Tutti gli articoli di Domenico Gallo

Il Presidente Allende e il traditore Pinochet

Jorge González e Oivier Bras, L’ombra di Allende, tr. Chiara Rea, 001 Edizioni, pp. 128, euro 19,00 stampa

di DOMENICO GALLO

A un anno di distanza dall’edizione italiana del fumetto Gli anni di Allende di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta  (Edizioni Edicola), ecco un’altra graphic novel sullo stesso tema: lo scontro tra rivoluziona ri e conservatori che insanguinò il Cile degli anni Settanta. Gli autori questa volta sono l’argentino Jorge González e il giornalista francese Oivier Bras che dedicano a Salvador Allende e al suo rapporto con Augusto Pinochet un fumetto molto complesso, nel montaggio delle immagini e nell’articolazione della pagina, nella scansione temporale fino alle linee dei disegni ingannevolmente semplici, nei colori sfumati e nella composizione quasi onirica di alcuni paesaggi esterni.

Jorge González è noto in Italia per Cara Patagonia, Fueye. Il suono del Tango e Ritorno in Kosovo (2014), in cui ha affiancato il disegnatore Jakupi Gani.

Immediatamente L’ombra di Allende si presenta al lettore con una duplice immagine quasi profetica: in copertina il Presidente seduto su un prato, sereno con lo sguardo rivolto lontano, e alle sue spalle un corpo sull’attenti che proietta l’ombra minacciosa di un militare. In quarta di copertina, accanto al discorso che fu trasmesso da Allende dal Palazzo della Moneda alle 9 e 10 del mattino dell’11 Settembre 1973, il ritratto più inquietante e noto del dittatore: quello in cui indossa un paio di occhiali da sole.

I volti di Allende e Pinochet sono le icone della tragedia di una nazione che Jorge González e Oivier Bras  scandagliano attraverso la ricca struttura narrativa che interseca la campagna elettorale, gli anni del governo di Unidad Popular, il golpe e le vicende di un giovane cileno che si trova a Londra durante l’arresto del dittatore.

Il primo episodio avviene nella prigione di Pisagua, quando il senatore Allende affronta  il giovane tenente Pinochet che vuole impedirgli di visitare i detenuti politici comunisti. È il primo confronto tra i due, Allende è già un leader politico riconosciuto mentre Pinochet un oscuro membro della casta militare cilena, dietro di loro si proietta una nazione di forti contrasti tra una borghesia bigotta e conservatrice, e una classe lavoratrice povera, ribelle e molto idealista. Ma questo dualismo viene rappresentato, oltre che da stralci della vita dei due leader, dalla storia di un bambino che seguiamo fino a diventare adulto. All’inizio ha sette anni ed è nella sua casa in Sudafrica, figlio di immigrati cileni che conservano riconoscenti una foto del generale Pinochet; il bimbo segue rapito il mondiale di calcio del 1978 alla TV ed è ignaro del dramma ancora vivo nel suo paese che non ha mai conosciuto. La sua linea narrativa attraversa le due pagine affiancate, solcando la legatura e occupando l’intero spazio del libro, dando respiro a tutti i contrasti che il giovane progressivamente incontrerà nella sua vita fuori dal Cile. Sono contrasti tra i cileni che incontrano il padre e che hanno un aspro confronto con lui, sostenitore del golpe che avrebbe riportato l’ordine in Cile, parenti e amici che la repressione ha diviso. Una tensione che segue il ragazzo all’università e poi a Londra, dove il suo rapporto con gli esuli cileni allontanati dalla dittatura si fa più intenso. E il fumetto prosegue alternando aspetti diversi, montati ognuno in maniera originale; come la vita di Pinochet, a partire dall’infanzia, racchiusa in pagine singole da dodici riquadri, seguiti da un’immagine forte a tutta pagina, che riportano poi, in un montaggio parallelo molto cinematografico, squarci della vita personale di Allende.

Oltre alla perfezione formale della sceneggiatura e alla tecnica del disegno, la scelta dei colori e del tratto, la storia assume una sua dimensione linguistica e narrativa molto forte. Sono elementi che nel fumetto non possono essere separati; anzi è la loro  unità (come nel cinema) a fornire quel piacere della lettura che ci fa dimenticare l’origine differente dei diversi contributi. Ma L’ombra di Allende, oltre alla forza della Storia che ognuno di noi conosce, ruota in maniera del tutto originale intorno al tema del tradimento. Tradimento della tradizione democratica del Cile, tradimento della Costituzione e delle leggi, tradimento dei legami affettivi tra le persone che si schierarono all’interno delle famiglie in maniera opposta, tradimento dell’etica per la furia omicida del regime che si abbandonò all’omicidio sistematico e alla tortura; tradimento tra due uomini che, non dimentichiamolo, erano Presidente e Ministro dello stesso governo. Ed è proprio sul tradimento personale che la storia di González e Bras trova l’altra importante direttrice della narrazione, montando la scelta non scontata di Pinochet attraverso le pressioni piccole e grandi che si concentrano su di lui, fino a vincere le sue ritrosie e a renderlo uno dei peggiori criminali della storia umana.

