Tutti gli articoli di Gioacchino De Chirico

Il talento della badante

Giulia Corsalini, La lettrice di Čechov, Nottetempo, pp. 204, euro 14.00 stampa

di GIOACCHINO DE CHIRICO

È un’occasione rara e a suo modo preziosa quella che ci propone Giulia Corsalini con il suo recente romanzo, La lettrice di Čechov. Rara e preziosa come la lettura di una novella del grande scrittore russo a cui, per diversi aspetti, il libro è dedicato e a cui il libro si ispira. Nessun compiacimento letterario. Uso misurato degli aggettivi e scrittura contenuta in periodi non lunghi e piuttosto lineari. Tracce di malinconia e scrittura al servizio della storia che viene raccontata.

Un libro prezioso, si diceva, anche perché vicende molto contemporanee sembrano prendere la forma di una storia ottocentesca. Ma con un elemento di forte differenza: l’emancipazione della protagonista che, quasi per miracolo, riesce a ottenere di far coincidere lavoro e passione, dopo essersi liberata dei legami familiari e della possibile dipendenza da altri (uomini).

Nina è una donna di mezz’età. Ucraina, ha un marito malato e una figlia nei confronti della quale deve gestire un rapporto conflittuale. Le difficoltà economiche sono tante. Nina decide allora di partire per l’Italia dove, in provincia, trova un lavoro come badante. Ha una laurea in letteratura russa. È perdutamente appassionata di Čechov, che legge incessantemente nei momenti liberi. Questa sua passione è notata da un anziano professore italiano, tale Giulio De Felice, che le propone un insegnamento presso l’Università di Macerata. Ecco, allora, che nella vita di Nina sembra aprirsi una porta su un orizzonte insperato che il destino contribuisce a rendere più accessibile. Non senza difficoltà e non senza sensi di colpa.

Qualche tempo dopo l’inizio del suo nuovo impegno, Nina apprende la notizia della morte del marito. Si precipita in patria, affronta la freddezza e il rancore della figlia. Prova a ricostruire qualcosa con lei. Trascorrono diversi anni, ma il tentativo non ha successo. Tutto sembra cedere sotto il peso di una stallo ingiusto e mal vissuto, quando si rifà vivo il professor De Felice che la invita a un convegno su Čechov.

Allora Nina parte di nuovo per l’Italia e, guidata dal suo letterario nume tutelare, inizia una nuova vita. Senza rancori, senza paure e incertezze riesce a affermare le sue qualità di studiosa.

Quando, in Italia, ritrova il professor De Felice, Nina lascia che dal suo cuore riemerga un sentimento di tenerezza e anche di pulsione erotica nei confronti dell’uomo che ricambia e, come lei, però, trattiene tutto nel proprio cuore.La condizione che fa da propellente a questa relazione è la solitudine di entrambi. La donna uscita da molte battaglie e segnata da molte ferite, trova lontano da casa forse l’unica possibilità di riuscita, da sola. L’uomo che ormai ha perso l’arroganza del potere professorale si accinge a fare i conti con se stesso nel più profondo dell’anima, da solo.

Chi conosce e ama i racconti di Čechov, ritrova nel libro di Giulia Corsalini la stessa malinconia, la stessa tenera attenzione verso le persone deboli e sofferenti, la stessa riflessione sulla vita e il senso del dolore e delle difficoltà. Nulla però si posa grevemente sulle spalle del lettore che anzi può godere gentilmente anche di piccole goffaggini e qualche ironia. Al centro di tutto, il libro costituisce un’occasione fondamentale per uscire da routine inutili e superficiali e cominciare a interrogarsi.

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Intervista a Giancarlo de Cataldo

di GIOACCHINO DE CHIRICO

Tarantino, appena maggiorenne, Giancarlo De Cataldo arriva a Roma per compiere gli studi giuridici. Poco più di una dozzina di anni dopo pubblica il suo primo romanzo giallo, Nero come il cuore, per i tipi di Interno Giallo, casa editrice milanese che ebbe breve vita. Da subito alterna una grande produzione di genere a scritti di altra natura. Particolarmente fortunato fu il racconto lungo, Terroni, pubblicato dalla romana Theoria nel 1995. Ma fu agli inizi del 2002 che il suo talento toccò l’apice del successo quando l’editore Einaudi pubblicò Romanzo criminale, ottenendo grande successo da parte di tutti gli ambiti culturali e dal non facile mondo della critica letteraria.

Da quel giorno in poi il percorso letterario di De Cataldo è accompagnato da un consenso molto allargato. Oltre al suo lavoro di Giudice di Corte d’assise, collabora con diversi testate giornalistiche ed è sceneggiatore teatrale e cinematografico.

Ha al suo attivo una trentina di romanzi, 18 sceneggiature, 12 soggetti e 2 opere teatrali.

Tra letteratura, cinema e televisione la forza di attrazione che ha questo genere di narrazione (il romanzo giallo e noir) non solo non si esaurisce ma cresce continuamente. Come se lo spiega?

