Tutti gli articoli di Claudio Asciuti

Pazza idea

5 febbraio 2018

Patti Pravo, La cambio io la vita che… Tutta la mia storia, Einaudi, pp. 170, euro 17,50 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Se ogni temperie musicale ha la sua musa, così non latita la sua artista “maledetta”: Edith Piaf e Patti Smith, Marlene Dietrich e Nico, Janis Joplin e Grace Slick per citare i nomi più importanti; grandi artiste, stelle della cultura (o della controcultura), ma anche icone di un femminile ribellarsi ai ruoli codificati dalla società; simboli soprattutto di trasgressione, ma di una trasgressione reale, non mediatica, non artificiosa; scelte di vita che si pagavano in varie misure, dall’ostracismo alla morte violenta; figure che sedimentatesi nell’immaginario collettivo sono assurte al ruolo di metafore di una specifica artisticità, in stridente contrasto con l’omogenea corte di rassicuranti coriste che hanno accompagnato lo scorso secolo.

L’Italietta anni Sessanta non ebbe gli sconvolgimenti di cui sopra, ma neppure negli anni successivi si avvertì un guizzo di ribellione. Le cantanti e le musiciste erano figure consolatorie, che non osavano aprirsi al mondo reale ma vivevano in una sorta di indeterminato limbo catto-comunista, come nel caso di Orietta Berti; altre. Milva in testa, intellettuali tout court, magari alla Ornella Vanoni, nella veste di una “mala” ambrosiana, o figure indefinite, come Mina. Caterina Caselli smise ben presto di fare la cantante beat, ma aveva frecce al suo arco.

In un mondo che andava (con lentezza) incontro alla modernità, cominciando ad aprirsi agli influssi stranieri, sopiti prima dall’autarchismo del Ventennio, in seguito dall’egemonia di un PCI ancora innamorato del “paradiso dei lavoratori” e di una DC che faceva gli interessi del Vaticano, esisteva una sola star, una ragazza veneziana di buona famiglia che si trovò a vivere a doppia velocità rispetto agli altri, quando esser contro, allora, aveva un peso: Nicoletta Strambelli, in arte Patty Pravo. Che si racconta nella sua autobiografia, La cambio io la vita che…, un viaggio lunghissimo, spiritoso e spesso roboante, nel magico mondo di allora finito col mutarsi nello squallore odierno.

L’incipit ci porta negli Usa, anno 1979. Patty Pravo, in fuga come sempre, ha una visione della nonna defunta, che circolarmente tornerà alla fine. E da questo punto si sdipana la memoria della sua esistenza, a partire dalla natia Venezia dove Patty bambina vive con i nonni, e dove il primo grande incontro fu Ezra Pound, il celebre poeta americano che scelse l’Italia come rifugio dopo la prigionia e il manicomio, e sua moglie, Olga Rudge, di cui viene scritto un commovente ricordo (assieme al nonno e alla nonna, forse il più sentito).

In seguito comincia la stagione della “ragazza del Piper”, che lasciata Venezia, il conservatorio, i nonni, si ritrova prima a Londra, poi a Roma, con Alberigo Crocetta, il patron del Piper, che di fatto crea il suo mito: Pravo, ricordo dantesco delle “anime prave”, e Patty, il nome di un’amica inglese; la conoscenza con Gordon Faggetter, il batterista che sarà il suo primo marito (e che molti ricordano come pittore e illustratore, se non altro per la magnifica copertina di Cercando un altro Egitto di de Gregori), la casa di Mario Schifano, il famoso pittore pop, in cui vengono dispensate sostanze psicoattive a tutti i frequentanti; gli incontri straordinari con Jimi Hendrix e i Pink Floyd, e i Rolling Stones, David Bowie, Frank Sinatra, i Led Zeppelin; la storia prosegue fra alti e bassi, fra amori infiniti, matrimoni e divorzi, fughe da una parte all’altra del mondo, ora in Usa ora nel deserto, in Cina come in Gran Bretagna; ma sopratutto con un grande successo internazionale che fa sì che lei diventi la cantante italiana più conosciuta all’estero, i cui dischi raggiungono i 110 milioni di vendite.

