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In memoria di Luigi Bernardi

introduce GIANLUCA MERCADANTE

Da dove si comincia a parlare di Luigi Bernardi? Forse dal fatto che solo in Italia un personaggio tanto eclettico e poliedrico, a cinque anni dalla tragica scomparsa avvenuta il 18 Ottobre del 2013, necessiti di un’introduzione che si faccia carico di spiegare a chi ancora non lo conoscesse chi è stato e cos’ha realizzato.

In Italia chi fa tanto, fa troppo. E se per caso quel troppo ha a che spartire con l’universo della cultura, addio: il rischio che nessuno sappia chi è, o lo sappiano in pochi, è praticamente assicurato.

Luigi Bernardi, nella fattispecie, è stato editore, scrittore, saggista, sceneggiatore, traduttore e critico fumettistico. Ha vissuto e lavorato quasi tutta la vita a Bologna, escludendo una breve parentesi nel capoluogo lombardo, dove aveva sede una delle tante realtà editoriali che ha creato, o con cui ha intrapreso una collaborazione interna tale da sfiorare l’attivismo. Innumerevoli sono infatti i talenti che Bernardi ha scoperto, o comunque invitato e accompagnato nell’impervio mercato editoriale italiano: artisti del calibro di Altan, Renzo Calegari, Lorenzo Mattotti, Attilio Micheluzzi e Ivo Milazzo, tanto per citare illustratori e fumettisti ormai celebri, se non di culto, che hanno felicemente abitato le pagine di pubblicazioni ancor oggi compiante dagli amanti della narrativa disegnata, come Orient Express.

Per non parlare, in ambito narrativo, di Pino Cacucci, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Stefano Massaron, Giancarlo Narciso, Alda Teodorani, Nicoletta Vallorani: una misera parte degli autori sfornati a getto continuo sotto il glorioso marchio Granata Press, coraggiosissima casa editrice da lui fondata nel 1989 con Luca Boschi e Roberto Ghiddi. Esperienza poi proseguita per DeriveApprodi, Einaudi, Hobby&Work e Perdisa, con la creazione di collane noir nelle quali riconfermare firme già conosciute e, perché no?, scoprirne di nuove.

Fu proprio la fucina di DeriveApprodi a permettere all’autore dell’articolo che segue di affacciarsi dagli scaffali delle librerie: Franco Limardi, che esordisce nel 2001 col romanzo L’età dell’acqua, ha avuto con Luigi Bernardi il rapporto che si stabilisce con un mentore, con un maestro; non con un editor, figura professionale che, per farla breve, ha sostanzialmente il compito di mettere le mani su un testo inedito e raddrizzare ove necessario il tiro della prosa. Nossignori, in questo caso c’è stato qualcosa di molto diverso, e lo capirete leggendo le parole con le quali Limardi, su nostra richiesta, ha voluto commemorare l’uomo Bernardi, la persona che sta dietro il nome e la professione che ha svolto per tanti anni, prima di abbandonare l’editoria nel 2011 e immergersi a pieno regime nella stesura di romanzi, testi teatrali, sceneggiature per fumetti. In modo altrettanto puro.

Nell’intenzione di ricordarlo qui, su una rivista che ha spesso ospitato recensioni e interviste dedicate ad autori scoperti da Bernardi, quando non si discuteva direttamente di lui stesso, ci è parso poco rispettoso limitarci ad elencarne, magari con toni lacrimevoli, gli infiniti lavori, collaborazioni e quant’altro. Ricorrere alle didascalie è sempre inopportuno, del resto oggigiorno è sufficiente inserire nome e cognome su un motore di ricerca – e se qualcuno volesse scoprire per filo e per segno cos’ha combinato tizio, avrà senz’altro di che soddisfare ogni curiosità in merito.

Ma qualora cercaste una testimonianza più vicina al cuore di chi legge e ama ciò che legge, è il caso di dare un’occhiata a quanto segue. È il caso di compartecipare all’esibizione di un ricordo vivido, struggente, più che mai meritato, inedito, a tratti intimo, raccontato con grande sensibilità da uno scrittore, da uno che sa pescare dal gorgo delle proprie sensazioni le parole giuste per nominarle una a una. Da uno che si trovava abbastanza vicino, e al contempo abbastanza lontano, da essersi fatto un’idea di chi fosse Bernardi Luigi, prima di comprendere (anche sulla propria pelle) cosa l’abbia reso Luigi Bernardi.

Luigi Bernardi

ricorda FRANCO LIMARDI

Quella menzione speciale della giuria del Calvino avrebbe potuto passare inosservata; il mio romanzo avrebbe potuto rimanere semplicemente un dattiloscritto, se non lo avesse letto un direttore di collana abituato a dare credito anche agli sconosciuti, abituato a rischiare pubblicando quello che gli piaceva, quello in cui credeva, che fosse il primo manga ad arrivare in Italia o il romanzo di un signor nessuno come me. Me la ricordo la sua telefonata, inattesa, improvvisa, quella in cui mi diceva, appena dopo essersi presentato, che voleva pubblicare il mio libro. Credo che Luigi Bernardi si sia divertito quella volta, ascoltando il mio stupore, il mio entusiasmo, le mie risposte tra l’imbarazzato e l’impacciato.

Anche di persona, anzi, ancora di più che per telefono, non era facile parlare con Bernardi, bisognava affrontare la sua faccia seria, severa, una faccia che sembrava costantemente solcata da onde suscitate dallo sdegno, dall’intolleranza per le sciocchezze, per la banalità.

Non era facile parlare con Bernardi perché era un uomo che dava peso, importanza alle parole così come ai silenzi; come un musicista rispettava le pause, perché anche le pause hanno significato, perché anche le pause, i silenzi sono musica o possono essere parole.

Parlare con lui ti costringeva all’esercizio della scelta, all’eliminazione del superfluo, del chiacchiericcio vacuo; ti spingeva al rigore, a esaminare te stesso, a pesare quello che avevi da dire, da scrivere, per distillarlo e ripulirlo dalle scorie. Non t’insegnava nulla, almeno non direttamente, ma quello che diceva ti rimaneva in mente, tanto che mi sembra di sentirlo ancora il suo rimprovero sulla mia logorrea narrativa.

