Tutti gli articoli di Elisabetta Michielin

Viaggio in un mondo inquieto

Navid Kermani, Stato di emergenza, tr. di Fabio Cremonesi, Keller Editore, pp. 359, euro 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Navid Kermani, giornalista tedesco di Siegen, scrittore di saggi dedicati al dialogo fra le culture, ha raccolto in Stato di emergenza undici viaggi e altrettanti reportage in India, Pakistan, Afghanistan, Iran, Siria, Palestina, Israele, fino al Mediterraneo orientale. Attraversamenti avvenuti dal 2005 al 2012, cercando e ritrovando realtà sempre mutevoli dove la storia e le sue connessioni appaiono come un universo di tremende opposizioni, contraddizioni e frammenti di vita paradossali.

Gli incontri con le popolazioni e i singoli individui sono pane quotidiano per Kermani: il paradiso sfiancato del Kashmir ci arriva addosso con la levigatezza di immagini Kodachrome. Ogni suono, anche il più placido saluto, appare come supplica mentre il viaggiatore si trova immerso in folle di soldati e avvenimenti d’immensa complessità. Politiche farraginose e oscure s’intrecciano su territori che sono stati un paradiso millenario. Il divorzio da quelle terre attraversa le cellule di chi lì ha vissuto. Cordialità e sguardi poco affabili sono all’ordine del giorno per il reporter che si ritrova in India, in mezzo a folle marcianti. E non manca lo stupore accorgendosi di quanta sicurezza di sé abbiano certe donne. Nel subcontinente indiano affascinano i lineamenti e i colori della pelle mutevoli e meravigliosi. In quegli anni di boom, fra Nuova Dehli e Mumbai non è facile destreggiarsi in mezzo a caste e intolleranze religiose. Kermani valica un multiverso pieno di voci e storie da raccogliere, non accontentandosi di essere un semplice e intorpidito passeggero occidentale.

L’incontro con il mondo sufi in Pakistan avvicina a un ascetismo pressoché incomprensibile, crocevia dove estasi e cerimonia si legano indissolubili a individui sordi ma che “sentono” il ritmo attraverso la solidità del corpo. Ma fra santuari e poeti mistici è avvenuta la “talebanizzazione”, contraltare violento ed estremo di chi aveva nei geni tolleranza e misericordia. La densità degli attentati pone fine a qualsiasi distinguo. In Pakistan si spendeva in beneficenza il cinque per cento del PIL. Ma la cultura dei santuari, nota Kermani, forse in quel paese intontisce. È vero che lì in mezzo ci sono sballati e personaggi bizzarri che poco hanno a che fare con il sufismo insegnato dai trattati classici.

I giubbotti antiproiettile e l’elmetto pesano per i visitatori giunti in Afghanistan nel 2006, ma seguire i convogli militari insieme a Kermani è un po’ come incrementare il nostro tasso di comprensione del mondo. L’ironia degli inglesi verso le truppe USA non è una novità ma qui i punti di vista sembrano stemperati da un’umanità ben poco marziale. Sembra poi strano che nell’esercito afghano non esistano tensioni etniche, d’altronde un soldato lì spesso guadagna più di un medico. A Kabul le bambine ridono in mezzo al traffico caotico, alle macerie, contrastano la depressione del viaggiatore. A Kabul sono stati costruiti nuovi muri davanti ai muri. Ogni edificio pubblico, o importante, è protetto da una specie di barriera difensiva. E si capisce il perché.

Lo sguardo di Kermani è instancabile, ci presenta il caffè inimitabile di Baghdad e gli embarghi di una guerra infinita, il coprifuoco di Damasco, la Palestina rivelata dietro il muro tirato su non dalla geografia ma dagli uomini.

E infine Lampedusa, settembre 2008. Una processione mariana blocca la strada, bisogna salire sulla collina per scorgere il centro di accoglienza: “in confronto ai campi che ci sono in Libia, questo è un villaggio vacanze”. Fra discussioni e mancate autorizzazioni possiamo ascoltare le parole di sindaco ed ex sindaco, di funzionari e medici, di profughi e abitanti. I turisti non si vedono, loro cercano soltanto il mare come sinonimo di vacanza. Il lungo racconto di Kermani termina qui, tra fatica e perenne melanconia, mentre un temporale scoppia sull’isola e la grandine colpisce tutti irrimediabilmente.

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Dal silenzio del mito, la poesia è destino

Milo De Angelis, Poesia e destino, Crocetti Editore, pp. 180, euro 15,00 stampa

di BIANCA SORRENTINO

Esistono libri che non esauriscono il loro portato nel breve spazio di un’edizione e, a distanza di anni, nel cerchio compiuto dal loro cammino ritrovano intatta la loro verità. È il caso di Poesia e destino, vibrante raccolta di agili saggi elaborati da Milo De Angelis in un’estate di quasi quarant’anni fa (e ora proposti per i tipi di Crocetti Editore). Nella nota introduttiva, l’autore ne inquadra storicamente il contesto: era il 1981, un’epoca che, dominata dalle “scritture sociali alla ricerca di immediato consenso”, ancora ignorava il valore dell’opera di Paul Celan, dei versi di Marina Cvetaeva e della ricerca di Maurice Blanchot, numi tutelari di questo volume.

Se il tempo trascorso da allora ha stemperato “l’antica furi” dello stile – quel tono pugnace che non ammette repliche –, esso non ha saputo affievolire l’attenzione dello scrittore nei confronti di alcuni temi, che a ben vedere costituiscono una costante nella ricerca e nella produzione letteraria di Milo De Angelis. Tragedia e mito, in particolare, si configurano come il filo rosso che attraversa queste pagine e che si snoda attraverso riflessioni pregnanti in grado di porgere al lettore tradizioni poco frequentate.

Sembra che le molte verità sulla Poesia offerte qui emergano dal ‘silenzio’ protagonista del primo saggio, un silenzio mitico perché senza segreti, “teso senza aspettative”, in sé compiuto, trasparente, pieno. Accostarsi senza remore allo svelarsi del reale significa accettare del mito persino le ombre, quello scacco per cui le stagioni riprendono il loro ciclo solo “appena Proserpina decide di amare – senza più vie d’uscita – la morte”. Milo De Angelis suggerisce, a partire da una lettura attenta del testo latino di Claudiano, che il legame tra Plutone e la figlia della dea dell’agricoltura, oltre a generare il grano, rigeneri “Cerere stessa, suo malgrado”. Il lugubre incubo concepisce cioè una nuova, vitale vicinanza.

Una certa idea di movimento è insita anche nell’etimologia della parola ‘destino’, che l’autore immagina qui come un punto dal quale una semiretta si innalza – o, al contrario, sprofonda. Se le Moire tessono per i mortali un segmento nei riguardi del quale neanche Zeus ha potere e un eroe devoto come Ettore non può che accettare, alcune figure del mito paiono sfuggire al potere di attrazione del secondo polo: per Clitemnestra e per Antigone, ricorda Milo De Angelis, la stirpe esercita un’autorità di maggior peso rispetto ad Atropo, la Moira che recide il filo. La moglie adultera di Agamennone e la figlia-sorella di Edipo spezzano il segmento e si inabissano. Il loro è il gesto immortale del poeta, nell’atto di andare a capo.