Un’autobiografia che è uno squarcio breve e ritmato del mondo antico come di quello successivo, sebbene il periodo “eroico”, per così dire, della storia sia quello sostanzialmente degli anni Sessanta-Settanta. Ma il vero centro della caotica vita della cantante alla fine sembra essere non la musica, la danza, non gli amori (infiniti), le droghe (la perquisizione e la detenzione per supposto possesso di cocaina sono un pezzo che starebbe bene in qualunque antologia beat), ma il deserto. Sebbene possa parere strano, la scatenata esistenza della Pravo ha i suoi momenti di interruzione e silenzio solo quando la civiltà viene lasciata alle spalle e comincia la fuga impossibile, fra Tuareg, jeep, dune e cammelli, a contatto con un mondo che non è quello occidentale e che si apre in una dimensione diversa; tanto più vera dal momento che nella vita della Pravo non c’è mai, come spesso si rinviene nelle memorie di chi fu giovane negli anni Cinquanta-Sessanta, quel richiamo alla cultura contadina e al mondo agreste che si andava man mano modificando. Ed è una particolarità ancora più strana poiché la cultura italiana, se non in epoca coloniale, mai ha sentito la fascinazione del deserto, tipica, ad esempio, della cultura francese, sebbene ciò che il deserto rappresenta venga sempre accennato e mai approfondito: un abbozzo che è un po’ il limite di tutto il testo.

Perché due sono i limiti di questa sorprendente autobiografia, che ci mette a disposizione la vita dell’unica vera e propria stella musicale, transitata dal beat alla musica melodica fino a quella sperimentale, magari sotto l’egida di Vangelis: l’essere abbozzo, e una certa trasandatezza nello stile. Il materiale qui riassunto avrebbe potuto prender corpo in modo più approfondito per pagine e pagine, che ogni lettore (non necessariamente fan) avrebbe seguito con entusiasmo; mentre invece tutti gli argomenti si esauriscono nel giro di una o due pagine. Un punto interessante, ad esempio, è la posizione politica: quella di un’anarchica che si sente vicino ai radicali, ma che mai ha votato, e che raffronta i vecchi signori della politica, come Berlinguer e Almirante, con il vuoto successivo. In aggiunta le etichette di disimpegnata se non fascista, e il “processo” nelle radio libere a ogni intervista: materiali che sarebbe stato di estrema importanza approfondire, e che invece sono lasciati da parte. Oppure la sua posizione religiosa, atea che si avvicina alla spiritualità di Paramhansa Yogananda (uno dei più antichi maestri, uno dei primi ad avvicinare l’Occidente, pur senza essere uno dei tanti “guru-cola” successivi) e ne legge e studia i testi, fino a usarli per il proprio orientamento esistenziale.

Il testo, sembra, inoltre, più che uno scritto, un racconto orale, segue i ritmi (e i modi) di una chiacchierata fra amici. Se dovessimo usare le funzioni di Jakobson per analizzarlo, scopriremmo che la funzione primaria è quella espressiva: Patty si racconta come sé e come Nicoletta Strambelli, ma il pronome “io” fa capolino ovunque, anche quando un editore lo avrebbe cancellato metà delle volte, e tutto quel che avviene ha sempre l’aria di un discorso appena cominciato e poi lasciato andare. Brevità e trasandatezza, che fanno poi un corto circuito, per cui il lettore si frastorna a seguire mille eventi di cui perde il filo.

Un’autobiografia comunque da leggere e da gustare per gli amanti della cantante e della musica; altro non fosse per ritrovare quegli anni in cui pareva di avere il mondo in mano nostra, seguiti dalla caduta dell’illusione e dalla scoperta che neppure il futuro ci apparteneva. Al suo interno, aggiungiamo, lo svelamento di un enigma su cui gli appassionati di fantascienza si interrogano da anni: quale fu il motivo reale che spinse la cantante a non partecipare allo sceneggiato televisivo (allora si chiamavano così) A come Andromeda, opera originale di sir Fred Hoyle, ri-scritto da Inisero Cremaschi, e diretto da Vittorio Cottafavi, che andò in onda nel 1972? Perché al posto della sua algida e siderale bellezza venne chiamata Nicoletta Rizzi? Fu veramente perché la RAI catto-comunista temeva che il torrido erotismo della Pravo (condito da costanti allusioni alla sua androginia) inquietasse i sogni dei teledipendenti? Per la sua scarsa disciplina, come sostennero i media? O venne allontanata dal regista perché mostrava scarsa attitudine?

