Tutti gli articoli di Danilo Arona

Il DNA non basta

Stephen King, The Outsider, tr. Luca Briasco, Sperling & Kupfer, pp. 529, euro 21,90 stampa, euro 10,48 ebook

recensisce DANILO ARONA

King è un mondo.

Non per tutti, anche se suona paradossale il rimarcarlo dato quel che vende. Ma è un mondo immenso nelle cui viscere ribolle quel male senza tempo che caratterizza i suoi titoli migliori e la cui epitome si chiama (ancora) Pennywise o, volendo, Randall Flagg. Perciò Outsider alla lettera non sarebbe altro che l’ultima versione dell’Uomo Nero, metastasi inconscia divenuta Carne (ormai non più nuova) del gotico moderno. E lo è, senza ombra di dubbio, con tutti gli attributi immaginabili che si riservano a una creatura del genere; Doppelgänger, «Ultracorpo», maschera cangiante, signore degli incubi e crudelissimo persecutore dell’infanzia innocente. Già letto? Già visto? Non proprio.

Quello che rende irresistibile e «nuova», con tutti i limiti delle parole, l’ultima uscita di King, è il collettivo punto di vista, destinato con lentezza a sgretolarsi, dei protagonisti che indagano su un paio di cruentissimi omicidi ai danni di un ragazzino e due sorelline. Un pool che si viene a formare per progressiva associazione spontanea man mano che i misteri, invece che sciogliersi aumentano, e i cui componenti per loro forma mentis semplicemente sghignazzano al balenarsi di eccentriche prospettive soprannaturali. Sotto questo profilo The Outsider è per buona metà, e forse più, un impeccabile e appassionante procedural, le cui carte vincenti sono l’ovvia e ormai inattaccabile tecnica narrativa dell’uomo del Maine che ti incolla alla pagina anche quando ti racconta la lista della spesa e lo slittare, lento e mellifluo, del quotidiano realismo nella magica dimensione dell’horror New England style che mai se n’è andato ed è “ancora qui”, per fortuna.

E poi abbiamo quel già visto e sentito che, lungi dall’essere un difetto, ci rassicura. Perché ci sentiamo quanto mai gratificati dal fatto che la squadra investigativa di personaggi un po’ in là con gli anni altro non sia che una versione contraffatta dei Perdenti di Derry e che le grotte di Marysville profumino – si fa per dire – di discarica sotterranea dei Barrens. Perché King è un mondo, anzi, un universo e, per quanto nel romanzo ricorra più volte il mantra «l’universo non ha confini», conosciamo bene i suoi pianeti vaganti e abbiamo fior di strumenti per ipotizzare quali razze di vite ibride e ctonie siano pronte a ghermirci non appena atterriamo su quelli sconosciuti.

Come potete constatare non si fanno spoiler e, al di là del fatto che io sia un evidente «kinghiano» al quale non resta che consigliarvi di scendere a capofitto per i meandri degli inconsci condivisi che formano la ragnatela in sottotraccia dell’ennesima scorreria, a tratti insopportabile, dell’Uomo Nero nella nostra dimensione, ci sarebbe un ultimo, temo sconcertante, aspetto che lega The Outsider a certa cronaca giudiziaria, italiana e recente. In buona sostanza, cedendo la parola a Stephen che non s’inventa nulla:

…è opinione diffusa che la prova del DNA sia infallibile, ma come sottolineato dal Consiglio per la Genetica Responsabile in un articolo pubblicato su una rivista accademica e intitolato «Il potenziale di errore nei test del DNA», si tratta di un convincimento errato. Se i campioni sono misti, per esempio, qualunque corrispondenza non può essere considerata affidabile.

E in altra parte del libro si ribadisce che in America i processi le cui sentenze si basino in via esclusiva solo sulle prove del DNA devono esprimere una solida serie di prove e testimonianze a supporto – il che consiste nella partenza della straordinaria prima parte procedural di The Outsider.

