Tutti gli articoli di Domenico Gallo

Aria di Roma domani

Francesco Verso, I camminatori. Vol. 1 – I Pulldogs, Future Fiction, pp. 320, €15,00 stampa, €3,99 ebook

recensisce DOMENICO GALLO

La fantascienza, nonostante il suo orgoglio un po’ snob, è negli ultimi tempi soggetta a un infittirsi di mode, di manifesti letterari e politici, di correnti estetiche e di inevitabili opportunismi editoriali. Uno dei motivi fondamentali è che la fantascienza vende poco e quindi si bruciano rapidamente filoni e nuovi autori. Qualcuno, però, procede in direzione ostinata e contraria, sposando la logica cyberpunk originale del prosumer, ipotizzato da Alvin Toffler nel suo saggio di successo La terza ondata (1980), che descrive un consumatore attivo e capace di partecipare all’intero processo produttivo.

Sto parlando di Francesco Verso (scrittore, editore, traduttore, divulgatore e attivista) che pratica, nella vita quotidiana e nella sua professione, l’etica cyberpunk del conoscere e sperimentare, smontare e rimontare, modificare le prospettive canoniche degli oggetti e dei meccanismi produttivi per ipotizzarne degli altri. Scrittore affermato in Italia, con due Premi Urania, e-Doll e Bloodbusters, e altri romanzi interessanti come Antidoti umani e Livido, è il primo scrittore italiano di genere a pubblicare un romanzo di fantascienza negli Stati Uniti. I suoi punti di forza narrativi sono la conoscenza della scienza di frontiera, cioè quelle scoperte che sono al limite tra laboratorio e diffusione di massa, e che costituiscono il suo contesto forte e credibile, e un’attenzione sempre maggiore ai rapporti umani e al ruolo che la persona può assumere e praticare in questa nuova realtà.

I camminatori è una trilogia di cui I Pulldogs è il primo volume. Da un personaggio all’altro, fino a stabilire una serie di rapporti d’amore, di solidarietà e di amicizia, si delinea la geometria di un collettivo che è il vero protagonista del romanzo. L’idea che condividono è quella di non subire le tecnologie ma di reinterpretarle, di cambiare il progetto di profitto con cui sono state registrate e vendute, realizzando piccole reti di condivisione. La natura evidentemente politica della narrativa di Verso può oggi essere associata alla nascente corrente del solarpunk, anche se il suo percorso individuale è caratterizzato da forte autonomia politica e letteraria. Sicuramente Verso ha sviluppato attraverso le sue opere un’evoluzione che ha portato lui e altri attivisti a ritrovarsi in questa nuova estetica che ha forti connotazioni sperimentali e anarchiche.

In antitesi allo scontato steampunk, il solarpunk ha il suo centro nella pratica politica e nella sperimentazione di tecnologie alternative; è rivolto al presente e al futuro in maniera dichiarata, e intende scendere attivamente nel campo delle lotte sociali attraverso una propria interpretazione della tecnologia. In tutto lo scorrere della trama de I Pulldogs assistiamo alla presa di coscienza di alcuni personaggi attraverso il contatto con gli attivisti. È una vera comprensione della propria realtà di vita e di disvelamento delle logiche di sfruttamento, impoverimento e precarietà che dilagano nella Roma di un domani così immediato che potrebbe essere quello dell’anno prossimo. I temi sono molti, dall’idea di diffusione di massa delle nanotecnologie alla lotta per la reinterpretazione e occupazione degli spazi urbani, fino alla loro difesa di massa. Scienza e tecnica dialogano con la passione politica e con una bella idea, che la liberazione sia innanzitutto personale, dal basso, e che si sviluppi con l’affetto, il rispetto, l’amicizia e l’amore. Verso riesce – e secondo me è un valore della sua narrativa – a scrivere una fantascienza attenta ai sentimenti che sfugge al sensazionalismo eroico della tradizione avventurosa, descrivendo una rivoluzione delle piccole cose, giornaliera, fatta di delicatezze diffuse. E forse la Rivoluzione, quando ci sarà, inizierà così.

https://www.futurefiction.org/

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Il mondo delle nuove emozioni

Clelia Farris, La consistenza delle idee, Future Fiction, pp. 178, €13,50 stampa, €3,99 e-book

recensisce DOMENICO GALLO

Il panorama editoriale della fantascienza italiana è oggi composto da una costellazione di piccoli editori che portano avanti progetti spesso di grande qualità. Questa coraggiosa passione si declina con l’utilizzo delle nuove possibilità editoriali che consentono di vivere in un mercato per lo più aggressivo e difficile. Grazie all’e-book e alla stampa on demand, la fantascienza italiana sta vivendo una stagione felice per quantità di libri disponibili; libri, in alcuni casi, anche di grande qualità. È il caso di Future Fiction, che, assieme a molti autori stranieri provenienti da tutto il mondo, propone con grande attenzione alcuni italiani. Tra questi spicca l’antologia La consistenza delle idee di Clelia Farris, autrice della Sardegna, una delle voci più interessanti della fantascienza contemporanea e autrice di alcuni romanzi (Rupes recta, 2015; La pesatura dell’anima, 2014; Nessun uomo è mio fratello, 2009). In questi sette racconti possiamo intraprendere un raffinato viaggio all’interno di registri narrativi molto diversi tra loro, dalla fantascienza postuma alla riscrittura del racconto fantastico.

