Tutti gli articoli di Elio Grasso

Antônia nei flashback

Carol Bensimon, Biliardo sott’acqua (trad. di Daniele Petruccioli), Tunué, pp. 144, € 14,00

di ELIO GRASSO

Togliamo a Fargo (film e serie TV) il gelo del paesaggio e lasciamo la polvere sulle strade provinciali, togliamo gran parte della stupidità dai personaggi: nel bel mezzo di istituzioni quasi tribali e remote cronache, dove le sorti brasiliane sembrano incrociarsi al profondo sud americano, appaiono consuetudini ormai contaminate. Ma i miti sono duri a morire. E in Italia li coltiviamo come nessun altro al mondo. Alcol, rancheros, escursioni infinite su automobili oversize, luci che appaiono e spariscono senza sosta, pensieri al vento, tragiche performance, melodie sessuali, retoriche, barocchismo del Brasile fatato, confuso, palmiforme, tortillas e risvegli sudati: un menù che Biliardo sott’acqua porta con sé varcando l’Oceano alla ricerca di popolarità. La troverà nella sua iconologia sacra e profana, nei personaggi che non fanno altro che ricordare ed enunciare le cose perdute e gli avvenimenti traboccanti variabili, e probabili dimenticanze. Stanno tutti intorno ad Antônia, fanciulla di cui non si sa nulla e poco si saprà ma che serve a catalizzare le ipotesi di vita di coloro che l’hanno conosciuta e che qui si sforzano di raccontare qualcosa. Sono sempre gli stessi, giovani differenti riuniti accanto a un biliardo e intenti a tirar fuori dalle loro menti labirintiche tutte le nostalgie e le leggende concernenti Antônia, morta in un giorno qualsiasi on the road: Bernardo, Camilo, il Polacco, Helena, Gustavo, fratelli, innamorati, indigeni e stranieri che avevano fatto parte della sua vita, con la loro dose di tristezze e crudeltà, agitazioni e colonizzazioni culturali. Varia umanità che si muove con i rollerblade ai piedi, ascolta i Guns N’ Roses troppo rumorosi e che trova poche cose perfette nel circondario. L’incidente di Antônia li spinge a covare numerosi dubbi, ma l’affabilità resta come se l’aria di motel e musica country anni Quaranta li trasportasse direttamente in un altro mondo, precedente e carico di una movida più tranquilla. Sono spariti i cinismi, si giunge in un mondo in cui perfino la noia e il sudore appaiono degni di nota. È l’ordine, a tratti etilico, del romanzo in cui fanno capolino domande e domandine onerose e bermuda sgargianti, offerte quotidiane di panorami esotici (tali sono i fondali western trasportati direttamente nel mezzo delle pianure brasiliane) e soprattutto peripezie notturne narrate in incessanti flashback.

Carol Bensimon, di Porto Alegre, dopo questo romanzo del 2009 ha pubblicato altri lavori e di solito viene definita (dalla rivista internazionale “Granta”, per esempio) come una delle migliori autrici brasiliane. Il vantaggio di una resa espressiva mimetica, ariosa, le consente di spingersi verso un realismo non banale, dove la magia non arriva da chissà dove ma da zoomate e flash sulle architetture circostanti e nelle tasche ormai svuotate dei personaggi. L’universo di Biliardo sott’acqua è labirintico come un mercato al momento della chiusura, vi stanno dentro coloro che vogliono tirare le somme giornaliere e quanti non vedono l’ora di allontanarsi. Fra garage e bar di limpido squallore, sete di avventura, desiderio di corpi e cognac a buon mercato, qualche poesia nelle tasche dello studente innamorato (il solito Eliot qui non è per niente “solito”), le immagini sgorgano a velocità sostenuta, quasi improvvisazioni jazz abbastanza raffinate. Se si trattasse di un’indagine il colpevole sicuramente non verrebbe stanato, non vi apparirebbero eroi cool, ma abitanti periferici e viaggiatori depressi e lunatici alla mercé di folate di vento torride e corpi leggermente civettuoli. Ma il romanzo è costruito su menti castigate con una prevalenza di sentimenti carichi di mestizia esistenziale poiché nessuno può sottrarsi a certe casualità regolanti le giornate. L’ultimo fatto realmente accaduto si è congelato nella testa di personaggi sull’orlo della maturità e incapaci di vedere il futuro oltre l’ultimo lembo del loro paese. E questo riempie gli scaffali della nostra irregolare (talvolta cinica) ma documentata ludoteca filmica e letteraria.

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La statura dei poeti

Ennio Cavalli, Se ero più alto facevo il poeta, La nave di Teseo, pp. 310, euro 18,00 stampa, euro € 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Ennio Cavalli, abitatore di estese colture poetiche, campi sterminati di parole addette a una lingua necessaria quanto inquieta, ha edificato il proprio Zibaldone. Un libro che sorpassa i consueti termini di raccolta o di altre definizioni più o meno azzeccate. Se ero più alto facevo il poeta: se la corporatura di Ennio avesse raggiunto l’altezza voluta (con la contigua ironia) le conseguenze pop dell’opera dove sarebbero arrivate? Meglio non chiederselo, tanto più che i termini terrestri usuali a proposito della poesia non sono propriamente questi. La trasmigrazione della prosa, e dell’aforisma, verso la poesia fa fuori i confini ordinari, aguzza la propria leggerezza e rende agibile al solito pubblico qualcosa che può identificarsi come un’affabilità pressoché definitiva. Non che Cavalli disconosca questa caratteristica fin dagli esordi, ma qui possono rintracciarsi vari eroi ed eroine di fattura encomiabile: sembra di vederli sulla passerella, o per le vie emiliane brumose e definitive. Teatro di strada, immagini vive d’esistenza, visioni improvvise e filmiche a cui già Fellini si rivolse in passato con parole domestiche e sorridenti. Cavalli dice il vero quando scrive, indirizzando verso il luogo giusto dove guardare affinché non si perdano certe bellezze, certi amori dal sapore di rosa e dal profumo di colori battesimali.