Da un lato, direi che si è ormai consolidata una comunità di lettori che si riconosce nel genere, e rappresenta lo  “zoccolo duro” degli appassionati. Un risultato molto positivo, tenuto conto del tempo che occorre a creare una simile comunità, alla necessità di non deludere i lettori, al feedback che si viene a instaurare fra chi scrive e chi legge. Dall’altro lato, evidentemente, c’è qualcosa di più specifico, e cioè l’interesse nei confronti del racconto intorno al male, e in particolare a quel “male criminale” che tanto spazio ha nelle nostre vite, sia di cittadini di uno scenario internazionale quanto mai complesso e contraddittorio che di italiani, dunque abitanti di uno dei Paesi più controversi e indecifrabili al mondo. Il “nero” e il “giallo”, se così vogliamo chiamarli, forniscono eccellenti chiavi di lettura della realtà contemporanea. E come tali sono percepiti. Infine, io non sottovaluterei l’effetto-relax, cioè la capacità di molte delle nostre scritture di costituire un sano momento di svago nelle vite complicate di tanta gente. Non c’è niente di male nel riconoscerlo, e serve anche a guadagnare in distacco e a temperare quel peccato di narcisismo nel quale, prima o poi, tutti siamo destinati a cadere.

D’altra parte però il genere noir è diventato una moda, soprattutto per gli scrittori esordienti. Questo è dovuto al fatto che il tessuto narrativo offre delle sicurezze in determinati schemi che rendono il lavoro più agevole, più facile?

Mah! Se proprio vogliamo cercare la moda, oggi si annida piuttosto nelle saghe sentimentali, nel soft-porno e nei ricettari. Che ci sia del manierismo è innegabile, ma è il prezzo che ogni scuola deve pagare al suo strutturarsi come segmento dell’accademia, e questo in parte è accaduto al noir italiano. Ed è anche vero che la struttura del genere obbliga al rispetto di un canone ben preciso. Ma questo è un bene, a mio avviso, perché obbliga la scrittura a farsi sempre meno autoreferenziale, solipsistica, ripiegata sull’Io sciamanico dell’autore come catalizzatore delle tensioni universali. Un po’ di sana modestia, anche qui, non guasta.

In questi giorni è uscito in libreria l’ultima sua fatica, Alba nera (Rizzoli, pp 312, euro 19,00). Un libro perfetto da portare con sé in vacanza, senza che, per questo, sia una banale occasione di intrattenimento. Come nasce l’idea?

Ho già detto che non considero per niente banale l’intrattenimento! A me, per esempio, piace tantissimo leggere libri “leggeri”, alternandoli magari con saggi poderosi o con gli indiscutibili classici (quando se ne parla, non si sbaglia mai: basta confessarsene entusiasti, a condizione che l’autore sia defunto da un congruo numero di anni). Scherzi a parte: l’idea del noir al femminile nasce da un lavorio con Carlotto e Lucarelli (ai quali il libro è dedicato) e, ancora prima, con Maurizio De Giovanni, corresponsabile, con Massimo Carlotto, dell’avventura di Sbirre. C’è poco da fare: il mondo, anche quello criminale, è delle donne. E noi ci siamo sforzati di raccontarlo, così come, ai tempi dell’antologia Crimini, ci sforzammo di raccontare l’Italia criminale del 2000. Quanto ad Alba Nera, oltre all’esplorazione del carattere del tutto peculiare della protagonista, tutto ruota intorno a una domanda di fondo: che cosa accade quando ti rendi conto che quella scelta che una volta ti ha cambiato la vita era la scelta sbagliata? Una situazione decisamente spinosa nella quale (io credo) molti si sono ritrovati.

Vi si ritrovano alcuni temi a lei molto cari. Tra questi c’è senz’altro Roma. Lei è nato a Taranto e vive nella Capitale da metà degli anni Settanta. Ha sempre dimostrato un amore per la città, ma anche espresso una critica spietata per i suoi difetti. Roma le offre anche un set utile per le sue ambientazioni? Il potere, la bellezza, l’umanità, la violenza, il degrado, la confusione …

Come tutti gli immigrati che, nel corso dei secoli, hanno arricchito Roma, o l’hanno depredata, o si sono arricchiti, o ne sono stati depauperati, ambientarsi in questa benedetta e folle città significa diventarne parte, come le sue pietre, i suoi monumenti, la sua storia millenaria. Roma è un organismo vivente, popolato di milioni di cellule che a volte impazziscono e si scontrano furiosamente le une contro le altre, ma poi riescono sempre, quasi per miracolo, a ritrovare un equilibrio. Tutto ciò che può accadere a un essere umano può trovare in Roma il suo scenario ideale. Tutto. E per questo mi è letteralmente impossibile non scriverne. Anche quando sembra che stia scrivendo d’altro.

Questa volta la protagonista principale è Alba Doria, finalmente un commissario donna. Molto ambigua perché afflitta da un disturbo grave della personalità che unisce sociopatia, narcisismo e abilità manipolatoria. Una figura perfetta per attraversare la trama del noir.

In Alba leggo alcuni tratti ricorrenti del nostro tempo attuale. Soprattutto quella granitica determinazione che punta al trionfo a ogni costo, o, se volete, costi quel che costi. A me una come Alba fa paura. E nello stesso tempo, non posso non provare attrazione per lei: perché, se non altro, nel mare della psicosocietà nel quale tutti ci dibattiamo, ha preso consapevolezza di sé. Ed è persino capace di esprimere una certa critica verso i propri modi di essere. Qui la domanda è: questa follia che mi porto dentro, la Triade Oscura… si potrà farne un buon uso, o è una condanna che fatalmente condurrà all’abisso? In Alba Nera non c’è risposta. Forse, chissà, arriverà in futuro.

Anche la presenza della musica costituisce un elemento di novità. Piacevole, nella lettura, suggestivo per l’immaginazione. Perfetto per Roma che è una delle città con più locali Jazz in Italia.