«Nemico Segreto», il racconto che apre la raccolta, è una raffinata versione fantascientifica di molti temi classici del racconto fantastico, dal doppio al mondo oltre lo specchio, dall’estetismo fino alla relazione sadomaso. La storia si svela parola dopo parola, con una sua giusta lentezza, per lasciare al lettore l’intuizione di un rapporto molto complesso per giungere a dichiarare un’inquietante realtà. «Chirurgia creativa», invece, è un racconto che secondo me rimanda a quel continuo contrapporsi tra leggerezza e peso che ci ha lasciato Italo Calvino. Da un lato Clelia Farris riesce a descrivere con quella precisione assoluta e neutra che è tipica del linguaggio della medicina, spaziando tra tecnica, bioingegneria e anatomia, esternando «la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni»; dall’altro troviamo una sottile tessitura di rapporti umani e affetti che si sviluppa in un linguaggio senza peso, «che aleggia sopra le cose come una nube». L’ho trovato un racconto di rara bellezza, che accetta le contraddizioni dell’umano nella nostra epoca e riesce a scrivere una poesia fantascientifica; cosa rara nella fantascienza italiana, genere in cui questi due poli sono spesso squilibrati, con autori che s’accontentano di avere azzeccato un’ambientazione, ma tralasciano il grande mondo delle nuove emozioni.

Calvino, riflettendo sulla propria scrittura nelle Lezioni americane, ammette di avere cercato di togliere il peso (alle persone, ai corpi celesti e alle città), e questo meccanismo ritrovo in «Chirurgia creativa» che, dato l’argomento quantomai pesante, riesce a comunicare una ri-declinazione dei sentimenti comuni all’interno di una nuova corporeità. Clelia Farris accetta, inoltre, la nostra identità globale, il nostro essere mondo dovunque ci troviamo attraverso una condivisione di identità profondamente tecnologiche che non dimenticano l’umano. Ma queste contraddizioni del locale e del mondiale, del tecnologico e dell’umano, del singolo e del multiplo, sono affrontate consapevolmente e con spirito critico.

La stessa Sardegna, luogo dell’immaginario più tradizionale, entra negli altri racconti dell’antologia come sfondo della fantascienza più dura e della ridefinizione dei rapporti umani imposti dal progresso. Un mescolarsi di mitologia e tecnologie avanzate riesce a creare un effetto di straniamento molto efficace, quel rapporto dialettico tra nuovo e sempre uguale che è alla base dell’estetica di Walter Benjamin e di George Simmel, e che poi è anche il motore interiore della fantascienza.

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L’investigatore fragile

Matteo Servegnini, La donna della luna, Meridiano Zero, pp. 238, euro 16,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

Il noir, soprattutto italiano, è una ricerca sulle condizioni sociali e sui legami psicologici che costituiscono le piccole comunità. Con lo spirito del voyeur, l’investigatore svela progressivamente i fili che legano segretamente le persone tra loro, fino a svelare le cause originali del loro essere assieme. Come un viaggiatore che visita una città utopica e la racconta, un compito da sempre affidato a uno straniero, queste piccole comunità del vogliono, contemporaneamente, nascondersi e rivelarsi. In questa contraddizione si muove lo spirito narrativo del genere e si misura l’abilità dell’autore.

A partire dall’indagine meccanicista della detective story, basata sugli indizi oggettivi, le prove e l’analisi degli errori, si è giunti al noir attraverso la consapevolezza che la piccola comunità sottoposta ad analisi proietta, in realtà, i rapporti sporchi del mondo intero. È dunque lo statuto intimamente pessimista che ci attrae verso il noir, soprattutto da quando, archiviati Miss Marple ed Hercule Poirot, l’investigatore è inevitabilmente coinvolto nei rapporti sporchi di questa società. Forse più dell’assassino, l’investigatore è segnato da una serie di cicatrici interiori che si svelano assieme alla vicenda narrata per completare il quadro del mondo. Ne La donna della Luna, in realtà, sveliamo soprattutto l’investigatore informale Marco Tobia, con le sue contraddizioni e i suoi rimorsi. È un uomo schivo, affetto da una malattia neurologica, la sindrome di Tourette, che lo costringe a tic e gli fa perdere il controllo della voce fino a farlo ululare, e con un passato pesante di ex poliziotto che ha dovuto abbandonare il proprio lavoro.

In questo romanzo si intrecciano l’approccio diretto dell’hard boiled, con la sua irruenza istintuale, e il ragionamento della detection, con il suo culto degli indizi e dei dettagli. Nel doppio mistero che caratterizza La donna della luna, il giallo tradizionale si occupa di una caso di suicidio che forse cela un omicidio, un complesso mistero meccanico che parte da un giovane annegato nel lago d’Orta, mentre il giallo d’azione risiede nella profondità del passato di Tobia, nei suoi errori e rimorsi che progressivamente tornano a galla e nello scontro tra la marginalità dell’investigatore, schivo per la propria malattia e per le molte delusioni che hanno caratterizzato la sua vita, e l’ambiente dell’alta borghesia della famiglia che lo ha assunto per indagare.

