Tutti gli articoli di Gioacchino De Chirico

La vita nella città segreta

Viola Di Grado, Fuoco al cielo, La nave di Teseo, pp. 234, euro 19,00 stampa

di GIOACCHINO DE CHIRICO

Fuoco al cielo racconta la storia di Tamara, una donna costretta a fare i conti con un’esistenza terribile, segnata dall’inquinamento e dal degrado di tutto, intorno a lei. Inquinamento della natura, di fiumi non balneabili, di boschi bruciati, di frutti velenosi, di aria irrespirabile. Degrado della città per gran parte abbandonata dopo un incidente radioattivo, degrado dei rapporti umani. Percentuali altissime di bambini nati con gravi patologie e terribili malformazioni, a causa del plutonio. Un inferno.

Nello stile narrativo tutto è rappresentato con grande naturalezza e una certa disinvoltura. Può sembrare addirittura un romanzo distopico. Ma non è così. Si tratta piuttosto di un’opera di disvelamento di una realtà che fa parte del recente passato, tenuto accuratamente rimosso, e che Viola Di Grado ci mette brutalmente sotto gli occhi. Chi lo ritiene opportuno può facilmente vedere moniti e segnali del nostro presente e del nostro immediato futuro.

Tutto il romanzo si avvale di una scrittura che ha il sapore del coraggio e non del compiacimento morboso. Il ritmo è asciutto e serrato. I capitoli brevi, le scelte linguistiche precise e acuminate.

Lo spunto è dato da una storia vera accaduta negli anni Novanta quando sia i sovietici che gli statunitensi, vicino alle centrali nucleari, avevano costruito le loro “città segrete” per testare esperimenti sugli esseri umani.

Il paese di Musljumovo è una delle località vicino a queste città segrete. Dista solo 70 chilometri. Tamara vi abita e, fino a poco tempo prima, vi aveva esercitato la professione di insegnante. Un giorno le capita di incontrare Vladimir, giovane attraente che viene da Mosca. Fa l’infermiere ed è arrivato in paese, contro ogni indicazione di buon senso, visti i rischi che si corrono, per aiutare le persone del posto che hanno bisogno di cure.

Vladimir e Tamara si innamorano e progettano una vita insieme, contro ogni segnale che viene loro dal mondo esterno. Dietro le loro spalle soffia il vento di un leggero ottimismo che si sintetizza nell’idea che per vivere bastino “cervello e battito cardiaco”.

I due decidono infine di avere un figlio…

A questo punto il romanzo di Viola Di Grado fa una virata, punta l’obiettivo soprattutto su Tamara le cui vicende accompagneranno il lettore fino al termine del libro. La narrazione assumerà, a tratti, il pathos del misticismo. Dio è una parola che apparirà sempre più spesso. Alcuni episodi ricorderanno la passione di Cristo per la salvezza degli uomini. A essi si intreccerà il grande tema della follia intesa anche come capacità di una vita anticonvenzionale, riservata a chi sa amare veramente, perché “L’amore è l’unico peso che alleggerisce”.

Al termine di un percorso non facile il lettore potrà ricordarsi di quelle affermazioni che ci dicono che “la letteratura deve turbare, deve essere una “minaccia” per il lettore e per l’autore stesso”. In questo caso l’obiettivo è centrato in pieno.

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In fuga dal mondo

Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, pp. 286, euro 18,00 stampa

D i GIOACCHINO DE CHIRICO

Nonostante la giovane età, Claudia Durastantisi si può considerare una scrittrice già matura. Lo dimostra in via definitiva la sua ultima fatica letteraria, in questi giorni in libreria. La straniera è un romanzo ammirabile per l’originalità della scrittura e per l’organizzazione della trama. A ognuno dei libri precedenti,  Durastanti aveva impresso una originalità sempre diversa e molto personale. La straniera però segna il punto più alto raggiunto  a oggi .

L’autrice parla di sé, dei suoi genitori, delle persone che ha frequentato nei diversi anni della sua vita e ci racconta anche dei luoghi: Brooklyn, dove è nata nel 1984; Roma, dove ha vissuto per un certo periodo, con e senza i genitori; infine la Basilicata, terra di origine della sua famiglia e di lei stessa. Il libro allora potrebbe assumere le caratteristiche del memoir, ma un tale approccio risulterebbe deludente. Per quanto fortemente autobiografico, La straniera non si sofferma mai sui moti dell’anima, sui ricordi un po’ malinconici, sul passato che non tornerà. Piuttosto, racconta con grande concretezza alcune vicende che scompaginano le aspettative del  lettore per metterlo di fronte a una realtà diversa e imprevedibile che apre nuovi orizzonti e genera nuove riflessioni.

Entrambi i genitori della protagonista, Claudia, sono sordi. La famiglia è molto povera. Da bambina Claudia è in fuga dal mondo, dalla società, trova rifugio in una soffitta a leggere, di tutto. Non fa altro.

