Tutti gli articoli di Gianluca Mercadante

Primavera sul Lago di Como

Andrea Vitali, Nome d’arte Doris Brilli, Garzanti, pp. 260, €18,60 stampa €5,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Pura energia. Pura vitalità si potrebbe anche dire, se ciò inevitabilmente non sembrasse un pessimo gioco di parole fra un termine del vocabolario e i dati anagrafici dell’autore di questo e altri romanzi, tutti contraddistinti dallo stesso sapore. Ciò che dalla pagina di Andrea Vitali traspare, qualunque trama racconti, è un misto fra umorismo e sagacia, fra rappresentazione di un microcosmo e capacità di toccare corde e temi dal respiro molto ampio. Il tutto servito poi con un tocco personale e inimitabile, tanto da renderne l’autore riconoscibile dalle prime righe. O da righe a caso. Tu le leggi e dici: Vitali. Il che rende ben meritata la gita nelle storie che la sua voce narra.

In Nome d’arte Doris Brilli ritroviamo una vecchia conoscenza, il maresciallo Ernesto Maccadò, già protagonista di altri romanzi di Vitali (Olive comprese e La signorina Tecla Manzi, tanto per citarne un paio a caso), qui ripreso quand’è stato trasferito, fresco di nomina, dal profondo Mezzogiorno a quel di Bellano, sul Lago di Como.

Il nefasto clima invernale lascia spazio ai primi vagiti della primavera, nell’appena cominciato Maggio del 1928. I cieli tersi e le temperature più gentili portano a spalancare le finestre e rimettono il sorriso nel posto che deve occupare sul volto della moglie Maristella. Insomma, Maccadò si trova in uno stato relativamente sereno quando i colleghi di Porta Ticinese a Milano, fermate due persone per schiamazzi notturni, un uomo e una donna, decidono di riportare a Bellano la seconda, poiché sua terra di origine. E affidano a lui il compito di ricondurre in famiglia Desolina Berilli, in arte Doris Brilli, cantante e ballerina da anni lontana da quei luoghi, e da altrettanto tempo in rotta coi genitori.

I lettori di Vitali conoscono la solfa: le sue storie si distinguono per l’uso di un linguaggio fresco e al contempo colto, che si rende portavoce di termini desueti in grado di evocare e rappresentare linguisticamente epoche trascorse. Di certo non sono trame, quelle di Viali, nelle quali omicidi e intricati misteri da cardiopalma la fanno da padrone. È per tanto lampante che un maresciallo dell’Arma dei Carabinieri in contesti simili sia causa e pretesto per raccontare tutt’altro. Questo romanzo in particolare porta a riflettere su quanto a volte la leggerezza intelligente di un autore permetta di affrontare temi delicati e profondamente attuali con grande rispetto, capacità di osservazione e senza alcun pregiudizio.

Pensiamoci un momento: quante volte nei salottini televisivi, dai più trash ai più seriosi, l’amore omosessuale divide ancora le platee? Quanto pregiudizio, per l’appunto, serpeggia a tutt’oggi nel Belpaese a proposito di unioni civili fra persone dello stesso sesso? Quanta mediocrità viene a bella posta data in pasto all’opinione pubblica affinchè l’argormento venga strumentalizzato, e non analizzato, discusso, confrontato? Quanto si coltiva l’ignoranza e quanto si trascura la conoscenza? Beh, scusate se è poco: Vitali sposta tutto questo e lo colloca nell’Italia degli anni Venti, raccontando di un amore fra donne che compone un’immagine di una purezza sconvolgente.

Quella sì che ha ragione d’essere – e, giustamente, di sconvolgere: la purezza. Che illumina il pressapochismo, che inonda di luce gli sguardi bassi, che disapprova il disappunto, che si apre di fronte alla chiusura – ma non per questo cede il passo allo smarrimento, al senso di sconfitta. Al rifiutare quell’amore che, come diceva qualcuno, non si deve pronunciare.

In un periodo così confuso e caotico, dove i diritti umani vengono messi in quarantena peggio dei virus, libri del genere assomigliano alla primavera che Maccadò respira finalmente a Bellano: una ventata d’aria fresca, anche perché non si pongono su nessun piedistallo, non dettano legge, né millantano teorie. Si prendono però il non facile onere di intrattenere in modo onesto il lettore, tanto da strappargli perfino non pochi sorrisi. Ecco perché vale la gita farsi un giro dalle parti di Bellano, quando la guida al tuo fianco si chiama Andrea Vitali.