È un contrasto non solo teorico tra profondità e superficie, tra sentimenti forti e comportamenti formali, tra anormalità e normalità, tra solitudine e folla; su questo confine sottile si muove con difficoltà Marco Tobia, a sua volta vittima delle sferzate della propria malattia. Tra gli investigatori del noir italiano, Tobia è appunto uno dei più fragili, sia perché la malattia può manifestarsi all’improvviso, senza sintomi premonitori, e impossessarsi di lui, sia per la scala di valori con cui costruisce i suoi rapporti umani: un disabile, un vecchio amico, una escort e una bambina.

http://meridianozero.info/

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L’enorme tragedia del sogno, di Domenico Gallo

Mancava poi, a Rosenberg, ogni comprensione per la dimensione della sacralità e della trascendenza

Julius Evola, Il cammino del cinabro

Samb Modou, Diop Mor, Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike: sono i nomi delle persone colpite da Gianluca Casseri il 13 dicembre 2011. Pochi giorni intensi sui media alla ricerca delle ragioni di una strage di cui nessuno vuole neppure lontanamente assumersi le responsabilità morali, politiche e culturali, e la carneficina compiuta dal neofascista scompare abbandonando dietro di sé alcune tesi e l’incertezza sulla sorte dei feriti. Se all’interno di una rivista di letteratura ci occupiamo di un fatto di cronaca, ancora incerto tra follia e azione politica, è perché l’omicida viene segnalato come scrittore, seppur dilettante, di un romanzo e di pamphlet antisemiti, ed editore in proprio di una fanzine dedicata alla letteratura fantastica. Uno degli elementi determinanti del clamore succeduto all’omicidio è stata la scoperta di un sottobosco sterminato di narrativa, introduzioni e saggi che presentano un legame profondo tra il genere letterario del fantastico e la cultura fascista e post-fascista. Una realtà che da decenni viene studiata, contestata e politicamente denunciata, ma che giunge alla conoscenza dei media solo dopo un plurimo omicidio.

Mircea Eliade
Pierre Drieu La Rochelle

L’esistenza di una cultura di destra è un fatto risaputo, ma, fino a oggi, se si escludono i periodi delle letterature di regime, tipici delle società totalitarie, dove si intrecciano opportunismi e omologazioni che costituiscono un fenomeno molto complesso di rapporto tra cultura e potere, l’attenzione è stata rivolta ai singoli autori. Louis-Ferdinand Céline, Ezra Pound, Knut Hamsun, Pierre Drieu La Rochelle e Robert Brasillach, per ricordare i letterati più famosi, erano fascisti. Le loro biografie manifestano un’adesione volontaria ai movimenti fascisti delle loro nazioni, un collaborazione aperta e pubblica con i governi d’occupazione e una sterminata documentazione sulle idee politiche e la visione sociale in cui credevano. L’approccio della critica letteraria a questi autori è tradizionalmente coinciso con una divisione tra le responsabilità politiche degli autori e la qualità letteraria delle loro opere. L’elemento critico che conduce a una così radicale autonomia dell’opera andrebbe approfondito, ma, come sottolinea Francesco Germinario nel suo saggio Céline, letteratura politica e antisemitismo, sono frequenti e autorevoli le letture nelle quali ciò che sorprende è il rifiuto generalizzato a cercare un collegamento «tra il Céline romanziere, che nelle pagine dei suoi romanzi in più occasioni affida alle osservazione dei suoi personaggi il compito di dichiarare la sfiducia nella politica e nella capacità di quest’ultima di risolvere i problemi drammatici della condizione umana, e il pamphletaire politico apertamente fascista dal 1937 e collaborazionista negli anni successivi, quasi che l’autore del Viaggio al termine della notte sia una persona del tutto diversa da quello della Scuola dei cadaveri» (Germinario, pag. X).

Louis-Ferdinand Céline

Il caso specifico di Céline, che fu rigorosamente fascista e antisemita ma forse pigro, in quanto fu scarsa la sua partecipazione attiva alla politica francese durante l’occupazione tedesca, è certamente il più interessante, perché l’antisemitismo, la denuncia della decadenza francese sia in campo politico sia in campo razziale, la spinta antidemocratica e l’anticomunismo furono temi talmente sentiti da essere fonte d’ispirazione primaria per tutta la sua narrativa. Non dimentichiamo che la letteratura di Céline fu il luogo in cui viene elaborata una teoria esistenziale, di cui, romanzo per romanzo, cogliamo lo sforzo di innovarsi e di connettersi al mostruoso piano politico che si organizzava attorno a lui. Il pensiero radicale di Céline raggiunge il suo livello più estremo nella critica al collaborazionismo francese quando ne denuncia i troppi compromessi e gli aspetti moderati. Ne La scuola dei cadaveri assistiamo alla radicalizzazione dell’antisemitismo con la teorizzazione dell’ebreo sintetico, colui che pur essendo ariano aderisce volontariamente a ideali e comportamenti ebraici. La rilettura dei testi di Céline, in particolare quelli che vanno dal 1937 al 1944, come Bagatelle per un massacro, evidenziano sia l’adesione alla destra più estrema e al razzismo scientifico dell’autore, ma si tratta di opere che fanno evidentemente parte della letteratura, e non è un caso che nel numero di febbraio 2012 di Le Magazine Littéraire, dedicato a «Les écrivains et l’occupation», sia descritto il conflitto letterario e politico che oppone, su fronti opposti, Brasillach, Drieu la Rochelle, Céline, Cocteau, Sartre, Aragon, Malraux e Colette, e cerca di sondare le reazioni di letteratura e letterati di fronte a condizioni estreme.

La polemica seguita alla strage di Gianluca Casseri, coautore con Enrico Rulli di un romanzo fantasy esoterico intitolato La chiave del caos, con una prefazione di Gianfranco De Turris, ha tuttavia aperto un’interessante prospettiva di rilettura di un fenomeno tutto italiano che tende ad ascrivere alla cultura di destra interi generi letterari. Soprattutto lo studio delle culture di massa all’interno dei regimi del fascismo europeo aveva affrontato l’utilizzo del mito quale elemento fondamentale della costruzione delle ideologie reazionarie e razziste. George Mosse affronta il problema nel suo saggio Le origini culturali del Terzo Reich (Saggiatore), dove dipana una serie di aggrovigliate radici che risalgono al romanticismo tedesco, al razzismo, all’antisemitismo, alle costruzioni utopiche e, non ultimo, alla reinvenzione in chiave politica della riscoperta degli antichi germani. Una reinvenzione ideologica del passato che, come spiega Léon Poliakov ne Il mito ariano (Editori Riuniti), avviene platealmente anche in Italia, con la creazione del mito dell’antica Roma. Si tratta, evidentemente, di manipolazioni storiche destinate al rapido consumo delle masse e ad essere bruciate all’interno di una spregiudicata e contraddittoria propaganda.