Vexata quaestio che viene finalmente risolta: fu lei, Patty, ad andarsene, perché voleva recitare, mentre Cottafavi, contentandosi della sua bellezza, le tagliava le battute e la voleva meno attrice (e diremmo oggi), più icona possibile: da una star, insomma, si pretendeva che non recitasse se non sé stessa, come in parte sarebbe stato in seguito per David Bowie in L’uomo che cadde sulla Terra di Nicholas Roeg. Con la differenza che il carattere della cantante veneziana era molto più sulfureo di quello di Ziggy Stardust. E al recensore resta il rimpianto di non aver potuto vedere Patty nelle vesti di Andromeda, magari con Sentimento come colonna sonora: Al di là delle stelle chissà cosa c’è/forse un mondo diverso per chi/non ha avuto mai niente in questo mondo qui…

http://www.einaudi.it

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Sfatare la leggenda nera

Sfatare la leggenda nera

8 GENNAIO 2018

Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Neri Pozza, pp.160, € 12,50 stampa, € 7,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Il lessico italiano include un termine dinnanzi al quale tremano i polsi anche ai più coraggiosi. È fonte di infinite discussioni, arma contundente che tacita ogni diatriba: “Revisionismo”. Risuona cupo, a indice teso, e consegna l’ultima parola, a torto o a ragione, a chi l’ha usato. Perché nel mondo odierno, in cui la storia viene scritta dai vincitori e decisa per legge, l’idea che sia possibile acquisire nuove testimonianze, scoprire e interpretare nuovi documenti, togliere la patina ideologica (nel senso originario marxiano, non in quello dell’uso comune) all’accaduto e leggerlo, anche se non in una nuova prospettiva, nelle sue ben celate ambiguità, è impensabile. Chi ha buona memoria ricorderà le reazioni di intellettuali e popolo quando gli storici francesi “revisionisti” dissero, in buona sostanza, che la Rivoluzione Francese non era nata con le tumultuose masse dei sanculotti ma all’interno della borghesia medesima; per non parlare della bagarre suscitata da Ernst Nolte, a cavallo del 1986-1987, con la pubblicazione di un intervento e un libro in cui leggeva fascismo e nazionalsocialimo come risposte amplificate alla rivoluzione bolscevica e che diede il via al dibattito storiografico.
Perché naturalmente anche il Revisionismo (e il suo contrario, che potremmo definire Conservatorismo), è un’arma politica, come tutto ciò che appartiene al mondo umano, ma lecita solo in una direzione: nessuno si sognerebbe di affermare che Massimo Fini, quando scrisse Nerone (1993), in cui prendeva le distanze dalla damnatio memoriae del buon imperatore, fosse un “revisionista”; ma già la pubblicazione de Il Mullah Omar (2011), non allineata agli standard del pensiero occidentale, costernò parecchi intelletti, politici o meno. Figuriamoci quando un malcapitato decida di esprimere il suo pensiero riguardo ad altri fenomeni storici considerati inappellabili dal Conservatorismo…
Eppure il Revisionismo è importante, poiché, al di là dell’interessato veto politico del Conservatorismo, sovente rimette i termini della questione nel loro svolgersi storico, prima che l’ideologia ne coprisse i vari aspetti. Prendiamo il 1919, quando Gabriele d’Annunzio si mise a capo della straordinaria impresa di prendere la città di Fiume, che aveva scelto di restare con la madrepatria. Pier Luigi Vercesi ne tratteggia una breve storia, una sintesi agile, in cui però tutti i punti della questione vengono messi in luce, muovendosi fra le secche del Conservatorismo e i rischi dell’agiografia. Ne viene fuori il quadro completo dell’azione, con i tentennamenti del solito imbelle governo italiano (Orlando, Nitti, Giolitti), incapace di imporsi con i propri alleati, la solita incapacità politica (la polizia a Roma che spara ai manifestanti pro-fiumani) e la volontà di un gruppo di persone di supplire con metodo e forza ai pasticci della politica.
Straordinaria è la partecipazione, dietro le fila, di un gran movimento di persone che non si immaginerebbe: Ludovico Toeplitz de Grand Ry, l’imprenditore Oscar Sinigaglia, Senatore Borletti, diversi armatori italiani, tutti impegnati a trovare soldi per la causa fiumana sopratutto quando l’azione del governo italiano contribuisce a mandare in crisi l’economia del piccolo stato. E a fianco anarchici, socialisti, comunisti, sindacalisti rivoluzionari, segno di una possibile unione, di una “terza via” che avrebbe potuto avere grandi conseguenze. E poi colpi di mano, uniformi improbabili, stendardi, beffe d’ogni genere, furti di cavalli e di abiti, assalti corsari a navi, e amori e cocaina e musica e letteratura che si susseguono, in un crescendo inarrestabile (e anche divertente, dato il contesto), fino al tradimento del Trattato di Rapallo e all’affronto finale, quando il mai abbastanza esecrato generale Caviglia ordinò il cannoneggiamento.
Ecco i fatti di Fiume, che molti ignorano. Abbiamo detto sintesi agile, e aggiungiamo che si legge volentieri e come un romanzo, ma tutto ciò viene minato da una grave pecca: la mancanza di una bibliografia, che Vercesi afferma inopinatamente di voler in seguito mettere in rete, per non appesantire il testo. Ciò significa che il lettore segue le vicende, ma ignora da dove siano stati presi i virgolettati, sempreché non abbia a disposizione una vasta biblioteca sul tema. Capita a volte di incontrare testi in cui maldestramente (o peggio con orgoglio), gli autori affermano di non aver posto bibliografia per vari motivi (perché inutile, perché pensano di sapere tutto loro, etc), ma quando accade parlando di storia è un problema, e grave. Eppure, con il trascorrere del tempo, ci dovremo abituare anche a questo.
