Tutti gli articoli di Elio Grasso

Vita con James (e gli altri)

Sylvia Beach, Shakespeare and Company, tr. Elena Spagnol Vaccari, Neri Pozza, pp. 288, €14,50 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Sylvia Beach personaggio dell’Ulysses? Potrebbe essere divertente considerando che l’opera di Joyce ha nel memoriale della “libraia” americana, naturalizzata ad honorem parigina, l’esegesi più completa che si possa desiderare. Dopo aver immaginato una libreria parigina a New York, del tutto impossibile per questioni di quattrini, apre i battenti il 19 novembre 1919 una libreria americana a Parigi. Una specie di miracolo “incantevole” (grazie anche ai quattrini infine resi disponibili dalla madre di Princeton), dimostrato da vetrine dove si espongono Eliot, Chaucer, Joyce, e all’interno disegni di Blake e Whitman appesi alle pareti.

Non poteva esserci posto più romantico della Rive Gauche per l’amabile “strana coppia” Beach e Adrienne Monnier, quest’ultima già tenutaria di un negozietto in Rue de l’Odéon dagli scaffali pieni di volumi francesi. Lì Sylvia stringe amicizia con l’accogliente giovane donna che si fa in quattro perché il sogno dell’americana si attui. Lì iniziano le vicissitudini impagabili di una squadra di specialisti che rimettono in sesto i locali della futura libreria più famosa del mondo. Ma a Parigi è più facile prestare libri che venderli, perciò la nostra eroina inventa la modalità dell’abbonamento attraverso cui, possedendo una tessera di registrazione, gli avventori si portano a casa i volumi desiderati senza pagare un centesimo. Naturalmente molti di questi non tornavano indietro.

E un signore di nome Joyce iniziò a frequentare la Shakespeare and Company, a definirla come sua dimora, guardandosi bene dal restituire i cospicui malloppi. Volete sapere aneddoti, accadimenti e fatti privati, gossip golosamente di prima mano, di quella selva di scrittori americani inglesi e francesi che si aggiravano per la Ville Lumière, simbolo reale di accoglienza e ricchezza artistica? Leggete questo libro di memorie, ricchissimo di sequenze esilaranti, di storie dell’altro secolo che oggi sembrano (e sono) appartenute a un mondo “rinascimentale” nonostante l’Europa fosse un campo di guerra disgraziata. Ma poi la guerra finì, e d’altronde Parigi era tenace nel mantenersi ai margini delle schiaccianti situazioni continentali. Alla corte di Ezra Pound, e di un “gruppo” di donne scrittrici, ebbe luogo la culla del Modernismo.

Come fa notare Nadia Fusini, vi si respirava una libertà di pensiero e di costume, pubblica e privata, assente in altri luoghi geografici, e gli scambi epistolari e amorosi, in gran parte lesbici, alimentavano un sommo mercato intellettuale mai più replicato altrove e nei tempi successivi. Questo campo, definibile come cruciale, meriterebbe saggi e articoli moderni e approfonditi. Insomma l’epoca ribolliva, negli anni Venti e Trenta, come amabilmente scrive Livia Manera nell’introduzione: oltre le vetrine avremmo trovato soggetti mica da poco, come Ezra Pound, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, John Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, Djuna Barnes, Mina Loy, Sherwood Anderson, e i francesi che migravano dalla libreria di Adrienne Monnier, posta giusto alla sinistra: André Gide, Paul Valery, Valery Larbaud, Eric Satie, e tutti gli altri agevolmente immaginabili.

Scrittori siffatti in quello spazio non pensano ad altro che alle loro opere, ai loro capolavori ma anche ad allegre furberie, al modo di campare approfittando di questo e di quello. Soprattutto Joyce. Nelle braccia ideali (il sesso e i legami più o meno sentimentali stranamente non appaiono mai nei pur brillanti capitoli del libro) di una generosissima Sylvia Beach, specie di uccellino avveduto e resistentissimo, in realtà grande imprenditrice capace di lanciare nientemeno che Joyce e Hemingway.

E qui inizia l’epica dell’Ulysses. Tutto quanto si deve sapere intorno al romanzo più rivoluzionario e meno accettato dell’epoca. Scrittura, revisioni, carta su cui stamparlo, errori e refusi, famigerata e orripilante riscrittura manuale dell’autore direttamente sulle bozze, geroglifici ininterpretabili, spaccio del volume, pesante un chilo e mezzo, in America da parte di amici fenomenali capaci di sorpassare le dogane in allerta. E su tutto, diciamolo, il carattere impossibile, arrogante e oltremodo opportunista del genio irlandese. Soltanto l’intraprendenza dell’americanina garbata e partecipe riuscì a sopportare tutto questo, e a diventare l’editrice di un solo libro, un libro però che cambiò la letteratura per sempre.