Le pagine pop si riconoscono da ciò che deperisce mentre tutti consumano il proprio interesse, i lunghi elenchi degli articoli si ritrovano nelle poesie strizzanti l’occhio alla prosa mentre questa fa amabilmente le moine. Alle spalle ci sta la colonna sonora dei nostri tempi maledetti, tutto l’armamentario sottolineato dal drumming, e Cavalli se la cava con compassione e civetterie di gran conto. L’intimità si espande come se l’appartamentino del nostro amore si trasformasse nel sommo attico della vetusta città imperiale. All’attuale “Zibaldone” manca soltanto un indice analitico finale, ma il glossario è al suo interno, così come il primigenio aveva sovranamente esposto due secoli fa. Se ero più alto… inoltre funziona al pari di un sismografo analogico, si vede benissimo il pennino saltare sui solchi cartacei mentre un rombo sordo si alza dalle strade di metropoli dibattute, dall’interno di edifici deserti benché pieni di gente fintamente indaffarata. In qualche remoto angolo, lontano dai simulacri, intravediamo (io intravedo) l’amata moglie, poetessa, che abbandonò la nostra realtà. È lei che salva e incoraggia, che incarna e protegge l’epica di un amore eterno. L’épos di questo libro potrebbe salvarci dalle imboscate della vita calante.

Il poeta girovaga nella sua abbazia mentale ma tiene gli occhi bene aperti sulla realtà, difficile intravvedere qualcuno che la sappia più lunga fra quanti hanno ancora la forza di riportare un’idea di scrittura, di mondo, o di ricchezza critica. La “vera” storia manca, le schiere sfoggiano materie aliene, digitali, vagano investite del ruolo di attrici statiche. E molti sono i morti sul campo. Dal libro emergono antiche attualità e temperanze inestinguibili, si misurano ancora gli effetti che furono, si cerca di attualizzare il corretto sesto, extrasistole permettendo. La coscienza della macchina da scrivere è come un ricostituente iniettato in vena, leggendo si respira un’aria di bonifica, si viene a sapere che oltre alle guide esotiche e ai poderi degli uggiolanti la forza dello scrivere ancora esiste. Se ne può fare un florilegio, attraversarne la luminosità prendendosi in carico anche tutti i rischi. La fluvialità, l’hanno insegnato numerosi romanzieri e poeti americani, spesso rende giustizia allo sguardo e alla carica visionaria. Restiamo fiduciosi, questo libro è la quinta dimensione esemplificata ai dummies della scrittura, e (per estensione) della realtà. Fiduciosi verso il matrimonio prossimo venturo fra prosa e poesia, di cui qualcuno in passato tessé le lodi tirandosi dietro uno sciame di insulti. Non ultima resta l’osmosi fra poesia e diletto, appunti sulla natura, vocativi e ardori sopiti, taccuini d’incontri, in una continua ricapitolazione del mondo. La dedica è ai solitari e a tempi più propizi. Gli attuali si adattino, per cortesia.

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Fidati di me. Non ti tradirò mai abbastanza

Tommaso Giartosio, Come sarei felice. Storia con padre, Einaudi, pp. 144, euro 12,00 stampa, euro 6,99 ebook

di ELIO GRASSO

Esistere con il padre, resistere senza, concerne la reattività di ogni singolo individuo: se poeta, può avere la perizia di rilanciare l’esistenza singola e familiare. La lingua scelta, o quella che ci è data, aiuta a sistemare gli immiserimenti che seguono la perdita, o a trovare in essi le forze propulsive capaci di riprenderà la verità. La lingua di Tommaso Giartosio giunge da un Novecento affrontato e compreso dagli intelletti che lo hanno attraversato. Non necessariamente frequentatori di poesia. Ma tutti abitanti la storia, dalla bomba atomica al crollo del muro di Berlino. Eventi che hanno fatto risaltare le ombre sugli schermi bianchissimi e terrificanti della realtà. Sempre di segni si tratta, d’ogni tipo e origine, umana, animale, vegetale e fors’anche celeste. Come uscirne, cercando di mantenere illesa la psiche e pressoché intatto il corpo? Ci sono libri di poesie che hanno risposto a questa domanda, soprattutto in un passato abbastanza recente. Ora tocca a Come sarei felicedefinire la propria percezione del mondo, mentre questo respinge sempre di più la parola vera, la parola che chiarisce contorni e ritaglia montalianamente figure d’esperienza non rimossa.

La biografia sa come produrre misure e dismisure, facendole emergere dal grumo di tempo che accoglie ogni vita umana. Occorre discrezione perché la parola non si vendichi della vita, e trasformi tutto in qualcosa di apocrifo, di sperimentatorio. La carta genealogica messa in campo da Giartosio vive di molti gesti, e di una smisurata fede nel fenomeno genuinamente umano chiamato poesia. Molte strade affrontate, e metriche differenti per il colloquio totale con la figura paterna, sfuggita un giorno ai meccanismi del creato. Lo sguardo non può che essere soggettivo, altrimenti l’autore “avrebbe scritto altro”, come giudiziosamente annota. Il paesaggio contiene memoria, è abitato all’interno del libro forse in misura ancora maggiore di quando tutti erano in vita. La riservatezza non implica ovvi pudori, l’abnegazione rivolta alla scrittura è per Giartosio la strada verso lanascita della poesia e la poesia stessa.

