazione della stessa Ginzburg di spegnere i riflettori, su certi frangenti critici.

Sandro Pertini e Natalia Ginzburg

Il fatto di essere anche una scrittrice ha influito sulle modalità con cui ha condotto questo suo lavoro di ricerca biografica? 

Io sono principalmente una scrittrice, che in alcuni testi si avvale di strumenti giornalistici, critici, storici. Mi viene generalmente riconosciuto di aver in qualche modo inventato un genere, che fra l’altro è ora parecchio seguito. E questo mi diverte. Anche perché a me è venuto un po’ a noia…

Come mai ha scelto di inserire soltanto poche fotografie? 

Non mi sono state concesse le liberatorie.

Lei ha definito questa sua opera «il mio affondo in Natalia»: questa sorta di corpo a corpo ha in qualche modo influenzato il suo modo di porsi con la scrittura, la sua attività creativa, addirittura la sua vita? 

È probabile che l’abbia fatto, ma è presto per dirlo. Bisogna vederne i risultati nel tempo, sono processi lenti.

Sandra Petrignani ha anche un suo sito.

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Natalia Ginzburg, o la biografia culturale d’una nazione 

Sandra Petrignani, La corsara: Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza, pp. 459, euro 15,30 stampa, euro 9,99 e-book

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Quando nelle librerie appare la biografia d’uno scrittore, dovremmo tutti gioire. Il vissuto, i sentimenti, le passioni, l’impegno sociale e culturale, i rapporti con la propria arte – tutto aiuta ad illuminarne l’opera, a ricostruirne la genesi e a inquadrarla in una prospettiva storica ed esistenziale. Se poi la biografia è quella di un personaggio quale fu Natalia Ginzburg l’interesse suscitato è massimo, poiché siamo al cospetto di una vita che le drammatiche vicende storiche hanno reso esemplare, e meritevole di essere studiata e tramandata. A ciò si aggiunga la curiosità per questo nuovo lavoro, visto che sulla Ginzburg esiste già una solida ricerca biografica, a firma della sua ottima traduttrice tedesca Maja Pflug.

Questo volume di Sandra Petrignani s’inserisce nel genere biografico messo da lei a punto, che mescola sapientemente elementi di scrittura giornalistica, critica letteraria, ricerca storica e pura narrativa. Esso consta di quattro parti, suddivise in capitoli dai titoli icastici tratti da opere, lettere, diari, brani di conversazioni, e si apre con una sorta di prologo, il primo incontro che l’autrice ebbe con la Ginzburg, quando a metà degli anni Ottanta andò a trovarla nella sua casa romana per avere un giudizio su un proprio manoscritto. Dopo qualche cenno autoreferenziale, si comincia a seguire il vissuto di Natalia Ginzburg, dalla nascita avvenuta a Palermo nel luglio del 1916, in una casa di Via Libertà (nome che sembra un segno del destino), al nucleo famigliare, sino alla generazione dei nonni. A ben vedere però l’elemento diacronico è solo il tracciato principale, da cui si dipartono vie e sentieri che s’inoltrano avanti e indietro nel tempo, solcati da personaggi epocali, lasciati e ripresi, in un moto perpetuo che vivacizza il racconto.

L’autrice si sofferma sugli anni dell’infanzia della Ginzburg, sul milieu culturale di un luogo e di un momento storico fondamentali per le vicende del nostro Paese, la Torino degli anni Venti-Trenta del secolo passato, fervida di fermenti culturali e sede delle prime opposizioni al fascismo. Ecco dunque il padre, Giuseppe Levi, ebreo triestino, istologo di livello internazionale (tra i suoi allievi figurano Rita Levi-Montalcini, Renato Dulbecco e Salvator Luria, tre premi Nobel); la madre, la milanese Lidia Tanzi, donna colta e intelligente, sensibile alle arti e alla musica, frequentatrice dello studio di Felice Casorati, attorno al quale gravitavano Carlo Levi, Piero Gobetti e l’avanguardia artistica torinese; la sorella Paola, i tre fratelli Mario, Gino e Alberto, impegnati antifascisti.

Nella loro casa è passata più volte la Storia: vi si recavano Anna Kulishioff e Filippo Turati (che con il nome di Paolo Ferrari vi si nascose per una settimana prima della rocambolesca fuga in Francia, qui rievocata), Adriano Olivetti (che sposerà Paola), Carlo Levi (che intreccerà con la stessa Paola una lunga storia passionale), i giovani compagni dei fratelli di Natalia, i ragazzi del mitico liceo D’Azeglio di Torino, a cominciare dal futuro marito, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Vittorio Foa, Natalino Sapegno, Giorgio Agosti, Massimo Mila, Giacomo Debenedetti e molti altri, una «generazione pesante», che ha «mescolato insieme – con l’altruistica dissipazione della giovinezza – politica, rischio e grandi amori».