E dire che tutto il mondo lo considerava romanzo da porre negli scaffali alti delle opere pornografiche. E dire che Sylvia rifiutò di pubblicare romanzi come Lady Chatterley’s Lover per non essere considerata editrice dedita alle sconfortanti regole della pruderie. Dunque un mito rappresentato, fin dalla copertina del volume dove si vedono un Joyce sicuro di sé, dall’aria vagamente strafottente e rivolto verso l’obiettivo, mentre un biondo scriccioletto di nome Sylvia Beach l’osserva attenta e guardinga. Tutto quel che le passava per la testa in quel momento, di fronte alla sua libreria, lo ritroviamo in Shakespeare and Company, nella classica e splendida traduzione di Elena Spagnol.

http://www.neripozza.it/

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Il poeta Živago

Boris Pasternak, La notte bianca. Le poesie di Živago, tr. Paolo Ruffilli, Biblioteca dei Leoni, pag. 96, € 12,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Quanta emotività ha suscitato Živago dagli anni ’50 in poi? Le vicissitudini del manoscritto, nell’era della Cortina di ferro, dell’autore preda di oscure trame politiche e spionistiche, di Feltrinelli che si batte e riesce a pubblicarlo (con varie disavventure raccontate molto bene dal figlio in Senior Service), del film diretto da David Lean (specialista del genere) uscito nel 1965 e che ha strappato tonnellate di lacrime a fanciulle e combattenti della sinistra italiana (Palombella rossa di Moretti ironicamente batte su questo tasto), tutto ciò, e altro ancora, ha contribuito a dirottare il grande poeta moscovita in una specie di landa viziata e che ben poco gli rende giustizia, nonostante poeti come Cvetaeva e Achmatova lo mostrino come un grande genio della poesia russa, e critici come Poggioli e Ripellino ne sottolineino l’inusitato spazio magico e la grandezza di creazione.

Alle poesie contenute nel romanzo si rivolgono queste personalità della letteratura, e a queste poesie è dedicato il lavoro di traduzione di Paolo Ruffilli presentato nel volume. Ne La notte bianca sono comprese poesie appartenenti al romanzo di Pasternak, quelle che ripercorrono l’intera vicenda di Jurij, il protagonista del Dottor Živago. L’alter ego di Pasternak assume l’originalità come intera carica spirituale, direttamente giunta dalla storia umana. È il linguaggio a farsi carico di avvenimenti personali e imperiosamente popolari, dentro a un Novecento che si è impadronito di tutto, travolgendo Russia e Europa al prezzo di rivoluzioni sciolte nel sangue, e di guerre miranti al cuore della specie.

Leggere oggi questi versi, tratti dal contesto romanzesco, attiva aspre e sottili sensibilità e corrispondenze, incanti (e disincanti) fino a ieri interrati dentro a poetiche talvolta asettiche. La traduzione di Ruffilli conserva eroicamente un certo metro (descritto con precisione in sede introduttiva), una linearità “presa a misura” dell’esistenza russa (spesso perduta nelle versioni nostrane), che ci trasporta in fondali paesaggistici e morali di rara efficacia. E che esprime come la semplice spiritualità, derivante direttamente dai maestri Dostoevskij e Tolstoj, si unisca ai riferimenti evangelici del Cristo e della Maddalena in un riverbero che ci scopre quasi inadatti a reggerne il dramma.

Dall’amata Mosca alla Gerusalemme dell’anima, attraversando steppe e deserti, la poesia di Pasternak-Jurij mette in modo dinamiche esistenziali dentro al racconto millenario riverberato fino a noi. Ma è la potenza espressiva del poeta, qui trasposta, a consegnarci la forza di una memoria generazionale un tempo nostra ma pressoché perduta. Lo scintillio della natura intorno a città e paesi, russi e mediorientali, riesce a rischiarare sguardi al limite della cecità. Per questo la lettura riporta in luce ispirazioni e lucidità poetiche trascurate in modo imbarazzante da chissà quanti frequentatori di facili seduzioni egoistiche.

Piacerebbe che Živago si tirasse dietro soprattutto questi versi sicuramente trascurati nell’epopea emozionale esplosa nella metà del secolo scorso. E dunque oggi, lontani dai travisamenti di marca hollywoodiana (nei territori di Via col vento), dagli schemi interpretativi alimentanti il «caso Pasternak», e dal bando imposto ai documenti che lo riguardavano, si può chiudere un cerchio, aperto mezzo secolo fa e forse tuttora non del tutto compreso. Un cerchio in cui la poesia di un poeta che fora la notte con i propri occhi, e varca i confini di Mosca e della Russia, porta con sé il lascito della necessità dello scrivere.

http://www.bibliotecadeileoni.com/

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Florilegio dei defunti

Giulio Mozzi, Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, Nino Aragno Editore, pp. 174, € 15,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Torna dopo 18 anni dalla prima edizione il libro che Giulio Mozzi aveva lanciato sopra i cieli d’Italia, e a livello dei suoli concretamente smottati, come una meteora di cui era difficile comprendere le intenzioni. Romanzo nero? Poema decadente? Risucchio di un’ironia anglofila, o la semplice osservazione di una tragedia consumata pro die?

Ora molte circostanze intorno all’opera sono mutate in modo radicale, in ogni dove del mondo sulla soglia del disastro: per questo sembra più facile leggere le pagine come fossero una sorta di operetta morale forse in grado di smuovere qualche tipo di coscienza. La nuova edizione riporta come introduzione un saggio di Giovanna Frene, pubblicato nella rivista «L’ozio letterario e d’arte» (2001), dove correttamente si osserva quanto Il culto… debba considerarsi mutante rispetto a poesia e prosa: oratoria, retorica, etica si raggruppano per Frene dentro un’opera capace di produrre la negazione della morte. La vita, dunque, rimette le carte in tavola, permette all’uomo di gestire un culto o «qualsiasi scappatoia che gli dia una qualche eternità». La sopravvivenza non manca di allestire le proprie strategie a ogni livello naturale, dallo strategico virus al sovradimensionato sapiens.

