Tutti gli articoli di Franco Ricciardello

Utopie e nefaste utopie

Uwe Timm, Un mondo migliore, tr. Matteo Galli, Sellerio, pp. 520, euro 15,00 stampa

di FRANCO RICCIARDIELLO

Con questo romanzo di Uwe Timm continua la breve selezione di opere pubblicate da Sellerio sulla fine del nazismo, scritte da autori tedeschi, che parlano anche dell’opposizione interna al regime, o si interrogano su una mancanza di opposizione. A parte la riedizione di E adesso, pover’uomo? Di Hans Fallada, già tradotto nel 1950 per Mondadori, la “quadrilogia” alla quale mi riferisco inizia nel 2010 con Ognuno  muore solo (Jeder stirbt für sich allein, 1947), sempre di Fallada, che Primo Levi giudicò, dopo averlo letto nella prima traduzione Einaudi del 1950, “Il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo”. Il secondo libro cui mi riferisco, pubblicato nel 2017, è Berlino ultimo atto di Heinz Rein (Finale Berlin, 1946), anche questo apparso originariamente subito dopo la guerra, quando l’editoria tedesca pubblicava i primi testi critici verso il nazismo. Benché pressoché contemporanee, le due opere hanno una genesi molto diversa: il libro di Fallada, scritto di getto in nosocomio, durante le ultime settimane di vita dell’autore, racconta un tentativo di resistenza “privata” da parte di una coppia di mezz’età il cui figlio è morto in battaglia, nei primi giorni di guerra contro la Francia. Persa ogni fiducia in Hitler, i due scrivono e abbandonano di nascosto cartoline critiche contro il nazismo in luoghi pubblici dove possono essere facilmente ritrovare e “fatte circolare”.

Il lungo testo di Rein, scritto quando le rovine di Berlino sono ancora fumanti, riflette le teorizzazioni della Lega degli scrittori proletari rivoluzionari, il cui manifesto nel 1928 aveva propugnato una “letteratura dal basso”, quindi a portata delle masse: il monumentale romanzo è un testo scorrevole, popolare, che intreccia le vite di personaggi non particolarmente caratterizzati dal punto di vista psicologico, durante le ultime due settimane di vita del regime nazionalsocialista, quando l’Armata Rossa circonda e espugna Berlino. È un notevole documento che si lascia andare a considerazioni sulla natura del nazismo e sulla fascinazione esercitata da un regime criminale su un intero popolo.

Il terzo romanzo che ho individuato è Tutto per nulla (Alles umsonst, 2006) pubblicato nel 2018, ambientato nell’ultimo inverno di guerra in Prussia Orientale; l’autore, Walter Kempowski (1929-2007), nel dopoguerra ha scontato otto anni di prigione in Germania Est per spionaggio a favore delle truppe d’occupazione statunitensi.

Infine Un mondo migliore di Uwe Timm, nato nel 1940, che, a differenza dei primi tre romanzi, non è l’opera di un testimone diretto della caduta del Terzo Reich per la sua giovane età. Pubblicato in Germania nel 2017, la trama sembra una via di mezzo tra Autunno tedesco di Stig Dagerman (Iperborea) e L’arcobaleno della gravità (Rizzoli) di Thomas Pynchon — con i dovuti distinguo, ovviamente. Nel maggio del 1945, Michael Hansen, un tedesco naturalizzato americano (giunto negli Stati Uniti all’età di 12 anni con la famiglia), arriva in Germania a seguito dell’esercito alleato. I suo superiori lo incaricano di scoprire più cose possibile sul professor Alfred Ploetz, campione dell’eugenetica nazista, che prima della guerra è arrivato vicino a vincere il Nobel: “Che cosa spinge davvero la gente, da dove viene questa ossessione scientifica per il miglioramento e al tempo stesso quest’idea di regolamentare, eliminare chi esula dalla norma, chi non funziona, tutte cose che certamente si trovano anche da noi in America, ma come hanno fatto qui in questo paese ad arrivare a un tal livello di perfezione omicida? Questa mescolanza di follia medievale e razionalismo tecnologico.”

Siccome non può più mettere alle strette lo scienziato, morto cinque anni prima, Hansen interroga a più riprese il suo migliore amico, il socialdemocratico Karl Wagner, ottantenne che ha vissuto in clandestinità a Monaco di Baviera per dieci anni nel timore di essere arrestato e tradotto in campo di concentramento.

