Tutti gli articoli di Elio Grasso

Mediterraneo ieri e oggi (forse)

Georges Simenon, Il Mediterraneo in barca, tr. Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Vanorio, Adelphi, pp. 189, euro 16,00 stampa, euro 8,99 epub

di ELIO GRASSO

Simenon autore di reportage, fra il 1931 e il 1946. Non a tutti è nota questa attività del prodigioso romanziere. Alcuni articoli di inviato speciale (molto sui generis, accertato che questo genere di scritti li investiva alla corte della sua curiosità) sono raccolti ora nel Mediterraneo in barca, apparsi per la prima volta sul settimanale Marianne nell’estate del 1934. Con l’aggiunta di alcune foto documentarie, scattate da Simenon assecondando la sua passione per la fotografia. Come spiega Matteo Codignola nella nota conclusiva, egli aveva sempre con sé la macchina ogni volta che usciva di casa, a maggior ragione se intraprendeva una crociera fra le isole disseminate nel Mediterraneo.

Mare nostrum e barca. Suggerisce qualcosa? Sono trascorsi 85 anni da quel periodo, eppure leggendo queste pagine ci si ritrova improvvisamente in qualcosa di graffiante e spericolato, per alcuni tratti perfino imbarazzante. Il fatto è che Simenon ha da ridire non soltanto sui venti che dalla Francia spesso ostacolano il lavorio velico della goletta su cui viaggia. Il primo approccio definisce il Mediterraneo come un bacino piccolissimo, dove ci si saluta quando ci s’incontra, come in una qualsiasi città di provincia. Nave, piroscafo, veliero e barchetta vengono subito riconosciute per provenienza e equipaggio. Che trasportino vivande o ferraglia, o bon vivant, gli uomini passando si salutano. E poi i porti sono pochi e qualcuno ha difficoltà a sbarcare, causa malattia, azioni sconvenienti o fuorilegge.

Per Simenon il Mediterraneo è… un elenco di fatti, cose e persone immediatamente affollato. Mercanti e equipaggi sordidi, “milioni di pesci stravaganti”, scambio di liquori con i macchinisti, pensieri (pochi, per la verità) rivolti al capo Mussolini, fermo posta e bordelli (quanto mai importanti per lui, questo lo sappiamo bene), l’onnipresente tendenza piratesca, personaggi pittoreschi, almeno uno per imbarcazione, il fascino vasto delle vele quadrate spalancate al vento, Genova a poche miglia e Genova lontanissima ritrovandosi la mattina dopo di nuovo all’isola di Porquerolles, o davanti al golfo di Napoli dopo essere giunti in vista di Scilla. Venti. Contrari. Politicamente e socialmente. Per dire: non è soltanto una digressione la questione dei rom cacciati dal paese e l’imperio “divieto di soggiorno per i nomadi”. Sindaci e poliziotti rispediscono la roulotte “da un posto all’altro come una pallina da ping-pong”. Né le barche a cui s’impedisce l’approdo per timore del contagio (ma a quei tempi il rischio sanitario era reale) sono messe a caso nei racconti che Simenon allestisce da par suo, con tanto di idiozie elevate al rango di “apprendistato” svolto, è il caso di dirlo, sul campo.

Simenon, veleggiando e veleggiando, si rende conto che, nell’Italia regimentata dal “condottiero” del Regno, nessuna nave può ormeggiare a suo piacimento, anche se, pur lamentandosi, trova sempre il modo di sorseggiare vini e liquori, trovando la simpatia di marinai che la sanno lunga, che accettano la penuria e l’abbondanza. Simenon vede la crisi, gli Americani vendono i loro yacht, gli italiani non ne parlano. Ma come i cammelli mangiano e bevono anche per quando non ce ne sarà, il popolo aspetta “le vacche grasse che tornano sempre”. Le storie raccontate da Simenon non mancano di arguzie maligne, ma sembrano sempre accomodarsi dove alla fine il vento non è poi così nemico, e il Mediterraneo in grado di tessere relazioni fra chi lo solca e le genti di terra. Spesso le avventure giornaliere sono “bibliche”, fra lotte parentali e costrizioni alimentari. Simenon scrive che l’Italia è occupata da una masnada di “cugini” e che questi emigrano verso famiglie accoglienti europee, in quartieri che richiamano le città d’origine. Prego verifica, scrive, a Parigi, in Grecia e a Londra… La serenità di quegli uomini e quelle donne, o quel che lui considera tale, non lo turba. L’occhio belga di Simenon, rinfrescato da mondanità e snobismo parigini, ha qualcosa dell’impassibilità del chirurgo: può certo scandalizzare, azzecca la visione generale ma manca di troppi dettagli perché lo si accetti appieno. Altre sono le minuzie, che possono rendere tragica una giornata, nella vita quotidiana di questo viaggiatore a cui interessa la cronaca prima ancora della poeticità, spesso stucchevole, del grand tour paesaggistico. Come amava dire, ha sempre colto “la differenza fra l’uomo nudo e l’uomo vestito”.

Probabile che Simenon si trovi più in agio una volta sbarcato, a Malta, sulle coste Nordafricane o a Istambul, dove può attardarsi a considerare le gesta di donne più o meno eleganti e “mondane”, e di personaggi più o meno regali di dubbia fama e di relativa pericolosità. Il suo sguardo sembra illuminarsi quando può descrivere le diversità esistenziali fra le donne arabe e le “cosiddette bianche”. Ma sono prostitute. Forse manca il tempo per conoscenze diverse. O l’interesse ulteriore per un’umanità di multiformi usanze, costumi, e costrizioni. In fondo Simenon vuole evitare il contagio, pur dando prova d’essere immune dai fasti e dalle miserie incontrati durante i suoi viaggi lungo le sponde del Mediterraneo. La sua scrittura non dissacra, fotografa al pari della macchina, restando fuori dalla retorica dell’epoca. È questa, probabilmente, la sua grandezza.

