Tutti gli articoli di Elio Grasso

Un’avventura da ricordare meglio; e riprendere

Beppe Sebaste, Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro, Nino Aragno Editore, pp. 170, €15,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

1983. Nasce Ælia Lælia, edizioni create da Beppe Sebaste e Giorgio Messori. Il primo libro è L’ultimo buco nell’acqua, racconti breve firmati da entrambi gli scrittori. Copertina bianca, titolo sottolineato da una banda colorata, in questo caso rossa. Seguirono altri volumetti (oggi introvabili) firmati da Patrizia Vicinelli, Peter Bichsel, Livia Candiani, Marco Papa, Carlo Bordini e, importantissimo, gli Appunti sparsi e persi di Amelia Rosselli, allora ancora in vita (sua la nota di prefazione, 24 aprile 1983). Insomma vidi subito dove volevano andare a parare costoro, e cosa intendevano far accadere nei loro viaggi fra l’Italia e la Svizzera che abitavano (ma non sempre e non tutti) con l’idea di azzerare le frontiere.

La casa editrice, infatti, era targata Reggio Emilia. L’underground aveva questo di bello, per chi veniva dagli anni ’70. Molti sapevano dove mettere le mani, chi contattare per telefono o per lettera (francobollo, ça va sans dire), e una domanda allora in voga era “conosci Emilio Villa?”. Beppe all’epoca aveva in testa quel Bichsel pressoché ignoto in Italia, quei suoi racconti “per bambini”. E molte altre cose. Iniziammo a scriverci qualche letterina.

Come d’uso al tempo, gli scambi erano diretti e seri, ogni pagina edita o inedita aveva la sua precisa segnaletica, presentava problemi e il gioco stava nell’inventare soluzioni che creavano altre domande. In certi rispostigli credo di avere missive di Beppe, e una cartellina di fogli sparsi, appunti o brani di racconti. Messori se n’è andato nel 2006, così come il suo amico fotografo Luigi Ghirri (come non pensarlo socio dello stesso sguardo itinerante di questi signori?), senza dubbio ha lasciato racconti e altre cose da rileggere, col beneplacito di coloro che si definiscono editori.

Nel 1986 pubblicai un librino di poesie “zen”, uno di quei giochetti (però giochi sono e non sono) messi alla macchia ancor prima d’uscire dalla tipografia. Lì si parlava di gatti “logici” e di gatti parlava l’introduzione di Beppe, cara alla scrittura agli amici e al sottoscritto che stentava a placare entusiasmi di prima mano e dal futuro incerto. Negli anni seguenti Sebaste ha pubblicato racconti, romanzi e saggi, libri in cui la vita se la fa allegramente con la scrittura, fuori da trame ma pienamente dentro il “mondo”. Non esiste pagina da lui scritta dove la vita non prenda a braccetto gli aspetti e le volontà più profonde della scrittura, intesa come inchiostro da annusare e carta da stropicciare.

“Lo stato sospeso della visione nello scorrere della vita” – come scriveva Gianni Celati a proposito di Café Suisse e altri luoghi di sosta (racconti), del 1992 – è trovato e presente pure in questa raccolta di poesie, finalmente pubblicate da Aragno. Collezione dove i testi non hanno data di composizione perché l’autore li ha ordinati e disordinati a intervalli di anni. “Poeta beat” si definiva negli anni della giovinezza, e quanto sia vero lo dimostra Come un cinghiale…, vero catalogo di visioni, letture, viaggi, diari, forse sbronze, che nel corso degli anni ho sempre sentito il bisogno di leggere, contrastando (anche per lettera) la ritrosia di Beppe a diffondere e pubblicare.

In questo libro si corteggia l’invisibile vicino e il visibile lontano, e si avverte la manualità del comporre (“scrivere poesie vuol dire scrivere con le mani”), il fruscio dei quaderni aperti e richiusi, la penna e la ritmica della macchina da scrivere. Leggere Sebaste è come ritrovarsi vicini di casa di Giulia Niccolai, poetessa amante della composizione tipografica, dei “frisbees” da lanciare che non sono poesie ma calligrafici lampi di genio quotidiano. Anche lo sbaglio, l’errore, durante il viaggio, fa parte di questa poetica, fa pensare ancora una volta all’essere beat, alle pitture di Miller, ai terreni radiosi di Hemingway, quello di Campo indiano. Insomma, un’avventura da ricordare meglio e riprendere per tutti coloro che scopriranno gli spazi nascosti dentro questo libro. Per quanto mi riguarda, è un mondo che torna indietro affettuosamente aiutandomi a contrastare i tempi grami che ci circondano.

E, ricordiamolo, anche la geografia ne risente: oggi sarebbe difficile prevedere un’Emilia Romagna capace di far nascere la nuova Ælia lælia.

http://www.ninoaragnoeditore.it

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Poesia dallo spazio esterno

Jack Spicer, After Lorca, tr. Andrea Franzoni, Gwynplaine Edizioni, pp. 152, € 12,00

recensisce ELIO GRASSO

Jack Spicer, americano dispettoso, il poeta che fondò e alimentò la “San Francisco Renaissance” (con Robert Duncan e Robin Blaser), certamente meno noto in Italia rispetto ai signori che rispondono al nome di Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, Gary Snyder. Spicer, artefice della leggendaria Six Gallery, promosse in quel bar-galleria la prima lettura in pubblico di Howl.

