Tutti gli articoli di Elio Grasso

Grottesca mostritudine

J. Rodolfo Wilcock, Il libro dei mostri, Adelphi, pp. 143, € 16,00 stampa, € 8,99 ebook

di ELIO GRASSO

Wilcock amava scrivere sulla prepotenza del potere letterario. Inviato feroce, non risparmiava, su giornali e riviste, dardi incendiari ai frequentatori dei salotti editoriali. Tutti sudditi d’influente abilità nel maneggiare patteggiamenti e certificati. La capitale dei mostri cresce sempre nelle stanze redazionali di palazzi impressionanti. Architetture distribuite in avenues famosissime di metropoli modaiole. Se ai suoi tempi erano territori molto occidentali, da ultimo questi si sono estesi a Emirati arabi, Cina e India. Nidi di patogeni tossici. Non a caso i virus (informatici) indiani fanno parte dell’immaginario fantascientifico dei moderni scrittori.

Il simpatico Edoardo Camurri scriveva, a proposito del Rodolfo, che “ogni tanto occorrerebbe (senza esagerare) essere più prudenti”. Poiché proporre all’imbecillità uno scrittore è sempre un parlare di sé: “ogni accusa è autobiografica”. Ecco un dardo che poco ha da invidiare all’autore di Buenos Aires. I cui pensieri, arbasinamente (copyright ignoto) “selvaggi”, ci hanno fatto godere per un bel po’ di anni quando eravamo giovani. L’esibizione degli autori (di ogni tipo e genere) tende al peggio, sempre più mancano strenne amene e scorci panoramici alla non affollatissima genìa di quelli che fanno shopping di serietà: a Wilcock tale suburra stuzzicava il palato e gli occhi immaginativi.

I mostri gli erano intorno (e intorno a noi), e lui non poteva che trarne gasiforme moralità, e stupenda voracità fisiologica. Ecco spiegato il Libro dei mostri, prima uscita 1978, ora tornato alla luce nel formato “panavision” di Adelphi. Ilare figurarsi le avventure libresche del nostro autore, nell’economia mondiale tratteggiata poc’anzi. Ha il sapore delle rivoluzioni leccate di striscio, in empito di serietà, per poi scostarsene fra risate e disgusto. La ricognizione pretende questi sacrifici, in compagnia dei leggeri conati che suscitano i personaggi narrati da Wilcock, nella confraternita della quotidiana follia: esilarante, senza dubbio.

Il grottesco è una brutta bestia, arduo restarne immunizzati, è una costante fisiologica godere e soffrire di pancia incontrando le molteplici forme di casalinga mostruosità. La sudditanza degli organi biologici alla mineralità del mondo, con fuoriuscita di olezzi maleodoranti e disgustosi tranci corporali, è l’arredo specialistico insito nel libro, quello che ancora conquista e, per così dire, ci lega mani e piedi al tavolo del convivio. L’ammasso materico ha il sapore rancido della malinconia, ma tant’è come allontanarsi da ciò che di più intimo e primitivo dimora nell’umanità? I mostri sono i vicini di casa, i mostri siamo noi in quanto vicini di casa di qualcun altro. Non c’è limite al serraglio. Né all’erudizione d’enciclopedica ferocia messa in campo dal ritrattista Wilcock nel suo ultimo libro, già poeta di canzonieri d’amore e dunque vedutista di orrori ed errori umani.

La mostritudine inizia già col nome dei personaggi, la cui improbabile vita attesta, se mai ve ne fosse bisogno, la necessità di un pianeta assurto al ruolo di zoo cosmico. Si potrebbe dire che luogo di maggior caos sembra impossibile possa esistere altrove. E i corpi, in questo serraglio a cinque stelle, s’alimentano di una calma quasi paradisiaca, come sotto l’effetto di farmaci psicotropi. Togliere l’angustia da quei cervelli (se mai vi fosse un cervello nel guazzabuglio organico e disorganico) è certamente azione giudiziosa e meritevole. Wilcock dispone sguardo e attenzione sorridenti, tutta la sua simpatia rivolta agli abitanti radunati e descritti nel Libro dei mostri. Lungi da lui, ormai cimeli, le creature orrifiche insediate nei tristissimi regni letterari.

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Albertine. Desiderio espanso in ogni dove

Anne Carson, The Albertine Workout, tr. Giulio Silvano, Edizioni Tlon, pp. 175, € 14,00 stampa

di ELIO GRASSO

Curioso libro, questo di Anne Carson, canadese studiosa di greco antico, e celebrità letteraria schiva e inclassificabile. In Italia è reperibile Antropologia dell’acqua (tradotto mirabilmente da Antonella Anedda, Elisa Biagini e Emmanuela Tandello), pubblicato nel 2010 da Donzelli. Nel 2000 Bompiani pubblicò Autobiografia del rosso, romanzo (o meglio, libro poetico) in cui l’antica poesia greca si unisce a una moderna storia d’amore. Carson è definita da Harold Bloom – noto gigante agguerrito del cosiddetto Canone della letteratura mondiale – uno dei massimi poeti viventi in lingua inglese. Ma non soltanto di poesia occorre parlare a proposito della scrittrice, capace di scorribande profonde e sensuali da Proust a Eschilo e Euripide, passando per Keats e il tango, attraverso racconti saggi e frequentazioni d’eros. Per chi volesse approfondire la conoscenza della poetessa (abito che nel suo caso va decisamente stretto) sono disponibili due numeri della rivista mensile “Poesia” (n. 307, settembre 2015 e n. 325, aprile 2017) dove Patrizio Ceccagnoli non soltanto traduce alcuni passi tratti dalle recenti opere di Anne Carson, ma ne tratteggia un esemplare quadro critico ed esistenziale.

Accertata la ridotta situazione pubblicistica della scrittrice in ambito italiano, grande merito dunque va alla curatrice di The Albertine Workout, Eleonora Marangoni, talentuosa esperta di Proust, e all’editore Tlon che ha deciso di pubblicarlo. In 59 frammenti e alcune appendici il grande amore di Marcel, Albertine, viene sezionata e presa fra le braccia, in senso metaforico e reale, nel pieno dei suoi passaggi nel vasto mondo della Recherche, testimoniandone presenze e assenze e trasformazioni. Con precisione statistica e altrettanto nitide istantanee, l’esplorazione di Albertine, corpo e fantasma, viene attuato da Anne Carson come se tutta la Recherche fosse stesa su un enorme tavolo, e mappata da dotatissima psiche. Non si può non pensare a Beckett, a quel che molti pensano di lui in relazione a Proust, che incarnasse insomma chi aveva capito tutto, indicando nel corpo di Marcel la noia, la sofferenza, insieme alle banalità del quotidiano come biscotti, baci, ipocondrie e disturbi serali.