Nelle tragedie greche, di cui il curatore ripercorre qui con feroce e abbacinante lucidità alcuni tratti, vi è un’inquietante dimestichezza con l’odore del sangue, per dirla con Tóibín. È l’inappellabile Necessità che impone agli eroi di agire, senza che a questi sia concessa la facoltà del libero arbitrio: la maledizione caduta sul ghenos non lascia scampo ai figli, costretti a pagare le colpe dei padri e a macchiarsi di crimini altrettanto efferati. Ecco che la luce dei corpi viventi, che nell’omerica Delo non è contaminata dal buio dei corpi morti, si riunisce a quest’ultima, ecco che Persefone si innamora di Ade. “In questo senso Clitemnestra non uccide Agamennone, ma uccide attraverso Agamennone l’infamia che si annida in lui e dunque nella Grecia”.

Patria spezzata e nonostante questo eterna nel suo palpitante splendore, la Grecia del mito è incessante richiamo, ispira versi e riflessioni sulla poesia, e nel rito di andare a capo inchioda a un destino fatto di bivi, presagi e, talvolta, di voli.

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Una narrazione con una sua personalità

Rachel B. Glaser, Piscio sull’acqua, tr. Barbara Ronca, Carbonio editore, pp. 151, euro 14,50 stampa

di ELISABETTA MICHIELIN

I tredici racconti di Rachel B. Glaser sono sorprendenti, a volte ingenerano confusione, non si capisce bene chi stia parlando o addirittura cosa stia succedendo e dove andranno a parare sia spazialmente che temporalmente.
Questo avviene perché Rachel Glaser introduce nei propri racconti l’elemento della narrazione stessa che interagisce con i personaggi, le storie, i luoghi comportandosi e agendo a sua volta come un personaggio vero e proprio, con propri gusti, pensieri e una propria personalità. La sua lingua non è particolarmente ricercata nella forma, anche se è ricca di immagini sorprendenti e stranianti, però – come detto – ha una personalità spiccata che anarchicamente deraglia il racconto in rivoli che i personaggi e il narratore non controllano e spaesa il lettore che fatica a trovare il centro di “verità” che, la collocazione del racconto in una tipologia data, di solito garantisce.

Bellissimo il primo racconto, “L’ombrello magico”, che inverte le sequenze della storia e trasforma quello che sarebbe stato un racconto biografico come tanti in una sorprendente dislocazione di storie e di voci. Inizia con una ragazzina che andando a scuola trova un ombrello con la faccia che cammina verso di lei e la porta “su su” in alto nel cielo, poi scopriamo che questo è il racconto scritto da una bambina di 7 anni che a sua volta è la protagonista di uno dei racconti nel baule scritti da Jo, invenzione – come si sa – di Louise May Alcott; scrittrice che “un’estate si invaghì dell’ombra di un albero” e il cui “migliore amico era un cucchiaio!”. Ma non finisce qui: il racconto con le sue osservazioni impensate, dove ognuno e ogni cosa ha una propria soggettività – dal mare, all’uomo fatto di legnetti – si conclude con le considerazioni di un libro in copia unica – scritto e stampato dall’autrice di Piccole donne, che a sua volta ha le proprie idiosincrasie, preferenze e idee, in una parola: una vita!

Il libro, sistemato in libreria accanto a una prima edizione del Grande Gatsby, ama moltissimo leggere e fa un elenco degli autori che preferisce (Nabokov, Tolstoj, James…) e non sopporta (“Kerouac e altri perdigiorno come lui”, i latino-americani…).

Allora – mi sono detta confortata dal comportamento stesso di questo libro – perché non pensare che il libro e, insieme a lei Rachel B. Glaser, non abbiano letto anche Solženicyn e il suo Reparto C, dove c’è la più icastica e definitiva immagine della malattia e della morte contenuta in un romanzo, laddove la giovanissima Asja, che dovrà essere operata al seno il giorno dopo, chiede al tremulo Dëmka di baciarglielo interrogandolo disperatamente: “Tu te ne ricorderai? Ti ricorderai che c’era? E com’era?” L’inesperto Dëmka “coprì di baci la meraviglia sospesa sopra di lui”, mentre il grande autore russo chiude la scena con una zampata straziante.
“Oggi una meraviglia, domani nel secchio”.
Nel racconto “Infezioni” di questa antologia, la stessa scena ritorna con la signora Kespetrova (russa) molto più navigata della povera Asja, che agitando il suo grosso seno verso il dottore imbarazzato urla: “molto presto questa mammella verrà tagliata via. Sarà spazzatura in fondo a un cestino”.
È proprio vero che i libri e le loro storie stanno così fianco a fianco e si richiamano passandosi e mescolando le voci.

“La fidanzatina di McGrady” è un altro racconto che mescola le voci ondeggiando da uno all’altro di un gruppo di soldati sorpresi dal nemico e da questi alla nuvola delle ragazze a casa, in un montaggio di piani separati spazialmente ma connessi dalla onnipotenza della scrittura: “E che dire delle passeggiate, pensò Jeannie. Alle mie gambe piacciono, sicuro, ma questa camminata non finirà più, pensò Wallace” che a migliaia di chilometri di distanza teneva fra le braccia il corpo morente di un compagno. E Jeannie continuò: “E che dire dei corpi, delle case, dell’erba? (…) E che dire delle famiglie? Un buon posto da cui iniziare, disse lui.” “E Dio, bisbigliò in un soffio, che dire di lui?” si chiese Jeannie sotto le lenzuola mentre Wallace pensò: “Dio non è qui (…) ma tutto il resto c’è, di sicuro”.

Rachel B. Glaser, che è anche poeta, è stata selezionata da Granta nella categoria “Best of Young American Novelist”. Questa è la sua prima opera pubblicata in Italia.

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Il fiume carsico della memoria

Andrea Olivieri, Una cosa oscura senza pregio, Edizioni Alegre, pp. 432, euro 18,00 stampa, e-book euro 9.99

di ELISABETTA MICHIELIN

È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro.
Lewis Carroll

Alzi la mano chi ha fatto politica negli anni ’70 e non ha fra i suoi libri “Dynamite. La storia della violenza di classe in America” di Louis Adamic.

Certo, Andrea Olivieri precisa che l’edizione del “Collettivo Editoriale Punti Rossi” (che è ancora l’unica ad essere disponibile in italiano) è inaccurata e zeppa di errori. Eppure questo libro insieme alle ricerche della “sezione internazionalista” degli operaisti italiani (Gambino, Rawick…) e dei collaboratori della rivista Primo Maggio (come Cartosio) è stato fondamentale per chi andava alla ricerca di una storia materiale dei comportamenti operai che andasse fuori dalla tradizione che le organizzazioni operaie novecentesche trasmettevano e legittimavano e per vedere gli Stati Uniti dall’interno al di là di ogni appiattimento e semplificazione antimperialista.

Ora Louis Adamic torna nel romanzo fiume di Andrea Olivieri che alterna le vicende umane e politiche dell’autore e militante americano di origine slovena a quelle della propria famiglia operaia e resistente che molto ha avuto a che fare con la ex-Jugoslavia. Olivieri manca il “sesto grado di parentela” perché non ci sono le prove che Adamic abbia interagito in qualche modo con i nonni di Olivieri Albano e Leda. Ma le storie sono intrecciate – ci dice Olivieri – perché sono fatte della stessa materia di comportamenti e sogni operai, per quanto “sporchi”, incompatibili e sconfitti siano stati.

Il libro di Olivieri ripercorre con grande finezza tutte le contraddizioni e i drammi della vicenda dei confini Est fra l’Italia e la Jugoslavia, una storia che inizia da lontano, funziona da sostrato ideologico alle leggi razziali del fascismo (annunciate a Trieste nel 1938) e ancora ci riguarda da vicino (basti pensare alla sciagurata ipotesi di costruire un nuovo muro alla frontiera con la Slovenia per cercare di sigillare la rotta balcanica dei migranti tenendoli fuori dai confini europei).

