Tutti gli articoli di Elio Grasso

Il difficile recupero del passato

Martin Pollack, Il morto nel bunker, tr. Luca Vitali, Keller editore, pp. 296, € 18,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Il terzo libro di Martin Pollack pubblicato da Keller ha l’esclusiva sul dolore, sulla complessità degli inferi novecenteschi. Le memorie moderne fanno scattare meccanismi aspri in quei luoghi a cui oggi è impossibile arrivare per mettere a posto le cose. Non sempre si tratta dell’anima, ma qualcosa di simile alberga nei paraggi, e chi riconduce a oscurità passate conosce bene i pericoli e le sorprese più destabilizzanti. La domanda che si pone qualunque lettore di fronte al Morto nel bunker è: cosa si prova scoprendo che il proprio padre è stato un ufficiale delle ss e probabilmente un criminale di guerra?

La ricerca di Pollack restituisce la storia di parte della sua famiglia, e la storia verosimile di quel che accadde nei territori a cavallo tra Italia, Austria e Slovenia dall’ultimo Ottocento alla fine del Reich. Nel 2003, insieme alla moglie, Pollack intraprende un viaggio nel Tirolo del Sud (quello che ci ostiniamo a chiamare col nome fascista «Alto Adige») per scovare il bunker dove suo padre venne ritrovato ucciso cinquantasei anni prima. Il bunker era uno dei tanti fatti costruire da Mussolini tra il 1936 e il 1942 per sbarrare la strada ad Austria e Germania, ma sembra che a questo scopo non vennero mai utilizzati. Non avendo nessun ricordo personale, l’autore (meno di tre anni quando suo padre morì) investiga su un passato difficile da disseppellire.

Città paesi e campagne, a molti tuttora sconosciuti, furono testimoni di avvenimenti domestici, all’apparenza innocui, mescolati a storie orribili che trafissero il secolo. La dissoluzione dell’impero asburgico crea la manifattura dell’orrore, dalle nervature geografiche all’implosione di un intero continente. E gli uomini? Figli e padri hanno nomi, i primi (se nati in epoca bellica) hanno saputo sopravvivere e poi ingegnarsi nella ricerca di misteri, sparizioni, omertà.

Il morto ritrovato nel bunker in Val d’Isarco è il padre dell’autore, ucciso con colpi di pistola nel 1947, durante clandestinità e fuga. Da lì parte l’indagine, attraverso incontri e scampoli di ricordi, documenti e narrazioni (brevi, circospette) di genti che non amano rievocare momenti oscuri. Le fotografie inserite nel volume ci mostrano un uomo serio, elegante, perfino sorridente quando non ripreso in scatti ufficiali con divisa delle ss e berretto col teschio. Nel libro, reportage composito di fatti e circostanze relativi a dissidi fra diverse etnie e spaventosi eccidi, si scoprono particolari a cui nessuno oggi riesce a pensare in modo composto: resta il fatto che tutto questo dovrebbe essere elencato in antologie scolastiche e compendi a uso famigliare, in anni in cui la memoria ormai sbiadisce inesorabilmente per motivi anagrafici e politici.

La guerra, su quei territori, alberga in numerose vicende familiari, e assume un aspetto ben diverso da quello immaginato dai tomi ufficiali o da certi soggetti filmici. Soprattutto appare misterioso come il germe umano della follia possa allignare dentro discendenze all’apparenza tranquille e prive dei lati distruttivi di orrore e fine. Non serve qui elencare quanto viene rievocato dall’autore, accanto allo sforzo sentiamo un’etica impareggiabile, una levità che tocca nel profondo. S’intraprenda invece, con questo libro, un salutare viaggio verso le pieghe geografiche (e mentali) delle frontiere italiane di nord-est dove ancora oggi pizzicano la pelle le arie distruttive del Novecento. La copertina mostra, in tagliente contrapposizione, un radioso manifesto turistico del 1934 che invita a visitare l’Austria. Nell’epoca in cui a segni e segnali difficili da interpretare (o forse il contrario?) dovrebbero contrapporsi nuove lucidità politiche e sociali, il libro scopre le radici comuni e private della nostra coscienza.

https://www.kellereditore.it/

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L’altra metà del modernismo

Shari Benstock, Donne della Rive Gauche. Parigi 1900-1940tr. Manuela Faimali, Somara! Edizioni, pp. 574, € 32,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Dopo aver letto la tenera biografia di Sylvia Beach, tutta accoglienza denaro e avventure editoriali intorno all’Ulysses joyciano, addentrarsi nell’enorme lavoro d’indagine compiuto da Shari Benstock e sfociato in un volume di quasi 600 pagine non è compito da prendersi alla leggera. Monumentale è l’esito che abbiamo davanti, pubblicato in origine nel 1986 dalla University of Texas Press. L’autrice accoglie e accompagna non soltanto le avventure intellettuali di un gruppo di donne sulle rive della Senna (soprattutto la Gauche!), ma anche le loro vite intrecciate, ambiziose, vivaci, energiche, ricche di amori seguiti secondo «il loro modo» (come Nadia Fusini spiega nella preziosa introduzione), le loro ansie, la loro differenza.