Intanto Mozzi chiama a raccolta l’essenza delle sue percezioni narrative, il meglio delle storie a cui ha abituato il lettore lungo il suo percorso narrativo, da Questo è il giardino in avanti. Sempre di anime si tratta, di vicende riunite esattamente come le si possono scrutare in paesi, città e campagne, determinate dalla nascita alla morte a seguire le leggi del creato e degli uomini. Di quest’ultimi vediamo le intolleranze, gli ammazzamenti, le refezioni, le tecniche balorde per restare in vita, le vediamo descritte a voce alta per tutto il libro, con qualche personaggio ormai scomparso e dimenticato, con alcuni invece che tornano dal regno delle ombre con le loro parole sommessamente dette.

Uno per tutti il poeta Antonio Porta, ancora dentro la sua lotta poetica, ben presente e grato, grati noi di ritrovarlo. Mozzi lo sa bene, attiva le discordanze, si attiene agli eventi più vari e li lancia addosso alla nostra umanità esacerbata. Manganelli in vita ne tesserebbe le lodi, d’altronde pure lui sta ora dalla parte di coloro che incorporei sanno propiziarsi il culto, anche di se stessi. Ma pare stia qui l’essenza del Culto dei morti, il fatto che siano questi a descrivere l’epica mai spenta di una specie creatrice da sempre di infrazioni nel mondo.

Il suo barocco incontra colui che legge, certo non gli rende propizia la «felicità terrena», però un pizzico di divertimento sembra in parecchi punti dischiudersi, come per indubbie pagine di Manganelli o di Cioran i cui chiaroscuri talvolta rasentano il comico. La frequentazione dei morti è storica, vi si percepiscono consunzioni dell’idea di un eventuale Dio e dei suoi eventuali sudditi da sempre sull’orlo del precipizio mentre, morendo, inondano i posteri di malefatte.

Il malessere viene trattato da Mozzi come cosa oscena, non prende le distanze, non ripiega sulle lacrime ma non smette di farci sentire il profumo residuo (non propriamente delicato) di resti per niente «amabili». Infine non sono molto lontane le reliquie disperse nei territori di Sarajevo da quelle di Moana Pozzi, entrambe messe nel florilegio del Culto.

http://www.ninoaragnoeditore.it/

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Fra una tempesta di sabbia e l’altra

Nicolas de Staël, Tutto deve accadere dentro di me, a c. di Lucetta Frisa, Via del Vento Edizioni, pp. 44, €4,00

recensisce ELIO GRASSO

Pittore in Marocco. 1936. Cosa ci fa un ragazzo (o poco più) di Pietroburgo a Marrakesh, occhio vigile e innamorato dei colori surmoltiplicati dai 48 gradi all’ombra? Quanto può valere il suo diario, incantato di nostalgia veggente, dentro il grande numero di scrittori e artisti che nel Novecento sono stati affascinati dagli spazi, dai muri e anfratti della kasbah, dalle spezie, dalle donne e dalla droga locale?

Leggere i frammenti, scelti e tradotti da Lucetta Frisa, non permette agevoli risposte, ma attiva celeri interessi e impressioni corsare balenanti di colori puri e saturi almeno quanto i dipinti di questo Nicolas giramondo dallo sguardo limpido e tranquillo. Le donne sono belle, fanno l’amore di notte e mercanteggiano pecore di giorno, gli uomini appaiono meno attivi e tracannano tè, la polvere satura il paesaggio e lo rende iridescente, le pitture murali sono pressoché inimitabili, mentre lui dipinge e scrive senza sosta. Le lettere ai familiari hanno toni sereni, l’artista sembra restare in disparte, non ci sono episodi di intrecci con la comunità ma molte eccitazioni sensoriali. Lo stile nordafricano, un po’ minaccioso se descritto da Paul Bowles, giunto in quei luoghi pochi anni prima, qui manca.

Ma la ricerca di de Staël evidentemente è altrove. La manualità che serve a tracciare i colori allontana l’attenzione aguzza dello scrittore, ovvero l’artista stesso diventa parte del paesaggio saturato di luce (e forse di kif) mentre mescola i suoi pigmenti. La molta luce, a suo vedere sempre troppo poca, s’incolla con avidità ai quadri, alcuni dei quali (splendidi) sono riprodotti nel volumetto. Ma sono opere degli anni successivi, dunque privi di spazi africani: le forme diventano estensioni di colore puro, prive di particolari, se non fosse che i titoli attribuiti rimandano a luoghi precisi, essenzialmente europei.

De Staël ha avuto imperiosi smarrimenti dentro l’ossessione coloristica, durante e dopo il giovanile credo estetico: Tutto deve accadere dentro di me. Scrivendo al padre questa frase pose il sigillo di una vita trasportata da Pietroburgo alle terre più luminose del Mediterraneo, fino al lampo finale dalla finestra di una casa ad Antibes. Vi si gettò nel 1955, quando la sua fama si stava espandendo. L’apparente equilibrio giovanile del diario sembra sia stato spezzato negli anni della maturità, forse il troppo guardare sfianca i confini, fa travisare le distanze, così come non c’è distanza geografica nei suoi dipinti: ma una grande diffusione del colore, chiaro segno di allargamento dello sguardo assoluto. Una logica percettiva dal destino irrevocabile, come scrive Frisa nella postfazione: «Ha fiducia in una logica totale che, nella sua assolutezza, tende all’illogico».