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Cuore di tenebra italiano

Zoya Barontini, Cronache dalla polvere, Bompiani, pp. 272, euro 19,00 stampa, euro 10,99 epub

di ELIO GRASSO

1936. Che anno è questo per l’Italia, sedotta dall’ispirazione mussoliana rivolta alla conquista dell’Abissinia? Ispirazione? Chiedo venia per l’uso di questo vocabolo, ma non mi vengono in mente altre squisitezze canzonatorie da promulgare in menti antiche a moderne, quando si accerta quotidianamente la condizione comatosa della memoria di un popolo: giammai affaccendarsi in flashback più estesi di qualche misero mese. Come affrontare il “signor problema” attuale (usi, costumi e politiche), ammesso che qualcuno ne sia intenzionato, quando ci si trova davanti a un libro come questo?

Cronache dalla polvere (la colpevole distanza dal soggetto fa sì che ci sembri d’esser proiettati all’interno di un mondo parallelo in stile The Man in the High Castle, copyright Philip K. Dick) brandisce una verità a lungo sopita, racconta i diversi aspetti di quanto accadde nello stato africano, e in quelli limitrofi, partecipe l’esercito italiano comandato da folli legulei.

Il regime comandava, le truppe insieme alle camice nere distruggevano villaggi e genti, non risparmiando donne e bambini. Figurarsi i “negri” considerati al pari di bestie, e anche peggio. I disertori (c’erano, c’erano…), venivano passati per le armi senza pensarci due volte. La guerra tra Regno d’Italia e Impero d’Etiopia comincia nell’ottobre del 1935. Le truppe invadono il territorio etiope da nord, Eritrea, e da sud-est, Somalia. L’uso di iprite, gas asfissianti e lanciafiamme non si risparmia, gli ordini da Roma sono perentori e il generale Graziani reprime la resistenza, le fucilazioni si contano a manciate. Anche la chiesa copta, sospettata di proteggere i ribelli, subisce la repressione, centinaia di monaci, diaconi e civili vengono massacrati.

Dove si legge, in questi giorni, tale barbarie velenosa, tale furia etnica? Cronache dalla polvere è il risultato di un lavoro collettivo, undici autori e autrici (raccolti nello pseudonimo di Zoya Barontini) con altrettanti racconti hanno partecipato al progetto di mosaic novel curato da Jadel Andreetto. Ricordi personali e familiari che portano dove la crudezza storica non dà scampo, a patto che i fantasmi non si rifiutino di apparire là dove vengono convocati, e spinti (se non spintonati) a narrare le proprie storie e tutto quello che videro in quel tempo feroce.

Gli scrittori e le scrittrici, tutti pressoché giovani ma con alle spalle molte pubblicazioni e impegni letterari, prestano il loro ingegno alla narrazione di episodi dove le gesta esposte non mancano di creare imbarazzo e disgusto, pietà e rabbia. Ma le storie sono quelle, quasi sempre taciute o cancellate dalla memoria collettiva. C’è da chiedersi quanto sia rimasto, in epoca recente, nel deposito così definito. Memoria? Quali padri hanno saputo raccontare quel che hanno visto, o sentito rievocare da commilitoni e amici, ai figli nati negli anni Cinquanta del Novecento? Forse, tutt’al più, qualche piccola cronaca infarcita d’esotismo, con sottomano una manciata di cartoline color seppia raffiguranti “bellezze” (l’uso delle virgolette, per inciso, rimanda al pensiero collettivo di quel periodo) africane a seno nudo riesumate da bauli polverosi. Questo è un ricordo personale. Impregnato d’imbarazzo paterno nel cogliermi a sfogliare quelle immagini, di certo dovuto alla nudità esposta e non all’improvvisa emersione di scene sanguinose. Ma lui non era stato in Etiopia, senza plaudire o volgere all’indulgenza, evitiamo troppo spicci fardelli.

I dieci racconti presenti in Cronache dalla polvere sono accompagnati dalle illustrazioni nitidamente visionarie di Alberto Merlin, e da postille dove ogni autore e autrice presentano testimonianze e rievocazioni affiorate dagli album mnemonici di intere famiglie. Prova diretta di quanto i nomi possano ancora rimandare al tempo odierno le cronache che furono, a lungo taciute ma sicuramente infestanti gli animi di molti. Ogni racconto sembra pietosamente togliere dalla croce i personaggi più neri di quel tempo, le storie intime di coloro che furono costretti al viaggio coatto e alle azioni più truculente.

Nessuna redenzione utile, sia chiaro, ma la capacità di questi scrittori è palese: dal repertorio linguistico alla consapevolezza morale di voler scoperchiare un sigillo di piombo rimasto saldo per quasi un secolo. Il dissesto politico di quegli anni nitidamente vili torna alla luce con particolari filmici di grande efficacia, in questo libro si respira tutta la polvere ideologica e razzista che sembra ancora battere duramente contro le nostre coscienze postume. Ma che postume, considerata l’attualità, non resteranno a lungo.

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Uno sguardo vertiginoso

John R. Searle, Il mistero della realtà, tr. Paolo Di Lucia e Lorenzo Passerini Glazel, Raffaello Cortina Editore, pp. 300, euro 26,00 stampa

di ELIO GRASSO

Guardare la realtà con gli occhi di tutti i giorni, il più delle volte è semplice, neppure si pensa a varcare uno dei confini più immediati e a portata di mano: che cos’è la realtà? Chi ha voglia e tempo di pensare a come possa esistere tutto quanto, noi stessi, e insomma l’universo delle cose? Pressoché nessuno. Se ne intuisce il motivo, la vertigine è a un passo, e la vita quotidiana per lo più è incapace di affrontare trip del genere. Molto più cool e distensivo (fino alla temibile anestesia psichica dei social) versarsi un goccio di whisky o ingollare una pasticca e altre intemperanze. Diverse attenzioni sono complicate. Così come complicata (ma quanto vitaminica per la mente) è la lettura di questa serie di lezioni, tenute da Searle nel giugno del 2015 presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Girona, in Catalogna. Il libro le raccoglie, a partire dalla revisione dell’autore, ancor prima di un’edizione inglese. A compendio delle lezioni, una scelta delle numerose domande e risposte che hanno seguito i singoli incontri.