Perché come vada vada, hai sempre la netta impressione che ne sia valsa la pena.

https://www.garzanti.it

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Tempo di grandi pulizie

Enrico Pandiani, Polvere, DeA Planeta, pp. 432, € 16 stampa € 8,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

C’è polvere ovunque in questa storia. C’è polvere su Torino, dov’è ambientata, e ce n’è sulle strade di una Nigeria che pure intravediamo. C’è polvere sulla scena di un omicidio dai punti interrogativi ancora aperti, nelle stanze disabitate di un appartamento che da mesi custodisce tracce di una pista non del tutto fredda, ma impolverata anche quella. C’è polvere nella vita di Pietro Clostermann, nel suo passato quanto nel suo improbabile presente da investigatore privato, ruolo che gli sta stretto. Ciò non gli impedisce di accettare l’incarico di una madre addolorata, che chiede venga fatta luce sull’omicidio della propria figlia, rapita e uccisa con modalità da esecuzione sette mesi or sono. Che colpe stava pagando, nell’attimo in cui la pallottola fatale ha posto fine alla sua esistenza apparentemente priva di macchie, priva di polvere?

Pandiani mette in scena un giallo dalla prosa più intimista rispetto a chi lo ha letto soltanto nella fortunata saga Les Italiens (della quale abbiamo già recensito almeno una puntata), che l’anno prossimo dovrebbe diventare una serie tv co-prodotta da Italia e Francia. Nel frattempo pare che la casa editrice Rizzoli abbia ritirato dal mercato i primi titoli, pubblicati da Instar Libri, per un rilancio in grande dell’intera saga nell’imminenza della messa in onda televisiva.

È proprio il diverso ritmo della parola a conquistare il lettore, che volentieri si lascia prendere per mano e viene accompagnato passo dopo passo nella storia senza fretta, come quand’è ora di fare le grandi pulizie e ci si prende il tempo che bisogna prendersi. I personaggi che abitano le oltre quattrocento pagine di Polvere ne sanno qualcosa, oh sì. Tutti ricoperti da quintali di polvere, che impediscono loro sia di mostrarsi al mondo per ciò che realmente sono, sia di fare chiarezza dentro se stessi. Nessuna paura: ci pensa Pandiani a dare la rassettata decisiva.

Di tutta l’intricata vicenda che il romanzo via via costruisce nel corso di una narrazione sì calibrata al millimetro, ma non per questo priva di grande tensione e serratissimi colpi di scena, resta indimenticabile il personaggio femminile di Tundra, sorella della donna uccisa. La scelta del nome, per quanto inusuale possa suonare, è perfettamente calzante: Tundra è un mistero fitto, colmo di zone grigie, di buchi neri. Incontra Clostermann davanti alla tomba della scomparsa e da quel momento le strade di lui e di lei inizieranno a viaggiare prima parallele, poi sempre più sovrapposte, man mano che le difese crollano, man mano che il passato riemerge per fare i conti con un presente provvisorio e periferico, man mano che la polvere vien via.

E resterà impressa nell’immaginazione di chi legge anche la città di Torino, location non troppo gettonata in narrativa a dispetto dell’indiscusso fascino imperiale che il capoluogo piemontese (nonché città natia dell’autore) emana a prescindere. La Torino di Pandiani è una Torino nascosta, gli itinerari che i personaggi vi percorrono all’interno non posseggono caratteristiche di genere turistico e ciò che vi vanno cercando non è la gita culturale alla ricerca delle bellezze perdute, o visite guidate al Museo del Cinema, o a quello Egizio.

Facciate deteriorate di vecchi condomini dalle stanche architetture, vicoli che restano tenebrosi col sole allo zenit, incerte periferie si prestano da sfondo allo srotolarsi impietoso della trama, per affondare infine lo sguardo nel mondo della malavita, della prostituzione, e raccontarne le scellerate miserie col distacco di chi non nutre pregiudizi, ma prova a offrire una verità. Una possibile verità, almeno.

A questo punto che dire d’altro? Di un giallo, soprattutto se è un buon giallo, meglio svelare il meno possibile, sennò che gusto rimane a leggerlo? Armatevi dunque di spugnette, di guanti, di grembiulini o di tute da lavoro grezzo e iniziate a togliere la polvere, orsù. Non illudetevi tuttavia neppure per un solo istante che possiate chiudere questo libro puliti, però.

Che di polvere addosso, cari miei, ne abbiamo tutti un bel po’.

http://www.deaplanetalibri.it

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Altri (O)nori

20 aprile 2018

Paolo Onori, Fare pochissimo, Marcos y Marcos, pp. 222, € 16,00 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Quando leggere un romanzo diventa un’esperienza musicale, quando il ritmo delle frasi è tanto percussivo da ricordare una partitura, allora quel libro l’ha scritto Paolo Nori. Con o senza una “O” ad anticiparne l’ormai noto cognome.

Che poi, ammettiamolo: per quanto possa utilizzare uno pseudonimo, nella fattispecie candidamente scoperto e divertito, la pagina di Nori la riconosci. Ci fai l’orecchio. Può piacere e non piacere, d’accordo. Se ne possono tessere le lodi o massacrarla senza pietà, ma la sostanza resta: due righe e hai capito, immediatamente, con chi hai a che fare.

Si chiama stile. E con lo stile funziona così: o ce l’hai o non ce l’hai. Nori ce l’ha, fine dei discorsi.