Dunque si entra direttamente nel calderone di menti (best minds passate di moda, si direbbe) che negli anni ’60 spinsero la letteratura d’oltreoceano in territori di percezione impegnativamente aliena. L’Europa guardò a lungo sospettosa, ma infine prese tutto quanto a prestito come niente fosse. Una parte della poesia indigena e certi racconti, tra cui quelli di Philip K. Dick, percorrevano “routes” abbastanza simili, sembravano corteggiarsi, tramite i loro autori, seguendo il filo di visioni (in opposizione a una politica maccartista e nucleare) “extra-mondo”, sintomi di dilemmi che diventarono presto luoghi precisi dell’immaginario mondiale.

Sembra assai strano pensare a Spicer e Dick, negli stessi luoghi alle spalle della baia di San Francisco, ritrovandoci oggi a scrivere di poesia avendo in testa Un oscuro scrutare. Tuttavia il poeta per Spicer era una radiotrasmittente in grado di ricevere segnali da ambienti estranei al nostro pianeta, per iniziativa dei cosiddetti “marziani”. E dunque in quei paraggi moltissimi erano convinti che il pensiero autonomo altro non fosse che una “grande bugia”.

Leggere oggi After Lorca, finalmente pubblicato in Italia, è varcare la frontiera di uno Stargate, è ritrovarsi in un universo parallelo in cui i morti scrivono prefazioni e i terrestri superstiti ascoltano le trasmissioni radio della stazione spaziale. Dick non lesse le poesie di Spicer (probabilmente) ma è certo che l’avanguardia di Berkeley (e dunque Spicer) lo incoraggiò a scrivere i suoi racconti (lo dichiara in un’intervista del 1981): serendipity ben documentata lungo le strade della creazione poetica e (audacemente semplificando) fantascientifica. Si legge dell’uno e si arriva all’altro, in rete si trovano ricordi e notizie al limite della verosimiglianza, Jack e Phil forse la prenderebbero male, sentirebbero alimentate alcune paranoie in voga ai loro tempi, e altre attribuzioni a cui la storia dell’ultimo mezzo secolo ci ha consegnato. Ma leggende e avvenimenti tecnologici si sono riuniti nell’unica piattaforma su cui siamo atterrati, nonostante avvertimenti di autori d’ogni ramo artistico e scientifico. L’ingegneria, occorre dirlo, ha avuto la meglio.

After Lorca venne pubblicato nel 1957 da White Rabbit, piccola casa editrice di San Francisco. Esordio tutt’altro che gentile, e fuor di tradizione, Spicer tira in ballo Federico García Lorca inventandosi traduzioni dalla sua opera, ma che traduzioni non sono, e lettere in cui espone la propria imperiosa visionarietà. Il libro pubblica l’introduzione del poeta andaluso, morto vent’anni prima, come fossero naturali l’incrocio fra dimensioni e la botta e risposta tra scrittori separati dal tempo. Visibilmente contrariato, Lorca chiarisce che quelle poesie non sono versioni veritiere della sua opera, e che tutto il lavoro gli appare come un gran spreco di talento. Spicer così s’inabissa nella sua iper-invenzione, e inserisce tra una poesia e l’altra sei lettere indirizzate al fantasma dell’interlocutore, dove mette in chiaro il quadro della sua poetica, questa sì intensamente autentica.

Proprio lì dovrebbe migrare il nostro sbiadito interesse di lettori postumi da un altro continente. Vi si avverte tutta la preoccupazione di Spicer verso il linguaggio e la contrapposizione alla realtà, fenomeno che origina mostri uguali in ogni paese. Per Spicer parlarsi in prosa, come d’abitudine, è pura invenzione, e dunque produce infedeltà. Ma se la poesia “rivela”, occorrerà molta pazienza, conclude, per comprendersi. Chiarito che “i morti sono molto pazienti”, ecco perché si rivolge a Lorca per affermare le sue idee, nelle lettere, e nelle supposte traduzioni combinate a testi originali.

Le variabili in questo tipo di salti e controsalti acrobatici sono innumerevoli: la versione italiana ne ha aggiunta un’ultima, di cui Spicer non è responsabile, l’ha compiuta l’ottimo traduttore Andrea Franzoni nel momento in cui ha intrapreso il lavoro su After Lorca. Spicer, in una delle lettere, sostiene di indovinare sempre il significato di alcune parole di cui non capisce il significato. Le parole e i pensieri si avvinghiano in un gioco meccanico che non può non ricordare certe pagine di Dick, tanto per rimanere nei paraggi. I congegni delle menti statunitensi, in quei decenni, probabilmente si sfogavano lungo assi non puramente euclidei, d’altronde si trattava di menti allenate (Los Alamos e Alamogordo non sono poi tanto lontani) a considerare la bomba atomica come un possibile futuro dell’umanità.

