Tutti gli articoli di Danilo Arona

Un povero diavolo

Andrew Michael Hurley, Il giorno del Diavolo, tr. V. Vega, Bompiani, pagine 347, euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook

di DANILO ARONA

Questo libro di autore inglese nato nel 1975 offre il fianco per elencare da parte mia una serie di perplessità teoriche che ne hanno accompagnato la pubblicazione in Italia. Sostanzialmente quelle che riguardano la sua classificazione, l’etichetta e la sua appartenenza al genere. Me ne rendo conto, siamo ancora da quelle parti in cui più volte in passato vi ho costretto a transitare e chissà se ne è valsa la pena. Ma questo è un caso macroscopico che la dice lunga su temi e luoghi comuni che, intendiamoci, nulla spartiscono con il lavoro di Andrew Michael Hurley. Però, accidenti, parliamone e andiamo al punto per poi chiuderla una volta per tutte. Che cosa hanno letto tutti coloro che nei vari siti hanno via via definito Il giorno del Diavolo come horror, thriller gotico, noir, “alla King”, eccetera? Eh, no, non l’avete letto o, peggio, manovrati da quale insano sistema di marketing, avete inteso strizzare l’occhio a quelli come me, i cosiddetti “lettori forti”, che si comperano tutti i libri del genere, soprattutto se provvisti di quel titolo e di tanta copertina. Peccato che la storia sia una sorta di Albero degli zoccoli ambientato in brughiera, con sfumatissime suggestioni che rimandano, non so se per calcolo o inconsapevolmente, a Emily Brontë o a certo gotico rurale in stile Wicker Man, il cui centro tematico è lo scontro culturale tra il clan dei Pentecost e la giovane Kat, che ne ha appena sposato uno, e per questo si deve misurare, lei proveniente dalla città, con un sistema arcaico a dir poco invadente.

La brughiera è certo un microcosmo crudele dove incidenti e scontri all’ultimo sangue con vicini che sembrano spartire molto più con lo storico Sawney Bean che con il rude archetipo del contadino locale, ma il Diavolo (con la maiuscola), sempre evocato nei discorsi collettivi perché nelle Endland il Maligno “esiste” in qualche povero animale emarginato o nel montone allupato, è la potente e sin troppo logica metafora con cui definire ambiente e realtà irriducibili, resi tali da un clima non espugnabile. E qui ci fermiamo. Perché invano attenderete per 345 pagine che il soprannaturale, sgocciolato qua e là come una salsa di molesta piccantezza il cui sapore va di continuo rimandato, esploda in qualche titanico “redde rationem” di logica pertinenza. Non capita proprio nulla, anzi Kat, l’unica (a me) simpatica di questo gruppo presuntuosamente e orgogliosamente disurbanizzato, si arrende – mannaggia –  ai condizionamenti proprio indisponenti del marito e del clan alle sue spalle e, lasciatasi alle spalle il mestiere e la vita di città, diventa in un batter d’occhio una grassa contadina cui far sfornare mezza dozzina di pargoli. Con grande gioia del consorte John Pentecost, il cui cognome già dovrebbe svelare qualcosa.

E il Diavolo? A tre cartelle dalla fine, Hurley scopre le carte che val la pena qui riportare:

“Kat aveva capito cosa intendevo quando dicevo che il Diavolo era vero. Non il Maligno svenevole delle canzoni, o la cosa che Gideon Denning e i suoi amici credevano di avere svegliato nel Far Lodge. Tra l’altro, non c’era niente da svegliare. Il Diavolo è qui da prima che arrivassero tutti, è qui che passa incessantemente da una cosa all’altra. È nella pioggia, nelle raffiche di vento e nel fiume impetuoso. È negli alberi del bosco. È l’incendio improvviso e l’addentatore di cani. È la malattia che può rovinare un’intera fattoria e la tormenta che seppellisce un intero villaggio.”

Insomma, la facile metafora di cui milioni prima di Hurley si sono serviti non rende giustizia a uno scrittore che, ci racconta l’ufficio stampa, ha conquistato Stephen King. E, certo sorretta da uno stile secco ed efficace, la storia non è così sinistra e inquietante come la si vorrebbe. Il che di per sé non è un difetto, a patto di non volere imbrogliare le carte. Il diavolo delle Endland (che io scrivo minuscolo) è un satanasso edificante, eroico, audace oltre la ragione a volerla cercare. Insomma, è un povero diavolo. Perché la realtà in cui è costretto a rimanere sin dalla notte dei tempi è durissima, faticosa, quasi senza senso. E, per quanto magico, questo è realismo. Screzialo quanto vuoi con accenni supernatural, ma è chiarissimo realismo in cui i demoni vivono nell’occhio di chi (non) legge.

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I facili steccati di un genere

Loredana Lipperini, Magia nera, Bompiani, pp. 226, euro 16, 00 stampa.

di DANILO ARONA

Mi imbattei nel “fantastico quotidiano” nel 1971, quando proprio non pensavo che avrei dedicato una consistente parte della vita a scrivere di generi e di paure. Complici Steven Spielberg, il film Duel e la penna eccelsa di Leo Pestelli (1909 – 1976), scrittore, umanista e critico cinematografico torinese. A tanta definizione si rifaceva appunto Pestelli per catalogare un film, all’origine un telefilm, che proprio non ce la faceva a starsene quieto dentro i facili steccati del genere. Ma quelli erano gli anni in cui le barriere saltavano con entusiastica facilità, soprattutto al cinema, e Pestelli, sul solco di una tradizione tutta nostrana in cui si annoveravano Italo Calvino, Tommaso Landolfi e Dino Buzzati, era ben consapevole del peso dei riferimenti.