Marco Pietramellara, protagonista e voce narrante di Fare pochissimo, è un giornalista che lavora nella redazione di Emilia Today, “il vostro quotidiano preferito”, e aspetta una chiamata che non arriva. Aspetta la chiamata di Nilde. I due hanno litigato, si sono forse perfino lasciati, e il tempo scorre lentissimo. Finché una chiamata giunge sospirata al destinatario, sì, peccato che di Nilde non si tratti affatto. Marco riceve una singolare telefonata, singolare quanto meno perché la persona che lo sta contattando si trova seduta alla scrivania di fronte. E chiariamoci: fra lui e la collega chiamante, tal Enrica Spadoni in Coltellini, non sussistono né relazioni adulterine, né frequentazioni amichevoli, nossignori. Eppure, quella stessa mattina, è lei a poggiargli sulla scrivania le chiavi di casa. Le aveva a quanto pare dimenticate la sera precedente in ufficio, ma si era dimenticato anche di averle dimenticate, tant’è che proprio quel mazzo di chiavi aveva poc’anzi costretto Pietramellara a chiederne la copia alla ex.

Cosa sta succedendo? Cosa c’è dietro questo inatteso cambio di ruoli, che trascinerà il nostro all’interno di una convulsa girandola di piccoli accadimenti, piccoli accadimenti che però, come tanti giri di vite, spingono sempre più verso il fondo l’esistenza di Marco, trasformando la sua vita in una sorta di rocambolesco noir.

Fra articoli di giornale dalle fonti non necessariamente autorevoli e una galleria di situazioni e personaggi serratissima e grottesca, con la risata pronta a sgorgare da un paragrafo all’altro, per poi zittirsi di fronte a un’affermazione terrificante, a un passaggio stupefacente, ai fuochi d’artificio che l’estro linguistico dell’autore fa continuamente crepitare nelle pagine di questo finto romanzo d’esordio di Paolo Onori, la storia si dipana passo passo e inibisce nel lettore che vi s’imbatte la capacità di rallentare la corsa all’ultima riga, dove finalmente tutto si risolverà.

Ma prima d’allora, sappiatelo: Fare pochissimo va letto d’un fiato – e la brevità dei molti capitoli che lo compongono vi aiuterà a credere di averci messo pure poco. In realtà quello che succede è ben altro. Perché?…

…perché se leggere un romanzo diventa un’esperienza musicale, se il ritmo delle frasi è tanto percussivo da ricordare una partitura, allora quel libro, chiunque l’abbia scritto, che sia un genuino esordio o un palese fake, vi caccerà nella testa una specie di bug. E vi ritroverete in men che non si dica a rifletterci, eccome. Riprenderete qualche capitolo, rivedrete alcuni passi che magari vi siete persi per strada, o non avete focalizzato a dovere durante la lettura.

Ed è lì che inizierete a leggerlo – e a capirlo – davvero. Solo una volta che il suono della scrittura di Nori vi sarà entrato nel sangue.

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Morozzi quanto basta

18 APRILE 2018

Gianluca Morozzi, Gli Annientatori, Tea, pp. 196, € 13,00 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Gli editori che ne hanno finora dato alle stampe l’ampia produzione libresca, negli strilli impressi su svariate copertine, tendono a ricordare al pubblico dei lettori che Gianluca Morozzi è l’autore di Blackout. Niente da dire, un ottimo romanzo, campione di vendite, diventato poi film sul mercato americano, caso rarissimo nella scena editoriale del Belpaese. Se dunque lo strillo si chiama strillo per qualche sacrosanto motivo, è giusto strillarle certe cose, ci mancherebbe.

Ma Morozzi è pure autore di L’era del porco, Colui che gli Dei vogliono distruggere, romanzi originalissimi ed esilaranti, scritti con la stessa scanzonata felicità narrativa che ritroviamo in pamphlet come L’Emilia o la dura legge della musica e in raccolte di racconti quali Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte.

Ed è palese, di romanzo in romanzo, quanto il gusto letterario di Morozzi, nonché la sua innata destrezza nell’interpretare generi contrapposti fra loro – principalmente l’umorismo tout-court e il noir – abbiano finito col compenetrarsi. Il risultato della fusione si è andato via via cementando nell’arco degli ultimi titoli apparsi in libreria – che, tenuto conto della straripante verve creativa del nostro, non sono nemmeno pochini -, fino al completamento della fase avvenuto con Gli Annientatori. Qui c’è proprio tutto: cinismo e commedia, crudeltà e brillantezza, humor e thriller, senza dimenticare qua e là una spruzzatina di horror, Q.B. da esaltarne i sapori e che di certo non appesantisce una ricetta finale davvero equilibrata, testimone di un’impronta stilistica ormai giunta a maturazione.