Adoro la musica, e non perdo l’occasione per infilarla nei miei romanzi. Qui ce n’è di più perché un personaggio è sbirro ma anche musicista, il che crea un singolare contrasto. Il jazz è incompatibile col potere perché è musica della libertà e dell’improvvisazione. E non a caso, nell’era dell’algoritmo, è diventato cultura di nicchia.

Ultima cosa: il potere. Da parte sua c’è sempre stata una grande attenzione verso la critica dei comportamenti e delle malefatte dei potenti. Anche in quest’ultimo libro è così. Vi si trovano anche brevi frasi prese dalla nostra attualità. Come vede l’Italia oggi dal suo punto di osservazione?

Il proposito era di abbandonare il realismo di Suburra, della mala di Ostia, dei clan, e di scrivere un noir ai confini del metafisico. Quanto più lontano dalla realtà. Evidentemente ci sono riuscito solo in parte, perché la sua domanda è ricorrente, da quando sto girando per le presentazioni di Alba nera. Va bene, allora, ammetto: non riesco a isolarmi dal contemporaneo, il vuoto pneumatico dopo un po’ mi terrorizza e ho bisogno di ancorarmi al presente. E, sì, il potere è un’ossessione, ma non lo è solo per me, lo è per tutti noi, anche per quelli che non se lo confessano. Come vedo l’Italia di oggi? Per una risposta non banale servirebbe molto più spazio, e poi si dovrebbe dare per scontato che la mia visione abbia un qualche interesse. Mi limiterò a osservare che vedo svariate Italie, la livorosa, la solidale, la vendicativa, la mite, la furibonda, l’accogliente. E mi domando, con una certa preoccupazione, quale di esse, alla fine, prevarrà.

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La Storia tedesca attraverso la storia di quattro ragazze

Carmen Korn, È tempo di ricominciare, tr. Manuela Francescon, Fazi Editore, pp. 276, euro 20,00 stampa

di GIOACCHINO DE CHIRICO

È inevitabile pensare a Elena Ferrante quando si legge la trilogia della scrittrice tedesca Carmen Korn, tradotta in Italia dall’editore Fazi. Attualmente si possono trovare in libreria i primi due volumi: Figlie di una nuova era (pp 528, euro 17,50), uscito nell’ottobre del 2018, ed È tempo di ricominciare, distribuito all’inizio della primavera di quest’anno. In tedesco il titolo dell’intera opera suona freddamente come Jahrhundert, “Il secolo”.

Dalla parte della Ferrante, due ragazze italiane, Elena e Raffaella, diverse per ceto sociale e per carattere, amiche per la pelle. Dalla parte della Korn, quattro ragazze tedesche, legate da vicende che vivono in parallelo con gradi differenti di partecipazione e scelte che a volte le dividono.

Henny, Käthe, Lina e Ida sono diverse, per carattere ed estrazione sociale, eppure sono molto unite, al punto da sostenersi anche quando la vita toglie loro qualsiasi altra cosa. La forza della loro coesione e, al tempo stesso, le loro radicali differenze permettono all’autrice di guardare, da diversi punti di vista, il vero oggetto del suo interesse: la Germania, i suoi cittadini, la società che costruiscono e che contribuiscono a cambiare.

Il fatto che tutti i personaggi principali siano donne offre diverse opportunità narrative facilitando la relazione con la sensibilità di chi scrive e aiutando i lettori a guardare la Storia con la S maiuscola attraverso gli esiti e le dinamiche più profonde che vengono incise nella vita comune dei cittadini. E così le mogli, le madri, le figlie, le sorelle e le amanti sono la nostra guida in vicende fatte di paura e speranza, di inganni e tradimenti, di desiderio di soccombere e voglia di rinascere. Con grande onestà, Carmen Korn ci dice delle persecuzioni naziste, dei campi di concentramento, delle simpatie per Hitler, di chi riesce a “cadere sempre in piedi”. Ma si sofferma anche sui germogli di pace e giustizia che, contro tutto questo, la società tedesca, lentamente ma in modo robusto, è riuscita a far nascere e coltivare. Anche se, la costruzione del Muro nel 1961, è sembrato proporre nuovi spettri di guerra su una nazione già martoriata.

Come nel caso di Elena Ferrante, l’Italia è vista da una Napoli vivace e particolarmente adatta a raccontare i cambiamenti di una gran parte del secolo scorso. Così, nel caso della Carmen Korn, l’ampio set narrativo è offerto da Amburgo città industriale, una delle locomotive dell’economia tedesca, durante la dittatura nazista come durante il dopoguerra.

Il secondo volume della trilogia termina nel 1969, quando tutto cambia. Ora si tratta di aspettare l’uscita del terzo volume, affidato sempre all’abilità di Manuela Francescon e Stefano Jorio, i due traduttori che si sono assunti con successo l’onere di un lavoro imponente.

La formidabile versatilità della scrittrice Carmen Korn, giornalista, saggista, autrice di romanzi per bambini e per adulti, è un prezioso valoro aggiunto che ci garantisce una scrittura fluida e leggera senza mai essere superficiale. Inoltre, documentatissima.

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La vita nella città segreta

Viola Di Grado, Fuoco al cielo, La nave di Teseo, pp. 234, euro 19,00 stampa

di GIOACCHINO DE CHIRICO

Fuoco al cielo racconta la storia di Tamara, una donna costretta a fare i conti con un’esistenza terribile, segnata dall’inquinamento e dal degrado di tutto, intorno a lei. Inquinamento della natura, di fiumi non balneabili, di boschi bruciati, di frutti velenosi, di aria irrespirabile. Degrado della città per gran parte abbandonata dopo un incidente radioattivo, degrado dei rapporti umani. Percentuali altissime di bambini nati con gravi patologie e terribili malformazioni, a causa del plutonio. Un inferno.