Nominarle è essenziale, il lettore deve conoscere immediatamente con chi ha a che fare, e se alcune a pochi diranno qualcosa, ebbene ora è il momento giusto per procurarsi quest’opera. Siamo a Parigi, sul bordo estremo della Belle Époque. E dunque ecco i nomi: Gertrude Stein, Djuna Barnes, Natalie Barney, Sylvia Beach, Colette, Nancy Cunard, H. D. (Hilda Doolittle), Alice B. Toklas, Mina Loy, Adrienne Monnier, Jean Rhys, Caresse Crosby, Janet Flanner, Solita Solano, Kay Boyle, Bryher (Winifred Ellerman), Margaret Anderson, Edith Wharton, Jane Heap, Maria Jolas, Anaïs Nin, Renée Vivien. Un inventario che addensa generi letterari, mode, talenti rivoluzionari, pieghe esistenziali, sicuramente litigi e innamoramenti lesbici e intellettuali di prim’ordine.

Le posizioni patriarcali di uomini che si chiamano Joyce, Eliot, Pound, Scott Fitzgerald, Hemingway, Gide, Valery, Picasso, Modigliani, Ernst, e via dicendo, di fronte a una libertà immensamente cercata e voluta, che fine fanno? Le posizioni sono molteplici: dall’indifferenza al savoir-faire, dalla resa al più bieco opportunismo. Ma l’autrice insiste: la scena letteraria a Parigi non era tutta in mano agli uomini. La diffusione del Modernismo, fenomeno anche sociale politico ed editoriale, avvenne soprattutto grazie alle donne che pubblicavano, vendevano, e inventavano nuove riviste. Basta consultare le biografie e le corrispondenze per accorgersene.

Certamente la rivoluzione culturale del primo Novecento passa per una molteplicità di nomi, anche maschili, ma Benstock nel suo saggio ribalta la concezione comune. In ogni capitolo, e soprattutto in ogni paragrafo, la descrizione delle singole esistenze femminili è molto puntigliosa, ma tutto serve (e moltissimo) ad addentrarci in una società in cui i cambiamenti avvengono a ritmi elevati, e non soltanto per la guerra che sconvolge lo stato dell’Europa. Parigi a tratti sembra avvolta in una bolla, seguendo le avventure di donne così talentuose si fatica a intravvedere, e a immaginarsi, la vita della gente comune: che facevano in quegli anni gli operai le massaie i perditempo gli impiegati i poliziotti i mercanti negli arrondissement della Cité Paris? Ma non chiediamo troppo, il nucleo di questo libro è sufficientemente folto di particolari, di carezze e scontri, di “maternità” letterarie abbraccianti entrambi i sessi.

La sua attrattiva sta nei capitoli riservati a vere e proprie monografie di scrittrici e poetesse e libraie/editrici. Circostanze individuali, stili di vita, erotismi, distinzioni sociali, e poi riviste minimali dalle grandi influenze, reportage sul New Yorker, gli USA alle spalle, femminismi inediti, cacciatrici e prede (non serve nasconderlo), Dreyfus e antisemitismo, fino alla notte hitleriana. E la commovente ammirazione di Anaïs Nin per Djuna Barnes. Ma siamo in fondo agli anni Trenta. Le cose cambiano. Non si tratta, dunque, di riesumare personaggi più o meno dimenticati, ma di far riemergere da un’epoca irripetibile la vera storia e le opere che hanno cambiato la letteratura del Novecento. Con gli stili, le verità sull’amore fra donne, e tutta l’incantevole mescolanza di giocosità e seria indagine di scrittura.

Il taglio iper-femminista, dato dall’autrice a Donne della Rive Gauche, può apparire troppo determinato a compensare le mancanze della saggistica di taglio soprattutto accademico. Ma è un peccato veniale, ampiamente mitigato dall’interesse verso esistenze e opere di donne (sarà una mia passione primaria, non lo nego) che si chiamano Djuna Barnes, Colette, Mina Loy, Anaïs Nin, Solita Solano. Senza contare l’avventurosa e contorta storia dell’Ulysses nelle mani prensili, materne e pratiche di Sylvia Beach. Non soltanto una scrittrice: per questo, fra tutte, la mia preferita.

https://www.somaraedizioni.com/

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Elena Ferrante: l’avevamo detto, noi…

Ora che Elena Ferrante e le sue storie si stanno facendo conoscere anche tra chi non apre un libro, grazie all’adattamento televisivo frutto di una co-produzione italo-americana (visto che la Ferrante, o chiunque si nasconda dietro questo pseudonimo, ha goduto di un successo all’estero decisamente insolito per uno scrittore italiano contemporaneo, fatto salvo Camilleri), ci perdonerete se riproponiamo la recensione del primo romanzo della serie scritta da Elio Grasso in tempi non sospetti, e pubblicata sul numero 95 di PULP Libri, del gennaio-febbraio 2015. 