È estate, siamo in una rovente Bologna dei giorni nostri e lo scrittore Giulio Maspero non solo è rimasto al verde, ma tanto per non farsi marcar nulla è stato buttato fuori casa dall’ex fidanzata. Un inaspettato colpo di fortuna investe tuttavia di una nuova luce la buia strada che temeva d’aver imboccato. Durante il rapido consumarsi di quella che ritiene la sua tragedia personale, una sera Giulio incontra casualmente in un locale tal Mauro Britos, disegnatore di fumetti caratterizzato da un tratto di estremo realismo, ideale per i fumetti d’orrore che illustra. I due si conoscono già, ma prima della sera in cui le cose per Maspero si erano messe male non si erano praticamente rivolti parola. Viene fuori che Britos è in partenza per l’Uruguay ed è in cerca di qualcuno di fidato cui chiedere se in sua assenza possa trasferirsi nell’appartamento che ha affittato e annaffiargli le piante. L’unica condizione che Britos pone a Giulio è la riservatezza. Non è il caso che si spargano strane voci, mi casa tu casa ma fatti i fatti tuoi, per dirla in sintesi.

Maspero, accecato dalla possibilità di sollevarsi almeno per un periodo dall’impiccio di trovarsi una nuova sistemazione, e colta la palla al balzo per terminare il romanzo che potrebbe rimettergli in sesto le finanze, non se lo fa ripetere. Stabilitosi però nell’appartamento del disegnatore in trasferta, oltre ad accorgersi che di piante non ne esistono tracce alcune, Giulio entra immediatamente in rapporti con gli abitanti dei restanti interni della palazzina, tutta di proprietà della sinistra famiglia Malavolta. Gente accogliente, fra parentesi, ma ai limiti dell’invadenza. Anzi: ben oltre i limiti dell’invadenza. Peccato che a Giulio la cosa inizi a puzzare troppo tardi e la trama ordita a sua insaputa abbia cominciato a snodarsi da un pezzo e adesso il gran finale non è più così lontano.

Un romanzo ibrido, che a tratti diverte grazie a una voce narrante che mantiene effervescente il generale appeal drammaturgico, mentre i colpi di scena si susseguono a centrifuga, finché il gorgo nel quale Maspero viene trascinato inghiottisce quando meno se l’aspetta anche il lettore.

Che sull’ultima, impensabile riga, ci resta di sale. E fa i complimenti allo chef.

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Di mamma ce n’è una sola – a volte basta e avanza

4 APRILE 2018

Amélie Nothomb, Colpisci il tuo cuore, tr. Isabella Mattazzi, Voland, pp. 116, € 15 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Il conflitto con la madre offre causa e pretesto affinché Amélie Nothomb, intinta la penna nella crudeltà che ha spesso esibito nella sua vasta produzione libraria, compia un altro viaggio all’interno di sé stessi e delle proprie paure. Che tanto si rivelano grandi, quanto irreparabili divengono le conseguenze da esse scaturite. Mettere al mondo una figlia capace d’incarnare la peggior paura della madre fa decisamente parte della lista delle conseguenze irreparabili.

Marie è una diciannovenne di rara beltà. Il suo aspetto fisico è tuttavia in netta contrapposizione col suo mondo interiore, il cui asse ruota attorno alla necessità viscerale e goduta di suscitare invidia e gelosia negli altri, al punto da orientare ogni scelta in base alla reazione esterna che quella scelta potrebbe comportare. Realizza un buon matrimonio con Olivier, dal quale nasce Diane, cui faranno seguito un maschietto e una femminuccia.

Una notte, agitata dalla tempesta in corso e da breve tempo mamma, Marie si solleva dal letto, raggiunge la culla di Diane e stringe al proprio petto la bambina, inondandola di un amore finora mai espresso. E mai ripetuto. Quel gesto diventa la sola traccia di amore materno che la piccola Diane riceverà nella vita. La sua colpa? Essere di una bellezza incantevole, portando di conseguenza via l’attenzione del pubblico che la madre bramava per sé – ed è per questo che non avverranno futuri slanci, non si ripeteranno simili debolezze. Tant’è che alla nascita di Célia tutto diventa chiaro. Nell’assistere alle moine con cui Marie non cessa di soffocare la neonata, l’infanzia della primogenita finisce in quell’istante, nell’istante in cui Diane comprende, molto semplicemente, che alla madre non importa del dolore che sta provando di fronte a quella scena, di fronte a quell’improvvisa consapevolezza. Ed è “come se il vuoto mordesse”.

In quale modo si può convivere – e, dunque, sopravvivere – a qualcosa di così straziante? Cresciamo con davanti l’immagine della madre in qualità di creatura incapace di odiare, di tradire, di rifiutare un figlio, quando invece si tratta di un dogma, di una legge naturale non del tutto impossibile da sovvertire. Il mondo è pieno di madri amorevoli, ma è altrettanto abitato da madri che non sanno minimamente comportarsi come ci si attende che facciano. Il libro propone un’analisi obliqua, sottocutanea del problema. La scrittura della Nothomb affonda nel cuore della questione, ovvero esegue di capitolo in capitolo l’esatto modus operandi con cui il romanzo conclude, o tenta di risolvere, il teorema di cui si fa carico.

Per convivere con una simile mancanza non basta realizzarsi in campo medico, come vedremo succedere alla nostra Diane, che fra parentesi perderà molta della bellezza ereditata da Marie nel corso dei suoi studi. D’altra parte neppure debilitata e ridotta a uno scheletro ambulante riuscirà a farsi notare dalla mamma, né forse lo desidera ancora.