 

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Romanzo disegnato di tormenti d’amore

Furio Scarpelli, Passioni, Gallucci Editore, pp. 110, euro 23, 50 stampa

di DOMENICO GALLO

Se dovessimo realmente chiederci cosa oggi sia l’Italia, uno dei percorsi sicuramente efficaci potrebbe essere di ripercorrere all’indietro la storia di alcuni intellettuali che seppero affrontare il tema della nostra società senza velature e opportunismi. A grandi scrittori che seppero costantemente essere presenti (e penso, fra tanti, a Leonardo Sciascia, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Ennio Flaiano) si sono affiancati gli artisti del cinema che seppero rispondere al crollo materiale e morale del Secondo dopoguerra con grande originalità. Infatti, se cercassimo un’icona onesta e celebre dell’italiano, molti di noi penserebbero immediatamente ad Alberto Sordi, riferendosi non tanto all’uomo (che forse neppure conosciamo) ma alla miriade di personaggi che ha reso celebri con i  film che ha interpretato. A volte eroico, spesso patetico, furbo e contemporaneamente ingenuo, bigotto e passionale, pauroso, opportunista ma capace di improvvisi slanci interiori, l’italiano del Dopoguerra è un enigma perché rinato da una Guerra civile mai archiviata e solo parzialmente vinta, protagonista di lotte sociali coraggiose e sconfitte, e soprattutto perché è ritratto attraverso una serie di ossimori che, proprio il cinema di Alberto Sordi ha mostrato (e forse denunciato) a livello di massa. E quindi la scrittura cinematografica si presenta come un itinerario sorprendente di verità che è stato percorso  attraverso le tappe della tragedia, della farsa, del paradosso e di una liberatoria allegria. La coppia di eccezione è quella di Age e Scarpelli che, assieme a Suso Cecchi D’Amico, segna il  cinema italiano degli anni Cinquanta.

La quantità di film che si sono basati sulla sceneggiatura o il soggetto scritto dai romani Agenore Incrocci e Furio Scarpelli è impressionante; dai film con Totò, a I soliti ignoti, e poi La marcia su Roma, I mostri, Il maestro di Vigevano, Il buono, il brutto e il cattivo, L’armata Brancaleone, In nome del popolo italiano e Romanzo popolare. Sulle loro pagine Zampa, Monicelli, De Filippo, Emmer, Soldati, Pasolini, Loy, Comencini, Monicelli, Risi, Scola, Steno, Germi e Petri (e sono solo i più noti) hanno elaborato e diffuso quell’immagine degli italiani che è diventata rappresentazione della società e della sua storia. Ma la scrittura per il cinema si interseca alla letteratura e al giornalismo, ed è frequente che questi autori passino mirabilmente dal copione al libro, al giornale.

Furio Scarpelli è una piccola eccezione perché la sua carriera si estende anche alla pittura, alla scenografia, al disegno satirico e al fumetto. Passioni è, per definizione dello stesso Scarpelli, un “romanzo disegnato di tormenti d’amore”, ed era già apparso nel 2011, in forma diversa, con il titolo Tormenti per Rizzoli. La storia si apre con le pagine del diario di Lolli nel giorno 5 marzo 1937. La donna è in Spagna in compagnia del pugile Mario Marchetti, diretti verso Madrid per combattere con la Repubblica e difendere la capitale dall’assedio di fascisti italiani e falangisti. I due romani sono persone semplici, del popolo, ma se per Mario è l’ardore antifascista che lo spinge verso una guerra civile non sua, ma che si sente di combattere come proiezione di quella che in Italia non è ancora scoppiata, Lolli è in fuga da una sballata storia d’amore con un uomo ricco molto più vecchio di lei. Se la prima parte si sviluppa all’interno delle convenzioni del fumetto, con i dialoghi racchiusi dalle nuvolette, il lungo flashback che descrive in dettaglio la relazione tra Lolli, una lavandaia, e lo spocchioso e agiato Rinaldo si sviluppa nella forma di un irregolare romanzo illustrato in cui i lunghi periodi di descrizione sono alternati ai disegni colorati e in bianco e nero. La storia racconta dell’invaghimento di Lolli per Rinaldo, inizialmente attratta dalla sua eleganza e dai regali, ma l’uomo, che è sposato con un figlio, introduce eccessive contraddizioni nella donna che, progressivamente, si innamora del più giovane e schietto pugile.

Scarpelli descrive una Roma fascista che offre lo sfondo a buona parte della storia e che riprende la vena satirica dell’inizio della sua carriera, quando collaborava al giornale anticlericale Don Basilio e poi alle pagine del Marc’Aurelio (con firme quali quelle di Zavattini, Bava, Steno e dell’amico Age). Ma l’efficacia della scrittura di Passioni, il suo essere romanzo disegnato, è proprio quella per immagini della sceneggiatura; un linguaggio che descrive le azioni, una prosa che fa vedere. Ogni parola è misurata per offrire il massimo della potenzialità, dovendo tradursi in recitazione degli attori e nel tempo rigorosamente limitato del film su celluloide. Passioni è quindi un fumetto davvero d’autore, perché Scarpelli firma con la propria cultura ed esperienza l’intera storia di amore e convenienza della giovane Lolli, un romanzo popolare, per citare il film che firmò assieme ad Age per Mario Monicelli.

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Messaggi dall’Oltre Mondo

Warren Ellis e Declan Shalvey, Injection. Libro uno, tr. Andrea Toscani, Saldapress, pp. 400, euro 49,90 stampa

di DOMENICO GALLO

Quando si pensa a un fumetto spesso accade che ci scordi che, in molti casi, abbiamo di fronte un’opera collettiva che ci impone di districarci tra la logica e la capacità narrativa dello sceneggiatore, la qualità del disegno e l’efficacia del “coloratore”. È un vero nodo che inganna il nostro cervello che ci rimanda spesso le tavole realizzate dal disegnatore, quando la proprietà è dello sceneggiatore, colui che ha delineato il progetto narrativo, ha avuto l’idea e ha delineato i personaggi, fino ad arrivare a pensare le sequenze delle tavole. Come nel cinema, l’opera collettiva prende il nome del regista, e nel caso di Injection il regista è lo sceneggiatore britannico Warren Ellis.

Injection è un’opera monumentale, iniziata nel 2015 e ancora in corso, che intende marchiare a fuoco il new weird sottolineando quanto l’opera di Ellis sia stata, fin dall’inizio della carriera, assolutamente attenta al nuovo contaminarsi dei generi e dei sottogeneri.