Per questo lo sguardo passa dal padre al mondo “bellicoso” e alla strada, come se il tempo andasse fuori scala e la natura presentasse un conto di sangue. Resistere e vedere sono la stessa cosa per il poeta che cerca le risposte ovunque, nelle pagine dei maestri e nei propri taccuini, nel testamento paterno sfogliato ogni giorno, e pezzo per pezzo consumato secondo le disposizioni. I reperti sono tutti utilizzabili, vengono mostrati pagina dopo pagina, fino al fuoco centrale del poemetto chiamato La stellina e che riporta la biografia a un dramma pop con varie sfrangiature di commedia girata in Super 8. Licenze metriche nell’ambito di una poetica che può ricordare certe pagine sontuose e solenni di Emilio Villa, tanto virtualmente apprezzato quanto ahimè dimenticato (prima di conoscerlo) dalle ultime generazioni. La stravaganza, o quella che si crede tale, non paga, secondo i frequentatori ossessivi della Rete. Villa onnivoro, e in qualche modo pure Giartosio, quando la sua continua immaginazione si mescola all’epica dell’esistenza.

In Come sarei felice, forse, si riscrive tutto. È questo il senso che gli stili pretendono dai ricordi (e dai sogni) dell’autore. Persuadersi del vero è ricerca, interrogazioni, riannodo dei fili, abbandono del romanzo per affidare l’intera storia ai versi, uniche entità in grado di colmare il vuoto esistenziale, le mancanze e tutte le curvature dello spazio psichico.Le strade si biforcano verso l’ultima parte del libro, non una semplice raccolta di poesie ma “storia” circolare e irriducibile, e volontà di attribuire un pensiero agli avvenimenti che hanno visto il padre protagonista o talvolta comprimario. Le digressioni lungo la mappa s’intercettano nelle domande e nella visione lucida dei particolari: case ritornano alla luce del tramonto, alberghi silenziosi e attrattive sensuali dentro giornate che avviluppano la mente, come se l’adulto scrittore ridiventato ragazzo non potesse più indietreggiare di fronte a certi quadri viventi. Scatti fotografici, lampi, a cui molti di noi si rivolgono come se davvero ci appartenessero al di fuori della veste condizionante della storia. Giartosio mira a presentare il proprio padre come un padre di tutti, irrinunciabile e eterno. Un rimedio quasi certamente necessario per attribuire un senso a quest’epoca di esuli familiari, di orfani di un secolo finito per sempre.

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Frammenti aguzzi per le vie di Belluno

Patrizia Valduga, Belluno. Andantino e grande fuga, Einaudi, pp. 128, euro 14,50 stampa, euro 7,99 ebook

di ELIO GRASSO

Nuovo libro di versi per Patrizia Valduga, dopo anni di silenzio anche se in lei il movimento della poesia e del pensiero non hanno certo taciuto, né chi la segue ha sentito un raggelamento delle intenzioni. La lingua corre più o meno veloce, ma giammai si ferma, soprattutto nella poetessa che non si sottrae alla voce che le scorre dentro lungo una “carriera” (chiedo venia per questo termine) in cui l’ispirazione non ha mai incespicato.

Gli anni trascorrono, l’uso della metrica, degli amori e degli odi, e delle città attraversate, fanno ancora parte del dono, così come la costante memoria per Giovanni Raboni, non un semplice ricordo, ma parola radicale dedicata a un poeta di forte passione etica e territoriale, di profondo connubio con “lombardità” e Milano.

Belluno, intesa come città, assume in Valduga le sembianze di uno schermo vitale, non soltanto per quel che riguarda un “Posto di vacanza” di sereniana memoria. Si tratta di un controtempo improvviso, l’irruzione di settenari e endecasillabi in quartine dove uno sbilanciamento umorale si fa sentire forte e chiaro, come una spira risvegliata dal sonno, e risalente l’atmosfera di quel cielo nordico, sovrastante il luogo prediletto.

Non accetta la forma resistente del poemetto quest’opera, bensì il florilegio di frammenti aguzzi e cristallini lanciati da Valduga in faccia agli infedeli. Figli di una scrittura minore e di irrilevanza intellettuale. Sa di chi parla, e a chi si rivolge, l’autrice, mentre avanza in veste nera per le vie di Belluno. Non il nero del lutto, ma quella particolare frequenza che s’esalta ingaggiando tenzone col coloristico mondo furfante. L’identità delle “teste di cazzo” fa parte del repertorio, sono ben visibili nei loro troppi paradisi fasulli: Valduga li mostra attraverso il suo passo deciso e sicuro, “sempre la stessa” perché diventata “come è” e quasi sempre vivente “tra spine e chiodi”.

