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Quando l’arte nasce dal dolore

Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono, Bollati Boringhieri, pp. 373, euro 16,50 stampa, euro 9,99 epub

di ISABELLA BIGNOZZI

Andrea Tarabbia, noto scrittore e saggista, dopo le indiscusse prove narrative date con Il demone a Beslan, (Mondadori, 2011) e Il giardino delle mosche, (Ponte alle Grazie, 2015), ritorna con reiterato spessore in Madrigale senza suono, selezionato nella cinquina del Premio Campiello di quest’anno.

Il romanzo potrebbe apparire, a un primo sguardo, una biografia romanzata di Carlo Gesualdo da Venosa, nobiluomo vissuto nel regno di Napoli fra il XVI e il XVII secolo, noto compositore di musica polifonica, resosi colpevole di un delitto d’onore – se così si può dire – ai danni dell’amata moglie Maria d’Avalos e dell’amante Fabrizio Carafa.

Il libro di Tarabbia include senz’altro anche questo. Tuttavia, a un’analisi più attenta, rivela essere molto di più.

Il romanzo si avvale di molteplici cornici, in primo luogo un presunto diario firmato da un servo intimo al principe, di nome Gioachino, che racconta via via la vita del suo padrone: la comune esperienza in seminario, la salita al potere in seguito alla morte del fratello primogenito, l’unione con l’amata sposa, il delitto punitivo per l’adulterio, la restante esistenza consumata nel dolore e nel rimorso. È a questo livello temporale che si svolge gran parte della narrazione.

Il diario è a sua volta rievocato e riportato nel testo – la cornice più recente – dal suo scopritore, un intimidito Igor’ Stravinskij. Egli trova il manoscritto in una libreria antiquaria, e sente nascere un progressivo, inaspettato legame con Gesualdo, intuendone il genio e rivivendone il destino cupo e disperato.

Igor’ rivolgendosiper via epistolare al musicologo statunitense Glenn Watkins, svela l’ambizione di realizzare il Monumentum pro Gesualdo da Venosa – poi realmente eseguito a Venezia nel 1960 – chiedendogli consiglio e conforto, trovandosi tra mille difficoltà nell’approcciare un autore così complesso, e dibattendosi tra il desiderio di dargli nuova voce e il dubbio di stravolgerne le intenzioni.

L’ambientazione storica è dettagliata e di gran valore, ma il romanzo ha vocazioni multiple, epistolare, intimistica, non ultima quella gotica, tra tematiche lugubri traslate da certa letteratura noir– il servo deforme, la misteriosa presenza reclusa nelle cantine del palazzo, la vecchia janara – e vicende sanguinarie e oscure, il tutto reso credibile da una penna esperta e misurata.

C’è un amore intenso, tradito, c’è l’implacabile morale corrente, c’è un omicidio efferato, in cui gli assassini indossano maschere di animali scuoiati, come in un rituale punitivo e allegorico. C’è il sodalizio impossibile tra il principe e il suo servo Gioachino, reietto e deforme ai limiti del mostruoso, amato e odiato, punito e tenuto vicino a sé al di là di tutto, come un altro sé stesso. Forse proprio l’assurda familiarità tra i due diviene il filo conduttore di tutta la storia. Gioachino è il servo che registra ogni cosa, e che in giovinezza ha iniziato Carlo ad alcuni ambiti da cui non si torna, senza prevederne le conseguenze:

Questi mondi che io ho cercato, Gioachino, ricordi? Sono anche figli tuoi: tu mi facesti leggere libri che non si potevano leggere […]

Il servo Gioachino è devoto oltre l’immaginabile, vede forse per primo il genio assoluto nel suo padrone. Ma poi, col progredire dell’arte del suo principe verso universi sempre più cupi e incomprensibili, ne sperimenta lo spavento:

la vostra musica […] è satura, è una musica oltre la quale non si può andare […];

e vede via via Carlo chiudersi in composizioni musicali sempre più sofferenti, avvitate in se stesse, ma anche dirompenti, eccessive, ai limiti dell’eresia. E lo stesso principe è consapevole, almeno in parte, di quello che sta avvenendo in lui, un assoluto che nasce dal dolore e cerca la morte:

Voglio che in me si esaurisca tutta la musica possibile

Madrigale senza suono è un romanzo colto, una lettura complessa, con molteplici concamerazioni e la presupposta conoscenza da parte del lettore di numerosi personaggi e circostanze storiche, forme artistiche, non solo musicali – vedasi la Pala del Perdono di Giovanni Balducci e le sue molteplici interpretazioni – che parrebbero destinarlo a una cerchia ristretta di intenditori.

D’altro, lato su un piano puramente narrativo, non mancano sapienti seduzioni letterarie, quali l’intreccio accorto, i richiami a verità nascoste e foschi misteri, le tinte erotico-noir rese ancora più rilevate da un oscuro fanatismo cattolico di sottofondo.

Ma ancor di più, vi si trova una sapiente esplorazione dell’animo umano, nel metterne a nudo gli enigmi e i recessi più segreti, come l’assillo amoroso, l’ossessione artistica, la paura del mostruoso e del diverso. È l’intimità psicologica che si viene via via creando con i personaggi principali, complessi caleidoscopi, poliedri in rotazione, che d’un tratto rende sfumati i limiti tra vili atrocità ed eccelse ispirazioni, terribili gelosie e candidi aneliti, maligne crudeltà e inimmaginabili devozioni. Questo forse, nella complessità che riscatta sé stessa, il vero miracolo di Tarabbia.

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Un brano spontaneo di città operaia

Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie, pp. 443, euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ISABELLA BIGNOZZI

Il caffè non è buono – dice il narratore – nell’unico bar che ancora resiste prima del curvone. Si fumano Marlboro rosse, i pensionati camminano spenti e malvestiti, chiusi in un opaco malumore tra sprazzi di razzismo qualunquista, evitando sui marciapiedi gli accumuli di immondizia e le deiezioni abbandonate dei cani. Siamo nel quadrante delle fornaci, nella sacca operaia che ha fatto a mani nude i mattoni e i laterizi che hanno ingrandito la città di Dio, nel quartiere che non è un quartiere, non è una borgata, non è aggregato urbano in armonia con il resto del territorio. Una comunità sub-urbana con una storia diversa.

Tutto questo lo troviamo ne Lo Stradone, l’ultima opera di Francesco Pecoraro, selezionato nella cinquina del Campiello di quest’anno. L’opera fa seguito, dopo sei anni di silenzio,al suo precedente romanzo La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie, 2013) vittorioso al Premio Viareggio e incluso nella cinquina finalista del premio Strega 2014. Ancor prima Pecoraro si era fatto notare con la silloge poetica Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012), l’opera ibrida Questa e altre preistorie, (Le lettere, 2008) e la raccolta di racconti Dove credi di andare (Mondadori, 2007) che si aggiudicò il Premio Napoli e il Premio Giuseppe Berto per l’Opera Prima.