Carson lo esprime chiaramente, così come espone (con l’abilità e la sagacia di un dardo) i misteri che avvolgono Albertine. Chi è, cosa fa, dove scompare, dove riappare e in che veste, e cosa significa il suo amore, e se esiste. Nei frammenti che compongono il libro, talvolta fatti di una sola frase, sbuca, viva o semi-viva, bruna nella sua corporalità assai sfuggente, probabilmente nemmeno bella, l’Albertine eroina carica di storia e di una contro-storia con cui Proust bestialmente la trafigge. Ma è proprio nella “probabilità” della sua esistenza che Anne Carson s’introduce, in grado di riassumere la verità dei fatti (se non dei sogni e delle visioni) in una manciata di proposizioni che stringono il lettore, o il semplice interessato, al muro. Senza nessuna possibilità di muoversi altrove, o di considerare diversi angoli dell’esistenza e tralasciare la straordinaria sessualità della letteratura.

Barthes applaudirebbe, assieme a coloro che passando per il monumento proustiano vorrebbero baciare in egual modo Albertine e Marcel. Maschi e femmine in un calmo e mistico desiderio, colmo di perplessità. Tutti, almeno quanto Albertine, desiderosi di “sentirsi schiavi”. Così s’espande il mistero dell’avvincente lavoro di Anne Carson, dall’inizio fino alla morte dettata da Proust per la sua eroina, fuori scena e fuori dal desiderio espanso per ogni dove. L’autrice ci ha messo sei anni (ogni mattina, a colazione) per leggere l’intera Recherche. Quanto tempo impiegheremo noi a leggere The Albertine Workout? Sei mesi, sei giorni, sei minuti o tutto il tempo che la vita ci concede? O gli stessi sei anni? Provare è necessario, entrare in questo miracolo, capita una volta nella vita. E come non dare ragione al terribile ed esondante Bloom? Sapendo che “le cose, in effetti, sono perlomeno doppie” (frammento 59, conclusivo, da La prigioniera, p. 362).

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L’amore dunque ci fa permanere e ragionare

Roberto Carifi, Amorosa sempre (poesie 1980-2018), La nave di Teseo, pp. 357, € 18,00; eBook € 9,99

di ELIO GRASSO

È qui riunita, per la cura di Alba Donati, gran parte della produzione poetica di Roberto Carifi, nato a Pistoia nel 1948, per molti anni protagonista di un revival della poesia che ancora oggi si stenta a studiare come meriterebbe. Non fosse altro che per spingere le nuove generazioni a definire i cosiddetti contemporanei, scoraggiati come siamo nel veder mancare la penetrazione della poesia nella vita quotidiana così come accadeva, nei decenni del secondo Novecento, con le opere di Montale, Ungaretti, Pasolini, Raboni, Sereni, e via così.

Alcuni critici lo hanno notato, ma sembra che in questi ultimi anni la conoscenza della poesia infiacchisca in una specie di Purgatorio, mentre versi e versicoli disturbano incontestati la rete, fatta di chiacchiere accanto ad altre cose decisamente patetiche. Congelamento della memoria? Sbandamento della critica militante (o di ricerca, ammesso che ancora esista) in favore di chiusure personali e cronache con sguardo rivolto soprattutto ai banchi delle librerie “industriali”? La letteratura sta in un ambiente sottozero, la lingua poetica manca di precisione e competenza, raramente si mostra capace di lacerare la banalità del male quotidiano. Si legga in proposito l’ultimo saggio di Cesare Viviani, recensito su “PULP libri” lo scorso anno.

Un poeta come Carifi, giunto nel panorama della poesia italiana al termine degli anni Settanta del ’900, esprime uno sbilanciamento storico che ora appare ben osservabile alla luce di questa antologia, definita dalla curatrice “riparativa”. Di certo non negheremo l’affermazione di Donati, nel contempo dovremo riservare giusta attenzione agli editori che, con alterne vicende, hanno inserito Roberto nei loro cataloghi. E penso innanzitutto a Crocetti, Via del Vento, Le lettere.

La sfortuna severa ha scolpito la vita di questo poeta, mentre il farsi amore, nella sua lingua e con le sue parole, ha dispiegato resistenze immani contro la lacerazione corporale. Ma Roberto Carifi non ha mai consentito alla poesia, alla sua poesia, di restare congelata in un pietosissimo stato di arresto: interrogazioni e domande creaturali occupano l’intera stanza del poeta, consentono al suo temperamento di estendersi ancora, senza sosta, verso il battito generativo della Madre, non soltanto come simbolo di tutte le madri del mondo. Ma vero corpo che a un certo punto dell’esistenza viene a mancare, sorpassa all’indietro tutti i temi dell’infanzia nella piena e ininterrotta visione della realtà. Infanzia era il titolo della seconda raccolta di Carifi (dopo Simulacri, del  1979), pubblicata dalla meritoria Società di poesia (per iniziativa dell’editore Guanda), e L’obbedienza il libro successivo, opera fra le più importanti, pubblicato da Crocetti nel 1986. Il dialogo fitto si allarga dal quadro familiare alla poesia europea dettata soprattutto da Trakl e Rilke, con traduzioni e studi che giungeranno a Hesse, Bataille, Flaubert, Weil e altri.

Evocazioni simboliche, vicinanza alle ombre, non fanno dimenticare a Roberto Carifi la forza comunicativa che gli resta dentro fin dalle origini, con l’amorevole vicinanza di poeti dai solidi legami affettivi. Nomi che si conoscono, che hanno fatto la storia poetica di quegli anni, capaci come lui di conciliare ricerca linguistica e ispirazione riparativa della realtà. Ricordiamo, inoltre, gli innumerevoli contatti epistolari col pubblico della poesia tenuti per tanti anni nella rubrica Per competenza della rivista “Poesia”. Sempre amabile, preciso, vero Lector mirabilis di tutti coloro che a lui si rivolgevano.

Interrogare le cose, per il poeta, è partecipare della loro memoria, farsi carico dell’amore del mondo e del destino che sembra minacciarci, ma che spesso rimane l’unica certezza di durata che possediamo. L’amore dunque ci fa permanere, e ragionare là dove il lume si spegne, per una perdita o per una sopraffazione. È dove la domanda si scioglie, in un ragionare tranquillo con la verità della poesia, che vengono estratte le spine, e aperto un dialogo dal respiro puro, contrastante l’abisso delle vicende. Le difficoltà accompagnano irriguardose, ed è innegabile che l’esperienza, nel caso di Carifi, porta dentro il principio che governa la vita (la franca adesione al Buddismo) e che la scrittura indaga. Se ci guardiamo intorno, se varchiamo lo spazio di Amorosa sempre, possiamo comprendere come vi abitino i figli e le madri che vogliono credere alla contiguità della poesia con l’altra lingua dell’angelo, con la sua presenza novembrina fra gli umani. Per questo, nonostante tutto, la poesia non ha smesso il suo corso.

Perché, alla fine, leggendo Roberto Carifi, nessuno di noi resta indifeso di fronte al mondo.

