Tutti gli articoli di Elisabetta Michielin

Camminare sulla linea

Grisélidis Réal, Il nero è un colore, tr. Yari Moro, Keller, pp. 277, euro 17,00 stampa

di ELISABETTA MICHIELIN

Grisélidis Réal fuggita dalla Svizzera e da una famiglia borghese particolarmente oppressiva, va in Germania con il suo amante laureando, nero e schizofrenico, fatto dimettere da una clinica psichiatrica, e i due figli sottratti ai servizi sociali. Siamo negli anni Cinquanta, la Germania è ancora piena di soldati statunitensi – primi clienti di Grisélidis Réal – che inizierà il suo lavoro di prostituta un po’ per necessità, un po’ per scelta, finendo anche in carcere per traffico di marijuana. Questo libro ne è lo straordinario resoconto.

Il nero è un colore di Grisélidis Réal è un libro di amore “razzista”. Non so come definirlo in altro modo visto la predilezione straordinaria che l’autrice prova per la “razza” nera e la “razza zingara”. Un amore espresso in una lingua ardente e iperrealista che diventa decisamente lirica quando descrive i corpi amatissimi dei suoi neri; per esempio quello di uno degli amanti:

“Dio nero dalla pelle brasata e calcinata, dal profumo di orchidea e zenzero, dal sesso come un lungo giglio nero. Ronald Rodwel dal viso di pantera, la fronte liscia come un’orchidea, le grosse labbra spaccate come una corteccia. L’iride violaceo dei tuoi occhi è un pozzo profondo, è la mia notte, il mio alcol, la mia droga”.

Per quanto riguarda la “razza zingara”, la Réal la riconosce come la sua vera famiglia. Vivrà infatti per lunghi periodi nei campi zingari, in miserabili roulotte vicine alla discarica dei rifiuti della città di Norimberga “seduta in mezzo a loro come una principessa, avvolta nel loro amore, nel calore del loro affetto meraviglioso”.

Alla Germania la Réal ricorda: “Con tutti i vostri gas, nelle fosse comuni, nei forni crematori, non siete riusciti a distruggere il cuore zingaro!”

L’altro grande tenero amore Réal lo riserva ai figli (ne avrà 4 da padri diversi).

“In Germania i miei bambini hanno avuto centinaia di padri magnificamente neri e affettuosi come poi non ne abbiamo più trovati”.

Il nero è un colore è un libro disturbante e proprio per questo interessante: non è per nulla un libro politicamente corretto sia che, nella grande faglia che divide le posizioni sul lavoro sessuale, ci si ponga da una parte o dall’altra della barricata, a favore o contro la prostituzione e il lavoro sessuale visti come libera scelta o come semplice sfruttamento. L’amore per i soldati neri, il furore sessuale che anima la Réal si accompagna, di fatto, a un accoglimento (a cui lei e le donne si sottraggono come possono ma mai messo davvero in questione) di comportamenti da parte dei suoi amanti o clienti che ci appaiono del tutto inaccettabili: la maggior parte, tedeschi o afroamericani che siano, sono infatti violentissimi. Malgrado le violenze in questo libro, Grisélidis divide il mondo dei suoi clienti sulla linea del colore: se il cliente è nero, le botte sono accettate e a volte addirittura giustificate nel caso degli amanti; se è tedesco il cliente è sempre e in ogni caso denigrato e repellente anche quelle poche volte in cui non è violento.

Eppure, nonostante le botte, la paura di morire per mano di un cliente o addirittura di un amante, ciò che muove Grisélidis è una voglia di libertà e un odio per l’ordine costituito e la società “piccolo borghese” che lascia davvero senza fiato e che la porterà nella vita a diventare una delle donne che hanno tirato fuori dall’ombra la prostituzione, una donna fondamentale nella storia dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Nella postfazione a Il nero è un colore, trent’anni dopo i fatti narrati nel libro, la Réal scrive nella sua incomparabile lingua:

“A passi di lupa, di tigre e di uccello cammineremo sulla luna se sarà necessario, conquisteremo lo spazio che ci spetta, a noi che siamo il balsamo sulle sofferenze e l’acqua nel deserto, profumate, splendenti, offerte e ferite, dolci e violente, donne e maghe, principesse dei nostri sensi e del desiderio degli uomini.

A Parigi, nella cappella Saint-Bernard a Montparnasse, in quel principio di giugno del 1975, si sono riunite cinquecento donne, pallide, risolute; alcune, a forza di parlare, di gridare, non avevano più voce. I preti che le avevano accolte hanno coperto con un tessuto le statue della Vergine e dei santi. La quarta notte la polizia le ha buttate fuori a manganellate.

Non ci arrenderemo. La lotta continua, attraversa gli oceani, infiamma la carta, gli schermi, i muri. Non cammineremo mai più per le strade come bestie braccate, non ci violenteranno più, né in macchina né altrove.”

Una data e una lotta dirimenti cui seguirà dopo pochi anni in Italia la nascita del Comitato per i Diritti delle Prostitute, fondato a Pordenone nel 1982 da Pia Covre e Carla Corso, due donne che hanno avuto il coraggio di “camminare sulla linea” e di rivendicare apertamente il proprio stare e fare e il potere di decisione delle donne sul proprio corpo.

Grisélidis Réal morirà nel 2005 a 75 anni; è sepolta nel “cimitero dei re” a Ginevra fra l’austero Giovanni Calvino e il cieco Jorge Luis Borges, sotto una lapide in cui c’è scritto: “scrittrice, pittrice, prostituta”.

Dopo Il nero è un colore, Grisélidis Réal ha scritto molti altri libri e saggi in cui approfondisce e affina il suo discorso sulla prostituzione che definirà “un Art, un Humanisme et une Science”, senza dimenticare il lato sordido e tragico di questo lavoro come descritto magnificamente in questo suo primo testo.

La casa editrice Keller ha il merito di aver tradotto in italiano per la prima volta l’autrice; peccato non abbia pubblicato un’introduzione per contestualizzare la vita e le battaglie della Réal e di conseguenza questo libro d’amore come lo ha definito la Réal stessa, che così scrive: “Chi non ha mai veramente amato scagli questo libro nella spazzatura. Troverà più calore e agio tra i rifiuti che non fra le sue mani”.

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Una bomba incendiaria di romanzo. La giungla di Upton Sinclair

di ELISABETTA MICHIELIN

«Spam! Spam!». Intanto, di là dalla collina rintronava cupo,
feroce, monotono, lo «spam! spam! spam!»
delle artiglierie di Cassino.
[SPAM – acronimo di Shoulder of Pork And haM]
ovvero “l’orrido SPAM, il pasticcio di carne di maiale, orgoglio di Chicago”

Curzio Malaparte, La pelle

La giungla, pubblicato da Upton Sinclair nel 1906, è un libro ideologicamente costruito, pedantemente dimostrativo, informe e noioso in alcune parti, ma così bello e fiammeggiante, così accurato nell’indagine sulle condizioni di vita degli operai, delle migrazioni, dell’organizzazione del lavoro, della costruzione di una città – Chicago – della produzione industriale del cibo, da essere non solo un modello di giornalismo e letteratura di denuncia – di “quel muckraking (andare a frugare nel letame) che costituì una delle tendenze più vigorose della cultura americana di inizio secolo e che influenzò in maniera più o meno profonda le moderne lettere americane”, come scrive Mario Maffi (traduttore de La Giungla per Net, la collana de Il Saggiatore) – ma da rimanere ancora oggi, purtroppo, di un’attualità stringente e – forse per questo – quasi del tutto dimenticato.

Due sono in particolare i capitoli che valgono da soli, per acume e vividezza di scrittura, la lettura del libro: la festa di matrimonio, acziavimas, e il “viaggio del maiale”, la sconvolgente “fabbricazione a macchina della carne di maiale, la fabbricazione della carne di maiale grazie alla matematica”.