Nello stile narrativo tutto è rappresentato con grande naturalezza e una certa disinvoltura. Può sembrare addirittura un romanzo distopico. Ma non è così. Si tratta piuttosto di un’opera di disvelamento di una realtà che fa parte del recente passato, tenuto accuratamente rimosso, e che Viola Di Grado ci mette brutalmente sotto gli occhi. Chi lo ritiene opportuno può facilmente vedere moniti e segnali del nostro presente e del nostro immediato futuro.

Tutto il romanzo si avvale di una scrittura che ha il sapore del coraggio e non del compiacimento morboso. Il ritmo è asciutto e serrato. I capitoli brevi, le scelte linguistiche precise e acuminate.

Lo spunto è dato da una storia vera accaduta negli anni Novanta quando sia i sovietici che gli statunitensi, vicino alle centrali nucleari, avevano costruito le loro “città segrete” per testare esperimenti sugli esseri umani.

Il paese di Musljumovo è una delle località vicino a queste città segrete. Dista solo 70 chilometri. Tamara vi abita e, fino a poco tempo prima, vi aveva esercitato la professione di insegnante. Un giorno le capita di incontrare Vladimir, giovane attraente che viene da Mosca. Fa l’infermiere ed è arrivato in paese, contro ogni indicazione di buon senso, visti i rischi che si corrono, per aiutare le persone del posto che hanno bisogno di cure.

Vladimir e Tamara si innamorano e progettano una vita insieme, contro ogni segnale che viene loro dal mondo esterno. Dietro le loro spalle soffia il vento di un leggero ottimismo che si sintetizza nell’idea che per vivere bastino “cervello e battito cardiaco”.

I due decidono infine di avere un figlio…

A questo punto il romanzo di Viola Di Grado fa una virata, punta l’obiettivo soprattutto su Tamara le cui vicende accompagneranno il lettore fino al termine del libro. La narrazione assumerà, a tratti, il pathos del misticismo. Dio è una parola che apparirà sempre più spesso. Alcuni episodi ricorderanno la passione di Cristo per la salvezza degli uomini. A essi si intreccerà il grande tema della follia intesa anche come capacità di una vita anticonvenzionale, riservata a chi sa amare veramente, perché “L’amore è l’unico peso che alleggerisce”.

Al termine di un percorso non facile il lettore potrà ricordarsi di quelle affermazioni che ci dicono che “la letteratura deve turbare, deve essere una “minaccia” per il lettore e per l’autore stesso”. In questo caso l’obiettivo è centrato in pieno.

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In fuga dal mondo

Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, pp. 286, euro 18,00 stampa

D i GIOACCHINO DE CHIRICO

Nonostante la giovane età, Claudia Durastantisi si può considerare una scrittrice già matura. Lo dimostra in via definitiva la sua ultima fatica letteraria, in questi giorni in libreria. La straniera è un romanzo ammirabile per l’originalità della scrittura e per l’organizzazione della trama. A ognuno dei libri precedenti,  Durastanti aveva impresso una originalità sempre diversa e molto personale. La straniera però segna il punto più alto raggiunto  a oggi .

L’autrice parla di sé, dei suoi genitori, delle persone che ha frequentato nei diversi anni della sua vita e ci racconta anche dei luoghi: Brooklyn, dove è nata nel 1984; Roma, dove ha vissuto per un certo periodo, con e senza i genitori; infine la Basilicata, terra di origine della sua famiglia e di lei stessa. Il libro allora potrebbe assumere le caratteristiche del memoir, ma un tale approccio risulterebbe deludente. Per quanto fortemente autobiografico, La straniera non si sofferma mai sui moti dell’anima, sui ricordi un po’ malinconici, sul passato che non tornerà. Piuttosto, racconta con grande concretezza alcune vicende che scompaginano le aspettative del  lettore per metterlo di fronte a una realtà diversa e imprevedibile che apre nuovi orizzonti e genera nuove riflessioni.

Entrambi i genitori della protagonista, Claudia, sono sordi. La famiglia è molto povera. Da bambina Claudia è in fuga dal mondo, dalla società, trova rifugio in una soffitta a leggere, di tutto. Non fa altro.

Intorno, man mano che lei cresce e riesce a costruire qualche relazione con l’esterno, le persone e gli ambienti sociali prendono forma, partendo sempre da una presunta superiorità che spesso di rivela del tutto infondata. La disabilità è sempre il punto di partenza e, a volte, anche il centro delle relazioni. Spesso però si tratta di un approccio che si rivela un boomerang. Lo si arguisce quando lo sguardo del lettore è portato a spostarsi dalla protagonista ai suoi interlocutori. Ci si muove così tra fraintendimenti, paternalismo, ipocrisia, goffaggini di vario genere e perfino comicità. Tutti elementi utili a raccontare i patetici tentativi di stabilire rapporti di forza tra esseri umani. Rapporti con non possono prescindere anche dalla condizione di “povertà”. Come per la sordità, Claudia bambina e poi ragazza vive la sua povertà per come viene vissuta dagli altri e metabolizzata da se stessa. L’appartenenza di classe, come la disabilità, è il nuovo centro che fa muovere il sistema di relazioni e ne disvela debolezze e falsità.