Scherzava anche Bernardi, improvvisamente, inaspettatamente e riusciva a spiazzarti anche in quei momenti, perché fino a quell’istante non ti saresti aspettato che il suo volto fosse attraversato da una risata, dal lampo ironico che accendeva i suoi occhi.

Mi è capitato anche di vederlo sorridere con uno sguardo che si era fatto sorprendentemente tenero, quella volta che si mise a parlare di gatti con mia figlia bambina, mentre le raccontava di Fabrizio, il gatto suo amico/coinquilino, chiamato così in onore di Stendhal.

L’ultima volta che ci siamo incontrati fu a Roma, agli inizi di un’estate afosa.

Bernardi era ospite di un festival sull’Isola Tiberina, presentava il suo romanzo Crepe.

Io partii apposta per incontrarlo, era un po’ che non ci vedevamo e mi ricordo questa passeggiata sul lungotevere, fino al ponte Cestio, questo percorso che scendeva lungo i muraglioni dell’argine fino alle banchine occupate da stand, vicine al fiume opaco, là dove il profilo della banchina sembra la prua di una nave, pronta a raggiungere il Ponte Rotto poco distante. Bernardi lo trovai lì, «sulla tolda» di quella nave di cemento che fissava curioso la gente che percorreva in fretta lo spazio assolato in cerca di ombra. La presentazione del suo libro avrebbe dovuto iniziare dopo qualche minuto, ma Bernardi attese pazientemente, come gli era stato chiesto, che si riunissero un po’ di spettatori disposti a sedersi sotto il sole per sentir parlare di un libro che raccontava di faccende lontane, come la costruzione della stazione dell’Alta Velocità di Bologna, dei macchinari che scavavano il sottosuolo e di una storia futura in cui crepe sempre più larghe, sempre più profonde, si sarebbero disegnate sui muri delle case della città.

Non ne vennero tanti di spettatori, e la luce riflessa dai lastroni delle banchine distraeva da quella storia fatta invece di gallerie, buio, e crepe dell’animo.

Sul viso di Bernardi comparve solo un sorriso stanco e un po’ amaro, mentre rispondeva alle domande del presentatore, firmò un paio di copie, ascoltò paziente le domande incalzanti di un tipo che gli chiedeva se anche lui fosse convinto della fine del fumetto d’autore. Quell’espressione lo accompagnò per tutta la durata del nostro incontro e mi rimase impressa, mi seguì mentre ripercorrevo il lungotevere per tornarmene indietro.

Durante l’estate, nel tempo trascorso sulle pagine di un social network, cominciai a leggere gli strani post di Luigi. Lui, di solito parco d’interventi e parole, condivideva foto di luoghi lontani, di città americane, accompagnate da brevi commenti misteriosi e difficili da comprendere. «Ancora una volta mi hai stupito» pensavo, considerando che mai avrei pensato a Luigi in viaggio negli Stati Uniti, in posti come Las Vegas o le Bahamas. Poi quei post cessarono, la sua presenza sul network tornò ad essere rarefatta, ma intanto cominciai a chiedermi sempre più spesso cosa facesse, se avesse già ripreso a scrivere dopo Crepe o fosse in giro per l’Italia a parlare di quel suo libro. Alla fine mi decisi a chiamarlo, a fargli quella domanda così semplice, naturale, «Come stai?». La sua risposta mi versò del ghiaccio dentro; mi raccontò, semplicemente, senza indugiare in particolari, di quell’ospite inatteso e tremendo che si era manifestato poco dopo il nostro incontro. Mi accorsi di non riuscire a trovare le parole, mi ritrovai a balbettare frasi che mi sembravano tutte stupide, inadatte, piene di una fastidiosa e inutile curiosità, mentre Luigi con calma, con un tono di voce non diverso dal solito, mi rispondeva pacato, quasi con distacco, come se parlasse di qualcosa altro da lui.

Seppi della sua lotta dalle mail che ci scambiammo e le sue erano sempre parole misurate, anche quando la sua situazione peggiorò fino al punto di impedirgli di lavorare, fino alla sua sconfitta.

Ecco, di Luigi Bernardi continuo a conservare il ricordo di un uomo, di uno scrittore, che mostrò sempre rigore e coerenza, serietà e dignità; del suo sguardo sulla realtà così privo di retorica eppure così umano, il ricordo della sua scrittura asciutta e rigorosa, della sua coerenza.

Franco Limardi è nato a Roma. È laureato in Filosofia. Per alcuni anni ha fatto parte della redazione della rivista Cinema Sessanta. Ha svolto l’attività di sceneggiatore e ha fatto parte dell’ANAC. Tra i suoi romanzi, L’età dell’acqua (Deriveapprodi, 2001), Anche una sola lacrima (Marsilio, 2005), Lungo la stessa strada (Perdisapop, 2007), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio, 2009), Il bacio del brigante (Mondadori, 2013, vincitore del Premio Letterario Chianti Narrativa edizione 2014/2015), La porta del buio (Leone Editore, 2018).

C’è anche un’associazione che si è dedicata a conservare la memoria di Luigi Bernardi.

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Sperimentare l’inquietudine

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate, TerraRossa Edizioni, pp. 234, € 15 stampa

recensice GIANLUCA MERCADANTE

Sperimentare non è più da questo mondo. Oggi è necessario semplificare il linguaggio, appiattire i contenuti. Se perfino i registi cinematografici prestano la dovuta attenzione nel comporre inquadrature che andranno guardate su telefonini e tablet, perché tanto nelle sale non ci va più nessuno, figuriamoci quanto si tenda ad amalgamare la narrativa quando da anni il mondo editoriale lamenta una sentita crisi di lettori. Il pubblico superstite si accontenta dunque di quel che racimola, o ripara nei grandi classici, mentre quello ipoteticamente nuovo viene nutrito con della roba che sembra tagliata e incollata da Whatsapp. O poco ci manca.