La Storia, sempre quella con la S maiuscola, travolgerà poi Natalia e la sua famiglia in un incalzare di eventi drammatici, qui narrati con ammirevole empatia: l’esilio imposto al marito Leone, i drammatici anni della guerra, la perdita del coniuge in seguito alle torture degli aguzzini nazisti, la fuga in una Firenze devastata (dove viene accolta da Eugenio Montale, compagno di sua zia Drusilla Tanzi, sorella della madre), la forzata separazione dai tre figli in tenera età, la vita randagia di chi è costretto a nascondersi. E la solitudine estrema del primo dopoguerra, gli anni romani di psicanalisi e di tetri pensieri, che nella «nera estate» del 1945 le fanno balenare l’idea del suicidio.

Ma è un tempo quello di straordinario fervore culturale e sociale, sono gli anni della ricostruzione fisica e morale di un Paese ridotto in macerie dalla follia fascista, a cui Natalia darà il suo grande contributo. Il racconto prosegue con le tappe della vita d’una donna ancor giovane ma duramente provata: il consolidarsi della coscienza di scrittrice e la messa a punto di una voce narrativa e saggistica originale, la fugace liaison con Salvatore Quasimodo, il primo incontro con il più acuto studioso della sua opera, Cesare Garboli (col quale stabilirà un sodalizio intellettuale per entrambi fruttuosissimo), il matrimonio con Gabriele Baldini, ulteriori dolori come la perdita prematura di un figlio e la malattia invalidante di un’altra figlia, il percorso di antesignana dell’autonomia intellettuale femminile in un mondo marcatamente maschile, il definitivo affermarsi come romanziera, la feconda stagione della produzione teatrale, la presenza incisiva nel dibattito culturale italiano attraverso la scrittura giornalistica (fu battagliera opinionista dei maggiori quotidiani nazionali, suscitando con i suoi interventi dibattiti accesissimi: il termine «corsara» scelto per il titolo di questa biografa ha qui la sua ragion d’essere), l’impegno sociale intrapreso con l’attività parlamentare a cui si dedica anima e corpo nell’ultima stagione della vita, seguendo la grande lezione di Leone sempre viva in lei: vivere la politica non come ideologia ma come coscienza etica.

A epigrafe di questa, come forse di ogni biografia, si potrebbero porre le parole che la stessa Ginzburg scrisse in un saggio sull’amato Proust, del quale fu anche traduttrice: «Alla sete di possedere il segreto di un essere, la vita dà le sue risposte frivole e derisorie, contraddittorie e intrise di menzogna.» È contro queste contraddizioni, queste menzogne disseminate ovunque che l’autrice lotta, ingaggiando un disperato corpo a corpo con l’elusività del tempo e della memoria, della verità delle cose, nell’accorato intento di giungere alla sostanza più intima della Ginzburg. E nella pervicace sfida all’oblio si appiglia a tutto, si aggrappa ad ogni traccia: recupera le memorie di familiari (mancano tuttavia le testimonianze dei figli Carlo, Andrea – ancora in vita quando il libro era nel suo farsi – e Alessandra), di testimoni diretti e indiretti, spulcia libri, indaga negli archivi, riporta alla luce lettere, cartoline, articoli di giornale, in una certosina attività di ricerca che in una sorta di pellegrinaggio l’ha condotta nelle case e nei luoghi dove la Ginzburg visse, su e giù per l’Italia in cerca di impronte non ancora consunte dal tempo, in un affannoso insinuarsi nella memoria dei luoghi, delle persone e delle polverose carte persino commovente. Non paga, la Petrignani ricorre financo alle analisi grafologiche, ai temi astrali. «Mi prendo la libertà di affidarmi ad altre suggestioni», ammette, ma per fortuna non persegue troppo questa strada invero poco scientifica, avanzando invece nel solco tracciato dalla seminale, stringente biografia di Maja Pflug, e ampliandola di parecchio. Soprattutto, mette a frutto la sua esperienza critica di lettrice, si affida all’esegesi dell’opera narrativa, saggistica, giornalistica e teatrale di Natalia impiegandola come uno strumento ermeneutico per rischiarare zone buie, riempire vuoti e lacune documentali.

È un procedimento non privo di insidie, poiché la scrittura creativa, per quanto autobiografica (e quella della Ginzburg notoriamente lo è in alto grado), risponde a regole proprie, per statuto ontologico tende a trasfigurare la realtà da cui trae ispirazione, ma la Petrignani di questo pare ben avvertita e porta avanti il racconto con mano ferma, gestendo in modo ammirevole la copiosa messe di informazioni raccolte, e facendo di questa ricerca una sorta di romanzo. Perché, a tratti, i protagonisti della famiglia Ginzburg, le tante personalità che ne incrociarono i percorsi, sembrano davvero personaggi letterari, e le loro drammatiche esistenze hanno un sapido sapore d’avventura.

La tecnica espositiva è poi tipica della narrazione letteraria: ampi dialoghi, impiego di procedimenti quali l’analessi e la prolessi, in un continuo andirivieni nel tempo storico e in quello interiore che tiene sempre desta l’attenzione del lettore. E in questo giace una delle grandi differenze con la biografia della Pflug: tanto rigorosa, stringente, asciutta, lineare quella, quanto barocca, piena di punti di fuga e digressioni questa della Petrignani. Condotta con rigore fattuale e corredata di foto (alcune anche rare, fornite dai figli di Natalia) quella, tutta incentrata sulla parola e maggiormente disposta ad avventurarsi nelle motivazioni esistenziali più recondite questa, e perciò più dubitativa, ipotetica, congetturale, risuonante di «forse», di «credo», di «mi piace di pensare», «mi piace immaginare». Ecco dunque spiegata la scelta della parola «ritratto» nel titolo, figlia dell’approccio impressionistico volto a riempire i tanti vuoti del percorso biografico della Ginzburg di cui non a caso, rendendo merito alla sua complessità, si ricostruisce la personalità nel segno della contraddizione, dell’ossimoro.