Mezzo secolo dopo il rimando è ancora d’obbligo. Nel tempo relativamente breve di una cinquantina d’anni in Italia, ma un un po’ su tutto il pianeta, il fantastico quotidiano ha rappresentato l’angolo oscuro più affascinante di una letteratura che nei suoi migliori cimenti si fa beffe di convenzioni e stereotipi di comodo. Quando mi è stato chiesto di definirlo, così scrissi: “Il fantastico quotidiano nasce quando in un mondo che di sicuro è il nostro si verifica un avvenimento non spiegabile con le leggi del mondo che ci è famigliare. Colui che percepisce l’avvenimento può optare per due soluzioni: o si tratta di un’illusione dei sensi (e allora le leggi del mondo permangono le stesse, oggettivamente) oppure l’avvenimento realmente accade e allora la realtà per una parte non quantificabile è governata da leggi a noi ignote. Il fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza.”

Poco prima di sicuro avevo mangiato pesante per esprimere un concetto alla fine molto semplice con così tante parole e preferisco allora la secca essenzialità di Costanza Melani (Fantastico italiano, Rizzoli, 2009), quando, richiamando Edgar Allan Poe, attesta che, quando il soprannaturale si sente più che vedersi e l’inconsueto si situa nella mente e nell’anima del protagonista piuttosto che nel mondo attorno a lui, allora ci stiamo muovendo nella dimensione del fantastico quotidiano.

Con un ammirevole stile denso e personale anche la Loredana Lipperini di Magia Nera si muove, zigzagando, in questi territori. Loredana Lipperini, per i cultori del gotico italico, è tantissime cose: Lara Manni, Fahrenheit su RAI3, L’arrivo di Saturno. A uno scarto infinitesimale dall’ibridazione fantastica perché “solo il Falso può illuminare il Vero”. Adesso piomba sul mercato da par suo con una antologia di Bompiani (di solito il prodotto meno facile, una sfida intelligente) e i racconti sono quelli di cui sopra. Ovvero, oscillano, spesso sino all’ultima parola. Sarà vero, chissà, mah, forse è un sogno…

Sarei tentato di affermare che i racconti di Magia Nera si divorano. Ma non è così. Perché per alcuni il linguaggio è talmente denso e importante che occorre tornare indietro, rileggere, entrare con calma nei costrutti e nell’espressività. Io li ho divorati, ma poi ho dovuto rileggere. Capita anche al cinema con certi film: la seconda visione è la migliore.

Ovvio che, nei confronti delle antologie, ogni lettore possiede un taccuino personale. Personalmente, di sicuro è un mio limite, quando Loredana Lipperini si avvicina con coscienza niente affatto spericolata ma consapevole al “genere”, mi sento, per capirci, molto più a casa. Capita laddove Stephen King o H.P. Lovecraft sono ben più di un aggancio culturale, ma nella coralità dei lavori, caratterizzati tutti quanti da un punto di vista femminile e partecipato, trovano spazio arcane (e quotidiane, giustappunto…) architetture materiate con oscuri presagi di morte e “buchi” nel tempo, paure degli oggetti e trasmigrazioni di anime, società in lotta al proprio interno e “fabbriche delle mogli” a uso bordello. C’è persino spazio per la più incredibile variante, quasi criptica, del finale de La zampa di scimmia di Wlliam Wymark Jacobs, archetipo inglese del 1902. E, dato che si è parlato di King e Lovecraft, ovviamente esiste un indimenticabile paese da cui è meglio stare lontani. Così come descritto, se ne possono ancora trovare in certi angoli del vecchio Piemonte…

Che dire in conclusione? Fatevi possedere dalla nera magia ammaliante di Loredana Lipperini. Non mancate questo libro. Soprattutto se, come me, siete convinti che la realtà non sia esattamente quella che vediamo.

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Très an Tani. Un noir bellico

Angelo Marenzana, Il delitto del fascista Nuvola Nera, Fanucci Editore, pp. 270, euro 14,00 stampa, euro 4,99 ebook

di DANILO ARONA

Le città attraversate dai fiumi possiedono un immaginario potente e diverso. Ad averne voglia e un budget preventivo, si potrebbe progettare un Grand Tour su e giù per l’Italia visitando città come Mantova, Firenze, Piacenza, Torino, Asti, Rovereto, Verona e Pavia (e qui mi fermo giusto per rendere l’idea) e scoprire un comune e ribollente inconscio collettivo che regala vita a un ricco folclore locale, manna per gli scrittori.

Per quel che riguarda Alessandria, la nostra città (la mia e di Angelo Marenzana), non si può non citare l’antropologo Riccardo Motta che in nell’impagabile Vicolo Fiume Tànaro (I libri di Emil, Maxmi, 2011) evidenzia come il fiume sia ancora e sempre “un grande dispensatore di immaginario”, segnando con la sua presenza esistenze singole e collettività arcaicizzate. Rispettato, temuto, forse odiato dopo l’alluvione del 1994, il fiume dispensa favole e brandelli di verità, trasformando la terra che lo circonda in un non-luogo letterario: una sorta di negazione della realtà che assurge a geografia impalpabile e impenetrabile, soprattutto quando si tratta di lambirne le sfumature attraverso fantasmi (della mente) e arcani, sillogismi, similitudini e mitologemi, e che richiede il rimedio del ritorno salutare ai suoi riti e alle sue stazioni (le baracche e i posti di ritrovo a ridosso dell’acqua).