Ma intanto possiamo leggere questi frammenti, tratti da raccolte pubblicate postume dal figlio, come piccoli prodigi apparsi fra una tempesta di sabbia e l’altra. Alimentando ancora una volta il nostro continuo desiderio di un altrove scomparso, africano, le cui vestigia ormai ritroviamo soltanto in artisti e scrittori d’Ottocento e Novecento.

http://www.viadelvento.it/

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Non solo per ragazzi

Claudio Morandini, Le maschere di Pocacosa, Salani Editore, pp. 144, € 13,90 stampa € 7,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Per cominciare dobbiamo metterci in viaggio, scalare e oltrepassare i monti, affrontare tornanti (rischiando di «vomitare l’anima») e vette alpine con le nostre automobili elettroniche, anche se più che altro servirebbero pneumatici armati e differenziali ultraresistenti. Ma si sa come va il mondo, e lo sa bene Claudio Morandini quando sogna di un paese posto nelle pieghe dei monti, in chissà quale spazio e soprattutto quale tempo. Un tempo strano, dove accade di sentire gli echi di una civiltà montanara capace di parlare con la natura, mentre s’intravvede nelle tasche di Remigio, il ragazzo protagonista del romanzo, un cellulare. Inutilizzato, per la verità.

A Remigio interessa studiare, ottenere buoni risultati a scuola, anche se questo vuol dire attirarsi l’odio sgangherato dei compagni, e la gelosia ottusa degli insegnanti. Pocacosa è uno strano paese, fra le montagne, forse protetto da una cupola temporale che lo preserva dagli attacchi della Civiltà. Ma nei giorni del Carnevale nelle sue viuzze si scatenano orde impazzite, protette da mascheroni paurosi che minacciano, inseguono, dileggiano e fanno del male, vendicandosi pure del nostro eroe dodicenne. Tutto iniziò come una rivolta contro i notabili del paese, che si travestivano da duchi e duchesse e marciavano per le strade senza nemmeno sfilarsi gli orologi dai polsi. Un’insurrezione, fatta di bastoni di plastica, uova marce e palle di letame, da parte di mascheroni sempre più mostruosi e folli della ferocia di coloro che vi si celavano. Nessuno poteva riconoscere parenti, addirittura figli, sotto quelle schermature irriverenti e impazzite.

Di fronte a questi eventi, e alle minacce ricevute dai propri compagni, Remigio decide di costruirsi un’armatura, utilizzando e sottraendo ai genitori tutto quel che trova in casa, pentole, padelle, attrezzi vari. La fantasia gli prende la mano (pensa addirittura a specchietti retrovisori e lanciafiamme) e il marchingegno si trasforma in qualcosa d’ingestibile e infine distrutto nottetempo, nella rimessa, da nemici sconosciuti. Nel paese di Pocacosa i portatori di mascheroni hanno mille occhi.

Qui il romanzo di Morandini ha una svolta. Il protagonista si distacca dal mondo spaventoso in cui vive e che la sua mente, giovane ma dotata d’acutezza straordinaria, fatica ad accettare. Fugge, s’inerpica, parte di notte seguendo sentieri non tracciati, si trascina per boschi freddi e silenziosi dove la natura prende il sopravvento, dove probabilmente si rintana Bonifacio, un vecchio misterioso da tutti ritenuto creatura selvatica ai confini fra leggenda e verità. Forse mite, più probabilmente pericoloso. Remigio sta andando proprio alla sua ricerca. Un obiettivo che forse nemmeno esiste. Un babau inventato dai genitori per tenerlo buono in casa.

Esausto si addormenta o addirittura sviene sulle rocce ruvide, possibile preda di corvacci che non aspettano altro di poterlo spolpare. Si risveglia e Bonifacio è lì. Lo cura e gli parla. L’uomo-lupo, l’uomo-orso, l’uomo-albero. Lo nutre e gli insegna cose vertiginose. Perfino l’arte di rendersi invisibile, così come sanno fare gli animali del bosco. Quel che accade d’ora in poi vale la pena leggerlo nel pieno delle pagine del libro. Immersi nel brulichio di una natura dove è offerto tutto quanto occorre per capire il mondo e gli uomini. In compagnia di un essere in grado d’inventare e costruire qualsiasi cosa utilizzando leggerezza fantastica, come fosse libero dalla legge di gravità, e pezzi raccolti durante esplorazioni entusiasmanti. Remigio scopre sui terreni accidentati la paura vera degli animali in corsa per la vita, ben diversa da quella tramessa dai mascheroni, sente il profumo della libertà attraverso Bonifacio. Insieme sanno bene quel che devono fare.

Là in basso c’è Pocacosa, in attesa. Genitori e delinquenti compresi. E qualcosa accadrà.

(Piccola nota fuori onda: il libro appartiene a una collana pensata per i ragazzi. Adulti, rubate questo libro ai vostri figli. È un consiglio che non potete rifiutare.)