La lingua in lei diventa inequivocabilmente sobria e lampante, sia fatta di litania o di fonetica impietosa – è una questione affrontata e risolta molti anni fa, attraverso il sangue e la melodia, le asperità formali e il velluto su cui tutte le cose e le ricerche si posano. Il conforto finale giunge infine quando l’invettiva, caritatevole o griffata di sfregianti colpi, si stempera nelle sette pagine dedicate a Raboni, incentrate sul valore morale del suo compagno umano e sapienziale. È il tempo del sodalizio che diventa solido tanto da gettarlo in faccia ai detrattori, a chi è precipitato nel gorgo dell’assenza di pietà. La lingua del singolo poeta, della poetessa Patrizia Valduga, non si sottrae ad alcuna stagione, porta sé stessa nella concretezza naturale – una difesa della poesia, in assenza totale di furtività, dall’intero dire controcorrente.

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Le mutevoli forme del ghiaccio

Nancy Campbell, Le mutevoli forme del ghiaccio, tr. Andrea Asioli, Bompiani, pp. 324, euro19,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Nancy Campbell, scrittrice, poetessa e artista visuale, in questo libro rende pubblica la sua vita legata alla terra, ai ghiacci, alle regioni più remote dove l’esistenza stessa della natura espone la sua crisi. Nel museo esistente più a nord del mondo, a Upernavik in Groenlandia, Campbell cerca e trova il modo di esistere (e resistere) di fronte alle mutevoli forme del ghiaccio e alle sue discontinue ottiche, imparando quanto le popolazioni di quei territori (in primo luogo gli Inuit) conoscono da millenni e che ora vedono spezzarsi così come accade a tutto ciò che oggi concerne l’Artide.

In quel museo, ai confini ultimi di un luogo tagliato fuori dai traffici, e dove soltanto il ghiaccio fa da ponte per i collegamenti, lei impara a consultare le mappe, a osservare le fisionomie di oggetti d’uso comune e rari, e le testimonianze depositate dai cacciatori. Si accorge che nelle viscere della massa solida di ghiaccio, simile al basalto, l’acqua scorre e si snoda come sulla terraferma. Le tracce e i reperti depositati in quei locali si intrecciano alle convinzioni, forse sbagliate, che l’avevano portata lì. I residenti di passaggio nel museo sono tenuti a lasciare le loro opere, e se scrittori, invitati a non scrivere. Soltanto le immagini interessano al museo. Il lavoro in quel luogo si trasforma nel mezzo di sopravvivenza, smaltimento dei rifiuti compreso. A ogni porta manca la serratura, nella piccola isola la gente è libera di entrare e uscire dalle case, nessuno può essere considerato ladro.

Il primo impatto per Campbell è questo, insieme ai lampi delle torce elettriche di chi si avventura sul banco di ghiaccio per sondarne la consistenza in vista delle trivellazioni. Si tratta di sopravvivere, gli uomini devono capire dove poter pescare gli halibut. Troppa o poca neve impedisce le partenze. Gli stili di vita mutano più di quanto abbiano fatto nel secolo precedente. Il ghiaccio nasconde l’oceano, e a parte questo pensiero sicuramente minaccioso, Campbell capisce ben presto come le forme assunte dall’acqua a quelle temperature siano innumerevoli: non resta che sperimentarlo a ogni ora del giorno e della notte, quando le luci hanno ritmi completamente inediti.

La biblioteca del ghiaccio è un’opera costruita seguendo le diverse opzioni intellettuali della razza umana: scienziati, esploratori, cacciatori, pattinatori, filosofi, scommettitori. Per ogni categoria le storie e le azioni, le testimonianze vitali, la vita e la morte di studiosi e gente comune, vengono viste da ogni angolo possibile, e sembrano entrare nell’esistenza dell’autrice come un archivio infinito che non vede l’ora di presentarsi al mondo intero. Le tracce sono inusuali, presto ci accorgiamo che a nord del circolo polare artico il significato di ogni cosa, oggetto, parola, pensiero, contiene specifiche ragioni, e che la percezione diventa solida come quella relativa alla temperatura corporea. Quel che più sorprende di questo libro è la somma delle informazioni che ci porta: attingervi significa far compiere alla nostra mente un aggiornamento a cui nessuno di noi è più abituato. Scienza e filosofia s’intrecciano in qualcosa dal forte potenziale creativo, e si capisce come non vi sia niente di commerciale in questo presente captato, descritto, vissuto da Campbell per la bellezza di sette anni, dal 2010 in poi. La sua testimonianza, ricchissima almeno quanto la generosità delle popolazioni groenlandesi (nonostante le sempre più scarse risorse), diventa in data odierna fondativa, umanamente e scientificamente diretta al genere umano.

Un glossario ufficiale, spiega l’autrice, descrive duecentoventi categorie di ghiaccio, ma è stato pensato per la navigazione di superficie e sottomarina, non per coloro che ci viaggiano sopra. Elaborare elementi visivi per gli abitanti è fondamentale, in un’epoca di rapidi cambiamenti climatici ne determina il valore del rischio. Dal Nord del mondo riceviamo solenni deposizioni testimoniali. Si tratta di mappe che un lettore presente non può prendere come bizzarrie letterarie: ogni luogo ormai non deve più pensarsi come periferico. Il ghiaccio contiene la sua biblioteca mondiale, leggiamolo.

