Tutti gli articoli di Elisabetta Michielin

Arte lì per lì

Fausto Delle Chiaie, Fuori catalogo, fotografie di Paolo Buatti, cura di Pino Giannini, Kellermann, 125 p., € 15

di ELISABETTA MICHIELIN

“Un’opera dispendiosa per me e un rischio per gli altri. Quindi non la faccio spesso”. Così chiosa sorridendo Fausto Delle Chiaie nella trasmissione “I dieci comandamenti” mostrando al giornalista Iannacone uno dei suoi lavori. L’opera si chiama Investimento sicuro e consiste in una serie di monetine messe dall’autore in mezzo alla strada. Un tratto di gesso bianco le indica chiaramente… e succede che la gente se le porti via col rischio di finire sotto un’automobile “derubando” l’artista.

In Fuori catalogo (e che titolo altrimenti?) Fausto Delle Chiaie, genius loci della via che passa fra l’Ara Pacis e il mausoleo di Augusto a Roma, racconta in testo e molte fotografie, le sue opere, il suo rapporto con l’arte e con il luogo di cui si sente “custode”, con il mercato dell’arte, con le persone che passando entrano a far parte delle opere esposte. Infatti, in questa strada, da 25 anni l’artista ogni giorno improvvisa il suo museo all’aria aperta. Fatto di cartoncini scritti a mano in diverse lingue, piccoli segnali che orientano, di oggetti trovati nella strada, di rubbish che nel momento in cui sono scelti cambiano di segno o di rubbish che rimangono tali, come l’angolo usato da molti in guisa di gabinetto pubblico sia di giorno che di notte: wc ha scritto su un cartellino l’artista.

Gli oggetti di Delle Chiaie (frammenti di biglietti della lotteria, giocattoli rotti, mozziconi di sigarette, biglietti di entrata al museo, …) non vengono spostati, l’artista li lascia dove sono morti e con il suo intervento li riporta in vita. Un po’ l’inverso di quel che faceva Duchamp che portava i cessi nel museo e li chiamava fontane.

Un museo en plein air che non è solo di Delle Chiaie ma di tutti quelli che passano e hanno il coraggio di fermarsi a guardare e partecipare. Perché, in effetti, ci vuole un po’ di coraggio a fermarsi: il coraggio del curioso, di chi è senza pregiudizi, ha la mente aperta capace di cogliere e aprirsi al gesto artistico riconoscendolo “lì per lì”.

Quando, infatti, incontriamo le opere ironiche ma anche pensose, argute e fresche di Delle Chiae, veniamo sorpresi sia per la loro qualità inaspettata sia perché non siamo “garantiti” dall’istituzione museo che ci orienta e ci rassicura sul valore di quel che vediamo. Siamo noi in prima persona a dover decidere dei lavori di Delle Chiaie. Sono arte? Sono provocazioni degli studenti dell’Accademia d’Arte che ha sede lì vicino? Se porto via qualcosa verrò fermato? Quei cartellini con prezzi paradossali (un disegno 120 euro, due disegni 60 euro, tre disegni gratis) che non metteremmo mai in discussione in un luogo deputato a vendere l’arte saranno veri o saranno una provocazione? E se alla fine metto i miei soldi nella cassetta con scritto sopra “co-opera-azione libera e obbligatoria” a chi do questi soldi? A un artista sconosciuto? A un barbone? A un mendicante? O peggio ancora a un furbacchione?

Per quanto minimo sia, uno sforzo lo dobbiamo fare; per uscire dal noto, dalle classificazioni, dalla paura della strada e del diverso – che oggigiorno così fortemente ci stringe in una morsa – ed accettare l’intempestivo. E già di questo dovremmo essere grati a Delle Chiaie che ci fa dono di un’esperienza artistica totale fino a comprendere il suo stesso corpo che da quasi tre decenni è elemento centrale della sua ricerca in un gesto di resistenza che definisce la sua personale esistenza sulla strada.

Questo libro, scritto con leggerezza da Delle Chiaie, con le foto di Paolo Buatti, è a sua volta un’opera d’arte di Delle Chiaie che soavamente scrive sotto la dicitura seconda edizione: “nel frattempo sono cresciuto”.

 

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Dalle radici al parco a tema. Non si scherza con la Storia!

Tullio Avoledo, Furland©, Chiarelettere Editore, 2018, pp. 225, €16,50 stampa, €9,90 ebook

di ELISABETTA MICHIELIN

Siamo nel 2035 e il Friuli Venezia Giulia è diventato il Furland©, un parco di Attrazioni a tema, in cui i turisti possono rivivere periodi storici perfettamente ricostruiti, animati da attori professionisti e comparse che interpretano diversi scenari: Trieste è asburgica, alcuni paesi della Carnia sono in mano ai nazisti e ai Cosacchi, oppure liberati dalla Resistenza; in altri paesi si celebrano presunti riti celtici basati su ricostruzioni storiche per forza di cose un po’ lacunose, Aquileia ridiventa romana… Ciò che si produce e vende nel Furland© è, infatti, il passato. Al turista e ai visitatori la scelta: l’esperienza sarà forte e del tutto verosimile, fucilazioni e torture comprese, ma si può giocare con la Storia, “la più grande serial killer di tutti i tempi” senza nessun pericolo. Un po’ come in Westworld ma senza i robot!

L’ultima invenzione di Avoledo è molto più plausibile di quel che si possa immaginare (basti pensare al prossimo biglietto per entrare a Venezia, ma anche al truce episodio della donna che qualche mese fa ha indossato una maglietta con scritto Auschwitzland con i font della Disney – una sinistra crasi fra ciò che evidentemente non è più “indicibile” e i parchi gioco!). Vittorio Volpatti, Padre della nuova versione della Piccola patria del Friuli, ha semplicemente messo a regime una tendenza che ha i suoi germi ben piantati nel nostro presente.

Volpatti vince le elezioni nel 2023 con un progetto, il Grande Accordo di Sostenibilità, che, ahimè, ci suona molto famigliare: “un mondo nuovo, pulito, una terra restituita alle origini ancestrali, dove i friulani riportati a casa da ogni parte del mondo potessero vivere in pace e armonia, riscoprendo piaceri semplici, la bellezza del lavoro di un tempo, a contatto con la natura.” Che importa se per ritornare al Friuli pre-terremoto del 1976 innanzitutto si debba mettere in sicurezza il territorio da ogni elemento estraneo e non armonico? Cosa sono poche migliaia di morti o espulsi se il risultato è la felicità degli abitanti rimanenti e il Furland© diventerà “onesto, pulito, ecologico al 100%”? Insomma, sembra dire l’Autore, che ci importa se nel resto del mondo si stanno combattendo 44 guerre locali e intercontinentali?

Ma naturalmente le cose non vanno mai così lisce e la felicità non è assicurata neanche quando è a scapito degli altri: Avoledo costruisce un gustoso intreccio mescolato alle sapide riflessioni del protagonista, Francesco Salvador che, inviato a scoprire chi stia sabotando una così meravigliosa attrazione, conclude che è difficile identificare con precisione i “buoni” e i “cattivi” e forse l’unica via per non essere complici è lasciare per sempre il Furland©. Il riferimento è, l’ha detto lo stesso Autore in un’intervista, al racconto di Ursula K. Le Guin “Quelli che si allontano da Omelas” del 1973, dove la gioia e la felicità del paese di Omelas riposano su un segreto da tutti conosciuto e messo in discussione solo dai pochi che se ne vanno e non accettano di scambiare la propria “felicità” con le sofferenze indicibili di un bambino imprigionato, pena la fine della presunta “armonia” di Omelas.

L’altro “custode” di Furland© è il filosofo sloveno Slavoj Žižek e un suo “pericoloso” paradosso mal compreso (o compreso giustamente negli aspetti decisionali e verticali di Volpatti? Si aprirebbe una diatriba filosofica e politica che lasciamo ai lettori): «Il passato viene continuamente ricreato dal presente. La nuova frontiera rivoluzionaria non è il futuro, ma il passato. Riappropriandoci del passato possiamo conquistare Il futuro».

Žižek, si sa, quando parla del passato parla della rivoluzione e dell’insegnamento leninista che consisterebbe nel saper fare i conti fino in fondo con il proprio «fallimento», lo stalinismo, i gulag, ecc. fino a giungere a «ripetere l’inizio» sapendo che la rivoluzione non dà garanzie, non s’inscrive in una lineare necessità storica. È un “Evento” che si pone fuori dalla linearità della Storia. Il passato si può interpretare ma non può giustificare o legittimare il futuro. Men che meno essere riattualizzato: infatti il Furland© è una tragica farsa.