La cura del volume è meritoria perché ottiene di evitare l’ingarbugliarsi delle nozioni messe in campo dal filosofo statunitense, la cui comprensione richiede uno sforzo intellettuale non indifferente, e basi scientifiche e filosofiche di livello universitario. Non certo per demerito di Searle, che sa avventurarsi fra le domande fondamentali a cui fisica e filosofia cercano di dare risposta. Le scienze, proprio perché umane, hanno il compito di spiegarci nel dettaglio quanto la “realtà umana” possa corrispondere alla realtà “dura” di base, quella che interazioni forti e deboli fanno esistere nei rispettivi campi di forza. La percezione e l’intenzionalità sono il supporto dei ragionamenti di Searle, e ogni suo sforzo riconduce alla volontà di conciliare (e riconciliare) la realtà umana come conseguenza della realtà di base. In altri termini, esistendo protoni ed elettroni è presumibile che dopo un po’ esisterà anche la nostra tazza di caffè mattutina. E anche le menzogne di certi politici.

Battute a parte, siamo certi che qui si ha a che fare con le bollicine adrenaliniche riguardanti la coscienza come fenomeno biologico o come fenomeno intrinseco della realtà cosmica. La tendenza odierna di avventurarsi in percorsi che di scientifico hanno ben poco è animata al limite della decenza, è noto, ed è per questo che opere come Il mistero della realtà devono assolutamente ritrovarsi in biblioteche scolastiche e private, allentando il timore della difficile comprensione. Qui si tratta di oggettività e soggettività. E Kant è a un passo. Possiamo conoscere le cose per come esse realmente sono? Difficile rispondere, e la fisica (dalla quantistica alla relatività) aiuta poco l’uomo della strada a darsi ragione di ciò in cui è immerso. A questo punto entra in campo la questione del linguaggio, e quanto sia determinante per la rappresentazione del mondo che l’umanità si vuole dare da quando esiste.

Il sistema filosofico di Searle trova qui ampio compimento, prende per mano coloro che si pongono al centro delle questioni di fondo, come l’eterna domanda sul libero arbitrio: profonda illusione o pienezza deterministica? Ora si comprende come addentrarsi in questo campo, quando la robotica incrocia il tema della coscienza e quando l’indeterminismo quantistico viene utilizzato anche nelle nostre lavatrici, ha una preponderanza etica di rilievo. La coscienza, proprietà globale del cervello, non sappiamo come funzioni. Ma un’idea di quel che può produrre, l’abbiamo. E qui Dirac, Heisenberg, Einstein, Wittgenstein, Asimov, Dick, si ritrovano tutti insieme per un’ultima colazione. O la prima, di un futuro passabilmente unificato.

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Poesia che affiora dalla prosa

Mariana Leky, Quel che si vede da qui, tr. Scilla Forti, Keller editore, pp. 336, € 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

L’editore di Rovereto ha con sé un grande presente per allestirvi la mitologia editoriale del futuro. Sembra inizio drammatico per una recensione, d’altra parte se vogliamo contrastare le attuali ridotte figure in ambito letterario non abbiamo scelta. I soliti benpensanti possono presumere, bontà loro, che influenzi la caratura grafica di ciascun libro. Non sbagliano. La giusta fama talvolta si accresce a causa di apparizioni inconsuete sui banchi delle librerie, sui tavoli dei nostri studi, di cucine e salotti. Progetti grafici ammirevolmente propizi al contenuto in essi confezionato. È il caso di Keller, che sa trovare saggi, reportage e romanzi là dove l’Europa sembra dimenticata o al più vista come uno scheletro disastrato. Sarà anche vero ma ci sono ancora nazioni al cui interno nascono e producono scrittori capaci di scoprire, o scoperchiare, realtà a noi ignote. O raramente conosciute. Keller ha lavorato sulle traduzioni fin dall’esordio, avvenuto in Trentino (con piena vista di stupendi filari di viti) nel 2005 con particolare attenzione verso il reportage narrativo, la narrativa d’invenzione e memorialistica, sostando fuori e dentro confini che, a dirla tutta, riguardano sempre più i popoli affacciati sul Mediterraneo. Autori come Herta Müller, Max Blecher, Ota Pavel, Jacek Hugo-Bader, Aglaja Veteranyi, Jo Lendle, Arno Camenisch, hanno segnato profondamente il catalogo fin dagli inizi. E su questa rivista se n’è ampiamente scritto.

Ora tocca a Mariana Leky, autrice molto nota in Germania soprattutto con questo romanzo salito ben presto nella categoria dei bestseller. Quel che si vede da qui è popolato di personaggi lievi e divertenti, le cui gesta avvengono in un paesino del Westerwald, verde quanto lo sono i pensieri della bambina Louise, voce narrante che diventa adulta nella seconda parte del romanzo. Gli incroci generazionali e spirituali, le divinazioni, dentro a questo piccolo mondo, piccolo ma interessato ai grandi eventi universali come la nascita e la morte, sono il tessuto cortese del libro. E scortese sarebbe descriverlo qui enumerando la serie degli eventi. Ma non è indifferente sapere che la nonna di Louise ha il potere di prevedere la morte, non si sa di chi, all’interno del paese nel momento in cui a lei appare in sogno un animale strano, fantastico, composto dalla somma di altre bestie: l’Okapi, così chiamato, si aggiunge allo zoo delle creature inventate dalla letteratura nel corso dei secoli.

Ma non è lui il protagonista. L’agitazione s’impossessa di parenti e amici, tutti in attesa di ricevere la notizia di una morte e delle sue modalità, poiché i fatti mutano ogni volta, come le relazioni amorose e le amicizie che interessano la bizzarra comunità e che in un attimo possono ribaltare vite e destini. La scrittura di Leky sa bene come tirar fuori il senso del meraviglioso osservando minuziosamente i battiti di ciglia di bambini e adulti, nei loro folti incroci esistenziali. La poesia affiora a ogni pagina senza alcuna leziosità, o frivolezza, anzi potremmo dire che proprio al centro di essa si scorge il cuore dignitoso di una tragedia annunciata e ripetuta quando nessuno se lo aspetta. Nel frattempo qualcuno desidera baciare, altri ignorano questo desiderio, i bambini diventano adulti, l’aria si oscura e si rischiara a seconda del volume di preoccupazioni, altri contemplano la bellezza della natura e l’affettuosità insita nel cibo. Ma l’okapi si materializza nel sonno, e qualcuno se ne va. Una specie di roulette che accompagna il tempo e le epoche di quel paesino per certi versi sede della storia tamburellante dell’umanità. E se insolita la crediamo, è perché siamo avvezzi a creare disarmonie nella concordanza indifferente della natura.