“Tirare la poesia dentro il reale” non è vocazione primaria soltanto di Spicer, l’avanguardia poetica d’oltreoceano aveva numerosi adepti, ma questi divennero famosi in Europa soltanto quando tutto era pressoché finito. Ci vollero anni prima che le arti e la critica del vecchio continente affondassero le mani nel genio di quelle menti – Dick, Ginsberg, Spicer, ecc. – e comprendessero quel che stava accadendo, o che era già definitivamente accaduto. Come dice bene Franzoni nella nota finale, la poesia è una stanza e sta al poeta (e al traduttore) accendere e spegnere la luce disponendo un senso variabile. L’abitacolo del poeta è lo stesso veicolo da cui continua a trasmettere il celeberrimo dj Walt Dangerfield in Cronache del dopobomba di Phil Dick. A un’umanità quasi del tutto estinta.

https://www.gwynplaine.it/

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La mente se stessa pensante

Daniel C. Dennett, Dai batteri a Bach. Come evolve la mente, tr. Simonetta Frediani, Raffaello Cortina Editore, pp. 560, € 32,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

La mente è il mistero di se stessa. O non è affatto un mistero, e la sua integrale historia segue quella dei quattro miliardi di anni (circa) da quando la vita si evolve su questo pianeta? Per Daniel C. Dennett l’informazione (così come la scienza l’intende) e Darwin hanno la meglio su un eventuale blocco dell’evoluzione, altrimenti non saremmo qui a pensare su noi stessi – in altre parole non esisterebbe una mente che pensa se stessa.

Dai batteri a Bach è legittimamente arduo da seguire, il pensiero evoluzionistico qui tracciato (e in polemica liquidatoria con certe derive creazioniste in voga da diversi anni in alcune aree delle istituzioni) pretende salti e digressioni di prima qualità, e una ricerca bibliografica soccorritrice su alcuni temi specialistici: dalla biologia alla matematica, dall’informatica alla filosofia. Dennett è sì docente di filosofia e scienze cognitive, ma appartiene a quel genere di scienziati (per esempio Hawking o Rovelli, per citare due menti – la prima, purtroppo, scomparsa – ispirate e iper-popolari) che depositano in sé grandi quantità di linee scientifiche e “umanistiche” per poi convogliarle in una personale teoria onnicomprensiva capace di illuminare e affascinare studiosi e semplici lettori.

Dennett afferma che la nostra mente (o “coscienza”) si è originata secondo processi non intenzionali della selezione naturale. Alleato il fattore tempo, che in linea di massima non ha avuto ostacoli, per dirla grossolanamente, dal Big Bang a oggi. La dimensione dell’universo non ha mai smesso di aumentare, e ancora non sappiamo se la smetterà, ritornando al punto “vuoto” iniziale o se tutto (è la parola giusta, datemi retta) andrà a finire in un inimmaginabile gelo eterno. Dentro questa “follia” esistiamo noi, figli dell’evoluzione sul pianeta, “coscienti” di percepire e comprendere, a differenza di tutti gli altri abitanti animali e vegetali.

Insomma, se all’interno della nostra scatola cranica avessimo un guazzabuglio indistinto di impulsi elettrici in che razza di modo Kant avrebbe potuto scrivere la sua Critica della ragion pura? La postfazione di Maurizio Ferraris, illumina non poco (da par suo, pur caratterizzandosi in alcuni scostamenti di pensiero) il labirintico saggio di Dennett. In ultima analisi, i batteri non sanno di essere batteri, mentre noi sappiamo di essere uomini. E stiamo cercando di produrre la cosiddetta “intelligenza artificiale”.

Il tema è talmente attuale che alcuni aficionados troveranno in Dai batteri a Bach pane e tecnologia per i loro denti. Ancora: le termiti costruiscono i loro “edifici” spinti dal caso e dall’utilità. Gaudí, ideando la Sagrada Familia, ha prodotto qualcosa di straordinariamente simile ai termitai. Questi ultimi sono stati costruiti seguendo una “competenza senza comprensione”. Dennett spiega come proprio la massa di competenze generate durante l’evoluzione ci abbia portato qui: esseri in grado di “comprendere” la propria natura, di ripararsi e di ideare e generare qualcosa di simile all’intelligenza. Se mai riusciremo davvero, spaventosamente, a creare un organismo, più o meno meccanico e più o meno biologico, capace di pensare se stesso immerso in un ambiente comune.

In fondo la nostra natura è già una miscela di biologico e meccanico, risultato dei famigerati quattro miliardi di anni. E poi Turing (il geniale matematico che pose le basi dell’informatica), anch’egli necessario ai ragionamenti di Dennett: i computer non comprendono, e non devono comprendere le loro tecniche, e proprio per questo sono tanto veloci ed efficienti. Può darsi che la trasmissione culturale, una volta innescata, abbia prodotto neuroni “inselvatichiti”, suggerisce il filosofo, agenti di un’evoluzione più efficace, e inventrice di strumenti che ci illudono di possedere “coscienza” al solo scopo di prolungare darwiniamente la specie.

Al termine delle montagne russe di esperimenti mentali contenute nel saggio di Dennett, si deve convenire almeno questo: può darsi che un giorno si restituisca ai batteri il pianeta, e che la post-intelligenza da noi creata e da noi dipendente determini altresì (speriamo con prudenza) la nostra dipendenza da essa, ma di certo sarebbe buona cosa che Bach e i batteri continuassero a convivere.

http://www.raffaellocortina.it/

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L’Isola per antonomasia

Lea Vergine, Capri (1905-1940, Frammenti postumi), il Saggiatore, pp. 304, €29,00 stampa €13,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Lea Vergine va citata, e dunque: L’arte non è faccenda di persone perbene. Lo attesta, con le varianti del caso, questo esaustivo e coreografico volume dedicato all’isola di Capri al tempo in cui surrealisti, russi, dandy veri e falsi, esteti e facoltosi vi si aggiravano conquistandola. Dai primi anni del ’900 al secondo dopoguerra.