Pregevoli sono le pagine che l’autrice dedica al rapporto con il fratello maggiore, quasi un alter ego che, a differenza di lei stessa, cerca un modo per integrarsi nella società e costruirsi un ruolo sociale accettabile e soprattutto accettato. Il padre invece è una presenza meno incisiva, mentre la madre viene tratteggiata con tenerezza, nonostante i comportamenti stravaganti, tanto che a lei è dedicato il titolo del libro. La straniera infatti non è solo il riferimento a una persona disadattata, ma porta con sé anche un riferimento colto che conferisce a questa definizione una forza ancora più evocativa. Nel 1944 in Inghilterra si pubblica un libro della scrittrice polacca Maria Kuncewiczowa con il titolo La straniera. Lo stesso con cui nel 1940 il libro compare nella sua edizione italiana. Per questo quando uscì l’edizione inglese del capolavoro di Camus non si poté usare quel titolo, e si optò per The Outsider che, secondo molti, esprimeva ancora meglio il carattere di estraneità e imprevedibilità del soggetto.

Tutta questa materia, intensissima e variegata, si valorizza e prende risalto grazie ad alcuni ingredienti che conferiscono piacevolezza e scorrevolezza a una narrazione che altrimenti sarebbe potuta risultare pesante. Non manca poi una buona dose d’ironia, in un’autrice che ha effettuato studi antropologici e che fa della “distanza partecipata” la chiave di approccio alla sua storia. A ciò si aggiunge una spiccata sensibilità verso la cultura pop. Claudia Durastanti fa infatti vivere i suoi personaggi tra musica rock e cinema, letteratura americana, pubblicità, consumismo, boom economico, italo-americani impomatati e italo-americane cotonate. Persone che storpiano l’inglese in modo esagerato, quasi a sottolineare la loro diversità; persone che si lasciano cullare dalla vita, che non sono mai violente; persone che condividono il dono di saper amare. E sarà proprio l’amore la sorpresa finale di un libro di valore che conserva la sua forza eversiva.

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Anime dolenti e combattenti incontrano la Storia

Giulia Caminito, Un giorno verrà, Bompiani, pp.240, € 16.00 stampa, € 9,99 Ebook

di GIOACCHINO DE CHIRICO

Giulia Caminito, 30 anni, è uno dei migliori talenti letterari italiani della sua generazione. In questi giorni è uscito il suo secondo libro, Un giorno verrà. Un romanzo molto interessante, molto solido, molto vivo. Il racconto è ambientato nella Marche: la parte povera delle Marche, abbastanza lontana dalla costa e dalle città. In un periodo, all’inizio del secolo scorso, in cui lo Stato pontificio aveva perso quasi tutti i suoi possedimenti e il nuovo Stato italiano mostrava non solo la sua inadeguatezza ma anche gli aspetti tirannici della sua presenza.

Un giorno verrà racconta di un piccolo paese, di una famiglia, di alcune persone che si dibattono tra l’ingiustizia della loro esistenza e la voglia di riscatto, il bisogno di riscatto. Per costruire il contesto, l’autrice sceglie una via non facile. Decide di posare lo sguardo su un numero non indifferente di personaggi, sulle diverse attività lavorative, sulle differenti dimore del paese. Come in un presepe letterario troviamo il panificatore, i contadini, i ciabattini, gli animali, le case dei ricchi e quelle dei poveri. Troviamo i bordelli e i posti di polizia, troviamo le chiese, i cimiteri e i conventi. Troviamo inoltre molta natura, come era logico che fosse in quei luoghi ricchi ma abitati da poveri, in un periodo in cui il possesso della terra era ancora espressione – ed esercizio – di potere.

Ma il lettore non è destinato a perdersi perché da subito spiccano tre figure che attraverseranno quei luoghi e entreranno in relazione con i vari personaggi messi in campo. Sono Lupo, Nella e Nicola. Lupo, bambino nudo e sporco che appena nato piangeva sempre. Nicola, poca energia, bambino silenzioso quasi trasparente, ragazzo di mollica. Nella, giovane bellezza rinascimentale, schietta, morbida, dalla voce sgraziata e dialettale. Tre fanciulli, tre adolescenti, tre esseri umani adulti. Diversi tra loro per indole ed aspetto.

La vita di tutti si muove intorno a due “monumenti”, due “fari” e punti di riferimento, solo apparentemente immobili nella loro solennità. Sono Giuseppe, anziano anarchico rispettato e ascoltato non solo dalla sua famiglia, i Ceresa, in cui riveste il ruolo di nonno; e suor Clara, una donna nera, a dispetto del nome, misteriosa e carismatica al punto da trovare seguito anche quando si troverà a disobbedire alla gerarchia ecclesiastica, autorevole quanto basta a guidare non solo un convento ma, per certi aspetti, un intero paese.

Poi ci sono i personaggi minori. Minori nelle loro meschinità e nelle loro debolezze, a volte trattati con tenerezza altre volte condannati a destini assai amari. Quello che più conta, nel romanzo, è la capacità di Giulia Caminito di muoversi seguendo sempre un filo chiaro: quello che divide i giusti dagli ingiusti, i poveri dai ricchi, i diseredati dai padroni, gli sfruttati dagli sfruttatori, il potere maschile dalla vita delle donne.

