Tutti gli articoli di Elio Grasso

Beati coloro che seminano e non mietono

Avraham Ben Yitzhak, Poesie (cura e trad. di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolino Coen), Portatori d’acqua, pp. 224, € 14,00

di ELIO GRASSO

Avraham Ben Yitzhak è una leggenda nella storia della poesia ebraica, autore di undici liriche e alcuni frammenti scritti nei primi anni del Novecento. All’anagrafe era Abraham Sonne, nato in Galizia nel 1883. Famoso soltanto per undici componimenti e per l’assoluta ostilità verso la “letteratura”, a cui si sottraeva contrapponendo un inflessibile raccoglimento dentro al proprio statuto di poesia. Reticente e enigmatico, nessuna uscita pubblica che lo potesse sostenere nella quotidianità letteraria dell’epoca. Eppure la sua identità varcò l’ombra per la luce. Da giovane si fece notare durante gli scontri fra sionisti e territorialisti. Scriveva tenendo al centro l’ebraico biblico pur conoscendo perfettamente la lingua tedesca, una scelta di libertà che identifica immediatamente il personaggio dentro le vicende di quell’epoca. Il suo occhio poetico si posava sui segreti della natura, verso cui la poesia non poteva far altro che mostrarsi con il linguaggio più possibile concreto all’interno della forma elegiaca. Tutto questo era contrario alla cultura rabbinica allora in voga, ma la ribellione di Ben Yitzhak s’incrocia alla profondità visionaria degli autori prediletti: Trakl, Hölderlin, Rilke, e Hofmannsthal. La sua scrittura, ricca di competenza esistenziale e botanica, irradia quei fondamenti della realtà che attestarono la rinascita della poesia ebraica nel mondo. Elias Canetti gli dedica alcune pagine nell’autobiografia relativa al 1930, quando Ben Yitzhak aveva già smesso di scrivere versi. Ma a quel punto era Abraham Sonne a tenere desto l’interesse, con l’erudizione esposta su svariati argomenti, epica almeno quanto i famosissimi silenzi elargiti impressionando spettatori e intellettuali del calibro di Musil, Joyce, Schönberg.

Portatori d’acqua, casa editrice già distintasi con le eleganti proposte di Longhi e Bounoure (due libretti da non perdere per alcun motivo), pubblica un curatissimo e esaustivo volume dedicato a Ben Yitzhak, contenente le poesie e i frammenti. L’accompagnano i saggi conclusivi di Hannan Hever, curatore dell’edizione inglese di Collected Poems, e di Lea Goldberg, scrittrice israeliana, profonda conoscitrice e amica del poeta, scomparsa venti anni dopo di lui. Per la prima volta in Italia si può leggere l’intera opera con il testo ebraico a fronte, documentandoci sul suo valore letterario, come precorritrice del modernismo in quella lingua, e animata da un fascino esteso fino a certi temi del nostro Novecento lirico. Ci sono precetti messi in luce da alcune poetiche, come quella di Fortini, che sfidano il senso comune, ormai consunto, di un reale impressionistico. In Ben Yitzhak la natura diventa abbagliante, e fonte d’ispirazione determinata, scolpita. Resta il mistero, mai risolto, su cosa l’abbia indotto a interrompere la scrittura, al di là di ipotesi lungi dall’essere verificate: forse la natura profonda del suo ebraismo e l’impegno politico, la distanza caratteriale da tutto ciò che riguarda la “letteratura”, l’intransigente silenzio sull’altrui volontà di accostarsi alla sua più che parca opera. L’uomo Sonne sembrava conoscere una svariata mole di materie, sprofondava tutto il suo pensiero nelle loro leggi, ma teneva la poesia dentro di sé, senza scriverla: emblematica la sua presenza, taciturna e solitaria, nei Caffè viennesi. Una conversazione muta, spinta oltre misura, lasciando tutti di stucco. Ma le undici poesie hanno continuato a viaggiare nel mondo e nel tempo, hanno per così dire costruito il loro peso nella storia della letteratura mondiale.

Nel 1938 se ne andò dall’Austria per vivere nel costituente stato d’Israele. Il saggio di Lea Goldberg consegna al lettore un ritratto del poeta di grande levatura, accentua il trasporto verso le vicende del protagonista e verso coloro che lui incontrò nel corso della vita, caratteri spirituali di prima grandezza, scrittori che hanno modificato la corrente letteraria mondiale. I racconti orali del poeta, su persone famose o ancor più sconosciute, erano belli da ascoltare, ma di certo l’interesse politico verso la situazione ebraica occupava gran parte delle sue “meditazioni”. Interi mondi dentro di lui, di natura e di genti. Ma la poesia, scrive Lea Goldberg, non lo abbandonò mai, restò una visione fissata negli occhi e mai più sulla pagina scritta. In certi momenti la socialità veniva meno: Ben Yitzhak uomo inaccessibile per chiunque, ma non a chi gli donava semplicità e sguardo limpido. Non mancò di dire la sua sull’Ulisse di Joyce: “un libro di teologia cattolica. Dovrebbe risultare particolarmente comprensibile a noi ebrei. Joyce non possiede uno stile soltanto, li possiede tutti”. Sono molti i ricordi e gli aneddoti nello scritto di Lea Goldberg, rivelatore a ogni pagina di un’amicizia forte e concordante. Ben Yitzhak raccontava della Vienna nazista, era conscio di quel che sarebbe accaduto, presagendo un futuro terribile metteva in guardia quante più persone poteva. La parola Krieg, guerra, era pronunciata come incarnazione piena dell’orrore.

Questo libro ci consegna l’opera, l’immagine e la storia documentata di un grande poeta, la cui influenza europea dovrebbe essere studiata da vecchie e nuove generazioni. Unicamente undici poesie (Beati coloro che seminano e non mietono è un verso dell’ultima poesia pubblicata) ma la “voce incarnata di una biblioteca”, scrisse Canetti nell’autobiografia.