Per sciogliere certi nodi bisogna colpire al cuore del problema. Senza esitazioni. Si tratta del classico sporco lavoro che qualcuno deve pur fare, ma svelare ora se qualcuno lo farà, e chi sarà a farlo, vi priverà della sorpresa, assolutamente liberatoria, di scoprirlo alla fine.

Un unico suggerimento: se non amate sottolineare, se i libri che leggete volete mantenerli quasi intonsi e guai a rovinarli in alcun modo, colpite il vostro cuore di lettori, almeno stavolta, e fate ciò che va fatto. La Nothomb scrive romanzi brevi, d’accordo, ma quanto a intensità troverete frasi, passaggi, interi paragrafi che val la pena di porre in evidenza con un po’ di grafite. Come scrivere un libro nel libro.

Hai visto mai che quel libro nel libro, a posteriori, non racconterà a voi stessi la vostra storia di figli; o di madri.

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A volte ritornano, ma tornare non basta

16 marzo 2018

Joe R. Lansdale, Bastardi in salsa rossa, tr. Luca Briasco, Einaudi, pp. 284, € 18,50 stampa, € 9,99 ebook,

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Allora, diciamolo subito, va’, così tolto il dente tolto il male: dopo il tragico epilogo di Honky Tonk Samurai, e il capolavoro western Paradise Sky (che pure non ha niente da spartire con la serie di romanzi con protagonisti Hap Collins e Leonard Pine), si percepiva parecchia attesa per l’uscita italiana di Rusty Puppy, titolo originale di Bastardi in salsa rossa, nuovo capitolo delle avventure dell’improbabile duo di detective loro malgrado, che con questo romanzo arrivano all’undicesimo episodio, nove pubblicati da Einaudi e due da Fanucci.

Hap e Leonard tornano quindi a farci ridere e riflettere, e questo fa indubbiamente piacere, certo, ma il romanzo precedente, che in qualche modo sembrava sancire la fine della loro tragicomica odissea, risultava di fatto nettamente superiore al libro che dovrebbe a tutti gli effetti testimoniarne una rinnovata continuità. Non che si pretendesse la banda ad attenderli in stazione – o meglio in libreria -, ma quel “qualcosina” in più che invece manca lo si avverte. Insomma, parliamoci chiaro: Hap si becca una coltellata mortale al termine di Honky Tonk Samurai e qui tutto riprende quasi come se nulla fosse stato. Il tempo di uscire dall’ospedale e via, oplà. Il che significa che, tolti quei due o tre capitoli iniziali, il resto diventa un normalissimo romanzo della serie, che ad essere onesti nulla aggiunge e nulla toglie. Viene perfino il sospetto esistesse già, corretto e riveduto per l’occasione.

Val sempre la pena in questi casi ricordare la lezione del grande Conan Doyle: è difficile uccidere i propri personaggi, soprattutto se ti hanno accompagnato per anni e, diversamente da ciò che provava lui per Sherlock Holmes, gli vuoi un gran bene. Perciò, visto e considerato che noi lettori di bene gliene vogliamo sul serio, a questi due guasconi, ben venga una resurrezione, nonostante la mancanza di quel certo quid, quel tanto di speciale, di eccezionale, che avrebbe dovuto accompagnarne il ritorno coi dovuti crismi.

È un donnone di colore dai modi burberi e spicci a tirare in ballo Hap, nonostante (per ragioni meramente etniche) Louise Elton preferirebbe parlare in primis col collega nero, impegnato al momento in svariate faccenduole amorose nelle quali ama cacciarsi fra un caso e l’altro. Scopo della visita della donna è fare luce sulla morte del figlio, Jamar, che a quanto pare stava cercando di mettere il sale sulla coda a dei poliziotti che insidiavano la sorella. Ma ci sono poliziotti e poliziotti, distretti e distretti. E i poliziotti del distretto nei quali Collins & Pine dovranno per forza imbattersi sono un mondo a parte. Per certa gente la legge non conta, sono loro a riscriverla, la legge, e non necessariamente nero su bianco, ma a forza di crimini insabbiati.

Fra uno spaccato sociale denso di degrado e disperazione, fotografato però con la pepata verve che ha imposto Lansdale all’attenzione di migliaia di lettori (quella sì che è rimasta intatta), e uno sguardo ai combattimenti clandestini, sia fra cani che fra persone, Lansdale alla fin fine consegna un romanzo che, al solito, si fa leggere dalla prima all’ultima pagina, anche grazie al ritmo cinematografico e a dialoghi spesso esilaranti, al limite del comico. Genere che tuttavia Lansdale non tocca né toccherà forse mai, perché a lui la risata serve suscitarla quando l’atto di far ridere il lettore si rende direttamente funzionale alla necessità di lanciare un messaggio. Che passa, e si fa chiaro, proprio per merito dell’innata, spigolosa leggerezza padroneggiata da questo autore, capace di plasmare a suo uso e consumo generi diversissimi restando fedele a se stesso e alla propria indole, umana e letteraria.