Nota. Tullio Avoledo è un po’ birichino e si diverte con il panorama letterario locale. Qualche frecciatina comprensibile solo ai lettori friulani doc!

 

 

 

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Captorix vs  Subutex

ELISABETTA MICHIELIN

È singolare che i due romanzi francesi usciti in Italia a pochi mesi uno dall’altro e che hanno l’ambizione di raccontare la Francia odierna (o la fine della Francia?) abbiano al centro la chimica. Parliamo di Serotonina di Michel Houellebecq appena arrivato nelle librerie italiane e di Vernon Subutex di Virginie Despentes tradotto pochi mesi fa da Bompiani (in italiano finora solo la prima parte della trilogia).

Florent-Claude Labrouste il protagonista di Serotonina ogni mattina si fa di Captorix, la piccola compressa bianca, ovale e divisibile che ha fra gli effetti secondari “la nausea, la scomparsa della libido, l’impotenza”. Il personaggio principale del romanzo della Despentes, il nome del farmaco – il Subutex che cura la dipendenza da eroina e oppiacei – lo porta addirittura come soprannome.  La chimica quindi, che:

Non cura né trasforma; interpreta. Ciò che era definito, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo.

Così Houellebecq. Ma nel romanzo della Despentes le pillole e la droga si intrecciano con moltissimi personaggi, e se Vernon è chiamato Subutex qualche ragione ci sarà. Aspettiamo la traduzione del secondo volume che, a quanto sembra, è ambientata nel mondo dei rave party e della cultura dj con conseguenti “esperienze psichedeliche”. I due protagonisti hanno molti tratti in comune: la depressione, l’età – che sfiora i 50 anni, rapporti disturbati con le donne e con gli amici (Florent in particolare ha un unico amico); entrambi procedono verso una sorta di “annientamento” di se stessi: Florent attraversando la Francia da Parigi alla campagna nel mezzo della grande crisi del settore agricolo e zootecnico legato alla mondializzazione dell’economia, e Vernon da un divano all’altro delle case degli amici per finire letteralmente in strada.

La crisi immobiliare di Parigi, con i prezzi delle case e le spese condominiali altissime, è un altro tema comune ai due romanzi, infatti, “passata la quarantina, Parigi accetta solo i figli dei proprietari di immobili, il resto della popolazione prosegue la propria strada altrove”, scrive nel suo romanzo la Despentes. A Florent va meglio, perché parte da una situazione di privilegiato e abbiente. Ambedue, poi, hanno mandato a monte le relazioni d’amore che avrebbero potuto dare un senso alla loro vita e, perché no, la felicità. Florent, che in definitiva è un uomo sentimentale (che si sa essere l’altra faccia del cinismo) e con una visione piuttosto tradizionale della coppia, ne soffre moltissimo e si accusa di aver rotto con Camille. Vernon è più “sotto traccia”, non gli passa neanche per la testa di dare giudizi e men che meno consigli. Semplicemente “gli piace pensare che ha limitato i danni” evitando una relazione stabile. Inoltre Florent sa cosa sono i soldi, (si parla molto, moltissimo di soldi in Serotonina) e riesce anche a farli, solo la depressione glieli porta via; Vernon invece è uno che la vita la prende dal lato opposto, ha sempre condiviso l’idea – che per un lungo periodo del secolo scorso era senso comune per molti – che “fosse più importante essere che avere” e le ragazze con cui stava “se ne fottevano di sapere che aveva il conto in banca bloccato”.

E poi, naturalmente, per usare delle vecchie diciture, Florent è di “destra” e Vernon è di “sinistra”; ne consegue che anche lo stile della disfatta sia diverso: il primo è pieno di risentimento, mentre Vernon, che aveva “aveva un talento particolare nell’ignorare le proprie emozioni”, è sostanzialmente indifferente e mai invidioso. 

Cosa differenzia però i due romanzi che hanno anche la caratteristica di essere entrambi leggibilissimi (e qui si potrebbe aprire una parentesi sulla qualità letteraria della leggibilità)? Credo che ciò che in Despentes è una qualità, perché la leggibilità non va a scapito della profondità materialistica della lettura della realtà francese, in Houllebecq diventi invece più un elenco dei “luoghi comuni” dello scrittore e di tutti i suoi testi, con un ammiccamento continuo al lettore, giocando anche sulla sovrapposizione tra narratore e scrittore (chi parla? Florent o Houellebecq? La voce narrante prende infatti a prestito molti dei proclami dello scrittore stesso contro le donne, i gay ecc. ecc.). Una sequela di luoghi che il lettore di Houellebecq (ormai smaliziato dai precedenti romanzi) vuole trovare nei suoi libri, comprese scene come quella della pedofilia (e come poteva mancare?) che francamente sembra un po’ appiccicata, senza una necessità interna allo svolgimento della trama con dei tratti molto stereotipati… (a meno che, anche qui, lo scrittore, ci dica: volete un effettaccio, visto che non siete meglio del mio personaggi e forse di me stesso? Eccovi serviti!).

Come scritto, l’assunzione di Captorix ha come effetto collaterale l’impotenza. Una cosa devastante – temperata solo dall’inibizione anche del desiderio – per un uomo come Florent la cui vita gira intorno al sesso e l’io si costruisce a partire dalla potenza del pene. Per Vernon, la sessualità non è così centrale ed ossessiva, e infatti fa o non fa l’amore anche per molto tempo, ma “funziona”; è quindi  un personaggio in un certo modo più all’altezza dei tempi, il suo modo di fallire è più credibile. Florent in confronto sembra davvero un uomo dell’Ottocento. Il puro francese bianco ricco e ripiegato sul proprio membro, tanto che ci si chiede se l’addolorarsi per la sua scomparsa sia cosa seria o faceta… Inoltre, dato che le persone e anche i personaggi letterari vivono e si definiscono nelle loro relazioni, e il personaggio di Florent vive e rimugina in perfetta solitudine, ci si chiede, ancora, se non sia un’allucinazione la sua dolente e presunta “bianchezza” o “franciezza”.

In definitiva dove Florent è una caricatura d’uomo fin dall’origine, che si è rotto, Vernon è una figura più fluida e indefinita; così i personaggi che compongono il puzzle nel romanzo di Despentes hanno spessore e concretezza non di per sé ma nelle relazioni, di potere, di genere, di classe, di razza,  in cui interagiscono. In Serotonina sono molto più irrigiditi nei propri ruoli. L’unico amico di Florent rappresenta la Francia dell’antica nobiltà di campagna; le donne non escono dagli stereotipi della visione del protagonista, belle e scopabili fino quasi ai 30 anni, poi patetiche e, in definitiva, tutte stronze e che agiscono solo di “ribattuta” al maschio alfa. Ai genitori del protagonista il compito di rappresentare l’amore perfetto ed esclusivo da cui il figlio è stato espulso, causa primigenia dell’impossibilità di Florent ad accedere alla gioia del “vero amore”. L’immagine del pedofilo precedentemente citata poi è talmente “tirata via” da rasentare la macchietta.

Accostando i due romanzi colpisce l’estrema laconicità di Vernon, che non sembra riflettere mai su stesso, e certamente neanche sulle proprie azioni; non va al di là del primo grado in un certo modo, mentre Lorent pensa ininterrottamente, si autodenigra con un gusto quasi laido, spara in continuazione giudizi e pregiudizi su tutto, oltre a darci, con distaccata ironia – gli si deve dar atto – consigli su ogni cosa, non mancando di elencare i propri gusti letterari con la sonora bocciatura di Mann e Proust, lo sberleffo a Blanchot e una ripetuta (c’era anche nel precedente Sottomissione) attenzione allo spiritismo, rifugio dei “cuori sinceri e buoni” che per forza di cose (studi scientifici, ecc.) non hanno più accesso alla fede cristiana. Ha, poi, la curiosa attitudine a cibarsi di piatti prelibati di cui costantemente ci dà i menu con una dovizia di particolari da rasentare le guide turistiche! Si sa che i depressi bevono e anche molto, ma che si rimpinzino di ostriche, aragoste e squisiti formaggi regionali ci giunge nuova.