Tuttavia qui non ci si limita a narrare le vicende della Ginzburg, ad analizzarne le opere. Nell’alveo del racconto principale s’innesta infatti una sorta di biografia nella biografia, quella di un’istituzione culturale che ha avuto enorme rilievo nell’esistenza di Natalia e nella storia culturale italiana, la casa editrice Einaudi, con la quale ella collaborò in pratica l’intera vita (pubblicando con essa la maggior parte delle proprie opere, traducendo, partecipando alle riunioni editoriali, leggendo manoscritti e segnalando libri di grande spessore), e di cui grazie a preziose testimonianze si seguono le vicende a partire dalla fondazione avvenuta il 15 novembre del 1933, le sue molteplici mutazioni, i grandi intellettuali che vi collaborarono. Trovano quindi ampio spazio i rapporti intrattenuti dalla Ginzburg con Giulio Einaudi (che la considerava «la coscienza critica della casa editrice», intoccabile emblema della tradizione einaudiana), con l’a lei carissimo Cesare Pavese (al quale è dedicato un intero capitolo, ma la cui figura ricorre di continuo), e l’altrettanto caro Italo Calvino.

E in generale ci si sofferma sui rapporti con i tanti e celebri colleghi, da Elsa Morante (con cui la Ginzburg intratteneva una frequentazione assidua e affettuosa pur nelle irriducibili differenze), ad Alberto Moravia, Mario Soldati, Lalla Romano, Rocco Scotellaro, Sandro Penna, Mario Tobino, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini (nel cui film Il Vangelo secondo Matteo recitò la parte di Maria Maddalena), Enzo Siciliano, Giorgio Bassani, Giorgio Manganelli, e numerosi altri: la lista è lunga, a percorrerla si delinea un intrigante spaccato della letteratura italiana contemporanea. A questo proposito bisognerà dire che la Petrignani si concede con una certa voluttuosità al gossip degli ambienti letterari, riportando relazioni, flirt, rivalità, gelosie professionali e amorose, elemento che a tratti conferisce al racconto una nota quasi salace.

In definitiva, questa biografia ha il grande merito di riportare l’attenzione su un personaggio invero notevole, una donna che ha opposto una sorprendente vitalità alle tragedie della vita, che è riuscita a trasformare il proprio dolore in ricchezza interiore e in materia creativa. Una scrittrice dalla tempra morale solidissima, che ha fatto del dovere etico di «dire la verità», nel senso greco della parresia, una cifra stilistica e di vita. Un’autrice sempre protesa nella tensione assoluta verso la parola giusta, autentica, che postulava la necessità di «tornare a scegliere le parole, a scrutarle se erano vere o false, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano solo le effimere radici delle comuni illusioni». Un’intellettuale che, a partire appunto dalla parola, ha mirabilmente colto uno dei grandi problemi non soltanto artistici ma antropologici dell’oggi: «Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi». Questa straordinaria lezione etica risuona come un monito non solo agli scrittori, ma a noi tutti.

Forse però il pregio maggiore di questo lavoro è il suo configurarsi come la biografia di una comunità di artisti e intellettuali di spessore altissimo innestata nella storia d’Italia, in un continuo intreccio tra dimensione privata e pubblica, tra storia personale e nazionale, che dà luogo ad un affresco dall’ampio respiro: non dunque mera vicenda esistenziale di una scrittrice, per quanto grande, ma parabola culturale di un intero Paese. E a ripercorrere le tappe della nostra cultura si è afferrati da una rabbia impotente, da una micidiale nostalgia, persino da invidia per un passato così vitale, rifulgente rispetto alla vacuità del nostro tempo. Ma a questo sentimento dovrebbe subentrarne un altro, ben più fattivo, e allora forse la consapevolezza che la barbarie che aveva strangolato il nostro Paese fu sconfitta da «persone che seppero fare dell’utopia e del proprio sacrificio qualità della vita per gli altri» potrebbe indicarci la via per un riscatto che oggi non riusciamo neanche ad immaginare. Natalia Ginzburg si è sempre attenuta all’esortazione dell’amato Leone, che concluse la sua ultima lettera dal carcere a lei indirizzata con una frase che risuona a mo’ di epigrafe della sua vita e della sua scrittura: «Sii coraggiosa». Anche noi dovremmo forse far nostre quelle parole, armarci di coraggio e impegnarci in una lotta rigorosa per costruire un mondo migliore.