Intorno, man mano che lei cresce e riesce a costruire qualche relazione con l’esterno, le persone e gli ambienti sociali prendono forma, partendo sempre da una presunta superiorità che spesso di rivela del tutto infondata. La disabilità è sempre il punto di partenza e, a volte, anche il centro delle relazioni. Spesso però si tratta di un approccio che si rivela un boomerang. Lo si arguisce quando lo sguardo del lettore è portato a spostarsi dalla protagonista ai suoi interlocutori. Ci si muove così tra fraintendimenti, paternalismo, ipocrisia, goffaggini di vario genere e perfino comicità. Tutti elementi utili a raccontare i patetici tentativi di stabilire rapporti di forza tra esseri umani. Rapporti con non possono prescindere anche dalla condizione di “povertà”. Come per la sordità, Claudia bambina e poi ragazza vive la sua povertà per come viene vissuta dagli altri e metabolizzata da se stessa. L’appartenenza di classe, come la disabilità, è il nuovo centro che fa muovere il sistema di relazioni e ne disvela debolezze e falsità.

Pregevoli sono le pagine che l’autrice dedica al rapporto con il fratello maggiore, quasi un alter ego che, a differenza di lei stessa, cerca un modo per integrarsi nella società e costruirsi un ruolo sociale accettabile e soprattutto accettato. Il padre invece è una presenza meno incisiva, mentre la madre viene tratteggiata con tenerezza, nonostante i comportamenti stravaganti, tanto che a lei è dedicato il titolo del libro. La straniera infatti non è solo il riferimento a una persona disadattata, ma porta con sé anche un riferimento colto che conferisce a questa definizione una forza ancora più evocativa. Nel 1944 in Inghilterra si pubblica un libro della scrittrice polacca Maria Kuncewiczowa con il titolo La straniera. Lo stesso con cui nel 1940 il libro compare nella sua edizione italiana. Per questo quando uscì l’edizione inglese del capolavoro di Camus non si poté usare quel titolo, e si optò per The Outsider che, secondo molti, esprimeva ancora meglio il carattere di estraneità e imprevedibilità del soggetto.

Tutta questa materia, intensissima e variegata, si valorizza e prende risalto grazie ad alcuni ingredienti che conferiscono piacevolezza e scorrevolezza a una narrazione che altrimenti sarebbe potuta risultare pesante. Non manca poi una buona dose d’ironia, in un’autrice che ha effettuato studi antropologici e che fa della “distanza partecipata” la chiave di approccio alla sua storia. A ciò si aggiunge una spiccata sensibilità verso la cultura pop. Claudia Durastanti fa infatti vivere i suoi personaggi tra musica rock e cinema, letteratura americana, pubblicità, consumismo, boom economico, italo-americani impomatati e italo-americane cotonate. Persone che storpiano l’inglese in modo esagerato, quasi a sottolineare la loro diversità; persone che si lasciano cullare dalla vita, che non sono mai violente; persone che condividono il dono di saper amare. E sarà proprio l’amore la sorpresa finale di un libro di valore che conserva la sua forza eversiva.

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Anime dolenti e combattenti incontrano la Storia

Giulia Caminito, Un giorno verrà, Bompiani, pp.240, € 16.00 stampa, € 9,99 Ebook

di GIOACCHINO DE CHIRICO

Giulia Caminito, 30 anni, è uno dei migliori talenti letterari italiani della sua generazione. In questi giorni è uscito il suo secondo libro, Un giorno verrà. Un romanzo molto interessante, molto solido, molto vivo. Il racconto è ambientato nella Marche: la parte povera delle Marche, abbastanza lontana dalla costa e dalle città. In un periodo, all’inizio del secolo scorso, in cui lo Stato pontificio aveva perso quasi tutti i suoi possedimenti e il nuovo Stato italiano mostrava non solo la sua inadeguatezza ma anche gli aspetti tirannici della sua presenza.

Un giorno verrà racconta di un piccolo paese, di una famiglia, di alcune persone che si dibattono tra l’ingiustizia della loro esistenza e la voglia di riscatto, il bisogno di riscatto. Per costruire il contesto, l’autrice sceglie una via non facile. Decide di posare lo sguardo su un numero non indifferente di personaggi, sulle diverse attività lavorative, sulle differenti dimore del paese. Come in un presepe letterario troviamo il panificatore, i contadini, i ciabattini, gli animali, le case dei ricchi e quelle dei poveri. Troviamo i bordelli e i posti di polizia, troviamo le chiese, i cimiteri e i conventi. Troviamo inoltre molta natura, come era logico che fosse in quei luoghi ricchi ma abitati da poveri, in un periodo in cui il possesso della terra era ancora espressione – ed esercizio – di potere.