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Non c’è Proust che tenga: il tempo è perduto fin dall’inizio.

Wallace Stegner, Verso un oscuro approdo, tr. Maurizia Balmelli, Bompiani, € 22,00, eBook € 9,99

di ELIO GRASSO

Wallace Stegner giunge da noi inaspettato, a molti anni dall’ultima pubblicazione italiana. Verso un sicuro approdo è libro definito da Alessandro Piperno (usa raramente certi vocaboli) un vero capolavoro. Ultimo romanzo scritto da Stegner, originario di Lake Mills nello Iowa, prima di lasciarci nel 1993. Quasi un’autobiografia, un’opera che narra le vicissitudini di due coppie sposate diversissime tra loro ma depositarie di un legame che durerà l’intera vita. Assistiamo alla carriera di due docenti nella circoscritta atmosfera dei college americani: Larry e Sid (confidente l’uno, quanto inetto l’altro), le loro compagne Sally e Charity dai caratteri opposti (soave la prima, vivace e autoritaria la seconda).

Ci inoltriamo nella visione e nei sogni di Larry, che desidera a tutti i costi un successo letterario tale da togliere lui e la moglie dall’indigenza a cui sembrano costretti, nonostante l’amore e l’impegno che li unisce. Il contorno di compromessi, seduzioni e diatribe con donne magnificamente insopportabili e belle, pone questo libro in una prospettiva ambigua rispetto a quella di solito attribuita alla categoria del romanzo americano di tradizione universitaria. Fascino innegabile tramutato da noi in fortuna editoriale dai romanzi di Roth, Bellow, Franzen, e altri scrittori sfacciatamente noti. Il sodalizio è intenso, dagli esordi fiduciosi ai successi a lungo rincorsi, dal disagio accademico e storico (siamo negli anni fra le due guerre, in piena Depressione) ai divertimenti mondani e infine alle malattie. Larry, ormai anziano nella dimora di campagna, prende a raccontare la storia fin dall’inizio, quando non aveva un soldo in tasca ma sapeva scrivere, e portava con sé dal New Mexico l’innamoratissima moglie. L’incontro di Larry e Sally – avvenuto in una atmosfera sfavillante – con l’altra coppia, alquanto danarosa e sempre vestita a festa, cambia letteralmente il corso delle loro esistenze. Le disuguali vite passano da momenti tranquilli a accelerazioni per niente casuali, rapinose e necessarie ai protagonisti e alla way of life nazionale. Sembra che tutto debba accadere, che la travolgente Charity possa abbagliare chiunque, ma è il tempo a occupare la posizione, con il suo proverbiale distacco fa fluire il romanzo come fossimo davanti a un film del filone più naturalistico.

La voce narrante ci restituisce la storia come se avvenisse in quel momento, ecco perché si ha l’impressione che l’orizzonte non cambi mai, e che ogni giorno i protagonisti abitino le stesse case, siedano sulle stesse chaise longue e si muovano sulle stesse strade. Perfino i viaggi, nel paesaggio meraviglioso del Vermont, appaiono plausibili come fuoriusciti dagli appunti di un geografo naturalista. Bisogna riconoscere a Stegner l’ammirevole capacità nel restituire il senso di un paesaggio americano incontaminato, lucido, esteso come le menti dei suoi abitanti. Che sono talmente impudiche da rendere attonite le nostre convinzioni latine. L’amicizia delle due coppie occupa, in fondo, tutto lo spazio del racconto: chiunque leggendo se ne può fare un’idea, anzi riesce a capire quale ne sia l’origine, esemplificativa quanto lo sono un Martini dry o i Levis Strauss.

Forse per questo possiamo accordarci con la determinazione critica di Piperno: per la capacità narrativa, tutta americana, di allungarsi su un’intera epoca e di spiegarla attraverso i caratteri precisi di chi la vive. Una nazione i cui figli hanno inventato archetipi graziosi e dannatamente micidiali. Questo romanzo, degno di forti aspettative, porta dentro all’incomprensione che fa tremare ovunque si viva, tra malattie e invecchiamento, al di qua o al di là dell’oceano. Ci si domanda quali spinte portino alla morte, in un moto che sembra lento ma proprio per questo, dal debutto alla fine, non dà scampo.

Non c’è Proust che tenga: il tempo è perduto fin dall’inizio.

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Partenze, soprattutto arrivi lungo le rive liguri

Giorgio Ficara, Riviera, Archinto, pp. 208, € 15,00 stampa

di ELIO GRASSO

Per conoscere un luogo bisogna attraversarlo, forse addirittura nascerci, se vogliamo intenderci su cosa voglia dire interrogare una strada, una nostalgia, una lingua originaria. Il Piemonte dove è nato Ficara porta spesso verso il meridione della Riviera ligure, basti pensare a Nico Orengo e perché no anche a Conte (Paolo, lo chansonnier, mentre il poeta Giuseppe è da sempre saldamente intrecciato alle sue profezie rivierasche). Leggendo questo libro si vengono a sapere centinaia di storie e di notizie che riguardano le migrazioni dei fiori dall’Africa alla Liguria, quando il Mediterraneo era poco più di un acquitrino. Si viene a sapere quanto di ellenico sia presente sulle pendici che attualmente vanno giù a capofitto verso la schiuma delle onde, e quante intelligenze (e quante ingenue ideologie o poetiche strambe) intellettuali o belliche si siano mobilitate lungo le rive. Favole (ma nemmeno tanto) narrate di turchi e saraceni belli e sanguinari, gesta dei capi della Repubblica Genovese. E di lupi scesi al mare alla ricerca di cibo, e uccisi.

Partenze, soprattutto arrivi come quelli di Rimbaud, Campana, Nietzsche, dalle visioni accecanti e spiritualità disperse. Marinai e contadini alle prese con verdi coste e coltivazioni traballanti, cappa e spada di genovesi dai pochi e tanti scrupoli. E i viaggiatori letterari e più o meno spassosi, deliranti, intelligenti, mondani: Eliot, Yeats, Kokoschka, le sorelle Gish, Hemingway, e quelli con fissa dimora Max Beerbohm e Ezra Pound. Il poeta Camillo Sbarbaro va alla ricerca di licheni, li studia e cataloga. Il poeta Eugenio Montale sa essere mondano senza esserlo, in disparte studia e cataloga le sue Muse. Grande varietà di bellezze hollywoodiane e di Cinecittà approdano ai moli di Portofino e Rapallo su yacht e velieri, quando nei carrugi e nelle piazzette e nelle hall di fastosi Hotel s’incontravano (o meglio si sfioravano) tipi come William Holden, Rita Hayworth, Clark Gable, Ava Gardner, Truman Capote, Soraya, Marcello Mastroianni. Senza dimenticare rampolli e veterani di casate reali e monarchi mediorientali.