Su questo rimandiamo sia alla lettura del libro, naturalmente, sia all’accurata recensione di Anna Di Gianantonio, studiosa della questione,  che (qui) ribadisce e dà ragione della ricostruzione di Olivieri che, da parte sua, si definisce uno storico “scalzo”, perché più interessato a cercare una verità che rimanda alla prassi, a ciò che ancora vive e attende risposta e giustizia, piuttosto che a ciò che è già sistemato e immodificabile. Gli storici “scalzi” hanno anche l’audacia di voler prendere parola e occupare un posto riservato alle accademie senza paura di mescolare i generi della fiction (in questo caso assolutamente documentata) e della Storia con le biografie e le relazioni familiari e affettive che Olivieri trasmette al lettore con pudore raro.

“Una voce insistente, imperiosa, (…) una voce cui non potrete sfuggire” chiamerà “voi lavoratori, schiavi del salario”, la voce di “un movimento che avrà inizio nel lontano passato, una cosa oscura senza pregio”. Lo scrive Upton Sinclair ne La Giungla, (qui un approfondimento) ed è il titolo del romanzo di Andrea Olivieri che si è messo all’ascolto del rumore e delle esplosioni delle lotte operaie e del desiderio di comunismo che le hanno percorse nel lungo secolo degli assalti al cielo. Il libro di Olivieri è un levare degli strati morti dei confini dati, un immettere aria e vita nella storia ufficiale (anche dei partiti comunisti) che hanno ingabbiato e soffocato i movimenti, le decisioni, le passioni di soggettività, popolazioni, operai, donne che di quella storia hanno cercato di piegarne gli esiti.

Una storia, dunque, che travalica le frontiere e si intreccia con le stesse mostrando ancora una volta quanto i confini siano una durissima messa in forma da parte degli Stati e del capitale sui corpi di chi quei confini rifiuta riconoscendo piuttosto l’internazionalismo delle proprie istanze di giustizia o di chi le frontiere cerca di attraversale anche oggi drammaticamente.

Non è un caso, ma è invece centrale, che il libro si chiuda con un atto di disobbedienza del narratore che aiuta una famiglia di richiedenti asilo siriani, ad attraversare “clandestinamente” la frontiera dalla Bosnia verso l’Italia e l’Europa. Una decisione che ricollega direttamente Olivieri ai nonni che, insieme a moltissimi operai dei Cantieri di Monfalcone, quel confine avevano inversamente attraversato alla ricerca del socialismo e della giustizia sociale lì dove sembrava stesse nascendo, all’epoca della rottura del Cominform nel 1948 e dei contrasti fra Stalin e Tito. Al di là, quindi, di ogni appartenenza nazionalistica, si va dove si pensa e si spera di stare meglio e di avere più giustizia (come fanno i milioni di migranti ogni giorno). La molla che ha spinto anche il giovanissimo Adamic partito per gli Stati Uniti nel 1914 subito dopo una manifestazione repressa nel sangue in quello che era ancora l’Impero Austro-ungarico.

E veniamo  al cuore di ciò che fa questione in questo libro. Vale a dire la memoria e la sua trasmissione. Che ce ne facciamo della memoria? È davvero trasmissibile o è una partita persa? Perché è sottinteso che il senso di un lavoro come quello di Olivieri è proprio la trasmissione di una memoria e delle pratiche che sottintende. A questa domanda cruciale Andrea Olivieri e il suo romanzo sembrano rispondere sì, la memoria è trasmissibile, un fiume carsico riemerge e la trascina avanti. Gli sfruttati la riconoscono e la rivivificano. Il nonno (e la nonna) sono stati partigiani e internazionalisti, il figlio va a Genova nel 2001 con il nipote (Andrea), che a sua volta solidarizza con i migranti.

Un altro libro – molto bello – appena uscito, e che ha purtroppo una distribuzione ridotta, pone al centro la trasmissione della memoria, in questo caso da uno zio partigiano alla nipote della generazione della Pantera che fa una ricerca universitaria sulla resistenza a Genova. Si tratta di Behind the lines. La partita impossibile (199-91) di Manlio Calegari.

In questo caso la trasmissione della memoria non passa il testimone. Le due generazioni dei resistenti e della Pantera si incontrano ma non si comprendono, nonostante abbiano ben chiaro quanto sia terribile e ingiusto il mondo dopo la caduta del muro di Berlino. Il libro di Calegari è un libro “controrivoluzionario” nel senso che il protagonista, il partigiano Alba, constata che i secoli delle rivoluzioni, l’Ottocento e il Novecento, non sono riusciti a dare una risposta sulla quantità di ingiustizia necessaria per fare il bene dell’umanità. Una porta stretta che lui stesso – nella sua esperienza partigiana – si è assunto l’onere di attraversare, pegno da pagare alla necessità etica di aver scelto la parte giusta dove stare. Marco Codebò (nella sua recensione su Pulp) azzarda una risposta molto interessante su questa impossibilità scrivendo che “ai giovani come Felicita manca un rapporto col territorio, arte di cui Alba e compagni sono invece maestri. E infatti Behind the Lines è un romanzo topologico, un racconto di luoghi unici per storia, cultura e geografia. A ognuno di essi corrispondono relazioni particolari fra i personaggi, un’attività specifica e una lingua. (…) Alba e i suoi amici riescono a resistere, dal 1944 in poi, perché abitano posti che stanno in sintonia con la loro soggettività, quel che manca ai compagni di Felicita, ridotti alle quattro mura dell’Istituto di Storia.” Aggiunge Codebò che “resistere” viene dal latino “sistere”, in italiano fermare, fermarsi, verbi privi di senso senza presupporre un posto su cui appoggiarsi. Ciò che manca al lavoro astratto ai tempi della globalizzazione. La “generazione di Felicita, (…) non resiste perché non sta da nessuna parte”. Siamo a uno dei “nodi del secolo: come si possa oggi coniugare la mobilità del lavoro vivo con la radicalità della resistenza”.

Tornando al libro di Olivieri, sicuramente un rapporto con il territorio, una conoscenza perfetta delle linee di attraversamento delle frontiere è ciò che caratterizza l’esistenza e la resistenza di chi in quelle zone sosta o pratica una qualche forma di solidarietà.

Si potranno unire le due forme di r/esistenza?

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Camminare sulla linea

Grisélidis Réal, Il nero è un colore, tr. Yari Moro, Keller, pp. 277, euro 17,00 stampa

di ELISABETTA MICHIELIN

Grisélidis Réal fuggita dalla Svizzera e da una famiglia borghese particolarmente oppressiva, va in Germania con il suo amante laureando, nero e schizofrenico, fatto dimettere da una clinica psichiatrica, e i due figli sottratti ai servizi sociali. Siamo negli anni Cinquanta, la Germania è ancora piena di soldati statunitensi – primi clienti di Grisélidis Réal – che inizierà il suo lavoro di prostituta un po’ per necessità, un po’ per scelta, finendo anche in carcere per traffico di marijuana. Questo libro ne è lo straordinario resoconto.

Il nero è un colore di Grisélidis Réal è un libro di amore “razzista”. Non so come definirlo in altro modo visto la predilezione straordinaria che l’autrice prova per la “razza” nera e la “razza zingara”. Un amore espresso in una lingua ardente e iperrealista che diventa decisamente lirica quando descrive i corpi amatissimi dei suoi neri; per esempio quello di uno degli amanti:

“Dio nero dalla pelle brasata e calcinata, dal profumo di orchidea e zenzero, dal sesso come un lungo giglio nero. Ronald Rodwel dal viso di pantera, la fronte liscia come un’orchidea, le grosse labbra spaccate come una corteccia. L’iride violaceo dei tuoi occhi è un pozzo profondo, è la mia notte, il mio alcol, la mia droga”.