Ma il lettore non è destinato a perdersi perché da subito spiccano tre figure che attraverseranno quei luoghi e entreranno in relazione con i vari personaggi messi in campo. Sono Lupo, Nella e Nicola. Lupo, bambino nudo e sporco che appena nato piangeva sempre. Nicola, poca energia, bambino silenzioso quasi trasparente, ragazzo di mollica. Nella, giovane bellezza rinascimentale, schietta, morbida, dalla voce sgraziata e dialettale. Tre fanciulli, tre adolescenti, tre esseri umani adulti. Diversi tra loro per indole ed aspetto.

La vita di tutti si muove intorno a due “monumenti”, due “fari” e punti di riferimento, solo apparentemente immobili nella loro solennità. Sono Giuseppe, anziano anarchico rispettato e ascoltato non solo dalla sua famiglia, i Ceresa, in cui riveste il ruolo di nonno; e suor Clara, una donna nera, a dispetto del nome, misteriosa e carismatica al punto da trovare seguito anche quando si troverà a disobbedire alla gerarchia ecclesiastica, autorevole quanto basta a guidare non solo un convento ma, per certi aspetti, un intero paese.

Poi ci sono i personaggi minori. Minori nelle loro meschinità e nelle loro debolezze, a volte trattati con tenerezza altre volte condannati a destini assai amari. Quello che più conta, nel romanzo, è la capacità di Giulia Caminito di muoversi seguendo sempre un filo chiaro: quello che divide i giusti dagli ingiusti, i poveri dai ricchi, i diseredati dai padroni, gli sfruttati dagli sfruttatori, il potere maschile dalla vita delle donne.

Nelle prime pagine sembra che le donne siano relegate in una posizione marginale. Proseguendo ci si rende conto però che proprio nella dimensione della separatezza – il convento – possono esprimere al meglio la forza del loro carattere e dei loro sentimenti, il peso delle loro biografie. In generale quello che accade a tutti i personaggi del racconto sembra deciso da una forza esterna e superiore che non elimina le responsabilità individuali ma accentua di molto la sensazione che vita e destino coincidono. Tutti devo lottare, chi per sopravvivere, chi per emanciparsi, chi perché vuole un futuro migliore e sogna un mondo più giusto.

Queste anime dolenti e combattenti incontreranno la Storia: i moti della Settimana Rossa, l’avvento del Socialismo, la Prima Guerra Mondiale, l’epidemia dell’influenza spagnola fino agli anni bui dell’avvento del Fascismo. Ma sono i legami tra gli esseri umani a coinvolgere il lettore e a condurlo per tutta la narrazione attraverso pagine spesso commoventi che, oltre al senso della storia, ci restituiscono il senso profondo della vita.

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Muri che dividono, muri che ospitano

Michela Monferrini, Muri maestri, La nave di Teseo, pp. 142, € 18,00 stampa, € 9,99 Ebook

di GIACCHINO DE CHIRICO

Che ne pensiamo dei muri? Tutto il male possibile, risponderebbe chiunque tra i nostri contemporanei dotato di buonsenso e di sensibilità, che non sia ossessionato dalla propaganda politica dominante e non creda che ci siano eserciti di criminali accampati attorno a casa propria pronti a sgozzarlo non appena mette il naso fuori.

Eppure la risposta può anche essere diversa, ce lo dimostra una giovane scrittrice, Michela Monferrini, con il suo ultimo libro, Muri maestri. Con una scrittura leggera e raffinata, a volte perfino poetica, Monferrini ci invita ad accettare la sfida di un nuovo punto di vista su quei manufatti che oggi si stanno ricoprendo di disonore ma che in luoghi diversi e in tempi differenti svolgono o hanno svolto funzioni molto più nobili. Per questo motivo i muri di cui ci parla l’autrice sono “maestri”: maestri di storia, di cronaca, di umanità, di solidarietà. In un’altra parola, maestri di vita.

Senza mettere in fila l’elenco dei muri presi in considerazione, ci basti sapere che la curiosità della giovane autrice si spinge anche molto indietro nel tempo fino agli ultimi decenni del XIX secolo chiamando in causa Dickens e lo scultore inglese Watts. Oppure ci racconta di un cimiteriale “muro degli eroi”. O anche si sofferma sul tema dell’arte contemporanea, ci parla di istallazioni e di artisti concettuali.

Il percorso proposto si divide per grandi aree tematiche: Fratellanza, Desiderio, Amore, Sensibilità, Impegno, Giovinezza, Dolore, Fede.

La varietà di episodi, di scelte culturali e politiche, di prese di posizioni e di comportamenti considerati da Monferrini ci fornisce bene l’idea dell’impegno certosino che deve essere costato all’autrice. Il suo racconto sui muri potrebbe esso stesso diventare un muro, come quelli di cui si parla nel libro. Un muro dei desideri come i “Before I die Walls” che si trovano in Canada, in Messico ad Avignone o a Denver. Costruiti dai gruppi civici con gli obiettivi più vari: muri sui quali le persone lasciano scritte le speranze che vorrebbero realizzate: “prima di morire vorrei riuscire a dirti ti amo”. Una dichiarazione che apre la strada alla sezione dedicata all’Amore in cui è del tutto evidente la coerenza stilistica della scrittura con le tematiche trattate.