Per scoprire che siamo tutti figli, ovunque scorra un fiume, di una stessa madre in grado di essere contemporaneamente padre.

Ancora Riccardo Motta: “Un fiume amico e pacifico, ma anche potente e pericoloso, quasi un giustiziere implacabile. L’espressione très an Tani, ‘gettarsi nel Tànaro’, evoca infatti le immagini più macabre. Tanaro è anche il fiume dei suicidi. La frequenza delle morti volontarie, fortunatamente bassa, è comunque stata una realtà”. Non è difficile comprendere perché gli aspiranti suicidi abbiano scelto come teatro di quei loro atti estremi i ponti o le rive del Tànaro, invece che della Bormida, l’altro fiume alessandrino che si declina al femminile.

Fiume di vita e di morte, il Tànaro è anche il corso d’acqua principale e più prossimo alla città, che dopo la sua espansione la bagna all’interno. Invece Bormida è un fiume esterno, rimasto al di fuori dalla cerchia urbana vera e propria: in qualche modo emarginato anche in passato, anche se qualche linea fortificata di bastioni è esistita proprio nella sua direzione, verso Marengo.

Il suicidio, atto di estrema solitudine, richiede però molto frequentemente una sorta di palcoscenico e un pubblico. La disperazione dell’attore deve essere comunicata al prossimo: e due dei ponti sul Tànaro, quello della Cittadella e quello del quartiere Orti, sembrano prestarsi al tipo di rappresentazione tragica e dei disadattati. “Con Tànaro è meglio non scherzare. Lo sanno bene gli alessandrini, anche se le ultime generazioni possono averlo dimenticato. Il fiume inghiottiva nuotatori incauti, pescatori frettolosi o negligenti, non soltanto i suicidi. Ma i corpi dei suicidi non li ha mai restituiti.”

Questo per ricordare che in Alessandria godiamo di un grandioso mito leggendario a proposito del nostro fiume: quello della giovane vita femminile spezzata per l’altrui violenza che nelle acque oscure del Tanaro ha trovato, forse, ultima dimora. Può chiamarsi Marinella, proprio quella di De Andrè secondo le ricerche minuziose dello psicologo Roberto Arzenta, o essere l’innominata che si buttò giù nell’acqua il 1 maggio 1939, forse per una protesta estrema contro la visita di Mussolini. E può essere Valentina Lanzavecchia, il motore – umano – che accende l’ultimo romanzo di Marenzana. Il delitto del fascista Nuvola Nera, edito da Fanucci.

Il tenerissimo e doloroso prologo della morte di Valentina merita di essere
qui riproposto: «… Aveva deciso di concedere la propria giovinezza al corso del fiume consumando un rito arcaico di purificazione per meritarsi un angolo di paradiso. Il Tànaro le sfiorò la gola. Poi superò il mento, la bocca. Quando i capelli si aprirono a ventaglio, Valentina si lasciò cadere verso il basso. Meglio farla finita con un gesto unico, deciso. Eterno. I piedi vennero risucchiati dalla melma del fondo. Lei rimase con gli occhi aperti, mentre la testa si liberava della musica dell’orchestra e delle voci dei due sconosciuti per lasciare spazio alla luce da cui sgorga il bene.»

Siamo nel 1925. Vent’anni dopo, è proprio questo passato che oscura il presente storico dell’Alessandria dell’aprile 1945. La Città Grigia ancora più grigia, sporca e polverosa, vessata dai bombardamenti e dalle lacerazioni sociali, dove l’elegante Lorenzo Maida – il venditore di tessuti che indaga meglio di Sherlock Holmes e che abbiamo già conosciuto nel precedente Alle spalle del cielo -, a pochi giorni dalla fine dichiarata della guerra, incappa in due misteriosi delitti, di cui il primo intitola il libro.

Ovvio, Maida dovrà metterci il naso, sollecitato dal cognato poliziotto Vito Todisco, in un’indagine torbida che immobilizza l’attenzione del lettore su un’Alessandria inedita e quanto mai inquieta nel suo quasi iniziatico processo di trasformazione. Se Curcio, l’aiutante di Maida nel negozio, dichiara lapidario a pagina 39 che “senza un passato gli uomini non avrebbero nulla da dirsi”, va da sé che è un passato rimosso e luttuoso che bisogna andare a scoperchiare per scoprire dinamiche e colpevoli dei due omicidi.

E certo, il sottoscritto recensore non è qui per guastarvi sorprese e colpi di scena che sono alla (massima) altezza di un noir bellico dove si indaga lungo un tortuoso percorso da decodificare per la gioia degli amanti del genere, ma dove si fotografa soprattutto una città colta in angoli gustosi e inediti che hanno il sapore, anche drammatico, dell’estrema
provvisorietà. Da lì a poco nulla sarà più così e comincerà, alla fine delle ostilità, una spaventosa resa dei conti che ammorberà la vita civile e collettiva ancora per anni.

L’ho già scritto da qualche parte, Marenzana è uno spirito antico e, come me, ha ascoltato dalle bocche di consapevoli genitori, le cronache dei “tempi di guerra”, quando le sirene annunciavano le incursioni di Pipetto e dei bombardieri. Ma, aggiungo un sospetto, in lui alberga sul serio l’anima trasmigrata di un alessandrino di quell’epoca, tanto è vivida e autentica la descrizione della città di allora. E, come sempre, ci sarebbero – ci sono troppi ingredienti su cui far scivolare l’attenzione del lettore: in primo luogo, l’anelito all’effetto perturbante e “fantastico” che qua e là emerge nell’asciutta e realistica prosa, che ci suggerisce qualora non lo sapessimo che Angelo è anche un pregevolissimo autore gotico (da buon piemontese, se posso…).