Malgrado gli opposti ruoli nella scala sociale, Wagner e Ploetz non hanno mai smesso di frequentarsi, anche grazie a una donna, che tutti chiamano la Greca, un’artista che dopo essere stata corteggiata dal primo ha sposato il secondo. L’aspetto che più stupisce Hansen e i suoi superiori è l’evoluzione di Ploetz da comunista radicale, seguace delle teorie del socialista utopista francese Étienne Cabet, ad alfiere del razzismo genetico.

Il romanzo è costruito a capitoli alterni: quelli più lunghi sono la trascrizione delle lunghe sedute di interrogatorio di Wagner, che si protraggono per 14 giorni; i più brevi raccontano l’esperienza di Hansen a Monaco e dintorni, dal termine della guerra e fino ad agosto, i suoi rapporti con i tedeschi vinti, le riflessioni sul paese in ginocchio e sul nazismo, le relazioni con le donne che cercano nei militari dell’esercito occupante qualche comfort dopo anni di razionamento e privazioni.

Le sedute d’interrogatorio con Wagner si trasformano in un riassunto di mezzo secolo di storia dei movimenti utopisti in Germania, con molte divagazioni su come si sia scivolati da “una nazione industrializzata con una classe lavoratrice politicamente cosciente e organizzata” alla barbarie medioevale del nazionalsocialismo. Il racconto inizia a fine Ottocento, quando Ploetz e Wagner si recano in America del Nord per visitare le colonie icariane, fondate dai seguaci di Cabet.

Poiché la storia dei movimenti comunisti pre-marxisti è oggi archeologia politica, Uwe Timm fa in modo che le interviste di Hansen riportino alla memoria anche quel frammento di storia del socialismo.

Nel 1840, l’ex deputato francese Étienen Cabet scrive un lungo pamphlet utopistico, Voyage en Icarie, che per due anni circola in forma clandestina e viene stampato nel 1842 come “romanzo filosofico”. Con il pretesto di narrare un viaggio nell’isola greca di Icaria, vicino alle coste turche, Cabet  racconta la realizzazione pratica di una società comunista, senza proprietà né classi, lontana dai programmi massimalisti che dal 1889 avevano caratterizzato il socialismo fino al regno di Luigi Filippo, attraverso Babeuf e il conte di Saint-Simon. Cabet è tra l’altro il primo al mondo a usare la parola “comunismo” in riferimento a un partito politico.

Wagner racconta dunque il viaggio in America, dove i due si scontrano con la realtà pratica delle colonie icariane, che ospitano in stati del Midwest migliaia di emigrati dall’Europa, L’ideale è costruire una società senza classi, che indichi al mondo “esterno” la via nonviolenta al socialismo — un socialismo, tra l’altro, con forti venature di Nuovo Testamento. I due però trovano una realtà divisa e austera, assorbita dai problemi della produzione agricola, con un processo decisionale scarsamente democratico, dal momento che le donne neppure hanno diritto di voto in assemblea.

Al rientro dall’esperienza americana, le strade dei due amici cominciano a divergere: Wagner rimarrà sempre fedele al radicalismo politico, alla democrazia integrale, appoggerà la Repubblica dei Consigli nata dalla rivoluzione a Monaco di Baviera, che sarà schiacciata dal governo socialdemocratico con l’utilizzo dei freikorps armati dagli industriali, sarà incarcerato sotto il nazismo, costretto alla clandestinità per salvarsi la vita. Ploetz invece studia Medicina; partendo dalle teorie evoluzioniste sul miglioramento della razza approderà all’eugenetica, perseguita negli anni Ventri e Trenta del Novecento anche dai governi socialdemocratici scandinavi, e finirà come campione delle teorie razziste del Reich — peraltro, senza mai levare la sua protezione a Wagner.

Con la fine dell’estate 1945, ha termine anche l’incarico di Hansen, che da qualche tempo già sentiva l’inutilità del proprio lavoro: eliminato il pericolo nazista, ottenuta la resa del Giappone con il lancio di due bombe atomiche, i suoi superiori perdono interesse per l’eugenetica di Ploetz, e sembrano più interessati all’eventuale appartenenza di Wagner a un’organizzazione comunista.

La guerra mondiale è finita; dietro l’angolo c’è già la guerra fredda.