Nel libro non mancano certo i muri (drammaticamente) famosi. C’è il muro di Berlino e non manca il muro che divide gli ebrei dai palestinesi che ognuno chiama in modo diverso a seconda di come si aggiusta la propria coscienza: gli israeliani lo chiamano recinto, l’ONU barriera (barrier in inglese), i palestinesi “muro”.

Ma ci sono anche i muri che “ospitano” piante rampicanti come i muri antichi di Roma. I muri digitali e il memoriale per John Lennon. Tutti muri che raccontano storie che rischiavano di essere dimenticate ma che invece hanno un valore umano fortissimo. Come nella vicenda pazza e commovente del povero Tsang Tsou Choi a Hong Kong, un artista, writer, buon padre di famiglia, convinto (forse a ragione) di dover ereditare il reame di una piccola isola. O ancora meglio, le diverse vicende di writers anziani che in diverse parti del mondo gridano sui muri le proprie convinzioni incuranti degli interventi di polizia. Proprio i writers occupano un posto importante nella narrazione poiché si collocano dalla parte di chi scrive e molto spesso si assumono il compito di animare i muri, di dargli una funzione sociale, di farli portatori di simboli e allegorie. Sono rivoluzionari a loro modo, non perché (a volte) infrangono la legge ma perché piegano la materia frutto dell’odio e della paura facendola diventare occasione di dialogo e conciliazione.

Verso la fine del libro troviamo un muro ”tutto nostro”. Drammaticamente nostro. Il muro della stazione di Bologna che ricorda a tutti l’orribile attentato del 2 agosto 1980.

Si conclude con il tema della Fede, ma è nell’area tematica del Dolore che si trovano le considerazioni definitive che riguardano la tradizione umana di erigere muri e/o di considerarli parti significative della nostra vita civile. Vi si scrive del Muro del Pianto, il più antico e forse il più importante di tutti i muri. È il muro occidentale, l’unica parte rimasta integra dopo la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme a opera di Tito nel 70 a.c. Nelle sue fessure il muro conserva e raccoglie i sentimenti dell’animo umano. Un vero e proprio scrigno di preghiere , di dolore, di fede e di speranze. Un luogo dolente che permette ai sentimenti degli esseri umani di stagliarsi in alto, solenni, con tutti i loro limiti, la loro umanità e il desiderio per una vita migliore.

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Corpo da esibizione

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland, pp. 113, euro 11,90 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Non manca di originalità questo libro di esordio, uscito di recente per le edizioni Voland. E non manca neanche di una certa dose di coraggio perché l’autrice si immerge nella profondità della nostra vita materiale, terrena, e si spinge oltre la morte fisica. Senza nessuna mistica, l’autrice attribuisce ai sensi nuova legittimità e gli affida il compito di veicolo di conoscenza e di riflessione.

La storia ci racconta di Giada che ha da poco perso il suo compagno, un celebre fotografo che le aveva fatto da mentore e l’aveva portata in giro per il mondo. Alla sua morte il fotografo subisce, già consenziente, un procedimento di plastinazione grazie al quale i reperti organici sono resi rigidi e inodori. E accetta anche che il suo corpo, così modificato, venga esposto in una mostra che celebra le tecniche del dottor Tulp – questo il nome del dottore nel racconto, mentre invece nella realtà queste tecniche sono state elaborate e affinate da un anatomopatologo tedesco di nome Gunther von Hagens (tutti conoscono le mostre Body World).

Qual è allora il senso della relazione tra Giada, vivente, e il suo uomo, il corpo del suo uomo, il “monumento” del suo uomo? Lo capiamo seguendo le sue considerazioni, graduali, in un primo momento anche un po’ superficiali e poi sempre più approfondite. Tra dolcezza e ironia sempre più taglienti sappiamo di un uomo che, oggi come ieri, riesce a “cadere sempre in piedi”. Un uomo che da morto si trova nella condizione di aver rinunciato al presente e al futuro proprio come, da vivo, attraverso la fotografia, aveva proposto la stessa cosa ai suoi modelli. Un uomo che si fa complice del dottor Tulp nel cercare di vincere il timore della morte attraverso il suo trasferimento, imbalsamato e sterilizzato, in una sala espositiva.

Ma non si tratta tanto o solo della morte. No: quello che l’uomo vuole imbalsamare sono le emozioni, tutte le emozioni, anche le più piccole.

È così che il lettore viene a trovarsi di fronte a qualcosa di molto simile al maschio italiano contemporaneo, di un’età che oscilla tra i trenta e i quarant’anni. La figura antropologica di un narcisista, che ha difficoltà nel rapporto con gli altri e che interpreta le relazioni con le donne solo in chiave di possesso.