Elena Ferrante, L’amica geniale, e/o, pp. 336, euro 18,00

Elena Ferrante appartiene alla scrittura come i vicoli delle città di mare appartengono a quest’ultimo, hanno i loro percorsi nelle viscere amate o deplorate della gente comune. Spaccanapoli o Via Prè non fa differenza, i dialetti vanno e vengono sulle pelli sudate e sotto i vestiti delle belle di turno alle prese con diavoli e angeli. Con L’amica geniale l’autrice torna alla storia di un abbandono: come accadeva nel primo sorprendente romanzo, L’amore molesto, qualcuno vuol far perdere le tracce, lontano da un folto gruppo di personaggi. Due in particolare, femmine che da bimbe possono salire verso la casa dei mostri, del mostro per antonomasia, che poi si rivela genitore di una stirpe di vandali dell’animo. E che comandano la strada sotto i loro passi. Lila e Lenù, crescendo marciano alla conquista di una lingua, e per farlo trafiggono come fossero lanciatrici di pugnali. Due bimbe, poi adolescenti, mettono le loro e bellezze e intelligenze «diverse» al servizio di un quartiere che sta alla rinfusa dentro anni difficili e cattivi, rugosi ma trepidanti. Anni che diventano mezzo ‘900. Ferrante, scrittrice che della clandestinità ha fatto apprezzabile regola vitale, in questo romanzo mette sulla strada corpi sanguigni che fanno crescere il loro cervello attraverso gesta eroiche e gesta di semplici teppistelli. La scuola e il saper scrivere, il saper vedere oltre i confini murati del quartiere, la volontà ferrea e le più becere inquietudini, ereditano una forte sostanza. È la capacità dell’autrice di sferrare attacchi alla lingua italiana, dove non ci si aspetterebbe, a far volare il romanzo come per oltrepassare distanze enormi. Tutte temporali, in questo caso. Quel che le protagoniste imparano ci giunge coloratissimo davanti allo sguardo e la loro rincorsa diventa la nostra. Come reginette consapevoli d’essere parte di una letteratura senza tempo, sbagliano rotta e si correggono, stanno con i ragazzi e le famiglie violente del rione, vedono mutare i loro corpi e s’intrecciano all’evolvere del tempo che macina fino a consegnarle al futuro che verrà. Così come verranno i successivi capitoli, annunciati, di una narrazione che dagli anni ’50 arriva fino a noi.

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Il nostro sguardo, nei secoli

Mark Cousins, Storia dello sguardo, tr. B. Alessandro D’Onofrio, Il Saggiatore, pp. 551, €35,00 srtampa, €15,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Che bella sorpresa trovare dentro un grande libro (per mole e qualità) la «storia» del mondo, stando in piedi davanti a innumerevoli immagini, proiettate da chi ha per le mani un solido mestiere. Filmmaker, scrittore, critico, Cousins abborda la storia visiva dell’umanità non trascurando pressoché nulla di quanto s’è posto sotto il nostro sguardo nel corso dei secoli – decine di migliaia d’anni, per la precisione, se pensiamo ai graffiti nella grotta di Lascaux. E dunque l’arte del vedere come si è trasformata nell’uomo, da quell’epoca all’attuale, attraversando millenni di esperienza, pittura, scienza, fotografia, cinematografia, web, realtà virtuale, e… Appunto, dopo questa «e» chissà cosa ancora ci aspetta.

Cousins riesce a catalogare quel che l’uomo ha sempre fatto, guardare, dandosi un compito sterminato, tanto è sterminata la trama delle cose del mondo e delle cose create secondo lo spirito letterario e artistico insito nella specie. Finito di girare un film, l’autore cerca di contrastare l’affievolirsi della vista. Sentendosi più a suo agio con le immagini, come una grande massa di suoi simili, decide di diventare una guida, una guida molto personale e certamente non enciclopedica (ma poco ci manca) per tutti coloro che aspirano ad attraversare il globo terrestre quasi esclusivamente con i propri occhi. E inizia così l’avventura in un tomo dove Cézanne si trova accostato all’arte egizia, e da lì al volto di Liz Taylor in Cleopatra il passo è breve.

Il visibile è diventato parte integrante dell’universo quando si lasciò indietro la dimensione quantistica dell’origine, poco dopo il Big Bang, circa 14 miliardi di anni fa. E miliardi di anni dopo apparve quella strana anomalia che siamo noi, osservatori umani. Non chiediamoci quali altri osservatori possano essere sparsi nello spazio delle galassie, non affatichiamo troppo la mente e restiamo attaccati alla nostra terra. La natura ci ha dotati di un apparato visivo alquanto sofisticato, e pur nell’ambito ristretto delle frequenze disponibili se n’è fatto un buon uso. Senza dubbio.

Fra analisi delle tecniche pittoriche e fotografiche, e approfondimento dei concetti meditativi, Cousins dispone la strada nell’abbondanza di immagini contenute nel volume, riuscendo in modo impareggiabile a (letteralmente) immergerci in un mondo fluttuante colmo di misteri finalmente espressi e rischiarati. La Gioconda affiora dal paesaggio sfumato, questo si sa, ma ne abbiamo più coscienza seguendo le amabili «istruzioni» dello scrittore-regista. Possiamo capire in che modo Galilei osservava la luna, o Leopardi lo spettacolo del Vesuvio in eruzione. Improvvisamente ci è chiaro come l’uso del colore da parte dei pittori, segnasse il loro immaginario lungo le epoche, e come ogni rappresentazione mutasse il proprio senso insieme al cambiamento di materiali e pigmenti. E poi arrivano la fotografia, il cinema, l’irruzione del futuro nella tecnica e nell’immaginario, lo sfarzo visivo che le autostrade (per esempio) solcando la terra assoggettano l’occhio di guidatori e passeggeri.