Godetevi dunque la scorpacciata di pagine che in ogni caso vi aspetta, nonostante il menu, stavolta, proponga qualche pietanza in meno. Ma quanto a spezie, beh, non mancherà di sollecitare i vostri palati.

In modo particolare per la salsa rossa, che scorre a fiumi.

 

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Quando le parole vanno oltre

18 Ottobre 2017

Ivano Porpora, Nudi come siamo stati, Marsilio, pp. 335, € 18 stampa, € 9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Rari sono quegli autori capaci d’inclinare una visione di mondo modificando scopi e significati di un’unica parola. Soprattutto se italiani. Ci è riuscito Céline, che infatti era francese. Shakespeare, che, posto sia esistito, era inglese. E ce l’ha fatta Ivano Porpora. Che è, non “era”, italiano.

Di origini mantovane, Porpora è uno scrittore impossibile da incasellare. Attivissimo su rete, insegna scrittura creativa ed è stato autore per Einaudi del romanzo d’esordio La conservazione metodica del dolore. Dopo essersi confrontato coi linguaggi della poesia e della narrazione per bambini, nonché con un libro di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria Ed.), Porpora torna con prepotenza nella narrativa tout-court col romanzo di formazione Nudi come siamo stati.

Dentro questo mattoncino di carta, che ogni lettore forte merita di ospitare nella propria libreria di casa, c’è tanto, tantissimo. Il linguaggio di Porpora fa sue importanti lezioni della letteratura classica, ma facendo poi uso di un montaggio del testo moderno e di gusto attuale penetra nella pelle dei personaggi – e dei lettori – strato su strato, fino a denudarli secondo le intenzioni ben espresse nel titolo.

È una storia d’amore e di sospetto, di apprendimento e di trasformazione, ma pure di complesse relazioni tra padre e figlio, tra passato e presente, tra uomini che vivono pienamente sensazioni che non temono d’interrogare. Oppure lo temono, moltissimo. Come la domanda che di continuo tarda ad affacciarsi sulle labbra di Severo, il protagonista. Vive con Anita e riceve brevi missive dal padre, talmente singolari e destabilizzanti nel loro dare forma a un rapporto a pezzi che fanno quasi ridere, e nel tessuto del romanzo rappresentano forse la parentesi più grottesca – e non per questo comica.

Ma il personaggio che difficilmente vi uscirà dalla testa, e che può darsi possa spingere anche voi a porvi “la” domanda della vostra vita, è Arsène, il pittore francese di fama internazionale da cui Severo si reca a prendere lezioni. Lezioni che mai una sola volta tendono a imitare il concetto accademico di “lezione”, giammai: Arsène dipinge oltre. Nessun vocabolo saprebbe spiegarlo meglio di così. Dipinge oltre. Come la scrittura di Porpora, del resto, che in questo lavoro diventa la stessa cosa: dipinge oltre, si spinge oltre, con le parole e non coi colori. Finché tutto si scompagina.

Severo scopre di avere un tumore e che fra Anita e Arsène potrebbe esserci qualcosa. E poi, proprio Arsène: perché prendere sotto la sua ala un pittore microscopico, un artista sconosciuto e che difficilmente potrà toccare certe vette? Ma intanto, mentre Severo nel coltivare e indirizzare verso “certe vette” la propria indole creativa si trova costretto a fare i conti con la morte, quando invece vorrebbe e dovrebbe farli con la vita, c’è qualcun altro che i conti con la vita li ha già messi in pari e potrebbe desiderare, in qualche perverso e poetico modo, di trovarsi al posto di Severo.

Una cosa è certa: chi si troverà al posto del lettore che ha cominciato questo libro, sarà lo stesso lettore che l’ha finito. Ma vedrà il mondo con occhi diversi da prima. Fidatevi.

Anzi, direbbe Arsène: “Lasciatevi cadere”.

http://www.marsilioeditori.it

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La rivoluzione dell’umorismo

10 Settembre 2017

Francesco Muzzopappa, Dente per dente, Fazi, pp. 218, € 15 stampa € 7,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Prima di leggere i romanzi di Francesco Muzzopappa, uno qualunque dei tre che hanno finora visto la luce (oltre al presente, sono usciti Una posizione scomoda e Affari di famiglia, entrambi per i tipi di Fazi), dovete assumere un’importante precauzione: non fatelo in luoghi pubblici. O fatelo, ma solo se credete che scoppiare a ridere in mezzo alla gente sia un segnale rivoluzionario.

Ambientato nell’inconsueta cornice di Varese, il nuovo lavoro, Dente per dente, racconta la vicenda di Leonardo, rimasto invalido a seguito di un incidente nel quale ha perso due dita ed è perciò stato assunto d’obbligo nel personale di un museo, vera chicca di tutto il romanzo.