Infine, come direbbe Celentano, Vernon è rock (il romanzo è innanzitutto una splendida colonna sonora), Serotonina è lento (e, come ha fatto notare qualcuno, il nostro sapientone ma distratto Florent, confonde Ummagumma con Atom Heart Mother dei Pink Floyd!).

Un approfondimento su Vernon Subutex 1 qui

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Su ghiaccio sottile

Nick Drnaso, Sabrina, tr. Stefano A. Cresti, lettering Alessio Ravazzani, Fandango Editore, pp. 207, €23,00 stampa

recensisce ELISABETTA MICHIELIN

Sabrina è un intreccio perfetto di disegno e storia, una specie di thriller che si scioglie in una lucina di speranza e possibilità consegnata all’ultima pagina.

Una ragazza – Sabrina – muore in modo tragico e il video della sua morte viene diffuso in rete. La sorella, i parenti, il fidanzato, un soldato amico del fidanzato, che interagiscono nella loro quotidianità alle prese con l’elaborazione di un lutto devastante e con un mondo virtuale che li invade in modo violentissimo, sono delineati in modo esatto nei loro caratteri e vite del tutto comuni, mentre il disegno, le posture, la gamma di colori scelte da Drnaso danno il tono, amplificano e approfondiscono la storia. La complessità delle relazioni, l’avvicinarsi e il distanziarsi sono perfettamente integrate e arricchite dal disegno, nitido ed accurato, che sottolinea la laconicità del racconto. Gli occhi dei protagonisti disegnati con semplici piccoli punti raccolgono e trasmettono una mestizia smarrita che è davvero difficile da sostenere.

Per esempio il fidanzato di Sabrina, completamente sotto shock, viene accolto da un amico dell’adolescenza – ma forse a questo punto diventato solo un semplice conoscente – che mentre è capace di soccorrere, accogliere e curare una persona così malata da camminare pericolosamente sull’orlo della follia, è incapace in modo disarmante di comprendere le proprie relazioni con la moglie e la piccola figlia che stanno per lasciarlo.

Sabrina mostra un’America (ma l’America non significa – ancora oggi – il mondo occidentale?) desolata, triste, desolidarizzata e preda dei pensieri paranoici e complottisti. Ora bisogna dire che notoriamente la paranoia e il complotto sono una costante della cultura e dei romanzi americani, ma in questo racconto lungo a fumetti Drnaso coglie la specificità terrorizzante del pensiero paranoico quando si intreccia, viene creato e moltiplicato attraverso i social in una deriva che non permette più di cogliere la verità e la menzogna. Anzi è il concetto stesso di verità ad essere messo in discussione, perché il virtuale non è lo specchio della realtà ma un potente costruttore di realtà.

Mai si era visto un fumetto così pervaso dalla violenza che però – significativamente – non viene illustrata e spettacolarizzata. Infatti il disegno resta sempre nitido, minimale e non c’è una goccia di sangue. Particolarmente spiazzanti sono poi le pagine riguardanti una scuola dell’infanzia, che colorano improvvisamente il libro. Le illustrazioni dei libri per bambini, delle schede dell’alfabeto e di tutto ciò che siamo abituati ad associare all’innocenza e alla gioia non sono salve dalla violenza più efferata moltiplicata da narrazioni tossiche.

Sabrina è un libro profondamente politico perché mostra la radice sociale del populismo contemporaneo che associa all’isolamento identitario e alla rabbia frustrata la produzione di realtà da parte del virtuale, mentre tutte le istituzioni e le agenzie collettive sono scomparse dall’orizzonte a parte i gruppi di auto-aiuto che non sembrano capaci di elaborazione di pensiero.

In Sabrina camminiamo su una sottile crosta di ghiaccio ma intelligentemente l’autore ci tiene al di qua e non fa cadere nessuno dei protagonisti – sempre pericolosamente esposti – nel gorgo della violenza paranoica.

Il libro è fra i cento titoli dell’anno 2018 del New York Times e candidato al The Man Booker Prize.

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Non prendetevela con noi. Lotte e organizzazioni dei migranti

Emmanuel Mbolela, Rifugiato. Un’odissea africana, Agenzia X, pp. 190, € 15.00 stampa

recensisce ELISABETTA MICHIELIN

Nel seguito del viaggio, mi resi conto che le donne, nel cammino, erano sistematicamente divise per ogni gruppo – evidentemente, servivano da moneta di scambio con i poliziotti, i militari, i doganieri…

Colpisce nel memoir di Emmanuel Mbolela (ma il libro, uscito in Germania qualche anno fa e ora tradotto in italiano da Agenzia X, è molto di più di un semplice resoconto di viaggio) il grande posto riservato alle donne. Esse sono certo le prime vittime dei viaggi dei migranti, abusate in ogni passaggio di frontiera così come nei ghettoes che si formano nei pressi dei confini, oggetto di lotte fra bande e a volte violentate dagli stessi connazionali, ma sono anche le più determinate e radicali: pronte alla solidarietà auto-organizzata e alle lotte per i diritti dei migranti.

Il racconto di Emmanuel Mbolela, (fuggito nel 2002 dalla Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire per sottrarsi alle persecuzioni politiche, e arrivato nel 2008 in Olanda dove è stato riconosciuto come rifugiato politico) si differenzia da altri racconti della migrazione – altrettanto tragici – per la lucidità politica con cui individua le cause prime della migrazione e la necessità dei migranti di organizzarsi collettivamente in prima persona.

In una recente intervista Mbolela afferma che i migranti non hanno aperto “vie nuove”, ma semplicemente ripercorrono al contrario quelle aperte a suo tempo dall’Europa per penetrare in Africa: sono le vie degli antichi imperi coloniali, le politiche del Fondo Monetario Internazionale e la geopolitica delle multinazionali che ancora determinano il destino di quei Paesi e con la destabilizzazione dei Paesi africani fanno i loro guadagni. Le fabbriche di armi che guadagnano sui conflitti “tra africani” non sono certo in Africa. Queste sono le cause prime della migrazione che l’Europa non vuole vedere.

Quando Mbolela – dopo un viaggio massacrante – arriva in Marocco dove rimarrà per 4 anni, ben presto si accorge che il Paese Nord Africano funziona come frontiera esterna dell’Europa e che l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ) più che difendere i diritti dei migranti (come da mandato ONU) esercita la gestione dell’esternalizzazione delle frontiere e il controllo dei flussi di persone per conto dell’Europa, dalla quale riceve cospicui finanziamenti. Così come in Turchia, in Libia… ma anche in Bosnia dove in questi mesi sono bloccati i migranti della “nuova rotta Balcanica”, picchiati e rimandati indietro dalla polizia croata, per conto della democratica Europa, ogni volta che tentano di attraversare la frontiera. Mbolela lo dice chiaro:

Quando più tardi cominciai a lottare in Marocco contro questi atti, scoprii che il trattamento disumano di cui noi subsahariani eravamo vittime nei paesi del Magreb, era stato fortemente incoraggiato dall’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, come dicevano gli euro-burocrati.

Lo status di richiedente asilo rilasciato dall’UNHCR non vale nulla in Marocco, puoi essere in continuazione rastrellato dalla polizia, rimandato indietro e abbandonato senza tanti complimenti nella trappola del deserto, non hai la possibilità di lavorare o di accedere ai servizi minimi sanitari, i bambini non possono andare a scuola, gli uomini si devono arrangiare col lavoro nero, le donne sono consegnate alla prostituzione, non puoi affittare una casa…

(Per inciso il Decreto Immigrazione – Sicurezza appena diventato legge in Italia con la norma che impedisce alle amministrazioni comunali l’iscrizione dei richiedenti asilo all’anagrafe va ad incidere proprio su questo fondamentale diritto – il diritto all’iscrizione anagrafica – gettando i migranti nella totale insicurezza e impossibilità di costruirsi una vita normale: senza carta di identità non puoi iscriverti a un corso di formazione, andare in una agenzia per cercare lavoro, e giù a cascata…).

Effetto “collaterale” della mancanza dei diritti fondamentali è il razzismo che si sviluppa contro chi mancando di documenti è di fatto inesistente e viene visto come un “pericoloso fuorilegge”. Ben lo sperimenta Mbolela sulla sua pelle in Marocco, dove finanche i bambini si sentivano liberi di insultare i migranti.