Moderno e postmoderno, a un certo punto, hanno invaso le circonvoluzioni 3-D del cervello. I nuovi intrattenimenti, e i traumi visivi, diventano politici in modo sommo. Una per tutte: l’immagine monumentale, «superbamente illuminata», di qualcosa di terrificante: i frammenti di metallo, cemento, carne del World Trade Center nell’istante in cui crolla. La televisione, il giorno 11 settembre, dava in pasto al pianeta la visione del “costituirsi di una fossa comune». Dove nemmeno Hollywood era mai riuscita ad arrivare, nonostante il gran numero di pellicole che mettono in scena la distruzione d’intere città.

Storia dello sguardo affronta ogni tipo di cosa e fenomeno, giunge alla realtà virtuale e aumentata, al fenomeno di skype e ai milioni di occhi artificiali che sorvegliano. Chi possiede sguardo è guardato, e Cousins si chiede a quale tipo di punti deboli occorre andare incontro, o scontrarsi. L’analisi delle debolezze, messe in campo oggi dalla tecnologia, comporta passi certamente troppo lunghi, e difficile è comprendere se ci attende ancora qualcosa di positivo, dopo che «per la nostra specie guardare è stato un atto parzialmente positivo. Nella sostanza ha migliorato le nostre vite». Per ora, miglioriamo qualcosa di noi entrando nella galleria d’arte, ovvero nella «storia del mondo», di questo libro.

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Dove le mappe non esistono più

Lawrence Osborne, La ballata di un piccolo giocatore, tr. Mariagrazia Gini, Adelphi, pp. 224, €18,00 stampa, €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

In questo romanzo di Osborne il doppio gioco viene azzerato da quei selvaggi incontri d’azzardo che sono il baccarat e il baccarat punto banco (“la regina carogna e puttana dei giochi di carte da casinò”), dove la presunta intelligenza di un giocatore viene sconfitta dalla più corrosiva azione della fortuna. Osborne definisce il proprio eroe “piccolo”, ma quando l’assalto a questi oscuri (le tenebre della notte, a Macao, fanno sempre il loro gioco) e labirintici casinò arriva a mettere sul tavolo milioni di dollari, sia americani che di Hong Kong, ci si chiede di cosa stiamo parlando.

Lo sa bene Lord (falso) Doyle, originario del New England, mentre entra ed esce dall’aria fetida, a tratti frizzante data la vicinanza di mari tempestosi, di Macao. Se in Cacciatori nel buio l’avventura avveniva tutta nelle putride e ammuffite strade e paludi cambogiane, nella Ballata di un piccolo giocatore il protagonista attraversa guai seri completamente asserragliato in alberghi dove i piani bassi e i sotterranei sono occupati da casinò d’ogni genere, d’alto e basso bordo, e dove la riverenza cinese nasconde torbidi disegni. Champagne e alcolici assaltano il cervello e le tasche degli avventori, Doyle punta il proprio denaro come se tenesse fra le mani un revolver puntato alla tempia. E, come sempre accade nei romanzi di Osborne, sembra che al fianco del giocatore se la spassi un fantasma, un doppio, tutto teso alla rovina del compare.

Qui non c’è più la guerra indocinese, ma il demone Kurtz continua la sua nefasta azione tra l’esoterico e il sanguinolento commercio. Non sorprenda, siamo ancora nel labirintico Oriente, basta sostituire le foreste del delta del Mekong con le ballardiane foreste di cristallo del terzo millennio. E i guai lo, i Westerners, gli occidentali, come sono definiti dai cantonesi gli europei finiti lì (letteralmente uomini-fantasma), spesso si trovano inguaiati in traffici sconosciuti o, come in questo caso, in azzardi disastrosi per l’eventuale malloppo arraffato in patria.

In una nuvola appiccicosa di cortesie, di cibi e vini elargiti all’Hotel Lisboa, l’assorto Doyle perde e vince i propri soldi con un andirivieni simile a uno sconfortante misfatto, un’eversione che disturba nel profondo e che il grandissimo Osborne ci getta in faccia come nessun scrittore riesce trattando analoghi argomenti. L’atmosfera delinquenziale (del tutto legale, sia chiaro), vanitosa e malata fin dentro alle budella di croupier, assistenti e cortesissime hostess, viene spinta pian piano in luoghi dove il sogno sembra realtà e la realtà appare come una mistificazione da tutti accettata benevolmente.

L’incontro con la misteriosa e graziosa Dao-Ming muta le cose, e il romanzo vira verso zone dove le mappe non esistono più: il territorio si fa ogni giorno più fosco, il denaro compresso nelle valigette nere (Fleming e Greene se la ridono nel paradiso del thriller) passa di mano in mano alla velocità della luce, il sesso non ha quasi più importanza, il fumo del tè Oolong rinforza i corpi sfatti, e la vegetazione che dovrebbe essere lussureggiante diventa il caldo abbraccio dove rilasciare le membra, dove “Lord” Doyle assicura la propria eternità, in piena assonanza con i luoghi vissuti. Un guai lo trasformato dalle leggi locali in un’entità diversa, qualcosa che le antiche foreste tropicali riconoscerebbero se ancora esistessero nel groviglio di cristallo dei grattacieli.