Be’, non temete: di sperimentatori ce ne sono ancora in circolazione, bisogna solo sforzarsi di setacciare le offerte appena oltre la linea di fuoco delle major editoriali per trovarne alcuni. Uno di loro si chiama Cristò. E meriterebbe una frase epica per venire consegnato a un grande pubblico che ha bisogno di conoscerne e apprezzarne le pagine, o almeno una parafrasi, che so, qualcosa tipo: «Ho visto il futuro della narrativa italiana. Quel futuro si chiama Cristò».

Dopo La Carne (Intermezzi Ed.), romanzo dall’intelaiatura e dallo stile letterario difficilmente superabili, e dopo aver in fin dei conti scritto sempre romanzi brevi, con Restiamo così quando ve ne andate l’autore si cimenta finalmente sulla misura lunga, sebbene crei a bella posta un microcosmo e chiuda lì la narrazione, come potesse controllarne meglio lo scorrere degli eventi. Che a loro volta si dipanano grazie a un ingranaggio ulteriore, e questo lo rivela molto chiaramente la struttura del romanzo, divisa in tre sezioni da dieci giorni, dieci ore e dieci mesi.

Francesco, il protagonista, ha quarant’anni e lavora in un supermercato da cui presto si licenzierà, oppresso dalla prematura morte dell’amico (nonché collega) Donatello, che sognava di fare lo scrittore. Anche Francesco coltiva l’ambizione di diventare musicista per professione, la realtà lavorativa lo soffoca e gli sottrae tempo da dedicare alla musica, alla composizione di un’opera sua.

La musica è pure il collante fra lui e Monica, musicista a sua volta, con cui Francesco ha intrapreso una relazione piena di strappi, che non si decide a consolidare. Ed è forse in mezzo a uno di questi strappi che Francesco intravede la figura della giovane ragazza indiana Fatima, che insieme alla famiglia abita dirimpetto. Il muro della sua cameretta confina con la camera-studio di Francesco e quando lui e Monica suonano, o discutono, o fanno l’amore, Fatima batte qualche colpetto contro la parete, che di volta in volta assume sensi e pesi diversi.

Tutto questo viene osservato (e mosso) da qualcosa o qualcuno che si trova al contempo dentro e fuori dalla linea narrativa. Intanto che la narrazione procede attraverso la voce di Francesco, un’altra voce, più corale, s’insinua fra le righe, commenta, cogita, dialoga con sé stessa, e poi scompare. Per noi possono essere fantasmi, emanazioni energetiche rimaste in circolo. O l’amico Donatello, perché no?

Perché no, ecco perché. Perché questo romanzo l’ha scritto Cristò e sarebbe stato troppo banale per lui riempire un appartamento di spettri e scadere nell’ovvio. Ma credeteci: dopo essere arrivati alla fine di questo viaggio struggente, a tratti lisergico, e a suo modo dolcissimo, non riuscirete mai più a guardare le stanze di casa vostra con gli stessi occhi. Né a considerare casa vostra stessa come, appunto, vostra.

E la sottile ma persistente inquietudine che ne deriverà, la riterrete il miglior ricordo che la lettura di questo romanzo poteva lasciarvi addosso. Anzi: attorno.

https://www.terrarossaedizioni.it/

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Quando le botte fan bene

Paolo Zardi, Tutto male finché dura, Feltrinelli, pp. 174, €15 stampa, €9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Com’è che si dice a Roma? Quanno ce vo’, ce vo’: Paolo Zardi se lo merita proprio, di venire sdoganato in libreria con una distribuzione capillare e un gruppo editoriale alle spalle capace di valorizzarne l’indiscutibile talento. Apprezzatissimo nella misura breve (le sue raccolte di racconti, Antropometria e Il giorno che diventammo umani, sono due piccoli capolavori), è stato finalista al Premio Strega 2015 col romanzo XXI Secolo (Neo Ed.), portando per altro all’attenzione dei media il mondo della piccola editoria e tutto l’impegno profuso nel promuoverne titoli e autori.

Perché è da lì che Zardi proviene, da un sottobosco editoriale che per primo ha creduto in ciò che questo autore aveva da dire – e adesso potranno accorgersene in tanti, con questo sorprendente Tutto male finchè dura. Sorprendente, sì, in quanto diverso dal solito Zardi, uno scrittore in grado di realizzare un racconto in una sola pagina e farti chiudere il libro finché non ti sei ripreso dalla botta pazzesca che quell’unica pagina ti ha sferrato sul grugno. Qui lo ritroviamo a sfoderare una vena a tratti quasi comica, che accompagna il protagonista privo di nome nella sua rocambolesca farsa esistenziale.

Abbiamo a che fare con un truffatore parecchio sfigato, che cambia identità come cambia mutande, finché non compie un passo falso e viene arrestato. Uscito di galera, è un uomo senza più nulla. Ha perso lo studio odontoiatrico abusivo dove cavava denti a una clientela di poveracci, pur non essendo dentista (e, fin qui, vivaddio che l’abbia perso!), ma soprattutto ha smarrito l’affetto delle sue due figlie, Elisa e Lucia, la prima di sedici anni e la seconda quasi di nove. Per non parlare della fiducia di Marta, l’ex moglie, che tuttavia lo riaccoglie in casa, incapace di sbattergli la porta in faccia e sperando, in cuor suo, che possa ricucire una specie di rapporto con le bambine.

Ci riuscirà, il nostro? Insomma. La sua massima ambizione, nel momento in essere, sarebbe in realtà ereditare una grossa somma alla morte del padre, che non vede né sente da anni, anche perché un paio di energumeni che gli stanno alle calcagna gli hanno nel frattempo rammentato un certo debituccio contratto con l’usuraio che li ha sguinzagliati sulle sue tracce. In sintesi, o si procura settantamila euro in pochi giorni, o dovrà rinunciare agli attributi. Non sono di certo le basi migliori per ricompattare l’armonia famigliare.