In questa situazione Mbolela insieme ad altri rifugiati e facendo leva su un istituto informale molto interessante di autorganizzazione dei migranti – vale a dire le “chiese dal basso” che si costituiscono intorno a figure che durante il viaggio si sono distinte per solidarietà e coraggio e che ne diventano i pastori (Man of God) – organizza l’ARCOM (Associazione dei Rifugiati Congolesi) che, oltre a far pressione sulle ONG e l’UNHCR per avere i documenti e quindi l’accesso a diritti come il lavoro o la scuola elementare per i bambini, si è battuta contro la deportazione dal Marocco degli africani subsahariani  tutelati – solo a parole – dallo status di richiedenti asilo.

Non siamo criminali, come ci vuole rappresentare nella vulgata razzista, ma non siamo neanche delle semplici vittime, siamo dei soggetti che in prima persona prendono in mano il proprio destino – insegna Mbolela – che da ultimo dice una cosa semplice, ma che nessuno oggi riconosce ai migranti: si scappa dalle guerre, si scappa dalla miseria economica, si scappa dagli effetti indotti dai cambiamenti climatici, ma si esercita anche il desiderio fondamentale – che appartiene da sempre a ogni essere vivente – di voler vedere e stare in luoghi nuovi e che non si conoscono. Un desiderio questo che solo i turisti e il ceto cosmopolita sembra abbiano il diritto di esercitare.

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Due romanzi (da salvare) dal blob di Matilde Serao

Rileggendo La mano tagliata e Il delitto di via Chiatamone 

riflette ELISABETTA MICHIELIN

Matilde Serao (1856-1927) è un autentico blob: 40 romanzi e più, e un numero imprecisato di articoli di giornale. Una produzione disordinata e troppe volte scadente come da sempre ribadisce ogni studio e rilettura della scrittrice (anche da parte femminile). Perché se aveva l’ardire di dichiarare di non saper scrivere bene e di esserne orgogliosa, nello stesso tempo confessava di «ammirare in ginocchio chi scrive bene»; il risultato è una scrittura sovrabbondante, «letteraria» e che in definitiva manca di coraggio.

Fa quasi tenerezza leggere le critiche e le biografie dedicate a questa donna per tanti versi straordinaria, con una capacità di riscatto e di lavoro titaniche; basti pensare che fu la prima donna italiana a fondare e dirigere un quotidiano (Il mattino di Napoli).

Una scrittrice moralista, innamorata della Regina, attratta da Mussolini, che si dichiara antifemminista, sposata con il giornalista Scarfoglio, quest’ultimo dichiaratamente a favore della guerra e delle imprese coloniali italiane. Eppure la Serao nei suoi testi si contraddice spesso, non è mai guerrafondaia, parla con attenzione e precisione dello sfruttamento e del lavoro delle donne e nonostante sia contro il divorzio e per la famiglia più tradizionale, lei stessa lascia il marito e ha la forza di fondare, come detto, un nuovo giornale mentre le sue protagoniste hanno comportamenti molto più liberi di quanto ci si possa aspettare.

La Serao più leggibile e francamente godibile è quella dei romanzi d’appendice in cui dimentica di mettere la sua scrittura al servizio della «letteratura» e di una tesi da dimostrare, lasciandosi andare a trame davvero improbabili ma avvincenti, in cui mescola gli stereotipi nel modo più sfacciato e noncurante. Di fatto, quel che viene sempre rimproverato alla Serao, e cioè di scrivere per cliché e luoghi comuni, nei romanzi di appendice funziona perché sono proprio i luoghi comuni che li costituiscono e che il lettore vuole ritrovare.

La mano tagliata. Un romanzo d’amore (1912) e Il delitto di via Chiatamone (1907) conosciuto anche come Temi Il leone sono romanzi molto interessanti, che assieme ad elementi gotici contengono anche chiarissimi aspetti polizieschi con un intreccio che tiene piuttosto bene fino alla fine.

La mano tagliata

Nonostante questo romanzo sia davvero divertente (ne potrebbe uscire una buona serie tv…), non bisogna certo pensare alla caustica Patricia Highsmith che in Piccoli racconti di misoginia scrive la storia di un uomo che chiede la mano di una ragazza, ricevendo come risposta dal padre di lei una scatola contenente la mano! Dove la Highsmith se la cava in 3 pagine, la Serao ce ne mette 500 – e molte sono francamente strampalate.

Roberto Alimena era indipendente, disoccupato e male avvezzo, perché era ricco, molto ricco, immensamente ricco e nobile: era freddo di cuore, perché aveva perduto sua madre e suo padre fra i dieci e i quindici anni, perché a trent’anni, da nove amministrava tutto col denaro, col nome, col fascino personale. Perché avrebbe dovuto amare qualche cosa e qualcuno?

Va da sé che ci voleva qualcosa di veramente speciale per smuoverlo; così Alimena si innamora istantaneamente di una mano tagliata contenuta in una scatola di pelle di chagrin, come la Serao precisa più volte (omaggio al feticismo de La pelle di zigrino di Balzac?).

Sopra un morbido letto di velluto nero, posava una mano femminile ingemmata. Non solo la mano, precisamente: ma anche un pezzo di braccio, troncato quattro dita sotto il gomito.

La mano è stranamente «viva», ha un colore roseo, non puzza e non marcisce e Roberto Alimena la conserva gelosamente, la toglie ripetutamente dalla scatola per baciarla e confessa che «pochi volti muliebri lo avevano interessato come quella mano!»

A partire da questo feticcio il nostro immagina e si innamora della ipotetica proprietaria di cui va subito alla ricerca e che – attraverso il sapere indiziario di un professore di anatomia – viene descritta come: «una donna di temperamento sanguigno, nervoso, di carnagione chiara e vivida, di capelli castani che piegano al nero, di statura media, molto bene fatta». Deduzioni degne di Sherlock Holmes! È interessante notare che la casa editrice Salani di Firenze, che pubblica il romanzo della Serao nel 1912, aveva anche pubblicato qualche anno prima – nel 1908 – il romanzo di A. Conan Doyle, Il segno dei quattro, e successivamente pubblicherà altri romanzi delle origini del poliziesco, come il ciclo di Fantomas. Mentre le donne come la Serao e Carolina Invernizio erano pubblicate dalla stessa casa editrice in altre collane «sentimentali» rivolte specificatamente alle lettrici (povere o ricche che fossero), La mano tagliata è interessante anche perché non è incasellabile in un genere preciso.

Le vicende della ricerca della proprietaria della mano tagliata, attraverso l’Italia e l’Europa, si intrecciano con quelle dell’amico Ranieri Lambertini «di una grande famiglia romana» che è a sua volta innamorato di Rachele Cabib in cui «brillava tutta l’alta beltà muliebre giudaica» ma che «odiava il Ghetto e la sporcizia ebrea». Insomma i pregiudizi antisemiti ci sono tutti!

Trait d’union fra le due vicende è la figura dell’ebreo Marcus Henner (che nel romanzo compare e scompare sotto diversi nomi), dotato di «gobba completa davanti e dietro» occhi «verdi, verdi, verdi come l’acqua verde, gelidi, fulminei e talvolta semplicemente vitrei» e capelli rossi arruffati. Questo tipo cattivissimo pretende di essere amato dalla donna alla quale ha tagliato la mano per ripicca e non riuscendo a piegarla ai suoi desideri – perché non si accontenta di violarla quando la ipnotizza, vuole proprio esserne amato – per proprietà transitiva prova a farsi amare dalla figlia, che si scoprirà non essere altro che la giovane Rachele amata dall’amico. Naturalmente non gli va bene per niente, le due donne lo odiano, si convertono tutte e due al cattolicesimo e sono devotissime, anzi la figlia per un classico fraintendimento è convinta che l’innamorato l’abbia tradita e quindi va in convento per diventare suora di clausura fra le sepolte vive.

È interessante notare come la donna senza mano abbia una concezione della castità un po’ traballante. Infatti sposata con un uomo anziano e non molto attraente si innamora di un bellissimo ungherese di cui diviene l’amante, poi diventa religiosissima e casta all’arrivo del cattivo ebreo salvo finire la sua vita suicida non dopo aver passato un mese di passione sfrenata con il nostro Alimena – «il gentiluomo, lo sportsman (!), l’uomo ricco e felice»; che da parte sua rimarrà con la mano e un treccione nero che non manca di recidere dal capo della bella amata morta consolandosi col definirle «cose modernissime, vingtième siècle

Sembrando forse alla Serao che far l’amore con una mutilata fosse un po’ troppo perverso, la bella israelita (peraltro sempre definita per «quasi vecchia», avendo infatti 38 anni…) a seconda delle situazioni ha o non ha il braccio. La cosa è un po’ nebulosa.