Per chi conosce la poetica di questo noto scrittore, poeta e architetto romano, non è difficile riconoscere in quest’ultimo scritto l’identità dei luoghi e dei personaggi che fanno capolino dietro le sue sibilline definizioni – tinte insieme di epica e di ironia – quali la Città di Dio (Roma), il Tempio della Redenzione (la cattedrale di San Pietro), lo Stradone (la zona di Valle Aurelia), l’Ultimo Segretario (Enrico Berlinguer).

Il narratore ne Lo stradone è uno storico dell’arte, accademico fallito nelle sue aspirazioni, e finito ad occupare una stanza in un ministero. Il personaggio è del tutto funzionale a incarnare lo spirito degli ultimi quattro decenni da cui proveniamo, la sfrenata competizione giovanile e il carrierismo anni Ottanta, le conseguenti speculazioni orgiastiche e la deriva tangentista, fino ad arrivare all’individualismo opaco, miope e rassegnato dell’epoca attuale. Ci sono senz’altro molte somiglianze fra il critico senza nome che ci racconta lo Stradone e i narratori seriali che l’autore mette in campo ne La vita in tempo di paceDove credi di andare e Questa e altre preistorie. Ma questo più che un senso di ripetitività suggerisce un’autenticità irrimediabile del sentire dell’autore, che replica individui simili tra loro come automi, parte costitutiva e rappresentativa di quel “ceto medio esteso” da Pecoraro così ben teorizzato e descritto, colpevole di aver assorbito e annullato, nel corso di un sessantennio, ogni differenza di classe, di pensiero, di caratterizzazione ideologica o culturale, vendendosi al più bieco consumismo.

Il quartiere che Pecoraro sceglie di descrivere è emblematico di tale appiattimento in una sbiadita e squallida uniformità, del fatto che la perdita di consapevolezza e unicità riguardi anche zone cittadine con un passato particolare, a suo modo glorioso, e sacche di umanità speciali, differenti, che un tempo si distinguevano per compattezza morale e fierezza della propria unicità (proletaria). In una digressione storica leggiamo:

Tutto qui era strano e diverso. La sacca non era una vera borgata, non nasceva da emarginazione e povertà, non era stata costruita nella disperazione della mancanza di lavoro: era un brano spontaneo di città operaia, nato vicino alla fabbrica, a causa della fabbrica, con il fine di tenersi il lavoro in fabbrica. […] Così come non era periferia. La sacca non riconosceva la città di Dio come centro, casomai la vedeva come territorio straniero, alieno, non comunista, dominato dai preti.

E anche ora il tessuto sociale borghese delle palazze in cortina che avanzano da est non fa breccia in ciò che rimane del quadrante degli ex fornaciari, nello Stradone appunto, scialbo agglomerato che ha prevalso a partire dall’epoca di edilizia sui piccoli villaggi auto-costruiti dagli operai nel primo Novecento. Ora c’è lo Stradone, abitato da un’umanità terminale e stremata che sopravvive di pensione e cappuccino, si diletta con i gratta e vinci o con le slot machines, guarda stancamente il fondoschiena alle ragazze dell’est che si avvicendano al banco a fare i caffè. Lo Stradone sconta la sua punizione di oblio e squallore, la sua unicità proletaria e industriale, che non ha saputo evolversi né in borgata popolare né in completa riqualificazione borghese e residenziale. Il quadrante con la sua sacca di umanità era funzionale a costruire, ampliare, ammodernare, riqualificare. Ma non ha usufruito di tutto ciò che ha donato al resto della città, rimanendo un agglomerato incoerente di baracche, poi sostituite da palazzoni IACP, contornati da distese di macchia attualmente lasciate all’immondizia, ai senza tetto baraccati, agli animali selvatici.

Pecoraro declina la dialettica tra degrado attuale e memoria a suo modo epica del luogo in modo magistrale. Non vi è trama alcuna nel suo libro se non una serie di inquadrature cinematografiche che danno lo spunto a riflessioni o digressioni soprattutto di natura territoriale, storica e sociale, ma anche di natura personale. Ne deriva un testo destrutturato come il quartiere e l’umanità che si vuole descrivere, un disegno senza margini, un concerto polifonico di fraseggi stonati, cacofonici ma dello stesso tenore, che si inseguono e si rispondono, amplificandosi a vicenda fino a creare qualcosa che non assomiglia a una melodia, ma al suono stesso di certa umana contemporaneità.

L’autore non si eleva assolutamente, né pare volerlo fare, dal livello di desolazione della massa che lo circonda, cui anzi si mescola apposta, fingendo di identificarvisi pienamente, in un gioco al ribasso evidentemente autopunitivo nei confronti del proprio percepito insuccesso umano – culturale – accademico – sentimentale.

E ora a fronte di tutto questo, qui al settimo piano della palazzata sullo Stradone, circondato da una città sostanzialmente di merda — costruita pria da poteri assoluti, poi da non-poteri piccolo-borghesi, con qualche elemento di socialismo—, dove un’intera esistenza di consenziente (la mia) viene ricompensata con una discreta pensione e un accesso privilegiato al servizio sanitario, mi accorgo della piccolezza codarda di una vita spesa esclusivamente in una serie di tentativi —falliti—di affermazione personale, nel tradimento di ogni istanza di cambiamento, anzi di rovesciamento dello status quo, che pure, da giovane, mi aveva infervorato…

Laddove ne La vita in tempo di pace vi erano tratti più volutamente compiuti, un’alternanza ritmata tra brevi lampi narrativi e considerazioni tecniche ai limiti della saggistica, il tutto ancora percepibile come un ordine organizzativo del testo, ne Lo stradone la narrazione assume un assetto anarchico, con digressioni che si innalzano nel flusso dei pensieri senza dover rendere conto di struttura alcuna. Non vi è una linea temporale definita né un approfondimento psicologico dei personaggi, che appaiono come marionette o continue comparse, sfuggenti e a un tempo archetipiche, foriere di messaggi piatti e bidimensionali, funzionali alla concettualità egualmente centrifuga e deflagrante della narrazione.

Si può parlare di lunghi frammenti di prosa, riconducibili alla struttura che hanno spesso i post tematici che appaiono sul web, afferenti a tre modalità espressive: il flash-back autobiografico, la descrizione cinematografica della condizione presente, le argomentazioni di natura architettonico-urbanistica, storica e sociale, che si ricollegano alle prime due voci mediate da qualcosa che somiglia alla nostalgia, alla vergogna e condanna dell’attuale, al rimpianto per ciò che non è stato.

