Tutti gli articoli di Emiliano Marra

Bukowski e la matematica dello stile

Charles Bukowski, Taccuino di un allegro ubriacone, tr. Simona Viciani, Guanda, pp. 280, euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook

di EMILIANO MARRA

Il recente libro di Bukowski pubblicato da Guanda è una raccolta di testi eterogenei sul mestiere di scrittore. Versione fedele di un volume della City Lights di Ferlinghetti, l’opera riunisce diversi interventi perlopiù inediti in Italia e un racconto totalmente inedito, probabilmente ricavato dal grande serbatoio bukowskiano lasciato alla morte dell’autore (fra cui spiccano, va ricordato, le tre sillogi poetiche immediatamente postume, preparate dallo stesso Bukowski per l’occasione della sua dipartita).

Il volume segue una stretta linea cronologica, dividendo gli interventi in quattro sezioni tematiche: la prima contiene una sorta di manifesto di poetica che dà il titolo all’edizione originale (The Mathematics of the Breath and the Way. On Writers and Writing, titolo un po’ più esplicito sui contenuti dell’opera rispetto alla versione italiana); la seconda sezione raccoglie alcuni testi narrativi e una grande selezione dalla rubrica Notes of a Dirty Old Man, che Bukowski tenne su varie riviste della scena underground californiana; le ultime due parti, forse le più interessanti, sono un’antologia delle recensioni e prefazioni scritte dall’autore e un gruppo di interviste significative.

Rilevante è che tutti i brani coprano gli ultimi venticinque anni di vita e non ci siano testi giovanili. Di conseguenza, la raccolta di racconti e articoli della rubrica non aggiunge molto a quanto i lettori affezionati si aspettano da Bukowski: se il brano inedito merita sicuramente la lettura, tutto il resto è il consueto repertorio bukowskiano di ippodromi, sbronze, donne, musica classica a tutto volume dentro stanzette da quattro soldi di affitto. Certo, i brani sui reading rocamboleschi in giro per l’America sono indubbiamente divertenti, ma niente che valga come la rilettura di Shakespeare non l’ha mai fatto.

Le due sezioni finali sono invece indubbiamente meritevoli, ma riservate al lettore specialistico o interessato ad aspetti laterali della vita e dell’opera di Bukowski. Se le interviste ci fanno intravedere – anche più e meglio di alcuni racconti – l’uomo in carne e ossa dietro il suo personaggio romanzesco, in mezzo a vari aneddoti sulla produzione di Barfly e la genesi dell’alter-ego Henry Chinaski, la sezione migliore è costituita dalle recensioni e prefazioni.

Nonostante sia la parte del libro più ostica da affrontare, per la miriade di riferimenti a una scena letteraria quasi dimenticata in patria e misconusciuta in Italia, offre uno spaccato del lavoro di Bukowski come redattore, recensore e curatore di volumi. Chiaramente non ci si possono aspettare grandi lezioni di critica da parte di Chinaski: stretto fra il disprezzo verso la bassa qualità letteraria della scena underground e verso l’alta (ma sterile) qualità dell’accademia, l’unico discrimine fra la letteratura valida e l’immondizia è la sensibilità di Bukowski per la petite musique che denota il grande stile letterario di un Céline, di un Hemingway (oppure Hamsun, Dostoevskij, Jeffers…).

Il dato interessante, semmai, è la luce che queste recensioni e prefazioni gettano su un lato importante dell’autore, ovvero la sua rete di rapporti all’interno del sottobosco letterario di Los Angeles, composto perlopiù da poeti che tirano a campare attraverso la manovalanza letteraria delle sceneggiature hollywodiane o, per i più fortunati, una cattedra in qualche università. Nomi che dicono ormai pochissimo al lettore contemporaneo non specialista (il più noto è l’attore MacDonald Carey) riprendono vita: oltre a John William Corrington, i giovani poeti della “Meat Poetry” (la “corrente” di Bukowski, per come venne definita da Ben Pleasants) come Richmond e Wantling. Fra tutti spicca il nome di D. A. Levy, poeta dell’Ohio morto suicida a ventisei anni subito dopo un processo per oscenità dovuto ai suoi scritti. Ci si aspetterebbe anche qualcosa su Fante, strappato all’oblio dallo stesso Bukowski, ma non viene quasi nominato – se non nel pugno di autori più amati e citati nelle interviste. Invece, emergono da queste pagine due giganti della poesia canadese: Irving Layton, il mentore letterario di Leonard Cohen, e Al Purdy, con cui Bukowski intrattenne una corrispondenza decennale.