Di Claudio Morandini PULP Libri ha già recensito il romanzo Le pietre; lo scrittore ha anche partecipato alla nostra rubrica Paragrafi d’autore.

https://www.salani.it/

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Rimini violenta

Gino Vignali, La chiave di tutto, Solferino, pp. 240, €16 stampa €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Grand Hotel di Rimini, Fellini osserva divertito. Tutto quanto ricostruito nel «suo» teatro di posa (il Cinque) a Cinecittà. Verità? Finzione? Chissà. La chiacchiera sosta in un angolo, le maschere, i mostri, il divertimento e i paparazzi restano in disparte. E sotto una neve che sembra quella di Amarcord – ma qui siamo di fronte alle lunghissime spiagge romagnole – prende avvio il romanzo di Vignali. Un giallo, un noir, che dir si voglia, messo nella mani questa volta di un investigatore femmina, il vicequestore Costanza Confalonieri Bonnet: bella, fondoschiena strepitoso su cui stringono le telecamere per la gioia dei social, aristocratica, talvolta antipatica, spesso invece il contrario.

Ma lei abita, causa vicissitudini spiegate sì e no, in una suite del Grand Hotel. E lì intorno, in pieno inverno, si ritrovano cadaveri, uccisioni spietate secondo le leggi auree della narrativa «pulp», o (come è di moda dire) di genere. La chiave di tutto (Inverno) è il tomo inaugurante di una quadrilogia (uno per stagione) nata dalla penna (corrisponde a verità, l’autore scrive sui Moleskine) di Gino Vignali, proprio lui, il Gino della ditta Gino & Michele (Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano). Un giallo prodotto e ambientato nella Rimini vista come una Miami adriatica, bella e desolata nel pieno dell’inverno.

Intorno alla Confalonieri Bonnet circolano personaggi immersi in una bolla ambientale il cui mito non si è mai spento, lì Fellini ha creato una specie di casello autostradale fra realtà e fantasia (sono parole di Vignali). Ironia e battute strappano il sorriso in ogni capitolo, il principale personaggio femminile viaggia sul filo dell’insofferenza, con teneri imbarazzi di marca provinciale, ma riesce ogni volta a salvare pelle e carattere, suo e del romanzo. Viscerale, cinematografico senza mezzi termini, alle prese con una storia molto poliziesca e molto carica di colpi scenici.

Certamente la carriera di Vignali e il suo mestiere (gran lettore di gialli) gli permettono di caricare il racconto di delizie più o meno vere più o meno inventate, i particolari fanno stare sulle spine, forse lo stesso autore ne ha subìto le conseguenze durante la stesura e l’editing. A un certo punto compaiono tipi spietati, killer provvisti di tatuaggi d’inquietante marca «russa», ma nella Chiave di tutto ogni situazione si avvale dello sguardo pungente del vicequestore, che pur vagando nella nebbia riminese non si lascia invadere dall’astrattezza: avrà pure un corpo da far girare la testa a colleghi e giornalisti, ma riesce a tenere in pugno il senso di quel che Vignali ha preparato per lei.

Questo è uno di quei romanzi in cui sembra che il protagonista guidi storia e intenzioni (effetto non nuovo, Camilleri docet), dunque all’autore resta gratitudine per l’intraprendenza del suo «primo attore» gettando nel libro, in pasto a chi guida l’azione con tanta sollecitudine, tutti gli appunti dei suoi taccuini. Diventerà una griffe? Probabile. Se è vero che Rimini è una delle città più violente d’Italia, nonostante la fama di stazione balneare tra la favola e il rito annuale dei gitanti come orde che divorano ogni cosa, Vignali tira il fiato sulle fantasie felliniane più sospette (Fellini: «Non so se i miei ricordi sono veri o falsi, sospetto però che siano in gran parte inventati…”), sulle cialtronerie che ci hanno accompagnato per più di mezzo secolo. Ecco l’importanza delle facce, come assistere ai mitologici provini del regista.

Tutto è immerso nel carico micidiale di un’attualità vitrea, per niente allegorica, messa di peso nella sceneggiatura di una serie in stile Netflix. Dopo aver letto questo giallo ci attacca la voglia di conoscere Costanza Confalonieri, non soltanto per via della figura stellare («mi sono ispirato alle donne disegnate da Manara»): lontana dallo stereotipo del poliziotto sfigato e puzzolente di tabacco, dotata di cultura e ironia aggiornate, dirige una corte di personaggi ispirati a gente di spettacolo in odore di simpatia e popolarità. Nonostante il cinismo professionale di Vignali, nel romanzo la commedia non è nascosta e vi si respira una cert’aria struggente e malinconica, quella che prende ai tramonti di fine stagione sui moli delle città balneari: «Il mare d’inverno…»

http://www.solferinolibri.it/

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Il compito del traduttore

Eugenio Montale, Quaderno di traduzionia c. di Enrico Testa, Il canneto Editore, pp. 160, € 15,00

recensisce ELIO GRASSO

Fa impressione ritrovare il Quaderno di traduzioni sotto diversa sigla editoriale, benemerita in questo caso, che non sia l’Arnoldo Mondadori Editore d’altra epoca, quest’ultima catalogata vintage poiché per quelli nati negli anni ’50 collane come Lo Specchio, La Fenice di Guanda, “Bianca” di Einaudi, “Poeti europei” di Lerici, “All’insegna del pesce d’oro” di Scheiwiller, fanno venire il magone e altre scorrettezze emotive. Se nel famoso carruggio, in pieno centro storico genovese, un editore contrasta l’attuale “vita bassa” con libri come questo, cosa dobbiamo pensare? Che non sono i convegni accademici e gli spiritosi a rifocillare le nostre povere anime attentate ogni giorno da ristagni melmosi, simpatie reazionarie, incompetenze congenite, smemoratezze colpevoli e altri disinteressi multimediali.