Per quanto riguarda la “razza zingara”, la Réal la riconosce come la sua vera famiglia. Vivrà infatti per lunghi periodi nei campi zingari, in miserabili roulotte vicine alla discarica dei rifiuti della città di Norimberga “seduta in mezzo a loro come una principessa, avvolta nel loro amore, nel calore del loro affetto meraviglioso”.

Alla Germania la Réal ricorda: “Con tutti i vostri gas, nelle fosse comuni, nei forni crematori, non siete riusciti a distruggere il cuore zingaro!”

L’altro grande tenero amore Réal lo riserva ai figli (ne avrà 4 da padri diversi).

“In Germania i miei bambini hanno avuto centinaia di padri magnificamente neri e affettuosi come poi non ne abbiamo più trovati”.

Il nero è un colore è un libro disturbante e proprio per questo interessante: non è per nulla un libro politicamente corretto sia che, nella grande faglia che divide le posizioni sul lavoro sessuale, ci si ponga da una parte o dall’altra della barricata, a favore o contro la prostituzione e il lavoro sessuale visti come libera scelta o come semplice sfruttamento. L’amore per i soldati neri, il furore sessuale che anima la Réal si accompagna, di fatto, a un accoglimento (a cui lei e le donne si sottraggono come possono ma mai messo davvero in questione) di comportamenti da parte dei suoi amanti o clienti che ci appaiono del tutto inaccettabili: la maggior parte, tedeschi o afroamericani che siano, sono infatti violentissimi. Malgrado le violenze in questo libro, Grisélidis divide il mondo dei suoi clienti sulla linea del colore: se il cliente è nero, le botte sono accettate e a volte addirittura giustificate nel caso degli amanti; se è tedesco il cliente è sempre e in ogni caso denigrato e repellente anche quelle poche volte in cui non è violento.

Eppure, nonostante le botte, la paura di morire per mano di un cliente o addirittura di un amante, ciò che muove Grisélidis è una voglia di libertà e un odio per l’ordine costituito e la società “piccolo borghese” che lascia davvero senza fiato e che la porterà nella vita a diventare una delle donne che hanno tirato fuori dall’ombra la prostituzione, una donna fondamentale nella storia dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Nella postfazione a Il nero è un colore, trent’anni dopo i fatti narrati nel libro, la Réal scrive nella sua incomparabile lingua:

“A passi di lupa, di tigre e di uccello cammineremo sulla luna se sarà necessario, conquisteremo lo spazio che ci spetta, a noi che siamo il balsamo sulle sofferenze e l’acqua nel deserto, profumate, splendenti, offerte e ferite, dolci e violente, donne e maghe, principesse dei nostri sensi e del desiderio degli uomini.

A Parigi, nella cappella Saint-Bernard a Montparnasse, in quel principio di giugno del 1975, si sono riunite cinquecento donne, pallide, risolute; alcune, a forza di parlare, di gridare, non avevano più voce. I preti che le avevano accolte hanno coperto con un tessuto le statue della Vergine e dei santi. La quarta notte la polizia le ha buttate fuori a manganellate.

Non ci arrenderemo. La lotta continua, attraversa gli oceani, infiamma la carta, gli schermi, i muri. Non cammineremo mai più per le strade come bestie braccate, non ci violenteranno più, né in macchina né altrove.”

Una data e una lotta dirimenti cui seguirà dopo pochi anni in Italia la nascita del Comitato per i Diritti delle Prostitute, fondato a Pordenone nel 1982 da Pia Covre e Carla Corso, due donne che hanno avuto il coraggio di “camminare sulla linea” e di rivendicare apertamente il proprio stare e fare e il potere di decisione delle donne sul proprio corpo.

Grisélidis Réal morirà nel 2005 a 75 anni; è sepolta nel “cimitero dei re” a Ginevra fra l’austero Giovanni Calvino e il cieco Jorge Luis Borges, sotto una lapide in cui c’è scritto: “scrittrice, pittrice, prostituta”.

Dopo Il nero è un colore, Grisélidis Réal ha scritto molti altri libri e saggi in cui approfondisce e affina il suo discorso sulla prostituzione che definirà “un Art, un Humanisme et une Science”, senza dimenticare il lato sordido e tragico di questo lavoro come descritto magnificamente in questo suo primo testo.

La casa editrice Keller ha il merito di aver tradotto in italiano per la prima volta l’autrice; peccato non abbia pubblicato un’introduzione per contestualizzare la vita e le battaglie della Réal e di conseguenza questo libro d’amore come lo ha definito la Réal stessa, che così scrive: “Chi non ha mai veramente amato scagli questo libro nella spazzatura. Troverà più calore e agio tra i rifiuti che non fra le sue mani”.

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Una bomba incendiaria di romanzo. La giungla di Upton Sinclair

di ELISABETTA MICHIELIN

«Spam! Spam!». Intanto, di là dalla collina rintronava cupo,
feroce, monotono, lo «spam! spam! spam!»
delle artiglierie di Cassino.
[SPAM – acronimo di Shoulder of Pork And haM]
ovvero “l’orrido SPAM, il pasticcio di carne di maiale, orgoglio di Chicago”

Curzio Malaparte, La pelle

La giungla, pubblicato da Upton Sinclair nel 1906, è un libro ideologicamente costruito, pedantemente dimostrativo, informe e noioso in alcune parti, ma così bello e fiammeggiante, così accurato nell’indagine sulle condizioni di vita degli operai, delle migrazioni, dell’organizzazione del lavoro, della costruzione di una città – Chicago – della produzione industriale del cibo, da essere non solo un modello di giornalismo e letteratura di denuncia – di “quel muckraking (andare a frugare nel letame) che costituì una delle tendenze più vigorose della cultura americana di inizio secolo e che influenzò in maniera più o meno profonda le moderne lettere americane”, come scrive Mario Maffi (traduttore de La Giungla per Net, la collana de Il Saggiatore) – ma da rimanere ancora oggi, purtroppo, di un’attualità stringente e – forse per questo – quasi del tutto dimenticato.

Due sono in particolare i capitoli che valgono da soli, per acume e vividezza di scrittura, la lettura del libro: la festa di matrimonio, acziavimas, e il “viaggio del maiale”, la sconvolgente “fabbricazione a macchina della carne di maiale, la fabbricazione della carne di maiale grazie alla matematica”.

Il ballo per il matrimonio di Jurgis Rudkus, giovane operaio appena arrivato dalla Lituania, protagonista del romanzo, e di Ona poco più che adolescente, è una scena complessa densa di persone, un luogo di tensione fra la tradizione portata dal paese lontano e il potere di livellamento del capitalismo, che tutte le tradizioni cancella e da tutti i retaggi “libera”.

Per i nuovi arrivati a Chicago rinunciare al ballo per il matrimonio “vorrebbe dire non solo essere sconfitti, ma riconoscersi sconfitti: ed è la differenza fra questi due stati d’animo a mandare avanti le cose.” La famiglia di Jurgis non può rinunciare alla veselija (il ballo con la sposa); patto non scritto, ma proprio per questo vincolante, sorta di questua in cui tutti gli intervenuti alla festa – che costa enormemente relativamente ai magrissimi salari – sono tenuti a contribuire con una quota che non è fissata, ma che tanto più è generosa quanto più ci si sente legati alla tradizione. Una tradizione che ti riconferma “padrone del tuo destino” perché, per quanto la tua vita sia misera e si svolga in un tugurio, un giorno l’hai lanciata in aria per gioco e con leggerezza, e questa festa meravigliosa sarà il ricordo che ti accompagna e dopo il quale “si può tornare alla fatica quotidiana e trascorrere ogni giorno in quel ricordo”.