Il ballo per il matrimonio di Jurgis Rudkus, giovane operaio appena arrivato dalla Lituania, protagonista del romanzo, e di Ona poco più che adolescente, è una scena complessa densa di persone, un luogo di tensione fra la tradizione portata dal paese lontano e il potere di livellamento del capitalismo, che tutte le tradizioni cancella e da tutti i retaggi “libera”.

Per i nuovi arrivati a Chicago rinunciare al ballo per il matrimonio “vorrebbe dire non solo essere sconfitti, ma riconoscersi sconfitti: ed è la differenza fra questi due stati d’animo a mandare avanti le cose.” La famiglia di Jurgis non può rinunciare alla veselija (il ballo con la sposa); patto non scritto, ma proprio per questo vincolante, sorta di questua in cui tutti gli intervenuti alla festa – che costa enormemente relativamente ai magrissimi salari – sono tenuti a contribuire con una quota che non è fissata, ma che tanto più è generosa quanto più ci si sente legati alla tradizione. Una tradizione che ti riconferma “padrone del tuo destino” perché, per quanto la tua vita sia misera e si svolga in un tugurio, un giorno l’hai lanciata in aria per gioco e con leggerezza, e questa festa meravigliosa sarà il ricordo che ti accompagna e dopo il quale “si può tornare alla fatica quotidiana e trascorrere ogni giorno in quel ricordo”.

Ebbene non serve molto per far sospettare a Jurgis e ai suoi familiari che i lituani di lungo corso negli Stati Uniti e quelli di seconda generazione sono molto diversi dagli appena arrivati; restii a indossare le vesti tradizionali, lontani dal riconoscersi nei doveri di accoglienza e nelle gerarchie del rispetto: “sembrava quasi che ci fosse nell’aria un veleno sottile che s’insinuava nei polmoni, un veleno che colpiva improvvisamente i giovani. Arrivano a frotte, alle feste, facevano man bassa delle leccornie preparate, e poi tagliavano la corda (…) e non si facevano più vedere (…) senza ritegno alcuno, lanciando anzi sguardi ironici, pieni di scherno, sfrontati”. Per non parlare degli organizzatori della acziavimas, anch’essi lituani, che gonfiavano con imbrogli di ogni sorta il costo della stessa. A Jurgis, uscito dalla festa pieno di debiti, non resta che consolare la atterrita Ona con la frase carica di inconsapevole ironia che lo accompagnerà per buona parte del libro: “lavorerò di più”.

La scena del matrimonio che apre il libro di Sinclair, piena di contraddizioni, tremante sotto una catastrofe incombente, minacciosa e inevitabile, sembra fare il paio con la fragilità delle amicizie e degli inganni amorosi che avvengono nella comunità di operai delle acciaierie di origine russa del film di Michel Cimino Il Cacciatore (1978), che poi precipita e si dissolve nell’orrore del Vietnam. Certo, a salvare gli operai di Sinclair ci sarà alla fine l’”inevitabile” sole del Socialismo, mentre alla classe operaia di Cimino che va all’inferno non resterà assolutamente nulla, né utopie, né sogni giovanili, né tanto meno le promesse di libertà e di autodeterminazione dell’America e della Storia.

L’inferno di Jurgis, della sua famiglia e di trentamila altri operai (mezzo milione indirettamente), non sarà il Vietnam ma Packingtown (la “città dello scatolame”) come veniva chiamata l’immensa porzione di Chicago occupata dai macelli, dalle fabbriche dell’indotto, dalle case fatiscenti e dai dormitori avvolti in una fitta e densa oscurità, in un paesaggio cupo e spoglio, in un odore persistente rivoltante che infetta tutta l’area. Avvicinandosi alla fabbrica Jurgis e famiglia, appena sbarcati negli Stati Uniti pieni di aspettative, “si resero conto d’esser sul punto di giungere alla fonte di quell’odore… d’esser anzi venuti fin dalla lontana Lituania per trovarlo.” La fonte dell’odore rivoltante di carne e sangue, accompagnato da una specie di ronzio continuo, che era il muggito remoto e il grugnito di migliaia e migliaia di bovini e suini, aveva origine nei macelli di Chicago.

Il terzo capitolo de La giungla è scioccante. Lo è stato all’epoca, quando il libro suscitò un enorme clamore, inchieste e denunce tutte vinte dall’autore (perché le atrocità descritte erano vere; Sinclair visse infatti due mesi con gli operai dei macelli per documentarsi) e lo è ancora anche per un lettore odierno che di romanzi “horror” ne ha letti a valanghe.

Si tratta di una visita “turistica” dei nuovi arrivati, che “familiarizzano” con l’ambiente del futuro lavoro e che mette a dura prova i pensieri e sentimenti della famiglia di Jurgis, anche se Sinclair chiosa: “I lituani non erano animi poetici e la scena non inspirò loro metafore sull’umano destino: si limitarono a riflettere sulla meravigliosa efficienza di ciò che avevano sottocchio”.

La “macchina meravigliosa” eccola descritta da Bertolt Brecht nel suo, Santa Giovanna dei macelli (1932), opera molto più “aperta” e complessa de La giungla, ma che da quest’ultima prende a “prestito” (si sa che Brecht teorizzava il plagio) l’ambientazione nei mattatoi di Chicago.

Lasciamo, quindi, intatto per il “piacere” del lettore de La giungla il crudo realismo di Sinclair. La geometrica e quasi asettica descrizione di Brecht mette bene in luce la potenza del sistema di macchine che sembra muoversi da sola, autonoma dal lavoro degli operai sprofondati in realtà a lavorare “con rabbiosa velocità” nel sangue che (animale o umano) fa da fil rouge dell’intero romanzo.

Il maiale va su, sopra una guida
metallica, al piano ultimo. Lassù
incomincia il macello. Da sé solo
senz’aiuto, il maiale si precipita
giù sui coltelli. Va bene? Il maiale
si macella da sé, si fa salsiccia.
Perché, da un piano all’altro, abbandonato
dalla sua pelle, che in cuoio si muta,
e poi diviso dalle proprie setole
(spazzole, un giorno), finalmente l’ossa
sue, che dànno farina, scaraventa
via da sé. E dal proprio peso tratto
sprofonda nella scatola. Va bene?

Macchine meravigliose: è noto che Ford si inspirò proprio alla catena di smontaggio dei macelli di Chicago per costruire la catena di montaggio per la prima Ford modello T. Semplicemente invertendo il senso della catena, l’assemblaggio di una macchina rispetto allo smontaggio di un suino.

Sinclair, che secondo Lenin era un “socialista sentimentale”, non dimentica mai oltre alla sorte dei lavoratori quella della sofferenza animale, ciò che definisce “lo stridio di maiale di tutto l’universo”, chiedendosi: “era ancora possibile credere che, da qualche parte, sulla terra o al di sopra della terra, non ci fosse un paradiso dei maiali, dove essi potessero cogliere la ricompensa a tanta sofferenza?”

Ne La giungla la sorte dei buoi e dei maiali è la stessa di quella degli uomini, delle donne e dei bambini: allo smontaggio degli animali corrisponde lo smontaggio delle comunità, dei legami, dell’umanità stessa triturate insieme alle bestie nell’infernale sistema mondo dei macelli.