E viene subito in mente la silhouette di Alberto Savinio contrapposta a quella dell’Isola (per antonomasia, si direbbe); il fratello di De Chirico scriveva nel 1926 il suo personale libro intorno a Capri, mai pubblicato se non in stralci sulla Nazione di Firenze. Il saraceno gridava “terra!”, e un’allegria un po’ frivola si faceva strada negli animi, assieme al mito di sirene che lasciarono abbondantemente agli uomini questa terra, andandosene. Non senza istillar loro il demone della pazzia, delle “parole in libertà”, dei costumi riccamente avventurosi e quanto mai privati.

I Frammenti postumi, mirabile inventario di arti & avventure creato da Lea Vergine con Sergio Lambiase e Elisabetta Fermani, riposizionano alla luce scritti e peripezie di chi visse l’isola nel pieno del suo corredo – come Edwin Cerio, dio a suo modo dispotico ma variamente mecenate del luogo – e di chi vi sbarcò diventandone festoso prigioniero. E qui i nomi sono tanti. Da Jacques d’Adelswärd-Fersen a Norman Douglas, colmi di magnetico e nomade fascino omosex, al Marinetti (marito della favolosa Benedetta, grande dame del Futurismo cui dovremmo dedicarci senza indugio) fiero e mascalzone di cui Francesco Cangiullo narra, in uno scritto del 1922 e inserito nel libro, sguardi e corporeità fusa “nel bagno in quei colorifici subacquei di salsi cobalto, celesti e verde smeraldo stemperati nel mare…”

Ma l’occupazione futurista dell’isola, successiva a quella russa (uno per tutti, in una comunità, “Massimo” Gor’kij), ha in Sergio Lambiase ambìto descrittore, per altro non mancando in Capri suoi numerosi contributi di testi e interviste. Fra ufficiali convegni e arrivi fulminei su “graziosissimi vaporetti” (sempre Cangiullo), la presenza futurista s’incrocia e imbastardisce nell’alveo insulare strettamente sorvegliato dai Faraglioni sentinella. Dove l’abbondanza di ville e rovine romane, fra le due Marine e Anacapri, detta la sua legge topografica perennemente tenuta salda dal sindaco “entomologo”, anfitrione e defensor insulae Edwin Cerio. Fersen, Giuseppe Vannicola (il “velenoso” e avvelenato, come quasi tutti, d’assenzio), Ada Negri, Depero, Clavel, sono parte di una stravaganza riverberata ovunque nell’isola che con la sua abbagliante bellezza non ha mai ostacolato teatri e teatrini d’ogni genere.

Circoli omosessuali e arti varie vi hanno alloggiato affabili e potremmo dire insuperati modelli di genialità. Foto inserite nelle pagine del volume testimoniano passaggi e facce, perfino l’Aleramo (purtroppo senza Campana) appare, non sembrerebbe tanto maliarda se confrontata alla scrittrice Clotilde Marghieri, grande amica e corrispondente di Bernard Berenson, e alla vampiresca marchesa Casati Stampa, secondo Depero “confidenziale e intelligentissima”.

Fra mito, romanità, bagliori e fantasmi rievocati da Savinio e qui presentati nella loro luce mediterranea più forte e decisa, la folla di personaggi è labirintica, emerge da un’epoca scomparsa e irripetibile: ma ricca di documenti e testimonianze, di ville erette fra antico e moderno, come villa Lysis costruita in prima persona dal pagano Fersen, e come villa Malaparte ideata dallo scrittore e terminata nel 1940 (qui Godard girò Le Mépris, Il disprezzo, tratto dal romanzo di Moravia, dove la Bardot, nuda, impera e tritura gli sguardi).

E in uno scritto, al termine di questo libro, Lea Vergine liquida amaramente il nostro presente, carico di autori best sellers, quando di fronte al panorama qualcuno ha bisogno di sedersi e bere un bicchiere d’acqua. Oggi non si regge di fronte al concetto d’infinito. Gli attualissimi costumi “orripilanti” intaccano anche i miti, forse soprattutto, e gli starnazzanti che volete ne sappiano di Clark Gable e Ava Gardner attenti al coprirsi il giusto. Tenevano per sé l’aristocratica spudoratezza, altro che slip femminili e maschili frutto d’incolpevoli stylist. O forse colpevoli di sedurre sgangherate portatrici e portatori di natiche. I grandi eccentrici non sono più qui, e altri non appaiono sul mare intorno, tutt’al più possiamo assistere al saluto di rapide ombre nella libreria degli editori La Conchiglia, tempio di raffinatezze per pochi. Però Lea Vergine, dandysticamente urticante, nell’ultima pagina esclama: pas de angoisse.