Le partenze sono generate da una terra avara, come da sempre si dice. Ma nessuno infine sa quanta parte di eroico e assolutamente straordinario sia custodita nei luoghi meno battuti di questa terra, che diventa terribilmente “visibile” (e perciò vera) quando la si ammira dal mare. Ficara aggiunge alle sue pagine la sostanza della lingua antica, “materna”, che di dialetto i nativi non vogliono sentir parlare. Conversazioni che hanno sempre un’inquietudine da esprimere, con quel tanto di correzioni che bisogna dare alla vita perché prosegua senza danni troppo evidenti, somma priorità per la gente della Riviera. È la scuola del tempo che qui viene offerta, il luogo dove l’aggettivo “felice” non porta con sé le solite dilettevoli amnesie. Basti sapere che di Riviere al mondo ne esistono altre, e che tutte quante hanno necessità di un racconto, con la giusta proporzione fra cronaca e sogno: un tempo irriducibile, storico. La natura ha bisogno dei propri reporter, meglio se adatti alla pedalata o al granturismo su due ruote. La Riviera punta sulle sirene, intese come animali mitici, e su mezzi di trasporto decisamente più compositi e promiscui. E le rive liguri, senza dubbio, si sono largamente specializzate nel pretenderlo.

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Straordinarie dissipazioni per libri straordinari

Thomas Wolfe, Il ritorno (a cura di Francesco Cappellini), Via del vento edizioni, pp. 44, € 4,00 stampa

di ELIO GRASSO

Thomas Wolfe, nato in una cittadina del North Carolina il 3 ottobre 1900, dopo varie vicissitudini familiari si ritrova nel 1929 a New York, da Scribner’s, con centinaia di pagine scritte di un incontaminato delirio creativo. In quegli uffici un certo Maxwell Perkins, famoso curatore editoriale, riesce a dirottare la smodatezza fluviale di quel ragazzo verso un’opera rivelatrice di grande poesia e sommo talento. O lost, come titolava il manoscritto originale, diventò Look Homeward, Angel. Non senza scontri e attraversamenti feroci dentro l’aggrovigliata foresta dell’editing. E dire che Perkins aveva già a che fare con Scott Fitzgerald e Hemingway, quindi abituato a sciagure, tempeste e derive alcoliche.

Quest’uomo pazientissimo e moralmente inattaccabile fu la fortuna di Wolfe. Rasentando il fallimento a ogni prova, editoriale e esistenziale, nulla riuscì a infrangere la potenza delle opere che da lì in poi uscirono dalle mani dei due sodali e dalla tipografia di Scribner’s. Le strade di New York, Brooklyn, hanno un prezzo da chiedere al giovane Thomas, la cui carriera si sviluppa attraverso ascese e cadute mefistofeliche. È un’epoca piena di business e di “adorabili” romanzi costruiti sull’orlo di vite allo sbando e di guerre mondiali, di inopinate partenze e astuti ritorni.

Straordinarie dissipazioni lasciano appena il tempo di scrivere libri straordinari, e altrettanti sogni che hanno foraggiato per decenni le major hollywoodiane, fra dignità contrastate, eroismi, vessazioni e scoppi di pianti cinematografici e pubblicistici. Per molti critici la prima versione del romanzo di Wolfe resta superiore a quella poi data alle stampe con le sforbiciate di Perkins. Probabilmente è vero. Ma a distanza di un secolo le cose cambiano, nella testa degli uomini e in letteratura. I miti americani, poi, quando varcano l’Oceano, esaltano ammirazioni e ritoccano vicende, rinfrescano guaiti e raffreddano spiriti bollenti. In un recente film di buon successo, Genius, troviamo tutti i lamenti e le disperazioni intercorsi fra lo scrittore e l’amabile Perkins. Le percussioni descrittive attuate da Wolfe si ribaltano nella realtà, lo sfoggio di un’epica tirannica ha il suo contraltare nei lampi lirici che affollano i romanzi e i racconti. E con il rischio di un’enfasi che genera disaccordi in critica e pubblico. Ma sono gli impulsi dell’uomo, la sua carica, a scoperchiare quel mito americano a lungo ricercato, forse mai raggiunto.

La poesia per lui è il fatale viaggio che trasporta dalla provincia più profonda alle metropoli fondate sulle due coste americane. È la fedeltà al tragico ma esaltante transito nel paesaggio, lo stesso che fecondò gran parte degli autori della Beat Generation.

L’odissea generazionale di costoro ha avuto il suo pioniere, in misura maggiore rispetto ai pur osannati poeti europei. La forsennata vocazione poetica di Wolfe si riversò in Kerouac e nei compagni dell’avventura americana. I tre racconti, tradotti mirabilmente da Francesco Cappellini e inediti in Italia, testimoniano questo rapporto stretto. Wolfe, soprattutto in Prologo all’America (1938), si lancia in una vera e propria elegia dedicata agli USA, un vertiginoso mantra alcolico per la brillantezza che lo avvicina a una Vegas notturna e per l’ingenuità copiosa avvertita soprattutto da noi europei, figli di rivoluzionari sanguinari. Il refreshing del salmodiante Dove andremo, adesso, e che faremo? dinanzi alle capitali Washington, Manhattan, Boston, Chicago, alle Montagne Rocciose e infine Hollywood, trasporta nelle costanti stilistiche dello scrittore. Vi appare il virus micidiale di cui è sempre stato preda Thomas Wolfe, fino a portarlo alla morte, poiché le strutture dell’immaginazione hanno il loro limite.

Soprattutto il limite della coscienza fu il transito a lui fatale, già dai tempi in cui balzava sui tavoli se il caro amico della Scribner’s gli tagliava una sola virgola. Sono racconti di stratificato innamoramento per la strada, e affilata ironia verso la folla di personaggi barricati negli uffici degli alti palazzi. Una summa “rapsodica” che influenzò Kerouac (& Soci), giudiziosamente vanitoso come dimostra il suo Vanity of Duluoz. Si attendono altrettanto “frivole” eccitazioni da molti lettori, quantomeno dai gaudenti seguaci di Tom Waits.

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Un libro struggente e necessario

Maurizio Cucchi, Sindrome del distacco e tregua, Mondadori, pp. 112, € 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Rilancio, nutrimenti, reattività del poeta dentro le proprie visioni, sono tutte possibilità che scattano non appena lo sguardo interiore si rivolge al mondo, dopo aver esplorato e indagato per anni la storia del padre, tra pudori e abnegazioni linguistiche. I viaggi intimi si abbeveravano ai racconti familiari, oltrepassando i decenni (L’ultimo viaggio di Glenn, del 1999) e tenendo in sé, per sé – ma con continui slanci verso coloro che vogliono ascoltare ascoltandosi – il patrimonio personale lungo i fronti contigui della mente e del corpo terrestre. Le stazioni sono lombarde, ma in certi momenti appaiono quelle balcaniche, le russe, e ciò che la parola guerra è stata realmente sui campi deflagrati. L’odissea paterna non si arrende di fronte all’ostruzione temporale, il secolo è passato e il nuovo deve ancora formarsi (a fatica, a fatica…), Maurizio Cucchi resiste all’indecifrabile epoca, desidera il racconto e le immagini che possano inoltrarlo con l’intera costituzione delle parole. E in Sindrome del distacco e tregua sono integrate due immagini compagne, la prima nel torbido bianco e nero, segno di neve radioattiva, la seconda nel lento dilavarsi della realtà.