Giuseppe Costigliola ha anche intervistato Sandra Petrignani.

http://www.neripozza.it/

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Una vita per la Costituzione

Carlo Smuraglia, Con la Costituzione nel cuore. Conversazioni su storia, memoria e politica, EGA – Edizioni Gruppo Abele, pp. 160, euro 9,35 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Appaiono ogni tanto dei libri che fuor di retorica è lecito definire imperdibili. «Con la Costituzione del cuore. Conversazioni su storia, memoria e politica», edito da Edizioni Gruppo Abele, è certo tra questi. Si tratta di una ponderata e articolata intervista che il professor Carlo Smuraglia, combattente della Resistenza, valente giurista e avvocato, già senatore della Repubblica, componente del Consiglio Superiore della Magistratura e presidente dell’Anpi, ha rilasciato ad un giovane studioso, Francesco Campobello. È un testo che tutti dovremmo leggere, la cui profondità di contenuti stimola una penetrante riflessione sugli eventi e gli snodi più significativi della nostra storia che hanno determinato il tempo presente. Per volontà dichiarata non si tratta di una biografia, ma di un contributo alla storia e alla memoria di un Paese che ha perso il senso del ricordare e il valore della riflessione; il suo intento è lasciare un’eredità morale ai giovani di un’Italia «smarrita». Un libro quindi preziosissimo, che appare come una cometa nel momento di tremenda confusione e di perdita dell’identità che stiamo vivendo.

Nel meditato andirivieni nel tempo storico in cui trova posto anche il futuro, in perfetta armonia tra elemento autobiografico e dato pubblico, si rivisitano con lucidità personaggi ed eventi fondanti, dei quali Smuraglia è stato spesso protagonista: gli anni della Resistenza, il processo di maturazione politica e la scelta della lotta armata per la libertà, il 25 aprile del 1945, le complicate fasi della Costituente, la legge truffa del 1953, i processi ai partigiani negli anni Cinquanta di cui insieme ad altri egli assunse la difesa, i fatti di Reggio Emilia del luglio 1960 (fu difensore della parte civile nel processo intentato contro funzionari e agenti di polizia accusati della morte di cinque operai), il Sessantotto e le sue contestazioni, il processo Pinelli (che lo vide avvocato della vedova Pinelli), il caso Lockheed, cioè il più clamoroso scandalo di corruzione della Prima Repubblica (Smuraglia svolse un incarico unico nella storia giudiziaria del Paese, quello di pubblico ministero nel processo celebrato tra il 1977 e il 1979 davanti alla Corte costituzionale contro gli ex ministri Luigi Gui e Mario Tanassi e altri imputati non parlamentari per i reati di corruzione), il ruolo attivo avuto nei referendum costituzionali del 2006 e del 2016 in difesa delle libertà costituzionali. Sono poi ricordati numerosi processi di carattere sociale: quelli in tema di sicurezza del lavoro (branca del diritto civile di cui Smuraglia può considerarsi tra i più illuminati fautori e per la cui definizione e attuazione si è impegnato in durissime battaglie processuali, giuridiche e politiche), il processo per il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti (fu l’avvocato della parte civile), caso che negli anni Settanta fece scalpore e uno dei primi in cui emerse una saldatura fra la ’ndrangheta calabrese e la criminalità organizzata del Nord, il processo sulla fuga di diossina verificatasi nel 1976 a Seveso, che lo vide impegnato quale difensore di una delle parti civili, ed altri ancora.

Filo conduttore di questa cavalcata nella storia dell’Italia repubblicana è la Costituzione, i cui articoli sono come una lente puntata sugli eventi, sui loro risvolti, i loro significati. Con una chiara scelta di posizione, di fermezza e di solidarietà, nel momento in cui riemergono la violenza, la retorica e la cultura dei fascismi questo libro proclama a gran voce i valori dell’antifascismo e della Costituzione, rievocando le tante battaglie portate avanti per la sua attuazione e difesa in un’Italia mai del tutto defascistizzata, dai primi vagiti di un diritto del lavoro che a lungo ha stentato ad affermarsi, alla tentata “controriforma» costituzionale del 2016, contro la quale a novant’anni suonati si è battuto come un leone, rinverdendo i fasti della lotta resistenziale. E ciò si lega ad un’acuta riflessione sull’oggi, sul proliferare di un nuovo modo di intendere il fascismo, che per Smuraglia non ha le stesse sembianze di allora, ma ne ha gli stessi sintomi: la crisi economica, la mancanza di lavoro, le disuguaglianze sociali, la paura verso un presente incomprensibile. Soltanto risolvendo quei problemi, ammonisce Smuraglia, e ricorrendo alla memoria, alla conoscenza, al senso critico, si può combattere questo nuovo, strisciante fascismo globale che avvelena alle fonti la democrazia. Non mancano poi sagge meditazioni sul fenomeno dei migranti, che indicano il percorso politico e culturale da seguire per questo dilagante problema che tutti spaventa, utilizzato strumentalmente da certa malsana politica.

In definitiva, da questo libro si sprigionano degli insegnamenti che un Paese che ha smarrito il senso della memoria e il valore della riflessione non può ignorare, se non vuole definitivamente spegnersi: la memoria come forma di conoscenza, di analisi e valutazione dei fatti, base della vita comune di un consesso che vuole dirsi civile. Il rischio dell’oblio, della cancellazione di ciò che è avvenuto, ciò che si è acquisito, forse il peggiore dei mali. E ancora, la cultura come valore imprescindibile, vero sostrato della norma giuridica, che a sua volta deve poggiare su un sostrato di valori. E a chiosa di tutto ciò, il dovere morale e civile che tutti abbiamo di preservare la Costituzione, regola della nostra civiltà, di batterci per la sua piena attuazione, poiché è questo il vero nodo democratico ancora da sciogliere. Insomma, questo è un testo che andrebbe adottato nelle scuole per formare cittadini e persone in grado di preservare e migliorare un Paese civile.