Quando nell’ultima parte del romanzo tutti i fili giungono a spiegazione attraverso tre lettere, il lettore ne legge solo due, mentre del contenuto della terza non è dato sapere e il romanzo finisce bruscamente con la giovane Rachele che improvvisamente ha una riconversione ed esce dal convento per ricongiungersi con il suo amato che per tre quarti del libro – per puntiglio irragionevole – non aveva più voluto rivedere.

La lettera tagliata!

Il delitto di via Chiatamone o Temi il leone

Il delitto di via Chiatamone, come si deduce dal titolo, è un giallo in piena regola scritto nel 1907 e quindi davvero agli inizi del genere, quando le caratteristiche proprie erano ancora in via di definizione e c’erano pochissimi modelli a cui ispirarsi. Ci sono anche due abbozzi di investigatori, un funzionario di polizia e un avvocato, il primo che pensa di sfruttare la risoluzione del caso per fare carriera, il secondo una specie di prototipo dell’investigatore intelligente, riflessivo e disilluso, che si passano la mano durante lo svolgimento della trama. Un giallo in forma di feuilletton dove è chiaro che ciò che muove il mondo sono i soldi e l’amore.

Altra cosa interessante di questo libro sono le due figure femminili, incasellate secondo lo sguardo maschile nelle due grandi categorie dell’angelo e della prostituta, ma che hanno comportamenti non coerenti con il ruolo assegnatogli, seppur – come sempre nella Serao – pagheranno care queste trasgressioni.

In questa sciarada tutti i protagonisti – con i nomi più assurdi  – amano senza essere riamati essendo i loro oggetti d’amore del tutto difformi per non dire improbabili per differenza di classe e di status sociale.

Così la bionda ed eterea Teresa Gargiulo, l’«assassinata», ama disperatamente e fino alla fine il nobile Giorgio San Luciano, che ama Anthonia d’Alembert, splendida mora, appena arrivata da Parigi, dai «grandi occhi fosforescenti» che però ama (anche lei disperatamente) tale Gennarino Esposito (!), un povero marinaio il quale a sua volta ama perdutamente Teresa Gargiulo.

Non se ne viene fuori! Infatti alla fine del romanzo nessuna coppia si ricompone, il lieto fine manca e non solo viene punito il colpevole ma anche le donne che hanno – in nome della passione – deragliato dai binari con comportamenti in parte paradossali. La «santa» in realtà non ci mette un attimo a concedersi al suo amore e anche ad essere piuttosto egoista nei confronti di tutti gli altri (la Serao chiosa più volte scrivendo che «l’amore è egoista»), mentre la «prostituta» è in realtà una donna piena di abnegazione e alla ricerca della redenzione che Gennarino Esposito non vede essendo preda di una drittura morale che sconfina nell’ottusità, come lo rimprovera lo stesso nonno.

In realtà, nessuna delle due sa gestire la sola ricchezza concessa alla donna – come acutamente scrive Umberto Eco in un libretto collettivo dedicato alle scrittrici di romanzi d’appendice più famose (Serao, Invernizio, Liala, Il Castoro, 1979) – vale a dire l’imene intatto, una ricchezza da manovrare e investire con astuzia. Le donne della Serao non vogliono e non possono rinunciare alla passione e per questo la pagano cara.

Al «pezzo di legno» Gennarino fa da contraltare il duca San Luciano, che ha un ben radicato senso dell’onore: non può assolutamente mostrarsi in pubblico con la donna che ama perché lei non ha una fama impeccabile, può sedurre per interesse la povera Gargiulo e commettere altri atti criminali senza scomporsi, e sulle donne ha le idee molto chiare. Ecco uno dei colloqui che ha con la povera Teresa Gargiulo sedotta e incinta:

“Te lo dico io, e basta. D’altronde, bisogna che tu ti persuada di una cosa…”
“Quale cosa?”
“Che tutte le donne sono tradite dagli uomini.”
“Come?”
“Come ti dico io. La fedeltà maschile non esiste. Poi, in certe condizioni, come la mia, essa è addirittura impossibile.”
“Oh, Dio!”
“Sii ragionevole. Io ti voglio bene, ma non posso chiudere la mia vita con te. Cento tentazioni, cento circostanze mi trascineranno, mi trascinano alla infedeltà. E, confessalo, tu non sei in condizioni da combattere con una donna,” egli concluse con il più freddo cinismo.
“Che orrore, che orrore!”

“Se ragioni un poco ti persuadi subito.”
“Mai, mai!”
“Più tardi lo vedrai. Bisogna assuefarsi, mia cara. Tutte le amanti e le mogli nostre sono molto tradite.”
“Ma non parlavi così quando mi amavi veramente, quando io mi detti a te. Tu mi mentivi, allora, mi mentivi!”
“Si sa, che mentivo! – disse lui, sempre nel più glaciale cinismo.”
“Se lo avessi saputo, se lo avessi saputo! – ella mormorò dolorosamente.”
“Che avresti fatto, se è lecito? – E tirò una boccata di fumo dalla sua sigaretta.”
“Non ti avrei ascoltato.”
“Bah! Mi avresti ascoltato egualmente.”
“Con questa glacialità di disprezzo? No, Giorgio, no; per il mio decoro non ti avrei ascoltato.”
“Va’ là, va’ là, smetti i paroloni! Mi avresti amato e ti saresti data a me lo stesso.”
“Perché – diss’ella, rossa di vergogna.”
“Perché io ti piacevo molto – egli disse con una fatuità perfetta.”
(…)
“E dovrò sopportare in pace il tradimento?”
“Eh, sì!”
“Ma sarà impossibile.”
“Lo ignorerai, o fingerai di ignorarlo. Le scenate, vedi, fanno finire i più grandi amori.”
“E saresti capace di abbandonarmi?”
“Certamente, se non ti decidi ad essere tranquilla.”
(…)
“Così, mi lasceresti, con un figlio?”
“Se mi annoi, sì.”

La mano tagliata si trova in ebook gratuito su Amazon, invece Il delitto di via Chiatamone si trova solo nelle biblioteche, in un’edizione di Salani del 1979.

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Tutti i colori del lutto

Karen Green, Il ramo spezzato, tr. Martina Testa, Baldini+Castoldi, Edizione limitata, pp. 192, €22,10 stampa, €9,90 e-book

recensisce ELISABETTA MICHIELIN

You could be the apple of my eye
But you, you, you upset the apple cart

Non c’è niente di originale nel diventare vedova. Le scansioni del lutto sono implacabili e non puoi saltarne nessuna: allucinazione, rabbia, risentimento, aggressività, confusione, dolore, senso di colpa, vergogna, rimpianto, rimanere inchiodati al momento della fine, depressione. Tutte fasi miscelate, vissute, e subite, in successioni confuse, con ritorni improvvisi e posture diverse. Come è difficile essere vedova, non solo doloroso, ma anche difficile. Se poi sei stata la moglie di uno scrittore che è posseduto da milioni di lettori compulsivi e ossessivi, sopravvivere alla catastrofe strappata al suo privato è un’impresa disperante. Non resta che chiedersi: «A chi posso rendermi invisibile? A chi posso rendermi magicamente visibile?» L’artista Karen Green ha avuto la ventura di avere per marito David Foster Wallace, che l’ha lasciata nel modo più brutale, impiccandosi – come tutti sanno – 10 anni fa.

Eppure, eppure… Karen Green, del lutto, sembra privilegiare una creativa ribellione al ruolo assegnatole di «vedova professionista». Ne esce questo libro pudico ma anche feroce che cerca di riorientarsi nel mondo che improvvisamente ha perso ogni leggibilità. Lo fa con la scrittura e con piccolissime operine della grandezza di francobolli accostati, di cancellature, di elenchi di parole e colori. «Un tempo organizzavo le cose inimmaginabili a seconda del colore, ma l’inimmaginabile è adesso e la gente offre sogni in bianco e nero per consolazione». Karen Green non ci sta. Rinomina e dipinge in modo poetico e malinconico il paesaggio straniante del suo insopportabile dolore che diventa così: color crema da Barbie, tubo azzurro, Orange county, pillole blu, luce verde sedano, travi cremosi, camicia bianca immacolata, cane marrone, porta rossa, letto color squalo, sfumatura di colore dei capezzoli di mio marito, pesciolini bianchi, braccia di un colore irrazionale, casa color sabbia, albero arancio scuro, mare brodo del colore del sangue secco, pillole googlate di colori diversi, ponte rosso, merle nome di uccello e di colore, il rosa nuovo colore che vedo, giallo di Napoli; un paesaggio che si colora delle tonalità malinconiche dei quadri di Bonnard. Ma naturalmente è solo «Un nuovo sintomo a forma di pigna. Pigna: pinecone. Pine: struggersi dal desiderio o dal dolore. Cone: uno dei fotorecettori presenti sulla retina oculare che rendono visibili la luce del giorno e i colori».