E allora, se il filo da seguire è quello dell’opera di Ellis, delle sue idee e della sua ostinata ricerca della trasgressione, con quella sua determinazione nel superare il limite anche morale della narrazione, Injection sembra riproporre una rielaborazione profonda dei suoi temi forti che lo hanno reso scomodo e famoso.

Il primo richiamo ci riporta a quei due capolavori in bianco e nero che erano stati Blu scuro e Bacio morboso, usciti da Avatar Press all’inizio del millennio e tradotti in Italia da Magic Press. Disegnato da Jacen Burrows (che ritornerà in Cicatrici e Bad World), Blu scuro si distingue per la radicalità e il modo con cui Ellis intende ottenere il massimo dalla storia, senza compromessi, mentre la prima lettura di Bacio Morboso, disegnato da Mike Wolfer, è come una caduta da un grattacielo senza fine.

In quest’ultimo Ellis si scontra con la fantascienza più morbosa, riuscendo a estremizzare ogni situazione e a produrre sconcerto e tensione nel lettore. “La paura esiste in due forme”, scrive Ellis. “Quello che possiamo immaginare e quello che non possiamo”. Ed Ellis riesce sempre a metterci di fronte quel qualcosa che non abbiamo potuto immaginare.

Certo la straordinaria serie distopica di Transmetropolitan (disegnata da Darik Robertson) aveva impressionato anche per l’abbattimento di un tabù come quello del cannibalismo che, persino nella fantascienza più radicale era stato trattato poche volte, ma è in Global Frequency che Ellis riesce a mettere in campo una convergenza tra la storia di gruppo tipica dei supereroi, la visione distopica del fumetto anglosassone contemporaneo e la rottura dal realismo con l’immissione di elementi weird sempre più marcati.

Injection si appoggia saldamente sull’intera scrittura che Ellis ha sviluppato con diversi disegnatori ed è quasi una riflessione su una produzione sterminata e magmatica che ha contemplato il noir, la fantascienza, l’esoterismo, l’horror, il weird, la fantapolitica.

Ancora una volta, come in Global Frequency, è un gruppo distorto che si riunisce come apparato parallelo dello Stato, qualcuno che, nella fitta tradizione di James Bond, ha licenza di uccidere perché di fronte a sé ha l’innominabile, il pericolo supremo che, se non sconfitto, chiuderà l’esperienza di homo sapiens sulla Terra. Una lotta tragica e disperata perché, anche se il pericolo viene esorcizzato, la minaccia si ripropone immediatamente sotto altre forme.

Questa vittoria instabile dell’umano, associata sempre e comunque a un affresco di una società che, complessivamente, non merita questi sacrifici, è il timbro tragico delle storie di Ellis, una sua firma pessimista che segna i suoi “supereroi” in maniera indelebile.

Injection mantiene sullo sfondo il complotto dell’Inoculazione sovrastrutturando l’intera scuola del cyberpunk, con la consapevolezza che le tecnologie dell’informazione hanno ridisegnato il mondo e la percezione degli umani, la nuova visione della fisica letta attraverso chiavi esoteriche e l’intramontabile tradizione lovecraftiana in cui creature e pericoli innominabili sono separati da noi solo da una sottile parete sempre a rischio di lacerarsi.

All’interno di questo modello narrativo, la lotta contro l’Inoculazione procede serratamente lungo le tavole di Declan Shalvey, colorate magistralmente da Jordie Bellaire, e  capace di sedurci al punto che dopo una storia di 340 pagine abbiamo la sensazione di essere solo all’inizio.

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Perdenti fra vendetta e impossibile giustizia

Brian Azzarello e Eduardo Risso, Moonshine, Vol. 1, tr. Francesco Matteuzzi, Mondadori, pp. 150, € 18,70 stampa

di DOMENICO GALLO

La coppia Azzarello e Risso ha firmato una delle opere fondamentali del fumetto contemporaneo, la lunga e articolata 100 Bullets che ha messo a nudo molti aspetti critici della società statunitense come la povertà e il degrado delle periferie, le difficoltà degli immigrati, la netta separazione tra le classi e, contemporaneamente, il ruolo autonomo (disancorato?) del potere. Sotto l’influenza di scrittori classici del noir come Jim Thompson, David Goodis e James M. Cain, il fumetto di Azzarello e Risso si è distinto soprattutto per l’eccezionale capacità di tessere una trama mirabilmente complessa a partire dalla sete di vendetta che stagna in molti fallimenti umani. Vendetta, non giustizia perché la lezione dei looser del noir statunitense viene riproposta con la denuncia politica di un potere fuori controllo e immorale.

Moonshine è il titolo perfetto per questa nuova storia ambientata durante il proibizionismo; il significato principale evoca il chiaro di luna dei racconti del terrore e, in particolare, dei licantropi, ma nel parlato, moonshine significava, allora, l’alcool illegale e prodotto di contrabbando. Ambientata nel 1929, la storia ruota attorno alle vicende di mister Pirlo, un gangster di mezza tacca al soldo del potente Joe Masseria che deve individuare un’eccellente distilleria clandestina. La ricerca conduce Pirlo nelle foreste del West Virginia, in un mondo rurale in cui valgono regole diverse rispetto a quelle delle città, dove sopravvivono riti tribali sia tra i neri, attraverso il loro legame con l’Africa, sia tra i bianchi, resi selvaggi e imprevedibili dal contatto costante con una natura ancestrale. Pirlo, detentore del denaro promesso dalla malavita in cambio del liquore, è il portatore di una civiltà malata destinata a sconvolgere i precari equilibri di quel piccolo world apart.