Ma qui chi deve mediare? Dopo il coraggio del Canneto, toglie il folle dal cambio e ingrana marce sempre più alte Enrico Testa: uno studioso capace di riportare in luce la storia editoriale e compositiva del Quaderno, dal giorno in cui prese vita, nel 1948, la prima edizione per La Meridiana. Proseguita negli anni successivi (dal 1975) con l’edizione mondadoriana, aggiuntiva di alcuni testi e con diversa Nota di Montale. Senza contare la digressione, non poco civettuola, della poesia La bufera tradotta in lingua latina dall’impareggiabile Fernando Bandini. Poi esclusa dall’Opera in versi curata da Contini e Bettarini e non inserita nel presente volume.

Traduzioni dell’Eusebius (come a lui si rivolgeva l’amico Bobi Bazlen)? Qui dovrebbe entrare in campo il noto castigamatti genovese, Giuseppe Marcenaro, che molto ne sa sulla vita, letteraria e non, di Montale e delle sue Muse (in primis Lucia Rodocanachi), e che molto racconta sul tema delle traduzioni e dei lavori coatti e “schiavizzanti”. Siamo portati a credere che le traduzioni dei poeti, essendo non fonte di sostentamento, siano originali canoniche del nostro premio Nobel, per preferenze e gusto e occasioni. Ma chi può dire che non siano stati richiesti, all’epoca, aiutini e provvidenziali suggerimenti? Niente da eccepire, sia chiaro, per “metodo” e trattamento grammaticale delle versioni dove la mano è riconoscibile senza alcun dubbio.

Al di là di spassose provocazioni, e lazzi mai messi a tacere dallo stesso Montale (anzi di continuo depistati), questa nuova edizione del Quaderno di traduzioni è godibile per ragioni pratiche e affettive, dà modo di cogliere un certo laboratorio evolutivo del poeta, le sue opzioni lessicali, non ultima la scelta dei poeti su cui tentare esperimenti linguistici. Shakespeare, Eliot, Pound, Dickinson, Melville, Hopkins, Kavafis, Guillén, Blake, Barnes… e perfino qualche non pacifica attribuzione laterale, nomi sfuggiti ai maggiori interessi di quegli anni, come Maragall o Adams.

Quel che più appassiona, e su cui Testa pone giusta attenzione, è capire “come” Montale traduce questi suoi autori. Soprattutto alla lingua inglese egli riserva una grande libertà d’interpretazione, preferendola all’ordinaria fedeltà che non l’avrebbe portato lontano. Non sono versioni d’appoggio le sue, ma veri e propri testi indipendenti dall’originale che contengono, se non l’ostentazione, almeno le leggi interne assunte per sé da ogni scrittore. La scelta dei sinonimi, scrive Testa, è un grande esercizio sulla nostra lingua, evitando le ripetizioni dello stesso termine tanto care alla letteratura anglosassone (ma non solo). È qui che si riconosce immediatamente la struttura poetica usata in tutte le raccolte, da Ossi di seppia in avanti. Un’attenzione fisica al linguaggio nostrano di cui tanto si è parlato e che ora assesta una prova indiretta.

E dunque il Quaderno trova una sua grande funzione di conoscenza, più per la bibliografia montaliana che per lo studio dell’opera degli autori tradotti. Dalla riservatezza della sua ricerca ad altri sguardi, certamente Montale può ancora assestare i suoi colpetti sornioni ai fianchi della curiosità spesso sbilanciata delle nuove generazioni.

http://www.ilcanneto.it

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Educazione albanese

Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, minimum fax, pp. 116, €13,00 stampa €7,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Non si capisce cosa sia stata la felicità in Albania, leggendo e rileggendo il romanzo d’esordio di Ornela Vorpsi: anno 2005 e sembra ieri. Un decennio e poco più, e ci chiediamo quanto sia cambiata l’Italia, sconsideratamente in peggio, rispetto al paese che ci sta di fronte. Le persone del racconto vivono immerse in un catalogo d’impagabili vessazioni mentali (e fisiche) come quella in cui si afferma che le ragazze sono puttane soltanto perché hanno bellezza e cosce, e magari leggono libri. L’io narrante, femminile, sfida campioni di robustezza (che dunque non muoiono «mai»), i familiari dalla colonna vertebrale di ferro. Si capisce che legge, che guarda, provocando la madre e le madri, mentre sente germogliare la propria bellezza, gran esempio di «puttaneria», poiché tutti sanno che «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è».

Nei primi anni 2000 leggere robe simili sembrava una sorta di ardito avvicinamento a confini bislacchi, estranei, pure pericolosi, peggio dell’entrare a Livigno, e dunque in Svizzera, negli anni ’50. Possibile che in quel paese la Madre-Partito definisse puttane le proprie figlie e quelle incinte «donne chiavate nei cespugli»? Così come pareva strano a noi meridionali d’Europa assistere a certi discorsi omofobi in chi sapeva fabbricare cioccolate da sogno. Era l’Albania. Ed era la Svizzera.