Il Mu.Co. (MUseo d’arte COntemporanea, sta a significare) è uno spazio espositivo dedicato alle croste d’autore. Orribili Dalì, imperdonabili Magritte, inguardabili Duchamp fanno infatti bella (?!) mostra di sé nelle sale della singolare struttura museale dove il nostro, tristemente, ha trovato impiego.

Ma va tutto bene, non preoccupiamoci: nella vita di Leonardo c’è pur sempre Andrea, la sua fidanzata. Cattolica osservante, ligia alle regole, fedele ai dogmi, soprattutto per quanto concerne i rapporti prematrimoniali. Proprio quando Leonardo si decide a chiederle la mano tutto si guasta. Penetrato quatto quatto nella casa dove Andrea vive coi suoi, in quel momento assenti, la sorpresa che vorrebbe farle gli si rivolta contro. A-ha, indovinato: la becca a letto con un altro.

È facile intuire (a questo punto già dal titolo) che Leonardo vorrà vendicarsi e per perseguire i suoi scopi andrà a rompere determinati tabù della fidanzata, infrangendo tutti e dieci i comandamenti. Ciò che invece facile non è, soprattutto se l’autore della storia, una storia che deve far comunque ridere, è di sesso maschile, sta nel trattare un argomento tanto delicato quale quello del tradimento. Il vero tabù, per qualsiasi esponente del cosiddetto sesso forte, è scoprire che la propria donna non solo desidera un altro, ma se lo porta a letto tranquillamente, magari dopo averti sussurrato “ti amo” al telefono.

Ci vuole davvero grande diplomazia con le parole per descrivere questo. Muzzopappa lo fa con una commedia. L’unico modo possibile. Perché ridere delle tragedie, e ridere in generale, è sul serio un atto rivoluzionario. Plasmare le frasi allo scopo di ottenerne un effetto comico è invece qualcosa di complesso e ardito, che solo pochi interpreti, raffinati e sensibili, sanno mettere nero su bianco.

Francesco Muzzopappa sa farlo meravigliosamente.

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Big Joe non delude

29 Agosto 2017

Joe R. Lansdale, Io sono Dot, tr. Luca Briasco, Einaudi, pp. 220, €17,50 stampa €8,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

La diciassettenne Dorothy Sherman, detta Dot, è il prototipo di personaggio che va subito catalogato alla voce “donne con le palle”. Prototipo solo perché, data l’età, non è abbastanza cresciutella, per lo meno all’anagrafe. Stando ai fatti, però, la cara Dot l’appellativo di donna se lo merita eccome, costretta com’è a tirarsi su le maniche e darsi da fare al meglio delle sue possibilità – e, talvolta, oltre. Lo dimostra per esempio in tre significative paginette nelle quali l’autore, il granitico Joe R. Lansdale, mostra il corretto protocollo da seguire quando una donna viene regolarmente pestata dal marito, esperienza che la sorella di Dot nella fattispecie conosce molto bene. Staccare da pag. 35 a pag 37, conservare sottovuoto.

Io sono Dot è un romanzo che dalla prima all’ultima pagina, e in virtù di una traduzione capace di rispettare il ritmo della prosa in madrelingua (che nel caso di Lansdale è sempre spigolosa, visceralmente texana), sorprende soprattutto in quanto non ci si aspetta d’imbattersi in una storia simile, se si ha confidenza con l’universo narrativo del papà di Hap Collins e Leonard Pine, nonché autore di romanzi e racconti che hanno saputo così spaziare da un genere all’altro da finire col costituire, per Lansdale, un genere tutto suo. Il genere Lansdale, appunto.

Abbandonata dal padre, che un bel giorno esce a comprare le classiche sigarette e classicamente non fa più ritorno, la vita di Dorothy necessita di dare risposta a quell’unica domanda: dov’è finito papà? Mentre si barcamena lavorando in un locale dove il servizio ai tavoli si effettua su pattini a rotelle, e nel frattempo offre a modo suo lezioni di bonton al cognato manesco, nella roulotte di famiglia in cui abita con madre e fratellino mette radici dall’oggi al domani tal zio Elbert. Ma chi diamine è costui? Zio di chi, di cosa? Quale esatto grado di parentela lega lo strambo quanto affascinante nuovo ospite al passato di Dorothy – e al passato del padre?

Come la sua omonima nel Mago di Oz, alla nostra tocca sciogliere alcuni nodi non facili e per potervi riuscire deve affrontare un viaggio in cui sarà proprio zio Elbert l’uomo di latta che accompagnerà questa singolare eroina verso la propria catarsi. Una catarsi nella quale i pattini, che temeva di appendere al chiodo, c’entreranno poi un bel po’. Ma rivelare quanto c’entrino equivarrebbe a raccontare troppo e se c’è qualcosa che il buon vecchio Joe sa fare davvero bene, beh, quella è di sicuro raccontare buone storie. Perciò lasciamolo a lui un compito tanto arduo. A noi, in compenso, spetta il privilegio dello stupore.

http://www.einaudi.it

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Il ritorno del Magister

2 Agosto 2017

Valerio Evangelisti, Eymerich risorge, Mondadori, pp. 280, €20 stampa €9,99 ebook.