Ebbene non serve molto per far sospettare a Jurgis e ai suoi familiari che i lituani di lungo corso negli Stati Uniti e quelli di seconda generazione sono molto diversi dagli appena arrivati; restii a indossare le vesti tradizionali, lontani dal riconoscersi nei doveri di accoglienza e nelle gerarchie del rispetto: “sembrava quasi che ci fosse nell’aria un veleno sottile che s’insinuava nei polmoni, un veleno che colpiva improvvisamente i giovani. Arrivano a frotte, alle feste, facevano man bassa delle leccornie preparate, e poi tagliavano la corda (…) e non si facevano più vedere (…) senza ritegno alcuno, lanciando anzi sguardi ironici, pieni di scherno, sfrontati”. Per non parlare degli organizzatori della acziavimas, anch’essi lituani, che gonfiavano con imbrogli di ogni sorta il costo della stessa. A Jurgis, uscito dalla festa pieno di debiti, non resta che consolare la atterrita Ona con la frase carica di inconsapevole ironia che lo accompagnerà per buona parte del libro: “lavorerò di più”.

La scena del matrimonio che apre il libro di Sinclair, piena di contraddizioni, tremante sotto una catastrofe incombente, minacciosa e inevitabile, sembra fare il paio con la fragilità delle amicizie e degli inganni amorosi che avvengono nella comunità di operai delle acciaierie di origine russa del film di Michel Cimino Il Cacciatore (1978), che poi precipita e si dissolve nell’orrore del Vietnam. Certo, a salvare gli operai di Sinclair ci sarà alla fine l’”inevitabile” sole del Socialismo, mentre alla classe operaia di Cimino che va all’inferno non resterà assolutamente nulla, né utopie, né sogni giovanili, né tanto meno le promesse di libertà e di autodeterminazione dell’America e della Storia.

L’inferno di Jurgis, della sua famiglia e di trentamila altri operai (mezzo milione indirettamente), non sarà il Vietnam ma Packingtown (la “città dello scatolame”) come veniva chiamata l’immensa porzione di Chicago occupata dai macelli, dalle fabbriche dell’indotto, dalle case fatiscenti e dai dormitori avvolti in una fitta e densa oscurità, in un paesaggio cupo e spoglio, in un odore persistente rivoltante che infetta tutta l’area. Avvicinandosi alla fabbrica Jurgis e famiglia, appena sbarcati negli Stati Uniti pieni di aspettative, “si resero conto d’esser sul punto di giungere alla fonte di quell’odore… d’esser anzi venuti fin dalla lontana Lituania per trovarlo.” La fonte dell’odore rivoltante di carne e sangue, accompagnato da una specie di ronzio continuo, che era il muggito remoto e il grugnito di migliaia e migliaia di bovini e suini, aveva origine nei macelli di Chicago.

Il terzo capitolo de La giungla è scioccante. Lo è stato all’epoca, quando il libro suscitò un enorme clamore, inchieste e denunce tutte vinte dall’autore (perché le atrocità descritte erano vere; Sinclair visse infatti due mesi con gli operai dei macelli per documentarsi) e lo è ancora anche per un lettore odierno che di romanzi “horror” ne ha letti a valanghe.

Si tratta di una visita “turistica” dei nuovi arrivati, che “familiarizzano” con l’ambiente del futuro lavoro e che mette a dura prova i pensieri e sentimenti della famiglia di Jurgis, anche se Sinclair chiosa: “I lituani non erano animi poetici e la scena non inspirò loro metafore sull’umano destino: si limitarono a riflettere sulla meravigliosa efficienza di ciò che avevano sottocchio”.

La “macchina meravigliosa” eccola descritta da Bertolt Brecht nel suo, Santa Giovanna dei macelli (1932), opera molto più “aperta” e complessa de La giungla, ma che da quest’ultima prende a “prestito” (si sa che Brecht teorizzava il plagio) l’ambientazione nei mattatoi di Chicago.

Lasciamo, quindi, intatto per il “piacere” del lettore de La giungla il crudo realismo di Sinclair. La geometrica e quasi asettica descrizione di Brecht mette bene in luce la potenza del sistema di macchine che sembra muoversi da sola, autonoma dal lavoro degli operai sprofondati in realtà a lavorare “con rabbiosa velocità” nel sangue che (animale o umano) fa da fil rouge dell’intero romanzo.

Il maiale va su, sopra una guida
metallica, al piano ultimo. Lassù
incomincia il macello. Da sé solo
senz’aiuto, il maiale si precipita
giù sui coltelli. Va bene? Il maiale
si macella da sé, si fa salsiccia.
Perché, da un piano all’altro, abbandonato
dalla sua pelle, che in cuoio si muta,
e poi diviso dalle proprie setole
(spazzole, un giorno), finalmente l’ossa
sue, che dànno farina, scaraventa
via da sé. E dal proprio peso tratto
sprofonda nella scatola. Va bene?

Macchine meravigliose: è noto che Ford si inspirò proprio alla catena di smontaggio dei macelli di Chicago per costruire la catena di montaggio per la prima Ford modello T. Semplicemente invertendo il senso della catena, l’assemblaggio di una macchina rispetto allo smontaggio di un suino.

Sinclair, che secondo Lenin era un “socialista sentimentale”, non dimentica mai oltre alla sorte dei lavoratori quella della sofferenza animale, ciò che definisce “lo stridio di maiale di tutto l’universo”, chiedendosi: “era ancora possibile credere che, da qualche parte, sulla terra o al di sopra della terra, non ci fosse un paradiso dei maiali, dove essi potessero cogliere la ricompensa a tanta sofferenza?”

Ne La giungla la sorte dei buoi e dei maiali è la stessa di quella degli uomini, delle donne e dei bambini: allo smontaggio degli animali corrisponde lo smontaggio delle comunità, dei legami, dell’umanità stessa triturate insieme alle bestie nell’infernale sistema mondo dei macelli.

Ciò che maggiormente provocò il clamore all’uscita del libro di Sinclair fu la qualità del cibo che producevano i macelli di Chicago. Una vera e propria produzione di veleno inscatolato; se del “maiale non si butta via niente”, un detto che gli operai si ripetevano con umorismo nero, la cosa era letterale: guasti, marci, morti per malattie, frattaglie, tutto veniva usato, “ripulito” e inscatolato. Finanche operai scivolati nei macchinari e spediti ai quattro angoli del continente sotto forma di “Lardo Foglia d’Oro Durham” o altre prelibatezze che contenevano più o meno le stesse cose, ma a seconda del nome del prodotto avevano costi differenti. I prodotti più scadenti venivano venduti alle strutture collettive, ospedali, mense ed esercito, come riportato nel libro di Curzio Malaparte sopra citato.

L’impatto sui consumatori fu enorme, le inchieste si moltiplicarono e dopo sei mesi vennero approvati in gran fretta il Pure Food and Drug Act e il Beef Inspection Act per cercare di mettere ordine e argine all’industria alimentare statunitense. Una doverosa attenzione allo stomaco; ma per quanto riguarda le condizioni di vita gli operai se la dovranno cavare da soli attraverso moltissimi scioperi e proteste che costellano la vita dell’industria conserviera di Chicago.