Infine, una riconferma, la straordinaria molteplicità dei ritratti femminili, abilità nella quale lo scrittore eccelle senza cadere nel bozzettismo e regalandoci rappresentazioni di autentiche e indimenticabili personalità, sempre inespresse per l’odiosa oppressione delle controparti maschili.

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Non un testo per anime candide

Marina Crescenti, Il Branco uccide. Caccia al Drago Giallo, Nero Press, pp. 192, euro 13,00 stampa

di DANILO ARONA

Il 23 febbraio ai Murazzi di Torino un giovane vercellese è stato sgozzato in pieno giorno da un italiano di origini marocchine, altrettanto giovane. Stefano Leo, non un’ombra nella sua breve vita, ha incontrato una morte orribile – coltello affilatissimo, un solo colpo violentissimo a tranciare la gola – mentre si recava al lavoro, vittima di uno di quegli “atti casuali di violenza insensata” che sono stati negli anni ’90 titolo e tematica di un profetico libro di Jack Womack in cui si racconta di una New York, quasi contemporanea, brutale e senza speranza, dove si uccide e si muore con la facilità e la velocità di uno starnuto. In una specularità sconcertante con l’opera di Womack, l’assassino di Stefano ha confessato di avere tolto la vita a Stefano perché sorrideva e sembrava felice. Il delitto perfetto per l’attuale contemporaneità dove il Nulla si trova a essere riempito da qualcosa che assomiglia alla follia ma follia non è, grandioso paradosso che annulla, o quasi, la linea sottile che dovrebbe sempre intercorrere tra fiction e realtà. In tanta contraddizione sguazziamo non so con quanta consapevolezza – a parer mio molto poca – e purtroppo la cronaca, sempre più pesante, sembra darci ragione.

Se non entro nel merito, per evitarvi un apparente moralismo gratuito, va da sé che servirsi della realtà come chiave di accesso a un’opera di fantasia, Il branco uccide. Caccia al Drago Giallo di Marina Crescenti, un po’ dovrebbe dirla lunga sui tempi strani e pure grami che stiamo vivendo. Il fatto è che la celestiale Marina Crescenti, come Jack Womack di cui sopra, ci vede lontano. E non solo come Womack, ma soprattutto come il mai troppo compianto Sergio Altieri, produttore di una narrativa che non solo vedeva altrettanto lontano, ma vedeva “oltre”. I frutti di Sergio germogliano e germoglieranno ancora, e questo libro e la sua autrice rientrano nel novero. Se Marina Crescenti me lo concede, vorrei riportare qui la dedica, appassionata e commovente, che leggiamo prima dell’inizio.

“Questo mio libro ha un padre. Nasce da un’idea di un grande Uomo – immenso Autore e molto di più – che ne aveva immaginata e progettata la pubblicazione in una delle più note collane da lui dirette. È a te, Sergio, che lo dedico con tutto il mio cuore, perché ti piaceva, perché mi chiamavi “Rising”, perché è grazie a te che l’ho scritto. (Sergio Altieri, 1952 – 2017).”

Precisiamo. Questo non è un testo per anime candide. Bensì un libro, ancora citando una leggendaria antologia curata da Altieri, per “Anime nere”, spiriti vaganti nelle dimensioni oscure che non si arrenderanno mai al conformismo narrativo ed estetico, tendente oggi a voler dominare anche nei generi popolari.
Il branco uccide. Caccia al Drago Giallo è un libro sconvolgente, travolgente quanto crudelissimo, e come il precedente Le lacrime del Branco, la prima discesa agli Inferi della banda di balordissimi, capitanati da Oscar, avvocato di giorno e criminale nelle tenebre, richiama alla mente l’oscuro e incubico concetto dell’Amok e non arretra di fronte alla rappresentazione a tutto campo del Male contemporaneo.

Per rinfrescare le memorie, l’Amok è un particolare e patologico disturbo comportamentale provocato da uno stato “crepuscolare”, riscontrato e analizzato per la prima volta tra gli indigeni della Malesia e caratterizzato da uno stato depressivo cui segue una crisi di furore omicida, durante la quale il soggetto corre urlando e colpisce alla cieca chiunque incontri. Quando la crisi è passata, il soggetto non ricorda più nulla. Il termine può riferirsi oltre che alla follia in sé anche all’individuo che ne è affetto. Dovrebbe in pratica colpire solo individui provenienti dal Sud Est asiatico, ma culturalmente lo si può estendere, appunto, a definire certe patologie aberranti più che mai d’attualità, vedi il povero cristo sgozzato ai Murazzi perché “sorrideva”, e pure lo stragismo dilagante sul pianeta, dove si spara nel mucchio, per quanto grande o piccolo sia il mucchio.