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

“Conan Doyle voleva liberarsi di Sherlock Holmes perché lo detestava. Io non provo alcun disagio verso il “mio” Nicolas Eymerich. Ho sentito la necessità di chiudere il ciclo di romanzi che lo riguardava perché mi è sembrato il momento giusto per farlo. (…) Non vedo dunque futuri possibili, per Eymerich, se non multimediali.”

Confesso, Magister, che con simili premesse l’uscita di un romanzo intitolato Eymerich risorge mi ha non poco preoccupato. L’estratto che apre questa immodesta recensione proviene appunto da un passato che vi voleva morto e sepolto, Magister. Con gloria, d’accordo, in maniera epica, ci mancherebbe altro, ma quando il sottoscritto e il vostro papà letterario, messer Valerio Evangelisti, si erano confrontati sull’argomento per un’intervista uscita sul numero 89 di PULP Libri (Gennaio-Febbraio 2011), il verdetto era stato emesso: sulle gesta dell’Inquisitore Generale del Regno d’Aragona calava il sipario, nulla lasciava allora intendere che le luci si sarebbero riaccese. Col passare del tempo, poi, voci di corridoio, mezze dichiarazioni iniziano pian piano a circolare, soprattutto in rete, esaltando non poco gli entusiasmi dei moltissimi seguaci su cui il personaggio s’è imposto. Ebbene, Magister, tutte le preoccupazioni che questa nuova uscita hanno preso d’assalto non di meno la mia memoria di lettore, e la mia coscienza critica, sono vivaddio cadute una pagina dopo l’altra, fino alla fine di un’avventura che, innanzitutto, diverte ed appassiona nella misura in cui ci si aspetta, e si pretende, che avvenga.

Non temete dunque, oh discepoli, d’imbattervi in operazioni ruffiane e di cassetta, in resurrezioni tirate per i capelli – sebbene, a dire il vero, una resurrezione c’è, perfino duplice, ma raccontarla in questo ambito significherebbe privare chi legge del gusto e del piacere di arrivarci. Insomma: il destino tracciato in Rex Tremendae Maiestatis rimane quello deciso, questo nuovo capitolo inizia nell’arco di tempo che intercorre tra la fine della storia precedente e il momento, già scritto, della morte del personaggio. Che, evidentemente, e nonostante la camminata che con l’avanzare degli anni s’è fatta via via incespicante, di star fermo non è proprio capace.

Corre l’Anno Domini 1374 e incaricato da papa Gregorio XI, precettato presso il ricovero dove credeva di restare in meditazione e studio dall’eterno compagno di ventura padre Corona, Nicolas Eymerich deve mettersi sulle tracce di un controverso figuro, un consigliere del re d’Aragona, un essere che parrebbe in grado di cambiare corpo a piacimento e di lasciare lungo la sua scia incendi e disperazione. L’indagine porterà Eymerich e un suo ristretto gruppo di collaboratori dalla Provenza alle Alpi piemontesi, mentre in piani temporali apparentemente esterni alla vicenda principale uno scienziato, Marcus Frullifer, resosi autore di ricerche e scoperte estremamente particolari nel campo della fisica, viene sequestrato e condotto in un osservatorio astronomico gestito dai Gesuiti, in un mondo in guerra dove potere e religione si sono fusi e vengono tenuti in pugno da due diversi papati. Un “Vangelo della Luna”, di tanto in tanto, appare tra le pagine e racconta arcane verità che danno idea d’essere imparentate sia con le fini intuizioni di Eymerich, sia con le scoperte di Frullifer. Ma cosa diamine c’entrano complicati specchi lunari in grado di concentrare e dirigere attraverso lo spazio-tempo le essenze vitali di esseri umani conservate all’interno del DNA? Cosa diamine c’entrano scoperte scientifiche strabilianti e vangeli provenienti da un futuro possibile con quanto accade nel Medioevo? Di quali strumenti potrebbe mai disporre Nicolas Eymerich per venire a capo dei misteri cui assiste?

In un’indagine mozzafiato che richiama in causa la chiesa valdese e le eresie dell’epoca, Eymerich risorge è un romanzo che attraverso la Storia con la “esse” maiuscola rilegge il presente, che si trova ovunque: dalla lotta fra classi sociali, alla disparità fra la Chiesa difesa da Eymerich – ovvero quella dei papi, dei lussi, dei privilegi, dei dazi richiesti al popolo in cambio di indulgenze – e quella più povera e vicina ai valori di San Giovanni Battista, che il pensiero valdese vorrebbe predominante. Tutto questo si rispecchia nel futuro descritto intorno alla parallela vicenda di Marcus Frullifer, ma ci ricorda al contempo, e costantemente, che tutto sommato anche nel nostro mondo odierno ci sono due papi, forse perfino tre se ci vogliamo aggiungere il Califfato, e che una possibilità per uscirne vivi, almeno una, forse c’è. Perché risorgere si può soltanto nei libri. Per ora.

https://www.librimondadori.it/

 

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