È solo un libro di fiction (horror), d’accordo. È solo Stephen King (solo?). Ma il romanzo, per quasi 150 pagine, riverbera – certo, casualmente – uno dei più incredibili casi di cronaca nera della storia italiana, che ha avuto nel mese scorso la sua pietra tombale giudiziaria. Non lo nomino, va da sé, mi sembra persino fuorviante in questo contesto. Ma è pregio della grande letteratura agganciarsi con la pancia dell’attualità. E, parlando solo per me, l’Outsider di Flint City ha ampliato alla grande i miei dubbi su certe convinzioni «scientifiche» sulle quali, pare, non sono ammesse contestazioni.

La realtà è come uno strato di ghiaccio sottile, ma quasi tutta la gente ci pattina sopra tranquillamente e il ghiaccio si rompe solo alla fine.

(S. King, The Outsider, p. 528)

Abbiamo già parlato di Stephen King nella rubrica Opera Prima, che nella sua prima puntata si è occupata de La lunga marcia; nella rubrica Occasioni, quando è uscita la prima parte della versione cinematografica di It; e nelle recensioni di Sleeping Beauties, scritto col figlio Owen, e La scatola dei bottoni di Gwendy, scritto con Richard Chizmar.

http://www.sperling.it

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Il pauroso reame contiguo

Luigi Musolino, Uironda, Kipple, pp. 248, euro 15,00 stampa

recensisce DANILO ARONA

Mi piacerebbe iniziare con quello slogan abusato anni addietro dal marketing laddove Stephen King declamava: «Ho visto il futuro dell’horror, si chiama Clive Barker». Ma, essendo io a declamare, non renderei un grande servizio all’amico Gigi Musolino. Eppure, datemi fiducia: quest’uomo, impeccabile autore piemontese e punta di diamante del movimento dei Neogotici, sciorina in questa sua nuova antologia personale dal titolo poco decifrabile un talento e una capacità di scrittura fuori dall’ordinario. Soprattutto, per quel che mi riguarda, Gigi è uno dei pochissimi autori planetari che mi regalano lunghe e piacevoli notti insonni. Piacevoli, per capirci.

E dire che Gigi si cimenta con l’oggetto editorialmente più ostico per il mercato: l’antologia personale di genere fantastico. E non è la prima volta. Dopo le eccelse Bialere – Storie da Idrasca e i due volumi di Oscure regioni, in cui abbiamo ammirato l’ottimo lavoro di sintesi tra folclore e immaginario (l’antropologia al servizio del weird e del genere), arrivano i dieci racconti di Uironda che, essendo io un grande anziano, non avrei difficoltà a collocare in quel territorio di «fantastico quotidiano», pertinenza di tanti e diversissimi mostri sacri quali Buzzati o Richard Matheson.

Il fatto è che a Musolino non servono creature o dimensioni «altre». La realtà, per quel che lui che ne (dis)percepisce, è più che sufficiente. Una realtà hic et nunc senza andare lontano. Così, nella sua narrativa, i «mostri» diventano le anomalie, le distorsioni, fantasmi della mente che si materializzano per poi scomparire o riapparire sotto mutate vesti. E uscite autostradali inesistenti sulla carta geografica, un piano condominiale che appare e scompare, un paesaggio notturno che si modifica sotto i piedi di un improvvido runner o l’arcano incantesimo di un villaggio prigioniero di sé stesso, rilanciano ancora una volta l’antica tesi se la narrativa fantastica, soprattutto quella italiana, non sia in verità lo specchio di un altro Reame del Reale, contiguo e non impossibile.

