Tutti gli articoli di Danilo Arona

Il pauroso reame contiguo

Luigi Musolino, Uironda, Kipple, pp. 248, euro 15,00 stampa

recensisce DANILO ARONA

Mi piacerebbe iniziare con quello slogan abusato anni addietro dal marketing laddove Stephen King declamava: «Ho visto il futuro dell’horror, si chiama Clive Barker». Ma, essendo io a declamare, non renderei un grande servizio all’amico Gigi Musolino. Eppure, datemi fiducia: quest’uomo, impeccabile autore piemontese e punta di diamante del movimento dei Neogotici, sciorina in questa sua nuova antologia personale dal titolo poco decifrabile un talento e una capacità di scrittura fuori dall’ordinario. Soprattutto, per quel che mi riguarda, Gigi è uno dei pochissimi autori planetari che mi regalano lunghe e piacevoli notti insonni. Piacevoli, per capirci.

E dire che Gigi si cimenta con l’oggetto editorialmente più ostico per il mercato: l’antologia personale di genere fantastico. E non è la prima volta. Dopo le eccelse Bialere – Storie da Idrasca e i due volumi di Oscure regioni, in cui abbiamo ammirato l’ottimo lavoro di sintesi tra folclore e immaginario (l’antropologia al servizio del weird e del genere), arrivano i dieci racconti di Uironda che, essendo io un grande anziano, non avrei difficoltà a collocare in quel territorio di «fantastico quotidiano», pertinenza di tanti e diversissimi mostri sacri quali Buzzati o Richard Matheson.

Il fatto è che a Musolino non servono creature o dimensioni «altre». La realtà, per quel che lui che ne (dis)percepisce, è più che sufficiente. Una realtà hic et nunc senza andare lontano. Così, nella sua narrativa, i «mostri» diventano le anomalie, le distorsioni, fantasmi della mente che si materializzano per poi scomparire o riapparire sotto mutate vesti. E uscite autostradali inesistenti sulla carta geografica, un piano condominiale che appare e scompare, un paesaggio notturno che si modifica sotto i piedi di un improvvido runner o l’arcano incantesimo di un villaggio prigioniero di sé stesso, rilanciano ancora una volta l’antica tesi se la narrativa fantastica, soprattutto quella italiana, non sia in verità lo specchio di un altro Reame del Reale, contiguo e non impossibile.

A questa sublime arte del Dubbio (maiuscolo perché esistenziale e filosofico) si aggiungano le tipicità piemontesi in grado di essere universali, quell’anima oscura di tanti piccoli e maledetti paesi con abitanti strani e che un po’ ricordano Lovecraft, una dimensione, per dirla con Alessandro Defilippi, «naturalmente nera, una terra in cui pare di avvertire accanto a noi, se solo porgiamo l’orecchio, le voci delle Masche o la presenza di uno zoppicante sconosciuto che ci guarda senza apparente ragione». Non occorre che ricordi quale Archetipo manifesta un sinistro zoppicare…

Epitome di questi nostrani confini della realtà è il racconto conclusivo, Nelle crepe, in cui Gigi introduce la più complessa e affascinante evoluzione, tra quelle personalmente lette sino a oggi, del concetto di «materia urbana vivente». Andiamo oltre Fritz Leiber, John Shirley o Philip K. Dick. Siamo «Oltre». Vale a dire, nelle crepe di un quartiere vivente in una città morente. Un sobborgo che si rifiuta di far posto al «nuovo che avanza». E tra le cui fenditure qualcosa, qualcuno occhieggia, parla (a suo modo) ed esige nutrimento. Appunto, per non invecchiare e morire. Per sopravvivere.

In un paese in cui ponti e chiese stanno crollando come se «protestassero», un intelligente scrittore di genere è consapevole che, per far avanzare il genere stesso, occorre sintetizzare la tradizione nel novum che guarda alla realtà contemporanea, senza dimenticasi che l’horror nei suoi migliori esempi è in grado anche di «denunciare». Leggere per credere.

http://www.kipple.it/

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Nero su grigio nebbia

27 Agosto 2017

Angelo Marenzana, Alle spalle del cielo, Baldini & Castoldi, pp. 278, euro 16,00 stampa, euro 9, 99 ebook

recensisce DANILO ARONA

Angelo Marenzana è uno spirito antico. La sua scrittura, sempre più elegante e asciutta, si lancia sulle tracce stilistiche di Izzo e Luigi Bernardi per accompagnarci dentro un noir in cui, com’è consuetudine, nulla è come sembra. Siamo da tradizione in provincia, ad Alessandria, regno di nebbia reale, genius loci che celebra l’essenza dei generi. Un grigio di piombo che vuole soffocare i protagonisti di Alle spalle del cielo, titolo elegante e misterioso, un’indagine sui generis con altrettanti e adeguati personaggi su un evento criminale e supplemento di rapina e tanto di cadavere a pochi metri dal fiume Tanaro.

Il tutto accade nel 1944, dentro un respiro temporale scandito in quattro paragrafi, nella provincia che più piemontese non si può, in una città turbata dai presagi dell’imminente rovina del fascismo, dai doppiogiochismi e da una tragedia incombente che si respira in ogni dove, in procinto di arrivare dal cielo nella domenica dell’Ascensione (il 30 aprile 1944). Con un protagonista, investigatore anomalo e sarto di mestiere, Lorenzo Maida, che prima della detection ci racconta l’anima di una provincia grigia e dilaniata tramite un eccelso linguaggio che diventa presagio dell’attesa: pensieri che “bombardano”, parole che sono “schegge” del passato, in un crescendo simbolicamente bellico che riporta alla mente il sublime Giorno della locusta di Nathanael West, laddove la catastrofe finale è la catarsi universale oltre la quale, forse, poter ripartire.

Angelo ha scritto un libro magnifico, che va oltre gli stilemi del genere. Un’opera importante in grado di appagare, per meccanismi e logiche, i cultori del genere e quelli dell’Oltre, e soprattutto gli psicanalisti mancati come me che cercano l’anima delle parole a ogni riga. Qui l’anima abbonda, dietro dialoghi stringenti degni del miglior Chandler e squarci di un’Alessandria non tanto fisica quanto cellulare e lei stessa Mitologema.

Alle spalle del cielo invita a riscoprire, per chi ancora non li conosce, i precedenti noir degli anni scorsi, soprattutto quelli del trittico dedicato al commissario Augusto Maria Bendicò, Legami di morte, Ora segnata e L’uomo dei temporali, epoche in bianco e nero intrise di nostalgia e suspense. Spirito antico, appunto, per una scrittura affilata, incalzante e modernissima.

 

 

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