Come non rivedere affiorare nel testo Pasolini, nella miscela tra la crudezza d’indagine antropologica, deplorazione di ogni retorica borghese,affermazione continua di una legittima libertà individuale, benché tormentata da ombre interiori e personali fantasmi. E come non pensare alla letteratura neo-realista, al nichilismo di Céline, al disincanto e allo sguardo sui vinti di Malaparte, fino al razionalismo metodologico Calvino, che esplicitava addirittura i tre piani della narrazione: l’esperienza visiva, che si estrinseca nel testo descrittivo, l’esperienza antropologica che coinvolge simboli e linguaggio e prende forma nel racconto, e infine i momenti di pura speculazione sull’universo, il fluire del tempo, il rapporto con l’individuo, lo sgomento dell’infinito.

La definizione di romanzo risulta stretta a questo testo sovversivo, caotico, che rifugge apparentemente ogni definizione o investitura, ogni retorica funzionale, ogni progettualità concettuale che sia finalizzata a qualcosa di costruttivo, reattivo alla mera osservazione e registrazione dei luoghi e dei fatti. Pecoraro pare dunque non affidare al suo testo alcuna missione, lasciarlo acefalo di propositi e privo di direzione, ma questo non lo priva della caratteristica di essere un capolavoro foriero di un profondo messaggio.

Contrariamente a La vita in tempo di pace che ha una vaga struttura temporale, benché a doppio binario, finendo la vicenda con movimento retrogrado all’infanzia del Dopoguerra e con incedere ortogrado a una morte annunciata, Lo stradone si chiude invece senza punti di arrivo né eventi clamorosi, se non – piccolo avvenimento finale – la costruzione del Centro Commerciale Aura. La voce narrante come uomo colto disprezza e compra a un tempo, nel senso che vitupera la capacità di incidere sul territorio e aggregarsi ormai solo in questo genere di strutture, ma sa anche che ormai l’unica vera compagnia e conforto dell’uomo moderno è rappresentata dalla merce. Dunque il centro commerciale è il nuovo tempio pagano, dove si consuma un fugace appagamento dello spirito.

Tutti erano segretamente contenti che si facesse qualcosa per distaccarsi una volta per tutte dal passato, sia pure costruendo muri in falso tufo, rivestendo edifici in falso travertino…ma con vere scale mobili, e però messe a cazzo

Resta il sorriso amaro dell’uomo di architettura e di lettere che osserva gli eventi in incognito, e partecipa all’inaugurazione con atteggiamento un po’ critico e un po’ no, abbracciando la novità come unica provvisoria illusione, come unica vaga possibilità di riqualificazione, mentre l’interrogativo, non espresso, sul destino della società e dell’uomo stesso rimane tra i denti e incombe come un’ombra, con il peso insostenibile delle cose non dette, delle domande cui – al momento – non sembra esserci risposta.

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Anarchia nomade

Francesco Verso, I camminatori vol. 1 I Pulldogs; vol. 2 No/Mad/Land, Future Fiction, pp. 320 + 559, euro 30,00 stampa, euro 7,98 ebook

di ROBERTO PAURA

Se si dà uno sguardo alle uscite editoriali degli ultimissimi anni, il tema del “camminare” è diventato improvvisamente, curiosamente di moda. Non si tratta di semplici guide al trekking, ma di veri e propri inviti a una nuova filosofia che fa del camminare, anziché del muoversi velocemente con mezzi meccanici, un autentico atto rivoluzionario. Francesco Verso, pluripremiato scrittore di fantascienza, deve aver colto questo zeitgeist quando ha iniziato a lavorare al suo ultimo romanzo in due parti, I camminatori. D’altronde, quando si cerca di immaginare come sarà il futuro prossimo, si deve sempre partire dal cogliere i segnali deboli che sono nell’aria; e in questo Verso è maestro, avendo anticipato nelle sue opere diverse tematiche di attualità, dai “sex dolls” (con e-Doll, suo primo successo) al disastro ambientale (in Livido). Con I camminatori, prima opera italiana di solarpunk, nuovo genere nascente nella fantascienza internazionale che intende contrastare la tendenza alla distopia catastrofista immaginando l’impiego di tecnologie in funzione di nuove utopie possibili, Verso scatena la sua immaginazione futuristica ed elabora un affresco utopico, ma al tempo stesso credibile, di un domani in cui la fine della civiltà stanziale e la ripresa del nuovo nomadismo sarà il segnale di un cambio di paradigma.

I camminatori è innanzitutto un romanzo. Impossibile non affezionarsi ai protagonisti, a partire dal triangolo Alan, Silvia, Nicolas, e poi ai personaggi solo apparentemente secondari che affollano le pagine di questo magnus opus. Come nella tradizione dickiana, i protagonisti dei romanzi di Verso sono dei derelitti, degli sconfitti, potremmo dire addirittura degli sfigati: è il mutare delle circostanze che fa emergere la loro vera personalità, a suggerire che, finché il mondo sarà questo, l’espressione del nostro vero io, il senso della nostra autentica missione sulla Terra, resterà sepolto sotto le macerie del turbocapitalismo. Ma I camminatori è, appunto per questo, soprattutto un grande romanzo utopico che dimostra come si possa scrivere una storia coinvolgente e avvincente anche senza dipingere scenari apocalittici.

Le invenzioni di Verso sono continue e sbalorditive, dai naniti agli eliotroni, strumenti nanotecnologici destinati a produrre la nuova postumanità, dal concetto di ecoluzione agli smartfume, che producono e diffondono odori e profumi personalizzati, dalla Nave Verde che incarna l’ideale anarchico di un mondo senza frontiere (nel romanzo il blocco navale vagheggiato dai sovranisti odierni si è concretizzato in una gigantesca barriera nel Mediterraneo) ai risciò umani che sostituiscono i taxi romani (i pulldogs). Alla base c’è la riflessione che per trasformare in modo radicale la società sia necessario liberarla dal bisogno di nutrirsi e dal bisogno di acquistare merci. Secondo Verso, la nanotecnologia e la stampa 3D possono realizzare entrambi gli obiettivi. A questo punto inevitabilmente sorgerà un nuovo modello di vita che cercherà di recuperare il contatto con la natura lasciando i grandi centri urbani e riprendendo il nomadismo dei nostri progenitori.

I camminatori è anche un messaggio politico: è possibile immaginare un mondo alternativo a quello odierno anche senza abbracciare le teorie della decrescita e il luddismo tecnologico, ma sfruttando le nuove tecnologie e accettando l’idea di un’evoluzione umana in sinergia con l’ambiente. I pulldog, che in origine non sono altro che degli squatters romani, gli scarti della società del benessere insostenibile, intuiscono per primi che è possibile conciliare ritmo lento e veloce, tecnologia e sostenibilità, multietnicità e legame con le proprie radici. Le antinomie del nostro tempo sono tutte risolte in questo romanzo che, come un tempo fu Straniero in terra straniera di Robert A. Heinlein, potrebbe diventare il manifesto di una nuova controcultura.