A questa sublime arte del Dubbio (maiuscolo perché esistenziale e filosofico) si aggiungano le tipicità piemontesi in grado di essere universali, quell’anima oscura di tanti piccoli e maledetti paesi con abitanti strani e che un po’ ricordano Lovecraft, una dimensione, per dirla con Alessandro Defilippi, «naturalmente nera, una terra in cui pare di avvertire accanto a noi, se solo porgiamo l’orecchio, le voci delle Masche o la presenza di uno zoppicante sconosciuto che ci guarda senza apparente ragione». Non occorre che ricordi quale Archetipo manifesta un sinistro zoppicare…

Epitome di questi nostrani confini della realtà è il racconto conclusivo, Nelle crepe, in cui Gigi introduce la più complessa e affascinante evoluzione, tra quelle personalmente lette sino a oggi, del concetto di «materia urbana vivente». Andiamo oltre Fritz Leiber, John Shirley o Philip K. Dick. Siamo «Oltre». Vale a dire, nelle crepe di un quartiere vivente in una città morente. Un sobborgo che si rifiuta di far posto al «nuovo che avanza». E tra le cui fenditure qualcosa, qualcuno occhieggia, parla (a suo modo) ed esige nutrimento. Appunto, per non invecchiare e morire. Per sopravvivere.

In un paese in cui ponti e chiese stanno crollando come se «protestassero», un intelligente scrittore di genere è consapevole che, per far avanzare il genere stesso, occorre sintetizzare la tradizione nel novum che guarda alla realtà contemporanea, senza dimenticasi che l’horror nei suoi migliori esempi è in grado anche di «denunciare». Leggere per credere.

http://www.kipple.it/

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Nero su grigio nebbia

27 Agosto 2017

Angelo Marenzana, Alle spalle del cielo, Baldini & Castoldi, pp. 278, euro 16,00 stampa, euro 9, 99 ebook

recensisce DANILO ARONA

Angelo Marenzana è uno spirito antico. La sua scrittura, sempre più elegante e asciutta, si lancia sulle tracce stilistiche di Izzo e Luigi Bernardi per accompagnarci dentro un noir in cui, com’è consuetudine, nulla è come sembra. Siamo da tradizione in provincia, ad Alessandria, regno di nebbia reale, genius loci che celebra l’essenza dei generi. Un grigio di piombo che vuole soffocare i protagonisti di Alle spalle del cielo, titolo elegante e misterioso, un’indagine sui generis con altrettanti e adeguati personaggi su un evento criminale e supplemento di rapina e tanto di cadavere a pochi metri dal fiume Tanaro.

Il tutto accade nel 1944, dentro un respiro temporale scandito in quattro paragrafi, nella provincia che più piemontese non si può, in una città turbata dai presagi dell’imminente rovina del fascismo, dai doppiogiochismi e da una tragedia incombente che si respira in ogni dove, in procinto di arrivare dal cielo nella domenica dell’Ascensione (il 30 aprile 1944). Con un protagonista, investigatore anomalo e sarto di mestiere, Lorenzo Maida, che prima della detection ci racconta l’anima di una provincia grigia e dilaniata tramite un eccelso linguaggio che diventa presagio dell’attesa: pensieri che “bombardano”, parole che sono “schegge” del passato, in un crescendo simbolicamente bellico che riporta alla mente il sublime Giorno della locusta di Nathanael West, laddove la catastrofe finale è la catarsi universale oltre la quale, forse, poter ripartire.

Angelo ha scritto un libro magnifico, che va oltre gli stilemi del genere. Un’opera importante in grado di appagare, per meccanismi e logiche, i cultori del genere e quelli dell’Oltre, e soprattutto gli psicanalisti mancati come me che cercano l’anima delle parole a ogni riga. Qui l’anima abbonda, dietro dialoghi stringenti degni del miglior Chandler e squarci di un’Alessandria non tanto fisica quanto cellulare e lei stessa Mitologema.

Alle spalle del cielo invita a riscoprire, per chi ancora non li conosce, i precedenti noir degli anni scorsi, soprattutto quelli del trittico dedicato al commissario Augusto Maria Bendicò, Legami di morte, Ora segnata e L’uomo dei temporali, epoche in bianco e nero intrise di nostalgia e suspense. Spirito antico, appunto, per una scrittura affilata, incalzante e modernissima.

 

 

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