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Lo stile dell’universo intero

William T. Vollmann, La Camicia di Ghiaccio, tr. Nazzareno Mataldi, minimum fax, pp. 512, euro 19,00, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Jonathan Franzen, in un bell’articolo, racconta l’amicizia con “Bill” Vollmann, la prima da quando era uno scrittore pubblicato. Simpatia strana, se ci addentriamo nei rispettivi caratteri, ma non priva di un fascino indotto che spinge il lettore nostrano verso pensieri non proprio campati in aria. Certi autori appaiono circondati di aloni in stile “uomo caduto sulla terra”, e il rischio d’incongrue conclusioni risulta alto, si mescola a quotidiani dissolvimenti e ricomposizioni della realtà, e a cadute dentro anomalie. La Rete è colma di sbrigative realtà parallele, al punto che la vera “fantascienza” possono sembrare i fatti che hanno portato alla scoperta dell’America o a certe invenzioni datate anni Sessanta del 2000. Tutto molto prima che il futuro cambiasse definitivamente. Ma abbandoniamo digressioni da frequentatori d’alte biblioteche (e Castelli).

È probabile che in questi due scrittori, mettendo da parte le implicazioni politiche, gli occhi sul mondo non si differenzino granché per livelli di percezione e spinte avventurose. Ma riguardo alla loro psiche le cose stanno diversamente: ossessiva depressione, congenita e cristallizzata, per l’uno, bulimica tendenza a leggere e scrivere centinaia di pagine in una sola giornata, per l’altro. Il rispetto e l’ammirazione di Franzen per Vollmann inizia da qui. Anche le loro mogli, a quel tempo, erano diverse. Lo chiarisce Franzen nel suo articolo (ripreso ora nel volume La fine della fine della terra, Einaudi), facendolo apparire come caso non di poco conto. Ricordiamo che entrambi sono figli di un paese il cui vittorianesimo non è stato ancora digerito. Come molte altre cose riguardanti scrittura, impegno, vita sociale, ambientalismi, questione razziale, giudizi e pregiudizi universali, e via così. Nati entrambi nel 1959, si contendono radicalismi differenti, ma pur sempre radicalismi. L’iperfertilità di Vollmann affonda le radici in scrittori archetipi profondamente “americani” (Whitman, per esempio), da sempre protesi a immergere le mani nel caotico mondo della storia, epica e immaginaria, epica e convulsamente documentata.

L’organizzazione logica dei libri di Vollmann trascende il comune sentire, vi si trova dentro una marea di contenuti sublimi e montagne di indizi e saghe che giungono da ogni parte. Dal sottosuolo, e varcando oceani caldi o ghiacciati, l’inventario delle epoche giunge nelle strade americane, supera cancelli e porte di casette a schiera e appartamenti del Queens. Lo scrittore di Santa Monica farebbe l’inventario del contenuto di un bidone dei rifiuti (copyright Franzen), se necessario. E quasi sempre lo è. La riproposta da parte di Minimum Fax della Camicia di Ghiaccio s’innesta in una certa desolazione pubblicistica attuale, cercando di scardinarla dall’interno. Chi si addentra nelle saghe e nelle radici del mito americano, lì narrate, avverte subito la vertigine di fronte al potenziale creativo nudo e crudo. Inutile difendersi, pena una brutta fine degna delle Pinturas negras di Goya. La raffinatezza stilistica di Vollmann è inequivocabile, a differenza di quanto accade per altri propugnatori (non sono pochi) di epopee infinite e avventurosamente popolari.

Ogni pagina di Vollmann pone illimitata attenzione alla grammatica, alla punteggiatura, a quel che si definisce in una parola: stile. I capitoli della vita e i capitoli dei libri diventano l’universo intero, un nugolo fitto e composito a cui è difficile sfuggire. Lo prova questo romanzo, il primo della serie dei Sette Sogni, dedicata alla fondazione del mito americano. I capitoletti componenti la mole definita del volume sono brevi, concertati, mai sbrigativi, delicati nel loro entrare dentro la stanza dei bottoni della storia e dell’iperstoria. Sui territori infiniti del continente appaiono nativi americani, popoli del ghiaccio, groenlandesi, esploratori, cacciatori, invasori, re, regine, foche e orsi. Bestie e umani, razze e mostri, caratterizzati dal giusto nome e arricchiti di giusta pronuncia, ingravidano miriadi di vicende e casi fondamentali affinché l’attualità si trasformi in quel tempo Unico che congiungerà per sempre le epoche. Mappe, fonti, glossari, note esplicative, fanno parte della mastodontica costruzione: è la “storia del ghiaccio” che Vollmann prende fra le mani, riconsegnandola al nostro stato di allievi postumi, per lo più ignoranti o disattenti. Groenlandia e mutazioni sono parte di una storia “totale” che ci appare ingiustamente lontana nel tempo e nello spazio.

La smemoratezza, ahimè, ci ha instupidito, ma usiamo premura con queste pagine traboccanti viaggi terribili e incantati, veri o immaginari, reali o realistici, risolti nella testa di uno scrittore dalla generosità interminabile, e decisivi per un disvelamento sempre più necessario. In un ipotetico trittico Vollmann potrebbe stare in mezzo a David Foster Wallace e Philip K. Dick. In epoca di disgregazioni politiche e culturali (o per lo più aculturali) c’è bisogno di opere propedeutiche, simili agli indimenticati volumoni che molti decenni fa nella scuola secondaria fondarono in molti di noi la verità del mito. Immergersi nella Camicia di Ghiaccio è ritrovare il tempo, le narrazioni perdute, e tutte quelle che in seguito ci sono state nascoste.