Nelle prime pagine sembra che le donne siano relegate in una posizione marginale. Proseguendo ci si rende conto però che proprio nella dimensione della separatezza – il convento – possono esprimere al meglio la forza del loro carattere e dei loro sentimenti, il peso delle loro biografie. In generale quello che accade a tutti i personaggi del racconto sembra deciso da una forza esterna e superiore che non elimina le responsabilità individuali ma accentua di molto la sensazione che vita e destino coincidono. Tutti devo lottare, chi per sopravvivere, chi per emanciparsi, chi perché vuole un futuro migliore e sogna un mondo più giusto.

Queste anime dolenti e combattenti incontreranno la Storia: i moti della Settimana Rossa, l’avvento del Socialismo, la Prima Guerra Mondiale, l’epidemia dell’influenza spagnola fino agli anni bui dell’avvento del Fascismo. Ma sono i legami tra gli esseri umani a coinvolgere il lettore e a condurlo per tutta la narrazione attraverso pagine spesso commoventi che, oltre al senso della storia, ci restituiscono il senso profondo della vita.

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Muri che dividono, muri che ospitano

Michela Monferrini, Muri maestri, La nave di Teseo, pp. 142, € 18,00 stampa, € 9,99 Ebook

di GIACCHINO DE CHIRICO

Che ne pensiamo dei muri? Tutto il male possibile, risponderebbe chiunque tra i nostri contemporanei dotato di buonsenso e di sensibilità, che non sia ossessionato dalla propaganda politica dominante e non creda che ci siano eserciti di criminali accampati attorno a casa propria pronti a sgozzarlo non appena mette il naso fuori.

Eppure la risposta può anche essere diversa, ce lo dimostra una giovane scrittrice, Michela Monferrini, con il suo ultimo libro, Muri maestri. Con una scrittura leggera e raffinata, a volte perfino poetica, Monferrini ci invita ad accettare la sfida di un nuovo punto di vista su quei manufatti che oggi si stanno ricoprendo di disonore ma che in luoghi diversi e in tempi differenti svolgono o hanno svolto funzioni molto più nobili. Per questo motivo i muri di cui ci parla l’autrice sono “maestri”: maestri di storia, di cronaca, di umanità, di solidarietà. In un’altra parola, maestri di vita.

Senza mettere in fila l’elenco dei muri presi in considerazione, ci basti sapere che la curiosità della giovane autrice si spinge anche molto indietro nel tempo fino agli ultimi decenni del XIX secolo chiamando in causa Dickens e lo scultore inglese Watts. Oppure ci racconta di un cimiteriale “muro degli eroi”. O anche si sofferma sul tema dell’arte contemporanea, ci parla di istallazioni e di artisti concettuali.

Il percorso proposto si divide per grandi aree tematiche: Fratellanza, Desiderio, Amore, Sensibilità, Impegno, Giovinezza, Dolore, Fede.

La varietà di episodi, di scelte culturali e politiche, di prese di posizioni e di comportamenti considerati da Monferrini ci fornisce bene l’idea dell’impegno certosino che deve essere costato all’autrice. Il suo racconto sui muri potrebbe esso stesso diventare un muro, come quelli di cui si parla nel libro. Un muro dei desideri come i “Before I die Walls” che si trovano in Canada, in Messico ad Avignone o a Denver. Costruiti dai gruppi civici con gli obiettivi più vari: muri sui quali le persone lasciano scritte le speranze che vorrebbero realizzate: “prima di morire vorrei riuscire a dirti ti amo”. Una dichiarazione che apre la strada alla sezione dedicata all’Amore in cui è del tutto evidente la coerenza stilistica della scrittura con le tematiche trattate.

Nel libro non mancano certo i muri (drammaticamente) famosi. C’è il muro di Berlino e non manca il muro che divide gli ebrei dai palestinesi che ognuno chiama in modo diverso a seconda di come si aggiusta la propria coscienza: gli israeliani lo chiamano recinto, l’ONU barriera (barrier in inglese), i palestinesi “muro”.

Ma ci sono anche i muri che “ospitano” piante rampicanti come i muri antichi di Roma. I muri digitali e il memoriale per John Lennon. Tutti muri che raccontano storie che rischiavano di essere dimenticate ma che invece hanno un valore umano fortissimo. Come nella vicenda pazza e commovente del povero Tsang Tsou Choi a Hong Kong, un artista, writer, buon padre di famiglia, convinto (forse a ragione) di dover ereditare il reame di una piccola isola. O ancora meglio, le diverse vicende di writers anziani che in diverse parti del mondo gridano sui muri le proprie convinzioni incuranti degli interventi di polizia. Proprio i writers occupano un posto importante nella narrazione poiché si collocano dalla parte di chi scrive e molto spesso si assumono il compito di animare i muri, di dargli una funzione sociale, di farli portatori di simboli e allegorie. Sono rivoluzionari a loro modo, non perché (a volte) infrangono la legge ma perché piegano la materia frutto dell’odio e della paura facendola diventare occasione di dialogo e conciliazione.

Verso la fine del libro troviamo un muro ”tutto nostro”. Drammaticamente nostro. Il muro della stazione di Bologna che ricorda a tutti l’orribile attentato del 2 agosto 1980.

Si conclude con il tema della Fede, ma è nell’area tematica del Dolore che si trovano le considerazioni definitive che riguardano la tradizione umana di erigere muri e/o di considerarli parti significative della nostra vita civile. Vi si scrive del Muro del Pianto, il più antico e forse il più importante di tutti i muri. È il muro occidentale, l’unica parte rimasta integra dopo la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme a opera di Tito nel 70 a.c. Nelle sue fessure il muro conserva e raccoglie i sentimenti dell’animo umano. Un vero e proprio scrigno di preghiere , di dolore, di fede e di speranze. Un luogo dolente che permette ai sentimenti degli esseri umani di stagliarsi in alto, solenni, con tutti i loro limiti, la loro umanità e il desiderio per una vita migliore.