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Adriana a Capri

Sergio Lambiase, Adriana cuore di luce, Bompiani, pp. 256, € 17,00 eBook € 9,99

recensisce ELIO GRASSO

Per un libro così ci vorrebbe un grande trattamento, per esprimersi come fece Arbasino a proposito del Meridiano di La Capria. Gli amanti della Letteratura, degli scrittori e degli artisti che vivevano nella prima metà del Novecento, troveranno dentro il romanzo di Lambiase tutto quel che serve a autorizzarsi nipoti di un’epoca irripetibile. Romanzo? Molto di più. Operazione nostalgia? Tutt’altro. Probabilmente la quintessenza di stili e architetture mentali, oggi senza pari, con grande ricchezza documentaria di lettere e documenti rintracciati in archivi personali e familiari.

L’opera di Lambiase ha qualcosa di miracoloso, e non soltanto perché riporta in luce (e che luce! Capri e il Golfo di Napoli) una delle bellezze più sfolgoranti di quell’epoca, la biondo-fulva Adriana (Capocci Belmonte) amata, ammirata, corteggiata da (fra i tanti) Anna Maria Ortese, Enrico Prampolini, Paolo Monelli, Alberto Moravia. Impossibile riassumere una vita come la sua, se non leggendo Adriana cuore di luce, così definita dalla Ortese nel Porto di Toledo, dove Adriana è protagonista (col nome Aurora) insieme al grande e controverso amore Aldo Romano, il “Cesare” confidente dell’OVRA (ma a quei tempi i cosiddetti informatori erano ovunque, a Cinecittà come nei mercatini di periferia) e oscuro personaggio in bilico tra fascismo e antifascismo.

Fanciulla longilinea, lunghi capelli ricci, figlia di aristocratici, sofisticata, e giovane vittima della tubercolosi, la micidiale “peste bianca”. Muore nel 1944, a ventisei anni, nella Napoli torrida di Malaparte, dopo aver attraversato l’amicizia e le passioni di uomini e donne soggioganti e gli sfarfallii di anni infuocati. Eccitazioni, martirii e guerra non mancarono mai intorno a quell’isola che con la sua silhouette attirò a sé ogni sorta di cervello malato di arte, di scrittura e di giovinette dalla pelle rosata.

Capri maliarda, patria di geni e dissoluti, di sindaci beatificati e surrealisti indemoniati, di russi più o meno rivoluzionari e fanciulle in fiore degnissime d’essere immortalate da pittori visionari. E proprio dal grande ritratto («destinato a fare epoca»), dedicato da Prampolini a Adriana, prende l’avvio il libro di Lambiase. Vasto e sfolgorante, questo Spazialità solare o Adriana a Capri, dove la ragazza, braccia sollevate al cielo e gambe divaricate, sospesa in bilico sulle rocce di Marina Piccola, domina chiunque vi si trovi davanti. L’autore elenca memorie con rara attenzione, brani di lettere occupano gran parte dello spazio, le relazioni s’incrociano in schemi niente affatto consolidati. Nelle pagine s’incontrano Franco Lattes (Fortini), Soumy Tagore (nipote del premio nobel, antimperialista), D. H. Lawrence, Rosselli, Croce, Palma Bucarelli, Moravia. Anna Maria Ortese tiene la scena nei romanzi e nei quotidiani incontri con l’amica adorata, si percepiscono gelosie e giochi seduttivi ai quali l’affascinante Adriana non si sottrae, affamata di vita (e di letteratura, di letture e corrispondenze) pur nella malinconia congenita che l’avviluppa.

Ma basta guardare attentamente le foto presenti nel volume per sentirsi catturati da un vortice di solida magia giunta da tempi lontani, da luoghi del mito che non si vorrebbero estinti. Si comprende come gli amori, febbrili, sotto quei cieli volteggiassero intorno a spiriti capaci di tutto nei loro privilegi e nelle inevitabili cadute. Ogni cosa del mondo scuotesse anime e corpi era volta in romanzi, opere d’arte, e situazioni tra il familiare e il mondano. Adriana a Capri, ci dicono, continua magicamente a sedurre in una stanza romana colma di luce. E Adriana ora riconquista il posto che merita nella nostra memoria. In primo piano, alta, la treccia dorata a lambire sia Napoli sia La montagna incantata dei sanatori, solarità mai del tutto perduta nelle tenebre annunciate.

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Coi genovesi non si scherza

Ilja Leonard Pfeijffer, La Superba, tr. Claudia Cozzi, Nutrimenti, pp. 336, € 18,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

La Superba. Genova, per meglio dire. Ai genovesi, impegnati nelle loro faccende, cosa volete che importi? Solo a uno straniero può venire in mente di dare quel titolo a un romanzo ambientato nella Città Vecchia. Il centro storico, i carruggi, sono un archetipo. Il gigante olandese, simpatico, scrittore e poeta, e puttaniere innamorato, ha il suo bel da fare per controllarne lo scenario.