Giada in questo percorso fa appello a tutti i suoi sensi. E ce li racconta. Giada mangia. Giada ascolta la musica. Giada , non vista, tocca il corpo imbalsamato del suo ex. Giada sente l’odore del mondo intorno a sé. Anche l’odore dell’umidità. Ma nel suo racconto, Giorgia, scrittrice esperta di comunicazione, guida la sua Giada (e il lettore) con la consapevolezza che attualmente uno solo è il senso che domina sugli altri: la vista. Giada fotografa, ancorché non eccellente, il suo uomo grande fotografo, il corpo del suo uomo imbalsamato ed esposto alla vista del mondo.

Dalla dimensione privata e personale, le riflessioni di Giorgia-Giada assumono un valore generale fino a spingersi a ragionare sul valore dell’arte in cui si afferma il tentativo solitario di prendere il proprio dolore e la propria disperazione per cercare di convertirlo in bellezza a beneficio di tutti.

Nell’ultima parte del libro non mancheranno le sorprese. Ma prima di allora il racconto fissa alcune pietre miliari che non hanno il valore della sentenza ma che aiutano molto a riprendere contatto con la propria vita poiché “il miglior modo per placare il tormento dell’anima è arrendersi al piacere dei sensi”.

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Dove ti spinge il vento?

Daniela Dawan, Qual è la via del vento, Edizioni E/O, pp. 240, euro 17,00 stampa, euro 11,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

La storia letta e raccontata attraverso gli occhi di Micol, una bambina ebrea che vive a Tripoli con la propria famiglia, felice e benestante, intorno alla metà degli anni Sessata. È lei il personaggio principale della prima parte del romanzo di Daniela Dawan.

L’incipit concitato impone al lettore i terribili momenti della persecuzione degli ebrei tripolini nel giugno del 1967, in seguito all’eccitazione e al delirio antisemita che si era impadronito delle popolazioni arabe durante la guerra dei Sei Giorni, poi persa da Nasser, il nuovo e acclamatissimo leader egiziano dell’epoca. La crisi sembra piombare sulle teste di questo nucleo familiare come se non ci fosse mai stato nemmeno il segno di un’avvisaglia. Al punto che i genitori, per fuggire, si trovano costretti a lasciare momentaneamente Micol a scuola dalle suore dove, unica ebrea, frequentava regolarmente gli studi anche se senza eccellere nel profitto, né ricordare mai quello che insegnavano.

Nei pochi momenti che inaugurano la narrazione, l’abilità di Dawan ci fa conoscere le diversità di approccio alle emergenze e alle crisi dei diversi componenti della famiglia ebrea, ma soprattutto ci dice quali fossero i caratteri dell’antisemitismo praticato dalla chiesa cattolica, in particolare dalle suore in questione, che continuamente rappresentavano alla giovane Micol l’essere ebrea come una colpa grave.

Imbarazzante, per il lettore italiano, sono poi le reazioni dell’ambasciata italiana a Tripoli che sembra non riuscire a distinguere la necessità prioritaria di offrire riparo agli ebrei, i più a rischio, invece che genericamente ai cittadini italiani non ebrei.

La fuga comunque si compie. Intense sono le righe in cui alcuni dei protagonisti si trovano a dover improvvisamente e repentinamente fare i conti con la separazione dalle cose di una vita, dagli oggetti che li legano a ricordi importanti. Inizia quindi un’altra storia, fatta di flashback e sempre di traslochi e di spostamenti. Poco a poco ci si rende conto che la dimensione storica, di cui il libro è ricco con dovizia di particolari, lascia spazio alle vicende umane e personali pur senza staccarsene mai. Micol cresce. La storie dei suoi genitori e della sua famiglia acquistano profondità umana e cronologica fino ad arrivare a Firenze e Livorno, nella prima metà del Novecento, prima della scelta di trasferirsi in Libia dove trovare una comunità multietnica, in cui convivevano pacificamente arabi, ebrei, greci, maltesi.

Tra il ricordo delle musiche di Carosone e la costatazione dei colpevoli disastri delle truppe inglesi in Africa, emergono con prepotenza due protagonisti di rilievo esistenziale che ci accompagneranno fino all’ultima pagina del libro: il Tempo e la Memoria.

Il tempo sembra assomigliare a un carrarmato che al suo passaggio tutto annienta e distrugge. Forse ci aiuta a lenire il dolore, forse però ci fa smarrire il nostro lato umano. La memoria sembra essere invece una funzione inutile se si è costretti continuamente a mutare luoghi e contesti, a vivere solo il presente sotto l’imposizione di urgenze immediate con l’incertezza della prospettiva.

Ecco perché il titolo così fortemente poetico. Qual è la direzione del vento è tratto dal Libro dell’Ecclesiaste che recita che il vento soffia a mezzogiorno poi a tramontana, poi gira e rigira… Da ciò si deduce che conoscere la direzione del vento è di decisiva importanza. Non c’è nulla di opportunistico in questo. Si tratta piuttosto di una sottolineatura della fragilità degli esseri umani che, per sopravvivere, hanno bisogno di trovare le condizioni favorevoli.