Sarà un’ironia irrispettosa, ma ogni volta si ripete quando la morte sconvolge gli equilibri di quel giro d’amicizie e amori, più o meno conosciuti, più o meno irrisolti o francamente compresi. I sogni in fondo sono poco importanti, in questo romanzo valgono di più le scarpe giuste ai piedi giusti e la visuale filosofica che se ne ha, aggiudicando al corpo il suo valore fondamentale, cioè quello della ricchezza emotiva, vero motore delle cellule e dispensatrice di rigore linguistico. È quest’ultimo a definire la rapinosa levità dell’opera (diamo merito alla traduzione di Scilla Forti, il cui valore non è ignoto a tale riuscita), donato dall’autrice ai personaggi mentre si ritrovano a passeggiare per il paese meditando sulle sorti proprie e del mondo. Mondo che dovrebbe concernere noi lettori, a stretto giro di posta. Okapi permettendo.

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Il popolo di Crottarda

Claudio Morandini, Gli oscillanti, Bompiani, pp. 256, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Immaginiamo che Gli oscillanti sia un libro di memorie trascritto da un taccuino di viaggio, ritrovato dalla protagonista del romanzo molti anni dopo gli avvenimenti accaduti a Crottarda, fosco paese incastonato fra le montagne. Il tempo è passato, il mistero riguardante le voci e i canti pastorali uditi in quei luoghi, e soprattutto i misteri degli abitanti saldamente incarcerati nelle loro menti e nelle loro cantine, sono rimasti tali. La giovane etnomusicologa non è più tanto giovane, ancora si chiede in che modo sia scampata alle oscure, passabilmente macabre, nottate trascorse in quel paese lontano, dove il sole appare molto di rado e gli abitanti si aggirano come spettri rinchiusi in esistenze livide e impersonali. Una vita segnata dall’odio e dalla faida con i nemici di Autelor (“Quelli Là”), villaggio dirimpettaio, posto in alto, e in piena luce solare. La ricercatrice prova scientificamente, e in seguito romanticamente, a cercare l’origine dei canti notturni dei pastori, per catturarli con un magnetofono mentre sembrano risalire dalle vetuste doline che traforano l’intera montagna e il sottosuolo di Crottarda. Paese immaginario ma non tanto, disperso con tutti i suoi abitanti fra montagne difficili da raggiungere e sede di fenomeni alquanto strani e misteriosi. Ben presto si accorge, che, dopo la prima accoglienza forse necessaria ma offerta da manigoldi patentati, questa gente – specie di zombie falsamente innocui o quasi – proverà a contrastare il suo desiderio di verità con ogni mezzo: l’enigmatica tenutaria della casa che l’ospita, la negoziante quanto meno reticente, il sindaco impregnato di cerimoniosa ipocrisia. Senza dimenticare quella specie di creatura selvatica e incontrollabile che è Bernardetta, compagna di stanza strampalata e alla fine bisognosa di rapidi affetti anche corporali, così come i cuccioli in luoghi inospitali e non domestici pretendono dagli adulti. Ai paesaggi montani, impervi e ben poco affettuosi, ci hanno abituato i romanzi di Morandini, là dove le antiche civiltà sono rudi e difficili, francamente incomprensibili all’epoca del disastro social, ma in questo caso abbiamo, in più, una specie di sottile vena che riporta a certi racconti fiabescamente dark di Stephen King. La protagonista si ritrova incollata a un tempo distorto, a reazioni umane a cui non è abituata, diventando così inadeguata a reagire come converrebbe. Le orde impazzite del precedente romanzo (Le maschere di Pocacosa) qui si sono trasformate in un serraglio di inetti capaci soltanto, a suo vedere, di azioni incomprensibili. L’eroe dodicenne ha lasciato il posto a una simpatica ragazza, scienziata, che vorrebbe tirar fuori da quel terreno sgarbato le bellezze ataviche di civiltà (forse non del tutto) perdute. Ma si ritrova precisamente dove le leggi fisiche sembrano piegate da dimensioni estranee, e come potrà uscire dall’impaccio e cavarsela lo scoprirà chi ama leggere e chi avrà volontà d’impossessarsi del romanzo. Le narrazioni di Morandini hanno le loro radici in territori aspri e ripidi, dove la natura comanda ispida, incastonati fra Italia, Francia e Svizzera, niente a che vedere geograficamente con le cittadine del Maine, più o meno fittizie, descritte da King nelle sue storie. Ma le sospensioni temporali, le mortificazioni prive di senso, e la scoperta di mondi sottosopra (con un “sotto” che assurge a contraltare fosco e potente della montagna) si proiettano decise nel nostro immaginario. Gli oscillanti non è soltanto il popolo rimasto sbarrato fra le mura del paese di Crottarda, gli Oscillanti siamo noi, incapaci di rincorrere gli attraversamenti solari perché la luce possa regolare il tono della vita e dei desideri. Morandini non descrive assoluzioni e possibili riscatti, a differenza di coloro che soggiornano nella riserva protetta (alquanto in voga) degli scrittori “di montagna”: la sua ricerca si dirige dove le oscurità umane hanno la meglio sul territorio, resistendo in vallate eterne e nascondendo le bellezze che pur esistono là dove arrampicarsi è difficile ma ancora più difficile è evitare di farsi inghiottire dalla porosità umana, prima ancora che dalla porosità del terreno.