Ciò che maggiormente provocò il clamore all’uscita del libro di Sinclair fu la qualità del cibo che producevano i macelli di Chicago. Una vera e propria produzione di veleno inscatolato; se del “maiale non si butta via niente”, un detto che gli operai si ripetevano con umorismo nero, la cosa era letterale: guasti, marci, morti per malattie, frattaglie, tutto veniva usato, “ripulito” e inscatolato. Finanche operai scivolati nei macchinari e spediti ai quattro angoli del continente sotto forma di “Lardo Foglia d’Oro Durham” o altre prelibatezze che contenevano più o meno le stesse cose, ma a seconda del nome del prodotto avevano costi differenti. I prodotti più scadenti venivano venduti alle strutture collettive, ospedali, mense ed esercito, come riportato nel libro di Curzio Malaparte sopra citato.

L’impatto sui consumatori fu enorme, le inchieste si moltiplicarono e dopo sei mesi vennero approvati in gran fretta il Pure Food and Drug Act e il Beef Inspection Act per cercare di mettere ordine e argine all’industria alimentare statunitense. Una doverosa attenzione allo stomaco; ma per quanto riguarda le condizioni di vita gli operai se la dovranno cavare da soli attraverso moltissimi scioperi e proteste che costellano la vita dell’industria conserviera di Chicago.

Sinclair non è certo uno che si fa confondere dai propri personaggi; li tira per la giacchetta, con pugno di ferro, conducendoli per tutte le stazioni – una più dolorosa dell’altra – di una via crucis horror, li schernisce con ironia e sarcasmo nelle loro credenze, idee balbettanti e pensieri che bolla sempre come ingenui. Li accusa di “vedere solo quel che volevano i conservieri”, in una parola di essere senza un punto di vista di classe e quindi di comprensione generale come solo il partito socialista poteva avere. Eppure, a un certo punto, il narratore de La Giungla, sconfortato, scrive: “Per descrivere i miasmi che esalavano da questo macabro ossario, c’erano forse parole adatte in lituano, ma certo non in inglese”. Siamo nel reparto fertilizzanti, ultimo girone infernale del ciclo della produzione della carne dove Jurgus finisce dopo varie peripezie.

L’impossibilità linguistica a definire le condizioni di lavoro degli operai del reparto fertilizzanti è la barriera che separa i dannati del miracolo americano dagli strati di popolazione che man mano si affrancano dal trust della carne o ne vengono semplicemente espulsi, sostituiti via via da nuove identità etniche immesse nel circuito dei macelli: più docili, malleabili, ignare della lingua, delle condizioni di vita e di lavoro cui vanno incontro.

Infatti i padroni, scrive Sinclair, sono sempre alla ricerca di gente come il giovane Jurgus: “un ragazzo venuto dalla campagna, il tipo di operaio che piace ai padroni, che rimpiangono di non poter avere più spesso: se gli si diceva d’andare in un certo posto, ci andava di corsa: se rimaneva senza nulla da fare anche solo per un momento, cominciava ad agitarsi irrequieto, incapace di star fermo per quell’eccesso di energia che gli ribolliva dentro; e se lavorava alla catena, la catena si muoveva sempre troppo piano per lui (…)”. Ci penserà poi la fabbrica a smontare sia la carne degli animali che quella degli operai, come vivrà sulla sua nuda pelle Jurgis che – appena entrato ai macelli- rimane sorpreso nel rendersi conto che gli altri “odiavano il proprio lavoro, odiavano i capisquadra e odiavano i padroni, odiavano l’intera fabbrica, l’intero quartiere, l’intera città, e d’un odio totale, crudo, violento. Donne e bambini maledicevano ogni cosa con forza; era uno schifo, uno schifo d’inferno, era tutto uno schifo!”.

Se per avviare il settore i primi immigrati furono i macellai specializzati provenienti dalla Germania, man mano che la meccanizzazione aumentava e il lavoro perdeva la sua specializzazione questi furono sostituiti dagli irlandesi, che poi all’epoca dei grandi scioperi degli anni Ottanta del XIX secolo se ne vanno o vengono sostituiti da i boemi e dai polacchi. (Chicago è infatti ancora oggi la seconda città polacca del mondo dopo Varsavia per numero di abitanti). Arrivano poi i lituani che, appena scendono in sciopero, vengono sostituiti dagli ex schiavi che arrivano dal sud degli Stati Uniti usati come crumiri; perché una cosa è certa: la storia dell’industrializzazione di Chicago è una storia di grandiosi scioperi e anche di fuga dalla fabbrica.

Moltissimi operai (come il nostro Jurgus) scelgono di andarsene (rompendo i legami familiari) e di diventare hobos (l’esercito di lavoratori nomadi e stagionali che si muovevano in cerca di migliori condizioni di lavoro, e che tanto hanno costruito l’immaginario americano) girando per l’immensa frontiera. È significativo che, nel percorso che Sinclair fa compiere al suo protagonista, l’adesione al socialismo passi attraverso l’abbandono di questa scelta (per molti versi liberatoria, salari più alti, tempo libero, capacità di decidere quando lavorare e quando vivere dei proventi del lavoro stagionale e, non ultimo, rapporto con la natura che a Chicago è pressoché scomparsa), il ritorno alla fabbrica e a quel che rimane della famiglia che nel frattempo si è disgregata quasi completamente.

Il Socialismo ha bisogno degli operai in fabbrica e in famiglia, non può organizzare una forza lavoro mobile e senza legami, a differenza del movimento sindacale degli IWW (Industrial Workers of the World), non a caso nato proprio a Chicago nel 1905, che raccoglieva e seguiva i percorsi di lavoratori precari di diverse qualifiche e nazionalità.

La sostituzione e segmentazione di operai di diversa nazionalità e diversi contratti di lavoro è ancora oggi caratteristica della filiera della carne, come dimostrano le ricerche negli stabilimenti italiani di Devi Sacchetto, ricercatore dell’università di Padova.

Il libro di Sinclair è ancora attuale (purtroppo) rispetto alle condizioni di lavoro delle maquiladores alle frontiere fra Stati Uniti e Messico, nelle periferie delle città del terzo e del primo mondo, ma anche nei nostri ghetti qui in Italia, a San Ferdinando, nelle campagne pugliesi o nel Nord, dove un esercito di operai senza volto e “clandestini” producono in condizioni di vita terribili, privi di diritti, il cibo che arriva sulle nostre tavole; più esente da frodi, ma non meno insanguinato della carne in scatola dei mattatoi di Chicago.

Le donne, da parte loro, sono sempre esposte e sul bordo della prostituzione: destino inevitabile della miseria tragica in cui vivono, a maggior ragione se vengono abbandonate dal capofamiglia. Sinclair non esprime giudizi morali, ma non può permettersi di “salvarle”: così alla costrizione alla prostituzione dell’indifesa Ona segue una morte terribile, mentre Marija che decide di prostituirsi per mantenere il resto della famiglia quando Jurgis se ne va, al ritorno di quest’ultimo sceglie di continuare a fare la vita. Neppure Jurgis colpevolizza le due donne, ma l’economia del romanzo non permette un ritorno alla vita “normale” delle prostitute. Se hai varcato quella soglia non ritorni più. È bello però ricordare che, nella realtà, fra i sei fondatori degli IWW ben tre erano donne delle quali un’afroamericana, Lucy Eldine Gonzales Parsons, militante anche per i diritti razziali e l’uguaglianza di genere. Vale a dire che c’erano donne che non accettavano il proprio “destino”.

La giungla uscì a puntate sulla rivista socialista Appeal to Reason. La vita di Upton Sinclair, che è stato anche uno dei produttori del progetto fallito del film “messicano” di Ėjzenštejn, si può leggere su Wikipedia oppure – con licenza poetica ma pregnanza caratteriale – ne Il maledetto, splendido romanzo gotico di Joces Carol Oates che predilige Sinclair allo “spaccone” Jack London, mai finito nel dimenticatoio delle lettere, “attraversatore” anch’egli del romanzo di Oates.