Il nostro eroe (si fa per dire) sbarca il lunario facendo il picchiatore per conto di un gentleman conosciuto in carcere, lavoretti da poco che gli fruttano altrettanto; però fa presto a rendersi conto che, per quante persone possa malmenare nel corso di un’intera giornata lavorativa (concetto che nella fattispecie non esiste nemmeno), mettere insieme la somma dovuta all’usuraio per salvarsi le cosiddette non è mica una passeggiata di salute. A meno che non capiti il colpo grosso.

Verrebbe voglia in numerosi punti del romanzo di provvedere personalmente alla rimozione dell’apparato riproduttivo del protagonista, tanto è lo squallore del suo pensiero, tanto è subdolo il suo agire. Soltanto l’ironia con cui lo tratteggia Zardi lo esonera dal risultare di un’antipatia senza confini. Eppure è lui il personaggio ideale per rappresentare l’epoca caotica che stiamo attraversando, dove nulla è reale e tutto sembra, se non a portata di mano, almeno a portata di click. È nei vizi privati e nelle ben rare pubbliche virtù della nostra società che la lente d’ingrandimento di Zardi va a soffermarsi, talvolta di striscio, talvolta in maniera più palese, quasi gridata.

Fino a un finale che lascia stupefatti, e increduli, e di nuovo sotto l’effetto di una tremenda botta. Quella botta che solo Zardi sa affibiare. E se riesce a far bene perfino a un protagonista così, che di fatto riscatta totalmente, figuriamoci quanto bene può fare a noi. A noi che leggiamo. A noi che in quella società ci viviamo.

A noi che quella società siamo

http://www.feltrinelli.it

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Primavera sul Lago di Como

Andrea Vitali, Nome d’arte Doris Brilli, Garzanti, pp. 260, €18,60 stampa €5,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Pura energia. Pura vitalità si potrebbe anche dire, se ciò inevitabilmente non sembrasse un pessimo gioco di parole fra un termine del vocabolario e i dati anagrafici dell’autore di questo e altri romanzi, tutti contraddistinti dallo stesso sapore. Ciò che dalla pagina di Andrea Vitali traspare, qualunque trama racconti, è un misto fra umorismo e sagacia, fra rappresentazione di un microcosmo e capacità di toccare corde e temi dal respiro molto ampio. Il tutto servito poi con un tocco personale e inimitabile, tanto da renderne l’autore riconoscibile dalle prime righe. O da righe a caso. Tu le leggi e dici: Vitali. Il che rende ben meritata la gita nelle storie che la sua voce narra.

In Nome d’arte Doris Brilli ritroviamo una vecchia conoscenza, il maresciallo Ernesto Maccadò, già protagonista di altri romanzi di Vitali (Olive comprese e La signorina Tecla Manzi, tanto per citarne un paio a caso), qui ripreso quand’è stato trasferito, fresco di nomina, dal profondo Mezzogiorno a quel di Bellano, sul Lago di Como.

Il nefasto clima invernale lascia spazio ai primi vagiti della primavera, nell’appena cominciato Maggio del 1928. I cieli tersi e le temperature più gentili portano a spalancare le finestre e rimettono il sorriso nel posto che deve occupare sul volto della moglie Maristella. Insomma, Maccadò si trova in uno stato relativamente sereno quando i colleghi di Porta Ticinese a Milano, fermate due persone per schiamazzi notturni, un uomo e una donna, decidono di riportare a Bellano la seconda, poiché sua terra di origine. E affidano a lui il compito di ricondurre in famiglia Desolina Berilli, in arte Doris Brilli, cantante e ballerina da anni lontana da quei luoghi, e da altrettanto tempo in rotta coi genitori.

I lettori di Vitali conoscono la solfa: le sue storie si distinguono per l’uso di un linguaggio fresco e al contempo colto, che si rende portavoce di termini desueti in grado di evocare e rappresentare linguisticamente epoche trascorse. Di certo non sono trame, quelle di Viali, nelle quali omicidi e intricati misteri da cardiopalma la fanno da padrone. È per tanto lampante che un maresciallo dell’Arma dei Carabinieri in contesti simili sia causa e pretesto per raccontare tutt’altro. Questo romanzo in particolare porta a riflettere su quanto a volte la leggerezza intelligente di un autore permetta di affrontare temi delicati e profondamente attuali con grande rispetto, capacità di osservazione e senza alcun pregiudizio.

Pensiamoci un momento: quante volte nei salottini televisivi, dai più trash ai più seriosi, l’amore omosessuale divide ancora le platee? Quanto pregiudizio, per l’appunto, serpeggia a tutt’oggi nel Belpaese a proposito di unioni civili fra persone dello stesso sesso? Quanta mediocrità viene a bella posta data in pasto all’opinione pubblica affinchè l’argormento venga strumentalizzato, e non analizzato, discusso, confrontato? Quanto si coltiva l’ignoranza e quanto si trascura la conoscenza? Beh, scusate se è poco: Vitali sposta tutto questo e lo colloca nell’Italia degli anni Venti, raccontando di un amore fra donne che compone un’immagine di una purezza sconvolgente.

Quella sì che ha ragione d’essere – e, giustamente, di sconvolgere: la purezza. Che illumina il pressapochismo, che inonda di luce gli sguardi bassi, che disapprova il disappunto, che si apre di fronte alla chiusura – ma non per questo cede il passo allo smarrimento, al senso di sconfitta. Al rifiutare quell’amore che, come diceva qualcuno, non si deve pronunciare.

In un periodo così confuso e caotico, dove i diritti umani vengono messi in quarantena peggio dei virus, libri del genere assomigliano alla primavera che Maccadò respira finalmente a Bellano: una ventata d’aria fresca, anche perché non si pongono su nessun piedistallo, non dettano legge, né millantano teorie. Si prendono però il non facile onere di intrattenere in modo onesto il lettore, tanto da strappargli perfino non pochi sorrisi. Ecco perché vale la gita farsi un giro dalle parti di Bellano, quando la guida al tuo fianco si chiama Andrea Vitali.