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Giallo in camera chiusa per il detective Kindaichi

Yokomizo Seishi, Il detective Kindaichi, tr. Francesco VitucciSellerio, pp. 208, euro 13,00 stampa, euro 8,99 ebook

di FRANCO RICCIARDIELLO

La letteratura poliziesca giapponese è per i lettori italiani un oggetto sconosciuto, meno famigliare di un UFO. Gli appassionati che frequentano i cataloghi delle case editrici e le riviste di settore possono farsi una cultura nelle grandi letterature tradizionali del poliziesco, americana, inglese e francese, e negli ultimi anni anche di scuole nazionali più recenti, o meno conosciute, come quelle scandinave o spagnole. Così, l’appassionato si stupisce quando dalle poche notizie reperibili in rete, o nelle prefazioni delle rare traduzioni in volume, scopre che la letteratura polar ha in Giappone una tradizione secolare altrettanto solida e fortunata di quelle occidentali.

Le caratteristiche del tantei shosetsū, il giallo nipponico, sono sia autoctone che di importazione. La prima categoria è testimoniata dall’antica tradizione del saiban shosetsu, sviluppato durante l’era Tokugawa (1603-1879) a partire dal successo del Tōin Hiji, titolo giapponese del Táng yīn bǐ shì, (1211, “Casi giudiziari risolti sotto l’ombra del pero”) di Guì Wànróng: una raccolta di 144 casi giudiziari cinesi, che tra l’altro è anche l’ispirazione che spinge lo scrittore olandese Robert Van Gulik (1910-1967) a scrivere i celebri gialli dell’onorevole magistrato Dee.

Avvicinandoci ai nostri giorni, l’epoca d’oro del poliziesco giapponese sono gli anni Venti, a partire dalla pubblicazione della serie Hanshichi torimonochō (“i blocchi degli appunti di Hansichi”), autore Okamoto Kido: si tratta di indagini che si inseriscono nel gusto cronachistico nero del Tōin Hiji, e per questo scontano un’ambientazione storica, nell’era Tokugawa appunto. Questo genere conosciuto come Torimonochō, sopravvive fino al secondo dopoguerra, con sensibili cambiamenti nella figura dell’okappiki, il detective di polizia, che fino agli anni Quaranta è un eroe positivo, fautore della ricomposizione dell’ordine, per diventare poi, sempre più spesso, un prevaricatore che sconfina nell’abuso di potere.

Su questa tradizione autoctona si innesta, a partire dal secolo scorso, il giallo d’importazione. Il principale autore è Tarō Hirai, autore che scrive con lo pseudonimo di “Edogawa Ranpo”, significativa trasposizione in ideogrammi di “Edgar Allan Poe”. Edogawa Ranpo è l’uomo che incoraggia il giovane autore Yokomizo Seishi a lasciare la carriera di farmacista e trasferirsi a Tōkyō per tentare la scrittura professionale.

Il romanzo di Yokomizo che oggi viene tradotto per la prima volta in italiano da Sellerio con il titolo Il detective Kindaichi (il titolo originale Honjin satsujin jiken significa più o meno “Il caso dell’omicidio nella stazione di posta”: l’honjin era un albergo per funzionari statali che nell’era Edo sorgeva lungo le strade di comunicazione) appare a puntate su rivista tra aprile e dicembre 1946. Si tratta del primo di ben 77 casi dedicati alla figura dell’investigatore Kindaichi Kosuke, che l’autore scrive e pubblica fino al 1980, alla vigilia della morte.

Kindaichi, come veniamo a sapere in questa prima avventura, è un detective privato dall’aspetto e dal passato piuttosto singolari: innanzitutto è più giovane di quanto i suoi clienti si aspettano, circa 25 anni, e poi ha alle spalle un periodo da immigrato negli Stati Uniti, dove si è fatto una fama risolvendo casi tra la comunità giapponese d’America.

Il romanzo è ambientato nel novembre 1937 nell’immaginaria località di Kawamura. Si tratta, come premesso anche dal narratore del prologo, di un classico giallo della stanza chiusa. Una coppia di sposi viene trucidata la prima notte di nozze a colpi di spada in una camera ermeticamente chiusa dall’interno. Poco prima della drammatica scoperta da parte della famiglia si sente nella notte la musica di un koto, una sorta di cetra orizzontale, che la sposa morta suonava a menadito.