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Semplicemente perché non riusciamo a respirare. Lo sciopero di Nardò a disegni

Francesco Piobbichi, Sulla dannata terra. Lo sciopero di Nardò, Claudiana Editrice, pp. 88, euro 14,50 stampa

di ELISABETTA MICHIELIN

When we revolt it’s not for a particular culture.
We revolt simply because, for many reasons, we can no longer breathe.
Franz Fanon, I Dannati della terra

C’è qualcosa di profondamente commovente nel tratto dei disegni a pastello di Francesco Piobbichi che illustrano e raccontano la storia dello sciopero di Nardò; una delle prime esperienze in Italia di autorganizzazione dei migranti scesi in sciopero nel 2011 in Puglia, la terra che nel dopoguerra fu di Di Vittorio e delle grandi lotte bracciantili.

Sono disegni e figure nitide che nascono da un fondo tutto arruffato a cerchietti che  troppo spesso si trasforma in rotoli di filo spinato, quando non in catene vere e proprie. D’altra parte le catene da schiavo non sono solo una metafora: in primo grado questi lavoratori hanno vinto la causa per schiavitù contro i caporali e i padroni. Una sentenza storica che segue a una lotta fin allora mai vista in Italia; sentenza che è stata, ahimè, ribaltata in modo clamoroso qualche mese fa con l’incredibile motivazione che all’epoca dei fatti non sussisteva ancora il reato di riduzione in schiavitù! Reato, paradossalmente, introdotto nella legislazione italiana, proprio con la legge contro il caporalato, approvata nel 2016 in tutta fretta dall’ultimo governo Berlusconi dopo questa epica lotta.

L’autore non ha voluto fare solo un libro celebrativo del coraggio e della determinazione – anche a rischio della vita – di chi fu protagonista di quello sciopero, ma un vero e proprio vademecum o manuale perché quella lotta giusta possa riprodursi. Piobbichi, infatti ha scelto di scrivere in italiano, francese e inglese perché i destinatari del libro, che sono in primo luogo gli stranieri, possano comprenderla e riattivarla. E i disegni vividi e immediatamente comprensibili – un po’ come i vecchi affreschi delle chiese che illustravano i testi sacri – parlano in una lingua universale.

Il libro di Piobbichi è importante perché mette in luce ciò che anche chi non ha un atteggiamento ostile o razzista verso i migranti stenta a riconoscere: questa non è stata una lotta etnica ma una lotta a pieno titolo ascrivibile alle lotte degli operai “italiani”. Perché la composizione del lavoro in Italia oggi è di fatto multietnica (nelle campagne, nelle fabbriche, nella logistica) e la ricchezza si fonda e costruisce proprio sulla segmentazione e la differenziazione della manodopera lungo le linee del colore, delle nazionalità, delle condizioni legali (secondo la legge Bossi-Fini se lo straniero non ha un contratto di lavoro cade nell’irregolarità).

Lo spiegano molto bene nell’introduzione Gianluca Nigro e Devi Sacchetto che, oltre a ricostruire con precisione l’organizzazione per linee interne ai lavoratori e le caratteristiche specifiche di questa lotta, fanno chiarezza anche su altri luoghi comuni scrivendo che i protagonisti dello sciopero erano: “un insieme di persone provenienti da diversi Paesi africani con ricche e articolate esperienze politiche: rifugiati delle Primavere arabe; migranti da lungo tempo in Italia che avevano perso il lavoro a causa della crisi economica iniziata nel 2008; e infine braccianti che da anni si spostavano in diverse aree prevalentemente del Mezzogiorno sulla base dei periodi di raccolta.” Dei ghetti inoltre mettono in luce le ricche relazioni sociali fra pari seppur sotto il tallone dei caporali. (Sarà un caso che i ghetti periodicamente vengano rasi al suolo, e le persone che li abitano disperse, i legami rotti, peraltro, senza soluzioni dignitose alternative?).

Una soggettività ricca e articolata, dunque, molto lontana dagli stereotipi – anche i più benevoli e solidali – che vedono sempre i migranti come una massa indistinta, senza storie comuni, risorse, desideri; oggetto e proiezione delle nostre paure o dei nostri afflati, semplice “nuda vita” per usare un’espressione molto spesso usata a sproposito.

Gli scioperanti di Nardò con la loro lotta hanno invaso lo spazio pubblico e politico da cui ordinariamente sono esclusi, proprio perché essenzialmente senza diritti seppur formali, invisibili e senza parola. Non solo persone alla ricerca della sopravvivenza e profughi in fuga da paesi in guerra o invivibili, ma lavoratori che vogliono essere protagonisti del proprio destino e non essere ridotti a semplice forza lavoro che viene usata secondo il fabbisogno, in condizioni semischiavistiche e poi, buttata via, se ne deve andare per lasciare il posto ad altri schiavi. La loro lotta dice inequivocabilmente che “il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato a fuoco quand’è in pelle nera.”

Sulla dannata terra è l’ultima parte di una trilogia che comprende Sul mare spinato e i I disegni della frontiera un lavoro che evidenzia secondo le parole di Piobbichi, operatore sociale sulla Open Arms, e nei corridoi umanitari organizzati dalla Federazione delle chiese evangeliche, la “maledizione che i migranti si portano al collo per tutta la vita e li rende frontiera mobile ovunque vanno.”

I proventi del libro saranno devoluti a SOS Rosarno che in Calabria fa agricoltura sostenibile rispettando i diritti dei braccianti italiani o stranieri che siano.

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La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann

Da Ovidio ho mutuato l’idea che nel nostro continente si siano succedute diverse ere, ognuna delle quali meno mitica della precedente. Per ragioni poetiche e didattiche ho stabilito che questa successione di epoche andasse suddivisa in sette momenti diversi e che pertanto ci sarebbero stati sette sogni.

William T. Vollmann

 

(William T. Vollmann esplora il proprio lato femminile)

minimum fax ripropone in una nuova traduzione La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann. Accanto alla recensione di Elio Grasso, riproponiamo l’articolo che Umberto Rossi aveva scritto per la rivista Pulp in occasione della prima edizione italiana del libro, uscita nel 2007.

Lo stile dell’universo intero
di ELIO GRASSO
L’organizzazione logica dei libri di Vollmann trascende il comune sentire, vi si trova dentro una marea di contenuti sublimi e montagne di indizi e saghe che giungono da ogni parte. Dal sottosuolo, e varcando oceani caldi o ghiacciati, l’inventario delle epoche giunge nelle strade americane, supera cancelli e porte di casette a schiera e appartamenti del Queens. Lo scrittore di Santa Monica farebbe l’inventario del contenuto di un bidone dei rifiuti (copyright Franzen), se necessario. E quasi sempre lo è. La riproposta da parte di Minimum Fax della Camicia di Ghiaccio s’innesta in una certa desolazione pubblicistica attuale, cercando di scardinarla dall’interno. Chi si addentra nelle saghe e nelle radici del mito americano, lì narrate, avverte subito la vertigine di fronte al potenziale creativo nudo e crudo. Inutile difendersi, pena una brutta fine degna delle Pinturas negras di Goya. La raffinatezza stilistica di Vollmann è inequivocabile, a differenza di quanto accade per altri propugnatori (non sono pochi) di epopee infinite e avventurosamente popolari.