Emil Cioran

Tuttavia, questa costruzione patetica di falsi miti non sarebbe stata possibile senza che vi fosse stata una produzione culturale di raffinata qualità da poter essere degradata in discorso politico, operativo e violento. Sicuramente Mircea Eliade ed Emil Cioran, due intellettuali nati in Romania e comodamente riparati in Occidente, sono forse i maggiori interpreti di un processo di traduzione delle culture originali del fascismo europeo all’interno del panorama post-bellico. Si tratta, in realtà, di un camuffamento solo superficiale, ma che consentirà ai due autori di proteggere l’interno contenuto conservatore e antisemita del pensiero fascista europeo e di salvaguardarlo per le future generazioni. Non è interessante sapere quanto e come Eliade e Cioran parteciparono direttamente al movimento fascista, e di quali gravi responsabilità si macchiarono pur restando impuniti. Sul loro contributo al fascismo si rimanda al saggio di Alexandra Laignel-Lavastine intitolato Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco. Tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo (UTET), un libro che merita un’attenta lettura e di cui, in Italia, non si è parlato a sufficienza. A questo sistema collaudato, che vede la costruzione di un modello del mito diretto esplicitamente a sostenere un progetto politico razzista ed elitario, capace di degradarsi rapidamente per diventare elemento fondamentale della lotta politica e di strada, ed essere consumato dagli elementi più instabili e violenti della società, la prima reazione intellettuale è da attribuirsi a Károly Kerényi.

Károly Kerényi

Lo studioso ungherese, nato a Timisoara quando la città faceva parte dell’impero Austro-Ungarico, introduce il concetto di «mito tecnicizzato» per definire quegli aspetti del mito che sono intenzionalmente introdotti nella sfera politica, contrapponendo un «mito genuino». Per lo studioso un mito tecnicizzato viene costruito per conseguire un determinato scopo, connotandone una finalità meramente pratica, strumentale, mentre il vero mito, essendo considerato il manifestarsi del vero, non ha uno scopo che possa essere declinato nel mondo umano («Dal mito genuino al mito tecnicizzato», in Scritti Italiani 1955-1972, Guida). In questo senso è evidente una critica esplicita di contraffazione del mito rivolta ai fascismi europei che hanno volontariamente introdotto falsi miti allo scopo di combattere una battaglia politica contro le democrazie, e una contrapposizione culturale a studiosi come Eliade e l’italiano Julis Evola che, invece, hanno cercato di elaborare una teoria del mito che implicasse un uso politico o, addirittura, che ne fosse subordinata.

Furio Jesi

In Italia solo Furio Jesi sembra avere recepito con chiarezza la lezione dell’illustre maestro ungherese (dal quale si allontanerà proprio per motivi politici). Agli interventi sul mito tecnicizzato e sul rapporto tra mito e politica, Jesi dedicherà molteplici contributi come Germania segreta (Silva, 1967), Mito (Isedi, 1967) e Letteratura e mito (Einaudi, 1968), mentre, nel 1979 viene pubblicato da Garzanti un contributo di estremo interesse e destinato a segnare tutti i futuri studi sul neofascismo italiano, Cultura di destra. Mentre Jesi inizia una pressoché solitaria analisi dell’utilizzo spregiudicato che la destra ha fatto del mito, nell’Italia indifferente la scuola di Julius Evola, sostanzialmente costituita da Gianfranco De Turris, inizia, a partire dagli anni Sessanta, una minuziosa colonizzazione della letteratura fantastica.

Ezra Pound

Progressivamente, sostanzialmente attraverso una serie di introduzioni, prende forma l’idea che la letteratura fantastica rappresenti l’espressione di una serie di miti mai tramontati ma che trovino oggi posto nelle opere di scrittori come Tolkien, Lovecraft, Howard, fino a Borges, secondo l’idea di Eliade che un mito non scompaia ma si ripresenti in forma degradata nei racconti e nelle leggende. Senza mai citare espressamente le trascorse esperienze culturali del fascismo e del nazismo, molte opere fantastiche tradotte in italiano trovano una sorprendente collocazione all’interno di un universo mitico contemporaneo che è l’espressione di una cultura antimoderna, elitaria, strettamente connessa agli intellettuali maledetti (Céline, Pound, Spengler e altri) e, in generale, a quella cultura del mito e di scuola antisemita di Eliade, Guenon, Evola.

