Tutti gli articoli di Domenico Gallo

9-11, ventotto anni prima

In occasione della fatidica data dell’11 settembre, riscopriamo un romanzo grafico che ricostruisce gli eventi che portarono a quel tragico giorno.
Ma nel 1973, non nel 2001.

Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, Gli anni di Allende, tr. Paolo Primavera, Edicola, pp. 126, euro 16,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

È con grande commozione che ho stretto la mano a Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, disegnatore e sceneggiatore di questa «novella grafica» politica dedicata ai mille giorni del governo di Salvador Allende, quell’esperienza politica di portata mondiale che si sviluppò dal 3 novembre 1970 fino all’11 settembre 1973. Il golpe, la morte del Presidente, la repressione, le 40.000 persone che transitarono per l’Estadio Nacional de Chile e, soprattutto, quella sconfitta del fascismo in Cile che sembrava non arrivare mai, hanno segnato inevitabilmente la mia generazione.

Attorno a questa memoria collettiva, che inizia a crearsi in un momento in cui il fascismo è una presenza minacciosa in Europa, dalla Spagna alla Grecia fino ai tentativi italiani di colpo di stato, si diffondono nei media immagini che diventeranno icone incancellabili della storia del Novecento. Una di queste ritrae Salvador Allende che indossa un elmetto, gli immancabili grossi occhiali, un maglione con dei disegni geometrici, la giacca chiusa con un bottone e un kalashnikov stretto in mano. Per questo la copertina de Gli anni di Allende, con i suoi occhiali spezzati il primo piano davanti a un Palazzo de la Moneda sconvolto, inclinato, tracciato in un bianco e nero essenziale, e una bandiera cilena divorata dalle fiamme, tracciata con gli unici colori dell’albo, sono un richiamo storico, artistico e politico di rara potenza.

Ma la copertina è il realtà il fotogramma della fine della storia, quel tragico epilogo di cui Reyes ed Elgueta voglio raccontare gli antefatti. Il graphic novel è, per definizione, una storia a fumetti sviluppata sulla struttura del romanzo, e Gli anni di Allende sviluppa ordinatamente il romanzo politico sul Cile, dalla vittoria elettorale di Unidad Popular fino alla morte del suo leader. Tutti gli elementi sono rispettati: dalla sobrietà delle linee all’essenzialità degli sfondi per non sovraccaricare il tono didascalico della vicenda; alla figura del protagonista, il giornalista John Nitsch, che scoprirà la realtà cilena attraverso i suoi incontri per raccontarla al lettore, affinché la costruzione della memoria sia completa e, idealmente, imparziale; ai diversi personaggi che, come in una tragedia greca, impersonano ognuno un particolare ruolo politico del complesso affresco cileno.

In un qualche modo il fumetto si carica di una responsabilità brechtiana, cioè di spiegare, attraverso l’arte di tessere di immagine e testo, quale sia la verità della Storia che oggi abbiamo difficoltà a cogliere, quali siano le ragioni che risiedono alla base delle azioni degli uomini, quali i ruoli. I riquadri che riassumono questi 1.000 giorni sviluppano l’intero conflitto di classe nazionale, le aspettative dei più poveri, l’urgenza rivoluzionaria del M.I.R., il lucido egoismo della borghesia che intende capitalizzare i propri privilegi, la frustrazione dei militari, gli interventi stranieri, la rielaborazione latinoamericana del fascismo europeo. Gli elementi della tragedia si dipanano tra scioperi, attentati, imboscate politiche, tradimenti, ma il sogno di Allende e della Sinistra cilena si alimenta di una grande narrazione fatta di parole, dei discorsi del Presidente, degli slogan, della grande idealità che era alla base di questa sfida.

Nel suo discorso che accompagna la formazione del nuovo governo, Allende dichiara con orgoglio che, per la prima volta nella storia del Cile, quattro operai sono diventati ministri: Zorrilla, Oyarce, Barraza e Cortès. Tutta questa passione politica scorre davanti agli occhi di Nitsch e ai nostri, ci arricchisce, sfida i nostri ricordi più lontani, quasi ci carezza per il nostro impegno che era stato, per la nostra durezza di quanto scandivamo «trabajadores al poder», cercando di liberare con le nostre urla quella terra lontana.

 

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Il ritorno del sottomarino giallo

The Beatles, Yellow Submarine, tr. Franco Nasi, Gallucci, pp. 40, € 15,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

Un libro per ragazzi o per bambini è molto spesso un regalo. È l’adulto che lo pensa, inseguendo un’intuizione che possa mettere in relazione la sua cultura, e la sua gioia di leggere e di guardare, con quella del piccolo e inesperto lettore. Esperienza appunto, magari il riaffiorare di ricordi lontani, ma soprattutto è la ricerca di un legame tra le generazioni che costituisce la tensione che si lega al libro che viene regalato. I grandi lettori sono certamente acquirenti di libri per la cerchia dei giovani, e dunque sono prioritariamente rivolte a loro le scelte editoriali del libro per bambini e per ragazzi, le immagini, la grafica e i contenuti.