Nella prima fotografia la vecchia con bastone e fardello incede nei pressi di Pryp’jat’, la città abbandonata dopo il disastro nucleare alla centrale di Černobyl’, discosta pochi chilometri. Nell’altra fotografia è ritratto un murale nella vecchia amata Nizza, forse già scomparso sotto le raschiature del tempo e degli uomini. Ben più che omaggi al dolore e alla resistenza, e ai necessari amori del poeta verso luoghi geografici già stati sede di duri sentimenti.

Gran parte della ricerca di Cucchi in questo libro si avvia nel Penitente di Pryp’jat’, emblema ucraino del disastro, dove tutto è luminescenza e dove la natura attua i propri esperimenti dopo che gli uomini hanno fatto impazzire gli atomi in pochi secondi. La vecchia non si cura dell’aria radioattiva, ma Cucchi si cura di lei con questa suite dall’emozionante incedere narrativo e frugalmente lirico. Ora c’è una sinistra quiete, in cui sono immersi animali dai colori strani mentre alcuni resistenti vanno in cerca di una pace dentro la morte dell’antico equilibrio e la vita dei mutanti. Ma tutta la raccolta nasce intorno al desiderio della prosa, affermato in Felicità frugale e La chiave di volta,anche se per tutto il libro persiste lo scandalo del dramma espresso nella compattezza e nella composizione. Fino al termine ultimo che dice qui brucia tutto, tutto è combusto, quel che si amava in origine ora si compiange nei pressi delle ceneri.

Perché lontano da Milano si sono giocate altre partite, combattute diverse guerre avverse al cuore delle genti, rappresentate decisioni e tecniche di sopravvivenza, e altri prodigi di scrittura. Cucchi in passato accarezzava, ora allunga mani energiche, che scolpiscono. Un preciso mandato conoscitivo, a questo punto della storia necessario all’orientamento, poiché finché si resta in vita il compendio della poesia è la raccolta di tutti i luoghi vissuti e sognati, ancora vivi o distrutti da forze funeste. Dentro Sindrome del distacco e tregua resistono e insistono orizzonti europei dove il poeta deve far atto di presenza, deve confermare quel che di più concreto ha nelle tasche e giù nelle gambe. Se fosse solo distacco non vi sarebbe tregua, e la tregua non è un bel fare quando non si è più tanto disposti a conciliare e fotografare l’èra odierna.

L’approdo a un libro “struggente, necessario” (Alberto Bertoni nel risvolto) è la vera “dimora dove ritorno”, per Cucchi il volto di diverse cose, così come per noi coetanei che ancora vorremmo esordire in un’epoca ormai aliena. Ma piace pensare che la forza di opere come questa vadano oltre i paesi fantastici, e che le antiche fabbriche del reale e del pensiero mostrino ancora i magazzini, i depositi delle merci meravigliose realizzate e poi fatte consumare dal secolo. Sia Milano, o Francia, o Ucraina, non deludiamo la ruvidezza colma di pietà che vorremmo fosse visibile in tutte le frontiere.

A cosa serve la poesia? A questo.

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Lo stadio di Wimbledon, di Daniele Del Giudice (1983)

di ELIO GRASSO

I calcoli necessari letti sugli strumenti, gli spostamenti e le pressioni dell’aria, sono le manovre aviatorie di Daniele Del Giudice, la fascinazione del volo da Venezia al centro dell’Europa, dove la città e il suo lago stanno sopra l’enorme anello sotterraneo dell’acceleratore nucleare. Altri strumenti, nei tunnel, rilevano le tracce di materia infinitesimale, spinta dove la natura della massa diventa virtuale, o pura immaginazione. Poi si capisce che a Ginevra un vecchio scrittore e un giovane fisico sono le due identità introdotte da Del Giudice nel suo Atlante occidentale. C’è un sentimento prodotto dalla scrittura, anno 1985, nel secondo libro dello scrittore, qualcosa che si posa sulla geografia secondo le accelerazioni della materia e del linguaggio, da osservare con calma, la stessa calma che occorre durante il volo e durante la taratura degli strumenti.

Era già avvenuto nello Stadio di Wimbledon, il primo romanzo pubblicato da Einaudi nel 1983 e presentato da Italo Calvino due anni prima di lasciarci. “Insolito” lo definiva. Notazione distintiva e generosa, fisicamente sentita dall’autore di Palomar, ultima rappresentazione oggettiva, estremo sguardo su un mondo inteso come universo del linguaggio. Una mappa, o carta geografica, tracciata seguendo punti di vista e punti cardinali. Nell’opera prima di Daniele Del Giudice un giovane giunge a Trieste, in treno, non si sa da dove, con il preciso intento di scovare le tracce di un personaggio interamente originale nella vita letteraria italiana. Bobi Bazlen. L’amico di poeti e scrittori, colui che sembrava avesse letto tutto e che, al di là di appunti e lettere, non scrisse mai un rigo. Colui che costruì gran parte del catalogo Einaudi e contribuì a fondare l’Adelphi.

Il giovane sa molte cose di Trieste, ha un’idea di chi deve cercare, ma probabilmente è un’idea tutta letteraria, ancora mancano i personal computer e dunque la realtà va controllata e osservata seguendo le mappe disponibili, senza tralasciare quelle mentali. L’aiuto viene dagli schermi radar, verdi e fluorescenti, che ben s’addicono al volatore, colui che esplora dall’alto pur rimanendo ancorato alla sua ombra terrestre. Ma Bazlen lo si deve ricercare nei caffè e nelle librerie antiquarie, gli unici luoghi dove, vincendo resistenze e laconicità, si possa combinare qualcosa. Trieste ha molti passati, ma un solo presente dove il giovane può inserirsi, sperando che la vocazione all’indagine lo possa avvicinare ai personaggi, femminili e maschili, che molti anni addietro costruirono una leggenda letteraria. Percorre vie e piazze con lo stato malinconico suscitato da lontananze arcane, qualcosa che si è perduto e che si perderà sempre di più. I libri richiesti nelle librerie non ci sono, o forse i librai mentono perché non vogliono scardinare una realtà immutabile e protettiva. E poi chi è questo straniero dalle strane richieste? Da dove viene, e soprattutto cosa pretende di scoprire?