Gianfranco De Turris

È interessante notare che, dal punto di vista politico, nello stesso periodo storico, le medesime tesi culturali che costituiscono il corpo di molte introduzioni a opere fantastiche sono le stesse che si trovano negli scritti del Gruppo di Ar e del Movimento Politico Ordine Nuovo. Si tratta forse di una polemica sterile quella che risale al marzo del 1977 quando, sulla rivista di fantascienza Robot diretta da Vittorio Curtoni, Remo Guerrini constata che le scelte dei due curatori della casa editrice Fanucci, ritenuti di “una destra definita”, sono la conseguenza di posizioni ideologiche che portano a prediligere opere di horror e di fantasy alle opere di fantascienza. Si tratta di Sebastiano Fusco e Gianfranco De Turris. Le osservazioni di Guerrini, invero scontate, furono oggetto di molte critiche, soprattutto tra coloro che, ingenuamente, negavano l’esistenza di un qualsiasi rapporto tra la letteratura e la politica, predicando la neutralità della letteratura. La realtà dei fatti, letterari e politici, è che in Italia la destra evoliana è molto attiva nel settore della letteratura, e da quarant’anni ha costruito una struttura di testi e pubblicazioni molto estesa, e si basa su una rete di sostenitori particolarmente agguerrita. L’idea originale della destra evoliana è di avere concepito un modello decisamente più radicale del fascismo di Mussolini, troppo incline a compromessi politici, religiosi, economici e razziali. Sono state letti con grande ambiguità i comportamenti di Evola durante il fascismo, citandone il suo scarso coinvolgimento con le strutture del partito come se si trattasse di un qualche dissidente. Evola riteneva il fascista italiano scarsamente orientato da quei principi di sacralità che andava delineando. Al fascismo preferiva il nazismo, con la sua maggiore capacità di utilizzo del mito nordico, anche se Hitler aveva derivato il suo potere dal popolo e non godeva quindi di una completa sacralità.

Kerényi scriveva a Jesi il 25 maggio 1965:

per il nazismo (…) non dispongo di spiegazione mitologica, bensì una spiegazione rigorosamente scientifica, sociologica. (…) Il nazismo è stata una forma di conquista del potere da parte del quarto stato (…) i delinquenti e gli psicopatici, il tipo “gangster”, che la vita delle città ha prodotto in pericolosa folla. Hitler fu un delinquente e uno psicopatico e lo furono anche i suoi complici (…). Per costoro anche il mito falso era buono per ingannare consapevolmente il mondo – una chiacchiera, una scempiaggine forgiata da intellettuali sciocchi, che per vanità starebbero agli ordini di qualsiasi movimento criminale

(Demone e Mito. Carteggio 1964 – 1968, Quodlibet)

Attorno all’idea che proprio attraverso la letteratura fantastica le creature e le situazioni immaginarie di molti autori potessero consentire la creazione (tecnicizzata) di nuovi e artificiali miti da utilizzare per creare un nuovo ordine sociale, si sono raccolti gruppi e intellettuali impegnati a costruire un nuovo immaginario. Un volume interessante di documentazione di parte è certamente Fascisti immaginari di Luciano Lanna e Filippo Rossi (Vallecchi). Secondo questo progetto di mitopoiesi politica esiste una letteratura di destra che attraverso la creazione di nuovi miti, di passati alternativi in cui i fascismi europei non sono stati sconfitti, il dilagare di creature ataviche in grado di distruggere la società moderna, il riproporre una società antidemocratica e organizzata in caste e in grado di scardinare e sostituire l’attuale civiltà. I suoi autori più importanti sono proprio Tolkien e Lovecraft.

H.P. Lovecraft

Non è importante dimostrare che Tolkien e Lovecraft, personalmente, non ritenevano di essere fascisti, e che le loro opere si prestano anche ad altre interpretazioni, invece è interessante notare che la destra sia convinta di possedere una propria letteratura, che questa sia composta da determinati autori e che la letteratura, proprio perché intesa come spazio di elaborazione dei nuovi miti, sia uno strumento immediatamente politico. Nell’introduzione all’epistolario di H. P. Lovecraft intitolato L’orrore della realtà (Edizioni Mediterranee), Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco attaccano frontalmente l’ipotesi che l’autore statunitense possa avere, nell’ultimo periodo della sua vita, attenuato le sue posizioni fasciste a favore di un’adesione al comunismo. La querelle è irrilevante sotto ogni punto di vista, ma è invece interessante la disciplina critica attuata nel saggio, ovvero l’espressione di una priorità a eliminare ogni ambiguità politica dell’autore e a mantenerlo all’interno del disegno della rivoluzione conservatrice o del socialismo fascista.

Julius Evola

Questa egemonia che la cultura fascista ha esteso, o ha tentato di estendere, sulla letteratura fantastica si presenta oggi su molteplici livelli. Il primo, il più banale, è l’atteggiamento agiografico verso gli autori di destra, sia appartenenti al fantastico sia ascrivibili alla legione maledetta della letteratura ufficiale. Il secondo stabilisce i riferimenti intellettuali che questi autori hanno inconsapevolmente evocato, rilevandone il ripresentarsi dei miti all’interno del paradigma evoliano di nostalgia/necessità del ritorno a uno stato prestorico dell’esistenza. Il terzo livello, che ci riporta alla tragedia dell’inizio di questo scritto, è la costruzione di un tessuto politico e sociale che parta da questi miti e che ricavi dagli scritti dei maestri e dei nuovi maestri (le introduzioni alle opere del fantastico e i saggi della scuola evoliana) le indicazioni a un’azione politica e culturale. A partire dagli anni Ottanta, le tesi di Gianfranco De Turris hanno acquisito sempre maggiore diffusione, anche grazie a un’accurata eliminazione di pochi ma significativi termini che potevano banalmente riportare alle esperienze del fascismo europeo.

È così accaduto che, sullo sfondo dei grandi autori del passato, una numero sempre maggiore di autori e aspiranti autori italiani, grazie anche a una serie di piccoli editori di destra, hanno pubblicato decine e decine di volumi che si accordavano alle linee teoriche di questo fantastico nero. Forse si tratta di quegli intellettuali sciocchi additati da Kerényi, o più semplicemente coloro per i quali una garanzia di pubblicazione era il prezzo per una abborracciata romanzata neofascista, ma è certo che la qualità letteraria di questo fantastico nero, con i suoi miti copiati e ricopiati, per la maggior parte dei casi neppure conosciuti nelle forme originali, è davvero scadente. Scadente come La chiave del Caos, il romanzo di Gianluca Casseri ed Enrico Rulli.