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L’anno senza inverno: una lettura retrospettiva dei testi di Tommaso Pincio

di EMILIANO MARRA

Tommaso Pincio (pseudonimo di Marco Colapietro) è uno scrittore romano nato nel 1963. Pur essendo coetaneo e, per certi versi affine, al filone dei “cannibali” degli anni Novanta, approda alla letteratura in modo singolare e personale con una formazione da pittore, diplomato all’Accademia delle Belle Arti. Dopo un periodo a New York come assistente di Jonathan Lasker, lavora per diversi anni presso la galleria d’arte di Gian Enzo Sperone a Roma, rinunciando poi alle velleità artistiche (nonostante non abbia mai del tutto abbandonato l’arte visuale) per passare alla scrittura.
Collabora con varie testate come esperto di cultura e letteratura statunitense, scrive recensioni e vanta numerose traduzioni dall’inglese (da citare almeno la sua versione de Il grande Gatsby); è saggista e critico d’arte: un suo intervento compare nell’Atlante della letteratura italiana e nel 2015 ha raccolto i suoi scritti sulla storia dell’arte in Scrissi d’arte (“un testo in cui per la prima volta l’arte degli altri diventava un’occasione per raccontare me stesso”).

La recente uscita del nuovo romanzo (Il dono di saper vivere, recensito qui da Gioacchino De Chirico) e del suoi “Paragrafi d’autore” su Gadda per PULP Libri (qui), ci consente di ripercorrere retrospettivamente i suoi testi e tracciarne un percorso di lettura attraverso una produzione piuttosto consistente che conta una dozzina di pubblicazioni su un arco di vent’anni (racconti e traduzioni escluse).

GLI ESORDI

Il primo romanzo di Pincio, M., confinato all’interno dei circuiti della piccola editoria, è ambientato in una Berlino distopica modellata sulla Los Angeles di Blade Runner. Pertanto il passaggio a un editore importante come Einaudi per il successivo (Un amore dell’altro mondo), come spiega lo stesso Pincio in Hotel a zero stelle, è una sorta di falso esordio. Questo romanzo e quello seguente, Lo spazio sfinito (Fanucci), appaiono però ancora immaturi, nonostante si tratti dei due libri che hanno contribuito a far conoscere la sua scrittura. Si tratta di testi non ancora interamente definiti, anche se presentano diversi aspetti interessanti, tra cui lo stile che caratterizzerà, affinandosi, le opere successive: una scrittura paratattica di registro medio, spesso sottilmente ironica e costruita su frasi brevi e chiare.

Un amore dell’altro mondo è incentrato su Kurt Cobain, che non viene mai nominato nel racconto, e il rapporto con il suo amico immaginario Homer Alienson (ovvero Boda, che nel romanzo è un persona vera e propria). Il fantasma di Cobain aleggerà in altri suoi libri – attraverso il leitmotiv della suite nell’Hotel Excelsior di Roma, in cui il leader dei Nirvana andò in overdose qualche mese prima del suicidio – mentre il protagonista, Homer, per certi versi è già il prototipo del protagonista “pinciano”: un recluso che vive una routine sempre uguale, afflitto dalle paranoie e dall’inedia, dalla vita sostanzialmente irrisolta; tossicodipendente, ma in grado di vivere di una rendita, solitamente dissipata. Caratteristiche comuni non solo al personaggio/eteronimo Tommaso Pincio, ma anche a Ottavio Tondi, il protagonista di Panorama.