Sinclair non è certo uno che si fa confondere dai propri personaggi; li tira per la giacchetta, con pugno di ferro, conducendoli per tutte le stazioni – una più dolorosa dell’altra – di una via crucis horror, li schernisce con ironia e sarcasmo nelle loro credenze, idee balbettanti e pensieri che bolla sempre come ingenui. Li accusa di “vedere solo quel che volevano i conservieri”, in una parola di essere senza un punto di vista di classe e quindi di comprensione generale come solo il partito socialista poteva avere. Eppure, a un certo punto, il narratore de La Giungla, sconfortato, scrive: “Per descrivere i miasmi che esalavano da questo macabro ossario, c’erano forse parole adatte in lituano, ma certo non in inglese”. Siamo nel reparto fertilizzanti, ultimo girone infernale del ciclo della produzione della carne dove Jurgus finisce dopo varie peripezie.

L’impossibilità linguistica a definire le condizioni di lavoro degli operai del reparto fertilizzanti è la barriera che separa i dannati del miracolo americano dagli strati di popolazione che man mano si affrancano dal trust della carne o ne vengono semplicemente espulsi, sostituiti via via da nuove identità etniche immesse nel circuito dei macelli: più docili, malleabili, ignare della lingua, delle condizioni di vita e di lavoro cui vanno incontro.

Infatti i padroni, scrive Sinclair, sono sempre alla ricerca di gente come il giovane Jurgus: “un ragazzo venuto dalla campagna, il tipo di operaio che piace ai padroni, che rimpiangono di non poter avere più spesso: se gli si diceva d’andare in un certo posto, ci andava di corsa: se rimaneva senza nulla da fare anche solo per un momento, cominciava ad agitarsi irrequieto, incapace di star fermo per quell’eccesso di energia che gli ribolliva dentro; e se lavorava alla catena, la catena si muoveva sempre troppo piano per lui (…)”. Ci penserà poi la fabbrica a smontare sia la carne degli animali che quella degli operai, come vivrà sulla sua nuda pelle Jurgis che – appena entrato ai macelli- rimane sorpreso nel rendersi conto che gli altri “odiavano il proprio lavoro, odiavano i capisquadra e odiavano i padroni, odiavano l’intera fabbrica, l’intero quartiere, l’intera città, e d’un odio totale, crudo, violento. Donne e bambini maledicevano ogni cosa con forza; era uno schifo, uno schifo d’inferno, era tutto uno schifo!”.

Se per avviare il settore i primi immigrati furono i macellai specializzati provenienti dalla Germania, man mano che la meccanizzazione aumentava e il lavoro perdeva la sua specializzazione questi furono sostituiti dagli irlandesi, che poi all’epoca dei grandi scioperi degli anni Ottanta del XIX secolo se ne vanno o vengono sostituiti da i boemi e dai polacchi. (Chicago è infatti ancora oggi la seconda città polacca del mondo dopo Varsavia per numero di abitanti). Arrivano poi i lituani che, appena scendono in sciopero, vengono sostituiti dagli ex schiavi che arrivano dal sud degli Stati Uniti usati come crumiri; perché una cosa è certa: la storia dell’industrializzazione di Chicago è una storia di grandiosi scioperi e anche di fuga dalla fabbrica.

Moltissimi operai (come il nostro Jurgus) scelgono di andarsene (rompendo i legami familiari) e di diventare hobos (l’esercito di lavoratori nomadi e stagionali che si muovevano in cerca di migliori condizioni di lavoro, e che tanto hanno costruito l’immaginario americano) girando per l’immensa frontiera. È significativo che, nel percorso che Sinclair fa compiere al suo protagonista, l’adesione al socialismo passi attraverso l’abbandono di questa scelta (per molti versi liberatoria, salari più alti, tempo libero, capacità di decidere quando lavorare e quando vivere dei proventi del lavoro stagionale e, non ultimo, rapporto con la natura che a Chicago è pressoché scomparsa), il ritorno alla fabbrica e a quel che rimane della famiglia che nel frattempo si è disgregata quasi completamente.

Il Socialismo ha bisogno degli operai in fabbrica e in famiglia, non può organizzare una forza lavoro mobile e senza legami, a differenza del movimento sindacale degli IWW (Industrial Workers of the World), non a caso nato proprio a Chicago nel 1905, che raccoglieva e seguiva i percorsi di lavoratori precari di diverse qualifiche e nazionalità.

La sostituzione e segmentazione di operai di diversa nazionalità e diversi contratti di lavoro è ancora oggi caratteristica della filiera della carne, come dimostrano le ricerche negli stabilimenti italiani di Devi Sacchetto, ricercatore dell’università di Padova.

Il libro di Sinclair è ancora attuale (purtroppo) rispetto alle condizioni di lavoro delle maquiladores alle frontiere fra Stati Uniti e Messico, nelle periferie delle città del terzo e del primo mondo, ma anche nei nostri ghetti qui in Italia, a San Ferdinando, nelle campagne pugliesi o nel Nord, dove un esercito di operai senza volto e “clandestini” producono in condizioni di vita terribili, privi di diritti, il cibo che arriva sulle nostre tavole; più esente da frodi, ma non meno insanguinato della carne in scatola dei mattatoi di Chicago.

Le donne, da parte loro, sono sempre esposte e sul bordo della prostituzione: destino inevitabile della miseria tragica in cui vivono, a maggior ragione se vengono abbandonate dal capofamiglia. Sinclair non esprime giudizi morali, ma non può permettersi di “salvarle”: così alla costrizione alla prostituzione dell’indifesa Ona segue una morte terribile, mentre Marija che decide di prostituirsi per mantenere il resto della famiglia quando Jurgis se ne va, al ritorno di quest’ultimo sceglie di continuare a fare la vita. Neppure Jurgis colpevolizza le due donne, ma l’economia del romanzo non permette un ritorno alla vita “normale” delle prostitute. Se hai varcato quella soglia non ritorni più. È bello però ricordare che, nella realtà, fra i sei fondatori degli IWW ben tre erano donne delle quali un’afroamericana, Lucy Eldine Gonzales Parsons, militante anche per i diritti razziali e l’uguaglianza di genere. Vale a dire che c’erano donne che non accettavano il proprio “destino”.

La giungla uscì a puntate sulla rivista socialista Appeal to Reason. La vita di Upton Sinclair, che è stato anche uno dei produttori del progetto fallito del film “messicano” di Ėjzenštejn, si può leggere su Wikipedia oppure – con licenza poetica ma pregnanza caratteriale – ne Il maledetto, splendido romanzo gotico di Joces Carol Oates che predilige Sinclair allo “spaccone” Jack London, mai finito nel dimenticatoio delle lettere, “attraversatore” anch’egli del romanzo di Oates.

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Semplicemente perché non riusciamo a respirare. Lo sciopero di Nardò a disegni

Francesco Piobbichi, Sulla dannata terra. Lo sciopero di Nardò, Claudiana Editrice, pp. 88, euro 14,50 stampa

di ELISABETTA MICHIELIN

When we revolt it’s not for a particular culture.
We revolt simply because, for many reasons, we can no longer breathe.
Franz Fanon, I Dannati della terra

C’è qualcosa di profondamente commovente nel tratto dei disegni a pastello di Francesco Piobbichi che illustrano e raccontano la storia dello sciopero di Nardò; una delle prime esperienze in Italia di autorganizzazione dei migranti scesi in sciopero nel 2011 in Puglia, la terra che nel dopoguerra fu di Di Vittorio e delle grandi lotte bracciantili.

Sono disegni e figure nitide che nascono da un fondo tutto arruffato a cerchietti che  troppo spesso si trasforma in rotoli di filo spinato, quando non in catene vere e proprie. D’altra parte le catene da schiavo non sono solo una metafora: in primo grado questi lavoratori hanno vinto la causa per schiavitù contro i caporali e i padroni. Una sentenza storica che segue a una lotta fin allora mai vista in Italia; sentenza che è stata, ahimè, ribaltata in modo clamoroso qualche mese fa con l’incredibile motivazione che all’epoca dei fatti non sussisteva ancora il reato di riduzione in schiavitù! Reato, paradossalmente, introdotto nella legislazione italiana, proprio con la legge contro il caporalato, approvata nel 2016 in tutta fretta dall’ultimo governo Berlusconi dopo questa epica lotta.