Il primo volume di Moonshine ci propone un’opera molto più lineare e classica di 100 Bullets o degli interventi nella collana America Moster, firmati da Azzarello in coppia con Jouan Doe; una tecnica narrativa più “tradizionale”, con un unico protagonista e una storia principale molto rigorosa. La costruzione del protagonista, un gangster di fatto molto umano e un po’ fuori luogo tra i killer di Masseria, sembra distaccarsi dalla crudeltà estrema e dal cinismo che aveva caratterizzato la violenza narrativa di 100 Bullets, e forse è un ritorno a una scansione più simile al capolavoro del fumetto di guerra contemporaneo come Sgt. Rock dove la storia presenta un centro molto ben definito (di Azzarello in coppia con Joe Kubert).

Moonshine volume 1, un po’ come le stagioni delle serie TV, finisce con un punto di svolta narrativo dove la trama, anziché chiudersi, si apre e sembra imboccare la strada dell’horror. Non ci resta che attendere…

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Speciale Michel Houellebecq. Sei punti di vista su Serotonina.

Gli effetti di “una piccola compressa bianca, ovale, divisibile

Walter Catalano. Voyage au bout de la lutte?
Un attraversamento dell’opera di Houellebecq nei suoi risultati più alti come in quelli meno compiuti, istrionico poseur, così tragicamente convincente;  un autore importante, forse un autore necessario.

Roberto Sturm. L’infelicità degli uomini
Houellebecq. Lo si odia o lo si ama, ma ci offre una lettura del presente che solo una minuziosa conoscenza dell’animo umano e della società può dare, al di là di ogni convinzione ideologica ed etica.

Elio Grasso. Prima di Serotonina il male dov’era? E dov’è ora?
La spigliatezza chimica, al centro del romanzo, fa confluire i diversi stampi della “poetica” a cui Houellebecq si dedica da un bel po’ di anni… D’altronde anche le sue poesie affermano che ci si sposta di continuo verso il vuoto.

Roberto Derobertis. Serotonina. Molto meno di una speranza
Come sempre nella scrittura di Houellebecq, è proprio attraversando l’abiezione che riappare quanto di più umano ci sia nella deumanizzazione che ci circonda e della quale, in fondo, anche noi, lettori e lettrici, siamo protagonisti.

Elisabetta Michielin. Captorix vs  Subutex
Rock o lento? Un confronto fra i due romanzi che hanno l’ambizione di raccontare la Francia (o la fine della Francia?).

Renzo Paris. Michel Houellebecq: Come restare vivi!  (riedizione da PULP Libri n. 25)
Passato futuro. La prima volta di Houellebecq su PULP, la sua critica del desiderio, le “dèsir”, la messa in dubbio della felicità di vivere nell’eterno presente, di quello che viene sbandierato come il migliore degli universi possibili.

 

Bibliografia italiana

  • Le particelle elementari (Les Particules élémentaires, 1998), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 1999.
  • Il senso della lotta (Le Sens du combat, 1996), tr. Anna Maria Lorusso, Bompiani, 2000.
  • Estensione del dominio della lotta (Extension du domaine de la lutte, 1994), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2001.
  • Lanzarote (2000), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2002.
  • Piattaforma. Nel centro del mondo (Plateforme, 2001), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2003.
  • P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (Contre le monde, contre la vie, 1991), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2001.
  • La possibilità di un’isola (La Possibilité d’une île, 2005), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2005.
  • La ricerca della felicità (La Poursuite du bonheur, 1992), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2008.
  • Bernard-Henri Lévy (con), Nemici pubblici, tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2009.
  • La carta e il territorio (La carte et le territoire, 2010), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2010.
  • Sottomissione (Soumission, 2015), tr. Vincenzo Vega, Bompiani, 2015.
  • Configurazioni dell’ultima riva (Configuration du dernier rivage, 2013), tr. Fausta Garavini e Alba Donati, Bompiani, 2015.
  • In presenza di Schopenhauer, tr. Vincenzo Vega, La nave di Teseo, 2017.
  • Serotonina (Sérotonine, 2019), tr. Vincenzo Vega, La nave di Teseo, 2019.
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La creatura rivoluzionaria

Brian Aldiss, Frankenstein liberato, tr. Gianfranco Manfredi, Bompiani, 1975, pp. 220, fuori stampa

di DOMENICO GALLO

Frankenstein Unbound era stato pubblicato nel 1975 nella collana Letteraria di Bompiani (e nel Regno Unito due anni prima), assieme a una serie di autori che, nei decenni successivi, avrebbero attirato l’attenzione dei critici e dei lettori. Brian Aldiss era «solo» uno scrittore di fantascienza, ma il suo strano romanzo dedicato a Frankenstein si trova assieme alle opere di Adolfo Bioy Casares, Renzo Paris, Luigi Malerba, Mario Vargas Llosas, Antonio Tabucchi, Amos Oz e Gore Vidal. Sembra quasi che il curatore avesse colto una certa potenzialità postmoderna di quella fantascienza che si era proclamata New Wave, e che vedeva Brian Aldiss, assieme a James G. Ballard e a Michael Moorcock, al centro di un’avanguardia culturale di stupefacente creatività. Dall’underground londinese si era sviluppata una critica alla fantascienza classica capace di configurare le nuove scritture, ma anche di studiare, con una nuova immaginazione critica, lo stesso fenomeno della nascita del genere e di metterlo in relazione con le altre produzioni culturali. La stessa nascita del Frankenstein è frutto di un eccezionale sistema di relazioni tra culture molto diverse, dalle forme più classiche della poesia di Byron e Shelley, alla cultura popolare fino alla scienza e alle prime teorizzazioni politiche dell’ugualitarismo.