Ed è tutto.

https://www.ilsaggiatore.com

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Parigi vintage

Henry Miller, Giorni tranquilli a Clichy (fotografie di Brassaï), tr. Katia Bagnoli, Adelphi, pp. 188, 23 ill. €18,00 stampa €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Torna in una nuova edizione, corredata dalle foto di Brassaï, la testimonianza materiale di una Parigi in bianco e nero, e con ampia sfumatura di grigi, dove uomini e donne si baciano con alle spalle barboni addormentati. È la Parigi indolente e alcolica degli anni ’30, dove amabili puttane tiravano fuori quel che sappiamo ai ballerini durante le danze, quando pigrizia e amore mercenario se la facevano con vini algerini da quattro soldi e Montmartre puzzava lodevolmente di marcio. E di dolcezze agresti.

La Tour Eiffel poteva sembrare lontana a questo Henry Miller che scrive sconcezze per sbarcare il lunario, o capolavori come Tropico del Cancro anticipatore dei fasti degli addomi. Roba che in Italia non poteva che essere tradotta da Bianciardi e letta (ma in originale, per carità!) dall’Arbasino. Tutte storie narrate e ricantate in legioni di salse, tanto per far risorgere a ogni decade la pruderie italica, e i contraltari porno, mancando sollecitudini contemporanee valorose.

Da noi si ricordano soltanto l’amabile antesignana Milena Milani e i più recenti libri di Giulia Fantoni, e l’ormai mitologico Parodia di Ruggero Guarini. Regioni nemiche, lo sappiamo bene, del buon senso comune, ma non dei sensi casalinghi nostrani, al netto di una scrittura di gran valore e premurosa, e che molti oggi possono al più sognare. È la vita, bellezza. È la differenza fra scandalo e scandalizzarsi. Lo scandalo è narratore di prima qualità, appalta lucrose immaginazioni, e capolavori preventivi, e passaggi per ogni dove, dalle Ande a Matera, da Bangkok a Rimini, da Trastevere e Bovisa a via Prè. Con tutte le tangenziali limitrofe percorse da Kafka, Proust e Ivory. Roba da Castello e Los Angeles (Big Sur e Coney Island of the Mind, per dire).

Digressioni e parentesi a parte, i Quiet Days scorrono su scenari di prima mano, vagabondaggini e avventure quotidiane con fanciulle graziose e pazze, con il divertimento tipico dei guasconi autobiografici resi leggendari da Miller. Nelle catacombe en plein air di una città ispiratrice, amante e lunatica, più di qualunque altra. Le fotografie di Brassaï, decisamente riportano al nostro sguardo il tempo di quella generazione, le luci e le ombre di vicoli e vetrine, di locali malfamati dove ragazzotti paffuti e divertiti si stringono a signorine altrettanto sorridenti. Brassaï restituisce in quegli scatti la notte calda, anche un po’ sporca, di Parigi, indifferente propiziatrice d’arte e spudoratezze.

A noi, della generazione che ha perduto tutto per sempre, resta la professione del rimpianto, per quel tempo in cui signori come Eliot e Pound si permettevano l’intelligenza di lodare opere come Tropico del cancro.

https://www.adelphi.it/

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L’incomprensibile natura

Laura Pugno, La metà di bosco, Marsilio, pp. 144, € 16,00 stampa € 9,99 eBook 

recensisce ELIO GRASSO

Tornano personaggi al limite dell’abbandono e della trasformazione biologica, cari all’attenzione visiva (non visionaria) di Laura Pugno, alla sua scrittura cristallina e rapida nel macchinare trame che sembrano oniriche ma che oniriche non sono poiché la realtà concerta irrompe, e ha sempre la meglio.

L’isola greca del romanzo dà spazio ai suoi abitanti, espande terreno appropriato alla sua sorella calcarea più piccola, sede di eventi e leggende venuti da lontano, e lontani dalla tecnica umana. Il protagonista, medico insonne, giunge in quel luogo alla ricerca del passato, e di una quiete che nella sua esistenza attuale gli appare lontanissima. Troverà il sonno ristoratore, il freddo tonificante delle acque marine intorno, ma verrà travolto da un nuovo mistero vertiginoso.

Complici gli abitanti, gli sciami di api dorate, la presenza di una donna amica e incinta. Vita e morte riavvolgono il tempo e lo spazio, il racconto si addentra nel vortice di quel che sembra un lutto ma che infine si mostra come un esemplare cammino di iniziazione. Ogni passo sull’isola è un superamento, ogni sguardo fra uomini e donne rappresenta qualcosa di disciolto dai miti antichi nella nostra epoca, fino a scomparire del tutto nell’ottusa struttura mentale odierna. Incapaci di posare i drammi nel posto che i millenni hanno loro assegnato, questi uomini subiscono gli effetti della natura autorevole (ricordate Picnic at Hanging Rock?), ormai talmente differente (e indifferente verso l’umano) da risultare incomprensibile.

L’isola e l’isolotto, dispersi nel fitto dell’arcipelago greco, diventano i muti e fissi personaggi principali, danno terreno utile alle creazioni della fantasia terrestre. Dall’insonnia al sogno il passo appare breve, per mai risvegliarsi dal sacro impeto della natura. Il mare intorno, e la luce sovrastante, diventano un mezzo denso e schiumoso, dove non servono granché le parole, e la tentazione del gotico è sempre lì a due passi, se non fosse per la radiazione perenne e impietosa che fissa ogni cosa, persona e animale. Le entità sovrumane talvolta non hanno origine biologica, si espandono attraverso circuiti minerali e aerei.