Kindaichi Kosuke viene chiamato a risolvere il caso solo nel capitolo otto, quasi a metà testo. Il suo aspetto sconcerta la famiglia delle vittime e gli abitanti del villaggio, non solo per la giovane età ma anche per l’aspetto trasandato. Tuttavia, come ci anticipa il narratore già dalla sua apparizione, risolverà brillantemente il caso, e senza deludere gli appassionati del genere, che ci troveranno anche un corto circuito tra fiction e meta-letteratura perché è Yokomizo stesso a citare nel prologo i grandi classici del locked-room mystery, gli enigmi della stanza chiusa: John Dickson Carr, Gaston Leroux, S.S. Van Dine e Maurice Leblanc. Dal momento che in origine il romanzo è apparso a puntate, forse si tratta di un avvertimento lanciato al potenziale lettore su quello che deve aspettarsi negli episodi successivi.

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Enigma a tre

Roberto Bolaño, La pista di ghiaccio, tr. Ilide Carmignani, Adelphi, euro 17,00 stampa, 8,99 e-book

di FRANCO RICCIARDIELLO

Quando Roberto Bolaño Ávalos muore all’età di cinquant’anni, nel luglio 2003, lascia tutti i diritti sulla propria opera alla moglie e ai figli minorenni; raccomanda che il monumentale 2666 (Adelphi, 2009), forse la sua opera più interessante e conosciuta, venga pubblicato in cinque parti distinte e successive, in modo da garantire un gettito economico alla famiglia. Tuttavia gli eredi e l’editore, ragionando sull’alto valore letterario del lungo romanzo, decisero di soprassedere alla volontà dell’autore e pubblicarlo in volume unico. L’edizione postuma di 2066 fu soltanto la prima puntata di una discreta serie di opere inedite trovate nei cassetti di Bolaño e mandate alle stampe, quasi tutte di valore letterario nettamente superiore alla media del mercato e già pronte in una stesura definitiva.

Da qualche anno l’editore Adelphi ha intrapreso la ripubblicazione e una nuova traduzione di tutta l’opera di Roberto Bolaño, apparsa originariamente in Italia da Sellerio. Il ritmo è più o meno un titolo l’anno: nel 2018 è toccato a Lo spirito della fantascienza (titolo mai passato dalla casa editrice palermitana, perché si tratta di una delle ultime “riscoperte” tra gli inediti), quest’anno è invece uscito il giovanile La pista di ghiaccio, a quindici anni dalla prima edizione, e nella nuova traduzione di Ilide Carmignani (la precedente era di Angelo Morino).

La pubblicazione originale del romanzo in spagnolo risale al periodo in cui l’autore, esule dal Cile dopo il colpo di stato militare, vive in Catalogna; dopo diversi, infruttuosi tentativi di pubblicazione concretizzati in edizioni minori e a scarsa circolazione, Bolaño ha quarant’anni e vive a Blanes, una località balneare della Costa Brava, insieme alla moglie Carolina López. Sono trascorsi quasi dieci anni dall’uscita del suo ultimo libro, oggi noto con il titolo Monsieur Pain; non si può quindi parlare di un periodo soddisfacente per lo scrittore, dopo gli anni difficili in cui è riuscito a malapena a mantenersi nella città di Girona, grazie a premi in denaro conquistati in piccoli concorsi municipali: per esempio il premio Ámbito Literario per il romanzo Consigli di un discepolo di Morrison a un fanatico di Joyce (Sellerio, 2007), e il premio Félix Urabayen con La senda de los elefantes. Anche il romanzo La pista di ghiaccio vince il premio letterario Città Alcalá de Henares, e viene di conseguenza pubblicato in un’edizione dalla tiratura molto limitata dalla fondazione Colegio del Rey; per fortuna ne viene rapidamente riconosciuto il valore e il libro viene ristampato dalla prestigiosa editrice catalana Seix Barral e, contemporaneamente, da un editore cileno.

Questo testo, la cui travagliata composizione si può collocare tra il 1986 e il 1989, riprende alcuni temi e ambientazioni di altre opere contemporanee, generalmente pubblicate postume: prima di tutto il bellissimo Il Terzo Reich (Adelphi, 2011), scritto nello stesso anno e con la stessa ambientazione, le località balneari della Costa Brava durante l’estate, ma anche il giovanile Anversa (Sellerio, 2007).