Ciò che purtroppo l’autore non dice, sebbene meritevole di interesse, è cosa accadde dell’esperienza fiumana. Il Fascismo ebbe buon gioco a inquadrare e tacitare i legionari e sopratutto il loro comandante, da cui ci si poteva aspettare ogni impresa, compreso la concorrenza a Mussolini, mentre molti elementi si spostavano verso quella sinistra auspicata dal gruppo radicale; nacquero le onoranze, le celebrazioni, furono ripresi i modi e le parole d’ordine; ma con la fine della guerra, la genuflessione collettiva dinnanzi alla Jugoslavia di Tito, la cacciata degli italiani del litorale adriatico, i patti sotterranei fra gli “atlantici” di ogni schieramento e gli Stati Uniti, la questione divenne un affare funesto, fu seppellita, ignorata. Chi è cresciuto a pane e Camera-Fabietti rammenterà l’interdetto a proposito.
Per amore di verità storica va detto che se la sinistra leggeva l’impresa come una manifestazione prodromica al Fascismo (o addirittura fascista, per i più incolti, dimentichi che Mussolini, dopo l’entusiasmo iniziale, ritirò il suo appoggio) e quindi necessariamente rimovibile dalla memoria storica, la destra non era meglio, giacché leggeva la situazione (solo) come una meritoria azione patriottica, cercando di dimenticare che Fiume non era stata certo un esempio di moralità pubblica, e quindi anziché esaltarne gli aspetti libertari preferì un moderato entusiasmo. Gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta trascorsero in quella che Nicola Merola chiama “crociata antidannunziana”, e quindi silenzio sul problema, ma con gli anni Settanta le cose iniziarono a cambiare; perché, per fortuna, esiste il Revisionismo, e quindi pian piano gli storici iniziarono a guardare meglio cosa era accaduto, facendo storcere il naso a parecchi.
Ricordiamo, fra quelli che imboccarono questa via, il benemerito Renzo De Felice, un vero antesignano, che indagò sugli aspetti tecnici della questione politica in Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D’Annunzio (1966); Michael Arthur Leeden, che in D’Annunzio a Fiume (1975) fece il punto sull’aspetto “rivoluzionario” dell’attività politica; Piero Chiara in Vita di Gabriele d’Annunzio (1978), che mise in luce le traversie politiche e il clima disinibito se non orgiastico di Fiume; assoluto silenzio, almeno in Italia dove venne pubblicato nel 1998, seguì TAZ-Zone Temporanemente Autonome (1985) di Hakim Bey, ovvero il pensatore anarchico Peter Lamborn Wilson, che ascrisse l’impresa proprio alla sua teoria sulle zone liberate dal potere. Andando avanti nel tempo, anche Antonio Spinosa nel suo D’Annunzio. Il poeta armato (1987) unì l’aspetto dell’utopia politica con a quello dell’edonismo, e Claudia Salaris contribuì a ri-creare il mito fiumano con Alla festa della rivoluzione (2002) nei termini della “festa” degli spiriti liberi, della creazione di cultura.
Ed eccoci ora a un nuovo anniversario. Sono passati quasi cent’anni dall’impresa fiumana, e la conoscenza di Gabriele d’Annunzio da parte degli italiani è relativa alle costolute leggende urbane che si tramandano nei banchi di scuola, mentre agli insegnanti democratici “d’Annunzio non piace” e quelli di storia preferiscono glissare. Uomini politici e intellettuali engagé poi, nella frenesia multiculturale, hanno dimenticato non solo i profughi italiani cacciati da Tito, l’impresa fiumana, perfino d’essere italiani, ma se lo ricordassero non interesserebbe loro, perché oramai siamo tutti europei, e quindi possiamo gettare nel dimenticatoio la nostra storia… o almeno, solo una parte. Quella non vidimata con il timbro a stelle e strisce.
Pensiamo cosa sarebbe accaduto se non fosse esistito il Revisionismo, se non ci fossero stati, a partire da De Felice, i contributi di coloro impegnati a smontare la leyenda nigra sorta attorno a Fiume. La gente penserebbe ancora ad un’azione “fascista” (e quindi ontologicamente errata) anziché pensare che ci fu una sinistra che partecipò all’azione, cercando di creare addirittura una Lega dei Popoli (oggi diremmo: non allineati) che agisse in senso contrario alle decisione della Società delle Nazioni (ovvero del capitalismo americano)…
Anziché leggere la costituzione fiumana, opera di d’Annunzio e Alceste De Ambris, come un’assoluta novità (molto più equilibrata e avanzata dall’attuale, la “costituzione più bella del mondo” come l’ebbe a nominare un uomo politico di scarsa cultura), ignorerebbe che sia stata stilata. Continuerebbe a pensare a un raduno di reduci, “fascisti”, militari disertori, e non di intellettuali come Mario Carli, Giovanni Comisso, Ricciotto Canudo, il nipponico Harukichi Scimoi, il russo Leon Kochnitzky, il giornalista americano Henry Furst, e perfino Guglielmo Marconi e Arturo Toscanini che fecero la loro comparsa. Non saprebbe che a Fiume le donne erano eguali agli uomini, che il piccolo stato era laicissimo ma ogni culto era accetto, che i frati manifestarono contro la Chiesa, l’omosessualità non destava scandalo, la scuola era obbligatoria per tutti, vigeva il libero amore, si cercava di riorganizzare su basi sociali il lavoro sognando una rivoluzione terzomondista contro il profitto. Non saprebbe, che, come scrisse Claudia Salaris, i legionari erano quelli che gridavano nietzscheaneamente “sì alla vita”.
Sarebbe insomma un altro tassello del passato rimosso, qualcosa su cui non riflettere; ma forse è proprio questo il nodo del contendere: la gente non deve sapere, pensare, ma, paghi di ciò che media e Conservatorismo ammaniscono loro, crogiolarsi in una grassa totale ignoranza, magari quella citata dal medesimo d’Annunzio per stigmatizzare Nitti: la figura dell’immondo Cagoja, il “crapulone” che dice: Mi no penso che per la pansa.