Una recensione di Pulldogs, il primo volume dei I camminatori di Francesco Verso, è stata pubblicata su Pulp Libri a questo indirizzo: http://pulplibri.it/article/aria-di-roma-domani/

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Dietro le linee

Manlio Calegari. Behind the Lines. La partita impossibile (1990-91), Impressioni grafiche, pp. 192, euro 13,00 stampa

di MARCO CODEBÒ

Che cos’è Behind the Lines? L’ultimo libro di Manlio Calegari è al tempo stesso manuale di storia orale, trattatello di fenomenologia del ricordo, storia di una comunità operaia nel secondo dopoguerra, distaccata analisi dell’invecchiamento, saggio critico sul Sessantotto e i movimenti giovanili dei due decenni successivi, miscellanea di geografia dell’entroterra del levante ligure. In forza di questa poliedricità la risposta alla domanda iniziale è inevitabile: Behind the Lines è un romanzo, l’unico genere letterario che può prendere una congerie di frammenti testuali prodotti secondo differenti regole formali e trasformarla in un insieme coerente e leggibile. C’è di più, naturalmente, perché Behind the Lines, oltre a esserlo, un romanzo, lo è anche in maniera formidabile. Questo per almeno due ragioni: (1) ci dà una mano a capire il nostro tempo e (2) prova a regalarci una traccia per attraversarlo con dignità. Con la necessaria postilla che Calegari è un maestro del racconto, così che se uno legge Behind the Lines non solo impara qualcosa su di sé ed il mondo ma intanto che lo fa ci si diverte anche.

Nostro è il tempo in cui l’idea di Rivoluzione non sta più in piedi, questo dice Behind the Lines. Anzi, in modo ancor più chiaro: Behind the Lines  è un libro controrivoluzionario. Racconta la storia di Alba, partigiano settantenne che cerca di trasmettere la sua esperienza di resistente alla pronipote Felicita. Lei è una laureanda, impegnata a tradurre i ricordi della guerra partigiana del prozio in una tesi accademica scritta secondo la metodologia della storia orale. Alba ha trascorso la vita in mezzo ai comunisti: amici, colleghi, compagni di lotta (armata e non), vicini di casa. Lui comunista non lo è mai stato e il perché lo spiega così: “Se pensi che quello che fai può migliorare il mondo non c’è ostacolo che possa fermarti. Cosa vuoi che sia un po’ di ingiustizia se si tratta di fare il bene dell’umanità” (p. 32). Con l’ovvia complicazione, prosegue Alba, di dover decidere sia la quantità di ingiustizia necessaria sia il tempo della sua opportuna applicazione al corpo sociale. Problema questo a cui nessuna delle rivoluzioni combattute per la conquista del potere politico come premessa per una trasformazione, dall’alto al basso, delle relazioni sociali, ha mai risposto: dalla Francia giacobina fino al Nicaragua sandinista. Behind the Lines è un libro controrivoluzionario proprio perché è costruito a partire dalla consapevolezza che questa risposta, tra Otto e Novecento, non la si è proprio trovata. E a marcare la rottura storica al di là della quale ci si trova oggi a vivere, Behind the Lines inizia con l’evento che chiude due secoli di rivoluzioni in Europa: la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989, duecento anni dopo la presa della Bastiglia. Behind the Lines segue così le orme dell’Ortis foscoliano (“io non sono sì matto da presumere di riordinare i mortali”), altro romanzo ambientato alla fine di un ciclo rivoluzionario, quello scatenato dalla prima discesa di Napoleone in Italia, nonché pubblicato in edizione definitiva durante un’età di restaurazione. E sul piano strutturale, come l’Ortis adotta la scrittura epistolare, così Behind the Lines si affida a quella diaristica, entrambe scelte formali che liberano il romanzo dalle costrizioni della trama e ne esaltano la capacità di funzionare come contenitore di generi non narrativi.

L’epoca post-rivoluzionaria è terribile: il primo segmento testuale di Behind the Lines, quello che apre con la caduta del Muro, chiude con un’immagine di atroce sofferenza proveniente da una delle guerre del nostro secolo, spietate nel loro accoppiare il massimo di indifferenza a uno sproposito di tecnologia. Da quest’età, Behind the Lines prova a suggerire una via d’uscita. È una traccia che affiora dalla storia di Alba, il partigiano che quando gli accade di incrociare la storia grande decide di stare dalla parte giusta. Questa traccia è la resistenza, una pratica che va all’onor del mondo nel biennio 1944-45, ma che non vi rimane congelata, come prova il fatto che Alba mantiene il suo nome partigiano anche negli anni postbellici. La resistenza continua perché lavora dal basso sulla base di un criterio elementare: la scelta come responsabilità personale. Alba è uno che sceglie: di andare in montagna con Bisagno (il partigiano Aldo Gastaldi, il comandante della Terza Divisione Garibaldi Cichero), di creare e mantenere uno spazio solidale per sé e i compagni di strada, di leggere e pensare, di fare il possibile per lasciare il senso della sua esperienza alla nipote. Qui però fallisce. Felicita non raccoglie il testimone e le due generazioni, quella partigiana e quella del movimento della Pantera, si incontrano ma non si comprendono. La pratica della resistenza non sopravvive agli anni Novanta. Perché questo accada è una domanda che Behind the Lines lascia senza risposta. Ne azzardo una io. Ai giovani come Felicita manca un rapporto col territorio, arte di cui Alba e compagni sono invece maestri. E infatti Behind the Lines è un romanzo topologico, un racconto di luoghi unici per storia, cultura e geografia. A ognuno di essi

corrispondono relazioni particolari fra i personaggi, un’attività specifica e una lingua. Esiste anche un Paradiso terrestre: i prati della Val d’Aveto dove si gioca a pallone mentre il vento della guerra per un po’ si tace. Alba e i suoi amici riescono a resistere, dal 1944 in poi, perché abitano posti che stanno in sintonia con la loro soggettività, quel che manca ai compagni di Felicita, ridotti alle quattro mura dell’Istituto di Storia.

Nell’edizione Kindle in inglese di Multitude, di Michael Hardt e Toni Negri, un libro del 2004, la parola “Resistance” ricorre 131 volte contro le 107 di “Revolution”. Tredici anni dopo, quando gli stessi pubblicano Assembly, “Resistance” dimostra di possedere notevoli dosi di istamina così da staccare agevolmente “Revolution”: 139 ricorrenze contro 74. Tuttavia in Empire (2000), la chiave di volta del ciclo di testi dedicato da Hardt e Negri alla produzione di soggettività nel tempo della globalizzazione, si legge che l’antagonista dell’Impero, il lavoro astratto, è un’attività senza un luogo definito e tuttavia molto potente. Curioso questo lavoro spaesato, eppur potente, che poi, fra il 2003 e il 2017, si dà alla resistenza. Nell’etimo di “resistere” il significato è dato dal latino “sistere”, in italiano fermare, fermarsi, verbi privi di senso senza presupporre un posto su cui appoggiarsi. Diavolo di un Calegari! Sembrava che componesse un canto d’addio ai vecchi partigiani e invece, intanto che ci introduceva alla generazione di Felicita, che non resiste perché non sta da nessuna parte, ci guidava a prender coscienza di uno dei nodi del secolo: come si possa oggi coniugare la mobilità del lavoro vivo con la radicalità della resistenza.