Scritto contemporaneamente al suo celeberrimo saggio storico (Un miliardo di anni, 1975), Frankenstein liberato esprime letterariamente la medesima tesi, ovvero che la fantascienza abbia avuto origine proprio dal Frankenstein di Mary Shelley, pubblicato nel 1818. Il problema dell’origine della fantascienza oggi può sembrare di modesta rilevanza, ma ha caratterizzato per decenni un prolifico e complesso filone critico. L’intervento di Brian Aldiss ebbe certamente il merito di comprendere come, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, scienza, tecnica e letteratura siano destinate a intraprendere un percorso comune e a ibridarsi successivamente con le prime teorizzazioni del socialismo europeo. Il risultato di questo incontro è una letteratura multiforme come la fantascienza, sempre indecisa tra evasione e grandi progetti, pensare al futuro per cambiare il presente, mettere in discussione ogni elemento della superstizione e contestare il potere.

Frankenstein liberato inizia con uno dei meccanismi classici della New Wave e della narrativa catastrofica di Ballard. Una Terra inquinata ed esaurita, dilaniata da una guerra mondiale tra i continenti, comincia a perdere la coerenza dello spazio-tempo. Intere porzioni di territorio si ritrovano improvvisamente a slittare in altre epoche, oscillando tra presente e passato. Il protagonista, allontanatosi dalla propria abitazione nel 2020 durante un temporaneo slittamento, si ritrova a Ginevra nel 1816 dove incontra sia lo scienziato Victor Frankenstein sia la comunità di intellettuali composta da Byron, Shelley, Polidori e Mary Godwin.

Il meccanismo letterario del viaggio nel tempo consente ad Aldiss di riscrivere la storia dell’origine del romanzo Frankenstein in coerenza con il suo ruolo di capostipite della fantascienza, anzi di quella fantascienza critica e politicamente impegnata che aveva portato al successo la rivista inglese New Worlds. “Il vapore è la base di ogni progresso contemporaneo”, proclama Shelley mentre descrive la sua idea prospettica di sviluppo tecnologico, aggiungendo che presto saranno messe le redini alla “grande forza vitale dell’elettricità”, ma all’idea che le macchine libereranno l’uomo dal lavoro e renderanno possibile il socialismo universale, Byron risponde con scetticismo paventando una società futura in cui le macchine saranno proprietà di coloro che sono al potere, perpetrando il crimine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Mentre a Villa Diodati i due poeti e intellettuali si scontrano sulla loro idea di futuro, una Mary Godwin (non ancora Mary Shelley) ascolta con attenzione sottolineando che solo il cambiamento interiore dell’uomo potrà consentire il progresso che il suo compagno considera inevitabile. In un solo capitolo, utilizzando teatralmente e in maniera apocrifa gli ospiti di Villa Diodati, Aldiss, forse citando volontariamente il Manoscritto sulle macchine di Karl Marx, descrive sia il futuro della fantascienza (sempre in bilico tra ottimismo tecnologico e critica del potere e dell’appropriazione selvaggia dei saperi) sia quello della politica (indecisa tra i grandi progetti sociali rivolti al futuro e l’egoismo del singolo e delle élite concentrato al presente).

Dunque Aldiss scopre le grandi metafore di un romanzo che, letto a più riprese dal cinema, è stato profondamente modificato, concentrando su di sé, in ogni epoca, l’idea della centralità del controllo sociale della scienza, dell’etica che si contrappone alla libertà di scoperta, della sfida all’ideologia della creazione divina che, da lì a poco, sarà portata avanti da Charles Darwin. Ma cos’è la cultura, sembrano chiedersi Mary Shelley e Brian Aldiss, se non la capacità di comprendere e sintetizzare le pulsioni di un’epoca, di valutarne le contraddizioni, proclamarne ad alta voci tutti i sogni, e soprattutto quelli proibiti?

In questa giornata dedicata al Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley abbiamo pubblicato anche una recensione della raccolta di racconti di Thomas Ligotti La straziante resurrezione di Victor Frankenstein, uno speciale sulle apparizioni della Creatura nel fumetto italiano; ci sarà anche una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson, chiuderemo con un itinerario di letture sul romanzo della Shelley, tutto per celebrare i duecento anni dalla prima edizione del romanzo (1818).

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Altra storia, altre battaglie

Franco Ricciardiello, Nell’ombra della Luna, Meridiano Zero, pp. 316, euro 18,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

Chiamiamo ucronie quelle storie che prendono vita da un passato alternativo in cui un avvenimento storicamente determinato ha avuto un esito diverso da quello che conosciamo. Da questo espediente narrativo nascono una serie di vicende che si nutrono di questo paradosso che scambia vinti con vincitori, che ridetermina i ruoli e spesso i caratteri dei personaggi coinvolti. Nella fantascienza classica si trovano alcuni esempi di storia alternativa (tra i primi e più famosi si deve ricordare Anniversario Fatale dello scrittore trotzkista Joseph Ward Moore, un romanzo ambientato negli Stati Uniti in cui la Guerra di Secessione è stata vinta dai confederati), ma oggi dobbiamo confrontarci con il grande successo di molti romanzi contemporanei in cui i peggiori incubi della storia si sono avverati. In particolare l’ipotetica vittoria del nazismo è stata trattata in romanzi di successo come SS-GB. I nazisti occupano Londra di Len Deighton (recentemente ristampato), Fatherland di Robert Harris e Complotto contro l’America di Phlip Roth.

In Italia i romanzi di storia alternativa dedicati al fascismo sono un complesso letterariamente molto eterogeneo che però consente di cogliere quanto sia complesso e variabile il giudizio su questa esperienza politica tutta italiana. A fianco di opere molto interessanti, tra cui bisogna ricordare i cicli di Enrico Brizzi e Giampietro Stocco, non sono infrequenti ucronie di mera masturbazione ideologica e di nostalgia pacchiana, in cui è plateale l’entusiasmo per l’ipotetica vittoria del fascismo (più o meno schierato a fianco della Germania), e di qualità letteraria decisamente scadente. Ma la sfida di questo piccolo ma battagliero genere letterario risiede nella capacità di approfondendo della dimensione storica e nel portare avanti un lavoro letterario attorno alle ambiguità delle scelte politiche attraverso una lettura deformata.