Perché come vada vada, hai sempre la netta impressione che ne sia valsa la pena.

https://www.garzanti.it

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Tempo di grandi pulizie

Enrico Pandiani, Polvere, DeA Planeta, pp. 432, € 16 stampa € 8,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

C’è polvere ovunque in questa storia. C’è polvere su Torino, dov’è ambientata, e ce n’è sulle strade di una Nigeria che pure intravediamo. C’è polvere sulla scena di un omicidio dai punti interrogativi ancora aperti, nelle stanze disabitate di un appartamento che da mesi custodisce tracce di una pista non del tutto fredda, ma impolverata anche quella. C’è polvere nella vita di Pietro Clostermann, nel suo passato quanto nel suo improbabile presente da investigatore privato, ruolo che gli sta stretto. Ciò non gli impedisce di accettare l’incarico di una madre addolorata, che chiede venga fatta luce sull’omicidio della propria figlia, rapita e uccisa con modalità da esecuzione sette mesi or sono. Che colpe stava pagando, nell’attimo in cui la pallottola fatale ha posto fine alla sua esistenza apparentemente priva di macchie, priva di polvere?

Pandiani mette in scena un giallo dalla prosa più intimista rispetto a chi lo ha letto soltanto nella fortunata saga Les Italiens (della quale abbiamo già recensito almeno una puntata), che l’anno prossimo dovrebbe diventare una serie tv co-prodotta da Italia e Francia. Nel frattempo pare che la casa editrice Rizzoli abbia ritirato dal mercato i primi titoli, pubblicati da Instar Libri, per un rilancio in grande dell’intera saga nell’imminenza della messa in onda televisiva.

È proprio il diverso ritmo della parola a conquistare il lettore, che volentieri si lascia prendere per mano e viene accompagnato passo dopo passo nella storia senza fretta, come quand’è ora di fare le grandi pulizie e ci si prende il tempo che bisogna prendersi. I personaggi che abitano le oltre quattrocento pagine di Polvere ne sanno qualcosa, oh sì. Tutti ricoperti da quintali di polvere, che impediscono loro sia di mostrarsi al mondo per ciò che realmente sono, sia di fare chiarezza dentro se stessi. Nessuna paura: ci pensa Pandiani a dare la rassettata decisiva.

Di tutta l’intricata vicenda che il romanzo via via costruisce nel corso di una narrazione sì calibrata al millimetro, ma non per questo priva di grande tensione e serratissimi colpi di scena, resta indimenticabile il personaggio femminile di Tundra, sorella della donna uccisa. La scelta del nome, per quanto inusuale possa suonare, è perfettamente calzante: Tundra è un mistero fitto, colmo di zone grigie, di buchi neri. Incontra Clostermann davanti alla tomba della scomparsa e da quel momento le strade di lui e di lei inizieranno a viaggiare prima parallele, poi sempre più sovrapposte, man mano che le difese crollano, man mano che il passato riemerge per fare i conti con un presente provvisorio e periferico, man mano che la polvere vien via.

E resterà impressa nell’immaginazione di chi legge anche la città di Torino, location non troppo gettonata in narrativa a dispetto dell’indiscusso fascino imperiale che il capoluogo piemontese (nonché città natia dell’autore) emana a prescindere. La Torino di Pandiani è una Torino nascosta, gli itinerari che i personaggi vi percorrono all’interno non posseggono caratteristiche di genere turistico e ciò che vi vanno cercando non è la gita culturale alla ricerca delle bellezze perdute, o visite guidate al Museo del Cinema, o a quello Egizio.

Facciate deteriorate di vecchi condomini dalle stanche architetture, vicoli che restano tenebrosi col sole allo zenit, incerte periferie si prestano da sfondo allo srotolarsi impietoso della trama, per affondare infine lo sguardo nel mondo della malavita, della prostituzione, e raccontarne le scellerate miserie col distacco di chi non nutre pregiudizi, ma prova a offrire una verità. Una possibile verità, almeno.

A questo punto che dire d’altro? Di un giallo, soprattutto se è un buon giallo, meglio svelare il meno possibile, sennò che gusto rimane a leggerlo? Armatevi dunque di spugnette, di guanti, di grembiulini o di tute da lavoro grezzo e iniziate a togliere la polvere, orsù. Non illudetevi tuttavia neppure per un solo istante che possiate chiudere questo libro puliti, però.

Che di polvere addosso, cari miei, ne abbiamo tutti un bel po’.

http://www.deaplanetalibri.it

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Altri (O)nori

20 aprile 2018

Paolo Onori, Fare pochissimo, Marcos y Marcos, pp. 222, € 16,00 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Quando leggere un romanzo diventa un’esperienza musicale, quando il ritmo delle frasi è tanto percussivo da ricordare una partitura, allora quel libro l’ha scritto Paolo Nori. Con o senza una “O” ad anticiparne l’ormai noto cognome.

Che poi, ammettiamolo: per quanto possa utilizzare uno pseudonimo, nella fattispecie candidamente scoperto e divertito, la pagina di Nori la riconosci. Ci fai l’orecchio. Può piacere e non piacere, d’accordo. Se ne possono tessere le lodi o massacrarla senza pietà, ma la sostanza resta: due righe e hai capito, immediatamente, con chi hai a che fare.

Si chiama stile. E con lo stile funziona così: o ce l’hai o non ce l’hai. Nori ce l’ha, fine dei discorsi.

Marco Pietramellara, protagonista e voce narrante di Fare pochissimo, è un giornalista che lavora nella redazione di Emilia Today, “il vostro quotidiano preferito”, e aspetta una chiamata che non arriva. Aspetta la chiamata di Nilde. I due hanno litigato, si sono forse perfino lasciati, e il tempo scorre lentissimo. Finché una chiamata giunge sospirata al destinatario, sì, peccato che di Nilde non si tratti affatto. Marco riceve una singolare telefonata, singolare quanto meno perché la persona che lo sta contattando si trova seduta alla scrivania di fronte. E chiariamoci: fra lui e la collega chiamante, tal Enrica Spadoni in Coltellini, non sussistono né relazioni adulterine, né frequentazioni amichevoli, nossignori. Eppure, quella stessa mattina, è lei a poggiargli sulla scrivania le chiavi di casa. Le aveva a quanto pare dimenticate la sera precedente in ufficio, ma si era dimenticato anche di averle dimenticate, tant’è che proprio quel mazzo di chiavi aveva poc’anzi costretto Pietramellara a chiederne la copia alla ex.