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Il principio di semplicità e la bellezza matematica

Paul A.M. Dirac, La bellezza come metodo, tr. Francesco Graziosi, Raffaello Cortina Editore, pp. 136, € 15,00 stampa

di ELIO GRASSO

Il concetto di bellezza richiede ben più di una semplice recensione, ma un segno occorre pur darlo alle persone perbene non del tutto digiune di esperienze matematiche e finanche filosofiche, se non si trova troppo scomodo rompersi la testa su cosa sia l’universo e come è fatto. Fa al caso nostro la raccolta di saggi in cui Dirac, nel corso degli anni (1939-1979), accanto ad analisi “speciali” e specialistiche su funzioni d’onda, spin e rinormalizzazioni, esamina le connessioni fra bellezza e conoscenza matematica della natura del mondo.

Il più grande scienziato, accanto a Einstein, del XX secolo non rinuncia ad affermare che certe equazioni tese a risolvere un fondamento dell’universo debbano essere semplici e necessarie. E che il ricercatore prima di tutto abbia l’obbligo di trasformare il principio di semplicità in bellezza matematica. Poco importa se tali equazioni possano contrastare gli esperimenti.

Questa impostazione radicale è di per sé rivoluzionaria, fa capire come Dirac possieda una mente in continua evoluzione, ininterrottamente rivolta al futuro, a un “qualsiasi” futuro dove l’accuratezza di nuovi esperimenti approvi una formula matematica tanto ricca quanto “bella”.

A distanza di qualche decennio, seguendo saggi divulgativi delle ultime ricerche (di Carlo Rovelli, Stephen Hawking, Peter Higgs, Richard Feynman, per citare alcuni dei più noti al grande pubblico), ci si rende conto quanto i principi di Dirac trovino oggi numerose conferme. Non dimentichiamo che stiamo parlando del grande architetto della fisica quantistica, materia dove raccapezzarsi spesso sembra una sfida ai limiti dell’impossibile. Letteralmente. La famosissima equazione di Dirac, unificante fisica quantistica e relatività (vale a dire teorie che si fronteggiano da un secolo in una specie di controverso furious love), è universalmente considerata una delle più belle equazioni della fisica.

Questo libro, curato e introdotto dal fisico teorico Vincenzo Barone, descrive molto bene il firmamento straordinario di quei primi anni del Novecento, dove brillavano menti miracolose e irripetibili intelletti, capaci di dare una violenta e continua sterzata agli studi sulla comprensione del mondo: la cultura scientifica e filosofica espressa da Bentrand Russell, Ludwig Wittgenstein, Ernest Rutheford, Max Born, Albert Einstein, Werner Heisenberg, Erwin Schrödinger, Paul Dirac (per citarne solo alcuni), concepirono idee radicalmente nuove.

L’indagine sulla struttura dello spazio si accompagnava alla composizione di grandi affreschi del pensiero ideale. In ogni suo scritto Dirac si avventura in notazioni matematiche complesse, d’altra parte è chiarissimo il suo contributo a una storia delle teorie oggi universalmente riconosciute da scienziati e pubblico partecipe. Ognuno dovrebbe sforzarsi affinché il sapere collettivo, almeno in parte, s’integri a una minima spolverata di equazioni che svelino come la realtà sia ben diversa da quel che sembra.

Gli ultimi anni di questa nostra strana epoca vedono allinearsi ansie di conoscenza (è noto il successo di alcuni libri e di conferenze a carattere scientifico) e discorsi politici gretti e retrivi. Ma i saggi della Bellezza come metodo, dopo averne affrontato la lettura, ancora oggi riservano sorprese non di poco conto. Dirac è provvisto di un raro senso dell’equilibrio nel descrivere situazioni complesse, lo aiuta una souplesse che sfiora, descrive, accetta, contrasta, senza mai perdere di vista i confini e il modo eventuale (e futuro) per varcarli. Lui masticò la matematica molto prima del consueto, grazie alla Prima guerra mondiale che affrettava gli studi dei ragazzi più giovani affinché fossero pronti il prima possibile a rimpiazzare i posti lasciati vacanti dagli arruolati. A guerra finita la relatività di Einstein iniziò a circolare. Qualcosa di dirompente, atterrato al tempo giusto. Poi sopraggiunse Heisenberg, con l’ingresso nella visione quantistica della natura come superamento della meccanica classica. Da lì in avanti Dirac, risoluto, non cessò mai di credere alla necessità di idee nuove, tanto da oltrepassare calcoli basati su vecchie teorie. In altre parole, la ferma speranza di assistere all’arrivo di ulteriori Einstein e Heisenberg. E Dirac, aggiungiamo. Oggi il futuro raggiunto è certamente diverso da quel che immaginavano i nostri eroi, ma questo libro contiene quanto ci serve per tentare di capire, almeno un po’, come sia fatto il nostro bizzarro mondo.

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Prima di Serotonina il male dov’era? E dov’è ora?

ELIO GRASSO

Qualche anno fa Flammarion pubblicava una raccolta di poesie di Houellebecq, scrittore che non ha lasciato indietro alcun genere letterario a quanto si sa (e si sa molto), né si è fatto mancare la regia di un film, (di cui invece si sa quasi nulla, forse non per caso), tratto da La possibilità di un’isola del 2005.

Il romanzo Sottomissione, uscito nel 2015 con una somma di polemiche non da poco, usava diligentemente la fantascienza in quello strano modo col quale alcuni autori di genere diventano sciamani e profeti come se avessero in mano i testi sacri dell’umanità andati perduti nelle antiche e sconosciute ère. Ma lì si parlava di una Parigi sotto elezioni, e della conseguente vittoria dell’Islam. La Le Pen sconfitta da un presidente musulmano. Cambiamento epocale di un sistema consolidato. Descrizioni particolareggiate, nel consueto stile di Houellebecq, di eventi politici, rivolgimenti finanziari e intellettuali, e di prestazioni sessuali semi-pornografiche. Dice niente tutto questo? Peccato che il romanzo venne pubblicato lo stesso giorno dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo. Potendo, i francesi, avrebbero impiccato l’autore pur avendo disposto il blocco della distribuzione. Dopo le mutazioni genetiche delle prime opere, lo scrittore si dedicava alle metamorfosi politiche mondiali. Non male per un europeo dal fisico indigesto e dal carattere non meno disturbante. La sottomissione, vitale e sessuale, per amore e per denaro, diventa la nuova strada filosofica e sociale concedente una sopravvivenza d’appetibile rilievo. Nel libro è descritto qualcosa di pesante, una specie di follia lucida che, a conti fatti e dopo alcuni anni, non sembra più tale. Da qui il carattere profetico e urticante dell’opera.