I colori di Bonnard, lo sforzo sovrumano di essere infedele («Il dottore dice che se fossi stato cosi tra virgolette perfetto per me, probabilmente saresti ancora qui, non per offenderla eh»), per Karen Green, il duro tirocinio per divenire una «vecchia vedovaccia» come la chiama con coraggio il suo affettuoso figlio, passa anche attraverso Billie Holiday.

«C’è qualcosa che non va nello spazio vuoto fra le scarpe dondolanti e il terreno. C’è una distanza la cui misura non tornerà mai, un movimento nella sua forma che non è fiato, non è ossigeno». DFW è uno «strano frutto» che penzola, come il corpo nero linciato e appeso a un albero di Strange fruit cantata da Billie Holiday: due frutti avvelenati della malattia e del razzismo.

L’«infedeltà» allo scrittore si manifesta anche nell’incapacità – voluta o impossibile – della Green a «riconoscere l’arco narrativo segreto del dizionario» in cui il marito era maestro. Scrive che tutti e due erano d’accordo nel ritenere la parola mutandine una «orrenda parola da Updike», ma – forse dispettosamente – dissemina il testo di parole ed espressioni che avrebbero fatto inorridire il marito: zebedei, incoraggiare con le palle degli occhi, l’autostrada ha un’aria da tegame di popcorn

Non acquietata, in lotta con un marito che non la lascia andare, che lei non può lasciar andare, che non riesce a perdonare (la Green prima di questo libro aveva costruito una installazione, una sorta di «macchina del perdono»: la gente scriveva la cosa che avrebbe voluto perdonare o farsi perdonare e l’introduceva nella macchina che la succhiava e la risputava dall’altra parte triturata ma non l’aveva personalmente usata) nell’ultima pagina de Il ramo spezzato scrive arresa: «io è deperibile, non posso è deperibile, aiutarti è deperibile, le radici sono deperibili. Questa cosa non la so concludere».

http://www.baldinicastoldi.it/

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Elisabetta Michielin intervista Alessandro Portelli

Alessandro Portelli non ha bisogno di presentazioni. Chiunque di noi ami – secondo le sue parole – «l’uguaglianza, la libertà, l’insegnamento, la musica popolare, la memoria, ascoltare i racconti delle persone, i libri e i film, e il rock and roll», l’America plurale, multilinguistica e multiculturale che va da Woody Guthrie a Toni Morrison a Bruce Springsteen, ha avuto modo di incrociarlo e di imparare dalle tantissime pubblicazioni e libri, ma anche nelle iniziative politiche e culturali che ha messo in piedi, dalla Casa della Memoria al Circolo Gianni Bosio di Roma.

Ecco cosa ci dice a proposito del suo ultimo libro, Bob Dylan, Pioggia e veleno. «Hard Rain», una ballata fra tradizione e modernità (Donzelli editore, pp. 175, €15,30 stampa, €10,99 e-book) e sulla celebre ballata scelta e cantata da Patti Smith durante la cerimonia dell’assegnazione del Nobel a Dylan.

Intervista ELISABETTA MICHIELIN

«A Hard Rain’s A-Gonna Fall è la prima canzone di Bob Dylan che sia stata trasmessa alla radio in Italia. Lo so perché a trasmetterla sono stato io, nel 1964». Con queste parole, piene di orgoglio e passione militante (passami l’espressione), inizi il tuo nuovo libro che termini dicendo «Ma la storia non è ancora finita». C’è ancora posto sotto il cielo per una musica che non sia completamente fatta propria dall’industria culturale, che non sia comprata e immediatamente svenduta?

Io credo che in una certa misura la musica non possa essere del tutto posseduta e controllata. È troppo legata al corpo, alla voce, alla presenza delle persone, ed è per questo che la musica popolare trova modi di sopravvivenza che sfuggono anche ad osservatori avveduti. Lo diceva Woody Guthrie, la folk song ha preso un po’ di colpi duri, è stata messa al tappeto ma, come Joe Louis dopo un momento di difficoltà, inevitabilmente si riprende. L’esperienza della musica migrante, dei cori multietnici, e tante altre cose simili, suggerisce che c’è una quantità di suoni e voci che non dipendono dal mercato e dall’industria. E comunque aggiungerei che è anche grazie all’industria culturale che abbiamo Bob Dylan, Bruce Springsteen, Leonard Cohen. Si tratta di fare distinzioni, ma evitare schematismi.

Il Nobel a Dylan e tutte le polemiche… perché si diventa così conformisti quando si parla di Nobel? A parte il fatto che #metoo ha buttato sottosopra anche questa istituzione…

Non credo che sia il Nobel a rendere conformisti – se mai, si riceve il Nobel quando l’establishment comincia ad avere meno paura. Non a caso il Nobel arriva quasi sempre in ritardo, non nel momento della massima creatività dell’artista ma in una fase meno innovativa della sua opera (vale, per quel che ne so, per i Nobel a Faulkner, a Steinbeck, che non sono arrivati nel momento in cui rompevano gli schemi, ma nel momento in cui le loro innovazioni diventavano schemi a loro volta). Ma non è colpa di Bob Dylan – il premio dovevano darglielo semmai negli anni ’60, ma tutto sommato, il premio dato a lui ha provocato tante di quelle polemiche e dissensi da non poter essere visto come un atto di conformismo. Comunque, il conferimento del Nobel non cambia né in meglio né in peggio quello che penso di lui e della sua opera.

Come ricordi tu stesso si sa che dietro a A Hard Rain’s A-Gonna Fall c’è, insieme ad altre suggestioni che arrivano fino a Le bateau ivre di Rimbaud, la canzone popolare Lord Randall a sua volta legata al Testamento dell’avvelenato che risale al ‘600: cosa aggiunge in più il tuo lavoro?

Rivalutare e approfondire il primo Dylan, quello del folk revival e della canzone di protesta, nel contesto complessivo della sua opera, ci aiuta a capire che il suo modernismo, la sua visione apocalittica, e anche il suo sperimentalismo linguistico, si sostengono su secoli di memoria delle culture popolari. In questo è diverso e più cruciale, per esempio, di una figura pure altrettanto grande come Leonard Cohen. Dylan è l’anello che tiene insieme tante storie diverse, la tradizione orale e l’avanguardia poetica, l’oralità e la scrittura, il testo e la performance. Più specificatamente, se guardiamo Hard Rain insieme a Lord Randal non troviamo solo una citazione (l’incipit), un modello formale (il dialogo madre-figlio), l’intreccio innocenza-esperienza, una visione della storia come catastrofe che condivide coi grandi protagonisti del modernismo novecentesco, soprattutto angloamericano, da Faulkner a Joyce, da Yeats a Eliot.

Nel 1973 hai registrato Carmela Luci che cantava una versione del Testamento dell’avvelenato. Mi ha colpito moltissimo che lei ricordasse che «la cantavano durante la vendemmia, quando i padroni delle vigne pretendevano che cantassero per essere sicuri che non usassero la bocca per mangiare l’uva». Un rapporto controverso quello fra la parola, il canto e il lavoro…

Ho sentito dire la stessa cosa di recente da qualche parte in Umbria. D’altro canto, quello che i padroni non capivano era, primo, che si poteva anche mangiare l’uva alternandosi nel canto, secondo che quello che dicevano cantando era comunque un’affermazione di presenza nel mondo e nella storia che è una resistenza all’egemonia. Penso a quello che scriveva Frederick Douglass del canto che sentiva attorno a sé quando era schiavo: anche quando cantavano le cose più allegre e spensierate, «ogni tono era una testimonianza del dolore e dell’umanità di persone oppresse».