La vicenda, suddivisa in capitoli compatti che come scelta stilistica non sono separati da paragrafi (non esiste il punto-a-capo nel testo), è narrata in prima persona singolare da tre punti di vista che si alternano: il messicano Gaspar Heredia, che lavora come guardiano notturno in un camping catalano (mestiere esercitato anche da Bolaño tra il 1978 e il 1981 a Castelldefells); il proprietario del campeggio, Remo Morán, esule cileno nella città costiera di Z., in Costa Brava e alter-ego di Bolaño; il funzionario comunale Enric Rosquelles, braccio destro della sindaca socialista di Z., Pilar. La trama ha il ritmo e la forma di un giallo con delitto, in cui ogni protagonista fornisce la propria versione della vicenda: le loro voci non sono assimilabili a flussi di coscienza, bensì a testimonianze rese, nel corso di un’indagine, ma mantenendo la libertà della confessione personale.

Rosquelles si innamora di una giovane pattinatrice su ghiaccio di fama nazionale, Nuria Martí, esclusa dalla squadra olimpica. Come dono d’amore, il funzionario manipola la ristrutturazione pubblica di una dimora storica, costruendovi all’interno, all’insaputa della sindaca, una grande pista di pattinaggio su ghiaccio dove la ragazza possa allenarsi in segreto.

Nuria, che non sa di approfittare di una proprietà pubblica, mantiene intanto di nascosto da Rosquelles una intensa relazione con Remo Morán. La vicenda è complicata dall’infatuazione del guardiano Gaspar per una giovane senza fissa dimora, che si nasconde nell’edificio dove si trova la pista di ghiaccio.

L’evento che fa incontrare i tre intrecci è un omicidio. Non si tratta tuttavia di una classica storia di detection dal momento che non vi è una vera e propria soluzione giudiziaria: il lettore però ha la chiave dell’enigma, cioè dal confronto dei tre punti di vista, e di ciò che i protagonisti non rivelano durante l’indagine.

La trama poliziesca è naturalmente solo un espediente per mantenere alta la tensione, per creare un nucleo narrativo intorno al quale intrecciare le vite dei protagonisti, il vero interesse di questo romanzo che non sfigura affatto rispetto alle prove della maturità letteraria.

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L’autunno da dietro il doppio vetro

Halldóra Thoroddsen, Doppio vetro, tr. Silvia Cosimini, Iperborea, pp. 106, euro 15,00 stampa

di FRANCO RICCIARDIELLO

Doppio vetro racconta, in poco più di cento pagine, un paio di anni nella vita di una donna ultrasettantenne, rimasta vedova e che vive in un appartamento del centro di Reykjavík. I figli, adulti e sposati, vivono altrove, e i nipoti si trovano in quell’età in cui ritengono di non aver nulla da imparare dai nonni; la solitudine è perciò all’apparenza il tema principale, ma solo all’apparenza, perché la protagonista non indulge mai sulla propria condizione. Al contrario, il fatto di vivere relazioni personali rarefatte le permette di rallentare il tempo dell’esistenza e riflettere su aspetti che altrimenti sfuggirebbero alla sua attenzione.

I doppi vetri del titolo sono quelli installati alle finestre di qualsiasi abitazione del nord Europa, per proteggere gli interni domestici dalla rigidità del clima, e sono metafora di una certa distanza interiore rispetto al mondo. Al contrario di altre opere della letteratura nordica, questo romanzo non è scandito dall’inclemenza della natura o dal ritmo inesorabile delle stagioni; piuttosto la protagonista vive in una specie di perpetuo autunno, metafora della sua età e della sua solitudine. All’inizio della narrazione, la donna osserva dalla finestra i movimenti degli abitanti del quartiere medio-borghese di Vasturbær. Non sembra nutrire rimpianti per un’età più verde; si lascia andare ogni tanto a un dialogo silenzioso con l’amato marito Guðjón, morto da non molto tempo, dato che è perfettamente in grado di immaginare le risposte alle questioni che gli pone. Per esempio, come dovrebbe reagire alle imbarazzanti avances di Sverrir, il chirurgo in pensione che approfitta di ogni occasione per cercare un contatto con lei? È possibile immaginare alla sua età, certo non l’amore, ma una qualche sorta di piacere nella compagnia reciproca con una persona che ha abitudini completamente diverse dalle sue? La donna neppure tenta un confronto tra i due uomini. Giunta a questa età si permette però di interrogarsi sul significato del concetto di “uomo ideale”, e la conclusione a cui giunge è sconfortante: “Non che si sia fatta illusioni sull’uomo modello. Sempre che esista. Un tipo del genere, forse a causa di chissà quale errore evolutivo, è fondamentalmente un fascista. Lo percepisce chiaramente nei blog che di tanto in tanto legge. Da lì al culto dell’eroe il passo è breve.”