Tornando alle poesie, Configurazioni dell’ultima riva, cosa vi troviamo dentro di persuasivo ed efficace, oltre ai precisi rispetti metrici? Vi alloggiano decine di micro-catastrofi, collettive e personali, o rivolte a persone conosciute, secondo l’ormai classica norma adottata da Houellebecq per cui ogni “configurazione” umana è biologicamente destinata al fallimento. Nessuna ragione adeguata a trovare la conoscenza. Nessuna possibilità d’essere amato, con successiva paura della morte. Una strana dolcezza accampata in pieno gelo. Dunque chi s’inoltra nei memorabili titoli inventati dallo scrittore ha come l’impressione di trovarsi dentro a qualcosa di profondamente umano e, in contemporanea, di profondamente pericoloso. Come se l’attualità storica non fosse quella “vera”, come se tutte le influenze poetiche fossero inventate da un’entità estinta da molto tempo. È probabile che qui si riscontri un debito personale con Philip K. Dick, da parte mia e forse dell’autore, il cui vero nome (tanto per dire) è Michel Thomas, nato nell’isola d’oltremare Réunion e poi cresciuto in Algeria. Le non-verità da anni ormai trascinano la nostra psiche in un territorio che si vede e non si vede, esistente e non esistente, proprio come le “particelle elementari”. La casualità del mondo ci appare tale all’insegna della nostra incapacità congenita e biologica. Uno scrittore così non poteva non esistere: “Dove sono io? / Chi siete voi? / Che ci faccio qui? / Portatemi dove volete…” E infine: “Je suis peut-être fou”.

In questo primo mese del 2019 italiano e francese esce Serotonina, nuovo romanzo e nuova incursione nella chimica dei farmaci e del corpo umano, con tanto di chiarimenti terapeutici sulla sostanza e sull’avvenenza di certe fanciulle dall’aria, tanto per cambiare, iper-desiderabile. Costoro, sotto lo scanner micidiale di Houellebecq, hanno quasi sempre “un leggero tocco da zoccola”, e sono dotate di culo ipnotizzante. Fosse soltanto per questo, Houellebecq sarebbe odiato dalla maggioranza delle donne, ma dato che le cose non sono mai tanto semplici, credo che la detestabilità possa estendersi a un pubblico più folto. Ma tant’è. Perfino de Sade ha estimatori insospettabili, figurarsi chi può decretare in qualsivoglia circostanza, nel bene e nel male, istinti modaioli e acchiappi da parte della cultura “alta”. E, per riferirci all’arte, sappiamo bene quanto L’origine del mondo di Courbet non sia per niente un dipinto scandaloso.

La spigliatezza chimica, al centro del romanzo, fa confluire i diversi stampi della “poetica” a cui Houellebecq si dedica da un bel po’ di anni, la creazione di un odio martellante e le bozze di manifesti tutt’altro che garbati si spingono ben oltre aridità e scortesie non nuove ai frequentatori. D’altronde anche le poesie affermano che ci si sposta di continuo verso il vuoto. E mi viene in mente l’ottima traduzione di Alba Donati e Fausta Garavini, poiché non hanno temuto il distillato osceno dell’autore.

Forse a Houellebecq non si rizza più da un pezzo, visto che in un testo poetico si afferma: “Quande on ne bande plus, tout perde peu à peu de son importance”. Non sarà un verso memorabile, ma la scansione del senso di una vita è inequivocabile. Esistessero altri poeti contemporanei in grado di affondare in tal modo nei grumi dell’esistenza mondiale! E di affrontare in solitaria tutte le dissociazioni presenti, vive e risonanti, sul pianeta Terra. Ora abbiamo il concentrato di serotonina nei nostri armadietti casalinghi, l’uso che se ne fa potrà essere gratuito o auto-erotizzante, ma qualsivoglia creazione potrà avvalersene, è pur sempre una molecola “dedicata all’uomo”.

E le ultime righe del nuovo romanzo, a dir poco, sono sorprendenti.

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La vita a partire da un bar buio e quasi vuoto

Paula McLain, Amore e rovina, tr. Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Neri Pozza, pp. 416, € 18,00, eBook € 9,99

recensisce ELIO GRASSO

Dicembre 1938. Una bella ragazza del Missouri, scrittrice, accompagnata dalla madre e nell’anniversario della morte del padre, si ritrova a Key West durante un soggiorno a Miami. Annoiate dagli alberghi e dalla salsa Mornay arrivano speranzose nella città più a sud degli Stati Uniti, a un tiro di schioppo da Cuba. In Europa Francisco Franco aveva già effettuato il colpo di stato, i soldati nazisti marciavano, le dittature fiorivano ovunque, Parigi era bloccata dagli scioperi: la catastrofe annunciata. Tutto questo Martha Gellhorn l’aveva visto nel suo viaggio oltreoceano compiuto due anni prima, quando l’ultimo lavoro (The Trouble I’ve Seen) stava per essere pubblicato. Ottime recensioni, ma non vendeva. L’angoscia per gli accadimenti, la giovinezza temeraria, il fortissimo desiderio di aprire una finestra sul mondo, e dunque di arrivare “sul campo”, stuzzicavano e tormentavano lo spirito appassionato della scrittrice.