L’Amok richiama anche le tesi del fisico russo-belga Ylia Prigogine laddove, nel suo trattato sulle strutture dissipative (La fine delle certezze – Il tempo, il caos e le leggi della natura, Bollati – Boringhieri, 1997, Torino) scriveva che idee e pensieri non risiedono nelle strutture cerebrali fisiche bensì in una regione energetica e vibrazionale dove siamo tutti
sintonizzati e dove le informazioni riescono ad assommarsi raggiungendo un quorum, una soglia oltre la quale apprendimenti e intenzioni sono istantaneamente connessi.
Non so dire se negli ultimi anni le stragi di massa siano veramente aumentate, come suggerirebbe la cronaca nel suo insieme, o è solo aumentata la percezione numerica delle medesime. Il rischio di chiamare in causa argomenti nobili per trovare una ragione all’inspiegabile è quello di voler trovare a tutti i costi una scusante biologica all’esercizio del Male e, saltando dalla cronaca alla pagina, dobbiamo constatare che nel secondo libro sul Branco, il Male insensato ed esibito a tutta pagina non trova più alcuna attenuante. I membri del Branco sono corpi senza coscienza. Bastardi che non meriterebbero alcuna pietà da parte nostra, i lettori. Che siamo pure voyeur. Eppure indugiamo perché la morte in diretta e tutto questo sangue che scorre a mo’ di cascata di Shining possiedono un fascino avviluppante.

A schematizzarla, la linea narrativa del libro sembrerebbe richiamare il più classico stile della guerra fra gang, ma già dalla seconda pagina Marina Crescenti ci fa capire senza mezze misure che siamo “Altrove”. La metropoli è l’inferno in Terra e nelle sue viscere si muovono demoni in forma di uomini che non arretrano di fronte a nulla, spingendo l’acceleratore della crudeltà oltre ogni limite pensabile. Devo confessare che uno dei passaggi più impressionanti – ne riferisco a titolo personale – è quando il Branco “rade al suolo” la Città Violenta, per capirci ammazzano senza porsi il minimo scrupolo i membri di un gruppo musicale “prog” che si sono dati un nome a dir poco predestinato. Al di là delle motivazioni che si scoprono leggendo il libro, “vedere” che qualcuno ti può tirare giù dal palco e mandarti all’altro mondo o inseguirti nel cuore della notte a fine concerto, non è affatto una bella sensazione. A me, “musico ambulante” per dirla con Concato, fa un pessimo effetto perché la gente del Branco abbatte persino l’ultima barriera, che non è solo formale, tra Palco e Realtà.

Peraltro, come scrive Marina Crescenti, su quel palco «qualcuno lanciò un boccale che si frantumò. Il chitarrista agganciò col piede il frammento più grosso e se lo portò alla mano, mentre con l’altra seguitò a far andare il plettro. Si tagliò i jeans all’altezza della coscia, il sangue si sparpagliò sulla stoffa, la gente ululava…». A dire che c’è sempre un momento teatrale che racchiude l’essenza dell’opera stessa, il caos insensato che si trasforma in anagramma del mondo.

Oh, permane sempre un grande mistero, almeno per me, dietro le opere di Marina Crescenti. Lei è bellezza e dolcezza allo stato puro e io mi ritrovo qui a chiedermi di che materia è composto il suo mondo artistico. In realtà, mentre lo faccio, sono colpevolmente dimentico che i grandi scrittori – e scrittrici -, quando producono con le viscere dell’inconscio in dinamica tensione, si agganciano alle zone infere e ne tirano fuori il succo, trasfigurandolo in opera d’arte.
L’invisibile Amok che ti percuote dentro e ti invita a guardare meglio, sussurrandoti: È solo un libro, è solo un libro…

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Giochi di specchi

Jonathan Carroll, Il paese delle pazze risate, tr. Federico Ghilardi, La Corte Editore, pp. 272, euro 14,90 stampa, euro  9,99 ebook

di DANILO ARONA

C’era una volta, o c’è ancora, o forse ci dovrebbe essere il genere. Quella Cosa Carpenteriana Mutaforma che potrebbe servire in primo luogo agli addetti di libreria – come vedete, non oso nemmeno più scrivere la parola “libraio” perché non so quanti ne esistano ancora di effettivi, ma spero tanti – per comporre scaffali e direzionare l’acquirente alla ricerca, spesso  silenziosa, di qualche suo autore favorito. E ci sono autori, non molti ma nemmeno pochi, che gli addetti non sanno mai bene dove piazzare. Tra un Philip Ridley e una Joyce Carol Oates, un Roald Dahl e una Alice Sebold, per non dire di un cospicuo gruppo di latino-americani che attraversano il fantastico alla loro personalissima maniera (Donoso, Puig, Sastre, Cortazar e altri ancora all’ombra del magnifico Borges), tra i più complicati da “maneggiare” si guadagna un posto d’onore Jonathan Carroll, classe 1949, americano trapiantato a Vienna e da sempre sfuggente a qualsiasi strumentale tentativo di catalogazione.

Sul fatto in sé chi frequenta un po’ l’editoria italica è al corrente che la scuola di pensiero prevalente recita che gli autori debbano essere “etichettabili” con estrema precisione. Così vuole il mercato e così vogliono i lettori, quei pochi e “forti” che tengono in piedi, si racconta, il sistema. Nel cuore del problema neppure ci entro e solo il fatto che le opere di Carroll non siano state tutte tradotte in italiano e giunte un po’ alla spicciolata dopo un’ottima partenza, pubblicate quasi tutte da Fazi, qualcosa dovrebbe raccontarci. Soprattutto che Carroll, vado per approssimazione e intuizione e posso anche sbagliarmi, sia ancora, nonostante una quindicina di romanzi pubblicati in Italia, un oggetto abbastanza misterioso soprattutto per chi consuma King e altri autori del fantastico contemporaneo di più facile approccio. Forse nell’ottica di costruire un ideale pubblico “carrolliano”, l’editore torinese Gianni La Corte – che da quando esiste propone titoli e autori di notevolissimo interesse (tra gli italiani, fatevi almeno due regali e non perdetevi Francesca Caldiani e Antonio Lanzetta) – ha riproposto tre introvabili titoli dell’autore canadese, ovvero The Ghost in Love del 2008, La forza del leone (Bathing the Lion) del 2014 e, buon ultimo, Il paese delle pazze risate (The Land of Laughs).