Come indossare La camicia di ghiaccio, ovvero gli strani sogni di William il Cieco
di UMBERTO ROSSI
Ed è proprio l’incontro tra nativi americani e vichinghi che interessa Vollmann. Ma oltre a ripercorrere quell’antico scontro tra civiltà (tanto per cambiare discretamente sanguinario, come si vedrà), basandosi sui testi delle antiche epiche norrene (puntigliosamente citati in un ricco apparato di note, e brillantemente riscritti inventando un inglese da vichinghi), Vollmann, come negli altri volumi dei Sette sogni, viaggia (nel 1987) nelle terre dove quell’incontro ebbe luogo, va a visitare la Groenlandia, va a conoscere i groenlandesi di ceppo danese e quelli di sangue inuit o misto, e va a verificare come ancora oggi i rapporti tra i due mondi siano tutt’altro che idillici. Ed è qui il fascino pressoché sublime del libro: nel cortocircuito tra il passato antichissimo dell’epica e il presente attualissimo della cronaca di viaggio; tra l’antichità vichinga e la tarda modernità degradata. Lasciando che i due tempi si aprano l’un l’altro, e miracolosamente si complementino e si spieghino a vicenda.

(l’articolo qui riproposto è stato pubblicato su PULP Libri numero 73, maggio/giugno 2008, pagine 10-14)

BIBLIOGRAFIA IN ITALIANO di WILLIAM T. VOLLMANN

1999 – Storie di farfalle (Fanucci)
2000 – Puttane per gloria (Mondadori)
2001 – I racconti dell’arcobaleno (Fanucci)
2003 – Manette: Istruzioni per l’uso (Fanucci)
2005 – Afghanistan Picture Show, ovvero Come ho salvato il mondo (Alet)
2005 – Tredici storie per tredici epitaffi (Fanucci)
2007 – Come un’onda che sale e che scende (Mondadori)
2010 – Europe Central (Mondadori)
2011 – Venga il tuo regno (Alet)
2016 – Ultime storie e altre storie (Mondadori)
2018 – I fucili (minimum fax)

 

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Sporcarsi con il reale, affrontare il futuro

Wu Ming 5, Havana Glam, Fanucci, pp.420, lire 29.000

di ELISABETTA MICHIELIN

L’azienda per servizi narrativi Wu Ming (evoluzione del nome multiplo Luther Blissett) è un collettore di idee che rielabora e potenzia per poi riveicolarle come virus sovversivi.
Consapevoli del carattere immediatamente sociale e produttivo del lavoro mentale, prendono a prestito i codici del genere (dal romanzo storico, alla memorialistica, alla fantascienza) per violarli, raccontare storie, decostruire miti e continua temporali, sempre cercando di far saltare il nesso fra storia (e sua narrazione) e potere.
Dopo il viaggio nel passato ( Q e Asce di guerra ), Wu Ming 5 (ovvero Riccardo Pedrini) continua a sporcarsi con il reale e affronta il futuro prossimo sviluppandone le possibili cattive utopie (cfr. Libera Baku ora, DeriveApprodi, scaricabile all’indirizzo web: www.wumingfoundation.com/italiano/presentazione.htm).
Havana Glam è la seconda mossa sulla strada di un futuro che sempre più ci atterrisce: la Guerra Mondiale e la bomba atomica.
Pedrini coniuga la classica idea del viaggio nel tempo e dei mondi paralleli con uno scenario apocalittico. Siamo nel 2045; dopo la guerra totale del 2021 gli Stati Uniti sopravvivono nell’inverno atomico dell’emisfero nord mentre quello sud è scosso da guerre regionali.
Posto che è connaturata alla natura del potere la propria sopravvivenza a tutti i costi, la follia suicida del capitale cerca di scongiurare il proprio declino (che peraltro implica il declino della vita stessa) e di realizzare un predominio perfetto seppur in qualche altra dimensione.
Perciò un “temponauta” viene spedito nel 1944, col compito di far scattare il piano Totality (il bombardamento atomico delle 20 principali città dell’Unione Sovietica). Con l’URSS messa in ginocchio assieme a Germania e Giappone, niente guerra fredda, niente guerre in Corea e Vietnam, niente controculture, niente movimenti antisistemici che mettono in crisi l’egemonia yankee; niente bomba atomica nel 2021, perché già deflagrata nel 1944! Scongiurare la bomba a mezzo di bomba! Questa è la logica omicida e suicida del potere.
Il piano fallisce ma i continua che si aprono a partire dal primo “temponauta” ripropongono comunque il nesso fra potere e forze singolari, movimenti e sottoculture che nascono insopprimibili e ne “infettano” e scardinano la logica. Ecco così apparire i glam rockers cubani influenzati da David Bowie (Ziggy Stardust in salsa caraibica) che sconvolge la vita sull’isola e semina zizzania tra i dirigenti del Partito Comunista.
Si inverano così le parole che chiudevano Q : “non esiste un piano che possa prevedere tutto. Altri solleveranno il capo, altri diserteranno. Il tempo non cesserà di elargire sconfitte e vittorie a chi proseguirà la lotta.”


(Articolo pubblicato su Pulp libri n.34, novembre-dicembre 2001)

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Arte lì per lì

Fausto Delle Chiaie, Fuori catalogo, fotografie di Paolo Buatti, cura di Pino Giannini, Kellermann, 125 p., € 15

di ELISABETTA MICHIELIN

“Un’opera dispendiosa per me e un rischio per gli altri. Quindi non la faccio spesso”. Così chiosa sorridendo Fausto Delle Chiaie nella trasmissione “I dieci comandamenti” mostrando al giornalista Iannacone uno dei suoi lavori. L’opera si chiama Investimento sicuro e consiste in una serie di monetine messe dall’autore in mezzo alla strada. Un tratto di gesso bianco le indica chiaramente… e succede che la gente se le porti via col rischio di finire sotto un’automobile “derubando” l’artista.

In Fuori catalogo (e che titolo altrimenti?) Fausto Delle Chiaie, genius loci della via che passa fra l’Ara Pacis e il mausoleo di Augusto a Roma, racconta in testo e molte fotografie, le sue opere, il suo rapporto con l’arte e con il luogo di cui si sente “custode”, con il mercato dell’arte, con le persone che passando entrano a far parte delle opere esposte. Infatti, in questa strada, da 25 anni l’artista ogni giorno improvvisa il suo museo all’aria aperta. Fatto di cartoncini scritti a mano in diverse lingue, piccoli segnali che orientano, di oggetti trovati nella strada, di rubbish che nel momento in cui sono scelti cambiano di segno o di rubbish che rimangono tali, come l’angolo usato da molti in guisa di gabinetto pubblico sia di giorno che di notte: wc ha scritto su un cartellino l’artista.

Gli oggetti di Delle Chiaie (frammenti di biglietti della lotteria, giocattoli rotti, mozziconi di sigarette, biglietti di entrata al museo, …) non vengono spostati, l’artista li lascia dove sono morti e con il suo intervento li riporta in vita. Un po’ l’inverso di quel che faceva Duchamp che portava i cessi nel museo e li chiamava fontane.

Un museo en plein air che non è solo di Delle Chiaie ma di tutti quelli che passano e hanno il coraggio di fermarsi a guardare e partecipare. Perché, in effetti, ci vuole un po’ di coraggio a fermarsi: il coraggio del curioso, di chi è senza pregiudizi, ha la mente aperta capace di cogliere e aprirsi al gesto artistico riconoscendolo “lì per lì”.

Quando, infatti, incontriamo le opere ironiche ma anche pensose, argute e fresche di Delle Chiae, veniamo sorpresi sia per la loro qualità inaspettata sia perché non siamo “garantiti” dall’istituzione museo che ci orienta e ci rassicura sul valore di quel che vediamo. Siamo noi in prima persona a dover decidere dei lavori di Delle Chiaie. Sono arte? Sono provocazioni degli studenti dell’Accademia d’Arte che ha sede lì vicino? Se porto via qualcosa verrò fermato? Quei cartellini con prezzi paradossali (un disegno 120 euro, due disegni 60 euro, tre disegni gratis) che non metteremmo mai in discussione in un luogo deputato a vendere l’arte saranno veri o saranno una provocazione? E se alla fine metto i miei soldi nella cassetta con scritto sopra “co-opera-azione libera e obbligatoria” a chi do questi soldi? A un artista sconosciuto? A un barbone? A un mendicante? O peggio ancora a un furbacchione?