Fra ingressi e uscite per locali compresi nella loro fissità, utilizzando le poche parole strappate agli abitanti meno ostili, il giovane riesce a raggiungere l’abitazione di una donna. È Gerti Frankl Tolazzi, la musa montaliana del Carnevale di Gerti, una delle più famose e belle poesie de Le occasioni. L’anello di congiunzione fra i triestini (ma lei era di Graz), il poeta genovese e la misteriosa Dora Markus le cui gambe sono ritratte in una foto che Bazlen inviò a Montale con queste parole: “Loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus”. Gerti, autrice dello scatto, le definisce, con una piccola dose di sarcasmo, “Gambe per la poesia”. La donna racconta avvolta in un alone di leggenda, porge reliquie di ritratti e reminiscenze, richiamando la civetteria d’un tempo: riaffiora un fascinoso “genovese”, amato a suo dire più del marito, e una foto dove si espone in un quasi spogliarello. A ogni pagina si manifestano i personaggi, alcuni morti e altri ancora vivi, ruotanti intorno all’uomo che non scriveva, pur avendo una vivida coscienza letteraria. Sua massima aspirazione era “far vivere” a ogni costo tutti gli amici.

Daniele Del Giudice conduce il suo primo romanzo, fra visioni improvvise e rilasci, come se temesse di definire gli avvenimenti passati o infastidire persone dalla vita poco esibita fin dalla giovinezza. Un gentile imbarazzo sembra avvolgere il protagonista a ogni incontro, dopo aver a lungo girovagato per la città e ascoltato ricordi disincantati. Oggettivare i sentimenti, incrociarli alla “storia geografica” di Trieste nel primo Novecento, tra presenze e sparizioni, farli sposare ai dettagli, è quanto avviene nello Stadio di Wimbledon. La discrezione, precisa forma di un carattere, si sposa allo sguardo che attesta la presenza di personaggi cruciali, dapprima rilevati dall’alto e poi incontrati in itinerari orizzontali. Occorre riconoscere alla prosa Trieste e Bazlen, contenuta nella raccolta di saggi In questa luce, un decisivo valore sulla questione dello scrivere e non-scrivere e sul delicato crinale tra scrittura e vita.

Negli stessi anni c’è uno scrittore che sperimenta, in poesia, uguale qualità di ricerca: Valerio Magrelli, con Ora serrata retinae e Nature e venature. Segnali, impulsi, rilevamenti satellitari, servono al poeta a rappresentare “l’ammirevole vita delle cose”, quando il ronzio degli oggetti viene superato dalla voce di persone smarrite ma desiderose di farsi timidamente recuperare. Magrelli e Del Giudice, nelle rispettive ricerche, formulano i rapporti intensi fra tempo, piattaforme geografiche e passione conoscitiva. I suoni che li accompagnano giungono da Plateaux of Mirror di Brian Eno e Harold Budd, opera musicale del 1980. L’ambiente convocato da questi scrittori aspetta d’essere “visto” tramite gli strumenti che portano con sé, la prosa e la poesia, le macchine da scrivere e i quadranti, le immagini fotografiche, i clic e tutto il compendio di un’epoca ancora analogica e del tutto umana. Bazlen, Svevo, Montale, Saba, Gerti, Dora appartengono a quegli anni, ne sono emblema e coscienza letteraria. Daniele Del Giudice questo lo sa, il suo esordio si fonda su una mappa precisa, rappresentata magnificamente dalla Carta di Mercatore, proiezione geometrica della terra, usata in aeronautica ed evidenziata da Calvino come immagine-chiave del romanzo.

Il giovane protagonista poi si sposta in aereo a Londra, a Wimbledon, dove ritrova Ljuba Blumenthal, altra musa montaliana (nella poesia A Liuba che parte). La descrizione tecnica del volo, precisa e informata, rivela ancora una volta la competenza aviatoria, con particolari che sorprendono e affascinano: “radiali”, “Vor”, “rotta meridiana”, “zero reading”, un sapere aereonautico ampliato in Atlante occidentale e ulteriormente nel successivo Staccando l’ombra da terra, raccolta di scritti dove aeroplano e navigazione aerea diventano protagonisti, modelli tecnici di un sentimento. Altre memorie si aggiungono alla conversazione con la donna: Pound e figlia nel castello di Brunnenburg, loro dimora, con certe storie di galline che suscitano ilarità (“uova originali del castello Pound!”). I racconti bellissimi di Ray Bradbury, singolarmente amati da Ljuba, primo fra tutti quello in cui Pablo Picasso on the beach traccia sulla sabbia disegni che saranno presto cancellati dalla risacca. Il mosaico delle relazioni triestine sembra completo, Bazlen aveva capito come l’identificazione estrema con le persone gli impedisse di scrivere. È stata la sua forza, il suo capolavoro, suggerisce la donna.

Passeggiando a Wimbledon Park, quando al di qua dei grattacieli appare la visione dello stadio del tennis, il giovane soltanto a quel punto si rende conto di dov’è. Il campo fatto d’erba, l’edificio basso, gli alberi, raccolgono tutta la sua attenzione verso quel paesaggio. “Scrivere non è importante, però non si può fare altro” è un tipo di frase che gli viene, probabilmente appartenuta allo stesso Bazlen. Repentina è la certezza che si possa solo vedere e sentire, riconoscendosi in questa esistenza fatta di lasciti e di riprese, spesso malinconiche ma sempre coincidenti con persone che aderiscono alle cose con i loro nomi. Forse l’opera non conta più della vita, ma ci si avvicina, e Daniele Del giudice l’ha compreso fin dal suo primo libro, continuando a comunicarcelo in ogni successiva opera. Sono passati 35 anni, vale sempre più quel che scrive Tiziano Scarpa nell’introduzione (La profezia delle parole) ai Racconti: “… il massimo della sofisticatezza [tecnologica] deve rimettere in primo piano uno dei più arcaici attrezzi inventati dall’uomo, la scrittura, mentre intorno infuria la burrasca delle immagini”.

Atlante 2019

Negli ultimi giorni di febbraio Einaudi ripubblica, nella collana “Letture”, Atlante occidentale, corredato di una rilevante introduzione del fisico Guido Tonelli. Il volume è altresì prezioso poiché contiene l’inedito Taccuino di Ginevra, 59 fogli dattiloscritti redatti da Daniele Del Giudice durante la sua visita al CERN di Ginevra avvenuta nel maggio 1984. Sei giorni in cui si addentra nei misteri tecnologici dell’anello sotterraneo, lungo diversi chilometri, sede di esperimenti d’avanguardia sulle particelle nucleari effettuati da una folla di scienziati e tecnici. Si tratta del diario di bordo, testimonianza precisa e documentata, che gli servirà per la stesura del secondo romanzo, dove il fisico delle particelle Pietro Brahe e lo scrittore Ira Epstein avviano un’amicizia tessuta sulle rispettive esperienze scientifiche e letterarie. Nel Taccuino vi si trovano le prime tracce narrative che saranno sviluppate successivamente in Atlante occidentale.