Cosa sta succedendo? Cosa c’è dietro questo inatteso cambio di ruoli, che trascinerà il nostro all’interno di una convulsa girandola di piccoli accadimenti, piccoli accadimenti che però, come tanti giri di vite, spingono sempre più verso il fondo l’esistenza di Marco, trasformando la sua vita in una sorta di rocambolesco noir.

Fra articoli di giornale dalle fonti non necessariamente autorevoli e una galleria di situazioni e personaggi serratissima e grottesca, con la risata pronta a sgorgare da un paragrafo all’altro, per poi zittirsi di fronte a un’affermazione terrificante, a un passaggio stupefacente, ai fuochi d’artificio che l’estro linguistico dell’autore fa continuamente crepitare nelle pagine di questo finto romanzo d’esordio di Paolo Onori, la storia si dipana passo passo e inibisce nel lettore che vi s’imbatte la capacità di rallentare la corsa all’ultima riga, dove finalmente tutto si risolverà.

Ma prima d’allora, sappiatelo: Fare pochissimo va letto d’un fiato – e la brevità dei molti capitoli che lo compongono vi aiuterà a credere di averci messo pure poco. In realtà quello che succede è ben altro. Perché?…

…perché se leggere un romanzo diventa un’esperienza musicale, se il ritmo delle frasi è tanto percussivo da ricordare una partitura, allora quel libro, chiunque l’abbia scritto, che sia un genuino esordio o un palese fake, vi caccerà nella testa una specie di bug. E vi ritroverete in men che non si dica a rifletterci, eccome. Riprenderete qualche capitolo, rivedrete alcuni passi che magari vi siete persi per strada, o non avete focalizzato a dovere durante la lettura.

Ed è lì che inizierete a leggerlo – e a capirlo – davvero. Solo una volta che il suono della scrittura di Nori vi sarà entrato nel sangue.

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Morozzi quanto basta

18 APRILE 2018

Gianluca Morozzi, Gli Annientatori, Tea, pp. 196, € 13,00 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Gli editori che ne hanno finora dato alle stampe l’ampia produzione libresca, negli strilli impressi su svariate copertine, tendono a ricordare al pubblico dei lettori che Gianluca Morozzi è l’autore di Blackout. Niente da dire, un ottimo romanzo, campione di vendite, diventato poi film sul mercato americano, caso rarissimo nella scena editoriale del Belpaese. Se dunque lo strillo si chiama strillo per qualche sacrosanto motivo, è giusto strillarle certe cose, ci mancherebbe.

Ma Morozzi è pure autore di L’era del porco, Colui che gli Dei vogliono distruggere, romanzi originalissimi ed esilaranti, scritti con la stessa scanzonata felicità narrativa che ritroviamo in pamphlet come L’Emilia o la dura legge della musica e in raccolte di racconti quali Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte.

Ed è palese, di romanzo in romanzo, quanto il gusto letterario di Morozzi, nonché la sua innata destrezza nell’interpretare generi contrapposti fra loro – principalmente l’umorismo tout-court e il noir – abbiano finito col compenetrarsi. Il risultato della fusione si è andato via via cementando nell’arco degli ultimi titoli apparsi in libreria – che, tenuto conto della straripante verve creativa del nostro, non sono nemmeno pochini -, fino al completamento della fase avvenuto con Gli Annientatori. Qui c’è proprio tutto: cinismo e commedia, crudeltà e brillantezza, humor e thriller, senza dimenticare qua e là una spruzzatina di horror, Q.B. da esaltarne i sapori e che di certo non appesantisce una ricetta finale davvero equilibrata, testimone di un’impronta stilistica ormai giunta a maturazione.

È estate, siamo in una rovente Bologna dei giorni nostri e lo scrittore Giulio Maspero non solo è rimasto al verde, ma tanto per non farsi marcar nulla è stato buttato fuori casa dall’ex fidanzata. Un inaspettato colpo di fortuna investe tuttavia di una nuova luce la buia strada che temeva d’aver imboccato. Durante il rapido consumarsi di quella che ritiene la sua tragedia personale, una sera Giulio incontra casualmente in un locale tal Mauro Britos, disegnatore di fumetti caratterizzato da un tratto di estremo realismo, ideale per i fumetti d’orrore che illustra. I due si conoscono già, ma prima della sera in cui le cose per Maspero si erano messe male non si erano praticamente rivolti parola. Viene fuori che Britos è in partenza per l’Uruguay ed è in cerca di qualcuno di fidato cui chiedere se in sua assenza possa trasferirsi nell’appartamento che ha affittato e annaffiargli le piante. L’unica condizione che Britos pone a Giulio è la riservatezza. Non è il caso che si spargano strane voci, mi casa tu casa ma fatti i fatti tuoi, per dirla in sintesi.

Maspero, accecato dalla possibilità di sollevarsi almeno per un periodo dall’impiccio di trovarsi una nuova sistemazione, e colta la palla al balzo per terminare il romanzo che potrebbe rimettergli in sesto le finanze, non se lo fa ripetere. Stabilitosi però nell’appartamento del disegnatore in trasferta, oltre ad accorgersi che di piante non ne esistono tracce alcune, Giulio entra immediatamente in rapporti con gli abitanti dei restanti interni della palazzina, tutta di proprietà della sinistra famiglia Malavolta. Gente accogliente, fra parentesi, ma ai limiti dell’invadenza. Anzi: ben oltre i limiti dell’invadenza. Peccato che a Giulio la cosa inizi a puzzare troppo tardi e la trama ordita a sua insaputa abbia cominciato a snodarsi da un pezzo e adesso il gran finale non è più così lontano.

Un romanzo ibrido, che a tratti diverte grazie a una voce narrante che mantiene effervescente il generale appeal drammaturgico, mentre i colpi di scena si susseguono a centrifuga, finché il gorgo nel quale Maspero viene trascinato inghiottisce quando meno se l’aspetta anche il lettore.