Nel libro ti soffermi sul discorso della citazione o del plagio, che vedi in modo diverso rispetto al pastiche e al citazionismo ironico post-moderno, come capacità della canzone popolare di essere una «fonte attiva di nutrimento»…

Sostanzialmente, nelle culture prevalentemente orali, in assenza di «tecnologie della parola» che permettano di fissare i testi – le storie, i canti… – l’unico modo di preservarli e trasmetterli è di ripeterli, di continuare a cantarli, a raccontarli. Schematizzando brutalmente, in culture dotate di tecnologie della parola la ripetizione è pleonastica o segno di inaridimento dell’immaginazione; in culture orali, la ripetizione è una condizione di vita. Tanto più che, anche al di là delle intenzioni dei cantori e narratori orali, nessuna ripetizione sarà mai identica alla ripetizione precedente; questo limite materiale diventa la condizione che rende vivi, mutevoli, adattabili i materiali culturali. A Hard Rain’s a-Gonna Fall su disco è sempre identica in tutto il mondo (e per questo Dylan si affanna a cambiare le sue canzoni dal vivo), mentre Il testamento dell’avvelato è diverso nel tempo e nello spazio, nella Lombardia di metà ’800 è assai diverso che nella Scozia di metà ’900 – ma resta sempre se stesso.

Ci puoi dire qualcosa, senza togliere al lettore il piacere della lettura del tuo testo raffinato, sui diversi modi in cui la musica si diffonde e sulla differenza fra la trasmissione orale e la diffusione attraverso i mezzi di riproducibilità tecnica. Con Internet (e il famoso «telefonino» che tutti i rifugiati sono accusati di avere) cambia qualcosa?

Ne ho parlato nella risposta precedente. La mutevolezza e condivisibilità dei contenuti nella sfera elettronica è un dato che ancora non abbiamo ben capito, ma ci sono due considerazioni che vorrei fare. La prima è che la condivisione e circolazione dei messaggi non crea comunità, come si era sperato, ma soprattutto una moltitudine di voci individuali che non arrivano a creare testi collettivi anche se creano senso comune. Forse, e questa è la seconda considerazione, perché la ripetizione nella tradizione orale aveva la funzione di preservare e far vivere i materiali culturali per il futuro, mentre quello che si mette in rete è per lo più destinato a scomparire in breve tempo. Mentre comunità e memoria sono gli strumenti che tengono in vita le culture tradizionali, la rete non sembra creare né memoria né una comunità consolidata.

Scrivi «le culture popolari non hanno solo radici ma anche piedi e ali»; questa frase condensa in un’immagine bellissima tutti i conflitti di cui si nutre il partire, l’emigrare e il restare: conflitti generazionali, famigliari, la necessità di immaginare il futuro e il lutto del restare, il vecchio e il nuovo. Nonostante tutte le ricerche e registrazioni sul campo che hai fatto nel tempo e sembra che tu abbia un atteggiamento non molto «filologico» o, per meglio dire, sembra che ti interessino di più le varianti che le persistenze.

Direi che mi sento parte di una «filologia» che, da Bosio in poi come minimo, non ha cercato il valore della tradizione nella sua antichità e nella purezza delle origini ma nella vitalità del suo continuo trasformarsi e cambiare nella contemporaneità – tradizione come processo, non come contenitore. Quindi cambia anche il concetto di “autenticità”, che riguarda non tanto la purezza incontaminata dei materiali quanto la soggettività politica delle persone che li comunicano. E poi, ma non era un filologo come Contini a parlare di filologia delle varianti anche in letteratura?

Qual è la differenza fra il «non futuro» cui allude la canzone di Dylan e la tonalità, a prima vista regressiva e pessimista, delle varie versioni di Lord Randall?

Alla fine di Lord Randall il ragazzo ucciso dalla fidanzata – cioè dal «nuovo» – fa testamento: cioè dà per scontato che, morto lui, la famiglia e la società continueranno a esistere, e anzi usa il testamento per rinforzare e garantire i ruoli sociali che la tengono in piedi. Alla fine di Hard Rain c’è solo la morte e la testimonianza. Aggiungerei che la sensazione che il «nuovo» sia pericoloso è pienamente rispondente all’esperienza delle culture non egemoni, per quali il «nuovo» molto spesso voleva dire invasioni, guerre, catastrofi, nuove imposizioni padronali (legge delle chiudende, privatizzazione dei pascoli), fine delle garanzie dello stato (statuto dei lavoratori…). A questo la ballata risponde affermando la capacità comunque di sopravvivere. In più, fa da pendant con altre ballate (The Lass of Roch Royal, Il riscatto della bella) in cui invece è proprio il «nuovo» che salva da un «vecchio» chiuso ed egoista. La cultura popolare non è fatta di risposte ma di domande: nel suo insieme, il patrimonio della canzone narrativa è questo, una domanda irrisolta e drammatica su qual è il nostro rapporto con la storia, la pericolosità del nuovo e l’insopportabilità del presente… Anche il giovane Dylan sta su questo crinale: confrontiamo Hard Rain con When the Ship Comes In, in cui l’apocalisse non è fine del mondo ma liberazione.

Torniamo all’inizio del libro. Quando Bob Dylan dirà di aver cantato quelle canzoni solo perché andavano di moda ma senza crederci veramente, tu ricordi che tutti i «dylaniani» venivano presi in giro e dovevano difendersi dal fatto di aver creduto alle parole di Dylan… Mi fa venire in mente quel che adesso, in Italia, si dice di Saviano o di altri accusati di essere dei «radical chic» con sottinteso che chi crede ai valori che sostengono (l’antirazzismo, l’egualitarismo, il diritto di fuga, un mondo più giusto per tutti) siano dei babbioni ingenui… sembra di sentire la soddisfazione plebea dell’egoismo più becero che smaschera ogni possibile discorso «altro». Che ne dici?

Dico che nel disco in cui annunciava la sua presa di distanza dalla canzone «di protesta», Another Side of Bob Dylan, Dylan dedicava comunque la sua canzone a «the refugees on the unarmed road of flight», ai rifugiati disarmati in fuga. Lui non so, ma noi stiamo ancora lì.

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Serissimo scherzo

Aldo Nove, Il professore di Viggiù. Tutto è cambiato, pp. 192, Bompiani, euro 14,45 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce ELISABETTA MICHIELIN

Fresco di polemica rovente su facebook per essersi “espresso in modo antipatico” nei confronti di Feltrinelli e Mondadori e pretendere il sacrosanto diritto di dire la propria opinione da “pirla” (secondo le sue parole), non essendo né conformista reale, né anticonformista “autorizzato” o di regime (come ad esempio Travaglio o Sgarbi), Aldo Nove arriva in libreria con Il professore di Viggiù.

I suoi romanzi (chiamiamoli così per convenzione) sono sempre spiazzanti. E già questo assolverebbe il compito della letteratura quando non si limita a descrivere un paesaggio consolatorio e conosciuto. A una prima lettura, i suoi scritti sono un caos di cui si stenta a riconoscere il senso; ci si inoltra a tentoni e si cerca un orientamento sui pezzi di “realtà” che più o meno riconosciamo perché in essi siamo immersi e completamente alienati. In una lingua nitida ma al tempo stesso “comune”, piena di evocazioni commerciali e da social network, ci porta all’interno del mondo nella sua mostruosa complessità: un mondo dove la pietas e l’empatia sono completamente uscite dalle persone e si sono installate nelle merci. Così ne La vita oscena (2010) il protagonista pativa “l’imago Christi da poveracci” di una bottiglia di un’imitazione della Coca-Cola da discount. “Avevo ancora pietà per gli oggetti. Le merci mi intenerivano fino a farmi soffrire, fino a quasi strapparmi dalla mia condizione, le merci e il loro portato povero di felicità mercantile, e per un attimo sentii che la capacità di soffrire in vista di un male minore era il senso della vita che mi stava sfuggendo, e il refrigerio di una bibita apparteneva a quei mali minori di cui ci riempiamo per fare la vita, costruirla nei giorni”.