Molti degli elementi che caratterizzano la cultura ebraica sono presenti in questo libro. Si parla di identità, di aderenza ai riti e alle convenzioni, del rapporto con Dio. E c’è l’universalissimo tema della morte che nella storia di Micol costituisce un compagno di viaggio ben precoce, perché risale a una sorellina scomparsa giovanissima e che ritroveremo verso la conclusione.

https://www.edizionieo.it/

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Anatomia di una depressione

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi, pp. 210, euro 18,50 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Pomella è scrittore vero. Il suo L’uomo che trema mostra una capacità di coinvolgimento e una forza evocativa che, per la sua generazione, pochi scrittori possono vantare. Nel libro si tratta di depressione. Depressione maschile, caso piuttosto raro – anche se in crescita – ai nostri giorni. E si tratta anche di un uomo giovane. E qui la peculiarità del caso diventa ancora più forte.

La nostra attenzione si aggancia al libro fin dalle prime pagine. L’incipit è sempre molto importante; mai decisivo, ma molto importante. In questo caso, l’incipit è l’intero primo capitolo. Qui ci accorgiamo con tutta evidenza del talento letterario di Pomella. Incontriamo una scrittura senza fronzoli che si affida a un ritmo narrativo incalzante che si appoggia su connessioni logiche, deduzioni e induzioni che ci portano in aria. Decolliamo. Sentiamo girare la testa fino al dolore e rimaniamo a terra stremati per l’inconcludenza di tutta la manovra. Abbiamo seguito una linea logica e ci troviamo lontanissimi dalla realtà delle cose. Abbiamo preso dimora nella testa e nel cuore di un essere umano che prova a capire come si sente e soprattutto perché si sente nel modo che noi definiamo depressione. Mentre egli prova a descrivere e a spiegare il suo forte disagio psichico e emotivo il lettore può sentire il bisogno di allontanarsi per seguire meglio un racconto in cui fanno da contrappunto vicende di cura – a volte anche di speranza – spesso di delusione e disincanto.

In questo percorso i sogni potrebbero fornire qualche indizio, l’autore ce li racconta ma non va molto a fondo. Infatti la relazione con gli psichiatri si risolve nella somministrazione di una quantità più o meno variabile di gocce.

Poi la narrazione raggiunge, prima, una velocità di crociera e, verso metà del libro, si inerpica su picchi di alta letteratura. In cima a tutto la «ricerca di senso» che solo la malattia sembra fornire. Solidi sono i riferimenti a Berto e a Pavese quando si affronta il tema della morte e del suicidio. La fenomenologia della depressione assume un valore epistemologico nei confronti del senso della vita e dei comportamenti degli esseri umani.

Lentamente, però, nella vita del protagonista affiorano figure positive come la compagna Grazia, il figlio Marco e un’anziana collega di lavoro, Rossana, nel terribile periodo del lavoro impiegatizio. Finché non viene scoperto l’ultimo «segreto», il più importante. Il repentino distacco dal padre (e non del padre, come si potrebbe raccontare i altri libri). La messa in discussione di quella scelta giovanile viene raccontata con grande abilità narrativa e con l’uso di una forte sensibilità. Tutta maschile.

http://www.einaudi.it

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La condizione del disadattato

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi, pp. 195, euro 14,87 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Un giovane uomo, solo nella cella di un carcere, pensa. È l’unica cosa che gli è possibile, riflettere sulla vita e sul modo di viverla. Pensa agli esseri umani. A quali aspettative ciascuno si aggrappi per conquistare una vita soddisfacente. Si tratta di talenti da esprimere per «realizzarsi»? E’ una questione di «destino»? No, niente di tutto questo: per farcela, bisogna aver ricevuto in dono la capacità di «saper vivere».

La frase non è scelta a caso, è una citazione da Bernard Berenson, influente storico dell’arte del diciannovesimo secolo, che la usa «contro» Caravaggio per accusarlo di una grave mancanza: tra tanti doni che egli possedeva, non aveva avuto quello del saper vivere.

Allora il vagabondaggio del pensiero del detenuto prende una direzione precisa e un altro racconto ha inizio. È possibile che anch’egli fosse sprovvisto di quel dono? È possibile che un uomo senza talento e senza particolari qualità, come si percepiva lui stesso, avesse in comune con Caravaggio proprio questa grave e importante mancanza? Non resta che verificare. Scopriamo così che la persona detenuta è competente in storia dell’arte – ha studiato in Accademia – conosce le biografie di molte figure importanti del contesto artistico e culturale, conosce bene la città di Roma nel periodo rinascimentale. Ha lavorato in un galleria che si affaccia in piazza della Pallacorda, dove Caravaggio sferrò una coltellata sulla coscia di un rivale che poi morì dissanguato.

Ci sono tutti gli elementi per potersi fidare del narratore e iniziare a seguire molti degli accadimenti che caratterizzarono la vita di quello che chiama il «gran balordo». Una definizione che è anche un omaggio alla letteratura e ai non romani che hanno conosciuto Roma meglio dei romani stessi, come Gadda, il «gran lombardo».