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È l’ora del Nanopunk

29 GENNAIO 2018

Linda Nagata, Red, tr. Maria Sofia Buccaro, Mariachiara Eredia, Benedetta Fabbri, Maddalena Gerini, Mondadori, pp. 276, euro 6,50 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Uscito negli Stati uniti come The Red nel 2013, questo romanzo di Linda Nagata (nata nel 1960) è una virulenta storia di fantascienza bellica in grado di reggere il confronto non solo con i classici del genere (il raffronto con il sommo Heinlein è d’obbligo), ma di gareggiare testa a testa con la letteratura moderna, Scalzi in primis. Solo che qui non siamo nello spazio, ma sulla Terra e la SAC, Squadra di Assalto Connessa, è un corpo d’elité che usa servoscheletri e connessioni neurali, trasformando i militi in perfette macchine da guerra interconnesse l’uno all’altro.

Il romanzo si apre con i servizi di pattuglia che il giovane tenente James Shelley conduce in Africa, pattugliando un fortino e monitorando quella zona del Sahel dove impera il dittatore Ahab Matugo e si profila una nuova guerra coloniale, nel complesso gioco economico che vede gli USA muoversi fra un conflitto e l’altro. Ma il tenente (finito suo malgrado nell’esercito per aver diffuso un video sulla violenza della polizia durante una manifestazione di protesta) ha una particolarità, un sesto senso, che l’avvisa del pericolo e gli permette di salvare sé stesso e i propri uomini… fino a quando, ascoltandolo a metà, viene ferito e mutilato delle gambe.