La narrazione è divisa in quattro capitoli, e organizzata in diverse unità narrative collegate da frasi estratte dalle riflessioni della protagonista; ed è da queste che ci rendiamo progressivamente conto che la storia non è genericamente ambientata in un Reykjavík contemporanea, anzi ha una collocazione temporale ben definita, durante la grave crisi finanziaria che ha portato l’Islanda sull’orlo del default, nel 2008. E così Doppio vetro non è una storia d’amore né un libro sulla terza età e la sua solitudine, ma la sintesi disincantata di un’intera esistenza, il tentativo di mantenere in vita nel ricordo un mondo in cui si è vissuti, con il fine di esorcizzare la morte che si avvicina, e che prende uno dopo l’altro tutti coloro che circondano la protagonista. È una vita su cui la scrittrice tenta una ri/costruzione di un mondo che la rapida modernizzazione liberistica e capitalista sta cancellando, o ha già cancellato, ma che rimane nella memoria comune, nella “visione condivisa” dice la protagonista, di tutti gli islandesi della sua età.

“Al di là delle condizioni personali più disparate, hanno tutti pasteggiato a pesce bollito con il sottofondo del radiogiornale, delle previsioni del tempo e del patriottismo. Indossavano reggicalze e camicie di nylon gelide pensando che così dovesse essere. Le loro stazioni cerebrali sono state sintonizzate sulla guerra fredda. Ricorda le lotte operaie nel vortice dell’inflazione, ricorda quando tutti si costruivano una casa, ricorda la felicità degli elettrodomestici, grosse carcasse rivestite in formica. Il loro tempo è trascorso, ma continua creare storie come ha sempre fatto.”

Doppio vetro è il primo romanzo della scrittrice islandese Halldóra Thoroddsen tradotto in italiano, anche se la sua produzione letteraria si compone di diversi romanzi, racconti, poesie e sceneggiature. Come molti autori appartenenti a letterature minori, soprattutto non anglofone, l’opera è stata tradotta grazie al programma Europa creativa dell’Unione europea. Doppio vetro ha vinto il Fjöruverðlaunin 2016, il premio per la letteratura femminile islandese, e l’anno successivo il premio letterario dell’Unione Europea, che consiste anche in un supporto per la promozione e la traduzione all’estero dell’opera. La scelta del titolo è senz’altro azzeccata, perché aiuta a diradare la foschia su quella che è forse la letteratura meno conosciuta d’Europa e sulla sua cultura.

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La necessità di una contaminazione del Romance

Giulia Abbate, La cospirazione dell’inquisitore, Leggereditore, 320 pagg. € 16,00 stampa, € 1,99 eBook

di FRANCO RICCIARDELLO

Una storia letteraria del Novecento, il secolo che ha visto nascere i generi letterari, non potrebbe trascurare il fatto che alcuni di questi sono divenuti strumento privilegiato per quell’interpretazione del mondo che è propria della migliore critica sociale. Questa “assunzione di responsabilità” è avvenuta intorno al passaggio del millennio, e con una certa progressione: prima nella fantascienza — grazia all’utopia e alla sua gemella
diversa, la distopia — poi per il noir, infine anche per la letteratura di detection, il giallo. Nessun autore rifiuterebbe oggi di contaminare la sua scrittura con elementi della letteratura popolare; e precisamente perché è dalla fertile intersezione tra due o più generi che nasce questa nuova vocazione “impegnata”: science-fiction più thriller, noir più letteratura esistenziale, giallo e politica. Quale sarà il prossimo genere a fare il grande salto?

Abbiamo assistito, con l’ampliamento del mercato del self publishing, alla particolare fortuna del romance, termine con il quale si tende a sostituire l’obsoleta definizione di “romanzo rosa”, divenuta fonte di sarcasmo tra i lettori. Il passaggio dal rosa al romance dovrebbe garantire una relativa nobilitazione, o comunque un affievolirsi del pregiudizio, anche grazie al fatto che molti nuovi autori che si cimentano nel genere sono uomini. Ma se il processo di “nobilitazione” letteraria è il medesimo degli altri generi, con quale dovrà contaminarsi il romance?