Da questo punto di vista, Nell’ombra della Luna di Franco Ricciardiello è un ottimo esempio di meticoloso lavoro storico e di accettazione delle molte ambiguità che caratterizzano il Novecento. Sta proprio in questa sfida alla complessità la qualità di un romanzo che ha il coraggio di abbracciare l’intero quadro mondiale e di dedicare al secolo breve molte riflessioni tutt’altro che scontate.

Dal punto di vista tecnico Nell’ombra della Luna è una di quelle ucronie più complesse che si poggiano su un’ipotesi della fisica quantistica molto nota, ma difficile da comprendere nel suo concreto contesto scientifico, come quella degli universi paralleli. L’idea base consiste nel pensare che ogni misura quantistica non produca solo la riduzione della particella nello stato che sarà misurato, eliminando tutte le altre possibilità, ma che, al presentarsi di uno stato nel nostro universo, si creino degli universi in cui quella particella ha assunto le altre possibili misure. Si tratta di una teoria elaborata da Hugh Everett che ha raccolto l’assenso di molti fisici importanti, ma che rimane decisamente contrastata. Tuttavia, e questo è molto positivo, è diventata un meccanismo classico della letteratura di fantascienza fino a diventare un elemento che non deve essere ulteriormente spiegato al lettore e che è alla base, per esempio, della fortuna serie TV The Man in the High Castle prodotta da Ridley Scott.

Nell’ombra della Luna, quindi, accetta l’intera complessità della Storia, a partire dalla descrizione della situazione sindacale statunitense, che richiama da vicino in La Battaglia di John Steinbeck (che diventa In Dubious Battle nel film del di James Franco del 2016, in cui l’aperta riflessione sulle ambiguità della lotta sindacale ne consentono la traduzione il Italia nel 1940 da Bompiani, con traduzione di Eugenio Montale), e che ridetermina personaggi storici come Tina Modotti, Woody Gurthie, Sergej Ėjzenštejn e Upton Sinclair, per proseguire in una lunga guerra civile statunitense che riscrive la Guerra di Spagna e concludersi negli anni Cinquanta, con una Seconda Guerra Mondiale che non è stata combattuta, in cui si affronta il tema cruciale della rivoluzione tradita. I tre filoni sono sviluppati contemporaneamente, consentendo al lettore di leggere gli antefatti della rivoluzione statunitense e dello svolgersi della guerra civile alla luce delle nuove tensioni di una nazione solo apparentemente pacificata, in cui riappaiono, come fantasmi provenienti dal nostro mondo, la violenza e l’ideologismo della rivoluzione culturale cinese fino alla repressione di Piazza Tienanmen del 1989. Attraverso i propri personaggi, Franco Ricciardiello si interroga su un lungo spezzone della Storia che dalla Rivoluzione di Ottobre arriva fino agli anni Ottanta, quando la Guerra Fredda sta bruciando i suoi ultimi avvenimenti, alla ricerca degli errori che hanno condotto i sogni di liberazione della classe operaia nell’involuzione burocratica e totalitaria prima sovietica e poi cinese.

Nell’ombra della Luna è quindi uno di quei libri di fantascienza che, pagina per pagina, provocano il lettore e lo costringono a una lettura comparata del romanzo e della Storia, lo inducono a conoscere in maniera più profonda la nostra stessa Storia per comprendere quanto c’è di alterato nel romanzo che stiamo leggendo, divulga e contemporaneamente diverte. Questa avvolgersi continuo di Storia conosciuta, Storia da scoprire e fiction consente un ulteriore gioco politico di trasferimento delle ambiguità dal livello storico a quello narrativo, portando la Storia a essere protagonista del romanzo. In questo senso Franco Ricciardiello le ambiguità le accetta tutte, non si sottrae in alcun punto a presentare un giudizio politico di matrice libertaria, aggirandosi inquietamente all’interno del gioco di specchi falsamente parallelo tra il nostro mondo e quello romanzesco. Anzi, la storia del mondo parallelo riesce ad arricchire la nostra Storia attraverso le speculazioni della fantascienza, si offre a essere laboratorio politico delle aspirazioni egualitarie e rivoluzionarie affinché, come scrisse Lenin, “gli eserciti sconfitti imparino molto”.

http://meridianozero.info/

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La materializzazione dell’astratto

François Rabelais, Gargantua e Pantagruele, tr. Augusto Frassinetti, Gorilla Sapiens, 5 voll., euro 25,00 a volume, stampa

recensisce DOMENICO GALLO

Ė possibile recensire un colosso come Gargantua e Pantagruele, un libro che, alla fin fine, ha dei giganti per protagonisti ma che è anche un mostro della letteratura mondiale? Non so; certo è una sfida che rende il recensore timoroso, dopo le pagine che Giovanni Macchia, Michail Bachtin o Erich Auerbach hanno dedicato a questo mastodonte che intimidisce con i cinque volumi di questa riedizione osata dall’editore Gorilla Sapiens. Di sicuro a François Rabelais sarebbe piaciuto molto un editore con un nome del genere, anche senza saper nulla di Charles Darwin e degli studi di antropologia primitiva; anzi, se avesse saputo, avrebbe riportato nel libro un frenetico elenco di quei tentativi evolutivi che ci hanno spinto ad abbandonare Madre Africa fino a impestare il nostro mondo, e avrebbe sciorinato: homo habilis, homo erectus, homo heidelbergensis, homo rhodesiensis, homo neanderthalensis, homo sapiens…