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Corpo da esibizione

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland, pp. 113, euro 11,90 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Non manca di originalità questo libro di esordio, uscito di recente per le edizioni Voland. E non manca neanche di una certa dose di coraggio perché l’autrice si immerge nella profondità della nostra vita materiale, terrena, e si spinge oltre la morte fisica. Senza nessuna mistica, l’autrice attribuisce ai sensi nuova legittimità e gli affida il compito di veicolo di conoscenza e di riflessione.

La storia ci racconta di Giada che ha da poco perso il suo compagno, un celebre fotografo che le aveva fatto da mentore e l’aveva portata in giro per il mondo. Alla sua morte il fotografo subisce, già consenziente, un procedimento di plastinazione grazie al quale i reperti organici sono resi rigidi e inodori. E accetta anche che il suo corpo, così modificato, venga esposto in una mostra che celebra le tecniche del dottor Tulp – questo il nome del dottore nel racconto, mentre invece nella realtà queste tecniche sono state elaborate e affinate da un anatomopatologo tedesco di nome Gunther von Hagens (tutti conoscono le mostre Body World).

Qual è allora il senso della relazione tra Giada, vivente, e il suo uomo, il corpo del suo uomo, il “monumento” del suo uomo? Lo capiamo seguendo le sue considerazioni, graduali, in un primo momento anche un po’ superficiali e poi sempre più approfondite. Tra dolcezza e ironia sempre più taglienti sappiamo di un uomo che, oggi come ieri, riesce a “cadere sempre in piedi”. Un uomo che da morto si trova nella condizione di aver rinunciato al presente e al futuro proprio come, da vivo, attraverso la fotografia, aveva proposto la stessa cosa ai suoi modelli. Un uomo che si fa complice del dottor Tulp nel cercare di vincere il timore della morte attraverso il suo trasferimento, imbalsamato e sterilizzato, in una sala espositiva.

Ma non si tratta tanto o solo della morte. No: quello che l’uomo vuole imbalsamare sono le emozioni, tutte le emozioni, anche le più piccole.

È così che il lettore viene a trovarsi di fronte a qualcosa di molto simile al maschio italiano contemporaneo, di un’età che oscilla tra i trenta e i quarant’anni. La figura antropologica di un narcisista, che ha difficoltà nel rapporto con gli altri e che interpreta le relazioni con le donne solo in chiave di possesso.

Giada in questo percorso fa appello a tutti i suoi sensi. E ce li racconta. Giada mangia. Giada ascolta la musica. Giada , non vista, tocca il corpo imbalsamato del suo ex. Giada sente l’odore del mondo intorno a sé. Anche l’odore dell’umidità. Ma nel suo racconto, Giorgia, scrittrice esperta di comunicazione, guida la sua Giada (e il lettore) con la consapevolezza che attualmente uno solo è il senso che domina sugli altri: la vista. Giada fotografa, ancorché non eccellente, il suo uomo grande fotografo, il corpo del suo uomo imbalsamato ed esposto alla vista del mondo.

Dalla dimensione privata e personale, le riflessioni di Giorgia-Giada assumono un valore generale fino a spingersi a ragionare sul valore dell’arte in cui si afferma il tentativo solitario di prendere il proprio dolore e la propria disperazione per cercare di convertirlo in bellezza a beneficio di tutti.

Nell’ultima parte del libro non mancheranno le sorprese. Ma prima di allora il racconto fissa alcune pietre miliari che non hanno il valore della sentenza ma che aiutano molto a riprendere contatto con la propria vita poiché “il miglior modo per placare il tormento dell’anima è arrendersi al piacere dei sensi”.

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Dove ti spinge il vento?

Daniela Dawan, Qual è la via del vento, Edizioni E/O, pp. 240, euro 17,00 stampa, euro 11,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

La storia letta e raccontata attraverso gli occhi di Micol, una bambina ebrea che vive a Tripoli con la propria famiglia, felice e benestante, intorno alla metà degli anni Sessata. È lei il personaggio principale della prima parte del romanzo di Daniela Dawan.

L’incipit concitato impone al lettore i terribili momenti della persecuzione degli ebrei tripolini nel giugno del 1967, in seguito all’eccitazione e al delirio antisemita che si era impadronito delle popolazioni arabe durante la guerra dei Sei Giorni, poi persa da Nasser, il nuovo e acclamatissimo leader egiziano dell’epoca. La crisi sembra piombare sulle teste di questo nucleo familiare come se non ci fosse mai stato nemmeno il segno di un’avvisaglia. Al punto che i genitori, per fuggire, si trovano costretti a lasciare momentaneamente Micol a scuola dalle suore dove, unica ebrea, frequentava regolarmente gli studi anche se senza eccellere nel profitto, né ricordare mai quello che insegnavano.

Nei pochi momenti che inaugurano la narrazione, l’abilità di Dawan ci fa conoscere le diversità di approccio alle emergenze e alle crisi dei diversi componenti della famiglia ebrea, ma soprattutto ci dice quali fossero i caratteri dell’antisemitismo praticato dalla chiesa cattolica, in particolare dalle suore in questione, che continuamente rappresentavano alla giovane Micol l’essere ebrea come una colpa grave.