Una visione che sembra particolarmente vera per questo libro dedicato al cinquantenario di Yellow Submarine, il coloratissimo film a cartoni animato di George Dunning dedicato ai Beatles. Coloratissimo, visionario, utopico, sovversivo; le pagine quadrate di Yellow Submarine ci riportano a quegli anni e offrono alla musica la possibilità di essere immagine e di concorrere alla creazione di un indimenticabile immaginario. La canzone appare nel 1966 all’interno dell’album Revolver, un disco molto variegato in cui gli elementi psichedelici di “She Said She Said”, “Tomorrow Never Knows” e di “Doctor Robert” di John Lennon si trovano affiancati alla linea d’archi di “Eleanor Rigby” di Paul McCartney e a quella strana filastrocca di “Yellow Submarine”.

McCartney ha scritto che l’idea gli era venuta a letto, mentre si trovava in uno stato semilucido. Stava pensando a una canzone per bambini quando gli si associarono l’immagine di un sottomarino giocattolo e il colore giallo, un giallo splendente. Pensò che fosse una canzone adatta per Ringo Starr, senza un’eccessiva estensione vocale, e visto che gli piacevano molto i bambini. McCartney ricorda che compose il ritornello e la melodia di base nel dormiveglia, poi la passò a John Lennon che la portò alla sua forma definitiva.

Sta di fatto che “Yellow Submarine”, da filastrocca provocatoria che si colloca all’interno di Revolver non senza difficoltà, diventa l’immagine stessa del mondo sonoro dei Beatles, una sua versione per gli occhi. Sfogliare l’elegante libro proposto oggi dall’editore Gallucci, con colori pastello e vie di fuga surrealiste, giocando tra immagini fortemente bidimensionali e prospettive ritorte e distorte, ci consente di ritornare a quello strano evento che furono i Beatles al cinema, ma in cartone animato. Se la musica pop si stava imponendo come nuova cultura che si contrapponeva, con un qualche compiacimento, a quella tradizionale, allora è davvero coerente quella alleanza immaginifica con un cartone animato che, già allora, era indeciso tra pubblico giovane e adulto, colto e di strada, e, soprattutto, con il tema del viaggio di liberazione a Pepperland, la terra mitica e utopica che si trova sul fondo dell’oceano.

Sì, l’utopia è uno degli elementi fondamentali della cultura hippy, con la sua idea ingenua di costruzione di mondi separati in cui regnano musica, amore, solidarietà e colore; dall’Inghilterra agli Stati Uniti, poi più politicamente in Francia, Germania e Italia, una nuova cultura intende staccarsi dal mondo adulto delle regole, trasgredire, creare nove forme sociali attraverso una nuova vita sociale. Il fenomeno Beatles crea, e contemporaneamente viene creato da questo potente immaginario in cui non mancano le contraddizioni. Basta pensare che dal 1965 al 1969 la statunitense ABC manda in onda 39 episodi della serie TV in cartoni animati The Beatles dedicata al complesso inglese. Ogni episodio condivideva il titolo con una canzone che veniva poi cantata nell’episodio dai Beatles in cartoni animati. Purtroppo le voci dei protagonisti non erano quelle originali dei musicisti di Liverpool ma di professionisti della TV statunitense.

John Dunning si era distinto come autore capace si lavorare su ambientazioni surreali e kafkiane e aveva supervisionato la serie TV prima di lavorare su Yellow Submarine, ma il suo film esplode letteralmente di colori, forme, musica e fantasia tanto che gli stessi Beatles ne sono sorpresi, quasi sopraffatti. I disegni di Heinz Edelmann sono ancora oggi perfetti. E per i più piccoli, l’Editore Gallucci presenta una straordinaria versione pop-up. Pagina dopo pagina il libro ci riporta al film di cinquant’anni fa e a quello shock culturale che era stato per noi, e a chiederci come leggerà oggi un giovane che sfoglia queste pagine preziose la lotta del colorato quartetto contro i blue meanies che avevano reso grigio, triste e senza musica la terra di Pepperland?

https://www.galluccieditore.com/

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Castelli nello spazio

28 MARZO 2018

Renato Pestriniero, Resurrezione, Meridiano Zero, pp. 238, € 15,00 stampa

recensisce DOMENICO GALLO

La riedizione del romanzo Resurrezione di Renato Pestriniero consente qualche riflessione sulla storia e sullo stato attuale della fantascienza italiana. La prima edizione era stata pubblicata a puntate nel 1987 sul Cosmo informatore, il bollettino delle edizioni Nord, forse la più importante casa editrice di fantascienza italiana, con il titolo Phoenix dalle lunghe bifore, poi il romanzo è stato ripreso e rielaborato dall’autore fino giungere a questa edizione. Ci troviamo quindi di fronte a una struttura narrativa nata in un contesto molto diverso da quello odierno, quando la fantascienza si apprestava ad affrontare una crisi tematica molto profonda e che, soprattutto negli Stati Uniti, era stata caratterizzata da cali nelle vendite e dal ridimensionamento di molti progetti editoriali di importanza storica.