Furio Jesi all’interno di Cultura di destra tratta ampiamente il concetto di apolitìa basandosi sulle pagine di Evola tratte da Il cammino del cinabro e da Cavalcare la tigre. Secondo la lettura di Jesi, Evola concepisce all’interno della capacità di operare il distacco dalla società e dai suoi valori due possibili ruoli per gli iniziati. Solo pochi raggiungono il grado più alto di iniziazione, mentre altri, incapaci di staccarsi dal mondo, restano al grado più basso. «Il comportamento di costoro non può essere forte e puro e privo di illusioni», e allora gli iniziati di grado superiore devono orientare gli iniziati di grado inferiore verso il raggiungimento di obiettivi mondani che «di per sé sono vani, privi di qualsiasi utilità, ma che hanno una preziosa funzione didattica». Quando Furio Jesi analizza la «didattica del compito inutile» forse pensa ai molti folli che, in varie occasioni della storia, probabilmente spinti da qualcuno, destinati da un complotto o esaltati dai loro stessi miti di violenza e di sacrificio, hanno compiuto gesti mondani come bruciare il Reichstag, gettare una bomba a mano alla questura di Milano, collocare una bomba in una banca o in una piazza. Le parole di Evola sono oscure ed è futile stabilire un principio di causa effetto tra i suoi scritti e la violenza della destra durante gli anni della strategia della tensione.

Gianfranco De Turris, negli anni dell’amnesia collettiva berlusconiana, ha dedicato alla figura del suo maestro un saggio intitolato Elogio e difesa di Julius Evola – Il barone e i terroristi, specificatamente dedicato ai rapporti con le organizzazioni terroriste di destra e teso a dimostrarne la più assoluta estraneità. L’analisi effimera e scandalistica dei media che hanno dedicato alcune delle loro preziose ore al problema della cultura di destra non ha reso la complessità e la diffusione del fenomeno, la «macchina mitologica», ovvero il congegno che genera l’illusione di contenere il mito, quel linguaggio che simula una vita in ciò che è assolutamente morto, sta lavorando da anni ad affiancare le conseguenze della crisi economica per rilanciare il suo progetto antimoderno di ritorno alla tradizionale differenziazione e rideterminazione in campo razziale, aggiungendo, come sosteneva Evola, un ancora più forte razzismo dello spirito. Il metodo, come si legge nelle pagine di Céline, è di colpire l’ebreizzazione della società occidentale, non solo gli ebrei.

(Articolo in origine pubblicato su PULP Libri n. 96, marzo-aprile 2012, pp. 10-19)

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9-11, ventotto anni prima

In occasione della fatidica data dell’11 settembre, riscopriamo un romanzo grafico che ricostruisce gli eventi che portarono a quel tragico giorno.
Ma nel 1973, non nel 2001.

Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, Gli anni di Allende, tr. Paolo Primavera, Edicola, pp. 126, euro 16,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

È con grande commozione che ho stretto la mano a Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, disegnatore e sceneggiatore di questa «novella grafica» politica dedicata ai mille giorni del governo di Salvador Allende, quell’esperienza politica di portata mondiale che si sviluppò dal 3 novembre 1970 fino all’11 settembre 1973. Il golpe, la morte del Presidente, la repressione, le 40.000 persone che transitarono per l’Estadio Nacional de Chile e, soprattutto, quella sconfitta del fascismo in Cile che sembrava non arrivare mai, hanno segnato inevitabilmente la mia generazione.

Attorno a questa memoria collettiva, che inizia a crearsi in un momento in cui il fascismo è una presenza minacciosa in Europa, dalla Spagna alla Grecia fino ai tentativi italiani di colpo di stato, si diffondono nei media immagini che diventeranno icone incancellabili della storia del Novecento. Una di queste ritrae Salvador Allende che indossa un elmetto, gli immancabili grossi occhiali, un maglione con dei disegni geometrici, la giacca chiusa con un bottone e un kalashnikov stretto in mano. Per questo la copertina de Gli anni di Allende, con i suoi occhiali spezzati il primo piano davanti a un Palazzo de la Moneda sconvolto, inclinato, tracciato in un bianco e nero essenziale, e una bandiera cilena divorata dalle fiamme, tracciata con gli unici colori dell’albo, sono un richiamo storico, artistico e politico di rara potenza.

Ma la copertina è il realtà il fotogramma della fine della storia, quel tragico epilogo di cui Reyes ed Elgueta voglio raccontare gli antefatti. Il graphic novel è, per definizione, una storia a fumetti sviluppata sulla struttura del romanzo, e Gli anni di Allende sviluppa ordinatamente il romanzo politico sul Cile, dalla vittoria elettorale di Unidad Popular fino alla morte del suo leader. Tutti gli elementi sono rispettati: dalla sobrietà delle linee all’essenzialità degli sfondi per non sovraccaricare il tono didascalico della vicenda; alla figura del protagonista, il giornalista John Nitsch, che scoprirà la realtà cilena attraverso i suoi incontri per raccontarla al lettore, affinché la costruzione della memoria sia completa e, idealmente, imparziale; ai diversi personaggi che, come in una tragedia greca, impersonano ognuno un particolare ruolo politico del complesso affresco cileno.