Imbarazzante, per il lettore italiano, sono poi le reazioni dell’ambasciata italiana a Tripoli che sembra non riuscire a distinguere la necessità prioritaria di offrire riparo agli ebrei, i più a rischio, invece che genericamente ai cittadini italiani non ebrei.

La fuga comunque si compie. Intense sono le righe in cui alcuni dei protagonisti si trovano a dover improvvisamente e repentinamente fare i conti con la separazione dalle cose di una vita, dagli oggetti che li legano a ricordi importanti. Inizia quindi un’altra storia, fatta di flashback e sempre di traslochi e di spostamenti. Poco a poco ci si rende conto che la dimensione storica, di cui il libro è ricco con dovizia di particolari, lascia spazio alle vicende umane e personali pur senza staccarsene mai. Micol cresce. La storie dei suoi genitori e della sua famiglia acquistano profondità umana e cronologica fino ad arrivare a Firenze e Livorno, nella prima metà del Novecento, prima della scelta di trasferirsi in Libia dove trovare una comunità multietnica, in cui convivevano pacificamente arabi, ebrei, greci, maltesi.

Tra il ricordo delle musiche di Carosone e la costatazione dei colpevoli disastri delle truppe inglesi in Africa, emergono con prepotenza due protagonisti di rilievo esistenziale che ci accompagneranno fino all’ultima pagina del libro: il Tempo e la Memoria.

Il tempo sembra assomigliare a un carrarmato che al suo passaggio tutto annienta e distrugge. Forse ci aiuta a lenire il dolore, forse però ci fa smarrire il nostro lato umano. La memoria sembra essere invece una funzione inutile se si è costretti continuamente a mutare luoghi e contesti, a vivere solo il presente sotto l’imposizione di urgenze immediate con l’incertezza della prospettiva.

Ecco perché il titolo così fortemente poetico. Qual è la direzione del vento è tratto dal Libro dell’Ecclesiaste che recita che il vento soffia a mezzogiorno poi a tramontana, poi gira e rigira… Da ciò si deduce che conoscere la direzione del vento è di decisiva importanza. Non c’è nulla di opportunistico in questo. Si tratta piuttosto di una sottolineatura della fragilità degli esseri umani che, per sopravvivere, hanno bisogno di trovare le condizioni favorevoli.

Molti degli elementi che caratterizzano la cultura ebraica sono presenti in questo libro. Si parla di identità, di aderenza ai riti e alle convenzioni, del rapporto con Dio. E c’è l’universalissimo tema della morte che nella storia di Micol costituisce un compagno di viaggio ben precoce, perché risale a una sorellina scomparsa giovanissima e che ritroveremo verso la conclusione.

https://www.edizionieo.it/

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Anatomia di una depressione

Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi, pp. 210, euro 18,50 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Pomella è scrittore vero. Il suo L’uomo che trema mostra una capacità di coinvolgimento e una forza evocativa che, per la sua generazione, pochi scrittori possono vantare. Nel libro si tratta di depressione. Depressione maschile, caso piuttosto raro – anche se in crescita – ai nostri giorni. E si tratta anche di un uomo giovane. E qui la peculiarità del caso diventa ancora più forte.

La nostra attenzione si aggancia al libro fin dalle prime pagine. L’incipit è sempre molto importante; mai decisivo, ma molto importante. In questo caso, l’incipit è l’intero primo capitolo. Qui ci accorgiamo con tutta evidenza del talento letterario di Pomella. Incontriamo una scrittura senza fronzoli che si affida a un ritmo narrativo incalzante che si appoggia su connessioni logiche, deduzioni e induzioni che ci portano in aria. Decolliamo. Sentiamo girare la testa fino al dolore e rimaniamo a terra stremati per l’inconcludenza di tutta la manovra. Abbiamo seguito una linea logica e ci troviamo lontanissimi dalla realtà delle cose. Abbiamo preso dimora nella testa e nel cuore di un essere umano che prova a capire come si sente e soprattutto perché si sente nel modo che noi definiamo depressione. Mentre egli prova a descrivere e a spiegare il suo forte disagio psichico e emotivo il lettore può sentire il bisogno di allontanarsi per seguire meglio un racconto in cui fanno da contrappunto vicende di cura – a volte anche di speranza – spesso di delusione e disincanto.

In questo percorso i sogni potrebbero fornire qualche indizio, l’autore ce li racconta ma non va molto a fondo. Infatti la relazione con gli psichiatri si risolve nella somministrazione di una quantità più o meno variabile di gocce.

Poi la narrazione raggiunge, prima, una velocità di crociera e, verso metà del libro, si inerpica su picchi di alta letteratura. In cima a tutto la «ricerca di senso» che solo la malattia sembra fornire. Solidi sono i riferimenti a Berto e a Pavese quando si affronta il tema della morte e del suicidio. La fenomenologia della depressione assume un valore epistemologico nei confronti del senso della vita e dei comportamenti degli esseri umani.

Lentamente, però, nella vita del protagonista affiorano figure positive come la compagna Grazia, il figlio Marco e un’anziana collega di lavoro, Rossana, nel terribile periodo del lavoro impiegatizio. Finché non viene scoperto l’ultimo «segreto», il più importante. Il repentino distacco dal padre (e non del padre, come si potrebbe raccontare i altri libri). La messa in discussione di quella scelta giovanile viene raccontata con grande abilità narrativa e con l’uso di una forte sensibilità. Tutta maschile.

http://www.einaudi.it

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