L’ultimo però è il primo, perché trattasi del romanzo di esordio risalente al 1980, prima e unica incursione mondadoriana in un reame che sarà targato Fazi. E mai esordio, a parere di chi scrive, fu più felice e presago della narrativa a venire. Adesso, come fanno di solito o recensori, sarebbe mio compito raccontarvi qualcosa senza guastare il gusto per le sorprese, che qui sono tante e di suprema qualità. Cercherò di farlo, trasmettendovi qualche mia  impressione, la prima delle quali è che Carroll lavora con uno stile talmente fluido e limpido che potrebbe esporvi per 200 pagine la sua lista quotidiana della spesa che non solo non vi annoiereste, ma vi proporreste come aiuto per portare le borse. Il fatto è che Carroll racconta eventi, vite, anime e corpi, e li fa amare. Anzi, ve ne fa innamorare. Una volta iniziata la lettura, non ve ne staccate più, nemmeno quando vi ritrovate seduti per uno spuntino. In più, elemento positivo, è anche un libro di scrittori e per scrittori, quindi anche di ossessioni e fantasmi della mente. Soprattutto, il dubbio primario che certa letteratura ha il potere di dare la vita alle idee fittizie. Vita vera, di carne e di sangue.

Thomas Abbey è un giovane insegnante che a un certo punto della sua vita. dopo un incontro fortuito con una stramba e adorabile ragazza dal nome Saxony, intende scrivere una biografia sul suo oggetto di culto letterario, Marshall France, autore prematuramente scomparso dopo avere scritto pochi e bizzarri titoli tra cui, appunto, quello che intitola il romanzo di Carroll (gioco di specchi che già la dice lunga). Con lei, che nel frattempo è divenuta la sua ragazza, decide dopo un paio di interlocutorie visite ai ex datori di lavoro di Marshall, un impresario di pompe funebri e un editore, di raggiungere il piccolo paese del Missouri, Galen, dove lo scrittore è morto a 44 anni, lasciando sola in una grande casa una figlia più che scorbutica, se non pericolosa, a detta del succitato editore.

I due si mettono in viaggio e intanto impariamo a conoscerli. Soprattutto lui, figlio di un attore di grande successo dall’ombra ingombrante e adulto per certi versi ancora immaturo, ammesso e non concesso che la maturità borghese sia per Thomas un valore da coltivare.

Quando giungono a Galen, inizia un carosello di eventi sul quale il vostro recensore è bene che taccia, per quanto a malincuore. Sappiate solo che, se siete appassionati dei “generi” quali mystery, thriller, gothic e altri nei dintorni – se amate definirli -, vi trovate a casa, ma non aspettatevi classiche dinamiche o archetipi tipici dell’horror perché Carroll non è quel tipo di scrittore. Se fossimo al cinema, bisognerebbe dare ragione a Stephen King a cui è attribuita la frase: “Jonathan Carroll fa paura quanto Hitchcock quando non fa ridere quanto Jim Carrey”. È vero, accidenti, anche se la tragedia incombe con la sua maschera più fosca – e le maschere qui c’entrano alla grande… – e il finale lo conferma: un colpo di scena che trancia le gambe, ma dovete scoprirvelo nelle ultime pagine. I più sensibili con le lacrime agli occhi.

Carroll, tanto per non smentire chi sostiene che certi personaggi siano alias di chi li crea, ha avuto un padre importante, lo sceneggiatore Sidney Carroll, autore dello script de Lo spaccone di Robert Rossen (1961), e sotto quell’Ombra ha prodotto 24 titoli. Forse Il paese delle pazze risate li contiene già tutti e non è affatto un difetto. Come scrive lo stesso Carroll alla fine di questa nuova, curatissima edizione di La Corte, il libro «ha venduto nel corso degli anni due milioni di copie in tutto il mondo ed è stato tradotto in molte lingue… e se sulla mia lapide si volesse incidere – scrisse Il paese delle pazze risate – direi che potrebbe bastarmi.» Anch’io direi che questa scheda sia sufficiente a stimolare la curiosità di chi non conosce Carroll, certo che dopo l’oscuro e lynchiano (si può scrivere?) paese di Galen ne vorrete ancora.

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Il DNA non basta

Stephen King, The Outsider, tr. Luca Briasco, Sperling & Kupfer, pp. 529, euro 21,90 stampa, euro 10,48 ebook

recensisce DANILO ARONA

King è un mondo.

Non per tutti, anche se suona paradossale il rimarcarlo dato quel che vende. Ma è un mondo immenso nelle cui viscere ribolle quel male senza tempo che caratterizza i suoi titoli migliori e la cui epitome si chiama (ancora) Pennywise o, volendo, Randall Flagg. Perciò Outsider alla lettera non sarebbe altro che l’ultima versione dell’Uomo Nero, metastasi inconscia divenuta Carne (ormai non più nuova) del gotico moderno. E lo è, senza ombra di dubbio, con tutti gli attributi immaginabili che si riservano a una creatura del genere; Doppelgänger, «Ultracorpo», maschera cangiante, signore degli incubi e crudelissimo persecutore dell’infanzia innocente. Già letto? Già visto? Non proprio.