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Un romanzo di droga e filosofia naturale

Allan C. Weisbecker, Cosmix bandidos, tr. Marco Vicentini, Marcos y Marcos, pp. 285, euro 18,00 stampa, euro 11,99 ebook

di DOMENICO GALLO

A distanza di quindici anni dalla sua prima pubblicazione in Italia (si trattativa di una di una delle uscite di esordio della coraggiosa casa editrice Meridiano Zero), Cosmix Bandidos si aggira per turbare le letture più come una particella matta e fluttuante che come un vecchio e austero fantasma. La biografia di Allan C. Weisbecker che si può consultare sul suo sito ufficiale (http://www.banditobooks.com/) chiarisce quanto la sua vita si trasformi immediatamente in letteratura, come quegli isotopi che hanno tempi di decadimento ridottissimi e cambiamo la loro identità chimica in frazioni infinitesime di secondo. Del resto è proprio l’autore che definisce pubblicamente Cosmix Bandidos come “cult-hit autobiographical novel “, contrapponendosi all’idea che il suo libro possa essere classificato come una semplice fantasmagoria, un hellzapoppin’ o, ancor peggio, una buffa narco-irrazionalità. E giustamente, direi, visto che ci troviamo di fronte a una narrativa di estremo rigore scientifico (fatto estremamente raro) che si sviluppa su due piani paralleli molto complessi.

Il romanzo, prima ancora che calarsi nella trama avventurosa e nel suo esplosivo umorismo, raccoglie la sfida della narrativa scientifica, ovvero di quel paradigma instabile che tenta di vedere la cultura scientifica e quella umanistica come elementi complementari di un’unica cultura, senza praticare contrapposizioni o teorizzare ambigue graduatorie. In Italia, in particolare, la lezione di Benedetto Croce ha influito non poco ad alimentare questa separazione e contrapposizione, nonostante molti intellettuali di rilievo, da Galileo Galilei a Giacomo Leopardi, e poi Italo Calvino, Primo Levi, Sebastiano Vassalli e Paolo Volponi, avessero praticato una ricerca culturale unitaria, cercando di comprendere e narrare gli aspetti scientifici che sono intrinseci alla nostra realtà, del mondo politico e produttivo, e del modo in cui ci siamo evoluti per percepirli. Tuttavia Cosmix Bandidos procede oltre rispetto alla rappresentazione della scienza e delle sue contraddizioni, che è tipica della fantascienza, per intraprendere un percorso molto più difficile, ovvero di applicare le leggi della fisica atomica alle persone e alle loro relazioni, in buona sostanza allo sviluppo della trama. Le leggi che costituiscono l’ossatura della fisica quantistica, sviluppatesi a partire dal 1900 con gli studi di Max Plank, sono contro-intuitive. Il primo a intuirlo è stato Albert Einstein che, nel suo importante articolo del 1911 dedicato al calore specifico dei solidi, aveva scritto: “non diversamente dalla meccanica, il nostro elettromagnetismo è inconciliabile con l’esperienza”. Questa e altre osservazioni hanno comportato che lo studio teorico dei comportamenti subatomici dovesse sfruttare un approccio logico-matematico e che il fisico dovesse astrarsi dalla propria esperienza quotidiana se intendeva intuire la realtà dell’infinitamente piccolo. In Cosmix Bandidos, storia edificante di eccessi d’uso di stupefacenti, sbornie colossali, festose ed eccessive sparatorie, gli umani si comportano come se fossero particelle elementari, seguendo leggi diverse da quelle della nostra esperienza macroscopica, sottoposti ad altri principi, non ultimo quello di Heisenberg. Forse solo il film A serious man (2009) dei fratelli Coen raggiunge i livelli di rigore scientifico quantistico, e conseguentemente di comicità, dell’ormai classico di Weisbecker e del gioco continuo su indeterminazione, dualità felina di Schroedinger e la Many Worlds Interpretation di Hugh Everett e Bryce S. DeVitt, con i suoi fuochi artificiali di universi multipli. Complici le droghe e l’alcool, i mondi scovati dalla matematica si schiudono davanti agli occhi dei narcotrafficanti protagonisti di Cosmix Bandidos, allegri fuorilegge che, per un qualche motivo, riescono a comprendere la teoria e, genialmente, la vedono manifestarsi all’interno della loro stessa vita. Con buon gioco di Einstein, sono i paradigmi del microscopico che, grazie ai bandidos, diventano macroscopicamente visibili manifestando i loro paradossi per tutto il romanzo.

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Tutto ciò che ho dentro. Tutto quello che vogliono sentire

Lorenzo Palloni, La Lupa, pp. 192, SaldaPress, euro 22,00 stampa

di DOMENICO GALLO

Davvero sorprende questo fumetto sceneggiato e disegnato da Lorenzo Palloni e colorato da Luca Lenci, un quadrato dalle lingue di fuoco che sembrano sfuggire dal perimetro della copertina, e tra le fiamme una sagoma scura che sembra incurante del calore, della luce e del dolore che la circonda. Magra, capelli corti, guanti piombati, la Lupa guarda il lettore dritto negli occhi attraverso due feritoie bianche. La copertina raccoglie in sé una serie di promesse e spunti che la storia affronta appieno, senza alcun compromesso, muovendosi tra la sottile linea di demarcazione tra la violenza e l’empatia che il lettore, pagina dopo pagina, prova per la protagonista. Così è il noir, la capacità di raccontare una storia dell’inevitabile incontro tra una persona e il male, uno sprofondare lento che comprendiamo inevitabile, il guardarsi indietro e scorgere, uno dopo l’altro, gli errori sempre più grandi e l’impossibilità di sfuggire a quella situazione umana. Penso alla trilogie noir di Lèo Malet e a tutte le storie di Jean-Patrick Manchette, a quel mondo dove la morale è stata sconfitta dalla durezza della vita, dalle occasioni perdute, dal progressivo sgretolarsi della vita borghese e delle sue soddisfazioni patetiche e narcotizzanti. Così il noir si pone, inconciliabile, all’estremo opposto del poliziesco, con i suoi commissari buoni, onesti e antifascisti che si ergono a difesa di un sistema di regole che assolutamente non esiste nella realtà. E allora comprendiamo perché opere strane e controcorrente come Romanzo criminale e Suburra di Giancarlo De Cataldo o un film come Anime nere di Francesco Munzi siano, alla fine, molto più realistici e veri di altra letteratura consolatoria che offre solo miti contemporanei sempre più vuoti. Se invece ci addentriamo nella storia de La Lupa, è come se stessimo spiando dalla finestra, scostando timidamente una tenda, e osservassimo la verità della nostra vita e, soprattutto, della vita degli altri.