Colpisce l’ottimismo di Carlo Smuraglia, la grande capacità di parlare del futuro. Dalle pagine di questo volumetto traspare tutta la forza, l’energia, la stoffa del combattente di quest’uomo, ancora intatte a novantaquattro anni suonati. Soprattutto, traspare il rigore morale, l’integrità, le stesse dei resistenti morti sul campo. Rigore morale e integrità sul lungo periodo, che si definiscono come una regola di vita dalle risonanze kantiane, luminoso esempio che ci si pone davanti come un faro, una bussola nel mare in eterna tempesta di quest’epoca buia e corrotta, e monito stentoreo a chi voglia preservare una civiltà conquistata con il sangue ed il sacrificio di uomini come lui.

Non a caso il libro si chiude con una citazione di Carlo Azeglio Ciampi, rivolta ai giovani: «Sta a voi di volgere in positivo le difficoltà di questi tempi». Proprio come fecero quei meravigliosi combattenti, giovani d’un tempo lontano, che in fondo sconfissero l’esercito più feroce del mondo, un esercito al servizio di un’idea aberrante ancor più feroce. E con un messaggio finale, lo stesso con cui Carlo Smuraglia ha concluso la sua esperienza di presidente dell’Anpi, ispirato ad una frase di Ovidio: «schiena dritta, sguardo verso le stelle, con dignità e speranza».

http://www.edizionigruppoabele.it/

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L’ombra della democrazia

Daniele Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore. I cattivi pensieri della democrazia, Il Saggiatore, pp. 218, euro 23 stampa, euro 5,49 e-book

recensisce GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Si è scelto un compito non poco ambizioso, Daniele Giglioli, con questo libro, apparso nel 2007 per Bompiani e lodevolmente ripubblicato dal Saggiatore. «Lodevolmente» perché conserva intatte l’originalità e l’attualità delle sue analisi; e «ambizioso» in quanto, indagando storicamente l’immaginario del terrore, cerca di destare una reazione al senso di sgomento procurato dai cruenti attentati che punteggiano il nostro tempo. Postulando un’alleanza tra pensiero critico e immaginazione, considerata quest’ultima come uno strumento euristico indispensabile «per criticare il presente, qualunque presente», Giglioli individua i «cattivi pensieri» suscitati dallo spettro del terrorismo che serpeggiano «sinistri, segreti e velenosi» nel discorso pubblico delle democrazie occidentali, le strumentalità e gli usi distorti che il potere fa del fenomeno terroristico. Più sottilmente, ravvisa quel sentimento inquietante, sempre censurato, di eccitazione e fascinazione che si avverte dopo ogni attentato. È un discorso parecchio delicato, portato avanti con coraggio e piglio da intellettuale di razza (merce assai rara oggigiorno), che si propone di scavare in profondità, scardinare le categorie dell’ovvio per rispondere a domande cruciali: di quale male il terrorismo è sintomo, quale impotenza esso maschera e rivela?

Più che sulla realtà effettuale, l’analisi si indirizza sul suo riflesso in immagine. La categoria del terrore viene esplorata a partire dall’evento fondante la modernità, la Rivoluzione francese, in un affascinante gioco di specchi tra fatti storici e strutture profonde dell’immaginario, tramite un colto e pervasivo ricorso al pensiero filosofico e politico moderno della cultura occidentale, alla psicologia di massa. E per rispondere alle domande poste, per rintracciare una struttura del reale, Giglioli interroga la letteratura, che dell’immaginario è a un tempo manifestazione, critica, verifica.

Con gli acuminati strumenti della comparatistica prende in esame la figura del terrorista in un’ampia schiera di scrittori anche molto lontani tra loro nel tempo, nell’etica e nella lingua (tra gli altri, Hugo, Dostoevskij, Turgenev, Verne, Conrad, Jack London, Henry James, Gide, De Roberto, Svevo, Moravia, Pasternak, Philip Roth, DeLillo, Grossman, Vargas Llosa, Rushdie, Yasmina Khadra, Ballard, Franzen, Bret Easton Ellis, Houellebecq, James Ellroy, Updike…), mostrando come il mondo letterario abbia in genere detronizzato tale figura, rappresentandola non come eroe tragico, o una sorta di superuomo (raffigurazione che esiste solo nella paraletteratura e nella propaganda), bensì come un individuo goffo, inadatto, fragile, non di rado ridicolo. Riconducendolo alla sua misera e grottesca sostanza di impotente burattino, la letteratura ci aiuta quindi a vedere il terrorista per quello che è: uno di noi. Colui cioè che ci rappresenta in quanto mette in scena la delusione delle nostre speranze, la rabbia per la nostra impotenza davanti ad un sistema di potere mostruoso e incomprensibile, in una realtà ormai del tutto saturata dall’immaginario – e poco importa se poi sia un utile idiota al servizio del contrario di ciò che rivendica.