Tra strade, piazze, vicoli, fontane, palazzi e osterie, la Roma del XVI secolo diventa protagonista insieme ai suoi abitanti, gli straccioni e i diseredati come i nobili e i privilegiati. Sono i luoghi e i palazzi che si trovano ancor oggi. Ed è opportuno che la narrazione accorci le distanze temporali e faccia apparire tutto come presente, come contemporaneo. Molte vicende del Caravaggio artista sono date per scontate. Nella narrazione si incontrano soprattutto esseri umani in carne e ossa, personaggi che sembrano usciti dai suoi quadri, personaggi che colpirono la sua attenzione e la sua sensibilità: opportunisti e volgari, nobili, colti e magari anche un po’ meschini. Predestinati dalle «giovinezze risolute», oppure persone fragili come fuscelli, tra cui il narratore annovera se stesso.

Poi c’è il denaro. Per una galleria d’arte, un fatto importante. Ci sono le banconote da centomila lire, dette appunto le Caravaggio. E ci sono le disuguaglianze tra ricchi e poveri, fatte non solo dalla quantità di soldi ma anche dalla loro qualità: «quelli dei poveri avevano l’odore e l’aspetto di una vecchia baldracca. Quelli dei ricchi ti inebriavano con il profumo di una fanciulla in fiore».

Tra il narratore e il Caravaggio si gioca un confronto all’inseguimento degli elementi comuni che, indipendentemente dal grande talento dell’uno e della pochezza dell’altro, possano portare a individuare la radice di questa incapacità di stare al mondo. Strada facendo, tra i due, emerge poi una forte differenza. Se, come già detto, il primo è definito il «gran balordo», il narratore rivela di portare sulle spalle il poco piacevole nomignolo di «malinconia». Una condizione dell’animo e dello spirito che ha la sua conseguenza sociale nell’essere disadattati, e che sul piano metaforico lo porta a coincidere con i ruderi di Roma, città del disincanto.

Le vicende del Caravaggio allora procedono in totale autonomia dal suo autore. E il libro costringe il lettore ad un’altra virata, dal diario di vita quasi si passa al saggio. Entrano in scena fino alla ribalta i personaggi che si muovevano intorno al grande artista. Quelli che ne scrissero la biografia, tra cui Giovanni Baglione e quel famoso Berenson, vero maestro nell’arte di saper vivere: ebreo convertito al cattolicesimo, omosessuale sposato con una fanciulla di famiglia quacchera, povero che conduceva una vita da ricco aristocratico, lituano naturalizzato americano. E allora tra storia e finzione, tra volti naturali e maschere, tra i meccanismi del mercanteggio e i passaggi di denaro cogliamo il nocciolo della sofferenza e della distanza dell’uomo in prigione – e di Caravaggio – rispetto al resto del mondo. La condizione di disadattati diventa un paradigma all’interno del quale non ci si può neanche riparare, che può farci perdere la vita e non sappiamo se ci salva l’anima.

Ma Pincio non ferma le sue parole sul ciglio del nichilismo. Fa un passo a lato e postula le condizione di una (flebile) speranza.

http://www.einaudi.it

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Esorcizzare gli spettri del passato

Nadia Terranova, Addio fantasmi, Einaudi, pp. 200, euro 14,45 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

I ricordi non esistono, esistono solo le ossessioni. Lo afferma Ida protagonista di Addio Fantasmi, il secondo libro di Nadia Terranova appena uscito in libreria. Ida è un perfetto alter ego della scrittrice; assume questo nome perché vuole rievocare alla memoria del lettore il personaggio de La storia di Elsa Morante. La Ida di Morante è una donna forte che attraversa la città in guerra (e la vita) come fosse una battaglia; è anche un po’ folle. Ida, insomma, non è solo un nome: è quasi un aggettivo, una corazza, un nuovo corpo che Terranova indossa per iniziare un viaggio drammatico e violento, noto nei suoi contorni principali ma sconosciuto nelle sue conseguenze e nei suoi sviluppi.

Accanto a lei vi sono due figure, anch’esse fortemente simboliche e dotate di un valore letterario: la prima è quella del padre scomparso che prende il nome di Sebastiano, ferito a morte dalle tante frecce che gli perforarono il corpo (chi ha letto il primo libro sa quali sono le frecce a cui si allude); il secondo è Pietro, marito di Ida che la narratrice ci presenta fin dalle primissime righe. Ida ne loda la disponibilità, ma gli rimprovera di non interessarsi abbastanza ai suoi incubi. Al racconto dei suoi incubi. Dal punto di vista sessuale è un interlocutore insoddisfacente, anche se Ida ammette a se stessa che queste difficoltà possono dipendere anche dalle sue ossessioni e dalle sue nevrosi. Ecco allora che nel prologo emerge una richiesta di ascolto rivolta a Pietro con tale forza che quasi immediatamente diventa il grido di dolore e di aiuto che l’autrice e/o la protagonista rivolgono al suo lettore prima di iniziare il terribile viaggio.