Ornela, mancando di peli sulla lingua, sapeva descrivere grandi escalations di rancori familiari e assassini a regola d’arte dentro le carceri di stato. Si veniva rinchiusi per aver letto Bel ami e Guerra e pace, o aver accarezzato cartoline postali italiane. E poi il sesso, visto come esalazione pericolosamente femminile, solo per il fatto di avere quella cosa lì fra le gambe, bambina o adulta che si fosse. Andando avanti a leggere si ci chiedeva in che paese fosse cresciuta questa scrittrice. Misteri albanesi.

La genetica dello Stato fin dentro le ossa di un popolo, con l’avvenenza spesso violata da padri cerberi e militari ottusi, un regime che vieta la civiltà prima e dopo la diaspora, fino a quando una donna prende fra le mani la durezza patita in gioventù – e la scrive. Tutto diventa un intreccio di storie dell’altro mondo. Ancora oggi si entra nei capitoli del libro come a uno zoo scalcinato e vietato ai minori, quando gli stessi adulti dovrebbero essere presi per il bavero e stesi. La ricchezza linguistica di Ornela ebbe subito molto successo, le valse stima critica nonostante l’oscuro tema trattato, ma erano ancora tempi in cui le digressioni letterarie (e umane) non erano considerate già aggressioni.

Si tratta di vedere come verrà presa questa importante riedizione: scrivere oggi di sparizioni, di livelli inferiori di umanità, di brutalità maschile, di educazione sentimentale in mezzo a ferro e fuoco, di matriarche non meno feroci degli uomini, di regioni fangose e ambienti polverosi, da parte di un’appartenente alla generazione d’immigrati, per giunta intellettuali, non sono sicuro che abbia l’identica accoglienza di un decennio fa. Ornela oggi vive a Parigi, scrive in francese, dipinge e fotografa nudi antichi (i peli pubici non mancano mai) e bellissimi come fossero modelli di Courbet, e questo vorrà dire qualcosa. Per parte mia, penso che lei sia stata la capofila di un evento epocale (insieme ad altri scrittori e poeti qui approdati e conosciuti di persona) oggi angosciosamente in primissimo piano per chi vede e sente senza mezzocchi e mezzorecchie.

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Vita di poeta (tra prosciutti e mortadelle)

Valentino Zeichen, Diario 1999, Fazi Editore, pp. 332, €18,50 stampa €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

1999, anno del primo diario pubblicato postumo di Valentino Zeichen. A qualcuno si presenteranno spiacevoli sogni notturni, l’animo mitteleuropeo del poeta, sagace e pungente quanto basta a renderlo bizantinamente simpatico, entusiasma chi scrive e crea dispiacere ad altri. Ma resta il fatto che tutti aspireranno a vedere il proprio nome apparire in quelle pagine. Nel bene e, più, nel male. Il male poi provoca risate a braccia aperte, e accurati piaceri d’intelletto.

In questo diario le giornate sembrano governate da Zeichen con raro senso mercantile, e – quel che più conta – i brani, poesie e commenti, punzecchiature comprese, seguono una fattura di prim’ordine, una congenita eleganza mai convenzionale. Sulla soglia del millennio, il poeta osserva i fuochi d’artificio in cielo e i bagliori in terra, documenta il suo saper cucinare per gli amici e il saper mangiare in casa altrui, criticando il criticabile e accarezzando l’accarezzabile. Ogni parola si posa sapiente sia quando è morbida come un velluto, sia quando raschia come carta vetrata n° 12. Nessuna mediazione verso le supposte astuzie editoriali di critici e poeti, qui dentro non si troverà il gossip ma le più nette maldicenze riportate con gusto filologico.

Zeichen ama chi gli regala un prosciutto intero di 5 chili, ma scomunica lo stesso che gli propina annualmente mortadella d’infima qualità. Sorride quando confessa di preservare una cassetta contenente il centinaio di recensioni (all’epoca) sui suoi libri: la «banca privata» dell’autore. Lamenta il dover consegnare gli ultimi testi di un nuovo libro all’editore Fazi quando sente esaurita la propria vena. Vera e propria accidia mitteleuropea, nonostante la lunga e «famosa» (o meglio, celebre) vita romana.

Se la prende, non mancando di definirli «superficiali», con i redattori del Corriere che non pubblicano le sue poesie, pur avendo assolto al dovere dell’invito. Ci sono poeti teneramente nominati, come Milo De Angelis, Giovanni Raboni, Isabella Vincentini, Valerio Magrelli. Perché la disinvoltura «sumera» di Zeichen ha qui gran modo di puntare al cuore. Sorprende, ma non tanto (poiché è indice di un’intelligenza letteraria e olfattiva di prim’ordine), quando spiega come Philip K. Dick abbia superato abbondantemente Samuel Beckett sull’immaginare in modo ben più realistico gli effetti di una guerra nucleare. Impianto stilistico scientifico contro quello umanistico: 1-0.