Questo discorso si lega al legame esistente tra democrazia e terrorismo, storicamente e logicamente parto gemellare della modernità, per quanto paradossale ciò possa apparire. In quest’ottica il terrorismo non è il contrario della democrazia bensì il suo rovescio: «È la sua disperazione, il suo lato oscuro, lo spettro sempre incombente del suo fallimento». Fenomeno quindi tutto moderno, che nel postmoderno, con la mentalità informata alla società dello spettacolo, trova la sua apoteosi – altro che califfato o ritorno ai tempi di Maometto! Tutto ciò porta ad un’inquietante conclusione: le democrazie occidentali non sono messe radicalmente in questione da un nemico esterno, come comunemente si crede, ma «da un difetto di struttura, una tara d’origine, un male ereditario».

Questo libro è insomma un invito al riconoscimento di sé, delle nostre debolezze, delle «secche in cui lo spirito pubblico rischia d’incagliarsi». Chi voglia raccogliere questo invito, o semplicemente addentrarsi nell’affascinante universo dell’immaginario del terrore, con le sue fatali ricadute sul reale, se lo procuri senza indugio. Ma con un’avvertenza: che metta in discussione quel che crede di sapere, e si lasci guidare senza timore nelle tante zone d’ombra che costellano questo nostro triste tempo.

https://www.ilsaggiatore.com/

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C’era una volta il lavoro culturale

Luciano Bianciardi e l’intellettuale engagé

riflette GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi è un libro senza tempo. O meglio, un libro di un tempo ben definito, che nello squallore dell’oggi ci pare distante e remoto come una stella, illuminante come un classico. Si tratta di un volumetto di un centinaio di pagine, lucido e incisivo, venato d’una godibilissima ironia, che all’epoca (correva l’anno 1957) il neonato editore Giangiacomo Feltrinelli ebbe l’intuizione e la lungimiranza di pubblicare.

Il contenuto è presto detto: un resoconto empatico e sofferto della formazione intellettuale della generazione antifascista del dopoguerra, uscita dalle macerie fisiche e morali d’un conflitto devastante, impegnata nella ricostruzione e costituzionalmente fiduciosa in un radicale rinnovamento della società, della politica, del concetto stesso di cultura, e rimasta poi segnata in profondità dal naufragio delle speranze che l’avevano animata. Un’analisi sagace, persino spietata nel suo sguardo graffiante, resa con una forma ibrida, quasi sperimentale. Bianciardi elabora infatti un’originale modalità narrativa per superare gli ormai abusati canoni realistici della rappresentazione, mescendo il ricordo autobiografico – anche contaminato da elementi di finzione, per esempio lo sdoppiamento con un fratello immaginario – con il saggio di costume, rivisitando un genere letterario a quel tempo desueto, la satira, e amalgamandolo con un altro allora in auge nella cultura di sinistra, il pamphlet, reimpiegato però non già per magnificare le sorti di un’ideologia vincente, bensì per operare uno scavo approfondito nelle ragioni di una sconfitta, umana e sociale. Tutto ciò reso con una prosa ordita dalla sapiente mescolanza di registri, dal saggistico, al narrativo, al giornalistico: ecco dunque servita una pietanza letteraria sapida e innovativa.

Sin dalle prime pagine appare chiaro il pòlemos bianciardiano, con la divertita e serrata digressione sugli eruditi locali (siamo a Grosseto), i “sapienti dotti e intellettuali” per i quali “contavano i documenti e basta”. Individui sempre pronti ad accapigliarsi su inutili diatribe pseudo-accademiche, espressione di una cultura passatista e distaccata dalla realtà, che si raccolgono nel “salotto letterario” della signora Olga, descritto con inarrivabile vis comica. All’aridità di questi vizzi studiosi dediti a “sterili e goffe pidocchierie” e in preda a “furori antiquari”, a cui si accompagnano vacui artisti autoproclamatisi tali, si contrappone l’entusiasmo di un gruppo di giovani, aperti alle novità, consacrati ad un’intensa attività culturale alimentata dall’impegno civile e politico, tesi all’affermazione di nuovi modi di essere. Ed ecco comporsi il ritratto di attivisti impegnati a fondare circoli artistici e cineclub, organizzare dibattiti, seminari, conferenze, mostre, rappresentazioni teatrali, rassegne cinematografiche, insomma a diffondere cultura ed allargare il raggio di consapevolezza politica alle larghe fette della popolazione che ne erano escluse, decisi ad intervenire in prima persona nel fare di una repubblica appena nata discettando problemi, ponendo istanze, proponendo soluzioni: insomma dei giovani che, udite udite, progettavano il futuro. È la “generazione bruciata”, decisa “a rompere con le tradizioni e a rifare tutto daccapo”, che al contempo “si rivolgeva anche contro i benpensanti della città”, la loro “bovina cretineria”.