Quello che rende irresistibile e «nuova», con tutti i limiti delle parole, l’ultima uscita di King, è il collettivo punto di vista, destinato con lentezza a sgretolarsi, dei protagonisti che indagano su un paio di cruentissimi omicidi ai danni di un ragazzino e due sorelline. Un pool che si viene a formare per progressiva associazione spontanea man mano che i misteri, invece che sciogliersi aumentano, e i cui componenti per loro forma mentis semplicemente sghignazzano al balenarsi di eccentriche prospettive soprannaturali. Sotto questo profilo The Outsider è per buona metà, e forse più, un impeccabile e appassionante procedural, le cui carte vincenti sono l’ovvia e ormai inattaccabile tecnica narrativa dell’uomo del Maine che ti incolla alla pagina anche quando ti racconta la lista della spesa e lo slittare, lento e mellifluo, del quotidiano realismo nella magica dimensione dell’horror New England style che mai se n’è andato ed è “ancora qui”, per fortuna.

E poi abbiamo quel già visto e sentito che, lungi dall’essere un difetto, ci rassicura. Perché ci sentiamo quanto mai gratificati dal fatto che la squadra investigativa di personaggi un po’ in là con gli anni altro non sia che una versione contraffatta dei Perdenti di Derry e che le grotte di Marysville profumino – si fa per dire – di discarica sotterranea dei Barrens. Perché King è un mondo, anzi, un universo e, per quanto nel romanzo ricorra più volte il mantra «l’universo non ha confini», conosciamo bene i suoi pianeti vaganti e abbiamo fior di strumenti per ipotizzare quali razze di vite ibride e ctonie siano pronte a ghermirci non appena atterriamo su quelli sconosciuti.

Come potete constatare non si fanno spoiler e, al di là del fatto che io sia un evidente «kinghiano» al quale non resta che consigliarvi di scendere a capofitto per i meandri degli inconsci condivisi che formano la ragnatela in sottotraccia dell’ennesima scorreria, a tratti insopportabile, dell’Uomo Nero nella nostra dimensione, ci sarebbe un ultimo, temo sconcertante, aspetto che lega The Outsider a certa cronaca giudiziaria, italiana e recente. In buona sostanza, cedendo la parola a Stephen che non s’inventa nulla:

…è opinione diffusa che la prova del DNA sia infallibile, ma come sottolineato dal Consiglio per la Genetica Responsabile in un articolo pubblicato su una rivista accademica e intitolato «Il potenziale di errore nei test del DNA», si tratta di un convincimento errato. Se i campioni sono misti, per esempio, qualunque corrispondenza non può essere considerata affidabile.

E in altra parte del libro si ribadisce che in America i processi le cui sentenze si basino in via esclusiva solo sulle prove del DNA devono esprimere una solida serie di prove e testimonianze a supporto – il che consiste nella partenza della straordinaria prima parte procedural di The Outsider.

È solo un libro di fiction (horror), d’accordo. È solo Stephen King (solo?). Ma il romanzo, per quasi 150 pagine, riverbera – certo, casualmente – uno dei più incredibili casi di cronaca nera della storia italiana, che ha avuto nel mese scorso la sua pietra tombale giudiziaria. Non lo nomino, va da sé, mi sembra persino fuorviante in questo contesto. Ma è pregio della grande letteratura agganciarsi con la pancia dell’attualità. E, parlando solo per me, l’Outsider di Flint City ha ampliato alla grande i miei dubbi su certe convinzioni «scientifiche» sulle quali, pare, non sono ammesse contestazioni.

La realtà è come uno strato di ghiaccio sottile, ma quasi tutta la gente ci pattina sopra tranquillamente e il ghiaccio si rompe solo alla fine.

(S. King, The Outsider, p. 528)

Abbiamo già parlato di Stephen King nella rubrica Opera Prima, che nella sua prima puntata si è occupata de La lunga marcia; nella rubrica Occasioni, quando è uscita la prima parte della versione cinematografica di It; e nelle recensioni di Sleeping Beauties, scritto col figlio Owen, e La scatola dei bottoni di Gwendy, scritto con Richard Chizmar.

http://www.sperling.it

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Il pauroso reame contiguo

Luigi Musolino, Uironda, Kipple, pp. 248, euro 15,00 stampa

recensisce DANILO ARONA

Mi piacerebbe iniziare con quello slogan abusato anni addietro dal marketing laddove Stephen King declamava: «Ho visto il futuro dell’horror, si chiama Clive Barker». Ma, essendo io a declamare, non renderei un grande servizio all’amico Gigi Musolino. Eppure, datemi fiducia: quest’uomo, impeccabile autore piemontese e punta di diamante del movimento dei Neogotici, sciorina in questa sua nuova antologia personale dal titolo poco decifrabile un talento e una capacità di scrittura fuori dall’ordinario. Soprattutto, per quel che mi riguarda, Gigi è uno dei pochissimi autori planetari che mi regalano lunghe e piacevoli notti insonni. Piacevoli, per capirci.