Daniele Del Giudice è accompagnato da un fisico (al CERN tutti lo chiamano Criso, Giancriso nelle annotazioni diaristiche) che, con eleganza e simpatia, fa vedere allo scrittore la vita svolta là sotto dagli uomini alle prese con apparati, esperimenti, radiazioni, riunioni e rapporti interpersonali: tutto materiale poi convogliato nelle pagine più belle e precise del romanzo.

Tonelli spiega nel suo scritto il motivo per cui quel libro lo avesse affascinato fin da subito, quando uscì nel 1985. La vita dello scienziato Pietro Brahe a Ginevra è praticamente sovrapponibile alla sua e a quella dei compagni di lavoro, perché Tonelli era in quel luogo proprio nello stesso periodo, stava lavorando a un esperimento in preparazione al Lep, il nuovo acceleratore allora in allestimento. Le coincidenze, individuate durante la remota lettura, finalmente si svelano mentre sfoglia le pagine del Taccuino. La sorpresa è raccontata con grande e sorridente adesione, vi si coglie lo sguardo dei protagonisti narrati, esploratori entrambi, uno verso l’intimità della materia e l’altro verso quella dell’animo umano. Per lo scienziato del CERN valgono più le analogie fra i due mondi che la loro distanza apparente.

L’illuminismo del romanzo prende corpo nella scrittura razionale di Daniele Del Giudice, quanto di più non si potrebbe nell’indagine su un viaggio fra le interazioni nucleari e i sentimenti umani. Fisica e cultura s’intrecciano dentro a quell’Atlante descritto come la mappa più vera del tempo in un’epoca presumibilmente ancora intatta. Tonelli conosce tutto questo, sa bene perché a Calvino piaceva così tanto il giovane scrittore. Calvino aveva pubblicato in quel periodo Palomar, la sua estrema ricerca del sentire. E la “visività” di Daniele Del Giudice accoglie, proprio nel suo secondo romanzo, l’intera esperienza del mondo. Leggere, in contemporanea, la visione della realtà appartenente a Del Giudice, ai due protagonisti, a Tonelli, a Enzo Rammairone curatore del Taccuino (la sua nota diventa essenziale), ci riporta a un tempo di sano contratto fra letteratura e scienza, le cui strade possedevano un lessico che esprime avventura senza pregiudizio. Ora, all’alba di un complicato 2019, ecco che idealmente i personaggi di Atlante occidentale, Epstein e Brahe, si riuniscono in questo volume esemplare e necessario: i loro nomi oggi sono Del Giudice e Tonelli.

Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon, Einaudi. Prima edizione 1983; ultima edizione 2013, €10,50 stampa, €6,99 e-book

Bibliografia
Lo stadio di Wimbledon (1983)
Atlante occidentale (1985, 2019)
Nel museo di Reims (1988)
Staccando l’ombra da terra (1994)
Mania (1997)
I-Tigi. Canto per Ustica (con Marco Paolini, 2001, 2009)
Orizzonte mobile (2009)
In questa luce (2013)
I racconti (2016)

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Ecco come sappiamo d’essere vivi: sbagliando

Marco Missiroli, Fedeltà, Einaudi, pp. 232, € 19,00 stampa, € 9,99 eBook 

di ELIO GRASSO

“Milano ancora oggi”, parafrasando il bel libro di Alberto Vigevani (Milano ancora ieri, del 1996), sta dentro a pieno titolo nell’ultimo romanzo di Marco Missiroli, scrittore la cui avventura inizia nascendo a Rimini per proseguire nella città meneghina codificata in modo garbato, vista e percorsa nelle molteplici nature dei quartieri. Fedeltà si esprime attraverso una scrittura dotatissima di sguardo limpido verso i luoghi attraversati dai protagonisti, creature sempre sul punto di scivolare su selciati e asfalto.

E sulla propria anima, tuttavia affatto abbattuta dal groviglio vitale, spasimante, ambizioso, interrogativo. La città diventata metropoli non è vagheggiata o trattata come una matrigna altezzosa, ma sembra accogliere i diversi passi percependo gli effluvi dei pensieri in fuga, del desiderio di assestarsi su qualcosa di topograficamente conosciuto.
E Milano è ricca di luoghi accoglienti; immersi in pieno centro esistono vie solitarie, vicoli, cancelli e portoni. E giardini dove coccolare il proprio sconforto.

I protagonisti di Fedeltà camminano, inciampano, franano e resistono sempre al cospetto di punti d’incontro che sono ugualmente letterari. Missiroli riconosce, e rivela a noi (e ai suoi eroi) quel che ha imparato e assorbito arrivando da Rimini e dal suo mare che origina poco più a nord. Là era Fellini e il Grand Hotel, qui è Gadda (ma anche i poeti Raboni, Loi, De Angelis) e la Torre Velasca. Gli sposi Carlo e Margherita, docente lui e architetto lei, nel loro irregolare rapporto con la studentessa Sofia e il fisioterapista Andrea (quest’ultimo frequentatore di loschi ambienti), la madre di Margherita, Anna, vagano trasognati dentro vite incise da rinascenze e inciampi, nel pieno di emblemi indicati da Missiroli con dovizia di particolari.

Quelli dell’autore sono dettagli, ampiamente descrittivi, di gesti reali e psichici: chi legge può ricordare storie personali, rivolgere carezze e addirittura baci a questi personaggi a volte consolatori e più spesso ambigui nella loro lotta quotidiana. La moglie Margherita sa, attraverso Missiroli, come esprimere il suo attaccamento al sesso, con parole veritiere e capaci di conciliarsi ai corpi (avviene di rado in letteratura) perché, alla fine di tutto, è alla spiritualità della carne che ci si aggrappa (lo scrittore in un’intervista). Il marito Carlo brama perdutamente la sua studentessa, ma percorre sconsolato con lo sguardo ciò che non riesce a prendere, si tiene stretto un segreto erotico (perlopiù lascivo) che nel pieno della storia non trova un compimento definitivo.

Ma è la madre Anna, con ferrea volontà, a tenere stretti i legami, a regalare la giusta sistemazione a figlia e genero, a orientare le plurime diramazioni temporali dentro cui sono tutti immersi. È questo il cuore formale del libro. Colpisce la straordinaria capacità di Missiroli, accreditata nel precedente Atti osceni in luogo privato e qui giunta al culmine, a destreggiare gli smisurati ricettacoli della psiche femminile e maschile, con dialoghi ora teneri ora belligeranti. E senza mai perdere di vista la definizione linguistica, perfetta e coerente con la biografia dei protagonisti. Mai accade, leggendo Fedeltà, di trovarsi spiazzati da qualcosa che sanguina invece di piangere, e viceversa che piagnucola mentre dovrebbe macchiarci di un rosso scarlatto e violento. Per meglio dire, la coscienza della realtà sta dalla parte di uno scrittore dagli orizzonti definiti e praticabili. Milano ne sa qualcosa, avvolge la narrazione come uno Scarfiotti scenografo in un film di Bertolucci. Lo zoom agisce soltanto quando lontano si profilano le spiagge di Rimini, le apparizioni invernali e nebbiose lungo gli stabilimenti balneari deserti. Lì dove torna la studentessa Sofia, abbandonando in fretta gli studi e il professore per metà “fedele” per metà lascivo.