D’altra parte il tema della forte relazione tra autore e lettore è uno dei temi più importanti della riflessione letteraria di Italo Calvino, che la Terranova conosce bene; da Calvino attinge molto in occasione di quest’ultimo libro che, come nel caso de Gli anni al contrario (Einaudi, 2016), è caratterizzato da uno stile pulitissimo, asciutto, che lascia parlare solo i fatti fino a suscitare la commozione di chi osserva e legge.

Ma nella differenza tra i due romanzi c’è uno dei pregi di maggior rilievo nello stile letterario di Nadia Terranova, che nel primo libro si pone con lucidità e distacco, quasi con freddezza, quando racconta la storia di un uomo , suo padre, vittima anche di se stesso e delle sue ingenuità. La narrazione si affida alla forza della storia in sé, che effettivamente tiene inchiodato il lettore a riflettere costernato sul cadavere di un guerriero smarrito e imprudente.

In quest’ultimo libro invece la materia è incandescente di per sé, non la si può imprigionare in una fredda detenzione. Va affrontata in tutta la sua forza dolorosa e in tutta la sua violenza. Ne Gli anni al contrario lo sguardo (della bambina) è rivolto verso il padre e verso il mondo circostante; ma in questo libro la sfida è quella d rivolgere lo sguardo verso di sé. E, come un guanto, lo stile letterario aderisce agli eventi emotivi tra simboli, letteratura, incubi e sogni.

Ad accompagnare lettore e protagonista in questo viaggio c’è una sorta di convitato di pietra, senza nome, completamente anestetizzato e non più in grado di nuocere, la madre di Ida. È proprio la madre che invita Ida a lasciare momentaneamente la città di Roma, dove vive da lungo tempo, per tornare a Messina ad aiutarla a sistemare la casa di famiglia in prospettiva di una vendita, e a liberarla delle ultime cose rimaste.

Fin dalle prime pagine, l’impatto di Ida con la casa è particolarmente cupo. Si sente inchiodata all’oscurità dalle bambole della sua infanzia; ogni volta che si accenna a un minimo di relazione con la madre, ne rileva la cupa soddisfazione. Sofferma lo sguardo sulle rondini e considera che si nidifica solo dove è sporco. Questa negatività, questo rifiuto, questa ostilità si spiegano meglio quando si incontra la casa, elemento attivo nella narrazione, personaggio tra i personaggi. Tra molti problemi, la casa in questione presenta due elementi negativi dal carattere fortemente simbolico: un tetto, malmesso anche nel passato e il sistema di riscaldamento dei termosifoni che ormai è da buttare. Senza troppi giri di parole, senza bisogno di aneddoti e di ulteriore narrazione, risulta evidente cosa è mancato a Ida bambina, non solo il padre, scomparso quando lei aveva tredici anni ma la protezione e la cura di una famiglia – il tetto – e il calore umano degli adulti attorno a lei – i termosifoni.

Allora Ida inizia la sua battaglia facendo i conti direttamente con il mostro dell’assenza, vero protagonista di gran parte del libro perché ha preso possesso di ogni oggetto che ancora si trova nella casa. Una battaglia fisica a volte, che ogni tanto diventa anche battaglia contro il mondo, tra sentimenti negativi come il rancore e l’umana sofferenza della ricerca di una soluzione. Ogni tanto il racconto viene interrotto opportunamente da un sogno o da un incubo, segnali di una dimensione interiore che è impegnata dolorosamente a elaborare le esperienze vissute. Ogni tanto una telefonata o un messaggio a Pietro, amato ma tenuto a distanza. Quasi solo a sincerarsi che esista ancora, perché anche il mondo esterno è importante.

Durante il cammino nel proprio inconscio, nel suo personale dolore, Ida incontra ostacoli e nemici. Ma riesce a far fuori tutto e tutti. La madre le chiede come mai non abbia avuto figli e lei fornisce una risposta che solo in parte è indirizzata a sua madre, perché essenzialmente è una risposta a se stessa. Una risposta che parla del suo corpo, del futuro, del suo pensiero sul mondo. Poi interviene lo stesso Sebastiano: pretende che la figlia scriva il suo necrologio e solo allora si placa. Infine gli oggetti della vita quotidiana, che la soverchiano: vestiti, giocattoli e libri di cui riesce a disfarsi senza versare neanche una lacrima di nostalgia.

Spietata, Ida la guerriera riesce infine a vedere la conclusione del suo viaggio. Ora ha quasi tutto sotto controllo. I nemici sono annientati. Molti fantasmi fuggiti. Si concede un momento di malinconica dolcezza. Poi si lancia nell’ultimo gesto simbolico del racconto, che il recensore si astiene dal descrivere; piccolo gesto dagli echi profondissimi – addirittura abissali.

http://www.einaudi.it

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