Per quanto minimo sia, uno sforzo lo dobbiamo fare; per uscire dal noto, dalle classificazioni, dalla paura della strada e del diverso – che oggigiorno così fortemente ci stringe in una morsa – ed accettare l’intempestivo. E già di questo dovremmo essere grati a Delle Chiaie che ci fa dono di un’esperienza artistica totale fino a comprendere il suo stesso corpo che da quasi tre decenni è elemento centrale della sua ricerca in un gesto di resistenza che definisce la sua personale esistenza sulla strada.

Questo libro, scritto con leggerezza da Delle Chiaie, con le foto di Paolo Buatti, è a sua volta un’opera d’arte di Delle Chiaie che soavamente scrive sotto la dicitura seconda edizione: “nel frattempo sono cresciuto”.

 

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Dalle radici al parco a tema. Non si scherza con la Storia!

Tullio Avoledo, Furland©, Chiarelettere Editore, 2018, pp. 225, €16,50 stampa, €9,90 ebook

di ELISABETTA MICHIELIN

Siamo nel 2035 e il Friuli Venezia Giulia è diventato il Furland©, un parco di Attrazioni a tema, in cui i turisti possono rivivere periodi storici perfettamente ricostruiti, animati da attori professionisti e comparse che interpretano diversi scenari: Trieste è asburgica, alcuni paesi della Carnia sono in mano ai nazisti e ai Cosacchi, oppure liberati dalla Resistenza; in altri paesi si celebrano presunti riti celtici basati su ricostruzioni storiche per forza di cose un po’ lacunose, Aquileia ridiventa romana… Ciò che si produce e vende nel Furland© è, infatti, il passato. Al turista e ai visitatori la scelta: l’esperienza sarà forte e del tutto verosimile, fucilazioni e torture comprese, ma si può giocare con la Storia, “la più grande serial killer di tutti i tempi” senza nessun pericolo. Un po’ come in Westworld ma senza i robot!

L’ultima invenzione di Avoledo è molto più plausibile di quel che si possa immaginare (basti pensare al prossimo biglietto per entrare a Venezia, ma anche al truce episodio della donna che qualche mese fa ha indossato una maglietta con scritto Auschwitzland con i font della Disney – una sinistra crasi fra ciò che evidentemente non è più “indicibile” e i parchi gioco!). Vittorio Volpatti, Padre della nuova versione della Piccola patria del Friuli, ha semplicemente messo a regime una tendenza che ha i suoi germi ben piantati nel nostro presente.

Volpatti vince le elezioni nel 2023 con un progetto, il Grande Accordo di Sostenibilità, che, ahimè, ci suona molto famigliare: “un mondo nuovo, pulito, una terra restituita alle origini ancestrali, dove i friulani riportati a casa da ogni parte del mondo potessero vivere in pace e armonia, riscoprendo piaceri semplici, la bellezza del lavoro di un tempo, a contatto con la natura.” Che importa se per ritornare al Friuli pre-terremoto del 1976 innanzitutto si debba mettere in sicurezza il territorio da ogni elemento estraneo e non armonico? Cosa sono poche migliaia di morti o espulsi se il risultato è la felicità degli abitanti rimanenti e il Furland© diventerà “onesto, pulito, ecologico al 100%”? Insomma, sembra dire l’Autore, che ci importa se nel resto del mondo si stanno combattendo 44 guerre locali e intercontinentali?

Ma naturalmente le cose non vanno mai così lisce e la felicità non è assicurata neanche quando è a scapito degli altri: Avoledo costruisce un gustoso intreccio mescolato alle sapide riflessioni del protagonista, Francesco Salvador che, inviato a scoprire chi stia sabotando una così meravigliosa attrazione, conclude che è difficile identificare con precisione i “buoni” e i “cattivi” e forse l’unica via per non essere complici è lasciare per sempre il Furland©. Il riferimento è, l’ha detto lo stesso Autore in un’intervista, al racconto di Ursula K. Le Guin “Quelli che si allontano da Omelas” del 1973, dove la gioia e la felicità del paese di Omelas riposano su un segreto da tutti conosciuto e messo in discussione solo dai pochi che se ne vanno e non accettano di scambiare la propria “felicità” con le sofferenze indicibili di un bambino imprigionato, pena la fine della presunta “armonia” di Omelas.

L’altro “custode” di Furland© è il filosofo sloveno Slavoj Žižek e un suo “pericoloso” paradosso mal compreso (o compreso giustamente negli aspetti decisionali e verticali di Volpatti? Si aprirebbe una diatriba filosofica e politica che lasciamo ai lettori): «Il passato viene continuamente ricreato dal presente. La nuova frontiera rivoluzionaria non è il futuro, ma il passato. Riappropriandoci del passato possiamo conquistare Il futuro».

Žižek, si sa, quando parla del passato parla della rivoluzione e dell’insegnamento leninista che consisterebbe nel saper fare i conti fino in fondo con il proprio «fallimento», lo stalinismo, i gulag, ecc. fino a giungere a «ripetere l’inizio» sapendo che la rivoluzione non dà garanzie, non s’inscrive in una lineare necessità storica. È un “Evento” che si pone fuori dalla linearità della Storia. Il passato si può interpretare ma non può giustificare o legittimare il futuro. Men che meno essere riattualizzato: infatti il Furland© è una tragica farsa.

Nota. Tullio Avoledo è un po’ birichino e si diverte con il panorama letterario locale. Qualche frecciatina comprensibile solo ai lettori friulani doc!

 

 

 

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Captorix vs  Subutex

ELISABETTA MICHIELIN

È singolare che i due romanzi francesi usciti in Italia a pochi mesi uno dall’altro e che hanno l’ambizione di raccontare la Francia odierna (o la fine della Francia?) abbiano al centro la chimica. Parliamo di Serotonina di Michel Houellebecq appena arrivato nelle librerie italiane e di Vernon Subutex di Virginie Despentes tradotto pochi mesi fa da Bompiani (in italiano finora solo la prima parte della trilogia).

Florent-Claude Labrouste il protagonista di Serotonina ogni mattina si fa di Captorix, la piccola compressa bianca, ovale e divisibile che ha fra gli effetti secondari “la nausea, la scomparsa della libido, l’impotenza”. Il personaggio principale del romanzo della Despentes, il nome del farmaco – il Subutex che cura la dipendenza da eroina e oppiacei – lo porta addirittura come soprannome.  La chimica quindi, che:

Non cura né trasforma; interpreta. Ciò che era definito, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo.

Così Houellebecq. Ma nel romanzo della Despentes le pillole e la droga si intrecciano con moltissimi personaggi, e se Vernon è chiamato Subutex qualche ragione ci sarà. Aspettiamo la traduzione del secondo volume che, a quanto sembra, è ambientata nel mondo dei rave party e della cultura dj con conseguenti “esperienze psichedeliche”. I due protagonisti hanno molti tratti in comune: la depressione, l’età – che sfiora i 50 anni, rapporti disturbati con le donne e con gli amici (Florent in particolare ha un unico amico); entrambi procedono verso una sorta di “annientamento” di se stessi: Florent attraversando la Francia da Parigi alla campagna nel mezzo della grande crisi del settore agricolo e zootecnico legato alla mondializzazione dell’economia, e Vernon da un divano all’altro delle case degli amici per finire letteralmente in strada.