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Siediti qui, ignoto viaggiatore…

Anite di Tegea, Epigrammi, (cura e traduzione di Ugo Pontiggia), La Finestra Editrice, pp. 80, euro 16,00 stampa

di ELIO GRASSO

Anite, nata a Tegea, in Arcadia, fra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo. A Tegea vi era il tempio di Atena, primo fra tutti i templi del Peloponneso, costruito dallo scultore Skopas e ammirato da Pausania. In quei luoghi Anite, poetessa dai pochi dati anagrafici, compone epigrammi che si distinguono per la delicatezza orientata ai frenetici eventi del cosmo sotto i quali sottostava il mondo ellenico. La musicalità della sua poesia, l’uso inequivocabile e spesso imperativo dei vocaboli, contrastano il sangue che lei vede scorrere in terra, frutto della forza che guida, e abbandona – in un altalenante gioco olimpico – gli eroi guerrieri omerici. Soprattutto nell’Iliade. La dedica musicalmente rivolta a uomini, donne, fanciulli e animali, riprende i testi antichi integrandoli con una lingua innovativa che sempre sorprende: la vediamo giungere con fili invisibili a cui siamo grati per la tregua offerta ai nostri giorni sanguinosi. Le piccole cose di Anite contrastano la violenza vertiginosa degli dèi, una grazia accompagna i passi degli uomini sofferenti affinché continui a vedersi, nonostante tutto, l’armonia del mondo. Il compianto, che caratterizza l’innata narrativa messa dalla poetessa nei suoi epigrammi, rispecchia pietà e sguardo di salute. È vera partecipazione, non solo simpatia celebrativa per le uccisioni, gli avvelenamenti, l’attacco alla bellezza.

La traduzione di Ugo Pontiggia conduce tutti i temi delle poesie, ne accarezza musicalità e struttura retorica lasciando molti spazi alla corrispondenza. E le delicate descrizioni restano vivide nella nostra lingua, che appare meno lontana dal testo greco di quanto comunemente si pensi. La natura epigrammatica della poesia di Anite accarezza il tema narrativo, basta l’avventura di pochi sceltissimi vocaboli a trasferire nel racconto una realtà fatta di dolori ma intrisa di impulsi fiabeschi: sono questi a decorare le strade dei luoghi ellenici e a riportarci gli odori che impregnavano i templi, a far risuonare le voci dei bimbi nelle nostre stanze fumigose. Battiti d’ali e cavalcate ritornano non tanto come commento a un’èra perduta, non soltanto, ma come espressioni di uno sguardo rivelatore di bellezza, quello a cui abbiamo irrimediabilmente rinunciato.

Riferimenti dionisiaci, immagini naturali e sensuali accadono con l’insistenza intrinseca dell’epoca di Anite, ma se ancora oggi interpretiamo questa voce narrante è merito di chi toglie la polvere sui nostri cammini, contrastando il demerito dei tempi come proprietà manifesta di oscurantisti. Questa poesia conserva in sé la scelta eroica rivolta a eternare (condivise parole di Pontiggia) sentimenti d’amore, d’eros e di pietà verso genti e paesi. Non importa quanto lontani dalla propria casa, o arenati in spiagge che conservano delicatezza contro l’imperativa violenza della morte. L’identità riportata alla luce nella raccolta è augurante e degna d’essere preservata. “Siediti qui, ignoto viaggiatore…”

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La realtà della poesia

Stefano Raimondi, Il cane di Giacometti, Marcos Y Marcos, pp. 112, euro 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Le sculture di Giacometti sono “geneticamente” abbandonate, più solitari che tristi i cani che avanzano su un terreno liscio ma polveroso. È la polvere degli umani a porli in difficoltà, anche se non perdono affatto la loro essenza canina. Giacometti li ha osservati a lungo, pur restando nel suo atelier riservatissimo, e con essi l’atteggiamento crudele degli ingannevoli padroni umani, spesso rotti all’interno dei loro corpi e più raramente umili. Nella nuova raccolta di Stefano Raimondi il disagio vitale non ha sistemazioni fisse, sembra a ogni pagina che la dispersione geografica sia onnipresente, e che su quelle strade (o sentieri o plaghe infinite) l’uomo (esploratore, cacciatore, tecnico, vittima, fors’anche poeta) nulla possa contro una realtà il cui punto di svolta appare sempre più come l’evento nucleare di Chernobyl. C’è una dismisura antropologica in quest’epoca, la lingua impostata da Raimondi serve alle strategie di sopravvivenza di cui nessuno dovrebbe fare a meno. Ma è difficile, la sostanza durissima che ci siamo imposti ha distrutto molti racconti, le storie che per millenni ci hanno fatto convivere con la natura e gli dèi. L’abbandono di questi ultimi ha lasciato sola l’umanità con i propri demoni tecnologici, i padroni “di niente” (così definiti dal poeta) si ritrovano con ossa, unghie e peli sotto stelle la cui musica oggi fa per lo più tremare, raramente sognare. Da anni Raimondi ricerca le parole adatte a una possibile salvezza generale, quelle che possano descrivere, o più, richiamare a sé il pane della civiltà sconvolta. Le parole capaci di descrivere gesti e desideri, corse e rincorse, condizioni civili, o semplicemente l’amore, umano e canino. Troppo il sangue avvistato, e gli elementi velenosi sopra le impronte che vorrebbero misurare l’intervallo fra i passi e il cuore. In ogni poesia c’è questo stordimento, le azioni storte dell’impero ormai del tutto contrario al desiderio di canto innato nella specie. “Ci sono parole che non si riescono / a dire tutte insieme…” anche se l’autore (e l’ascoltatore) vorrebbe destinarle nel tempo dove tutto è già successo, e lo stesso sangue delle vene è disperso e sovrastato dal buio. Il Cane di Giacometti è un libro ben distante da certe gratificazioni correnti, leggerlo destina a scontrarsi con le irte grate circondanti, quelle che abbiamo stabilito di disseminare tutto intorno. Fuori da queste ci sono soltanto posti “che servono a portarci via”, non si sa dove, forse luoghi già visti ed esplorati dai cani. Gli abbiamo impedito di metterci in guardia, relegandoli nella Zona radioattiva. Nessuno pensava che lì animali e vegetali potessero vivere come prima. Invece lo fanno, mentre all’esterno pochi riescono (e fra questi, il poeta Raimondi) ad addormentarsi sereni, dopo giornate trascorse a contrastare chi definisce soltanto le cose decretanti addii e distruzioni. È vero che le passioni originarie dell’uomo diventano ingrate quando le si fa passare e andare via, lo si comprende infine di fronte a questa raccolta, che ci mostra cosa voglia dire l’atto seguente la creazione. In un mondo non solo creato in esposizione di luce, la poesia riesce in alcuni casi a dividere il buio dai barlumi promessi che ci raggiungono dal passato e in grado di salvarci dai tombini. Su questa linea si svolge la parte centrale del libro, dove il pensiero poetico si appoggia ai selciati, ai muri, alle altezze perpendicolari della Città (Milano). Avvengono paesaggi imprevisti, resi oggettivi dalla poesia, suoni e luminosità serali, dove l’umanità si fa rara, rare le impronte e solo alcuni angeli utilizzano i filobus che passano sotto la Torre Velasca. È il respiro postumo nei quartieri che Raimondi cerca ancora, poiché la pietà ha bisogno anche oggi di soffermarsi su ossa e vertebre. La poesia ha bisogno di riempire i vuoti nelle case. La realtà ha bisogno della realtà della poesia, il continuo affermare l’abbandono (dei cani, degli uomini, di Giacometti scultore e incisore) è la lunga e sistematica linea sgrovigliata che Raimondi ci presenta tempo dopo tempo. Mentre il tempo, nel mondo, attende che le particelle radioattive si depositino per sempre. E le specie viventi, ancora, si propaghino tutte intorno.