Lo spazio sfinito è una sorta di stravagante omaggio agli Stati Uniti degli anni Cinquanta, a Marylin Monroe e alla Beat Generation. In Hotel a zero stelle, Pincio rivelerà che qualcuno gli ha fatto notare una certa somiglianza con Cancroregina di Tommaso Landolfi, mentre io azzarderei un parallelo con Aprire il fuoco di Luciano Bianciardi: due libri diversissimi, ma che hanno in comune l’utilizzo di uno scenario anacronistico. In Bianciardi troviamo la Milano del secondo dopoguerra fusa con quella delle Cinque Giornate, in Pincio, gli Stati Uniti della Beat Generation in cui lo sfruttamento commerciale dello spazio è già una realtà ben prima del lancio dello Sputnik. In questa dimensione parallela (e quasi surreale) si muovono Jack Kerouac, Neal Cassady e Norma Jeane/Marylin Monroe. In particolare, Kerouac passa lunghi mesi in una navicella in orbita (una versione alternata del suo soggiorno al Desolation Peak come guardia forestale): la reclusione solitaria, la routine, l’angoscia esistenziale, caratteristiche comuni dei protagonisti di Pincio, in questo caso hanno come latore Kerouac, un’altra “occasione per raccontare se stesso” (per parafrasare quanto detto dall’autore in merito a Scrissi d’arte).

CINACITTÀ E DINTORNI

Dopo Lo spazio sfinito, Pincio pubblica il romanzo La ragazza che non era lei, e un saggio sugli extraterrestri (Gli alieni), dove sono esplorati vari aspetti della controcultura statunitense (dagli hippy all’ufologia); ma il successivo, Cinacittà, rappresenta un punto di svolta nella sua carriera. Per la prima volta il focus si sposta in quello che rimarrà lo sfondo delle opere successive, una Roma trasfigurata e parallela dove si aggira il suo doppio Tommaso Pincio. Da questo momento in poi, la scrittura di Colapietro si farà essenzialmente autobiografica, seppure filtrata attraverso un “falso specchio” (secondo una sua definizione) necessario a raccontare di se stesso e del mondo reale con il giusto distacco. In Cinacittà Roma si è svuotata: i suoi abitanti sono andati al Nord per fuggire al riscaldamento globale e sono rimasti solo i cinesi. L’Urbe è un’enorme chinatown semi-deserta e avvilita dal caldo (dopo l’anno senza inverno l’estate non termina mai e la gente esce solo di notte). Pincio è rimasto in città e vive con una piccola rendita che sperpera bevendo birra in uno dei go-go bar della capitale, in cui si reca per ammirare le prostitute e passare la nottata: sta lavorando a un graphic novel da anni, ma questo appare come un alibi per evitare di cercarsi un lavoro o raggiungere gli amici al Nord. Le cose cambiano quando incontrerà Wang, un losco cinese dall’ottimo italiano e dalla vasta conoscenza di Roma, il quale (dopo avergli fatto ottenere la suite di Kurt Cobain all’Hotel Excelsior, insegnato a giocare a biliardo e averlo introdotto alla prostituta Yin) lo farà sprofondare in un inferno kafkiano, distruggendogli la vita e condannandolo al carcere. Lo scenario fantascientifico e l’ossatura della storia sono in realtà dei pretesti per inserire dettagli e aneddoti della vita dello stesso Marco Colapietro, come vari personaggi reali più o meno trasfigurati, dallo scrittore Emanuele Trevi (ritratto in modo caricaturale, nella parte dell’avvocato del personaggio Pincio, presente poi, anonimo, ne Il dono di saper vivere) a Luca Josi (nominato solo attraverso lo storico soprannome Hammamet Express).

Non stupisce, quindi, che il testo successivo (Hotel a zero stelle) – un’opera fondamentale per comprendere nel dettaglio i rapporti fra produzione letteraria ed esistenza di Marco Colapietro – non sia un romanzo, ma una via di mezzo fra la narrativa autobiografica e il saggio, in cui Pincio parla apertamente sia delle sue influenze artistiche e letterarie sia degli elementi biografici che fanno da materiale alle sue opere. La struttura del testo è inconsueta: il libro è strutturato come un albergo, i piani sono le sezioni, le stanze i relativi capitoli.