Curiosità, imbarazzo, tristezza e apprensione si alternano sfogliando queste pagine dove la retinatura segna ogni pagina inseguendo le ombre e dove i nove riquadri compongono unità di montaggio perfette e parallelismi eleganti. A ogni pagina si avvia una nuova prospettiva, si incontra un nuovo ambiente e la storia di Giger, più di una qualsiasi Nikita tutta superfici, ci coinvolge perché, proseguendo, anche noi lettori superiamo dei limiti. Ginger deve riscuotere le rate dei prestiti da persone che non hanno i soldi, e per compiere questo lavoro picchia, tortura, tormenta, terrorizza. Ginger fa paura perché è in grado di superare ogni volta la sfida della violenza, è capace di superare i limiti pur di portare a termine il suo lavoro, alterando ogni proporzione razionale tra il danno è l’entità che deve riscuotere. Ma Ginger, quando abbandona momentaneamente il suo sporco lavoro, è una moglie premurosa e una madre affettuosa. La sua famiglia ignora la sua crudele identità notturna e questa schizofrenia piccolo borghese sembra resistere alle intromissioni sempre più frequenti della verità. E alla fine l’intercapedine tra le due realtà si assottiglia e s’infrange. La tragedia è due mondi inconciliabili che si mescolano, si abbrancano fino a sanguinare.

Lorenzo Palloni è stato autore di belle storie fantastiche e di fantascienza come Un lungo cammino, Scary Allan Crow, 365, Mooned e Istantly Elsewhere, poi una storia politica The Corner, ma con La Lupa raggiunge il cuore di quell’immaginario italiano che solo il noir può intuire, quello della tragedia nell’appartamento a fianco, nella strada sotto casa, quel malessere che sta dentro e che viene nascosto in nome del decoro. Insomma quell’Italia che non amiamo vedere e ascoltare, che non vorremmo che ci sfiorasse e che invece sta tutta dentro un fumetto tutt’altro che innocuo.

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Il Presidente Allende e il traditore Pinochet

Jorge González e Oivier Bras, L’ombra di Allende, tr. Chiara Rea, 001 Edizioni, pp. 128, euro 19,00 stampa

di DOMENICO GALLO

A un anno di distanza dall’edizione italiana del fumetto Gli anni di Allende di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta  (Edizioni Edicola), ecco un’altra graphic novel sullo stesso tema: lo scontro tra rivoluziona ri e conservatori che insanguinò il Cile degli anni Settanta. Gli autori questa volta sono l’argentino Jorge González e il giornalista francese Oivier Bras che dedicano a Salvador Allende e al suo rapporto con Augusto Pinochet un fumetto molto complesso, nel montaggio delle immagini e nell’articolazione della pagina, nella scansione temporale fino alle linee dei disegni ingannevolmente semplici, nei colori sfumati e nella composizione quasi onirica di alcuni paesaggi esterni.

Jorge González è noto in Italia per Cara Patagonia, Fueye. Il suono del Tango e Ritorno in Kosovo (2014), in cui ha affiancato il disegnatore Jakupi Gani.

Immediatamente L’ombra di Allende si presenta al lettore con una duplice immagine quasi profetica: in copertina il Presidente seduto su un prato, sereno con lo sguardo rivolto lontano, e alle sue spalle un corpo sull’attenti che proietta l’ombra minacciosa di un militare. In quarta di copertina, accanto al discorso che fu trasmesso da Allende dal Palazzo della Moneda alle 9 e 10 del mattino dell’11 Settembre 1973, il ritratto più inquietante e noto del dittatore: quello in cui indossa un paio di occhiali da sole.

I volti di Allende e Pinochet sono le icone della tragedia di una nazione che Jorge González e Oivier Bras  scandagliano attraverso la ricca struttura narrativa che interseca la campagna elettorale, gli anni del governo di Unidad Popular, il golpe e le vicende di un giovane cileno che si trova a Londra durante l’arresto del dittatore.

Il primo episodio avviene nella prigione di Pisagua, quando il senatore Allende affronta  il giovane tenente Pinochet che vuole impedirgli di visitare i detenuti politici comunisti. È il primo confronto tra i due, Allende è già un leader politico riconosciuto mentre Pinochet un oscuro membro della casta militare cilena, dietro di loro si proietta una nazione di forti contrasti tra una borghesia bigotta e conservatrice, e una classe lavoratrice povera, ribelle e molto idealista. Ma questo dualismo viene rappresentato, oltre che da stralci della vita dei due leader, dalla storia di un bambino che seguiamo fino a diventare adulto. All’inizio ha sette anni ed è nella sua casa in Sudafrica, figlio di immigrati cileni che conservano riconoscenti una foto del generale Pinochet; il bimbo segue rapito il mondiale di calcio del 1978 alla TV ed è ignaro del dramma ancora vivo nel suo paese che non ha mai conosciuto. La sua linea narrativa attraversa le due pagine affiancate, solcando la legatura e occupando l’intero spazio del libro, dando respiro a tutti i contrasti che il giovane progressivamente incontrerà nella sua vita fuori dal Cile. Sono contrasti tra i cileni che incontrano il padre e che hanno un aspro confronto con lui, sostenitore del golpe che avrebbe riportato l’ordine in Cile, parenti e amici che la repressione ha diviso. Una tensione che segue il ragazzo all’università e poi a Londra, dove il suo rapporto con gli esuli cileni allontanati dalla dittatura si fa più intenso. E il fumetto prosegue alternando aspetti diversi, montati ognuno in maniera originale; come la vita di Pinochet, a partire dall’infanzia, racchiusa in pagine singole da dodici riquadri, seguiti da un’immagine forte a tutta pagina, che riportano poi, in un montaggio parallelo molto cinematografico, squarci della vita personale di Allende.

Oltre alla perfezione formale della sceneggiatura e alla tecnica del disegno, la scelta dei colori e del tratto, la storia assume una sua dimensione linguistica e narrativa molto forte. Sono elementi che nel fumetto non possono essere separati; anzi è la loro  unità (come nel cinema) a fornire quel piacere della lettura che ci fa dimenticare l’origine differente dei diversi contributi. Ma L’ombra di Allende, oltre alla forza della Storia che ognuno di noi conosce, ruota in maniera del tutto originale intorno al tema del tradimento. Tradimento della tradizione democratica del Cile, tradimento della Costituzione e delle leggi, tradimento dei legami affettivi tra le persone che si schierarono all’interno delle famiglie in maniera opposta, tradimento dell’etica per la furia omicida del regime che si abbandonò all’omicidio sistematico e alla tortura; tradimento tra due uomini che, non dimentichiamolo, erano Presidente e Ministro dello stesso governo. Ed è proprio sul tradimento personale che la storia di González e Bras trova l’altra importante direttrice della narrazione, montando la scelta non scontata di Pinochet attraverso le pressioni piccole e grandi che si concentrano su di lui, fino a vincere le sue ritrosie e a renderlo uno dei peggiori criminali della storia umana.