Dunque ora siamo nella “disordinata, magnifica Key West”. Metà pomeriggio in un bar buio e quasi vuoto, spazzatura non recente sul pavimento, un barista enorme prepara a figlia e madre dei daiquiri incomparabili. All’altro capo del bancone un tizio trasandato legge una pila di lettere. Martha e lui si osservano senza darlo troppo a vedere, Martha sa benissimo chi sia quell’uomo dall’ampio petto, tiene la sua foto in borsetta. Ma distoglie lo sguardo, beve il suo drink aspro e forte, ascolta il soffio pesante delle pale del ventilatore sopra la testa e non ha nessuna intenzione di avvicinarsi, non saprebbe come affrontare una conversazione. Il barista, frantumando altro ghiaccio per il secondo giro di daiquiri chiede da dove venissero le due donne. “Da St. Louis”. Improvvisamente l’uomo (dotato di una “grazia animalesca”) si alza dallo sgabello e si avvicina. Hemingway. Tutta l’America sa chi sia. Madre e figlia, molto belle entrambe, salgono sulla Ford coupé nera per un tour privato di Key West in compagnia di Ernest Hemingway.

Inizia così questo libro di Paula MacLain, e quello che ci si aspetta accade. Come fosse scritto in prima persona da Martha Gellhorn (e sta qui la totale bravura dell’autrice) vi si legge l’intera vita avventurosa della scrittrice e del dilagante, incommensurabile Papa lungo gli anni che li videro viaggiare, amarsi con furia, distaccarsi, riprendersi, affittare e poi acquistare casa vicino a L’Avana (la superlativa Finca, rifatta dal pavimento al tetto con profusione di cura, energie e denaro proprio da Martha), sposarsi, litigare, e lasciarsi per sempre. Dal 1936 al 1944.

Anni furibondi di grande confusione, guerra ed eccidi in Europa, i due sono corrispondenti in Spagna, lei probabilmente unica donna reporter al fronte, fra le trincee e sotto le bombe devastanti città e campagne, in una frenesia di coraggio e passione amorosa che le faranno scrivere servizi di gran successo. Il difficile rapporto con Hemingway, le conseguenze di un inevitabile scontro intellettuale aggravato da temperamenti impetuosi, da bevute leggendarie a cui nessuno dei due si sottrae, e dalla gestione familiare a dir poco complicata dell’autore di Addio alle armi, mette a dura prova mente e corpo di questa donna intrepida e schietta, capace di dar lampi da 1500 watt.

L’autrice della biografia romanzata, basata su fatti storici, documenti e lettere, è di certo innamorata della sua eroina, ne indaga a fondo i risvolti emotivi, segue passo passo le tracce lasciate sul continente europeo devastato: l’esito pregevole (annotando qui l’ottimo lavoro delle traduttrici) è compreso in quel che si legge, nella cronaca impietosa di un decennio distruttivo e suicida. Il secondo suicidio europeo collettivo, dopo quello consumato dalla Prima guerra mondiale.

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Parigi val bene un racconto

Corrado Augias (a cura di), Racconti pariginiEinaudi, pp. 296, € 19,50 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Parigi ha creato il ventesimo secolo, scrive Gertrude Stein nel racconto incluso in questa collezione dedicata alla Ville Lumière. Più corretto sarebbe precisare quanto sia stata Paris a dedicarsi a una troupe di scrittori e artisti che, attirati come vespe, varcando l’Oceano e terre continentali, hanno colonizzato Boulevard e altri arditi spettacoli inventando il ventesimo secolo.

Per la verità già nell’Ottocento non mancarono, da quelle parti, personaggi come Balzac, Hugo, Maupassant, Zola, intenti a esercitare la loro grandezza. Ma questo secolo era proprietà dell’Inghilterra, avendolo creato se diamo retta alle elucubrazioni oppiacee, ma rigorosamente lucide, di Gertrude. Leggendo i racconti difficile darle torto, il ventesimo secolo sembra aver avuto bisogno di Parigi come fondamento. Ce lo dicono i vari Joyce, Valery, Breton, Gide, Hemingway, Beckett, Picasso, Modigliani, Ray, e lo stuolo di scrittrici (e libraie, editrici) dai luminosi nomi: Barnes, Colette, Beach, Monnier, Wharton, Nin, la stessa Stein, e così via.

Poi non bisogna dimenticare la grandeur postuma: anni Cinquanta, le pompe decadute, le tetraggini fittissime, i manifesti di Picasso, i ritagli maliziosi sparsi ovunque, le nottate umide d’ogni genere di liquido, i salottini all’aperto e soprattutto al chiuso, anche le solite solfe, mutandine sistemate o strapazzate, tonic water corrette, le investiture galeotte e anonime della Recherche, tutto sistemato nella Parigi o cara di Arbasino (1960), perché poi non si butta via mai niente. Augias però, da buon residente, ricerca la Cité dell’immaginazione leopardiana, quella “doppia” che unisce l’oculare all’uditiva, la cui potenza prefigura piaceri favolosi, speranze e perfino possesso. Il canone fantastico porta Augias a compilare non un’enciclopedia ma la più semplice antologia possibile, che racconti Parigi con ogni tipo di considerazione, pure vivacemente trasfigurata o flessa all’invenzione. Tanto è pur sempre Paris, geniaccia quale è, a trascinarci nel brivido delle passioni artistiche, nelle esagerazioni sensuali, nei meriti e demeriti della Senna. Fra questi ultimi, l’aver lasciato affogare il poeta Celan.

L’introduzione scritta dal compilatore rivela la sua propensione propedeutica, televisiva, irrinunciabile per chi persegua lo scopo di avvicinare quanto più lettori alle pagine di Proust, Benjamin e Perec. Intenzioni passabili d’encomio, e come può essere altrimenti? Augias sa di dover evitare generiche concupiscenze poetiche, o lascive ridondanze nostalgiche, visto che alla fine della seconda guerra mondiale “lo scettro passava a Manhattan”. Quello di capitale del mondo, ovviamente. La precisione storica e cronistica coglie gran parte delle dimensioni della capitale francese, anche quando si fatica a percorrere vie e quartieri assai mutati, mentre sono poche le magioni ancora intatte e appartenute alla specie leggendaria. Ma queste leggende sono avvolte da memorie protette in modo fiero, non soltanto perché attrattive di un turismo finto colto o sepolture in vita di abitanti ormai quasi del tutto estinti.