L’opera seguente, Pulp Roma, è una raccolta di scritti eterogenei accomunati dalla “romanità” e legati dall’autore attraverso un personale filo rosso. Per certi versi, sembra quasi una fusione dei due libri precedenti: oltre a un racconto di sapore gaddiano, considerazioni su autori cari (come Nabokov) e sulla città di Roma, il libro apre con una breve versione alternativa della storia raccontata in Cinacittà e chiude con la bozza di un graphic novel da essa derivata (e incompiuta, esattamente come il fumetto del personaggio Pincio in Cinacittà). Del resto, in Pulp Roma viene dedicato molto spazio alla genesi di Cinacittà (indicato semplicemente come “il mio romanzo romano”, senza mai citarne espressamente il titolo).

I ROMANZI RECENTI

Panorama si può ritenere il ritorno di Pincio al romanzo dopo sette anni di assenza. Infatti, anche l’opera precedente, lo sperimentale Acque chete, non è tanto narrativa, ma piuttosto un libro d’arte autoprodotto con Eugenio Tibaldi, il cui autore fittizio è il poeta romano Mario Esquilino, ennesimo alias dell’autore che ritroveremo poi come personaggio in Panorama.

In quest’ultimo testo, Colapietro non si limita a sdoppiarsi, ma si divide in quattro: oltre l’autore (il Marco Colapietro della realtà) e il solito eteronimo Tommaso Pincio (qui narratore interno), troviamo il protagonista del libro, il lettore professionista Ottavio Tondi, e – per l’appunto – Mario Esquilino.

Questa volta l’elemento perturbante nello sfondo non è l’eterna estate del riscaldamento globale (che ritornerà nella prima parte de Il dono di saper vivere), bensì la fine della lettura come attività umana a causa dell’estinzione dei lettori: i pochi che restano si riducono alla clandestinità. La storia di Panorama sembra una riflessione sui social network: Pincio racconta la storia di Ottavio Tondi attraverso la corrispondenza via chat che questi intrattiene con una ragazza conosciuta in rete. Ma in realtà, il focus del romanzo è la satira impietosa del mondo editoriale e letterario italiano, delle presentazioni con gli autori e dei festival del libro. Inserendo nella storia anche alcuni amici dell’autore (Cortellessa e Genna su tutti), Pincio descrive l’ascesa e il declino di Ottavio Tondi, un lettore professionista – ovvero un selezionatore di manoscritti per conto di un grande editore – e di come questi verrà trascinato in una girandola discendente di eventi da un aspirante scrittore fallito, Mario Esquilino, che lo inizierà all’uso della cannabis e lo iscriverà al social network Panorama, una versione distopica di Facebook. Una delle invenzioni più notevoli del libro è la carriera grottesca di Tondi come lettore, invitato a partecipare ai festival del libro sparsi per la penisola: seduto sul suo divano a leggere in silenzio nei palchi più rinomati d’Italia, ammirato e applaudito da un pubblico pagante.

Panorama rappresenta la piena maturità stilistica di Pincio, confermata recentemente da quella sorta di meta-romanzo su Caravaggio che è Il dono di saper vivere, summa dei testi precedenti, che riutilizza moduli narrativi, tematiche, scenari, riferimenti culturali, leitmotiv per raccontare la stessa storia in modi sempre diversi: la vita dell’autore.

ORIENTARSI FRA FALSI SPECCHI: ALCUNE PROPOSTE DI PERCORSI TEMATICI

Tema centrale nell’opera di Pincio è l’alterità, ovvero il problema dell’altro da sé e il problema dell’altro in se stessi: al di là dei continui rispecchiamenti della sua identità, due alterità ricorrenti sono i “diversi” (alieni, hippy, emarginati) e il mondo asiatico (conosciuto dall’autore in vari soggiorni). E, certo, l’universo femminile tout court: la scrittura di Pincio adotta un punto di vista maschile, ma non misogino, nonostante alcuni luoghi della sua opera possano sembrare tali (o persino razzisti) nell’ottica del politicamente corretto.