L’autore non ha voluto fare solo un libro celebrativo del coraggio e della determinazione – anche a rischio della vita – di chi fu protagonista di quello sciopero, ma un vero e proprio vademecum o manuale perché quella lotta giusta possa riprodursi. Piobbichi, infatti ha scelto di scrivere in italiano, francese e inglese perché i destinatari del libro, che sono in primo luogo gli stranieri, possano comprenderla e riattivarla. E i disegni vividi e immediatamente comprensibili – un po’ come i vecchi affreschi delle chiese che illustravano i testi sacri – parlano in una lingua universale.

Il libro di Piobbichi è importante perché mette in luce ciò che anche chi non ha un atteggiamento ostile o razzista verso i migranti stenta a riconoscere: questa non è stata una lotta etnica ma una lotta a pieno titolo ascrivibile alle lotte degli operai “italiani”. Perché la composizione del lavoro in Italia oggi è di fatto multietnica (nelle campagne, nelle fabbriche, nella logistica) e la ricchezza si fonda e costruisce proprio sulla segmentazione e la differenziazione della manodopera lungo le linee del colore, delle nazionalità, delle condizioni legali (secondo la legge Bossi-Fini se lo straniero non ha un contratto di lavoro cade nell’irregolarità).

Lo spiegano molto bene nell’introduzione Gianluca Nigro e Devi Sacchetto che, oltre a ricostruire con precisione l’organizzazione per linee interne ai lavoratori e le caratteristiche specifiche di questa lotta, fanno chiarezza anche su altri luoghi comuni scrivendo che i protagonisti dello sciopero erano: “un insieme di persone provenienti da diversi Paesi africani con ricche e articolate esperienze politiche: rifugiati delle Primavere arabe; migranti da lungo tempo in Italia che avevano perso il lavoro a causa della crisi economica iniziata nel 2008; e infine braccianti che da anni si spostavano in diverse aree prevalentemente del Mezzogiorno sulla base dei periodi di raccolta.” Dei ghetti inoltre mettono in luce le ricche relazioni sociali fra pari seppur sotto il tallone dei caporali. (Sarà un caso che i ghetti periodicamente vengano rasi al suolo, e le persone che li abitano disperse, i legami rotti, peraltro, senza soluzioni dignitose alternative?).

Una soggettività ricca e articolata, dunque, molto lontana dagli stereotipi – anche i più benevoli e solidali – che vedono sempre i migranti come una massa indistinta, senza storie comuni, risorse, desideri; oggetto e proiezione delle nostre paure o dei nostri afflati, semplice “nuda vita” per usare un’espressione molto spesso usata a sproposito.

Gli scioperanti di Nardò con la loro lotta hanno invaso lo spazio pubblico e politico da cui ordinariamente sono esclusi, proprio perché essenzialmente senza diritti seppur formali, invisibili e senza parola. Non solo persone alla ricerca della sopravvivenza e profughi in fuga da paesi in guerra o invivibili, ma lavoratori che vogliono essere protagonisti del proprio destino e non essere ridotti a semplice forza lavoro che viene usata secondo il fabbisogno, in condizioni semischiavistiche e poi, buttata via, se ne deve andare per lasciare il posto ad altri schiavi. La loro lotta dice inequivocabilmente che “il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato a fuoco quand’è in pelle nera.”

Sulla dannata terra è l’ultima parte di una trilogia che comprende Sul mare spinato e i I disegni della frontiera un lavoro che evidenzia secondo le parole di Piobbichi, operatore sociale sulla Open Arms, e nei corridoi umanitari organizzati dalla Federazione delle chiese evangeliche, la “maledizione che i migranti si portano al collo per tutta la vita e li rende frontiera mobile ovunque vanno.”

I proventi del libro saranno devoluti a SOS Rosarno che in Calabria fa agricoltura sostenibile rispettando i diritti dei braccianti italiani o stranieri che siano.

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La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann

Da Ovidio ho mutuato l’idea che nel nostro continente si siano succedute diverse ere, ognuna delle quali meno mitica della precedente. Per ragioni poetiche e didattiche ho stabilito che questa successione di epoche andasse suddivisa in sette momenti diversi e che pertanto ci sarebbero stati sette sogni.

William T. Vollmann

 

(William T. Vollmann esplora il proprio lato femminile)

minimum fax ripropone in una nuova traduzione La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann. Accanto alla recensione di Elio Grasso, riproponiamo l’articolo che Umberto Rossi aveva scritto per la rivista Pulp in occasione della prima edizione italiana del libro, uscita nel 2007.

Lo stile dell’universo intero
di ELIO GRASSO
L’organizzazione logica dei libri di Vollmann trascende il comune sentire, vi si trova dentro una marea di contenuti sublimi e montagne di indizi e saghe che giungono da ogni parte. Dal sottosuolo, e varcando oceani caldi o ghiacciati, l’inventario delle epoche giunge nelle strade americane, supera cancelli e porte di casette a schiera e appartamenti del Queens. Lo scrittore di Santa Monica farebbe l’inventario del contenuto di un bidone dei rifiuti (copyright Franzen), se necessario. E quasi sempre lo è. La riproposta da parte di Minimum Fax della Camicia di Ghiaccio s’innesta in una certa desolazione pubblicistica attuale, cercando di scardinarla dall’interno. Chi si addentra nelle saghe e nelle radici del mito americano, lì narrate, avverte subito la vertigine di fronte al potenziale creativo nudo e crudo. Inutile difendersi, pena una brutta fine degna delle Pinturas negras di Goya. La raffinatezza stilistica di Vollmann è inequivocabile, a differenza di quanto accade per altri propugnatori (non sono pochi) di epopee infinite e avventurosamente popolari.

Come indossare La camicia di ghiaccio, ovvero gli strani sogni di William il Cieco
di UMBERTO ROSSI
Ed è proprio l’incontro tra nativi americani e vichinghi che interessa Vollmann. Ma oltre a ripercorrere quell’antico scontro tra civiltà (tanto per cambiare discretamente sanguinario, come si vedrà), basandosi sui testi delle antiche epiche norrene (puntigliosamente citati in un ricco apparato di note, e brillantemente riscritti inventando un inglese da vichinghi), Vollmann, come negli altri volumi dei Sette sogni, viaggia (nel 1987) nelle terre dove quell’incontro ebbe luogo, va a visitare la Groenlandia, va a conoscere i groenlandesi di ceppo danese e quelli di sangue inuit o misto, e va a verificare come ancora oggi i rapporti tra i due mondi siano tutt’altro che idillici. Ed è qui il fascino pressoché sublime del libro: nel cortocircuito tra il passato antichissimo dell’epica e il presente attualissimo della cronaca di viaggio; tra l’antichità vichinga e la tarda modernità degradata. Lasciando che i due tempi si aprano l’un l’altro, e miracolosamente si complementino e si spieghino a vicenda.