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Fisiologia poetica

Elio Pagliarani, Tutte le poesie 1946-2011 (a cura di Andrea Cortellessa), Il Saggiatore, pp. 537, euro  40,00 stampa

di ELIO GRASSO

Entrare nella storia poetica (e geografica) di Elio Pagliarani passa per un’acquisizione di responsabilità verso tutta la poesia, dagli anni Cinquanta almeno fino al termine del ’900. Un’avventura costante, anche per chi a un certo punto si trovò fra le mani i libri della collana di poesia Feltrinelli (curata da Antonio Porta) i cui formati variavano di volta in volta, assecondando la “forma” della poesia in essi contenuta. Scheiwiller d’altronde, negli stessi anni, fra un Pound e l’altro compiva operazioni analoghe. L’estensione tipografica dei versi di Pagliarani metteva a dura prova gli addetti alla composizione, facendo esplodere l’inventiva dei nostri editori, allineati su uno stile di design emergente in ogni settore. Nella primavera del 1954 Arturo Schwarz, studioso e cultore d’arte, storico dell’avanguardia, poeta, pubblica a Milano il libretto d’esordio di Elio, intitolato Cronache e altre poesie: il futuro si stava preparando. Oggi occorrerebbe osservare il catalogo delle sue edizioni (Luzi, Merini, Parronchi, Betocchi, Ungaretti…), si avrebbero numerose sorprese riguardo alla crescita della poesia in Italia dal dopoguerra in poi. Non che mancassero voci contrarie in proposito, come quelle di Pasolini e Sereni, ma l’epoca era colma di pensieri energici, forti individualità, sguardi e controsguardi d’irripetibile fermento. Lo testimonia la molteplice bibliografia.

Pagliarani arriva da Viserba Rimini, da ben altri rilievi topografici, ma il realismo caratteriale e intellettuale è una spinta che pone basi fortissime nello spirito del tempo. Egli diventa così “parte di una parte necessaria”, come si legge nel risvolto di quel primo libro. Schwarz aveva capito tutto, era dentro le generazioni. Sono gli anni in cui molte cose accadono, e le menti vengono influenzate dalla relatività einsteniana, dall’atomica, dalla guerra fredda e dal consumismo, perfino nell’Italia della “500” raffreddata ad aria (ma anche della più familiare “600” e della ricca “1100”) i cittadini milanesi (e genovesi, posso deporlo) si esaltano per le scale mobili della Rinascente e i neon colorati con la scritta “Gancia” a lettere cubitali. Gli scrittori e i poeti migrano dalle coste liguri e romagnole verso Milano, Roma (qualcuno va a Firenze), sbarcano il lunario in trattorie a buon mercato e buon cibo, litigano, ridono, vanno a donne (qualcuno timidamente a uomini), s’innamorano e scrivono capolavori. I nomi sono noti, è tutta un’umanità intima e fisiologicamente attratta da sé stessa e dall’industria (meccanica ed editoriale), la lingua certe volte esplode e alcune altre lotta con la tradizione e il nuovo che avanza. Dentro a questo vitaminico bailamme Pagliarani agisce e reagisce, interroga la contemporaneità e in qualche modo la scrive, ritrovandosi in mezzo all’avventura dei Novissimi, scrittori plurimi e tutt’altro che simili fra loro.

La curatissima introduzione di Cortellessa all’integrale corpus poetico di Pagliarani è uno strumento impagabile per assicurarsi la conoscenza di una vita interamente dedicata alla scrittura, con tutto il corollario di definizioni e contrasti all’interno (e all’esterno) della Neoavanguardia. Attraversare i suoi poemi narrativi, da La ragazza Carla a Lezione di fisica e Ballata di Rudi, significa ritrovarsi dentro a qualcosa che scalcia, che non si lascia sommergere dal conformismo mutevole dell’epoca, e che rappresenta la “resistenza” di un uomo che di certo non le mandava a dire, a sodali e nemici, a segretarie e teatranti, a donne e souvenirs di varia natura. Ma la storia interiore ed esteriore s’intreccia senza fine, la si legge nei versi e nei memoriali (a cui si aggiunge il recente libretto Margutta 70 di Cetta Petrollo, moglie di Pagliarani) scritti dallo stesso Elio: uno per tutti il libro autobiografico Pro-memoria a Lia Rosa pubblicato nel 2011, l’anno precedente la sua scomparsa.

Accade poco prima della grande narrazione, intima ed epica, della Ragazza Carla, che oggi si possa rileggere il portento di Inventario privato (pubblicato da Veronelli a Milano nel 1959), in cui un Pagliarani insolitamente lirico si afferma nel paesaggio urbano, moderno, dove l’amore trova spazio nei cortili e negli androni, nei ritagli di tempo fra una vita d’ufficio e l’altra. Al poeta sono necessari i giorni, annunciatisi prepotenti, e le azioni che gli consentano di sopravanzarli nelle prove successive. Pagliarani passò dal film autarchico, personale, al set cinematografico tipico degli anni Sessanta, dove carrelli, dolly e montaggio trovano i loro maestri in Antonioni e Godard, dove la strada non si presenta come è ma come viene ricostruita “materialmente” dal cineasta e dallo scrittore. Senza dimenticare che Pagliarani non lasciò mai l’amato mestiere di critico teatrale i cui giudizi “ad alta voce”, in sala durante le rappresentazioni, fanno parte della storia e dell’aneddotica di merito. Si ha a che fare con partiture dove le immagini sono montate e rimontate, i dialoghi e i motti di spirito si susseguono fra lavori di montaggio tipici della celluloide e cut up che nemmeno gli americani si sognavano.

Rileggendo ci accorgiamo come in Pagliarani, ancora oggi si possano cogliere lunghi momenti aperti al futuro: motivi, desideri e amori garantiti da molteplicità di idee, coerenze provate e mai scontate, elenchi vitali messi in carico alla materia verbale. Non l’attesa di qualcosa d’indistinto ma una salda lezione civile continuamente messa alla prova. Gli strumenti c’erano tutti (in lui e in molti compagni di strada, Balestrini per esempio), chissà perché la poesia, in seguito, sembra avere smarrito la ricerca di forme inattese. Ma semplificare non è mai un buon segno. Qualcuno vorrà un giorno, anche approdando a questa summa poetica, riaprire i risultati raggiunti.