Attraverso le tappe di una Bildung individuale e collettiva si mette quindi a fuoco la nascita e la formazione di una figura che acquisirà una certa rilevanza, l’intellettuale di provincia (qui raffigurato nell’immaginaria figura del fratello della voce narrante, Marcello), e la comunità in cui matura ed opera, appunto la Grosseto del dopoguerra, configurata come modello d’una provincia italiana pervasa da nuovi e fruttuosi fermenti culturali, politici, sociali, dopo la paralisi del ventennio fascista: “Nella nostra città si poteva ricominciare tutto daccapo, e in Italia, quanto a cultura (ma anche per il resto) c’era proprio gran bisogno di ricominciare tutto daccapo”. Una formazione rapida e nondimeno profonda, rispecchiante quella d’un’intera nazione che si affacciava alla modernità con gioia e vitalità oggi inconcepibili.

Tramite la voce che narra gli eventi con sguardo dissacrante ma sempre partecipato, tratteggiando con piglio filologico luoghi, storie, tipologie umane ormai scomparse e personaggi memorabili (come quel sacerdote dalla brillante oratoria, che dopo aver suscitato nelle sue parrocchiane pianto e dolore evocando con straordinaria vividezza la flagellazione di Cristo, le tranquillizza con queste parole: “Via, figliole, non piangete così. Quello che vi ho raccontato è successo tanto tempo fa, e forse non è nemmeno vero”), si delinea il quadro vivo e articolato di una città colta nel delicato passaggio della modernizzazione, un mirabile spaccato storico e sociologico dell’Italia di quegli anni. E in questo percorso la provincia di Bianciardi muta di segno: da luogo tradizionalmente arretrato e retrivo viene a configurarsi come frontiera del progresso, dove le forze riformatrici hanno l’agio di sperimentare modi alternativi di essere, una rinnovata socialità fondata sull’impegno politico e civile, sulla solidarietà. La provincia diviene il termine positivo – in ogni senso – della polarità istituita con la grande città: “La provincia, culturalmente, era la vera novità, l’avventura da tentare.” Al contrario, Roma, “piena di facili promesse”, sede di tanti intellettuali, era una “città parassitaria” che “succhiava la provincia, per vivere di splendida rendita”. A Milano invece, sentita come lontana, “vicino alla Svizzera”, sede di grandi imprese, di fabbriche, di traffici, gli intellettuali “sparivano dietro a un grosso nome, e diventavano funzionari di un’industria, tecnici della pubblicità, delle human relations, dell’editoria, del giornalismo. Cessavano di esistere come clan, come corporazione, come grande famiglia; non erano più il sale della terra, i cani da guardia della società, i pionieri dell’avvenire, gli ingegneri dell’anima.” Sono parole, queste, straordinariamente avvertite, soprattutto se si considera quando vennero scritte: qui Bianciardi coglie in divenire un problema culturale che si sarebbe manifestato in tutta la sua gravità soltanto anni dopo, di cui oggi percepiamo tutte le tragiche conseguenze, e che sarà il sofferto tema del suo esordio narrativo, dal titolo quanto mai allusivo, L’integrazione, apparso nel 1960, e del secondo romanzo, il celebre La vita agra, che vide le stampe nel 1962. La trilogia bianciardiana ci appare oggi un documento magistrale della storia sociale del nostro Paese, una riflessione acutissima su un momento di passaggio di una società che da una tradizione per più d’un verso ancora arcaica si gettava ciecamente nella fagocitante modernità di un boom economico che ne avrebbe stravolto i connotati.

Ma torniamo al nostro libro. Per conferire forza al capovolgimento del paradigma centro/periferia, Bianciardi istituisce un paragone pregnante tra la sua Grosseto e Kansas City, tra la provincia italiana e quella americana, con un aperto richiamo al valore innovativo del cinema, della musica (in particolare il jazz), della letteratura degli Stati Uniti, mettendo a frutto l’attività di traduttore, quindi di mediatore di cultura, e la lezione di Pavese e Vittorini, il loro tentativo di apertura culturale nell’asfittica gora italica. Hemingway, Steinbeck, Caldwell, Saroyan e altri scrittori sono evocati, se non espressamente menzionati, il loro insegnamento, la ricerca umanistica e sociale condotta nei tanti recessi d’America rammemorati.

Ad ogni modo, la frizzante e colta rivisitazione del passato recente, personale e collettivo, si muove lungo il solco del Partito comunista italiano, all’epoca impegnatissimo a radicarsi nei gangli vitali di città e province, a formare culturalmente e ideologicamente una popolazione gravata da secoli di ignoranza e prostrazione, a rivendicare per gli esclusi diritti sempre negati. Appunto, il “lavoro culturale”, entità oggi ectoplasmatica di cui si sta smarrendo anche il ricordo, che lo scrittore grossetano coglie sul nascere e nel suo divenire, restituendocela con sincera adesione ma anche con penetrante ironia, spia del distacco necessario per una equilibrata e lucida valutazione della materia narrata. Qui infatti interviene l’altro obiettivo della critica bianciardiana, insieme al rifiuto radicale dell’aristocratismo culturale. Non è tutto oro quel che luce, Bianciardi non sarebbe quell’arguto intellettuale che conosciamo se non avesse colto e problematizzato tare, zone d’ombra, punti deboli della temperie in cui si formò. Ed ecco allora comparire i formalismi, i miopi indottrinamenti, le dogmatiche direttive che giungevano dall’alto a soffocare il fervore e l’entusiasmo giovanili, ecco le caratteristiche figure degli intellettuali di partito, gli “educatori delle masse” grondanti ideologia, i burocrati di sezione giunti dalla capitale, irrigiditi in un sapere schematico che li allontana dalla realtà umana dei lavoratori che pure si prefiggono di difendere, personaggi tratteggiati con la maestria del narratore di razza. Nella sottile ed esilarante analisi del loro linguaggio, della codificata gestualità con cui si esprimono, della sprezzante superiorità con cui ammantano i loro insegnamenti, Bianciardi denota una notevole padronanza filologica, una preparazione culturale a tutto tondo (acutissime alcune analisi di critica letteraria, cinematografica, di economia politica) e un talento narrativo squisitamente comico. E pagina dopo pagina, accanto all’entusiasmo giovanile si profila la delusione che segnò lui e un’intera generazione, quando infine giunse lo scontro ineludibile con una realtà ben più complessa di quel che ci si era raffigurata.