Il romanzo svolta in altra maniera, con il ritorno del reduce a casa, l’incontro con il padre, l’ex fidanzata, l’amico giornalista, e in seguito l’impianto di gambe al titanio che, assieme all’ampliamento della rete neurale, trasformano Shelley in una sorta di cyborg. Potrebbe sembrare l’inizio di un nuovo addestramento e di un nuovo impiego in zona operativa (ed è quel che succederà), ma altre possibilità si aprono, l’una dopo l’altra, che l’autrice elabora (e sbroglia piuttosto bene): domandandosi innanzitutto se quel “misterioso” avvertimento che giunge al tenente sia un fatto paranormale, o da addebitarsi, come sostiene la fanatica religiosa di turno (non a caso a capo di una fabbrica di armi) a un inganno del diavolo?

Oppure semplicemente, come sostiene la ragazza di Shelley, a un programma elaborato da qualcuno che si muove autonomo nel Cloud, cioè nella rete di informazioni che girano per l’etere? E sopratutto, questo “avvertimento” ha qualcosa a che vedere con lo show bellico che viene mandato in onda per raccontare le imprese di Shelley dal vivo? E con la misteriosa luce che chiamano Red?

Come nei migliori trattati di filosofia, insomma, qui le domande la fanno da padrone, ma le risposte sono sempre a mezzo, e il giovane tenente viene risistemato e ri-addestrato nella sua nuova forma, e rimesso in azione, nel mentre che i separatisti texani decidono di aprire il fuoco della secessione usando armi atomiche, e qualcuno inizia a pensare che questi accadimenti siano legati alle grandi multinazionali di armamenti che decidono la politica a stelle e strisce… E tutto verso un epilogo travolgente, che non è (o non sembra) proprio un lieto fine…

Che dire? Il romanzo, una volta iniziato, è impossibile da abbandonare. Anche perché fino alle ultime battute il lettore si domanda se ciò che accade sia veramente reale, cioè abbia un senso teleologico, si muova in una direzione, o invece si tratti di una serie di coincidenze significative che s’incastrano l’una dopo l’altra. Se poi è un lettore che detesta il cyberpunk e la fantascienza moderna, meglio ancora, perché avrà modo di leggere la distanza che separa Red, scritto da una specialista di “nanopunk” (il sottogenere che si occupa di nano-tecnologie, la cui conoscenza debbo alla nota di Giuseppe Lippi), e autrice di diverse opere, dalle prove della generazioni precedenti. A dire che i figli di quella brutta stagione tutta impastata su realtà virtuali, computer e simulazioni e industrie nipponiche hanno ritualmente ucciso i padri, e ora scrivono in modo avvincente e non tanatico.

Red appare insomma come un’assoluta novità nell’asfittico mondo della fantascienza odierna, di per sé abbastanza noiosa, e dopo la momentanea sospensione dell’epilogo (in cui quel che resta degli uomini di Shelley, dopo la battaglia con i texani, i mercenari del capitale e le industrie belliche, si trova ad affrontare media e giustizia pronunciando a piena voce la propria verità), prelude a un dittico, la cui seconda parte potremo magari leggere in futuro, ma che difficilmente avrà il medesimo impatto.

http://blog.librimondadori.it/blogs/urania/

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Da tragedia a farsa spaziale

23 Ottobre 2017

David Gerrold, Il viaggio dello Star Wolf, tr. Marco Pinna, Mondadori, pp. 258, euro 6,50 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

La fama di David Gerrold (1944), relativa al celebre “ciclo degli Chtorr”, ha finito con il relegare in secondo piano le altre sue opere, meritevoli invece di attenta lettura. Il viaggio dello Star Wolf (Voyage of the Star Wolf, 1990), già apparso su Urania n. 1182, è il secondo romanzo del ciclo eponimo, dopo L’ombra dell’astronave (1985, rifacimento di Yesterday’s Children, 1972, Urania n. 907), del quale Gerrold arruola alcuni protagonisti.

Siamo in piena guerra fra i terrestri e la Solidarietà Morthan, il mondo dei “superuomini” costruiti dall’ingegneria genetica ed evolutisi per loro conto, e Jonathan T. Korie è il comandante in seconda, a bordo della nave LS-1187, che non ha ancora avuto il battesimo del fuoco e quindi il nome. Il capitano Lowell però si è fatto seguire dai Morthan e la loro flotta distrugge buona parte del convoglio che stanno scortando; la nave danneggiata, il capitano moribondo e un carico di morti e feriti, con Korie al comando, riescono faticosamente a tornare.