Le fitte pagine del volume contengono inoltre una serie di note esplicative, molte poesie disperse, interventi, introduzioni originali (scritte dallo stesso Pagliarani) alle prime edizioni di alcune opere, e un’attenta bibliografia curata da Giuseppe Andrea Liberti. Uno sforzo editoriale da parte degli autori e del Saggiatore che oggi decide compiutamente il posto di una delle voci più profonde nel complesso insieme della poesia italiana.

La foto di Elio Pagliarani è di Dino Ignani che ringraziamo per la collaborazione

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Getsemani oggi

Massimo Recalcati, La notte del Getsemani, Einaudi, pp. XII – 104, euro 14,00 stampa. euro 7,99 ebook

di ELIO GRASSO

Fuori Gerusalemme, nei pressi di un piccolo campo, c’è Getsemani (frantoio, in aramaico), il bosco degli ulivi. Gesù vi si ritira in una lunghissima notte durante la quale si compie il tradimento, e la condizione umana del Dio incarnato assume, nel suo segreto, la forma predestinata. La pesantezza dovuta all’estrema solitudine lo chiude in un vuoto abissale, qualcosa che probabilmente durante i suoi giorni eroici non aveva immaginato o presentito. È la notte del doppio tradimento (Giuda e Pietro), la notte in cui l’entrata festosa in Gerusalemme scompare e tutti lo abbandonano, gli stessi discepoli si addormentano lasciando il loro maestro dentro l’ineluttabilità della notte. Avanguardia della morte prossima, di cui Gesù è cosciente, destino di cui aver paura, poiché in quella notte tremenda Gesù è interamente uomo e prega. Ma Dio è silente. E Recalcati verifica nelle sue pagine assertive come sia il destino a comandare gli eventi, e a sorpassare ogni richiesta d’aiuto.

Gesù si rende conto come la Legge sopravanzi ogni suo intento, e quanto sia determinato il ciclo della passione che proprio in quella notte ha inizio. La distanza di Dio rende l’uomo (perfino Gesù, potrebbe dirsi) al massimo della sua condizione, e questo spiega perché proprio uno psicanalista ritorni alla notte del Getsemani. Non c’è riscatto dalla condizione umana, il silenzio divino alimenta il dolore nelle sue più intime cellule, e lo psicanalista può trovare il modo di trattarne il peso. Gesù si consegna al proprio destino così come tutti noi non possiamo fare altrimenti: questo affronta il libro di Recalcati (nato da una conferenza tenuta nel Monastero di Bose nel 2017), iniziando dal momento cruciale in cui si alza l’Osanna dell’entrata in Gerusalemme e Gesù veramente entra nel culmine radicale della sua predicazione.

L’asprezza verso le istituzioni è la chiave di volta, contro lo svuotamento da lui attuato i funzionari sacerdotali non possono che reagire. Il tradimento dell’eredità di Abramo, il mancato riconoscimento di quanto è stato a loro consegnato, sono resi visibili da quell’uomo che mostra come il patto sia azzerato. Per questo lo uccideranno. Il Dio cristiano, ora “solo un uomo”, è preso nella catena di eventi già scritti. Recalcati circoscrive le sequenze della caduta: Gesù annuncia ai discepoli gli eventi prossimi, mostrando di conoscere bene, subito dopo l’ultima cena, il destino suo e le loro reazioni, da una parte il tradimento di alcuni, dall’altra il sonno dei restanti.

Recalcati insiste, giustamente, sull’assenza di genuflessione in Gesù mentre conduce sé stesso al di là della paura della morte. Gesù è la porta che conduce la vita oltre la morte. E non è indenne il passaggio, attraversando il tradimento, l’angoscia e la solitudine. La forza del desiderio in Gesù, contrapposta al desiderio “politico” di Giuda, gli ha permesso chiamate irresistibili, eventi ampiamente noti attraverso le scritture evangeliche. Per lo psicanalista il transfert negativo di Giuda, unito al più misterioso e triplo misconoscimento di Pietro, consegnano Gesù al resto della notte definendo lo scandalo del cristianesimo: il silenzio di Dio di fronte all’invocazione del figlio. Ma la Legge non può essere interrotta, sebbene il Dio biblico in alcuni momenti lo abbia fatto, ma non c’è risposta a colui che in quel momento prega nella sua interezza d’uomo.

La consegna infine è attuata, al termine della notte del Getsemani. Lo psicanalista racconta l’ultimo passo, lo esplicita nel dichiarare che “la fede più radicale non sorge dalla presenza ma dall’assenza di Dio”, affermazione vertiginosa per molti di noi ma che trova una profonda lezione nel Getsemani e in questo libro che la descrive.

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Klossowsky non ama i musei

Pierre Klossowsky, Il bagno di Diana, tr. Giuseppe Girimonti Greco, Adelphi, pp. 115, euro 16,00 stampa

di ELIO GRASSO

Riprendiamo a rincorrere il mito (affare riservato ai pochi rimasti, della schiera umana postuma di un’èra editorialmente felice), ricavando qualche sublime istante dal quadro spettacolarizzato degli dèi offerto da Pierre Klossowsky. Adelphi ripropone Il bagno di Diana avvalendosi di una traduzione sfavillante e di un’immagine di copertina altrettanto luminosa. Si abbandonano i soliti Rembrandt e Tiziano per un Marcantonio Franceschini ai più ignoto, le cui rotondità barocche conquistano i nostri moderni occhi verbosi. Antichi fasti, altrettanto antichi fascini nel libro di Klossowsky dove la scorribanda nella complicatissima società degli dèi è gratificante almeno quanto certe glosse sull’origine del mondo. Il mitografo si muove, nell’abbondanza di intrallazzi e legami “familiari” di questi abitanti olimpici, con la costante sottigliezza che gli permette meditazioni originali e ripassi significativi.