In un qualche modo il fumetto si carica di una responsabilità brechtiana, cioè di spiegare, attraverso l’arte di tessere di immagine e testo, quale sia la verità della Storia che oggi abbiamo difficoltà a cogliere, quali siano le ragioni che risiedono alla base delle azioni degli uomini, quali i ruoli. I riquadri che riassumono questi 1.000 giorni sviluppano l’intero conflitto di classe nazionale, le aspettative dei più poveri, l’urgenza rivoluzionaria del M.I.R., il lucido egoismo della borghesia che intende capitalizzare i propri privilegi, la frustrazione dei militari, gli interventi stranieri, la rielaborazione latinoamericana del fascismo europeo. Gli elementi della tragedia si dipanano tra scioperi, attentati, imboscate politiche, tradimenti, ma il sogno di Allende e della Sinistra cilena si alimenta di una grande narrazione fatta di parole, dei discorsi del Presidente, degli slogan, della grande idealità che era alla base di questa sfida.

Nel suo discorso che accompagna la formazione del nuovo governo, Allende dichiara con orgoglio che, per la prima volta nella storia del Cile, quattro operai sono diventati ministri: Zorrilla, Oyarce, Barraza e Cortès. Tutta questa passione politica scorre davanti agli occhi di Nitsch e ai nostri, ci arricchisce, sfida i nostri ricordi più lontani, quasi ci carezza per il nostro impegno che era stato, per la nostra durezza di quanto scandivamo «trabajadores al poder», cercando di liberare con le nostre urla quella terra lontana.

 

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Il ritorno del sottomarino giallo

The Beatles, Yellow Submarine, tr. Franco Nasi, Gallucci, pp. 40, € 15,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

Un libro per ragazzi o per bambini è molto spesso un regalo. È l’adulto che lo pensa, inseguendo un’intuizione che possa mettere in relazione la sua cultura, e la sua gioia di leggere e di guardare, con quella del piccolo e inesperto lettore. Esperienza appunto, magari il riaffiorare di ricordi lontani, ma soprattutto è la ricerca di un legame tra le generazioni che costituisce la tensione che si lega al libro che viene regalato. I grandi lettori sono certamente acquirenti di libri per la cerchia dei giovani, e dunque sono prioritariamente rivolte a loro le scelte editoriali del libro per bambini e per ragazzi, le immagini, la grafica e i contenuti.

Una visione che sembra particolarmente vera per questo libro dedicato al cinquantenario di Yellow Submarine, il coloratissimo film a cartoni animato di George Dunning dedicato ai Beatles. Coloratissimo, visionario, utopico, sovversivo; le pagine quadrate di Yellow Submarine ci riportano a quegli anni e offrono alla musica la possibilità di essere immagine e di concorrere alla creazione di un indimenticabile immaginario. La canzone appare nel 1966 all’interno dell’album Revolver, un disco molto variegato in cui gli elementi psichedelici di “She Said She Said”, “Tomorrow Never Knows” e di “Doctor Robert” di John Lennon si trovano affiancati alla linea d’archi di “Eleanor Rigby” di Paul McCartney e a quella strana filastrocca di “Yellow Submarine”.

McCartney ha scritto che l’idea gli era venuta a letto, mentre si trovava in uno stato semilucido. Stava pensando a una canzone per bambini quando gli si associarono l’immagine di un sottomarino giocattolo e il colore giallo, un giallo splendente. Pensò che fosse una canzone adatta per Ringo Starr, senza un’eccessiva estensione vocale, e visto che gli piacevano molto i bambini. McCartney ricorda che compose il ritornello e la melodia di base nel dormiveglia, poi la passò a John Lennon che la portò alla sua forma definitiva.

Sta di fatto che “Yellow Submarine”, da filastrocca provocatoria che si colloca all’interno di Revolver non senza difficoltà, diventa l’immagine stessa del mondo sonoro dei Beatles, una sua versione per gli occhi. Sfogliare l’elegante libro proposto oggi dall’editore Gallucci, con colori pastello e vie di fuga surrealiste, giocando tra immagini fortemente bidimensionali e prospettive ritorte e distorte, ci consente di ritornare a quello strano evento che furono i Beatles al cinema, ma in cartone animato. Se la musica pop si stava imponendo come nuova cultura che si contrapponeva, con un qualche compiacimento, a quella tradizionale, allora è davvero coerente quella alleanza immaginifica con un cartone animato che, già allora, era indeciso tra pubblico giovane e adulto, colto e di strada, e, soprattutto, con il tema del viaggio di liberazione a Pepperland, la terra mitica e utopica che si trova sul fondo dell’oceano.

Sì, l’utopia è uno degli elementi fondamentali della cultura hippy, con la sua idea ingenua di costruzione di mondi separati in cui regnano musica, amore, solidarietà e colore; dall’Inghilterra agli Stati Uniti, poi più politicamente in Francia, Germania e Italia, una nuova cultura intende staccarsi dal mondo adulto delle regole, trasgredire, creare nove forme sociali attraverso una nuova vita sociale. Il fenomeno Beatles crea, e contemporaneamente viene creato da questo potente immaginario in cui non mancano le contraddizioni. Basta pensare che dal 1965 al 1969 la statunitense ABC manda in onda 39 episodi della serie TV in cartoni animati The Beatles dedicata al complesso inglese. Ogni episodio condivideva il titolo con una canzone che veniva poi cantata nell’episodio dai Beatles in cartoni animati. Purtroppo le voci dei protagonisti non erano quelle originali dei musicisti di Liverpool ma di professionisti della TV statunitense.