Un altro aspetto è il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, con la frustrazione dei sogni infranti e degli ideali giovanili traditi. Il totem di Pincio è la galleria d’arte di Sperone, la fortezza Bastiani in cui ha consumato le sue aspirazioni artistiche, trasformandosi in quello che mai sarebbe voluto diventare, cioè uno scrittore. Sull’inconcludenza che segue al fallimento dei propri ideali, con il carico di inettitudine, pigrizia e dipendenza (dalle droghe, dalla vuota routine) che si trascina dietro, si innesta il problema della capacità di “saper vivere” e del suicidio come via di fuga dalla prigione del mondo, che pone Pincio in un filone della nostra letteratura che, a ritroso, arriva a Svevo. La reclusione stessa, sia essa in una cella, in una stanza di casa o, meglio, di albergo, è un simbolo potente nell’opera di Pincio.

Infine, l’aspetto più marcatamente kafkiano (o pynchoniano) nella produzione di Pincio è una concezione paranoica del mondo che trapela in tutta la sua produzione, spesso esemplificata dal simbolo più kafkiano di tutti, ossia il processo. Non mancano poi spunti di critica sociale o politica, anche se forse più in secondo piano.

NUMI TUTELARI

L’opera di Pincio è costellata di citazioni, omaggi e riferimenti, scoperti o criptici, agli autori – artisti e scrittori, sovente ritratti nei suoi quadri e accomunati da percorsi irregolari – che lo hanno maggiormente influenzato. Per esempio, il “gran balordo” Caravaggio, il cui Bacchino malato assomiglia a Pincio, il quale per anni ha lavorato in una galleria d’arte nelle prossimità del luogo del delitto che costrinse il pittore a fuggire da Roma. Oppure gli scrittori statunitensi, dagli autori della Beat Generation (Kerouac e Burroughs), ai postmoderni: se Thomas Pynchon, a cui ruba il nome, non viene mai apertamente nominato, spiccano Philip K. Dick (di cui traduce Mary e il gigante, Vulcano 3, Redenzione Immorale e La città sostituita) e David Foster Wallace, con tutta la sua riflessione sulla dipendenza.

Tra la moltitudine dei nomi citati, fra cui Francis Scott Fitzgerald (con la sua traduzione de Il grande Gatsby), Nabokov, Gadda, Landolfi, Simenon, spiccano due autori cui Colapietro paga grande tributo: George Orwell, un altro scrittore nascosto dietro pseudonimo, e Franz Kafka (ovviamente).

Bibliografia di Tommaso Pincio

  • M., Autori Messa, 1997
  • Lo spazio sfinito, Fanucci, 2000
  • Un amore dell’altro mondo, Einaudi, 2002
  • La ragazza che non era lei, Einaud, 2005
  • Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi, Fazi, 2006
  • Cinacittà. Memorie del mio delitto efferato, Einaudi, 2008
  • Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora, Laterza, 2011
  • Pulp Roma, Il Saggiatore, 2012
  • Eugenio Tibaldi (con), Acque Chete, Mirror, download gratuito, 2014
  • Panorama, NN Editore, 2014
  • Scrissi d’arte, L’Orma editore, 2015
  • Il dono di saper vivere, Einaudi, 2018

La citazione di Pincio riguardo Scrissi d’arte e qualche altra informazione sono tratte dalla recensione di Matteo Moca in minima&moralia (qui).

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I pantaloni dei morti

Irvine Welsh, Morto che cammina, tr. Massimo Bocchiola, Guanda, pp. 432, euro 16,57 stampa, euro 10,99 ebook

di EMILIANO MARRA

Un po’ dispiace che Guanda abbia scelto una traduzione non letterale del titolo di Dead Men’s Trousers, l’ultimo romanzo di Irvine Welsh e quinto capitolo della grande saga scozzese di Trainspotting (quinto perché Colla è collaterale). Immagino che in italiano I pantaloni dei morti funzioni meno dal punto di vista commerciale, ma è come se si perdesse una pennellata, soprattutto verso la fine del libro.