Che sull’ultima, impensabile riga, ci resta di sale. E fa i complimenti allo chef.

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Di mamma ce n’è una sola – a volte basta e avanza

4 APRILE 2018

Amélie Nothomb, Colpisci il tuo cuore, tr. Isabella Mattazzi, Voland, pp. 116, € 15 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Il conflitto con la madre offre causa e pretesto affinché Amélie Nothomb, intinta la penna nella crudeltà che ha spesso esibito nella sua vasta produzione libraria, compia un altro viaggio all’interno di sé stessi e delle proprie paure. Che tanto si rivelano grandi, quanto irreparabili divengono le conseguenze da esse scaturite. Mettere al mondo una figlia capace d’incarnare la peggior paura della madre fa decisamente parte della lista delle conseguenze irreparabili.

Marie è una diciannovenne di rara beltà. Il suo aspetto fisico è tuttavia in netta contrapposizione col suo mondo interiore, il cui asse ruota attorno alla necessità viscerale e goduta di suscitare invidia e gelosia negli altri, al punto da orientare ogni scelta in base alla reazione esterna che quella scelta potrebbe comportare. Realizza un buon matrimonio con Olivier, dal quale nasce Diane, cui faranno seguito un maschietto e una femminuccia.

Una notte, agitata dalla tempesta in corso e da breve tempo mamma, Marie si solleva dal letto, raggiunge la culla di Diane e stringe al proprio petto la bambina, inondandola di un amore finora mai espresso. E mai ripetuto. Quel gesto diventa la sola traccia di amore materno che la piccola Diane riceverà nella vita. La sua colpa? Essere di una bellezza incantevole, portando di conseguenza via l’attenzione del pubblico che la madre bramava per sé – ed è per questo che non avverranno futuri slanci, non si ripeteranno simili debolezze. Tant’è che alla nascita di Célia tutto diventa chiaro. Nell’assistere alle moine con cui Marie non cessa di soffocare la neonata, l’infanzia della primogenita finisce in quell’istante, nell’istante in cui Diane comprende, molto semplicemente, che alla madre non importa del dolore che sta provando di fronte a quella scena, di fronte a quell’improvvisa consapevolezza. Ed è “come se il vuoto mordesse”.

In quale modo si può convivere – e, dunque, sopravvivere – a qualcosa di così straziante? Cresciamo con davanti l’immagine della madre in qualità di creatura incapace di odiare, di tradire, di rifiutare un figlio, quando invece si tratta di un dogma, di una legge naturale non del tutto impossibile da sovvertire. Il mondo è pieno di madri amorevoli, ma è altrettanto abitato da madri che non sanno minimamente comportarsi come ci si attende che facciano. Il libro propone un’analisi obliqua, sottocutanea del problema. La scrittura della Nothomb affonda nel cuore della questione, ovvero esegue di capitolo in capitolo l’esatto modus operandi con cui il romanzo conclude, o tenta di risolvere, il teorema di cui si fa carico.

Per convivere con una simile mancanza non basta realizzarsi in campo medico, come vedremo succedere alla nostra Diane, che fra parentesi perderà molta della bellezza ereditata da Marie nel corso dei suoi studi. D’altra parte neppure debilitata e ridotta a uno scheletro ambulante riuscirà a farsi notare dalla mamma, né forse lo desidera ancora.

Per sciogliere certi nodi bisogna colpire al cuore del problema. Senza esitazioni. Si tratta del classico sporco lavoro che qualcuno deve pur fare, ma svelare ora se qualcuno lo farà, e chi sarà a farlo, vi priverà della sorpresa, assolutamente liberatoria, di scoprirlo alla fine.

Un unico suggerimento: se non amate sottolineare, se i libri che leggete volete mantenerli quasi intonsi e guai a rovinarli in alcun modo, colpite il vostro cuore di lettori, almeno stavolta, e fate ciò che va fatto. La Nothomb scrive romanzi brevi, d’accordo, ma quanto a intensità troverete frasi, passaggi, interi paragrafi che val la pena di porre in evidenza con un po’ di grafite. Come scrivere un libro nel libro.

Hai visto mai che quel libro nel libro, a posteriori, non racconterà a voi stessi la vostra storia di figli; o di madri.

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A volte ritornano, ma tornare non basta

16 marzo 2018

Joe R. Lansdale, Bastardi in salsa rossa, tr. Luca Briasco, Einaudi, pp. 284, € 18,50 stampa, € 9,99 ebook,

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Allora, diciamolo subito, va’, così tolto il dente tolto il male: dopo il tragico epilogo di Honky Tonk Samurai, e il capolavoro western Paradise Sky (che pure non ha niente da spartire con la serie di romanzi con protagonisti Hap Collins e Leonard Pine), si percepiva parecchia attesa per l’uscita italiana di Rusty Puppy, titolo originale di Bastardi in salsa rossa, nuovo capitolo delle avventure dell’improbabile duo di detective loro malgrado, che con questo romanzo arrivano all’undicesimo episodio, nove pubblicati da Einaudi e due da Fanucci.

Hap e Leonard tornano quindi a farci ridere e riflettere, e questo fa indubbiamente piacere, certo, ma il romanzo precedente, che in qualche modo sembrava sancire la fine della loro tragicomica odissea, risultava di fatto nettamente superiore al libro che dovrebbe a tutti gli effetti testimoniarne una rinnovata continuità. Non che si pretendesse la banda ad attenderli in stazione – o meglio in libreria -, ma quel “qualcosina” in più che invece manca lo si avverte. Insomma, parliamoci chiaro: Hap si becca una coltellata mortale al termine di Honky Tonk Samurai e qui tutto riprende quasi come se nulla fosse stato. Il tempo di uscire dall’ospedale e via, oplà. Il che significa che, tolti quei due o tre capitoli iniziali, il resto diventa un normalissimo romanzo della serie, che ad essere onesti nulla aggiunge e nulla toglie. Viene perfino il sospetto esistesse già, corretto e riveduto per l’occasione.