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Grottesca mostritudine

J. Rodolfo Wilcock, Il libro dei mostri, Adelphi, pp. 143, € 16,00 stampa, € 8,99 ebook

di ELIO GRASSO

Wilcock amava scrivere sulla prepotenza del potere letterario. Inviato feroce, non risparmiava, su giornali e riviste, dardi incendiari ai frequentatori dei salotti editoriali. Tutti sudditi d’influente abilità nel maneggiare patteggiamenti e certificati. La capitale dei mostri cresce sempre nelle stanze redazionali di palazzi impressionanti. Architetture distribuite in avenues famosissime di metropoli modaiole. Se ai suoi tempi erano territori molto occidentali, da ultimo questi si sono estesi a Emirati arabi, Cina e India. Nidi di patogeni tossici. Non a caso i virus (informatici) indiani fanno parte dell’immaginario fantascientifico dei moderni scrittori.

Il simpatico Edoardo Camurri scriveva, a proposito del Rodolfo, che “ogni tanto occorrerebbe (senza esagerare) essere più prudenti”. Poiché proporre all’imbecillità uno scrittore è sempre un parlare di sé: “ogni accusa è autobiografica”. Ecco un dardo che poco ha da invidiare all’autore di Buenos Aires. I cui pensieri, arbasinamente (copyright ignoto) “selvaggi”, ci hanno fatto godere per un bel po’ di anni quando eravamo giovani. L’esibizione degli autori (di ogni tipo e genere) tende al peggio, sempre più mancano strenne amene e scorci panoramici alla non affollatissima genìa di quelli che fanno shopping di serietà: a Wilcock tale suburra stuzzicava il palato e gli occhi immaginativi.

I mostri gli erano intorno (e intorno a noi), e lui non poteva che trarne gasiforme moralità, e stupenda voracità fisiologica. Ecco spiegato il Libro dei mostri, prima uscita 1978, ora tornato alla luce nel formato “panavision” di Adelphi. Ilare figurarsi le avventure libresche del nostro autore, nell’economia mondiale tratteggiata poc’anzi. Ha il sapore delle rivoluzioni leccate di striscio, in empito di serietà, per poi scostarsene fra risate e disgusto. La ricognizione pretende questi sacrifici, in compagnia dei leggeri conati che suscitano i personaggi narrati da Wilcock, nella confraternita della quotidiana follia: esilarante, senza dubbio.

Il grottesco è una brutta bestia, arduo restarne immunizzati, è una costante fisiologica godere e soffrire di pancia incontrando le molteplici forme di casalinga mostruosità. La sudditanza degli organi biologici alla mineralità del mondo, con fuoriuscita di olezzi maleodoranti e disgustosi tranci corporali, è l’arredo specialistico insito nel libro, quello che ancora conquista e, per così dire, ci lega mani e piedi al tavolo del convivio. L’ammasso materico ha il sapore rancido della malinconia, ma tant’è come allontanarsi da ciò che di più intimo e primitivo dimora nell’umanità? I mostri sono i vicini di casa, i mostri siamo noi in quanto vicini di casa di qualcun altro. Non c’è limite al serraglio. Né all’erudizione d’enciclopedica ferocia messa in campo dal ritrattista Wilcock nel suo ultimo libro, già poeta di canzonieri d’amore e dunque vedutista di orrori ed errori umani.