Ad ogni modo, Morto che cammina è uscito un anno fa nel Regno Unito, quindi è inutile eludere la questione: Welsh uccide uno dei protagonisti principali. Non si tratta di un vero spoiler, considerato che in patria la notizia è stata usata come traino per il lancio del libro, ma non aggiungerò altro perché ogni particolare farebbe facilmente intuire l’identità del personaggio ai lettori affezionati. La prima criticità, dunque, risiede in questo: se i quattro testi precedenti, nonostante siano inseriti in un quadro più grande e coerente, possiedono una certa autonomia, nel capitolo finale l’autore deve tirare le fila e risolvere le questioni in sospeso. Per tale motivo, a mio avviso, il romanzo non è indicato per chi non ha letto i capitoli precedenti. Ma procediamo con ordine.

La storia di Marc Renton, giovane tossicodipendente di Leith (sobborgo di Edimburgo) e dei suoi amici Sick Boy, Spud e Begbie, si dipana quindi in cinque libri. Se i primi due (Trainspotting e Porno) definiscono l’universo narrativo e stilistico della storia, con al centro il peccato originale del protagonista e le sue conseguenze (la truffa ai danni dei compagni), nel terzo romanzo (Skagboys) Welsh si concentra sulla prima giovinezza dei suoi eroi e dipinge un affresco potentissimo della Scozia (e dell’Europa tutta) negli anni Ottanta: un vero pugno allo stomaco fruibile anche da chi non abbia letto, o non voglia leggere, i testi precedenti. Francamente credevo (o auspicavo) che Skagboys fosse il commiato finale di Welsh ai personaggi che gli avevano regalato fama.

Invece, a una distanza rapidissima – due libri in un lustro, rispetto al ventennio che separa Trainspotting da Skagboys – pubblica due nuovi romanzi, forse sull’onda dell’uscita di Trainspotting 2 nei cinema (mediocre sequel del primo adattamento cinematografico). Nel primo dei due romanzi, L’artista del
coltello, le ambizioni “alte” di Skagboys cedono il passo a un’opera media e nel complesso godibile, in cui l’autore ridefinisce le coordinate di Begbie, sottoponendolo a un restyling radicale e approfondendone la personalità. L’esperimento di per sé sarebbe stato interessante se ci si fosse fermati lì, ma in questo solco si inserisce anche Morto che cammina, il quale sembra più un seguito de L’artista del coltello che la degna conclusione dell’epopea di Leith.

In breve, Renton e gli altri sono ormai sulla cinquantina: Marc è un affermato manager di DJ che vive fra gli Stati Uniti e l’Europa e Begbie è, per l’appunto, un famoso scultore. Un incontro casuale li porterà a riallacciare i rapporti e a incrociare di nuovo le strade con Sick Boy e Spud, in un intreccio di situazioni tragicomiche ambientate nell’anno della Brexit (e della vittoria degli Hibs nella coppa di Scozia dopo 114 anni). Lo stile della narrazione è caratterizzato dall’usuale plurilinguismo di Welsh, un autore in grado di incastrare nella pagina quanti più livelli sociolinguistici possibili dello scots e dell’inglese, tutti perfettamente funzionali ai personaggi. Il libro è divertente da leggere (il filone più esilarante è quello che vede coinvolti Spud, Sick Boy e suo cognato, sullo sfondo del mercato nero di organi), però è sottotono nel ritmo rispetto ai primi due e, pur dimostrando ambizioni superiori a L’artista del coltello, non raggiunge le profondità di analisi e le emozioni laceranti di Skagboys. Il tono
crepuscolare è apprezzabile, ma non trova pieno equilibrio con gli aspetti grotteschi del romanzo, convincendo solo in parte. Anche i brani più coinvolgenti (come l’orazione funebre) si incastrano in maniera non sempre felice in una struttura che presenta alcuni punti deboli, soprattutto nella risoluzione dei nodi narrativi.

Se per i lettori di vecchia data è sicuramente un appuntamento da non perdere, l’impressione generale è quella di essere davanti a un’occasione non sfruttata a dovere: siamo certo lontani dalla sciatteria di Trainspotting 2, ma confesso che talvolta, durante la lettura, mi è capitato di accostarli.