E poi i parigini sono giocolieri, uno dei nomi più citati nell’antologia è Fantômas, diabolica invenzione che ha influenzato perfino Magritte. Figurarsi i cittadini residenti sopra un groviglio di fogne, nondimeno meta di allegri gitanti. Lo spazio temporale dei racconti parigini arriva alla recente contemporaneità con Buzzati e Perec, il primo con il racconto di una Tour Eiffel fiabesca che avrebbe oltrepassato di gran lunga l’altezza di 300 metri, continuando gli operai a imbullonare travi su travi, acciaio e ancora acciaio, fino a oltrepassare le nubi, rivelando così un progetto segreto che prevedeva un’altezza fuori di ragione. Perec dal canto suo intraprende la stesura di una lista, dal sapore anch’essa di infinito, che vorrebbe esaurire le cose di minore importanza (generalmente inosservate ma preda del tempo che passa) presenti in un intero quartiere parigino, Saint-Sulpice. Scrittori bizzarri forse, ma capaci (Boris Vian tenta anch’egli una specie di introduzione “scientifica”, o almeno geografica, di Saint-Germain-des-Prés) di catturare l’aria del tempo, i suoi segreti, e la fama più o meno vera, più o meno satura di malintesi.

Insomma, da una città più che mai immaginata nei libri, come scriveva Calvino, a una città dai mille viaggi, ancora una volta ci troviamo a passeggiare nella grande vistosità di Parigi, femmina formosa, segreta e scapestrata.

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Un eccentrico annuncio d’amore

Peter Cameron, Gli inconvenienti della vita, tr. Giuseppina Oneto, Adelphi, pp. 122, € 16,00, eBook € 7,99

recensisce ELIO GRASSO

Peter Cameron è uno scrittore che mai mi stancherò di omaggiare, anche avesse pubblicato soltanto il fondamentale Andorra. Libro misterioso, capace di farla in barba perfino all’universo narrativo di le Carré. Non sono il suo biografo ma so che produce, dal 2014, deliziosi libretti in dieci copie sotto la sigla Shrinking Violet Press, libretti fatti a mano, il cui vertice di preziosità è raggiunto dalle memorie del regista James Ivory: Solid Ivory è al settimo volume, e credo che non sia facilmente raggiungibile dal comune lettore. Ma basti conoscerne l’esistenza attraverso il sito web dedicato.

L’eleganza dell’autore in scrittura si esprime altresì attraverso la figura, la simpatia espressa che non sfugge a chi s’imbatte nel suo carnet di foto. I passaggi in Italia, da New York o dal Vermont, organizzati dal suo editore italiano Adelphi, hanno svariato successo, e diffuse attrattive. Libri e immagine non assomigliano a nulla di quanto viene genericamente posato sui banconi delle librerie nostrane. Si potrebbe dire, emulando il pensiero di Proust relativo ai paesi fantasticati da qualcuno (posto da Cameron in epigrafe a Andorra), che gli scrittori vagheggiati occupano un posto assai più grande, nella vita vera, degli scrittori d’esagerata presenza. Ma qui si tratta di un caso speciale, l’apparizione delle opere del Nostro è regolare, segue ritmi naturali e da un po’ di tempo ci sono offerti nell’empatica traduzione di Giuseppina Oneto.

Dopo quest’eccentrico annuncio d’amore, resa giustizia a personali e antichi conforti, abbiamo tra le mani un’ultima opera, un dittico dove sono racchiuse due coppie di protagonisti persi e consumati a Tribeca e in un’oscura provincia statunitense, forse vicino al confine messicano. Nei due racconti (La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione) il vuoto esistenziale si rivela negli spazi condivisi di persone dalle qualità disperse, dagli entusiasmi ormai spenti, ammesso che siano mai esistiti davvero in un passato più o meno lontano. La consapevolezza di aver perduto la creatività in uno si affianca al tipico esempio di scolorimento psichico di un altro: nel primo racconto la coppia di uomini sfiora quasi senza accorgersene il suicidio mentale (e forse corporale), con un dialogo intessuto da Cameron come fossimo davanti a un radiodramma o a un palcoscenico di Off-Broadway.

Nel secondo racconto assistiamo a scene filmiche di prima qualità, inondazioni fluviali e chiese metodiste, entrambe portatrici di fallimenti vitali. Come se un certo Carver si fosse accorto dell’esistenza di James Cain, ed entrambi avessero concluso le carriere prestandosi alla grazia cinematografica di Martin Ritt. Ma qui è Cameron a parlarci, a scrivere. E lo scrittore rafforza stilisticamente i suoi congegni fino ad avvolgere le nostre reali esistenze (ma quanto reali?) nel pathos umido e vischioso di creature letterarie sempre sul bordo di qualcosa di minaccioso. Sono racconti non sbrigativi, i suoi, pieni di sottigliezze che inducono primaria curiosità, per lasciarci infine frastornati. Le convenienze della vita distrutte in quel di narrato: siccità d’ingegno in uno scrittore appartenente, col suo compagno, alla fauna vip del quartiere alla moda in Lower Manhattan, e invasione familiare da parte di un reverendo femmina che in Italia non tarderemmo un secondo a mandare a quel paese.

Dopo lo sconvolgimento sotterraneo di Andorra, alla ricerca di una biografia novella, e il successivo dissolversi in trame inedite (in verità il romanzo è antesignano, è del 1997), Gli inconvenienti della vita tracciano il perfetto esempio, lontano ma terribilmente vicino, dell’umanità in uno stato d’incongruo stallo e di schemi fino a ieri simbolo di protezione ma che oggi rivelano tutto il loro scomodo dissesto. Siamo onesti, si tratta di individui alla mercé del crollo planetario. La scoperta dell’America, ovvero ultime notizie dai lembi estremi dell’impero.