Pugno sa bene come mostrare il baratro imminente, descrivere la coscienza messa di fronte a forze antiche e incomprensibili. In ogni suo romanzo azzera i primitivi trattati di pace fra conoscenza e esperienza, quest’ultima d’un tratto stracciata dagli eventi superiori. Sembra ogni volta avvisarci che i tempi sono pronti alla deviazione mutante, percependo noi come “mutante” quella natura preistorica fatta cadere nell’oblio. Proprio in questo, passato e presente si congiungono per farci fuori.

Sirene e i libri successivi ci hanno mostrato come la sovrumanità è molto più vicina di quanto conserviamo negli armadi o nelle dispense. E che la salvezza somiglia terribilmente agli elementi del  disastro.

http://www.marsilioeditori.it

 

 

 

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Al tempo di Elsa e Alberto

Anna Folli, MoranteMoravia (una storia d’amore), Neri Pozza, pp. 320, €18,00 stampa €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Tempi in cui la presenza degli scrittori, di alcuni scrittori, era fortemente incrociata con le cronache elitarie e popolari in un comune compiacimento. Celluloide, cinegiornali, nuove riviste letterarie, settimanali “femminili”, al pari di Tempo, Epoca, L’Europeo, L’Espresso, senza dimenticare l’intrepido ABC, pubblicavano servizi e fotografie con rara efficacia. Roma e il suo litorale svelavano retroscena, scoop, fatti e fatterelli come noccioline. Alberto Moravia, Elsa Morante (con la corte di amici vicini e bastian contrari) facevano ticchettare le loro macchine da scrivere o scorrere il pennino della stilografica su ampi quaderni. Dopo tanti affanni e passioni le opere si chiamavano: Racconti romani, La noia, Menzogna e sortilegio, L’isola di Arturo.

Nel privato le storie erano tormentate, chi ne era a conoscenza stava dentro quel mondo poetico e carnale, faceva la fame o veniva invitato a ristorarsi in celebri trattorie di Trastevere e dintorni (l’Arbasino, punzecchiando: “giacche chiare e foularini al collo”). Si era prolifici e avidi di conversazioni pomeridiane nella celebrata luminosità dei colli e del litorale di Sabaudia. Pasolini benediva qualunque cosa col suo tocco penetrante quanto magico, le fughe o le vacanze volevano dire Capri (prima dell’esplosione mondana e turistica), l’isola di Raffaele La Capria, grande innamorato della coppia MoranteMoravia (un sol nome per due creature diversissime), con in vista la selvaggia Procida.

Moravia & Morante, a prima vista non si può dire granché simpatici, amanti di dissapori e espressioni taglienti, spesso di inevitabile precisione. Amanti fra loro e per sé, persino sposi, avventure al limite della sopravvivenza al tempo della guerra, l’anima ebrea incombente durante gli anni carichi di fascismo e anneriti dal nazismo. Una storia che andava raccontata nell’intrico e nell’abbondanza dei fatti, non tralasciando la trafila sentimental-passionale di cui era portatrice la coppia, capace di calamitare una folla di personaggi altrettanto saturi di esperienze e fede letteraria.

Anna Folli è riuscita nell’intento di comporre un affresco, ricchissimo di particolari e testimonianze, a partire da quel giorno di ottant’anni fa in cui nella “Birreria Dreher” (esiste ancora ma oggi si chiama “Birreria Peroni”) in Piazza Santi Apostoli Alberto ed Elsa s’incontrano, presentati da Giuseppe Capogrossi. Letture, pittura, abiti indossati, sguardi assassini, eleganze e fumi d’epoca sono tutti lì, un groviglio di sentimenti per lei e un interesse lucido e attrazione fulminea per Moravia. Elsa non ha dubbi, con gesto veloce gli mette in mano le chiavi di casa sua.

Un destino seguito con puntigliosità da Anna Folli, e sincera partecipazione, lungo decenni di una fecondità impressionante. Buona parte della grande letteratura italiana del Novecento passa di qui, fatta di discordie e amplessi, morti per consunzioni e disperazione, pericoli bellici e pericoli d’ossessione: la prolificità (soprattutto di Moravia) abbraccia quanti possedevano voce e intelligenza potenti, anche troppo. Ricordiamo che molte recensioni giornalistiche avevano come soggetto Visconti, Fellini, Flaiano, Pasolini, Ginzburg, e fra gli invitati a cene e raduni non mancavano i mirabolanti Gassmann, Adriana Asti, Laura Betti, Carlo Cecchi. Si dia un’occhiata all’indice dei nomi, alle preziose testimonianze di Dacia Maraini e Daniele Morante (nipote di Elsa) posti meritoriamente al termine del libro.