In quel periodo la fantascienza italiana era fortemente discriminata dagli editori, nonostante per oltre vent’anni fosse fiorita una consistente produzione di romanzi avventurosi firmati sotto pseudonimo e segnati dall’imitazione delle forme statunitensi. Da questa massa di testi dimenticati, spiccarono alcune figure che intrapresero un percorso letterario di ricerca che fu capace di proporre una fantascienza originale e con una qualità narrativa paragonabile alla letteratura italiana di quel periodo.

Per almeno due decenni Lino Aldani, Vittorio Catani e Renato Pestriniero furono il riferimento per diverse generazioni di autori che hanno creduto in una fantascienza italiana che fosse caratterizzata da una propria autonomia rispetto quella statunitense e, contemporaneamente, fosse in grado di dialogare con la letteratura italiana alta, quella del realismo postbellico, incentrata sul dramma psicologico e sulla contrapposizione tra mondo rurale e sviluppo industriale delle città. Canoni del realismo professati da intellettuali come Elio Vittorini e Cesare Pavese, scrittori ed editor, particolarmente lontani dall’accettare una letteratura che ponesse le tecnologie e la loro capacità di trasformare l’uomo e la società in termini diversi da quelli dell’alienazione di stampo marxiano.

Nonostante molti autori titolati come Corrado Alvaro, Primo Levi e Dino Buzzati avessero esplicitamente pubblicato opere di fantascienza e Italo Calvino avesse scelto di misurare i propri testi con una divulgazione scientifica di rara profondità, Aldani, Catani e Pestriniero, pur autori di una letteratura rigorosa, ebbero una evidente difficoltà a pubblicare le loro opere al di fuori della ristretta cerchia dei circoli di appassionati della fantascienza (il cosiddetto fandom, per usare un termine americano). Le loro bibliografie contano un numero limitato di romanzi, seppure si tratti di testi dotati di grande personalità.

Renato Pestriniero, veneziano, è certo uno degli scrittori più completi e stilisticamente dotati della storia della fantascienza italiana. Le sue opere variano dalla fantascienza spaziale, seppure rivisitata all’interno della tradizione letteraria, al fantastico più puro. Resurrezione appartiene al suo filone fantascientifico spaziale, sebbene declinato con il metro della tragedia shakespeariana. Un pugno di personaggi chiusi in gigantesche astronavi a forma di castello orbitano attorno al loro pianeta d’origine che hanno abbandonato. Avendo scoperto come prolungare la vita di alcuni secoli, piccole comunità si sono rinchiuse in queste astronavi fino a un declino provocato dalla sterilità e dall’isolamento.

Immediatamente colpisce lo stile quasi gotico che, attraverso una scrittura sapientemente ambigua, disorienta il lettore attraverso una serie di capovolgimenti prospettici e di colpi di scena. Ma la fantascienza, pagina dopo pagina, prende il sopravvento, declinando molti dei suoi temi fondamentali come la sfida allo spazio e il destino del genere umano, il rapporto dell’umano con la tecnica, la questione della cultura scientifica e l’oblio della cultura originale. In molti romanzi italiani le problematiche filosofiche ed epistemologiche tendono a essere sviluppate a discapito dei personaggi e dei loro contrasti; in Resurrezione, invece, vince un’esplicita dinamica teatrale sviluppata in tre atti in cui sono il progressivo disvelarsi dell’interiorità dei personaggi e delle loro nevrosi a rendere credibili i colpi di scena che indirizzano la vicenda verso l’epilogo.

Le sale dell’astronave castello sono dunque un palcoscenico dove si sviluppa la lunga e paranoica vita dei protagonisti, una vita sensorialmente deprivata dalla rarefazione dei rapporti e dall’incombere del panorama dello spazio stellare ritagliato dalle geometrie gotiche delle finestre. Un dramma che Pestriniero declina richiamandosi alla struttura di Isole nella corrente e alle sue ricorrenti citazioni, riproducendone le tre sezioni e le funzioni narrative assolte dai due personaggi hemingwayiani.

Fantascienza di altri tempi, si potrebbe concludere, una vera sfida narrativa che dalla letteratura di genere è stata portata alla cultura alta, dimostrando come le tematiche di grande complessità trattate in Resurrezione non siano certe esclusive del mainstream e dei suoi maestri.

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