(l’articolo qui riproposto è stato pubblicato su PULP Libri numero 73, maggio/giugno 2008, pagine 10-14)

BIBLIOGRAFIA IN ITALIANO di WILLIAM T. VOLLMANN

1999 – Storie di farfalle (Fanucci)
2000 – Puttane per gloria (Mondadori)
2001 – I racconti dell’arcobaleno (Fanucci)
2003 – Manette: Istruzioni per l’uso (Fanucci)
2005 – Afghanistan Picture Show, ovvero Come ho salvato il mondo (Alet)
2005 – Tredici storie per tredici epitaffi (Fanucci)
2007 – Come un’onda che sale e che scende (Mondadori)
2010 – Europe Central (Mondadori)
2011 – Venga il tuo regno (Alet)
2016 – Ultime storie e altre storie (Mondadori)
2018 – I fucili (minimum fax)

 

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Sporcarsi con il reale, affrontare il futuro

Wu Ming 5, Havana Glam, Fanucci, pp.420, lire 29.000

di ELISABETTA MICHIELIN

L’azienda per servizi narrativi Wu Ming (evoluzione del nome multiplo Luther Blissett) è un collettore di idee che rielabora e potenzia per poi riveicolarle come virus sovversivi.
Consapevoli del carattere immediatamente sociale e produttivo del lavoro mentale, prendono a prestito i codici del genere (dal romanzo storico, alla memorialistica, alla fantascienza) per violarli, raccontare storie, decostruire miti e continua temporali, sempre cercando di far saltare il nesso fra storia (e sua narrazione) e potere.
Dopo il viaggio nel passato ( Q e Asce di guerra ), Wu Ming 5 (ovvero Riccardo Pedrini) continua a sporcarsi con il reale e affronta il futuro prossimo sviluppandone le possibili cattive utopie (cfr. Libera Baku ora, DeriveApprodi, scaricabile all’indirizzo web: www.wumingfoundation.com/italiano/presentazione.htm).
Havana Glam è la seconda mossa sulla strada di un futuro che sempre più ci atterrisce: la Guerra Mondiale e la bomba atomica.
Pedrini coniuga la classica idea del viaggio nel tempo e dei mondi paralleli con uno scenario apocalittico. Siamo nel 2045; dopo la guerra totale del 2021 gli Stati Uniti sopravvivono nell’inverno atomico dell’emisfero nord mentre quello sud è scosso da guerre regionali.
Posto che è connaturata alla natura del potere la propria sopravvivenza a tutti i costi, la follia suicida del capitale cerca di scongiurare il proprio declino (che peraltro implica il declino della vita stessa) e di realizzare un predominio perfetto seppur in qualche altra dimensione.
Perciò un “temponauta” viene spedito nel 1944, col compito di far scattare il piano Totality (il bombardamento atomico delle 20 principali città dell’Unione Sovietica). Con l’URSS messa in ginocchio assieme a Germania e Giappone, niente guerra fredda, niente guerre in Corea e Vietnam, niente controculture, niente movimenti antisistemici che mettono in crisi l’egemonia yankee; niente bomba atomica nel 2021, perché già deflagrata nel 1944! Scongiurare la bomba a mezzo di bomba! Questa è la logica omicida e suicida del potere.
Il piano fallisce ma i continua che si aprono a partire dal primo “temponauta” ripropongono comunque il nesso fra potere e forze singolari, movimenti e sottoculture che nascono insopprimibili e ne “infettano” e scardinano la logica. Ecco così apparire i glam rockers cubani influenzati da David Bowie (Ziggy Stardust in salsa caraibica) che sconvolge la vita sull’isola e semina zizzania tra i dirigenti del Partito Comunista.
Si inverano così le parole che chiudevano Q : “non esiste un piano che possa prevedere tutto. Altri solleveranno il capo, altri diserteranno. Il tempo non cesserà di elargire sconfitte e vittorie a chi proseguirà la lotta.”


(Articolo pubblicato su Pulp libri n.34, novembre-dicembre 2001)

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Arte lì per lì

Fausto Delle Chiaie, Fuori catalogo, fotografie di Paolo Buatti, cura di Pino Giannini, Kellermann, 125 p., € 15

di ELISABETTA MICHIELIN

“Un’opera dispendiosa per me e un rischio per gli altri. Quindi non la faccio spesso”. Così chiosa sorridendo Fausto Delle Chiaie nella trasmissione “I dieci comandamenti” mostrando al giornalista Iannacone uno dei suoi lavori. L’opera si chiama Investimento sicuro e consiste in una serie di monetine messe dall’autore in mezzo alla strada. Un tratto di gesso bianco le indica chiaramente… e succede che la gente se le porti via col rischio di finire sotto un’automobile “derubando” l’artista.

In Fuori catalogo (e che titolo altrimenti?) Fausto Delle Chiaie, genius loci della via che passa fra l’Ara Pacis e il mausoleo di Augusto a Roma, racconta in testo e molte fotografie, le sue opere, il suo rapporto con l’arte e con il luogo di cui si sente “custode”, con il mercato dell’arte, con le persone che passando entrano a far parte delle opere esposte. Infatti, in questa strada, da 25 anni l’artista ogni giorno improvvisa il suo museo all’aria aperta. Fatto di cartoncini scritti a mano in diverse lingue, piccoli segnali che orientano, di oggetti trovati nella strada, di rubbish che nel momento in cui sono scelti cambiano di segno o di rubbish che rimangono tali, come l’angolo usato da molti in guisa di gabinetto pubblico sia di giorno che di notte: wc ha scritto su un cartellino l’artista.

Gli oggetti di Delle Chiaie (frammenti di biglietti della lotteria, giocattoli rotti, mozziconi di sigarette, biglietti di entrata al museo, …) non vengono spostati, l’artista li lascia dove sono morti e con il suo intervento li riporta in vita. Un po’ l’inverso di quel che faceva Duchamp che portava i cessi nel museo e li chiamava fontane.

Un museo en plein air che non è solo di Delle Chiaie ma di tutti quelli che passano e hanno il coraggio di fermarsi a guardare e partecipare. Perché, in effetti, ci vuole un po’ di coraggio a fermarsi: il coraggio del curioso, di chi è senza pregiudizi, ha la mente aperta capace di cogliere e aprirsi al gesto artistico riconoscendolo “lì per lì”.

Quando, infatti, incontriamo le opere ironiche ma anche pensose, argute e fresche di Delle Chiae, veniamo sorpresi sia per la loro qualità inaspettata sia perché non siamo “garantiti” dall’istituzione museo che ci orienta e ci rassicura sul valore di quel che vediamo. Siamo noi in prima persona a dover decidere dei lavori di Delle Chiaie. Sono arte? Sono provocazioni degli studenti dell’Accademia d’Arte che ha sede lì vicino? Se porto via qualcosa verrò fermato? Quei cartellini con prezzi paradossali (un disegno 120 euro, due disegni 60 euro, tre disegni gratis) che non metteremmo mai in discussione in un luogo deputato a vendere l’arte saranno veri o saranno una provocazione? E se alla fine metto i miei soldi nella cassetta con scritto sopra “co-opera-azione libera e obbligatoria” a chi do questi soldi? A un artista sconosciuto? A un barbone? A un mendicante? O peggio ancora a un furbacchione?

Per quanto minimo sia, uno sforzo lo dobbiamo fare; per uscire dal noto, dalle classificazioni, dalla paura della strada e del diverso – che oggigiorno così fortemente ci stringe in una morsa – ed accettare l’intempestivo. E già di questo dovremmo essere grati a Delle Chiaie che ci fa dono di un’esperienza artistica totale fino a comprendere il suo stesso corpo che da quasi tre decenni è elemento centrale della sua ricerca in un gesto di resistenza che definisce la sua personale esistenza sulla strada.

Questo libro, scritto con leggerezza da Delle Chiaie, con le foto di Paolo Buatti, è a sua volta un’opera d’arte di Delle Chiaie che soavamente scrive sotto la dicitura seconda edizione: “nel frattempo sono cresciuto”.

 

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