La crisi immobiliare di Parigi, con i prezzi delle case e le spese condominiali altissime, è un altro tema comune ai due romanzi, infatti, “passata la quarantina, Parigi accetta solo i figli dei proprietari di immobili, il resto della popolazione prosegue la propria strada altrove”, scrive nel suo romanzo la Despentes. A Florent va meglio, perché parte da una situazione di privilegiato e abbiente. Ambedue, poi, hanno mandato a monte le relazioni d’amore che avrebbero potuto dare un senso alla loro vita e, perché no, la felicità. Florent, che in definitiva è un uomo sentimentale (che si sa essere l’altra faccia del cinismo) e con una visione piuttosto tradizionale della coppia, ne soffre moltissimo e si accusa di aver rotto con Camille. Vernon è più “sotto traccia”, non gli passa neanche per la testa di dare giudizi e men che meno consigli. Semplicemente “gli piace pensare che ha limitato i danni” evitando una relazione stabile. Inoltre Florent sa cosa sono i soldi, (si parla molto, moltissimo di soldi in Serotonina) e riesce anche a farli, solo la depressione glieli porta via; Vernon invece è uno che la vita la prende dal lato opposto, ha sempre condiviso l’idea – che per un lungo periodo del secolo scorso era senso comune per molti – che “fosse più importante essere che avere” e le ragazze con cui stava “se ne fottevano di sapere che aveva il conto in banca bloccato”.

E poi, naturalmente, per usare delle vecchie diciture, Florent è di “destra” e Vernon è di “sinistra”; ne consegue che anche lo stile della disfatta sia diverso: il primo è pieno di risentimento, mentre Vernon, che aveva “aveva un talento particolare nell’ignorare le proprie emozioni”, è sostanzialmente indifferente e mai invidioso. 

Cosa differenzia però i due romanzi che hanno anche la caratteristica di essere entrambi leggibilissimi (e qui si potrebbe aprire una parentesi sulla qualità letteraria della leggibilità)? Credo che ciò che in Despentes è una qualità, perché la leggibilità non va a scapito della profondità materialistica della lettura della realtà francese, in Houllebecq diventi invece più un elenco dei “luoghi comuni” dello scrittore e di tutti i suoi testi, con un ammiccamento continuo al lettore, giocando anche sulla sovrapposizione tra narratore e scrittore (chi parla? Florent o Houellebecq? La voce narrante prende infatti a prestito molti dei proclami dello scrittore stesso contro le donne, i gay ecc. ecc.). Una sequela di luoghi che il lettore di Houellebecq (ormai smaliziato dai precedenti romanzi) vuole trovare nei suoi libri, comprese scene come quella della pedofilia (e come poteva mancare?) che francamente sembra un po’ appiccicata, senza una necessità interna allo svolgimento della trama con dei tratti molto stereotipati… (a meno che, anche qui, lo scrittore, ci dica: volete un effettaccio, visto che non siete meglio del mio personaggi e forse di me stesso? Eccovi serviti!).

Come scritto, l’assunzione di Captorix ha come effetto collaterale l’impotenza. Una cosa devastante – temperata solo dall’inibizione anche del desiderio – per un uomo come Florent la cui vita gira intorno al sesso e l’io si costruisce a partire dalla potenza del pene. Per Vernon, la sessualità non è così centrale ed ossessiva, e infatti fa o non fa l’amore anche per molto tempo, ma “funziona”; è quindi  un personaggio in un certo modo più all’altezza dei tempi, il suo modo di fallire è più credibile. Florent in confronto sembra davvero un uomo dell’Ottocento. Il puro francese bianco ricco e ripiegato sul proprio membro, tanto che ci si chiede se l’addolorarsi per la sua scomparsa sia cosa seria o faceta… Inoltre, dato che le persone e anche i personaggi letterari vivono e si definiscono nelle loro relazioni, e il personaggio di Florent vive e rimugina in perfetta solitudine, ci si chiede, ancora, se non sia un’allucinazione la sua dolente e presunta “bianchezza” o “franciezza”.

In definitiva dove Florent è una caricatura d’uomo fin dall’origine, che si è rotto, Vernon è una figura più fluida e indefinita; così i personaggi che compongono il puzzle nel romanzo di Despentes hanno spessore e concretezza non di per sé ma nelle relazioni, di potere, di genere, di classe, di razza,  in cui interagiscono. In Serotonina sono molto più irrigiditi nei propri ruoli. L’unico amico di Florent rappresenta la Francia dell’antica nobiltà di campagna; le donne non escono dagli stereotipi della visione del protagonista, belle e scopabili fino quasi ai 30 anni, poi patetiche e, in definitiva, tutte stronze e che agiscono solo di “ribattuta” al maschio alfa. Ai genitori del protagonista il compito di rappresentare l’amore perfetto ed esclusivo da cui il figlio è stato espulso, causa primigenia dell’impossibilità di Florent ad accedere alla gioia del “vero amore”. L’immagine del pedofilo precedentemente citata poi è talmente “tirata via” da rasentare la macchietta.

Accostando i due romanzi colpisce l’estrema laconicità di Vernon, che non sembra riflettere mai su stesso, e certamente neanche sulle proprie azioni; non va al di là del primo grado in un certo modo, mentre Lorent pensa ininterrottamente, si autodenigra con un gusto quasi laido, spara in continuazione giudizi e pregiudizi su tutto, oltre a darci, con distaccata ironia – gli si deve dar atto – consigli su ogni cosa, non mancando di elencare i propri gusti letterari con la sonora bocciatura di Mann e Proust, lo sberleffo a Blanchot e una ripetuta (c’era anche nel precedente Sottomissione) attenzione allo spiritismo, rifugio dei “cuori sinceri e buoni” che per forza di cose (studi scientifici, ecc.) non hanno più accesso alla fede cristiana. Ha, poi, la curiosa attitudine a cibarsi di piatti prelibati di cui costantemente ci dà i menu con una dovizia di particolari da rasentare le guide turistiche! Si sa che i depressi bevono e anche molto, ma che si rimpinzino di ostriche, aragoste e squisiti formaggi regionali ci giunge nuova.

Infine, come direbbe Celentano, Vernon è rock (il romanzo è innanzitutto una splendida colonna sonora), Serotonina è lento (e, come ha fatto notare qualcuno, il nostro sapientone ma distratto Florent, confonde Ummagumma con Atom Heart Mother dei Pink Floyd!).

Un approfondimento su Vernon Subutex 1 qui

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Su ghiaccio sottile

Nick Drnaso, Sabrina, tr. Stefano A. Cresti, lettering Alessio Ravazzani, Fandango Editore, pp. 207, €23,00 stampa

recensisce ELISABETTA MICHIELIN

Sabrina è un intreccio perfetto di disegno e storia, una specie di thriller che si scioglie in una lucina di speranza e possibilità consegnata all’ultima pagina.

Una ragazza – Sabrina – muore in modo tragico e il video della sua morte viene diffuso in rete. La sorella, i parenti, il fidanzato, un soldato amico del fidanzato, che interagiscono nella loro quotidianità alle prese con l’elaborazione di un lutto devastante e con un mondo virtuale che li invade in modo violentissimo, sono delineati in modo esatto nei loro caratteri e vite del tutto comuni, mentre il disegno, le posture, la gamma di colori scelte da Drnaso danno il tono, amplificano e approfondiscono la storia. La complessità delle relazioni, l’avvicinarsi e il distanziarsi sono perfettamente integrate e arricchite dal disegno, nitido ed accurato, che sottolinea la laconicità del racconto. Gli occhi dei protagonisti disegnati con semplici piccoli punti raccolgono e trasmettono una mestizia smarrita che è davvero difficile da sostenere.

Per esempio il fidanzato di Sabrina, completamente sotto shock, viene accolto da un amico dell’adolescenza – ma forse a questo punto diventato solo un semplice conoscente – che mentre è capace di soccorrere, accogliere e curare una persona così malata da camminare pericolosamente sull’orlo della follia, è incapace in modo disarmante di comprendere le proprie relazioni con la moglie e la piccola figlia che stanno per lasciarlo.