Si sa che la Zona che va dal Porto Antico a De Ferrari e al Ducale e giù fino a San Donato si distende e si contrae, si ripiega e si adagia a ritmi da competizione: convenzioni e melodrammi e coincidenze assurde non ricevono resistenza dagli indigeni, se mai considerano i viaggiatori capitati lì come oggetti o cisti estranei da isolare, circondare, e da espellere sputacchiando. Il romanzo di Pfeijffer narra proprio questo, le vicissitudini di un viaggiatore, con l’aggravante d’essere innamorato, alle prese con queste Olimpiadi della resistenza.

Al Caffè degli Specchi (in quale altro luogo, se non qui?) incappa nella ragazza più bella di Genova, nella “grotta di porcellana” (lì Campana e Sbarbaro, i poeti, s’incontrarono in un altro secolo, e il primo vi lasciò un pezzetto d’anima poi riversato nei Canti orfici) dove oggi chi vi passa nemmeno si rende conto di cosa ha di fronte. Il nomade nordico, Leonard stesso, possiede un regime vitale da far paura, tra bevute sulfuree e apparizioni salottiere, in mezzo ai tavolini dei numerosi bar di Piazza delle Erbe (ma quanti sono? E chi lo sa), tra dialoghi serrati con migranti diventati stanziali e stanziali che non ne possono più di quel che vedono e sentono.

La topografia è il pane quotidiano di scrittore e protagonista, fa quasi rabbia la precisione cartografica, lo sguardo che coglie tutto il buio e tutte le improvvise folate di luce e vento in una sorta di trompe-l’œil digitale carico di elettricità e marciume. Le vicissitudini si sbriciolano fra reperti anatomici trovati accanto a cassonetti dell’immondizia e dispersi in mare, tra femmine che non sono femmine e marocchini misteriosi e pericolosi almeno quanto certi faccendieri affamati e affannati. Le gerarchie sono spezzate in questo romanzo picaresco, le donne vere se la squagliano, restano le tardone perennemente ubriache che forse non sono genovesi, così come lo scrittore, tutti travolti da maree asfissianti dagli angiporti e dai moli verso i vicoli meravigliosi e oscuri.

Gli unici veri genovesi sembrano i due negozianti di Salita Pollaiuoli (proprio di fronte al Caffè degli Specchi) che nemmeno si parlano, ma fumano insieme prima di abbassare le saracinesche. In silenzio, come si addice a certe presenze fuori dal coro: non sventolano bandiere, ma scrutano e hanno accantonato da un pezzo gli schemi ancora validi altrove. Qui è Genova. E i secoli pesano. Se ne accorge lo scrittore, e il lettore, quando si trovano immersi, e contromano, in questioni che possono interdire per sempre. O trasformare in flâneur etilici, a tratti coscienti e a tratti cenciosi, e in incanutite bestiole.

Inutile continuare a dire che Genova, arrivando dal mare, è un labirinto: chi vi è perso dentro, dopo l’ammaliamento, difficile che risponda ancora, chi la sfiora sceso dai traghetti non conta. Il senso di La Superba (anche il titolo originale, olandese, è questo) sta tutto nella sua rincorsa di nomi e abitanti spariti e riemersi, mentre la ragazza più bella di Genova, certamente, osserva e sta in disparte. Altrove. E proprio per questo le donne di Genova sembrano tanto altezzose e magnifiche. Devono sopravvivere alle continue offerte di Negroni e Prosecco. A essere schiavi sono coloro che bramano e offrono. Attenzione, oggi più che mai con noi genovesi non si scherza.

https://www.nutrimenti.net/

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Storie a miriadi

Giovanni Mariotti, Storia di Matilde, Adelphi, pp. 240, €12,00 stampa, €6,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Destino di un autore, attento alle elaborazioni forestiere, direttore della mitologica Biblioteca Blu di Franco M. Ricci (anni ’70, collana dove apparvero, fra gli altri, opere indimenticabili come Parodia di Ruggero Guarini, Le specie del sonno di Ginevra Bompiani, A. dello stesso Mariotti), scrivere un romanzo di oltre 200 pagine privo di punteggiatura. Tranne il punto fermo che sigla l’ultima parola al termine del libro: «folla». Giovanni Mariotti, i cui articoli sui giornali ci trasformavano in immancabili sodali e si allestivano imprese per ricercare i suoi libri imprevedibili, perfino poesie mai proliferate nel mucchio delle porcherie sui banchi editoriali. Ma suggerimenti e provocazioni, in quell’epoca, caricavano di vivacissime idee e contagi intellettuali, anche se il più delle volte i risultati non rappresentavano nemmeno l’ombra di quel che altrove era la summa di geni incomparabili.

Oggi la riedizione di Storia di Matilde, dopo 25 anni, supera d’un colpo la presunzione di alcuni d’essere portatori di un nuovo, che invece langue e non trova autorizzazioni a elogi e diffusioni. Gli anni sono questi, l’aria si fa tesa, le peripezie editoriali vanno cercate altrove, l’alta qualità e il beautiful people li troviamo nelle folte (per fortuna) pagine di Arbasino, di Longhi e Manganelli e nelle vecchie collane finite su eBay e che costano una fortuna. E anche Inge Feltrinelli, ahimè, è morta.