 

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Romanzo disegnato di tormenti d’amore

Furio Scarpelli, Passioni, Gallucci Editore, pp. 110, euro 23, 50 stampa

di DOMENICO GALLO

Se dovessimo realmente chiederci cosa oggi sia l’Italia, uno dei percorsi sicuramente efficaci potrebbe essere di ripercorrere all’indietro la storia di alcuni intellettuali che seppero affrontare il tema della nostra società senza velature e opportunismi. A grandi scrittori che seppero costantemente essere presenti (e penso, fra tanti, a Leonardo Sciascia, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Ennio Flaiano) si sono affiancati gli artisti del cinema che seppero rispondere al crollo materiale e morale del Secondo dopoguerra con grande originalità. Infatti, se cercassimo un’icona onesta e celebre dell’italiano, molti di noi penserebbero immediatamente ad Alberto Sordi, riferendosi non tanto all’uomo (che forse neppure conosciamo) ma alla miriade di personaggi che ha reso celebri con i  film che ha interpretato. A volte eroico, spesso patetico, furbo e contemporaneamente ingenuo, bigotto e passionale, pauroso, opportunista ma capace di improvvisi slanci interiori, l’italiano del Dopoguerra è un enigma perché rinato da una Guerra civile mai archiviata e solo parzialmente vinta, protagonista di lotte sociali coraggiose e sconfitte, e soprattutto perché è ritratto attraverso una serie di ossimori che, proprio il cinema di Alberto Sordi ha mostrato (e forse denunciato) a livello di massa. E quindi la scrittura cinematografica si presenta come un itinerario sorprendente di verità che è stato percorso  attraverso le tappe della tragedia, della farsa, del paradosso e di una liberatoria allegria. La coppia di eccezione è quella di Age e Scarpelli che, assieme a Suso Cecchi D’Amico, segna il  cinema italiano degli anni Cinquanta.

La quantità di film che si sono basati sulla sceneggiatura o il soggetto scritto dai romani Agenore Incrocci e Furio Scarpelli è impressionante; dai film con Totò, a I soliti ignoti, e poi La marcia su Roma, I mostri, Il maestro di Vigevano, Il buono, il brutto e il cattivo, L’armata Brancaleone, In nome del popolo italiano e Romanzo popolare. Sulle loro pagine Zampa, Monicelli, De Filippo, Emmer, Soldati, Pasolini, Loy, Comencini, Monicelli, Risi, Scola, Steno, Germi e Petri (e sono solo i più noti) hanno elaborato e diffuso quell’immagine degli italiani che è diventata rappresentazione della società e della sua storia. Ma la scrittura per il cinema si interseca alla letteratura e al giornalismo, ed è frequente che questi autori passino mirabilmente dal copione al libro, al giornale.

Furio Scarpelli è una piccola eccezione perché la sua carriera si estende anche alla pittura, alla scenografia, al disegno satirico e al fumetto. Passioni è, per definizione dello stesso Scarpelli, un “romanzo disegnato di tormenti d’amore”, ed era già apparso nel 2011, in forma diversa, con il titolo Tormenti per Rizzoli. La storia si apre con le pagine del diario di Lolli nel giorno 5 marzo 1937. La donna è in Spagna in compagnia del pugile Mario Marchetti, diretti verso Madrid per combattere con la Repubblica e difendere la capitale dall’assedio di fascisti italiani e falangisti. I due romani sono persone semplici, del popolo, ma se per Mario è l’ardore antifascista che lo spinge verso una guerra civile non sua, ma che si sente di combattere come proiezione di quella che in Italia non è ancora scoppiata, Lolli è in fuga da una sballata storia d’amore con un uomo ricco molto più vecchio di lei. Se la prima parte si sviluppa all’interno delle convenzioni del fumetto, con i dialoghi racchiusi dalle nuvolette, il lungo flashback che descrive in dettaglio la relazione tra Lolli, una lavandaia, e lo spocchioso e agiato Rinaldo si sviluppa nella forma di un irregolare romanzo illustrato in cui i lunghi periodi di descrizione sono alternati ai disegni colorati e in bianco e nero. La storia racconta dell’invaghimento di Lolli per Rinaldo, inizialmente attratta dalla sua eleganza e dai regali, ma l’uomo, che è sposato con un figlio, introduce eccessive contraddizioni nella donna che, progressivamente, si innamora del più giovane e schietto pugile.

Scarpelli descrive una Roma fascista che offre lo sfondo a buona parte della storia e che riprende la vena satirica dell’inizio della sua carriera, quando collaborava al giornale anticlericale Don Basilio e poi alle pagine del Marc’Aurelio (con firme quali quelle di Zavattini, Bava, Steno e dell’amico Age). Ma l’efficacia della scrittura di Passioni, il suo essere romanzo disegnato, è proprio quella per immagini della sceneggiatura; un linguaggio che descrive le azioni, una prosa che fa vedere. Ogni parola è misurata per offrire il massimo della potenzialità, dovendo tradursi in recitazione degli attori e nel tempo rigorosamente limitato del film su celluloide. Passioni è quindi un fumetto davvero d’autore, perché Scarpelli firma con la propria cultura ed esperienza l’intera storia di amore e convenienza della giovane Lolli, un romanzo popolare, per citare il film che firmò assieme ad Age per Mario Monicelli.

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Messaggi dall’Oltre Mondo

Warren Ellis e Declan Shalvey, Injection. Libro uno, tr. Andrea Toscani, Saldapress, pp. 400, euro 49,90 stampa

di DOMENICO GALLO

Quando si pensa a un fumetto spesso accade che ci scordi che, in molti casi, abbiamo di fronte un’opera collettiva che ci impone di districarci tra la logica e la capacità narrativa dello sceneggiatore, la qualità del disegno e l’efficacia del “coloratore”. È un vero nodo che inganna il nostro cervello che ci rimanda spesso le tavole realizzate dal disegnatore, quando la proprietà è dello sceneggiatore, colui che ha delineato il progetto narrativo, ha avuto l’idea e ha delineato i personaggi, fino ad arrivare a pensare le sequenze delle tavole. Come nel cinema, l’opera collettiva prende il nome del regista, e nel caso di Injection il regista è lo sceneggiatore britannico Warren Ellis.