Credo che questo romanzo di Giulia Abbate possa suggerirci qualche indicazione; ma prima non possiamo esimerci dal ricordare che il rosa ha già tentato nel recente passo un’ibridazione, e che questa è stata gravida di conseguenze al punto di cambiare la percezione che ne ha il pubblico. Mi riferisco naturalmente all’irruzione nel 2012 delle Cinquanta sfumature… di E.L. James, con cui più o meno tutti gli autori hanno dovuto confrontarsi: una contaminazione quindi con l’erotico, e meglio un’accentuazione di quei caratteri erotico-soft che già da tempo erano presenti nelle collane specializzate, come Harlequin e I romanzi Mondadori. È il new adult, un genere con una chiara struttura romance, ma che affronta temi tipici dell’hard e che contiene scene di eros non tanto esplicite, quanto più sbilanciate verso temi ancora considerati scabrosi, come il connubio piacere/dolore.

Considerati i dati di vendita delle sfumature, anche le maggiori case editrici decidono di buttarsi: Mondadori naturalmente, ma anche Newton-Compton, Rizzoli, Fanucci (con la casa editrice Leggereditore che pubblica questo romanzo di Giulia Abbate), Garzanti, l’editrice Nord, fino a arrivare al successo del self publishing, con autrici che poi vengono messe sotto contratto da editori. A partire dal 2014, infine, il boom del romance-erotico in digitale, per esempio con la collana Senza Sfumature di Delos Digital.

Rimane da dire che la contaminazione ha rivitalizzato tutti i generi, tranne il romance.

Come scriveva qualche anno fa Alessandra Zengo su medium.com, “Oggi vendono i romance scritti male, quelli con la suora e il diavolo, quelli col ragazzo tatuato, quelli col gigolò, quelli che hanno pettorali scolpiti in copertina, i dark romance con violenze di vario genere”. Il romance soffre di una standardizzazione che ha abbassato la qualità del prodotto; la concorrenza non si gioca sulla qualità della scrittura, che rimane molto bassa dal momento che hanno successo libri anche molto brutti e scritti male, e questo è paradossale, dal momento che c’è un alto interesse dell’editoria e una forte attenzione del pubblico: basta fare una ricerca su quanti blog (soprattutto di blogger donne) recensiscono romance, siamo nell’ordine di centinaia. E questo per testi sciatti, scritti con uno stile senza personalità, terribilmente banali.

Fatta questa lunga premessa, torniamo alla domanda di prima: con quale genere dovrà contaminarsi il romance, se vuole fissare la propria impronta nella storia della letteratura di questo secolo? È intorno a questo che mi sono interrogato durante la lettura di La cospirazione dell’inquisitore, perché la mia risposta a questa domanda è naturalmente “il romanzo storico”.

Il romanzo di Giulia Abbate, editor di professione, blogger per necessità e scrittrice di fantascienza per autolesionismo, condivide infatti con molti romance l’ambizione di una ambientazione storica – ma qui è tutt’altro che di maniera – e in nessun modo ammicca a quel comodo décor pseudo-storico che si limita a trasferire personaggi e situazioni del presente in un improbabile passato, dove tutti si comportano come ci si immagina si comporti la middle-class americana.

Qui la prospettiva si rovescia completamente. Per buona parte del romanzo (che ha la non comune lunghezza di quasi 400 pagine) l’elemento rosa rimane sullo sfondo, la trama si gioca invece intorno a due elementi forti: un’impressionante ricostruzione dei meccanismi giuridici-procedurali dell’inquisizione nel basso medioevo, e il tentativo della protagonista di sottrarsi alla clausura sociale e psicologica insita nella condizione di una giovane vedova appartenente alla bassa nobiltà infeudata.

Siamo nel Trecento, in un borgo dell’entroterra marchigiano. La giovane Elisa degli Altoviti tenta di vivere al meglio quello che rimane della propria esistenza senza rinchiudersi in un convento, come vorrebbe il suo destino di giovanissima vedova. Il padre e il fratello sono rimasti uccisi nelle lotte tra guelfi e ghibellini; il marito, partito per le crociate, è miseramente annegato lungo la strada per la Terrasanta; la madre è stata costretta dai parenti a seguire la via monastica. Elisa sopravvive nella soffocante famiglia del cognato, che ha ereditato il diritto feudale su un borgo al confine dei domini del papato.

La vicenda si svolge nel breve arco di pochi giorni. Inizia con l’inatteso arrivo di un inquisitore, il domenicano Riccardo degli Appiano, dal comportamento austero e dispotico, che porta con sé un gruppo di seguaci devoti e fedeli al suo volere. È soltanto di passaggio in questo angolo dimenticato, oppure è venuto appositamente per esercitare qui la sua azione di repressione dell’eresia? E se è così, di quale eresia si parla? Nei giorni successivi all’arrivo dell’inquisitore, Elisa rimane in equilibrio fra il timore per la sua
presenza e l’attrazione fisica per quest’uomo che, come si scopre, ha un passato di soldato prigioniero nelle galere dell’Islam. La donna alla quale Elisa si sente più vicina, Gisella, è stata arrestata dal balivo cittadino con l’accusa di stregoneria, ma è sufficiente questo perché Roma invii appositamente un suo giudice?