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Scopate boreali

Bergsveinn Birgisson, Risposta a una lettera di Helga, tr. Silvia Cosimini, Bompiani, pp. 142, € 13,00 stampa, € 8,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Scrittore islandese, residente in Norvegia, impressione di solido mestiere in un racconto che tiene conto delle profonde tradizioni contadine e pastorali di un territorio in cui la forma fisica è necessaria per lavorare, vivere, curare le bestie e il corpo delle donne amate. Nelle fenditure dei ghiacci, tra improvvisi squarci di vapore surriscaldato, non ci si libera del passato: lì vive, a stretto contatto con gli allevamenti di bestiame e lontanissimo dalla città, un uomo capace di amare fino alla vecchiaia, e di scrivere intorno a questo amore in un’ultima lettera a Helga, colei che gli aveva fatto scoppiare la brama di un corpo prosperoso.Bompiani

Bjarni, a novant’anni, sente sgorgare dal profondo la volontà di confessarsi all’amante perduta, considerando il tradimento verso la moglie come una specie di vendetta degli dèi islandesi invidiosi di un pastore adultero, impostore, e così traboccante di potenza sessuale. Nasce una lettera, narrata dal romanzo di Birgisson, in risposta all’unica missiva scritta da Helga, dove la vita consumata da Bjarni in lavori materiali su macchinari, bestiame e pesci destinati all’essiccamento, riceve i lampi improvvisi di una passione travolgente e le fantasticherie disperse in gelidi venti primaverili.

I due amanti sono vicini di casa, lui spesso osserva la donna attraverso il binocolo, mentre la moglie Unnur esplode la sua rabbia con frasi dirompenti. All’abile pastore cresce ogni giorno di più il desiderio per quelle forme perfette e sinuose quanto i fiordi dell’Est. In un luogo dove le famiglie sanno tutto di tutti, ogni cosa appare prolifica e tormentata da alienazioni nordiche, perfino lo scandalo si trasforma nel frutto di un territorio che rovescia addosso ogni genere di guai concreti alla mercé di eventi climatici atavici e “generosi”. Nella lettera Bjarni racconta i fatti e gli eventi di cui è stato protagonista, si strappa dal petto l’impasto di torrida violenza insito nella brama, come se la propria natura animale avesse avuto il sopravvento in gran parte dei lunghi anni trascorsi nella fattoria. Con una vicina di casa tanto desiderabile, e i rispettivi consorti preda di intorpidimenti congeniti, con un paesaggio grondante sangue e tramontana e ricco di sortilegi, giungere a un punto di non ritorno si trasforma in qualcosa di essenziale e inevitabile.

Le superstizioni sulla monta degli ovini, il controllo delle loro carni per verificarne lo stato più o meno pasciuto, s’accavallano all’evidenza dei seni bianchi e delle forme rigogliose dell’amata. Su tutto sembra fiammeggiare la presenza delle femmine troll nell’Edda di Snorri, caldo esempio di membra fumanti e gambe divaricate ai bordi del fiume gelido. Le fantasie dell’uomo seguono il ritmo delle stagioni islandesi, abbondanti di metamorfosi, trovando l’acme in un eterno giorno di primavera quando l’accoppiamento avviene in un profluvio di furia.

Birgisson descrive con rara efficacia il paesaggio interiore dell’uomo immerso nel panorama boreale e scintillante. Capacità letteraria di un autore poco conosciuto in Italia, e merito della traduttrice Silvia Cosimini che ci offre il ricordo di antichi film girati su isole lontane (Bergman, certo) dove il gelo e il bianco e nero stagliavano personaggi di inaudita presenza scenica. Dalla Lettera riemergono le stagioni dell’amore in un paese dove gli eventi atmosferici esaltano corpi trionfanti e votati a salvaguardare la terra, il mare, le dimore e gli animali. L’uomo ormai anziano, che guardava la donna nel suo splendore, non teme questo mettere a nudo il cuore, né ammettere i propri errori.

Gli impeti erotici, per la verità, sembrano esaltare tempi in cui non si temeva di considerare l’invadenza del corpo come qualcosa di contrario alla civiltà. Ne risulta un mondo arcaico di grande impatto, pieno di rischi ma dove le ricchezze femminili e maschili sono ancora saldamente intrecciate alle antiche cadenze della natura. La scrittura di Birgisson vi si adegua, ne trae vantaggio, e rimanda a noi confessioni schiette che consideravamo estinte. “Ogni singolo giorno della mia vita ho tratto piacere dagli animali” riconosce l’autore della lettera al termine del romanzo. Affinare le greggi è affinare la mente e i pensieri sulla vita vissuta. Helga ne faceva parte, una lettera l’ha raggiunta: ma solo nell’al di là, poiché Helga è morta, e il suo amante sta ancora sull’argine a riempirsi di luce, “arenato vecchio” tra due poggi in Islanda.

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Il poeta indaga

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, pp. 76, €15,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

“Uno strano libro” mi scrive Magrelli, annunciando Il commissario Magrelli. Copertina color limone come appartenesse, fiduciosamente e meritoriamente, alla più famosa collana di romanzi gialli italiana. In contemporanea esce da Einaudi la raccolta completa delle poesie (Le cavie), sei libri pubblicati dal 1980 in poi, con il limpido e sorprendente esordio di Ora serrata retinaæ nella collana (gialla anch’essa, ma di tonalità diversa) Feltrinelli diretta da Antonio Porta. Critiche entusiaste, molti ricordavano i primi testi pubblicati dalla rivista Periodo ipotetico (diretta da Elio Pagliarani) nel 1977. Senza contare la presenza in antologie, per così dire “epocali”: La parola innamorata (1978) e La poesia degli anni settanta (1979).

Esordio precoce, dunque, e sotto sguardi circonstanziati di forte direzione critica. Per molti anni l’occhio meditativo di Magrelli ha consegnato preavvisi sulla realtà che stava svolgendosi intorno: dagli oggetti domestici, colti nel loro mistero, alle luci fosforiche delle notti romane, la mistica personale del poeta si è addentrata sempre più nel contorto mondo esterno riempito di ammassi tecnologici fin nelle tasche popolari, con gli apparecchietti digitali di cui tutti siamo portatori. Via via le patologiche inquietudini esaltano i propri contorni sul palcoscenico visivo descritto da Magrelli – un brulichio malato e provvisorio, nel volgere degli anni verso una probabile catastrofe dai più ignorata.