Anche Il professore di Viggiù è spiazzante; un po’ come nella serie tv Dirk Gently’s Holistic Detective Agency, succede di tutto: professori scompaiono e ricompaiono, persone entrano ed escono dai sogni, canguri (!) decretano lo scioglimento immediato dell’Unione Europea, gruppi di scoiattoli mettono fuori uso Wall Street e Gianluca Vacchi, star trash di Instagram, si salva a stento dall’essere divorato da un orso…

Uno slittamento spaziale continuo; fatti improbabili ma verosimili che mimano esattamente l’assurdità in cui viviamo, in un susseguirsi di eventi e notizie, tutti con lo stesso peso specifico, che ci investono a valanga, siano questi il rifacimento del seno di un’attrice di serie B o una ventilata guerra nucleare nell’estrema Asia. Una waste land, dove l’unica virtù civica pubblica rimasta (sic!) è controllare compulsivamente i rifiuti dei vicini di casa, aprire i cassonetti, fotografare i reperti sospetti con il telefonino, individuare i colpevoli e deferirli a chi di dovere. “(…) la ricostituzione di un mondo migliore mediante il business dell’affidamento ai singoli cittadini dei danni fatti dall’umanità durante l’arco in cui questa è vissuta sotto l’allucinazione del consumismo”.

Insomma “tutti morti” senza sapere di esserlo (vale a dire incapaci di immaginare e creare un mondo che non ci sia imposto); come Alice al cospetto della Regina di cuori, corriamo a perdifiato su un tapis roulant da cui non riusciamo a scendere e che ci esaurisce completamente. Intrappolati in una fake life nel tempo falso di un eterno presente dominato dalla religione dello “sterco di cavallo” – ossia la finanza.

Aldo Nove raddoppia il caos del mondo e fianco a fianco all’epifania dei “morti” e dei “super morti” (vale a dire quell’élite che “nello scambio definitivo tra essere e avere, scambio allucinatorio e ormai terminato, hanno aderito perfettamente alla loro condizione di morti”) immette un’altra ragione del mondo per cercare di spezzare il tempo falso. Il Professore di Viggiù è infatti un romanzo che vuole essere serissimo – a tratti didascalico – e pieno di rigore etico seppur “triviale” come la copertina – francamente bruttissima – che illustra prosaicamente una chiave di uscita (o di entrata alla comprensione) contenuta nel libro.

Qual è, dunque, la via d’uscita da questo caos insensato? Aldo Nove è costretto a dare indicazioni esplicite scrivendo: “(…) da sempre sono stato un appassionato delle mistiche di tutto il mondo e in particolare di quella indiana, anche se i pochi che ancora si ricordano di me continuano a considerarmi uno scrittore «cannibale», cosa che è quanto di più lontano da me possa essere ma che pure mi porto dietro come una pigra, svuotata etichetta, in un paese di deficienti in cui editori e lettori non si sottraggono certo alla demenza, alla povertà mentale e di valori del resto della popolazione per il fatto che leggono o dicono di leggere libri (sarebbe troppo facile).” D’altra parte Aldo Nove si è laureato in filosofia morale con un marxista eretico come Luciano Parinetto che molto ha riflettuto e scritto sull’alchimia e la stregoneria…

Scrive Aldo Nove, attraverso le parole del Professore, “Il mondo non è per nulla come appare. Il mondo è un’illusione particolarmente “pesante” in cui noi siamo caduti e nella quale ci identifichiamo”. E ancora: “Se smetti di essere qualcuno, se smetti di cercare di esserlo, allora semplicemente sei. (…) ogni cosa è desiderabile e degna di essere amata, perché ogni cosa è tutto”. Le conclusioni sono: “Essere sapienti è sapere, avevo imparato dal Professore, che tornare a essere parte di quel mare è la gioia suprema. Dove tutto è in rapporto con tutto, dove tutto è vivo, e tutto vibra e sente, nella veglia e nel sonno, nel buio della notte e nella luce del giorno”.

A me pare però che in questo caos dominato dalle banche e dall’algoritmo anche Aldo Nove sia rimasto in qualche modo abbacinato e non veda l’arcano che governa il mondo ma solo i suoi effetti terribili. Eppure l’arcano misterioso è sotto gli occhi di tutti, se solo lo si vuol vedere, perché sotto la grande confusione, sotto ciò che non si capisce, sotto la ricchezza che sembra moltiplicarsi da sola, sotto gli algoritmi di cui tutti parliamo e da cui ci sentiamo e siamo effettivamente sopraffatti si cela sempre il vecchio lavoro, la cara vecchia capacità propria degli umani di produrre valore e di far funzionare tutta questa paurosa macchina che sembra crearsi in modo completamente autonomo.

Ciò che non si capisce ha bisogno ancora una volta di essere rimesso sui piedi! E allora non è difficile scoprire che milioni di cervelli umani aiutano gli algoritmi ad essere intelligenti, che nelle officine indiane e del Sud Africa incatenati ai propri computer i “turchi di Amazon” (come, con ironia luciferina, li ha battezzati Jeff Bezos, fondatore di Amazon, in diretto riferimento all’automa scacchista creato nel 1769 per Maria Antonietta) classificano prodotti, caratteristiche, prezzi, fotografie di ciò che altri umani comprano e queste merci il più delle volte sono il compenso per questi stessi “turchi”. Scoprire che miliardi di persone collegate a facebook ogni giorno producono gratuitamente valore ed arricchiscono i “super morti”.

E i padroni che sembrano gli unici a non aver perso la trebisonda, lo dicono chiaro: senza il lavoro dei migranti, al di là di ogni chiacchiera, non si va avanti! Altro che zombi scaricati in un’Europa allucinata e morta.

Ci vuole un coltello affilato per sezionare questa realtà la cui unica salvezza – secondo il nostro autore – non può che andare verso il misticismo che si sovrappone al tutto della marmellata artatamente indifferenziata. Altrimenti c’è il rischio che la sua visione apocalittica sia all’insegna del complotto e delle stesse parole d’ordine che hanno portato in Italia, ad esempio, alla vittoria dei 5 Stelle e della Lega dopo la sbornia tutta lustrini di Berlusconi e la tetra ragione di stato del governo targato PD.

In ogni caso un libro da leggere, uno scherzo serissimo; come tutte le novelle zen.

http://www.bompiani.it

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Oltre i grandi narcisisti

Arlene Heyman, Il buon vecchio sesso fa paura, tr. Anna Nadotti, pp. 208, Giulio Einaudi Editore, euro 15,67 stampa, euro 9,99 ebook

Recensisce ELISABETTA MICHIELIN

“L’amore con Murray”, il secondo dei sette racconti che compongono il libro della Heyman non si discosta molto dalle cose scritte da Philip Roth; una storia d’amore, di sesso e di gelosia fra una ragazza giovanissima, bella e intelligente, all’inizio della propria ricerca artistica, e un intellettuale alle soglie della vecchiaia, famoso e sposato. Stesso ambiente sociale – borghesia americana laica di origine ebraica – stessi meccanismi relazionali, stesse contraddizioni fra la giovinezza e la vecchiaia. Ma il racconto finisce in modo strepitosamente pratico, come solo la vita e una scrittrice donna può concluderlo.

Eppure vale la pena leggere questo libro sorprendente non solo per questo racconto così ben costruito. che rimanda esplicitamente a Bernard Malamud (cui è dedicato) e a una giovanissima se stessa. Perché questa visione “pratica” della vita (con tutti gli intralci, le situazioni tragicomiche, i corpi che si disfano nel tempo eppure mantengono le proprie voglie e desideri e li intrecciano con gli altri aiutandosi con fantasie e supporti chimici o fisici) è ciò che rende il libro davvero nuovo e godibile. Insomma Arlene Heyman è sì “andata a scuola” dai grandi vecchi, “I grandi narcisisti che hanno dominato la narrativa americana del dopoguerra” (secondo le parole di David Foster Wallace), ma è come se fosse andata a vedere dietro le quinte, entrasse nella cucina dove si combinano gli elementi che rendono “praticabile” il desiderio, svelasse i corpi nel loro intreccio di pulsioni e fragilità, malattia e vecchiaia.

E se siamo abituati a leggere di uomini anziani alle prese con la propria sessualità, non ci è ancora mai capitato di leggere di donne forti e volitive che, come nei racconti della Heyman, affrontano con determinazione (mista all’accettazione tutto sommato leggera e fatalista dei cambiamenti anche crudeli che il tempo infligge) le proprie defaillances e parzialità.   Con il suo libro la Heyman rende il sesso – così abusato, sovraesposto e plastificato – di nuovo scandaloso e gli ridà tutta la sua potenza eversiva e vitale. Perché leggere questo libro fa ridere, fa provare compassione, fa paura e fa identificare.

E che la signora Heyman – che di professione è psicanalista – non abbia paura di niente lo prova il fatto che il suo debutto letterario è avvenuto a 76 anni.

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