Oggi queste storie sembrano appartenere a un mondo ossessivo e farmacologico, dove razionalità e incanto guidano le giornate, e dove “la letteratura come vita uccide ancora”, direbbe Pasolini. Ma è la verità tutta la verità.

http://www.neripozza.it

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I luoghi della frontiera

Eugenio De Signoribus, Stazioni (1994-2017), Manni, pp. 128, € 14,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

La ricerca di Eugenio De Signoribus prosegue, dopo alcuni anni di silenzio editoriale, in questo libretto dove egli raccoglie poemetti (e “quasi poemetti”, secondo la definizione dello stesso autore) e poesie sparsi in poco più di vent’anni in riviste e pubblicazioni d’arte. È figura paziente di poeta marchigiano, Eugenio, la cui storia attraversa la poesia italiana degli ultimi decenni arricchendosi a ogni uscita di un sentire toccato dalla lingua dei maestri, dal progressivo disfacimento di un mondo ormai senza memoria. L’elemento poetico principale resta nello studio della resa, di fronte ai muri segreganti e agli istmi che rallentano e soffocano anime e sguardi.

Il suo è un controtempo dello spirito sollecitato, quasi distillandola con sommo amore, dentro la poetica di Giorgio Caproni. I richiami allo studio ininterrotto di Paolo Volponi e Giovanni Giudici si fanno sentire, distribuiti in una veglia che consente alla poesia di sopravvivere. La concretezza umana di De Signoribus si avverte ancor più leggendo le svariate note di accompagnamento ai testi. Vi si leggono non soltanto le occasioni tipografiche ed editoriali, ma prima di tutto eventi, di vita e di morte, sottesi agli scritti poetici. Poesie intessute di casi per così dire “biblici” quali gli esodi, le rimostranze planetarie, la visione della natura diroccata in rovine circostanti.

Pensare a questo poeta vuol dire pensare alla frontiera, geografica e esistenziale, dei tempi in cui insieme all’amico Remo Pagnanelli si mettevano in campo forze umane e letterarie che dovrebbero essere ricordate dai più, ma che sono travolte dalle ondate per niente discrete del “centro” dove siamo sommersi. Un vasto campo elettronico, espanso a dismisura, dove ogni cosa si confonde fino a annegare in acque torbide.

Le intenzioni di questi poeti, negli anni Ottanta considerati giustamente “giovani”, erano affidate a riviste come Marka, Verso, e successivamente Hortus e Istmi. Le zone frequentate non sono quelle metropolitane, ma i luoghi della frontiera da varcare ogni volta per ritrovarsi al cospetto di maestri voluti, cercati, e studiati senza sosta fino ai giorni nostri da chi ha potuto restare in vita. Non Pagnanelli, purtroppo, ma De Signoribus traccia la sua particolare “eredità dei padri” in opere dove evidenza epocale, sfrondamento del superfluo, consapevolezza dei tempi storici, trovano un piano di ricerca ben concreto. Per lui è necessario “refertare” le risultanze dovute ai graffi temporali, e, senza negare la consistenza del proprio territorio, toccare con strumenti sensibili quanto oggi sta fuori misura. Dentro la Marca c’è ancora oggi una forte struttura, non solo di stile, capace di ampliare quell’antico occhio ciclonico esplorante un tempo la vasta Regione del senso e che oggi appare sempre più lacerata. E per questo bisognosa di poetiche di verità.

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I morti ci accompagnano

Tiziano Scarpa, Le nuvole e i soldi, Einaudi, pp. 124, € 11,50 stampa € 7,99 eBook 

recensisce ELIO GRASSO

Quando le parole iniziano a scrivere poesie sono guai. Eppure accade in gran parte di questo libro, soprattutto nell’ultima sezione, dove Tiziano Scarpa spinge l’altalena sino a farle compiere un giro completo e ripetuto tanto che up e down infine risultano fuori questione. E il “raccolto” (come lo definisce l’autore) ci parla di un pensiero perennemente alle prese con i morti: uno per uno, da quando esiste il mondo e la cosiddetta umanità. Perché i morti ci accompagnano giorno e notte, nei bar dove si beve e nei letti dove si scopa, per concludersi quando ci tocca di morire, o per poco scampiamo ritornando nelle oscillazioni cicliche.

Sono fasi e date importanti quelle fissate da Scarpa, talmente colme del proprio mandato da trasformarsi in veri oggetti profittevoli (e di solito infallibili) di una vita, o meglio dell’esistenza fino a quando c’è. Il discorso viaggia dall’inizio al termine inseguendo le maree, è sostenuto da una forza prodigiosa, rasente il muro della pietà, rasente tutti i muri innalzati nella nostra povertà umana lasciando indietro una ricchezza mal vista.

E come sorge la poesia da quest’epica movimentata, per linguaggio e forma? Sorge eccome: inopinate sorprese, puntate beffarde, sciami giocosi o temerari, cappa e spada con l’uomo nero, tanto che a un certo punto le parole, stanche di essere dettate da morti ormai polverizzati, iniziano a spintonare l’autore, a chiedere e prendersi quelle giustizie che non se ne sono mai andate nonostante scrittori, moralisti, cooperative, assessori, cozze, boia, le abbiano costantemente crivellate. La metrica ne risente, Scarpa accetta le indicazioni e s’impegna al destino che tutto sembra assoldare e versare in una tazza di miele e fiele.