Injection è un’opera monumentale, iniziata nel 2015 e ancora in corso, che intende marchiare a fuoco il new weird sottolineando quanto l’opera di Ellis sia stata, fin dall’inizio della carriera, assolutamente attenta al nuovo contaminarsi dei generi e dei sottogeneri.

E allora, se il filo da seguire è quello dell’opera di Ellis, delle sue idee e della sua ostinata ricerca della trasgressione, con quella sua determinazione nel superare il limite anche morale della narrazione, Injection sembra riproporre una rielaborazione profonda dei suoi temi forti che lo hanno reso scomodo e famoso.

Il primo richiamo ci riporta a quei due capolavori in bianco e nero che erano stati Blu scuro e Bacio morboso, usciti da Avatar Press all’inizio del millennio e tradotti in Italia da Magic Press. Disegnato da Jacen Burrows (che ritornerà in Cicatrici e Bad World), Blu scuro si distingue per la radicalità e il modo con cui Ellis intende ottenere il massimo dalla storia, senza compromessi, mentre la prima lettura di Bacio Morboso, disegnato da Mike Wolfer, è come una caduta da un grattacielo senza fine.

In quest’ultimo Ellis si scontra con la fantascienza più morbosa, riuscendo a estremizzare ogni situazione e a produrre sconcerto e tensione nel lettore. “La paura esiste in due forme”, scrive Ellis. “Quello che possiamo immaginare e quello che non possiamo”. Ed Ellis riesce sempre a metterci di fronte quel qualcosa che non abbiamo potuto immaginare.

Certo la straordinaria serie distopica di Transmetropolitan (disegnata da Darik Robertson) aveva impressionato anche per l’abbattimento di un tabù come quello del cannibalismo che, persino nella fantascienza più radicale era stato trattato poche volte, ma è in Global Frequency che Ellis riesce a mettere in campo una convergenza tra la storia di gruppo tipica dei supereroi, la visione distopica del fumetto anglosassone contemporaneo e la rottura dal realismo con l’immissione di elementi weird sempre più marcati.

Injection si appoggia saldamente sull’intera scrittura che Ellis ha sviluppato con diversi disegnatori ed è quasi una riflessione su una produzione sterminata e magmatica che ha contemplato il noir, la fantascienza, l’esoterismo, l’horror, il weird, la fantapolitica.

Ancora una volta, come in Global Frequency, è un gruppo distorto che si riunisce come apparato parallelo dello Stato, qualcuno che, nella fitta tradizione di James Bond, ha licenza di uccidere perché di fronte a sé ha l’innominabile, il pericolo supremo che, se non sconfitto, chiuderà l’esperienza di homo sapiens sulla Terra. Una lotta tragica e disperata perché, anche se il pericolo viene esorcizzato, la minaccia si ripropone immediatamente sotto altre forme.

Questa vittoria instabile dell’umano, associata sempre e comunque a un affresco di una società che, complessivamente, non merita questi sacrifici, è il timbro tragico delle storie di Ellis, una sua firma pessimista che segna i suoi “supereroi” in maniera indelebile.

Injection mantiene sullo sfondo il complotto dell’Inoculazione sovrastrutturando l’intera scuola del cyberpunk, con la consapevolezza che le tecnologie dell’informazione hanno ridisegnato il mondo e la percezione degli umani, la nuova visione della fisica letta attraverso chiavi esoteriche e l’intramontabile tradizione lovecraftiana in cui creature e pericoli innominabili sono separati da noi solo da una sottile parete sempre a rischio di lacerarsi.

All’interno di questo modello narrativo, la lotta contro l’Inoculazione procede serratamente lungo le tavole di Declan Shalvey, colorate magistralmente da Jordie Bellaire, e  capace di sedurci al punto che dopo una storia di 340 pagine abbiamo la sensazione di essere solo all’inizio.

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Perdenti fra vendetta e impossibile giustizia

Brian Azzarello e Eduardo Risso, Moonshine, Vol. 1, tr. Francesco Matteuzzi, Mondadori, pp. 150, € 18,70 stampa

di DOMENICO GALLO

La coppia Azzarello e Risso ha firmato una delle opere fondamentali del fumetto contemporaneo, la lunga e articolata 100 Bullets che ha messo a nudo molti aspetti critici della società statunitense come la povertà e il degrado delle periferie, le difficoltà degli immigrati, la netta separazione tra le classi e, contemporaneamente, il ruolo autonomo (disancorato?) del potere. Sotto l’influenza di scrittori classici del noir come Jim Thompson, David Goodis e James M. Cain, il fumetto di Azzarello e Risso si è distinto soprattutto per l’eccezionale capacità di tessere una trama mirabilmente complessa a partire dalla sete di vendetta che stagna in molti fallimenti umani. Vendetta, non giustizia perché la lezione dei looser del noir statunitense viene riproposta con la denuncia politica di un potere fuori controllo e immorale.

Moonshine è il titolo perfetto per questa nuova storia ambientata durante il proibizionismo; il significato principale evoca il chiaro di luna dei racconti del terrore e, in particolare, dei licantropi, ma nel parlato, moonshine significava, allora, l’alcool illegale e prodotto di contrabbando. Ambientata nel 1929, la storia ruota attorno alle vicende di mister Pirlo, un gangster di mezza tacca al soldo del potente Joe Masseria che deve individuare un’eccellente distilleria clandestina. La ricerca conduce Pirlo nelle foreste del West Virginia, in un mondo rurale in cui valgono regole diverse rispetto a quelle delle città, dove sopravvivono riti tribali sia tra i neri, attraverso il loro legame con l’Africa, sia tra i bianchi, resi selvaggi e imprevedibili dal contatto costante con una natura ancestrale. Pirlo, detentore del denaro promesso dalla malavita in cambio del liquore, è il portatore di una civiltà malata destinata a sconvolgere i precari equilibri di quel piccolo world apart.

Il primo volume di Moonshine ci propone un’opera molto più lineare e classica di 100 Bullets o degli interventi nella collana America Moster, firmati da Azzarello in coppia con Jouan Doe; una tecnica narrativa più “tradizionale”, con un unico protagonista e una storia principale molto rigorosa. La costruzione del protagonista, un gangster di fatto molto umano e un po’ fuori luogo tra i killer di Masseria, sembra distaccarsi dalla crudeltà estrema e dal cinismo che aveva caratterizzato la violenza narrativa di 100 Bullets, e forse è un ritorno a una scansione più simile al capolavoro del fumetto di guerra contemporaneo come Sgt. Rock dove la storia presenta un centro molto ben definito (di Azzarello in coppia con Joe Kubert).

Moonshine volume 1, un po’ come le stagioni delle serie TV, finisce con un punto di svolta narrativo dove la trama, anziché chiudersi, si apre e sembra imboccare la strada dell’horror. Non ci resta che attendere…

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