Sabrina mostra un’America (ma l’America non significa – ancora oggi – il mondo occidentale?) desolata, triste, desolidarizzata e preda dei pensieri paranoici e complottisti. Ora bisogna dire che notoriamente la paranoia e il complotto sono una costante della cultura e dei romanzi americani, ma in questo racconto lungo a fumetti Drnaso coglie la specificità terrorizzante del pensiero paranoico quando si intreccia, viene creato e moltiplicato attraverso i social in una deriva che non permette più di cogliere la verità e la menzogna. Anzi è il concetto stesso di verità ad essere messo in discussione, perché il virtuale non è lo specchio della realtà ma un potente costruttore di realtà.

Mai si era visto un fumetto così pervaso dalla violenza che però – significativamente – non viene illustrata e spettacolarizzata. Infatti il disegno resta sempre nitido, minimale e non c’è una goccia di sangue. Particolarmente spiazzanti sono poi le pagine riguardanti una scuola dell’infanzia, che colorano improvvisamente il libro. Le illustrazioni dei libri per bambini, delle schede dell’alfabeto e di tutto ciò che siamo abituati ad associare all’innocenza e alla gioia non sono salve dalla violenza più efferata moltiplicata da narrazioni tossiche.

Sabrina è un libro profondamente politico perché mostra la radice sociale del populismo contemporaneo che associa all’isolamento identitario e alla rabbia frustrata la produzione di realtà da parte del virtuale, mentre tutte le istituzioni e le agenzie collettive sono scomparse dall’orizzonte a parte i gruppi di auto-aiuto che non sembrano capaci di elaborazione di pensiero.

In Sabrina camminiamo su una sottile crosta di ghiaccio ma intelligentemente l’autore ci tiene al di qua e non fa cadere nessuno dei protagonisti – sempre pericolosamente esposti – nel gorgo della violenza paranoica.

Il libro è fra i cento titoli dell’anno 2018 del New York Times e candidato al The Man Booker Prize.

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Non prendetevela con noi. Lotte e organizzazioni dei migranti

Emmanuel Mbolela, Rifugiato. Un’odissea africana, Agenzia X, pp. 190, € 15.00 stampa

recensisce ELISABETTA MICHIELIN

Nel seguito del viaggio, mi resi conto che le donne, nel cammino, erano sistematicamente divise per ogni gruppo – evidentemente, servivano da moneta di scambio con i poliziotti, i militari, i doganieri…

Colpisce nel memoir di Emmanuel Mbolela (ma il libro, uscito in Germania qualche anno fa e ora tradotto in italiano da Agenzia X, è molto di più di un semplice resoconto di viaggio) il grande posto riservato alle donne. Esse sono certo le prime vittime dei viaggi dei migranti, abusate in ogni passaggio di frontiera così come nei ghettoes che si formano nei pressi dei confini, oggetto di lotte fra bande e a volte violentate dagli stessi connazionali, ma sono anche le più determinate e radicali: pronte alla solidarietà auto-organizzata e alle lotte per i diritti dei migranti.

Il racconto di Emmanuel Mbolela, (fuggito nel 2002 dalla Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire per sottrarsi alle persecuzioni politiche, e arrivato nel 2008 in Olanda dove è stato riconosciuto come rifugiato politico) si differenzia da altri racconti della migrazione – altrettanto tragici – per la lucidità politica con cui individua le cause prime della migrazione e la necessità dei migranti di organizzarsi collettivamente in prima persona.

In una recente intervista Mbolela afferma che i migranti non hanno aperto “vie nuove”, ma semplicemente ripercorrono al contrario quelle aperte a suo tempo dall’Europa per penetrare in Africa: sono le vie degli antichi imperi coloniali, le politiche del Fondo Monetario Internazionale e la geopolitica delle multinazionali che ancora determinano il destino di quei Paesi e con la destabilizzazione dei Paesi africani fanno i loro guadagni. Le fabbriche di armi che guadagnano sui conflitti “tra africani” non sono certo in Africa. Queste sono le cause prime della migrazione che l’Europa non vuole vedere.

Quando Mbolela – dopo un viaggio massacrante – arriva in Marocco dove rimarrà per 4 anni, ben presto si accorge che il Paese Nord Africano funziona come frontiera esterna dell’Europa e che l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ) più che difendere i diritti dei migranti (come da mandato ONU) esercita la gestione dell’esternalizzazione delle frontiere e il controllo dei flussi di persone per conto dell’Europa, dalla quale riceve cospicui finanziamenti. Così come in Turchia, in Libia… ma anche in Bosnia dove in questi mesi sono bloccati i migranti della “nuova rotta Balcanica”, picchiati e rimandati indietro dalla polizia croata, per conto della democratica Europa, ogni volta che tentano di attraversare la frontiera. Mbolela lo dice chiaro:

Quando più tardi cominciai a lottare in Marocco contro questi atti, scoprii che il trattamento disumano di cui noi subsahariani eravamo vittime nei paesi del Magreb, era stato fortemente incoraggiato dall’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, come dicevano gli euro-burocrati.

Lo status di richiedente asilo rilasciato dall’UNHCR non vale nulla in Marocco, puoi essere in continuazione rastrellato dalla polizia, rimandato indietro e abbandonato senza tanti complimenti nella trappola del deserto, non hai la possibilità di lavorare o di accedere ai servizi minimi sanitari, i bambini non possono andare a scuola, gli uomini si devono arrangiare col lavoro nero, le donne sono consegnate alla prostituzione, non puoi affittare una casa…

(Per inciso il Decreto Immigrazione – Sicurezza appena diventato legge in Italia con la norma che impedisce alle amministrazioni comunali l’iscrizione dei richiedenti asilo all’anagrafe va ad incidere proprio su questo fondamentale diritto – il diritto all’iscrizione anagrafica – gettando i migranti nella totale insicurezza e impossibilità di costruirsi una vita normale: senza carta di identità non puoi iscriverti a un corso di formazione, andare in una agenzia per cercare lavoro, e giù a cascata…).

Effetto “collaterale” della mancanza dei diritti fondamentali è il razzismo che si sviluppa contro chi mancando di documenti è di fatto inesistente e viene visto come un “pericoloso fuorilegge”. Ben lo sperimenta Mbolela sulla sua pelle in Marocco, dove finanche i bambini si sentivano liberi di insultare i migranti.

In questa situazione Mbolela insieme ad altri rifugiati e facendo leva su un istituto informale molto interessante di autorganizzazione dei migranti – vale a dire le “chiese dal basso” che si costituiscono intorno a figure che durante il viaggio si sono distinte per solidarietà e coraggio e che ne diventano i pastori (Man of God) – organizza l’ARCOM (Associazione dei Rifugiati Congolesi) che, oltre a far pressione sulle ONG e l’UNHCR per avere i documenti e quindi l’accesso a diritti come il lavoro o la scuola elementare per i bambini, si è battuta contro la deportazione dal Marocco degli africani subsahariani  tutelati – solo a parole – dallo status di richiedenti asilo.

Non siamo criminali, come ci vuole rappresentare nella vulgata razzista, ma non siamo neanche delle semplici vittime, siamo dei soggetti che in prima persona prendono in mano il proprio destino – insegna Mbolela – che da ultimo dice una cosa semplice, ma che nessuno oggi riconosce ai migranti: si scappa dalle guerre, si scappa dalla miseria economica, si scappa dagli effetti indotti dai cambiamenti climatici, ma si esercita anche il desiderio fondamentale – che appartiene da sempre a ogni essere vivente – di voler vedere e stare in luoghi nuovi e che non si conoscono. Un desiderio questo che solo i turisti e il ceto cosmopolita sembra abbiano il diritto di esercitare.

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