La grande definizione delle manovre vitali e il fallimento avvicinato, in tempi diversi, dai personaggi tranne la madre Anna, figura di donna luminosa e capace di una visione cristallina fino al termine dei suoi giorni, è l’apice della scrittura di Missiroli. Ambiguità sotto tutti i punti di vista per questi uomini e donne sospinti in più dimensioni, dove la “fedeltà” del titolo c’è, giunge per vie traverse, ma insieme sopporta i colpi più tremendi che chiunque è capace di sferzare. D’altronde è lo stesso Missiroli ad affermare che la troppa educazione non è adatta a chi vuol essere scrittore. Philip Roth? In questo romanzo qualche cunicolo scavato dal classico di Newark c’è, per questo viene usato, utilmente, in esergo: “Ecco come sappiamo d’essere vivi: sbagliando”. Perfetto.

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Beati coloro che seminano e non mietono

Avraham Ben Yitzhak, Poesie (cura e trad. di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolino Coen), Portatori d’acqua, pp. 224, € 14,00

di ELIO GRASSO

Avraham Ben Yitzhak è una leggenda nella storia della poesia ebraica, autore di undici liriche e alcuni frammenti scritti nei primi anni del Novecento. All’anagrafe era Abraham Sonne, nato in Galizia nel 1883. Famoso soltanto per undici componimenti e per l’assoluta ostilità verso la “letteratura”, a cui si sottraeva contrapponendo un inflessibile raccoglimento dentro al proprio statuto di poesia. Reticente e enigmatico, nessuna uscita pubblica che lo potesse sostenere nella quotidianità letteraria dell’epoca. Eppure la sua identità varcò l’ombra per la luce. Da giovane si fece notare durante gli scontri fra sionisti e territorialisti. Scriveva tenendo al centro l’ebraico biblico pur conoscendo perfettamente la lingua tedesca, una scelta di libertà che identifica immediatamente il personaggio dentro le vicende di quell’epoca. Il suo occhio poetico si posava sui segreti della natura, verso cui la poesia non poteva far altro che mostrarsi con il linguaggio più possibile concreto all’interno della forma elegiaca. Tutto questo era contrario alla cultura rabbinica allora in voga, ma la ribellione di Ben Yitzhak s’incrocia alla profondità visionaria degli autori prediletti: Trakl, Hölderlin, Rilke, e Hofmannsthal. La sua scrittura, ricca di competenza esistenziale e botanica, irradia quei fondamenti della realtà che attestarono la rinascita della poesia ebraica nel mondo. Elias Canetti gli dedica alcune pagine nell’autobiografia relativa al 1930, quando Ben Yitzhak aveva già smesso di scrivere versi. Ma a quel punto era Abraham Sonne a tenere desto l’interesse, con l’erudizione esposta su svariati argomenti, epica almeno quanto i famosissimi silenzi elargiti impressionando spettatori e intellettuali del calibro di Musil, Joyce, Schönberg.

Portatori d’acqua, casa editrice già distintasi con le eleganti proposte di Longhi e Bounoure (due libretti da non perdere per alcun motivo), pubblica un curatissimo e esaustivo volume dedicato a Ben Yitzhak, contenente le poesie e i frammenti. L’accompagnano i saggi conclusivi di Hannan Hever, curatore dell’edizione inglese di Collected Poems, e di Lea Goldberg, scrittrice israeliana, profonda conoscitrice e amica del poeta, scomparsa venti anni dopo di lui. Per la prima volta in Italia si può leggere l’intera opera con il testo ebraico a fronte, documentandoci sul suo valore letterario, come precorritrice del modernismo in quella lingua, e animata da un fascino esteso fino a certi temi del nostro Novecento lirico. Ci sono precetti messi in luce da alcune poetiche, come quella di Fortini, che sfidano il senso comune, ormai consunto, di un reale impressionistico. In Ben Yitzhak la natura diventa abbagliante, e fonte d’ispirazione determinata, scolpita. Resta il mistero, mai risolto, su cosa l’abbia indotto a interrompere la scrittura, al di là di ipotesi lungi dall’essere verificate: forse la natura profonda del suo ebraismo e l’impegno politico, la distanza caratteriale da tutto ciò che riguarda la “letteratura”, l’intransigente silenzio sull’altrui volontà di accostarsi alla sua più che parca opera. L’uomo Sonne sembrava conoscere una svariata mole di materie, sprofondava tutto il suo pensiero nelle loro leggi, ma teneva la poesia dentro di sé, senza scriverla: emblematica la sua presenza, taciturna e solitaria, nei Caffè viennesi. Una conversazione muta, spinta oltre misura, lasciando tutti di stucco. Ma le undici poesie hanno continuato a viaggiare nel mondo e nel tempo, hanno per così dire costruito il loro peso nella storia della letteratura mondiale.

Nel 1938 se ne andò dall’Austria per vivere nel costituente stato d’Israele. Il saggio di Lea Goldberg consegna al lettore un ritratto del poeta di grande levatura, accentua il trasporto verso le vicende del protagonista e verso coloro che lui incontrò nel corso della vita, caratteri spirituali di prima grandezza, scrittori che hanno modificato la corrente letteraria mondiale. I racconti orali del poeta, su persone famose o ancor più sconosciute, erano belli da ascoltare, ma di certo l’interesse politico verso la situazione ebraica occupava gran parte delle sue “meditazioni”. Interi mondi dentro di lui, di natura e di genti. Ma la poesia, scrive Lea Goldberg, non lo abbandonò mai, restò una visione fissata negli occhi e mai più sulla pagina scritta. In certi momenti la socialità veniva meno: Ben Yitzhak uomo inaccessibile per chiunque, ma non a chi gli donava semplicità e sguardo limpido. Non mancò di dire la sua sull’Ulisse di Joyce: “un libro di teologia cattolica. Dovrebbe risultare particolarmente comprensibile a noi ebrei. Joyce non possiede uno stile soltanto, li possiede tutti”. Sono molti i ricordi e gli aneddoti nello scritto di Lea Goldberg, rivelatore a ogni pagina di un’amicizia forte e concordante. Ben Yitzhak raccontava della Vienna nazista, era conscio di quel che sarebbe accaduto, presagendo un futuro terribile metteva in guardia quante più persone poteva. La parola Krieg, guerra, era pronunciata come incarnazione piena dell’orrore.

Questo libro ci consegna l’opera, l’immagine e la storia documentata di un grande poeta, la cui influenza europea dovrebbe essere studiata da vecchie e nuove generazioni. Unicamente undici poesie (Beati coloro che seminano e non mietono è un verso dell’ultima poesia pubblicata) ma la “voce incarnata di una biblioteca”, scrisse Canetti nell’autobiografia.

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