Il romanzo di Mariotti ha bisogno di polmoni ampi e di occhi tenaci, la dovuta attenzione pretende comfort e luci diffuse, Citati avverte che occorre un “piccolo sforzo” per adeguarsi al ritmo ininterrotto, e tenere il passo di vicende e intrecci non certo privi di richiami e complicazioni, e di vertiginosi salti del tempo. C’è un grande ordine romantico dentro a Storia di Matilde, mille rivoli di destini e dolcezze presentite e forse vissute dalla cara fanciulla. Se ci fosse Proust di mezzo, capiremmo il da farsi, Mariotti però tiene ben stretti in pugno i nodi del proprio scrivere e della propria invenzione, perfino James troverebbe pane per i suoi denti nel bel mezzo del romanzo.

Malinconie, solitudini? Pieghe magistralmente svolte e riavvolte dalla scrittura? Certamente questo libro è una dimora fatta di mezzanini e stanze dentro stanze, abbaini e soffitte, anche camere da letto soffici dove infondersi un po’ d’allegria. La gestione dei garbugli esige mosse e contromosse, da parte dell’autore, giù giù fino a quel che il lettore vede davanti ai suoi occhi e intravede lontano nella bruma del mattino. Si può esser felici nell’assistere allo sgattaiolare di un micio dallo schermo del computer, almeno quanto può esserlo stato Mariotti nello scriverne nuance e malizie.

Le storie, avvertiamo, qui dentro sono miriadi, e ognuna di esse avrà il suo tenero e affezionato fan.

http://www.adelphi.it

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Forma intera di poesia

Patrizia Valduga, Poesie erotiche, Einaudi, pp. 284, €16,00 stampa, €8,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Dice bene Galaverni, tutta la poesia di Patrizia Valduga è accomunata dalla tematica dell’erotismo, sotto la cui insegna s’incontrano pagine dove il barocco e il petrarchismo cinquecentesco subiscono l’onta (si fa per dire) di assalti scollacciati e avventurosi balzi delle parole in turbinii e avventure genitali che però sono ben presenti nella letteratura italiana di ogni tempo, soprattutto là dove gli studi della poetessa si sono compiuti.

Amante della forma chiusa, a tal punto da uniformarvi l’intera vita, umana e poetica, tanto che perfino Giovanni Raboni, suo compagno, vi ha aderito in una stagione importante della sua opera. Questi amalgami senz’altro hanno interessato il pubblico, le hanno portato simpatie e anche qualche critica non propriamente corretta. La fede «senza se e senza ma» di Patrizia contiene tratti di un’oltranza miracolosa, unita a una capacità compositiva ineguagliata dal suo esordio nel 1982 con Medicamenta.

Non soltanto nelle vesti di Ladra di versi, così come lei stessa si definisce nella breve e interessantissima confessione finale posta a epilogo di questo libro. Come grande post-freudiana, e quindi negatrice dell’ispirazione, ci spiega come sia la propria ferita a rendere così fertile la sua scrittura. Una mancanza originaria spinge a colmare vuoti più o meno abissali, e dunque a scrivere anziché dedicarsi ad altro. Avendo bene in mente quel che diceva Raboni sull’argomento. Assodato che le parole amate ritornano sempre, come calchi, coincidenze, rinvii, prestiti e ruberie, si finisce per restituirle più o meno clandestinamente nei propri libri, volontariamente o meno alla fine il ladrocinio salta fuori, tanto meglio che sia la Confessione qualcosa di pungente e definitivo, pragmatico e ecologico. Come in questo caso.

«Personalmente, ho cominciato a usare il rampino quando ho cominciato a scrivere (non a caso la mia prima passione poetica è quella per i barocchi) e ho sempre rubato con “avvedimento e riverenza”». Confessioni di una ladra di versi vale l’intero libro (fermo restando che i testi raccolti sono già noti e pubblicati), per molti motivi, dalla lucida visione di una lunga stagione poetica alla schiettezza con cui si ammette e espone la ferita, cavalcando lungo le epoche, analizzandole senza sosta. Aver meditato sui versi degli altri pone Valduga un gradino più su di molti poeti suoi coetanei, senza contare la maggioranza dei versificatori nostrani.

Fosse soltanto questo il punto, non ci sarebbe niente di nuovo, ma occorre meditare noi stessi su una poesia che dura da quattro decenni senza interruzioni e che trascina fieramente il suo credo nella tradizione lirica italiana, contaminata e capace di contaminare. Spericolata e melodiosa, tra ottave quartine e sonetti, trasgressiva e beffarda, spinge e traina la ferita originaria nel colmo e nei vuoti dell’amore, despota di se stessa, nodo di messaggeri tolti dalla strada e assunti nel suo corpo tanto da restituirceli intatti, e con loro l’intatta Valduga: forma intera di poesia, poesia.

http://www.einaudi.it

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Vita con James (e gli altri)

Sylvia Beach, Shakespeare and Company, tr. Elena Spagnol Vaccari, Neri Pozza, pp. 288, €14,50 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Sylvia Beach personaggio dell’Ulysses? Potrebbe essere divertente considerando che l’opera di Joyce ha nel memoriale della “libraia” americana, naturalizzata ad honorem parigina, l’esegesi più completa che si possa desiderare. Dopo aver immaginato una libreria parigina a New York, del tutto impossibile per questioni di quattrini, apre i battenti il 19 novembre 1919 una libreria americana a Parigi. Una specie di miracolo “incantevole” (grazie anche ai quattrini infine resi disponibili dalla madre di Princeton), dimostrato da vetrine dove si espongono Eliot, Chaucer, Joyce, e all’interno disegni di Blake e Whitman appesi alle pareti.