E dire che Gigi si cimenta con l’oggetto editorialmente più ostico per il mercato: l’antologia personale di genere fantastico. E non è la prima volta. Dopo le eccelse Bialere – Storie da Idrasca e i due volumi di Oscure regioni, in cui abbiamo ammirato l’ottimo lavoro di sintesi tra folclore e immaginario (l’antropologia al servizio del weird e del genere), arrivano i dieci racconti di Uironda che, essendo io un grande anziano, non avrei difficoltà a collocare in quel territorio di «fantastico quotidiano», pertinenza di tanti e diversissimi mostri sacri quali Buzzati o Richard Matheson.

Il fatto è che a Musolino non servono creature o dimensioni «altre». La realtà, per quel che lui che ne (dis)percepisce, è più che sufficiente. Una realtà hic et nunc senza andare lontano. Così, nella sua narrativa, i «mostri» diventano le anomalie, le distorsioni, fantasmi della mente che si materializzano per poi scomparire o riapparire sotto mutate vesti. E uscite autostradali inesistenti sulla carta geografica, un piano condominiale che appare e scompare, un paesaggio notturno che si modifica sotto i piedi di un improvvido runner o l’arcano incantesimo di un villaggio prigioniero di sé stesso, rilanciano ancora una volta l’antica tesi se la narrativa fantastica, soprattutto quella italiana, non sia in verità lo specchio di un altro Reame del Reale, contiguo e non impossibile.

A questa sublime arte del Dubbio (maiuscolo perché esistenziale e filosofico) si aggiungano le tipicità piemontesi in grado di essere universali, quell’anima oscura di tanti piccoli e maledetti paesi con abitanti strani e che un po’ ricordano Lovecraft, una dimensione, per dirla con Alessandro Defilippi, «naturalmente nera, una terra in cui pare di avvertire accanto a noi, se solo porgiamo l’orecchio, le voci delle Masche o la presenza di uno zoppicante sconosciuto che ci guarda senza apparente ragione». Non occorre che ricordi quale Archetipo manifesta un sinistro zoppicare…

Epitome di questi nostrani confini della realtà è il racconto conclusivo, Nelle crepe, in cui Gigi introduce la più complessa e affascinante evoluzione, tra quelle personalmente lette sino a oggi, del concetto di «materia urbana vivente». Andiamo oltre Fritz Leiber, John Shirley o Philip K. Dick. Siamo «Oltre». Vale a dire, nelle crepe di un quartiere vivente in una città morente. Un sobborgo che si rifiuta di far posto al «nuovo che avanza». E tra le cui fenditure qualcosa, qualcuno occhieggia, parla (a suo modo) ed esige nutrimento. Appunto, per non invecchiare e morire. Per sopravvivere.

In un paese in cui ponti e chiese stanno crollando come se «protestassero», un intelligente scrittore di genere è consapevole che, per far avanzare il genere stesso, occorre sintetizzare la tradizione nel novum che guarda alla realtà contemporanea, senza dimenticasi che l’horror nei suoi migliori esempi è in grado anche di «denunciare». Leggere per credere.

http://www.kipple.it/

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Nero su grigio nebbia

27 Agosto 2017

Angelo Marenzana, Alle spalle del cielo, Baldini & Castoldi, pp. 278, euro 16,00 stampa, euro 9, 99 ebook

recensisce DANILO ARONA

Angelo Marenzana è uno spirito antico. La sua scrittura, sempre più elegante e asciutta, si lancia sulle tracce stilistiche di Izzo e Luigi Bernardi per accompagnarci dentro un noir in cui, com’è consuetudine, nulla è come sembra. Siamo da tradizione in provincia, ad Alessandria, regno di nebbia reale, genius loci che celebra l’essenza dei generi. Un grigio di piombo che vuole soffocare i protagonisti di Alle spalle del cielo, titolo elegante e misterioso, un’indagine sui generis con altrettanti e adeguati personaggi su un evento criminale e supplemento di rapina e tanto di cadavere a pochi metri dal fiume Tanaro.

Il tutto accade nel 1944, dentro un respiro temporale scandito in quattro paragrafi, nella provincia che più piemontese non si può, in una città turbata dai presagi dell’imminente rovina del fascismo, dai doppiogiochismi e da una tragedia incombente che si respira in ogni dove, in procinto di arrivare dal cielo nella domenica dell’Ascensione (il 30 aprile 1944). Con un protagonista, investigatore anomalo e sarto di mestiere, Lorenzo Maida, che prima della detection ci racconta l’anima di una provincia grigia e dilaniata tramite un eccelso linguaggio che diventa presagio dell’attesa: pensieri che “bombardano”, parole che sono “schegge” del passato, in un crescendo simbolicamente bellico che riporta alla mente il sublime Giorno della locusta di Nathanael West, laddove la catastrofe finale è la catarsi universale oltre la quale, forse, poter ripartire.

Angelo ha scritto un libro magnifico, che va oltre gli stilemi del genere. Un’opera importante in grado di appagare, per meccanismi e logiche, i cultori del genere e quelli dell’Oltre, e soprattutto gli psicanalisti mancati come me che cercano l’anima delle parole a ogni riga. Qui l’anima abbonda, dietro dialoghi stringenti degni del miglior Chandler e squarci di un’Alessandria non tanto fisica quanto cellulare e lei stessa Mitologema.

Alle spalle del cielo invita a riscoprire, per chi ancora non li conosce, i precedenti noir degli anni scorsi, soprattutto quelli del trittico dedicato al commissario Augusto Maria Bendicò, Legami di morte, Ora segnata e L’uomo dei temporali, epoche in bianco e nero intrise di nostalgia e suspense. Spirito antico, appunto, per una scrittura affilata, incalzante e modernissima.

 

 

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