Questo è solo lo spunto di partenza di una storia molto tesa, incalzante, nella quale la tematica romance è dominante, volentieri contaminata con l’erotico; ma l’elemento di genere storico non è soltanto un pretesto per rendere pruriginosa una storia “etero” ambientata nei secoli bui: al contrario, il medioevo di Giulia Abbate è una ricostruzione incredibilmente meticolosa, e non solo d’ambiente. La mentalità dell’uomo e della donna del Trecento sono ricostruite perfettamente, e diventano uno degli elementi essenziali nel plot: scordatevi una semplicistica contrapposizione Chiesa oppressiva / erotismo liberatorio. Il personaggio di Riccardo è irrimediabilmente integrato nella logica di dominio totalitaria di Roma; il raggiungimento dell’estasi sessuale (siamo in un romance, vale la pena ricordarlo) non può essere la molla che lo porta a un ripensamento del proprio ruolo.

La ricostruzione dei meccanismi della giustizia basso-medievale, totalmente irrazionali per chiunque sia nato dopo la dissoluzione dell’ancien régime, con la sua rete di poteri incrociati e sovrapposti, la giurisdizione signorile, la giurisdizione comunale, i poteri ecclesiastici, è talmente minuziosa da divenire uno dei protagonisti della narrazione: e questa è la seconda ragione per cui la medesima storia non potrebbe esser ambientata in un’altra epoca storica. Si intuisce (non viene detto esplicitamente perché la voce narrante è una donna del suo tempo, e non aspettiamoci da Elisa un’anacronistica mentalità moderna) che la parte del leone in quel fenomeno di oscurantismo che fu la caccia alle streghe non è della Chiesa, bensì delle autorità temporali, al contrario di quanto è sedimentato nella coscienza moderna. La mentalità medioevale è talmente permeata di una religiosità chiusa, asfittica, intollerante, da non aver bisogno della continua attenzione della gerarchia ecclesiastica. La persecuzione dell’eresia è solo una delle forme della paura del diverso che attraversano la storia dell’umanità.

Infine, terzo aspetto notevole di questo romanzo è la figura della protagonista Elisa. Forte sarebbe stata la tentazione di trasformarla in una figura proto-femminista, e gli elementi ci sono tutti: la debolezza intrinseca del suo status personale, la possibilità di perdere l’ultima rendita che le permette autonomia economica, il naturale sospetto per l’indipendenza di pensiero coniugata a una capacità di seduzione che è insita nel rapporto femminile/maschile, ma distorta dalla società patriarcale in un veicolo di tentazione demoniaca. Ecco, Giulia Abbate riesce a sfuggire a tutte queste trappole. Elisa non mette mai in discussione il potere maschile, i rapporti di forza, la liceità di una giustizia che oggi ci appare perversa, se non per quanto riguarda il naturale sopruso di una struttura sociale modellata sull’autorità maschile, contro la intrinseca debolezza del femminile, tanto più odioso quando si esercita su bambine.

La cospirazione dell’inquisitore è una storia di attrazione sessuale e angoscia, pervasa di un senso di precarietà personale che può essere solo opera di una mano consapevole; la protagonista è costretta al paradosso di doversi affidare ai nemici per salvarsi dal pericolo degli amici. I rischi di rovinare questo delicato materiale con un finale consolatorio sarebbero molto forti, negli ultimi capitoli si intuisce la possibilità di uno sbandamento rovinoso, eppure l’autrice riesce a scansarli e condurre in porto la nave della sua storia — regalandoci inoltre il fleur du mal di uno di quei colpi di scena che fanno male, che non ti
aspetti perché è vero che è una conseguenza logica del plot, ma il lettore non può crederci finché non ci inciampa, e allora è troppo tardi. Non ti resta che inghiottire la tentazione di inveire contro l’autrice, e rassegnarti a scrivere una recensione favorevole, decisamente favorevole, entusiastica anche, perché tu forse non avresti mai il coraggio narrativo di estrarre dal tuo subconscio quel nero che lei ti ha sbattuto in faccia.

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