Non poteva esserci posto più romantico della Rive Gauche per l’amabile “strana coppia” Beach e Adrienne Monnier, quest’ultima già tenutaria di un negozietto in Rue de l’Odéon dagli scaffali pieni di volumi francesi. Lì Sylvia stringe amicizia con l’accogliente giovane donna che si fa in quattro perché il sogno dell’americana si attui. Lì iniziano le vicissitudini impagabili di una squadra di specialisti che rimettono in sesto i locali della futura libreria più famosa del mondo. Ma a Parigi è più facile prestare libri che venderli, perciò la nostra eroina inventa la modalità dell’abbonamento attraverso cui, possedendo una tessera di registrazione, gli avventori si portano a casa i volumi desiderati senza pagare un centesimo. Naturalmente molti di questi non tornavano indietro.

E un signore di nome Joyce iniziò a frequentare la Shakespeare and Company, a definirla come sua dimora, guardandosi bene dal restituire i cospicui malloppi. Volete sapere aneddoti, accadimenti e fatti privati, gossip golosamente di prima mano, di quella selva di scrittori americani inglesi e francesi che si aggiravano per la Ville Lumière, simbolo reale di accoglienza e ricchezza artistica? Leggete questo libro di memorie, ricchissimo di sequenze esilaranti, di storie dell’altro secolo che oggi sembrano (e sono) appartenute a un mondo “rinascimentale” nonostante l’Europa fosse un campo di guerra disgraziata. Ma poi la guerra finì, e d’altronde Parigi era tenace nel mantenersi ai margini delle schiaccianti situazioni continentali. Alla corte di Ezra Pound, e di un “gruppo” di donne scrittrici, ebbe luogo la culla del Modernismo.

Come fa notare Nadia Fusini, vi si respirava una libertà di pensiero e di costume, pubblica e privata, assente in altri luoghi geografici, e gli scambi epistolari e amorosi, in gran parte lesbici, alimentavano un sommo mercato intellettuale mai più replicato altrove e nei tempi successivi. Questo campo, definibile come cruciale, meriterebbe saggi e articoli moderni e approfonditi. Insomma l’epoca ribolliva, negli anni Venti e Trenta, come amabilmente scrive Livia Manera nell’introduzione: oltre le vetrine avremmo trovato soggetti mica da poco, come Ezra Pound, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, John Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, Djuna Barnes, Mina Loy, Sherwood Anderson, e i francesi che migravano dalla libreria di Adrienne Monnier, posta giusto alla sinistra: André Gide, Paul Valery, Valery Larbaud, Eric Satie, e tutti gli altri agevolmente immaginabili.

Scrittori siffatti in quello spazio non pensano ad altro che alle loro opere, ai loro capolavori ma anche ad allegre furberie, al modo di campare approfittando di questo e di quello. Soprattutto Joyce. Nelle braccia ideali (il sesso e i legami più o meno sentimentali stranamente non appaiono mai nei pur brillanti capitoli del libro) di una generosissima Sylvia Beach, specie di uccellino avveduto e resistentissimo, in realtà grande imprenditrice capace di lanciare nientemeno che Joyce e Hemingway.

E qui inizia l’epica dell’Ulysses. Tutto quanto si deve sapere intorno al romanzo più rivoluzionario e meno accettato dell’epoca. Scrittura, revisioni, carta su cui stamparlo, errori e refusi, famigerata e orripilante riscrittura manuale dell’autore direttamente sulle bozze, geroglifici ininterpretabili, spaccio del volume, pesante un chilo e mezzo, in America da parte di amici fenomenali capaci di sorpassare le dogane in allerta. E su tutto, diciamolo, il carattere impossibile, arrogante e oltremodo opportunista del genio irlandese. Soltanto l’intraprendenza dell’americanina garbata e partecipe riuscì a sopportare tutto questo, e a diventare l’editrice di un solo libro, un libro però che cambiò la letteratura per sempre.

E dire che tutto il mondo lo considerava romanzo da porre negli scaffali alti delle opere pornografiche. E dire che Sylvia rifiutò di pubblicare romanzi come Lady Chatterley’s Lover per non essere considerata editrice dedita alle sconfortanti regole della pruderie. Dunque un mito rappresentato, fin dalla copertina del volume dove si vedono un Joyce sicuro di sé, dall’aria vagamente strafottente e rivolto verso l’obiettivo, mentre un biondo scriccioletto di nome Sylvia Beach l’osserva attenta e guardinga. Tutto quel che le passava per la testa in quel momento, di fronte alla sua libreria, lo ritroviamo in Shakespeare and Company, nella classica e splendida traduzione di Elena Spagnol.

http://www.neripozza.it/

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