Il mito di Atteone ha qualcosa che concerne la nostra vetusta modernità, i cui trucchi per ottenere facili piaceri si mostrano del tutto infantili se confrontati al contrasto fra seduzione e punizione disposto dalla dea Diana nell’istante in cui Atteone appare ai suoi occhi. Klossowsky, sapendolo bene, ne celebra i paradossi sacri e le rappresentazioni favolistiche giunte fino a noi nel corso dei secoli. Egli scopre la speculazione, quasi parodistica, dell’entità divina che, assunte sembianze umane per attirare a sé gli ignari (e un po’ stupidi) maschi terreni, compie gesti di cui in origine non avrebbe alcun bisogno: detergere il sudore dal corpo, mostrare ascelle e pube come una qualsiasi stanziale di ginecei o postriboli secenteschi. Le sfumature erotiche, forse perché rotolate lungo i millenni, non sono per niente estranee a certe villanie contemporanee, ma Klossowsky ha la capacità di captare frenesie ancestrali e rischi polimorfi, ma quanto esemplari ed essenziali per il mantenimento, oggi perduto, della stirpe umana.

Il tentativo di stupro, connaturato al manifestarsi di Atteone presso il luogo del bagno, non poteva trovare maggiore contrasto e reazione se non da una Diana che uccide, e poi si lava, e torna a uccidere: essenza irriducibile di colei che riconduce ad Artemide greca (i dodici Olimpi delle origini) e al fenomeno delle Amazzoni. La fisionomia di Artemide/Diana, se ci colleghiamo soprattutto a Omero, trova in Klossowsky le capacità di un rabdomante. Il suo flusso acquoreo riporta all’odierna esposizione delle castità aggredite e delle repliche all’offesa, fino al sanguinoso epilogo dello sbranamento da parte dei cani. Il cervo cornuto in cui è trasformato Atteone cacciatore (secondo l’attribuzione più recente), subito dopo l’aver sorpreso Diana nuda al bagno, è fatto a pezzi. Un istante prima, la dea immobile, sul capo la mezzaluna luminosa (che diventerà simbolo indissolubile), senza alcun gesto sembra trafiggerlo con la sua freccia più appuntita. La caccia ha sempre diviso gli uomini e gli dèi, implicito l’obbligo del cibo per gli uni e la quasi attività sportiva per gli altri, resta l’acquisto in molti casi gratuito della preda fino alla volgarità alimentare. Senza contare l’impeto sessuale nutrito dall’apertura della ferita conseguente allo scoccare della freccia. Il guizzo, la punta, l’azione fulminea rovinano soltanto gli uomini poiché non è dato agli dèi nutrirsi di sangue.

Ogni intervento olimpico in terra è burrascoso, il più misterioso appare quello che esemplifica il destino di Atteone (e, da lì in poi, dei suoi contaminati discendenti) in veste di intermediario fra il divino e l’umano: per questo il libro di Klossowsky (prima edizione, 1956) sembra giungere tuttora da distanze siderali, deflagrando nell’intimità della nostra psiche allo stesso modo in cui una dea, nell’aspetto di donna nuda, esemplifica la lezione di innumerevoli simboli, compreso l’estremo: la teofania ha un prezzo di morte, poiché avvicinare, minacciandola, la verginità, non solo contempla una fine certa, ma irrevocabile chiusura alla fecondazione felice.

Tra favola e saggio erudito Klossowsky è più che un buon visitatore, dopo sessanta anni ancora ci regala un patrimonio di significati originari contrastando le nostre ansie tecnologiche. Né gli dèi né l’uomo sono più capaci di riflettersi l’uno negli altri, l’universo che contempliamo non fa che deperire mentre tutti sono diventati passabilmente “mortali”. I demoni, mai dimenticati in questo libro, ormai sono men che curiosi, e quale dea sconsiderata vorrebbe ancora mettersi nei panni delle vergini moderne, e indossarne le impudiche vesti? Parlando di Diana e Atteone, Klossowsky evoca nella mente di un’umanità pressoché scomparsa emozioni rintracciabili oggi soltanto nei musei: la memoria forse riuscirà a trarre dalle proprie tenebre uno sprazzo della remota luce. Osservando il cielo notturno, i segnali di fuoco nella polvere sottostante, qualche confidenza potremo tuttavia accettare dal teatro còlto in flagrante per secoli da uomini, artisti e scrittori. Se così non fosse, non avremmo più rivalse sulla vischiosità dell’esistenza.

 

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Rotte balcaniche nel 2018

Maria Grazia Calandrone, Alessandro Anil, Franca Mancinelli, Come tradurre la neve. Tre sentieri nei Balcani, Animamundi Edizioni, pp. 112, euro 10,00 stampa

di ELIO GRASSO

Del resto la poesia ha facoltà di varcare spazi geografici precisi, anche quando va contro la storia o gli scrittori interpretano male i tempi. L’aria si fa tesa, sembra diversa dall’epoca della guerra dei Balcani. Sarebbe interessante sapere dove sono tutte le anime, quelle passate e quelle ancora vive. E come sono adesso le strade sconvolte dalle mine, se i fili spinati si sono arrugginiti o distrutti per virtù meteorologica. Con queste domande tre poeti si sono messi in viaggio, accettando l’invito del REFEST (Immagini e parole sui percorsi dei rifugiati), in un freddo gennaio del 2018 attraversando Bosnia Erzegovina e Croazia.

Come tradurre la neve è un libro che riporta tre esperienze caratterizzate da intenti poetici e diaristici, tre taccuini la cui creazione è prima di tutto esistenziale, per proseguire in qualcosa di fondativo nella scrittura. Passo dopo passo, con la comparsa della neve, gli autori hanno curato scarpe e occhi perché nulla sfuggisse: è stato l’assetto del cammino a corroborare mente e propensione documentaria.

Maria Grazia Calandrone, con Le case infinite, avverte subito che la guerra in quei luoghi non è mai finita, che le regioni percorse assomigliano al paesaggio del dopoguerra italiano, quando gli alleati se ne andarono e cemento e calcestruzzo sostituirono le pietre antiche. Ma è difficile salire il tempo, non resta che mettersi di fronte alla severità di un mondo scorticato e lasciarsi pervadere dall’aria contenente tutta la memoria. Nella prosa poetica di Il seme della dimenticanza Alessandro Anil prova a dividere gioie e dolori personali con quanto gli si para davanti, dando voce a coloro che da anni cercano di ritrovare la vita e si chiedono come riportare alla luce ciò che è svanito sotto le macerie, fra l’edera e la neve. L’autore si chiede come i ragazzi possano tornare e contendere agli animali l’esistenza. Ma salgono gradini, verso i primi piani dei palazzi dove non c’è anima viva. Nessuno abita più i piani alti. Nel Taccuino croato Franca Mancinelli descrive le difficoltà di viaggiare lungo confini che si sono fatti duri, dove i controlli allarmano e la neve di gennaio fa da filtro al paesaggio della rotta balcanica. La coltre cancella le tracce di tutti, spegne i bivacchi e ostacola la visione dei documenti e delle carte necessarie.