Se nelle prime raccolte l’espressione poetica appariva mutuata dalla telecamera di Warhol e dai disegni di Hockney, fermo restando che la natura aveva ancora la sua da dire, successivamente accade qualcosa, il fascino mitico di animali, minerali e oggetti sembra essere intaccato dalle guerre mentali di folle sciamannate. La psichica umana coinvolge la natura fino a rovinarne le venature. Da Esercizi di tiptologia in poi l’Urbe, metafora di tutti gli agglomerati urbani, appare sfiorata da cataclismi e nuvole di polvere che invadono strade e cervelli. Ostia, meta di un viaggetto che diventa lunghissima e inconclusa traversata di Ulisse verso visioni terrificanti e plagi malèfici, è in fondo il luogo fangoso dell’assassinio di Pasolini. Il vento impietoso porta via le macerie del Muro di Berlino e vede il poeta Magrelli (il futuro Commissario) addentrarsi sempre più nel cataclisma mentale di fine Novecento.

Accompagnandosi, le poesie, a libri di prose (Nel condominio di carne, Geologia di un padre, per tutti) in cui le condizioni umane sono sempre più analizzate come se l’autore si trasformasse nel biologo degli alveari corporei, il tracciato personale muta in una specie di solido geometrico complesso degno del miglior Ballard – cosa di certo rivoluzionaria e ispirativa tenendo conto che qui parliamo di uno scrittore avvistato nelle corsie alquanto proustiane e disagevoli della poesia italiana. Tutto, evidentemente, a suo vantaggio e a vantaggio nostro, se la genialità combinatoria e affabulante ha infittito il banchetto.

E ora il “giallo”, o noir che dir si voglia. Magrelli si scontra frontalmente, nei testi del Commissario con l’illegalità dell’esistenza, vista nelle sue minute quotidiane, forse le più terribili nell’attuale “vita bassa” a cui siamo crocefissi, vittime e carnefici al contempo. Scrive il Nostro: “ho la sensazione di essere passato dall’orbita di Francis Ponge [poeta francese discernente gli oggetti come priorità primaria. N.d.A.] a quella di Bertold Brecht”. Ed è vero, seguendo il poeta nei panni di commissario mentre affronta e spesso risolve i misfatti che avvengono nella nostra Itaglia mangiatoia di gentaglia. Il servitore della legalità non legge ma viaggia, e traccia sul proprio taccuino pensieri degni di un filosofo delle banlieu europee e di tutte le altre periferie dell’Impero. E non posso certo avvertire un brivido gelido lungo la schiena quando mi imbatto nel distico “Prima Diaz, poi Bolzaneto: / prima la lancia, dopo l’aceto”. E mi permetto una nota personale, essendovi nato, in Bolzaneto, e soggiornandovi tuttora.

Strano libro, perché ha l’opportunità politica di raschiare il fondo dei trucchi contemporanei? Perché l’alter-ego del poeta, indossati scarpe e soprabito scalcagnati, si avventura fra i cannibali, gli emigrati e i ministri dell’Interno alla guida di macchine adatte allo spianamento superficiale, altresì dette escavatori o ruspe? La scoperta della prosa da parte di Magrelli è stata un avvenimento, spero non troppo privato, che conduce a questi 65 testi più un Congedo: richiamo a un preciso vademecum, ovvero “Introduzione all’indagine nell’Italia contemporanea”, a uso di poeti e ragazzi in età scolare. Gli uni e gli altri bisognosi sempre più di accuratezze enciclopediche sui diritti civili e sociali, e non di opere “ai quattro formaggi”, buone per tutti i climi schizoidi e lisergici oggi in voga. Dunque qui saluto, complice l’aruspice Dürrenmatt, il nutriente commissario Magrelli.

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Appare un libro che contiene tutto

Patrizia Valduga, Per sguardi e per parole, Il Mulino, pp. 128, €12,00 stampa, €8,49 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Appare un libro che contiene tutto. Il libro della miglior prosa della poetessa Patrizia Valduga, dove si rappresentano, con ammirevole e disinvolta classicità, i poteri dello sguardo: dunque l’interezza dei contenuti del cosmo viene decifrata tra un lampo e l’altro del battito di ciglia. Ieri alcuni dissodatori ne erano ancora consapevoli, il lampeggio della chiusura e riapertura dell’occhio contiene le relazioni fra tutte le cose. Oggi però occorre farsi largo fra smanie di scarsa competenza, lontani dalla biblioteca gli intellettuali sono travestiti e oltremodo banali.

Propizia pertanto è l’autrice, mentre riaggancia il pensiero operoso in un centinaio di fittissime pagine. Della pausa l’uomo terreno ha bisogno, per riaffermare un sentore di comprensione, altrimenti gli sarebbe riservato uno sbando letale. La mente ha bisogno di decidere cosa vedere fra tutte le cose che si sanno – e, lasciando perdere l’accademia, la sorpresa è l’esperimento ermetico (e vitale!) per eccellenza. Non sono cose, in verità, che si conoscono per regolamento, ma sono cose che si imparano leggendo Per sguardi e per parole.

Non vi albergano direzioni comuni, entrando nel tema proposto, ma occorrono
tempestive convergenze di studio se si vogliono oltrepassare i soliti problemi dell’età adulta: come discernere la complessità del mondo? Questo libro insegna come tutto sia già lì, presente allo sguardo, nel puro occhio della mente inventato dall’universo per sé stesso. La cognizione delle cose, nel groviglio della complessità, viene dispiegata da Valduga affidandosi (e fidandosene con intensità vitale e carnale) a Proust, Baudelaire, Beckett, Buñuel, Eliot, Matte Blanco, Raboni, de Sade. E, di tanto in tanto, ad altri autori permette di sobillare certe attualità perdute.

Se vorremo rinascere, non dovremmo perdere quel che sta fuori dalle regole della
letteratura ma che tutte le contiene: Caravaggio, indirizzandoci al portento dell’opera di Longhi. Non come “unico” pittore, ma colui che porta di colpo Valduga nell’eterna Palestina, dove Gesù si moltiplica con differenti espressioni e posture, di fronte al nostro sguardo all’improvviso potente. Qui salpa l’autrice per il suo viaggio: è pieno Caravaggio! Cena in Emmaus e lampo visivo cristallizzato. Alla luce della ragione, è perentorio, può scintillare l’irrazionalità, lucidità e sentimento insieme fanno dell’uomo più di un vero corpo dotato di mente. Guardare negli occhi è essere veri. Il “punto di sella”, varco, rende conciliabili modi d’essere opposti, equivalenze in grado di trasformare il libro in un’opera contenente tutto.