John Dunning si era distinto come autore capace si lavorare su ambientazioni surreali e kafkiane e aveva supervisionato la serie TV prima di lavorare su Yellow Submarine, ma il suo film esplode letteralmente di colori, forme, musica e fantasia tanto che gli stessi Beatles ne sono sorpresi, quasi sopraffatti. I disegni di Heinz Edelmann sono ancora oggi perfetti. E per i più piccoli, l’Editore Gallucci presenta una straordinaria versione pop-up. Pagina dopo pagina il libro ci riporta al film di cinquant’anni fa e a quello shock culturale che era stato per noi, e a chiederci come leggerà oggi un giovane che sfoglia queste pagine preziose la lotta del colorato quartetto contro i blue meanies che avevano reso grigio, triste e senza musica la terra di Pepperland?

https://www.galluccieditore.com/

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Castelli nello spazio

28 MARZO 2018

Renato Pestriniero, Resurrezione, Meridiano Zero, pp. 238, € 15,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

La riedizione del romanzo Resurrezione di Renato Pestriniero consente qualche riflessione sulla storia e sullo stato attuale della fantascienza italiana. La prima edizione era stata pubblicata a puntate nel 1987 sul Cosmo informatore, il bollettino delle edizioni Nord, forse la più importante casa editrice di fantascienza italiana, con il titolo Phoenix dalle lunghe bifore, poi il romanzo è stato ripreso e rielaborato dall’autore fino giungere a questa edizione. Ci troviamo quindi di fronte a una struttura narrativa nata in un contesto molto diverso da quello odierno, quando la fantascienza si apprestava ad affrontare una crisi tematica molto profonda e che, soprattutto negli Stati Uniti, era stata caratterizzata da cali nelle vendite e dal ridimensionamento di molti progetti editoriali di importanza storica.

In quel periodo la fantascienza italiana era fortemente discriminata dagli editori, nonostante per oltre vent’anni fosse fiorita una consistente produzione di romanzi avventurosi firmati sotto pseudonimo e segnati dall’imitazione delle forme statunitensi. Da questa massa di testi dimenticati, spiccarono alcune figure che intrapresero un percorso letterario di ricerca che fu capace di proporre una fantascienza originale e con una qualità narrativa paragonabile alla letteratura italiana di quel periodo.

Per almeno due decenni Lino Aldani, Vittorio Catani e Renato Pestriniero furono il riferimento per diverse generazioni di autori che hanno creduto in una fantascienza italiana che fosse caratterizzata da una propria autonomia rispetto quella statunitense e, contemporaneamente, fosse in grado di dialogare con la letteratura italiana alta, quella del realismo postbellico, incentrata sul dramma psicologico e sulla contrapposizione tra mondo rurale e sviluppo industriale delle città. Canoni del realismo professati da intellettuali come Elio Vittorini e Cesare Pavese, scrittori ed editor, particolarmente lontani dall’accettare una letteratura che ponesse le tecnologie e la loro capacità di trasformare l’uomo e la società in termini diversi da quelli dell’alienazione di stampo marxiano.

Nonostante molti autori titolati come Corrado Alvaro, Primo Levi e Dino Buzzati avessero esplicitamente pubblicato opere di fantascienza e Italo Calvino avesse scelto di misurare i propri testi con una divulgazione scientifica di rara profondità, Aldani, Catani e Pestriniero, pur autori di una letteratura rigorosa, ebbero una evidente difficoltà a pubblicare le loro opere al di fuori della ristretta cerchia dei circoli di appassionati della fantascienza (il cosiddetto fandom, per usare un termine americano). Le loro bibliografie contano un numero limitato di romanzi, seppure si tratti di testi dotati di grande personalità.

Renato Pestriniero, veneziano, è certo uno degli scrittori più completi e stilisticamente dotati della storia della fantascienza italiana. Le sue opere variano dalla fantascienza spaziale, seppure rivisitata all’interno della tradizione letteraria, al fantastico più puro. Resurrezione appartiene al suo filone fantascientifico spaziale, sebbene declinato con il metro della tragedia shakespeariana. Un pugno di personaggi chiusi in gigantesche astronavi a forma di castello orbitano attorno al loro pianeta d’origine che hanno abbandonato. Avendo scoperto come prolungare la vita di alcuni secoli, piccole comunità si sono rinchiuse in queste astronavi fino a un declino provocato dalla sterilità e dall’isolamento.

Immediatamente colpisce lo stile quasi gotico che, attraverso una scrittura sapientemente ambigua, disorienta il lettore attraverso una serie di capovolgimenti prospettici e di colpi di scena. Ma la fantascienza, pagina dopo pagina, prende il sopravvento, declinando molti dei suoi temi fondamentali come la sfida allo spazio e il destino del genere umano, il rapporto dell’umano con la tecnica, la questione della cultura scientifica e l’oblio della cultura originale. In molti romanzi italiani le problematiche filosofiche ed epistemologiche tendono a essere sviluppate a discapito dei personaggi e dei loro contrasti; in Resurrezione, invece, vince un’esplicita dinamica teatrale sviluppata in tre atti in cui sono il progressivo disvelarsi dell’interiorità dei personaggi e delle loro nevrosi a rendere credibili i colpi di scena che indirizzano la vicenda verso l’epilogo.

Le sale dell’astronave castello sono dunque un palcoscenico dove si sviluppa la lunga e paranoica vita dei protagonisti, una vita sensorialmente deprivata dalla rarefazione dei rapporti e dall’incombere del panorama dello spazio stellare ritagliato dalle geometrie gotiche delle finestre. Un dramma che Pestriniero declina richiamandosi alla struttura di Isole nella corrente e alle sue ricorrenti citazioni, riproducendone le tre sezioni e le funzioni narrative assolte dai due personaggi hemingwayiani.

Fantascienza di altri tempi, si potrebbe concludere, una vera sfida narrativa che dalla letteratura di genere è stata portata alla cultura alta, dimostrando come le tematiche di grande complessità trattate in Resurrezione non siano certe esclusive del mainstream e dei suoi maestri.

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