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L’Inghilterra sotto il Reich

Len Deighton, SS-GB. I nazisti occupano Londra, tr. Simona Fefè, Sellerio, pp. 504, euro 15,00 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce EMILIANO MARRA

Alla fine degli anni Settanta, Len Deighton è ormai un affermato autore di romanzi spionistici e sta per esordire come storico militare con un saggio sulla battaglia d’Inghilterra. Durante una serata di bevute con un amico e il suo redattore per scegliere la copertina del libro, la conversazione prende una piega speculativa: mentre i primi due sostengono che sia impossibile immaginare un esito differente di quell’episodio della seconda guerra mondiale, Deighton è convinto del contrario. Forte di un ampio lavoro di ricerca sui documenti originali del Terzo Reich, carica la famiglia sulla sua Volvo, si chiude in una casa di Barga, in Toscana, e compone su una Olivetti 22 un piccolo classico del romanzo ucronico britannico: SS-GB.

Uno dei punti di forza della solida traduzione di Simona Fefè per Sellerio è proprio la piccola prefazione del 2009 in cui lo stesso Deighton spiega la genesi dell’opera, soffermandosi sullo studio dell’ambientazione e la scelta della struttura narrativa. La storia narrata in SS-GB, infatti, si svolge alla fine del 1941 in una Gran Bretagna invasa dai nazisti dopo la sconfitta del Regno Unito: la guerra è finita con la capitolazione di Francia e Inghilterra e la Germania hitleriana si appresta a trasformare il patto Molotov-Ribbentrop in un’alleanza rossobruna fra i due totalitarismi. Giorgio VI è rinchiuso nella Torre di Londra e gli Stati Uniti di Roosevelt stanno a guardare, in piena impasse, confermando il filonazista Joe Kennedy all’ambasciata britannica.

Nella cornice della Londra occupata, in una Scotland Yard controllata dalle SS, il soprintendente Douglas Archer si muove in una zona grigia fra collaborazionismo con il nemico e lealtà alla corona: ovviamente dovrà risolvere un omicidio le cui implicazioni scoperchieranno la rete intricata di rapporti incrociati fra SS, Wehrmacht, Resistenza e servizi segreti inglesi, tedeschi, americani. Uno dei pregi del libro è proprio questo: all’interno di un’ambientazione storicamente accurata, i personaggi non sono mossi da grandi ideali, quanto piuttosto da interessi pratici e particolari anche quando la posta in gioco è altissima, come la corsa alla bomba atomica. Nel romanzo, i membri delle SS sono figure ciniche e calcolatrici, preoccupati del loro interesse personale e lontani dal cieco furore ideologico con cui spesso sono rappresentati. I fronti contrapposti, perciò, non sono netti e persino i protagonisti hanno una morale flessibile e sfumata.

Detto questo, i quarant’anni dell’opera (la prima edizione è del 1978) si sentono tutti. Certo, la lettura è resa piacevole da un buon ritmo, un piglio quasi da hard-boiled e un’impronta di realismo lontano dal fantaspionaggio dell’epoca (malgrado lo scenario allostorico), eppure la trama risulta un po’ farraginosa e nella conclusione i fili vengono tirati in maniera decisamente troppo sbrigativa, impedendo un pieno coinvolgimento emotivo del lettore nei colpi di scena finali. Se siamo lontani dalle massime narrazioni controfattuali in lingua inglese (oltre al capolavoro di Philip Dick, L’uomo nell’alto castello, si pensi soprattutto al Complotto contro l’America di Philip Roth), anche un buon prodotto medio come Fatherland risulta più gradevole da leggere, nonostante i chiari debiti del romanzo di Robert Harris nei confronti del testo di Deighton.

Ad ogni modo, incoraggiata forse dalla miniserie BBC ispirata al libro, a Sellerio va riconosciuto il merito di averci dotato finalmente di una buona edizione di un testo fondamentale dell’ucronia inglese, le cui versioni precedenti (Rizzoli 1981 e 1990) sono disponibili ormai solo nel mercato dell’usato.

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