La volontà di vedere s’interrompe quando mancano i passaporti europei agli amici bosniaci. I paesi sono tagliati in due da dogane silenziose e solitarie, ci sono persone travisate per i loro tratti somatici, riunioni politiche apicali frammiste a campi rifugiati dove in mezzo a borracce e ciotole d’alluminio si percepisce lo spiffero del vuoto epocale. I poeti hanno attraversato la terra verso un’altra riva di mare, si trovano davanti a qualcosa che dovranno cercare di disincagliare. Le loro testimonianze scritte appaiono nello stesso momento della visione, ed è questo il significato profondo di un libro da sistemare ben bene nelle nostre borse o tasche.

Nel suo insieme i Tre sentieri incrociano gli sguardi senza filtri d’opportunità, hanno il significato dentro le parole di poetiche fertili, saggiano la direzione verso la verità senza blocchi ideologici e costrizioni partigiane. È sperabile che la gioventù si metta in cammino sui territori almeno quanto fa il Danubio per nove paesi. E infine la novità qui è il risorgere di voci lontane e pressoché dimenticate, la volontà di raccontare un’altra storia, quella di molti anni: basta guardarla lì incisa, nel paesaggio esplorato limpidamente da tre testimoni durante il viaggio con i loro compagni natii di quei luoghi dell’altra riva.

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Antônia nei flashback

Carol Bensimon, Biliardo sott’acqua (trad. di Daniele Petruccioli), Tunué, pp. 144, € 14,00

di ELIO GRASSO

Togliamo a Fargo (film e serie TV) il gelo del paesaggio e lasciamo la polvere sulle strade provinciali, togliamo gran parte della stupidità dai personaggi: nel bel mezzo di istituzioni quasi tribali e remote cronache, dove le sorti brasiliane sembrano incrociarsi al profondo sud americano, appaiono consuetudini ormai contaminate. Ma i miti sono duri a morire. E in Italia li coltiviamo come nessun altro al mondo. Alcol, rancheros, escursioni infinite su automobili oversize, luci che appaiono e spariscono senza sosta, pensieri al vento, tragiche performance, melodie sessuali, retoriche, barocchismo del Brasile fatato, confuso, palmiforme, tortillas e risvegli sudati: un menù che Biliardo sott’acqua porta con sé varcando l’Oceano alla ricerca di popolarità. La troverà nella sua iconologia sacra e profana, nei personaggi che non fanno altro che ricordare ed enunciare le cose perdute e gli avvenimenti traboccanti variabili, e probabili dimenticanze. Stanno tutti intorno ad Antônia, fanciulla di cui non si sa nulla e poco si saprà ma che serve a catalizzare le ipotesi di vita di coloro che l’hanno conosciuta e che qui si sforzano di raccontare qualcosa. Sono sempre gli stessi, giovani differenti riuniti accanto a un biliardo e intenti a tirar fuori dalle loro menti labirintiche tutte le nostalgie e le leggende concernenti Antônia, morta in un giorno qualsiasi on the road: Bernardo, Camilo, il Polacco, Helena, Gustavo, fratelli, innamorati, indigeni e stranieri che avevano fatto parte della sua vita, con la loro dose di tristezze e crudeltà, agitazioni e colonizzazioni culturali. Varia umanità che si muove con i rollerblade ai piedi, ascolta i Guns N’ Roses troppo rumorosi e che trova poche cose perfette nel circondario. L’incidente di Antônia li spinge a covare numerosi dubbi, ma l’affabilità resta come se l’aria di motel e musica country anni Quaranta li trasportasse direttamente in un altro mondo, precedente e carico di una movida più tranquilla. Sono spariti i cinismi, si giunge in un mondo in cui perfino la noia e il sudore appaiono degni di nota. È l’ordine, a tratti etilico, del romanzo in cui fanno capolino domande e domandine onerose e bermuda sgargianti, offerte quotidiane di panorami esotici (tali sono i fondali western trasportati direttamente nel mezzo delle pianure brasiliane) e soprattutto peripezie notturne narrate in incessanti flashback.

Carol Bensimon, di Porto Alegre, dopo questo romanzo del 2009 ha pubblicato altri lavori e di solito viene definita (dalla rivista internazionale “Granta”, per esempio) come una delle migliori autrici brasiliane. Il vantaggio di una resa espressiva mimetica, ariosa, le consente di spingersi verso un realismo non banale, dove la magia non arriva da chissà dove ma da zoomate e flash sulle architetture circostanti e nelle tasche ormai svuotate dei personaggi. L’universo di Biliardo sott’acqua è labirintico come un mercato al momento della chiusura, vi stanno dentro coloro che vogliono tirare le somme giornaliere e quanti non vedono l’ora di allontanarsi. Fra garage e bar di limpido squallore, sete di avventura, desiderio di corpi e cognac a buon mercato, qualche poesia nelle tasche dello studente innamorato (il solito Eliot qui non è per niente “solito”), le immagini sgorgano a velocità sostenuta, quasi improvvisazioni jazz abbastanza raffinate. Se si trattasse di un’indagine il colpevole sicuramente non verrebbe stanato, non vi apparirebbero eroi cool, ma abitanti periferici e viaggiatori depressi e lunatici alla mercé di folate di vento torride e corpi leggermente civettuoli. Ma il romanzo è costruito su menti castigate con una prevalenza di sentimenti carichi di mestizia esistenziale poiché nessuno può sottrarsi a certe casualità regolanti le giornate. L’ultimo fatto realmente accaduto si è congelato nella testa di personaggi sull’orlo della maturità e incapaci di vedere il futuro oltre l’ultimo lembo del loro paese. E questo riempie gli scaffali della nostra irregolare (talvolta cinica) ma documentata ludoteca filmica e letteraria.

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