Come non divertirsi, anche atrocemente, nel leggere i brani che riguardano Moravia e Paris, e Cordelli e Baricco? E come non provare un nemmeno tanto sottile brivido di fronte all’affermazione che la poesia di Amelia Rosselli è una melassa avanguardista? Sera del 13 febbraio, si scatena insurrezione fra poeti. Innaffiata di whisky. E come non sorridere sentendogli serenamente precisare che l’unico suo argomento (almeno per quel giorno) è il cibo, quindi astenersi dal coinvolgerlo in conversazioni letterarie. E poi le donne, a cui Zeichen guarda con occhio clinico per saggiarne il lato nutriente, espressivo e caldamente amorevole. Fra piccole poesie di provvidenziale confezione, si alternano commenti, aneddoti e giudizi via via scrupolosi, intriganti, premurosi, cortesemente feroci. Puro stile Zeichen.

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Un’avventura da ricordare meglio; e riprendere

Beppe Sebaste, Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro, Nino Aragno Editore, pp. 170, €15,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

1983. Nasce Ælia Lælia, edizioni create da Beppe Sebaste e Giorgio Messori. Il primo libro è L’ultimo buco nell’acqua, racconti breve firmati da entrambi gli scrittori. Copertina bianca, titolo sottolineato da una banda colorata, in questo caso rossa. Seguirono altri volumetti (oggi introvabili) firmati da Patrizia Vicinelli, Peter Bichsel, Livia Candiani, Marco Papa, Carlo Bordini e, importantissimo, gli Appunti sparsi e persi di Amelia Rosselli, allora ancora in vita (sua la nota di prefazione, 24 aprile 1983). Insomma vidi subito dove volevano andare a parare costoro, e cosa intendevano far accadere nei loro viaggi fra l’Italia e la Svizzera che abitavano (ma non sempre e non tutti) con l’idea di azzerare le frontiere.

La casa editrice, infatti, era targata Reggio Emilia. L’underground aveva questo di bello, per chi veniva dagli anni ’70. Molti sapevano dove mettere le mani, chi contattare per telefono o per lettera (francobollo, ça va sans dire), e una domanda allora in voga era “conosci Emilio Villa?”. Beppe all’epoca aveva in testa quel Bichsel pressoché ignoto in Italia, quei suoi racconti “per bambini”. E molte altre cose. Iniziammo a scriverci qualche letterina.

Come d’uso al tempo, gli scambi erano diretti e seri, ogni pagina edita o inedita aveva la sua precisa segnaletica, presentava problemi e il gioco stava nell’inventare soluzioni che creavano altre domande. In certi rispostigli credo di avere missive di Beppe, e una cartellina di fogli sparsi, appunti o brani di racconti. Messori se n’è andato nel 2006, così come il suo amico fotografo Luigi Ghirri (come non pensarlo socio dello stesso sguardo itinerante di questi signori?), senza dubbio ha lasciato racconti e altre cose da rileggere, col beneplacito di coloro che si definiscono editori.

Nel 1986 pubblicai un librino di poesie “zen”, uno di quei giochetti (però giochi sono e non sono) messi alla macchia ancor prima d’uscire dalla tipografia. Lì si parlava di gatti “logici” e di gatti parlava l’introduzione di Beppe, cara alla scrittura agli amici e al sottoscritto che stentava a placare entusiasmi di prima mano e dal futuro incerto. Negli anni seguenti Sebaste ha pubblicato racconti, romanzi e saggi, libri in cui la vita se la fa allegramente con la scrittura, fuori da trame ma pienamente dentro il “mondo”. Non esiste pagina da lui scritta dove la vita non prenda a braccetto gli aspetti e le volontà più profonde della scrittura, intesa come inchiostro da annusare e carta da stropicciare.

“Lo stato sospeso della visione nello scorrere della vita” – come scriveva Gianni Celati a proposito di Café Suisse e altri luoghi di sosta (racconti), del 1992 – è trovato e presente pure in questa raccolta di poesie, finalmente pubblicate da Aragno. Collezione dove i testi non hanno data di composizione perché l’autore li ha ordinati e disordinati a intervalli di anni. “Poeta beat” si definiva negli anni della giovinezza, e quanto sia vero lo dimostra Come un cinghiale…, vero catalogo di visioni, letture, viaggi, diari, forse sbronze, che nel corso degli anni ho sempre sentito il bisogno di leggere, contrastando (anche per lettera) la ritrosia di Beppe a diffondere e pubblicare.

In questo libro si corteggia l’invisibile vicino e il visibile lontano, e si avverte la manualità del comporre (“scrivere poesie vuol dire scrivere con le mani”), il fruscio dei quaderni aperti e richiusi, la penna e la ritmica della macchina da scrivere. Leggere Sebaste è come ritrovarsi vicini di casa di Giulia Niccolai, poetessa amante della composizione tipografica, dei “frisbees” da lanciare che non sono poesie ma calligrafici lampi di genio quotidiano. Anche lo sbaglio, l’errore, durante il viaggio, fa parte di questa poetica, fa pensare ancora una volta all’essere beat, alle pitture di Miller, ai terreni radiosi di Hemingway, quello di Campo indiano. Insomma, un’avventura da ricordare meglio e riprendere per tutti coloro che scopriranno gli spazi nascosti dentro questo libro. Per quanto mi riguarda, è un mondo che torna indietro affettuosamente aiutandomi a contrastare i tempi grami che ci circondano.

E, ricordiamolo, anche la geografia ne risente: oggi sarebbe difficile prevedere un’Emilia Romagna capace di far nascere la nuova Ælia lælia.

http://www.ninoaragnoeditore.it

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