Val sempre la pena in questi casi ricordare la lezione del grande Conan Doyle: è difficile uccidere i propri personaggi, soprattutto se ti hanno accompagnato per anni e, diversamente da ciò che provava lui per Sherlock Holmes, gli vuoi un gran bene. Perciò, visto e considerato che noi lettori di bene gliene vogliamo sul serio, a questi due guasconi, ben venga una resurrezione, nonostante la mancanza di quel certo quid, quel tanto di speciale, di eccezionale, che avrebbe dovuto accompagnarne il ritorno coi dovuti crismi.

È un donnone di colore dai modi burberi e spicci a tirare in ballo Hap, nonostante (per ragioni meramente etniche) Louise Elton preferirebbe parlare in primis col collega nero, impegnato al momento in svariate faccenduole amorose nelle quali ama cacciarsi fra un caso e l’altro. Scopo della visita della donna è fare luce sulla morte del figlio, Jamar, che a quanto pare stava cercando di mettere il sale sulla coda a dei poliziotti che insidiavano la sorella. Ma ci sono poliziotti e poliziotti, distretti e distretti. E i poliziotti del distretto nei quali Collins & Pine dovranno per forza imbattersi sono un mondo a parte. Per certa gente la legge non conta, sono loro a riscriverla, la legge, e non necessariamente nero su bianco, ma a forza di crimini insabbiati.

Fra uno spaccato sociale denso di degrado e disperazione, fotografato però con la pepata verve che ha imposto Lansdale all’attenzione di migliaia di lettori (quella sì che è rimasta intatta), e uno sguardo ai combattimenti clandestini, sia fra cani che fra persone, Lansdale alla fin fine consegna un romanzo che, al solito, si fa leggere dalla prima all’ultima pagina, anche grazie al ritmo cinematografico e a dialoghi spesso esilaranti, al limite del comico. Genere che tuttavia Lansdale non tocca né toccherà forse mai, perché a lui la risata serve suscitarla quando l’atto di far ridere il lettore si rende direttamente funzionale alla necessità di lanciare un messaggio. Che passa, e si fa chiaro, proprio per merito dell’innata, spigolosa leggerezza padroneggiata da questo autore, capace di plasmare a suo uso e consumo generi diversissimi restando fedele a se stesso e alla propria indole, umana e letteraria.

Godetevi dunque la scorpacciata di pagine che in ogni caso vi aspetta, nonostante il menu, stavolta, proponga qualche pietanza in meno. Ma quanto a spezie, beh, non mancherà di sollecitare i vostri palati.

In modo particolare per la salsa rossa, che scorre a fiumi.

 

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Quando le parole vanno oltre

18 Ottobre 2017

Ivano Porpora, Nudi come siamo stati, Marsilio, pp. 335, € 18 stampa, € 9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Rari sono quegli autori capaci d’inclinare una visione di mondo modificando scopi e significati di un’unica parola. Soprattutto se italiani. Ci è riuscito Céline, che infatti era francese. Shakespeare, che, posto sia esistito, era inglese. E ce l’ha fatta Ivano Porpora. Che è, non “era”, italiano.

Di origini mantovane, Porpora è uno scrittore impossibile da incasellare. Attivissimo su rete, insegna scrittura creativa ed è stato autore per Einaudi del romanzo d’esordio La conservazione metodica del dolore. Dopo essersi confrontato coi linguaggi della poesia e della narrazione per bambini, nonché con un libro di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria Ed.), Porpora torna con prepotenza nella narrativa tout-court col romanzo di formazione Nudi come siamo stati.

Dentro questo mattoncino di carta, che ogni lettore forte merita di ospitare nella propria libreria di casa, c’è tanto, tantissimo. Il linguaggio di Porpora fa sue importanti lezioni della letteratura classica, ma facendo poi uso di un montaggio del testo moderno e di gusto attuale penetra nella pelle dei personaggi – e dei lettori – strato su strato, fino a denudarli secondo le intenzioni ben espresse nel titolo.

È una storia d’amore e di sospetto, di apprendimento e di trasformazione, ma pure di complesse relazioni tra padre e figlio, tra passato e presente, tra uomini che vivono pienamente sensazioni che non temono d’interrogare. Oppure lo temono, moltissimo. Come la domanda che di continuo tarda ad affacciarsi sulle labbra di Severo, il protagonista. Vive con Anita e riceve brevi missive dal padre, talmente singolari e destabilizzanti nel loro dare forma a un rapporto a pezzi che fanno quasi ridere, e nel tessuto del romanzo rappresentano forse la parentesi più grottesca – e non per questo comica.

Ma il personaggio che difficilmente vi uscirà dalla testa, e che può darsi possa spingere anche voi a porvi “la” domanda della vostra vita, è Arsène, il pittore francese di fama internazionale da cui Severo si reca a prendere lezioni. Lezioni che mai una sola volta tendono a imitare il concetto accademico di “lezione”, giammai: Arsène dipinge oltre. Nessun vocabolo saprebbe spiegarlo meglio di così. Dipinge oltre. Come la scrittura di Porpora, del resto, che in questo lavoro diventa la stessa cosa: dipinge oltre, si spinge oltre, con le parole e non coi colori. Finché tutto si scompagina.

Severo scopre di avere un tumore e che fra Anita e Arsène potrebbe esserci qualcosa. E poi, proprio Arsène: perché prendere sotto la sua ala un pittore microscopico, un artista sconosciuto e che difficilmente potrà toccare certe vette? Ma intanto, mentre Severo nel coltivare e indirizzare verso “certe vette” la propria indole creativa si trova costretto a fare i conti con la morte, quando invece vorrebbe e dovrebbe farli con la vita, c’è qualcun altro che i conti con la vita li ha già messi in pari e potrebbe desiderare, in qualche perverso e poetico modo, di trovarsi al posto di Severo.

Una cosa è certa: chi si troverà al posto del lettore che ha cominciato questo libro, sarà lo stesso lettore che l’ha finito. Ma vedrà il mondo con occhi diversi da prima. Fidatevi.

Anzi, direbbe Arsène: “Lasciatevi cadere”.

http://www.marsilioeditori.it

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