La sua pronuncia segue gli scatti dell’esistenza e dell’identità integrale, le immagini concrete sanno benissimo di sconvolgerci i sonni, la comparsa stessa della grafia mortifera sfolgora nel bianco abbacinante del Dolby vision. Dall’inquilino (lo stesso Scarpa) che frantuma i vetri perché sul pavimento diventino stelle casalinghe glitterate, al figlio che rivolge alla madre impudiche parole (ma sono le parole in autonomia a lanciarsi nello spazio e nel tempo?) sul sesso dei genitori, le convenzioni vengono triturate in un cosmo dove i veri artefici sono impastati l’uno con l’altro. Lo spazio e il pensiero s’espandono al ritmo di costellazioni di senso la cui esistenza esiste grazie alla cronaca, alla sorpresa di ritrovarsi vivi nonostante tutto. È la materia della realtà a interessare, dentro Le nuvole e i soldi, con questioni oracolari e funzioni vitali che le parole fanno proprie.

Lo scrittore di queste poesie resiste a ogni avventura tesa a prendersi il suo sangue: le parole, si sa, sono oltremodo ghiotte di quelle cellule viaggianti dalla fronte al basso ventre, inseguono le cose rinomate nei possedimenti di maschi e femmine. E non trascurano di dichiararlo, negli interi spazi e anfratti di questo sorprendente libro.

http://www.einaudi.it

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Una Milano da leggere

Umberto Simonetta, Tirar mattina, Baldini&Castoldi, pp. 208, € 16,00 stampa € 9,99 ebook

Anni Sessanta affollati, gente di appeal irresistibile, Feltrinelli e Arbasino hanno già ben presente il loro futuro, gli adolescenti si apprestano a una rivincita, tipi magri ma flessuosi varcano la Manica invadendo le italiche contrade e i jukebox provinciali, mentre la Milano dei “trani” ha i suoi fenomeni e i suoi addetti alla cronaca. Non soltanto i torreggianti Buzzati e Montale salgono le scale del Corrierone verso i loro uffici striminziti. Ci sono autentici geni che battono le tavole dei palcoscenici della rivista e gli studi televisivi della RAI. Gaber, Villaggio, perfino De André partono alla conquista di strutture e infrastrutture, di locali notturni e salotti dai divani di cretonne.

In mezzo a costoro, armato di penna ironica e a tratti feroce, scrive, influenza, saggia e assaggia, mette su legami d’ogni genere Umberto Simonetta. “Il resto mancia”, “Io, l’ipotenusa”, “Trani a gogò”, “Barbera e champagne” smuovono tuttora ricordi a qualcuno? Bramieri e Tino Scotti fanno parte degli antesignani di quella milanesità pronta a sorvolare le tangenziali verso luoghi e capoluoghi limitrofi. Le canzonette si avvantaggiano dei testi di questo milanesissimo cresciuto in Svizzera. Uno che si permette di scrivere uno spettacolo teatrale come Mi voleva Strehler (il dio di quei territori) o di staffilare l’aria del tempo con Sta per venire la rivoluzione e non ho niente da mettermi. Un solitario che tutti conosceva e che tutti adoravano, privatamente o pubblicamente.

L’ironia sotto la Madonnina era ben poco apprezzata in quegli anni, caso mai si permettesse di andare contropelo. Grandi personaggi, addirittura “mostri sacri”, si sa, hanno epidermidi sensibili. Ma Simonetta aveva i suoi amici eletti (Parise, Fo), e i passeggi serali erano fonte preziosa per i romanzi scritti addentrandosi nelle epopee notturne dei quartieri. Lo sbarbato, Il giovane nomade e Tirar mattina, autentico capolavoro ora finalmente ristampato. Alla buonora. L’Italia dei dimenticati e delle amnesie colpevoli (oltre a tutto il resto) ha terribilmente bisogno di sottrarre ai sotterranei la sua storia vera.

A vent’anni dalla morte torna il ritratto pungente di una città bellissima e dei suoi personaggi colti nel disordine spericolato di un decennio assunto in cielo dal bianco e nero visivo e televisivo, e dai flussi di coscienza sfrenati di indimenticabili “mosche da bar”. Gli eroi discutibili di Tirar mattina sono i padri e i fratelli maggiori del Fantozzi giunto alla fama nei Settanta. Ma questi inforcano la bici per andare a far i loro comodi sotto un albero della periferia, mentre la frase più convincente che sanno dire alla ragazzetta di turno è “su, fai la brava”. E alla fine le imprestano il pettine sempre presente, allora, nella tasca posteriore dei pantaloni.

L’ultima notte di Aldino, prima del lavoro adulto che l’attende il giorno seguente, è descritta con tutti i canoni dello slang d’epoca, con tutti gli articoli appioppati a qualunque nome (“la” Santa, “il” Pinun, “la” Marisa), il gergo malavitoso miscelato allo strafottente dialetto meneghino. Romanzi come questo, insieme alla Vita agra di Bianciardi, alle opere di Ottiero Ottieri, sdoganano (compreso il torbido, le fissazioni, la celebrata incomunicabilità di Antonioni) il Paese che non è stato soltanto il sogno “a cielo aperto” di Fellini tra Rimini e Roma. Porta Genova, l’EUR, il Grand Hotel, e i loro animali umani, sono tutti parte dell’Italia neurotica che abbiamo attraversato. Mentre l’aristocrazia meridionale conservava per sé altre meraviglie, chi partiva da lì rischiava di non sapere cosa l’attendeva.

http://www.baldinicastoldi.it

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