Era raffinato scienziato e prete, il nostro Rabelais, medico ed eccezionale erudito, in qualche modo anticlericale e certo gaudente, con simpatia verso i poveri, visto che la sua opera è una grande utopia popolare, una sorta di grande cuccagna che si erge a celebrare l’abbondanza in epoche di fame assoluta. La sua opera è sorprendente per l’epoca in cui ha vissuto, costantemente amata e contrastata, tanto che i teologi della Sorbona ingaggiano una guerra a distanza su Gargantua e Pantagruele, censurandolo a più riprese. L’opera infatti è firmata da Alcofribas Nasier, simpatico anagramma di François Rabelais. Ma la forza dei cinque libri è tutta dentro un vitalismo materiale che vede al suo centro una miracolosa abbondanza di tutto quanto ci perviene dai cinque sensi, di cibo, di vino e di sesso. La stessa inutilità della vita religiosa segna l’opera in molti punti, come una costante critica alla purezza e alla passata idealità della cultura ufficiale. Rabelais, attraverso la storia fantastica dei giganti, sventola il vessillo di un’indistinta rivolta popolare che nei secoli a venire sarà soprattutto sanculotta, una rivolta della vita materiale che si burla dell’astratta idealità.

È Auerbach a individuare una netta posizione anticristiana, «per lui è buono l’uomo che segue la sua natura, e buona è la vita naturale, sia quella degli uomini che quella delle cose», e prosegue scrivendo che per Rabelais non esiste peccato originale né giudizio finale. A rileggere oggi quest’opera monumentale, queste osservazioni suonano ancora più forti e profonde, soprattutto in un’epoca di materialità effimera come l’odierna, che si esprime solo attraverso il possesso e non attraverso l’essere e il vivere; per Rabelais, invece, è nella materialità che si esprime l’uomo e nel suo strettissimo rapporto con la natura, dove la stessa cultura è un cibo e un vino della mente, ma non attraverso l’astrazione del materiale, bensì esaltando la materializzazione dell’astratto.

Le precedenti edizioni di Gargantua e Pantagruele, in particolare in questa traduzione di Augusto Frassinetti («un satirico senza illusioni», secondo la definizione di Italo Calvino), perfetta nella sua ricerca delle difficili assonanze originali e nella perversità di neologismi e storpiature, erano state affiancate alle illustrazioni di Gustave Doré, capolavori della storia dell’arte. In questa edizione Gorilla Sapiens, il difficilissimo incarico è stato affidato a cinque artisti diversi, uno per libro. A Manfredi Ciminale, disegnatore che si è scelto come maestri Moebius e Filippo Scozzari, è stato affidato La molto spaventevole vita del grande Pantagruel, e offre una serie di tavole vivaci e colorate che stanno tra il fumetto (con un richiamo ai colori de L’Incal di Moebius) e la fiaba (sottolineando l’aspetto fantastico dell’opera). Il secondo libro, Pantagruele. Re dei Dipsodi, vede la collaborazione di Irene Rinaldi, che ha scelto per le tavole che le sono state affidate un taglio cartellonistico, quasi da locandina teatrale. Dei fatti e detti eroici del nobile Pantagruele, il terzo libro, è illustrato da Francesco Poroli, che ha selezionato la gamma dei colori e offre un disegno molto geometrico. Il quarto libro vede una serie di tavole affidate a Martoz con richiami di arte contemporanea e ammiccamenti alla dinamica del fumetto, mentre il quinto libro, la cui attribuzione a Rabelais non è universalmente riconosciuta, è opera di Elisa Macellari, che ha appena pubblicato il libro a fumetti Papaya Salad, commenta graficamente Rabelais con una serie di tavole immaginifiche.

E per finire, come ha scritto François Rabelais:

Meglio di riso che di pianto scrivere,
Poiché è dell’uomo e di lui solo il ridere
VIVETE LIETI

http://www.gorillasapiensedizioni.com/

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Aria di Roma domani

Francesco Verso, I camminatori. Vol. 1 – I Pulldogs, Future Fiction, pp. 320, €15,00 stampa, €3,99 ebook

recensisce DOMENICO GALLO

La fantascienza, nonostante il suo orgoglio un po’ snob, è negli ultimi tempi soggetta a un infittirsi di mode, di manifesti letterari e politici, di correnti estetiche e di inevitabili opportunismi editoriali. Uno dei motivi fondamentali è che la fantascienza vende poco e quindi si bruciano rapidamente filoni e nuovi autori. Qualcuno, però, procede in direzione ostinata e contraria, sposando la logica cyberpunk originale del prosumer, ipotizzato da Alvin Toffler nel suo saggio di successo La terza ondata (1980), che descrive un consumatore attivo e capace di partecipare all’intero processo produttivo.

Sto parlando di Francesco Verso (scrittore, editore, traduttore, divulgatore e attivista) che pratica, nella vita quotidiana e nella sua professione, l’etica cyberpunk del conoscere e sperimentare, smontare e rimontare, modificare le prospettive canoniche degli oggetti e dei meccanismi produttivi per ipotizzarne degli altri. Scrittore affermato in Italia, con due Premi Urania, e-Doll e Bloodbusters, e altri romanzi interessanti come Antidoti umani e Livido, è il primo scrittore italiano di genere a pubblicare un romanzo di fantascienza negli Stati Uniti. I suoi punti di forza narrativi sono la conoscenza della scienza di frontiera, cioè quelle scoperte che sono al limite tra laboratorio e diffusione di massa, e che costituiscono il suo contesto forte e credibile, e un’attenzione sempre maggiore ai rapporti umani e al ruolo che la persona può assumere e praticare in questa nuova realtà.