Valduga afferra la poesia trasformando il precario del sangue in qualcosa di osservato dal divino, così come avviene in ogni raccolta pubblicata dalla poetessa. Tutto il sangue vero e metaforico a disposizione di chi legge con occhi bene aperti. L’arte rappresentata in Per sguardi e per parole si avvale di ricognizioni appassionate, e queste amano il divertimento serio dei corpi dipinti sotto lo sguardo acceso fintanto che il cuore non rimane chiuso. È piena letteratura, fra ragione e sogno, come il libro stesso spiega e raffigura, contenendo tutto quanto c’è, mentre sfolgora e rabbuia, esattamente come fa l’universo col suo meccanismo.

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Fratello polpo

Peter Godfrey-Smith, Altre menti, tr. Isabella C. Blum, Adelphi, pp. 304, €22,00 stampa, €12,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Polpi. Alieni? Esseri coscienti arrivati, in ère remote, su astronavi inimmaginabili? Niente di tutto questo. L’origine comune fra cefalopodi e vertebrati è un verme piatto lungo un millimetro, abitante il fondo marino 600 milioni di anni fa. Strade che poi si biforcarono dando origine alla nostra specie e a queste meravigliose creature, prudenti e attente, capaci di riconoscere le persone, e di darsela a gambe (per così dire) non appena qualcuno volta loro le spalle. Polpi soprattutto, ma anche calamari e seppie, sono possessori di un sistema nervoso e di un cervello “esteso” a dir poco sorprendenti. E studiati in laboratori, ma purtroppo condannati a morte da massaie e chef di tutto il mondo.

Godfrey-Smith da anni li osserva sul campo, con fitte immersioni, fotografando e filmando la loro vita: soprattutto nel sito (battezzato Octopolis), scoperto quasi casualmente in una baia lungo la costa australiana, nei pressi di Sydney. Decine di polpi sembrano vivere in comunità, girovagando intorno per cacciare o accoppiarsi, senza particolari curiosità verso i propri simili. Polpi al tempo stesso di tutti i colori, sopra e sotto sporgenze rocciose, il cui interesse tattile verso il sommozzatore ha del prodigioso. Godfrey-Smith veniva scambiato per un probabile pranzo? Oppure assisteva al tentativo di un contatto ultramarino?

Lo scienziato spiega, con particolari narrativi di grande efficacia (aiutato dalla brava traduttrice), come i tentacoli dei cefalopodi attuino qualcosa per noi difficile da immaginare: vedere la realtà circostante con l’atto del toccare, dell’assaggiare. La complessità mentale di questi invertebrati è unica nel mondo della natura, mostra un’evoluzione totalmente indipendente dal resto di tutti i cervelli presenti sul pianeta Terra. La forma indefinita dei cefalopodi (di cui tutti abbiamo esperienza quando li vediamo sul punto d’essere catturati fra gli scogli delle nostre coste, o cadaveri – ahimè – sui banchi dei mercati ittici) racchiude una coscienza la cui cauta curiosità si esplica nel tendere un tentacolo, attaccare le ventose alla mano dello scienziato, addirittura attirando Godfrey-Smith verso le conchiglie del fondale, presumibile tana. I grandi occhi rotondi fissano con attenzione, il crogiolo di sensori “vede” l’umano, si fa una precisa idea del bipede immerso che gli sta di fronte. Questa è una delle prime esperienze narrate dallo studioso, senza alcun dubbio un inatteso atto conoscitivo da aggiungere alla variegata somma di comportamenti: posture, cambi repentini e complessi dei colori che fanno pensare a un vero e proprio linguaggio.

Durante le successive immersioni, nelle settimane trascorse a osservare la condotta di quella comunità, allo scienziato sembra che la maggior parte del tempo i polpi lo trascorrano oziando: si accoppiano, girovagano senza mete precise, difficile dire dove vadano durante le loro perlustrazioni. E poi scompaiano quando è brutto tempo. Mistero. Bisogna altresì precisare che la stragrande maggioranza dei neuroni è localizzata nelle braccia, non nel cervello. E quello che sono capaci di fare, quando li si osserva in laboratorio, probabilmente ha origine proprio da questa caratteristica. Se la cavano benissimo risolvendo labirinti, imparano a ottenere cibo manovrando una leva. Ci sono racconti, al limite dell’aneddoto, in cui vengono descritte reazioni alquanto curiose: per esempio scagliare potenti getti d’acqua, attraverso il loro sifone, verso qualunque cosa dia loro fastidio, come la luce violenta. La capacità di adattamento, durante i periodi di cattività, è notevole, sembrano addirittura riconoscere e distinguere le persone, e accorgersi delle distrazioni per poter effettuare certi loro intenti. Prima di tutto, fuggire da un acquario o da un secchio.

Ma Octopolis, il sito studiato da Godfrey-Smith con alcuni colleghi, riserva sorprese che lasciano di stucco chi considera i cefalopodi materia prima di gourmandise. Il disagio è inoppugnabile, anche se non è certo la prima volta che puntiamo il dito verso incontrollate stragi animali compiute in nome di supremazie culinarie o, peggio, estetiche. Ora scopriamo quelle a discapito di questi insondabili, misteriosi e tutto sommato simpatici abitanti marini. Sarà un caso che gli alieni eptapodi (portatori di un messaggio di salvezza) visti nel film Arrival di Villeneuve assomiglino così tanto ai polpi, creature lontanissime dalle nostre linee evolutive? Leggiamo Altre menti, meditiamo con l’autore sul significato della nascita della coscienza, impariamo a considerare la molteplicità mondiale e le diverse visioni, distanti dal comune sentire, che ne derivano.

Lo stesso mare è l’origine di tutti noi, non soltanto l’ambiente maltrattato da volgari scorribande estive e luogo di raccolta di plastiche e altri micidiali detriti. Questo libro espone una ragione in più per apprezzarlo e prendercene cura.

http://www.adelphi.it

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