La crisi adombrata dietro queste pagine, che pure hanno il dono della levità, è certo anche personale. La tragedia di Ribolla (1954), in cui persero la vita quarantatré minatori, uomini che Bianciardi conosceva personalmente e per i cui diritti si era battuto con ogni mezzo, segna una ferita che non si rimarginerà. Con il dolore della perdita, dell’assurdità di quelle morti, la rabbia per una tragedia prevista ed evitabile, Bianciardi prese coscienza dell’impotenza del suo ruolo di intellettuale: la cultura che aveva messo al loro servizio (denunciando con saggi e articoli le inumane condizioni di vita e di lavoro, percorrendo le campagne del Grossetano a distribuire libri, quand’era direttore della biblioteca della sua città, lottando contro l’analfabetismo e diffondendo una coscienza di classe) non era servita a migliorarne le condizioni, e nemmeno a salvarne la vita: quelle vittime erano la lancinante prova di una sconfitta, dell’impotenza dell’intellettuale in un mondo strutturato da un feroce sistema capitalistico.

Ma la crisi personale s’inscrive nel quadro di quella più ampia determinatasi nella sinistra italiana dopo i fatti d’Ungheria, che ne provocarono un ripensamento delle coordinate politiche, umane, sociali, s’inserisce nell’acceso dibattito sui rapporti tra politica e cultura, qui affrontato non solo nei termini della conflittuale relazione tra intellettuali e partito, ma anche, come si è visto, nella polarità centro/periferia. E mentre perlopiù ci si smarriva in dispute ideologiche drammaticamente lontane dai bisogni del popolo, l’anticonformista Bianciardi appuntava il suo sguardo penetrante sugli anni appena trascorsi per suggerire che lo scacco subito nel microcosmo provinciale era lo specchio della parabola involutiva di una generazione che aveva cercato di indirizzare culturalmente e politicamente la costruzione della nuova repubblica.

Il libro si chiude con una nota ironica che non stempera l’amarezza, la nostalgia, finanche i sensi di colpa: anzi li drammatizza, soprattutto con l’aggiunta di un ultimo capitolo, “Ritorno a Kansas City”, nell’edizione del 1964. A conti fatti, sono ben magri gli esiti di cotanto fervore, dell’impegno appassionato, della dedizione alla causa della cultura. Già prima della metà degli anni Cinquanta Grosseto era rientrata nei ranghi, la carica innovativa era stata riassorbita dal conformismo, tutto era regredito nell’angusta nicchia del privato, nella sfera pubblica dal rancido sapore Biedermeier. La sconfitta viene condensata in semplici frasi che cadono come una pietra tombale sui sogni di riscatto e di rinnovamento: “Fu una stagione intensissima”, “Da allora sono passati cinque anni, e la nostra città è tornata tranquilla.” Una tranquillità che suona come un rigor mortis: situazione che pare rimandare inquietantemente al nostro morto tempo, pur nelle intervenute differenze, dopo il furore iconoclasta della generazione sessantottina, delle battaglie civili per la rivendicazione dei tanti diritti negati, degli anni di sangue delle stragi e del terrorismo armato.

Nondimeno, a rileggere queste pagine rimane stentoreo l’insegnamento più profondo lasciatoci da Luciano Bianciardi: la fede nella forza emancipatrice della cultura, una cultura intesa non come privilegio di classe ma come percorso di crescita umana e sociale aperto a tutti, in grado di formare cittadini consapevoli, liberi e con eguali diritti, segno imprescindibile della democraticità del vivere civile. Ma con l’intima consapevolezza che, sprovvista di un sincero e compenetrato senso di solidarietà sociale, la cultura rimane uno sterile artificio, una carriera come un’altra. È da questa distanza siderale, del sentire e cronologica, che promana il fascino intatto di un libro che val bene una lettura, la sua lezione morale che ci giunge fresca e forte, come appena scaturita.

(Il lavoro culturale è sempre stato pubblicato da Feltrinelli, fin dalla prima edizione del 1957; riedito più volte fino al 1974, nella sua storia editoriale c’è una lunga parentesi che dura fino al 1991, quando torna in stampa dopo sedici anni. Da allora è stato regolarmente ripubblicato, fino all’ultima edizione risalente al 2013.)

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