I camminatori è una trilogia di cui I Pulldogs è il primo volume. Da un personaggio all’altro, fino a stabilire una serie di rapporti d’amore, di solidarietà e di amicizia, si delinea la geometria di un collettivo che è il vero protagonista del romanzo. L’idea che condividono è quella di non subire le tecnologie ma di reinterpretarle, di cambiare il progetto di profitto con cui sono state registrate e vendute, realizzando piccole reti di condivisione. La natura evidentemente politica della narrativa di Verso può oggi essere associata alla nascente corrente del solarpunk, anche se il suo percorso individuale è caratterizzato da forte autonomia politica e letteraria. Sicuramente Verso ha sviluppato attraverso le sue opere un’evoluzione che ha portato lui e altri attivisti a ritrovarsi in questa nuova estetica che ha forti connotazioni sperimentali e anarchiche.

In antitesi allo scontato steampunk, il solarpunk ha il suo centro nella pratica politica e nella sperimentazione di tecnologie alternative; è rivolto al presente e al futuro in maniera dichiarata, e intende scendere attivamente nel campo delle lotte sociali attraverso una propria interpretazione della tecnologia. In tutto lo scorrere della trama de I Pulldogs assistiamo alla presa di coscienza di alcuni personaggi attraverso il contatto con gli attivisti. È una vera comprensione della propria realtà di vita e di disvelamento delle logiche di sfruttamento, impoverimento e precarietà che dilagano nella Roma di un domani così immediato che potrebbe essere quello dell’anno prossimo. I temi sono molti, dall’idea di diffusione di massa delle nanotecnologie alla lotta per la reinterpretazione e occupazione degli spazi urbani, fino alla loro difesa di massa. Scienza e tecnica dialogano con la passione politica e con una bella idea, che la liberazione sia innanzitutto personale, dal basso, e che si sviluppi con l’affetto, il rispetto, l’amicizia e l’amore. Verso riesce – e secondo me è un valore della sua narrativa – a scrivere una fantascienza attenta ai sentimenti che sfugge al sensazionalismo eroico della tradizione avventurosa, descrivendo una rivoluzione delle piccole cose, giornaliera, fatta di delicatezze diffuse. E forse la Rivoluzione, quando ci sarà, inizierà così.

https://www.futurefiction.org/

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Il mondo delle nuove emozioni

Clelia Farris, La consistenza delle idee, Future Fiction, pp. 178, €13,50 stampa, €3,99 e-book

recensisce DOMENICO GALLO

Il panorama editoriale della fantascienza italiana è oggi composto da una costellazione di piccoli editori che portano avanti progetti spesso di grande qualità. Questa coraggiosa passione si declina con l’utilizzo delle nuove possibilità editoriali che consentono di vivere in un mercato per lo più aggressivo e difficile. Grazie all’e-book e alla stampa on demand, la fantascienza italiana sta vivendo una stagione felice per quantità di libri disponibili; libri, in alcuni casi, anche di grande qualità. È il caso di Future Fiction, che, assieme a molti autori stranieri provenienti da tutto il mondo, propone con grande attenzione alcuni italiani. Tra questi spicca l’antologia La consistenza delle idee di Clelia Farris, autrice della Sardegna, una delle voci più interessanti della fantascienza contemporanea e autrice di alcuni romanzi (Rupes recta, 2015; La pesatura dell’anima, 2014; Nessun uomo è mio fratello, 2009). In questi sette racconti possiamo intraprendere un raffinato viaggio all’interno di registri narrativi molto diversi tra loro, dalla fantascienza postuma alla riscrittura del racconto fantastico.

«Nemico Segreto», il racconto che apre la raccolta, è una raffinata versione fantascientifica di molti temi classici del racconto fantastico, dal doppio al mondo oltre lo specchio, dall’estetismo fino alla relazione sadomaso. La storia si svela parola dopo parola, con una sua giusta lentezza, per lasciare al lettore l’intuizione di un rapporto molto complesso per giungere a dichiarare un’inquietante realtà. «Chirurgia creativa», invece, è un racconto che secondo me rimanda a quel continuo contrapporsi tra leggerezza e peso che ci ha lasciato Italo Calvino. Da un lato Clelia Farris riesce a descrivere con quella precisione assoluta e neutra che è tipica del linguaggio della medicina, spaziando tra tecnica, bioingegneria e anatomia, esternando «la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni»; dall’altro troviamo una sottile tessitura di rapporti umani e affetti che si sviluppa in un linguaggio senza peso, «che aleggia sopra le cose come una nube». L’ho trovato un racconto di rara bellezza, che accetta le contraddizioni dell’umano nella nostra epoca e riesce a scrivere una poesia fantascientifica; cosa rara nella fantascienza italiana, genere in cui questi due poli sono spesso squilibrati, con autori che s’accontentano di avere azzeccato un’ambientazione, ma tralasciano il grande mondo delle nuove emozioni.

Calvino, riflettendo sulla propria scrittura nelle Lezioni americane, ammette di avere cercato di togliere il peso (alle persone, ai corpi celesti e alle città), e questo meccanismo ritrovo in «Chirurgia creativa» che, dato l’argomento quantomai pesante, riesce a comunicare una ri-declinazione dei sentimenti comuni all’interno di una nuova corporeità. Clelia Farris accetta, inoltre, la nostra identità globale, il nostro essere mondo dovunque ci troviamo attraverso una condivisione di identità profondamente tecnologiche che non dimenticano l’umano. Ma queste contraddizioni del locale e del mondiale, del tecnologico e dell’umano, del singolo e del multiplo, sono affrontate consapevolmente e con spirito critico.

La stessa Sardegna, luogo dell’immaginario più tradizionale, entra negli altri racconti dell’antologia come sfondo della fantascienza più dura e della ridefinizione dei rapporti umani imposti dal progresso. Un mescolarsi di mitologia e tecnologie avanzate riesce a creare un effetto di straniamento molto efficace, quel rapporto dialettico tra nuovo e sempre uguale che è alla base dell’estetica di Walter Benjamin e di George Simmel, e che poi è anche il motore interiore della fantascienza.

https://www.futurefiction.org/

 

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