La mostritudine inizia già col nome dei personaggi, la cui improbabile vita attesta, se mai ve ne fosse bisogno, la necessità di un pianeta assurto al ruolo di zoo cosmico. Si potrebbe dire che luogo di maggior caos sembra impossibile possa esistere altrove. E i corpi, in questo serraglio a cinque stelle, s’alimentano di una calma quasi paradisiaca, come sotto l’effetto di farmaci psicotropi. Togliere l’angustia da quei cervelli (se mai vi fosse un cervello nel guazzabuglio organico e disorganico) è certamente azione giudiziosa e meritevole. Wilcock dispone sguardo e attenzione sorridenti, tutta la sua simpatia rivolta agli abitanti radunati e descritti nel Libro dei mostri. Lungi da lui, ormai cimeli, le creature orrifiche insediate nei tristissimi regni letterari.

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Albertine. Desiderio espanso in ogni dove

Anne Carson, The Albertine Workout, tr. Giulio Silvano, Edizioni Tlon, pp. 175, € 14,00 stampa

di ELIO GRASSO

Curioso libro, questo di Anne Carson, canadese studiosa di greco antico, e celebrità letteraria schiva e inclassificabile. In Italia è reperibile Antropologia dell’acqua (tradotto mirabilmente da Antonella Anedda, Elisa Biagini e Emmanuela Tandello), pubblicato nel 2010 da Donzelli. Nel 2000 Bompiani pubblicò Autobiografia del rosso, romanzo (o meglio, libro poetico) in cui l’antica poesia greca si unisce a una moderna storia d’amore. Carson è definita da Harold Bloom – noto gigante agguerrito del cosiddetto Canone della letteratura mondiale – uno dei massimi poeti viventi in lingua inglese. Ma non soltanto di poesia occorre parlare a proposito della scrittrice, capace di scorribande profonde e sensuali da Proust a Eschilo e Euripide, passando per Keats e il tango, attraverso racconti saggi e frequentazioni d’eros. Per chi volesse approfondire la conoscenza della poetessa (abito che nel suo caso va decisamente stretto) sono disponibili due numeri della rivista mensile “Poesia” (n. 307, settembre 2015 e n. 325, aprile 2017) dove Patrizio Ceccagnoli non soltanto traduce alcuni passi tratti dalle recenti opere di Anne Carson, ma ne tratteggia un esemplare quadro critico ed esistenziale.

Accertata la ridotta situazione pubblicistica della scrittrice in ambito italiano, grande merito dunque va alla curatrice di The Albertine Workout, Eleonora Marangoni, talentuosa esperta di Proust, e all’editore Tlon che ha deciso di pubblicarlo. In 59 frammenti e alcune appendici il grande amore di Marcel, Albertine, viene sezionata e presa fra le braccia, in senso metaforico e reale, nel pieno dei suoi passaggi nel vasto mondo della Recherche, testimoniandone presenze e assenze e trasformazioni. Con precisione statistica e altrettanto nitide istantanee, l’esplorazione di Albertine, corpo e fantasma, viene attuato da Anne Carson come se tutta la Recherche fosse stesa su un enorme tavolo, e mappata da dotatissima psiche. Non si può non pensare a Beckett, a quel che molti pensano di lui in relazione a Proust, che incarnasse insomma chi aveva capito tutto, indicando nel corpo di Marcel la noia, la sofferenza, insieme alle banalità del quotidiano come biscotti, baci, ipocondrie e disturbi serali.

Carson lo esprime chiaramente, così come espone (con l’abilità e la sagacia di un dardo) i misteri che avvolgono Albertine. Chi è, cosa fa, dove scompare, dove riappare e in che veste, e cosa significa il suo amore, e se esiste. Nei frammenti che compongono il libro, talvolta fatti di una sola frase, sbuca, viva o semi-viva, bruna nella sua corporalità assai sfuggente, probabilmente nemmeno bella, l’Albertine eroina carica di storia e di una contro-storia con cui Proust bestialmente la trafigge. Ma è proprio nella “probabilità” della sua esistenza che Anne Carson s’introduce, in grado di riassumere la verità dei fatti (se non dei sogni e delle visioni) in una manciata di proposizioni che stringono il lettore, o il semplice interessato, al muro. Senza nessuna possibilità di muoversi altrove, o di considerare diversi angoli dell’esistenza e tralasciare la straordinaria sessualità della letteratura.

Barthes applaudirebbe, assieme a coloro che passando per il monumento proustiano vorrebbero baciare in egual modo Albertine e Marcel. Maschi e femmine in un calmo e mistico desiderio, colmo di perplessità. Tutti, almeno quanto Albertine, desiderosi di “sentirsi schiavi”. Così s’espande il mistero dell’avvincente lavoro di Anne Carson, dall’inizio fino alla morte dettata da Proust per la sua eroina, fuori scena e fuori dal desiderio espanso per ogni dove. L’autrice ci ha messo sei anni (ogni mattina, a colazione) per leggere l’intera Recherche. Quanto tempo impiegheremo noi a leggere The Albertine Workout? Sei mesi, sei giorni, sei minuti o tutto il tempo che la vita ci concede? O gli stessi sei anni? Provare è necessario, entrare in questo miracolo, capita una volta nella vita. E come non dare ragione al terribile ed esondante Bloom? Sapendo che “le cose, in effetti, sono perlomeno doppie” (frammento 59, conclusivo, da La prigioniera, p. 362).

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