In questa prima parte Gerrold scrive un romanzo dal registro tragico: storia di sconfitte, un ritorno fra le insidie dei Morthan e quelle tecniche, fino al porto spaziale di Stardock. L’arrivo anziché preludere a ciò che Korie (e il lettore) aspetta, cioè al battesimo della nave, ai gradi di capitano, al ritorno alla lotta, si apre a una svolta inaspettata: gli uomini sono considerati incapaci se non veri e propri traditori, Korie anziché ottenere i gradi e il comando rischia la corte marziale e scopre la morte dei suoi familiari in seguito ad un attacco Morthan.

Questo anticlimax segna il rovesciamento del registro narrativo, il dramma si apre alla farsa, a inganni e trucchi d’ogni genere, alla tradizionale Space Opera con tanto di (nuovo) capitano ferocissimo e equipaggio assortito, compreso anche il Morthan Brik e si conclude, dopo una missione impossibile, con un finale non consolatorio, la cui unica concessione è il nome della nave.

Un teorico della letteratura “alta” storcerebbe il naso a questo cambio di registri, alle diverse ellissi, all’hysteron pròteron in cui Harlie spariglia le carte, ma per fortuna la letteratura di genere persegue altri meccanismi, e accettata la cesura il lettore segue con gran soddisfazione gli eventi e un complesso sistema dubitativo in cui ognuno si interroga: Harlie sulla necessità della menzogna, Korie sull’ambivalenza divina, Brik sullo statuto dei guerrieri Morthan. Un sistema che tornerà approfondito in Le ultime ore di Shaleen (1995), già comparso in Urania n. 1310, che speriamo di veder ripubblicato per chi non ha avuto il piacere di leggerlo, magari assieme al quarto volume della trilogia, inedito in Italia, Blood and Fire (2000).

http://blog.librimondadori.it/blogs/urania/

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Le radici del nazismo

8 Ottobre2017

Johann Chapoutot, Il nazismo e l’Antichità, tr. Valeria Zini, Einaudi, Torino, 2017, pp. 523, euro 34,00 stampa, euro 10,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

I lettori non più giovani ricorderanno come negli anni Settanta imperversassero le più disparate analisi del fascismo, sovente indirizzate più all’esecrazione che allo studio; il Ventennio era un fenomeno italiano, e interessava sopratutto gli italiani per un non luogo a procedere; motivo per cui la storiografia internazionale, che pure si era impegnata, trovò nel nazionalsocialismo un ottimo quanto sterminato campo d’indagine. Anche in questo caso ci fu un profluvio di analisi, che però anziché terminare con il riflusso politico come in Italia, proseguì nei decenni successivi (complice il successo mediatico della Shoà, a partire della fine del decennio) e che ancora oggi continua nei medesimi termini.

Ciononostante alcune analisi del Nazional-Socialismo non soffrono di questa dicotomia fra la politica e la realtà, nel senso che pur condannando il regime, sono più interessate a muoversi nell’ambito della ricerca vera e propria che mirando al suo uso politico. Scuola potrebbe fare questo volume di Johann Chapoutot, Il nazismo e l’Antichità (Le nazisme et l’Antiquité, 2012), docente di storia della Germania e autori di diversi testi a proposito, che si occupa di un settore dimenticato dagli storici, ovvero le relazioni che il nazismo, dai primi raggruppamenti postbellici fino alla disfatta finale, ha intessuto con i mondi della classicità greca e romana.

Chapoutot è un francese, erede di Marc Bloch e degli Annales, della ricerca (vera) sulle fonti; non tende all’iperinterpretazione e all’inferenza, e quindi ha visionato testi originali e materiali d’archivio, gli scritti e le confidenze hitleriani, i manuali scolastici, le riviste del partito, le opere musicali e cinematografiche, condensando il tutto in cinquecento pagine di grande interesse culturale, che costituiscono un’assoluta novità in campo storiografico.

La sua analisi parte da una constatazione spesso sfuggita agli storici d’assalto: l’humus razziale del nazismo va ricercato nel mondo della seconda metà del XIX secolo, quando cioè all’idea dell’oriente (ex oriente lux) subentra quella del nord (ex septentrione lux) come matrice originaria della cultura. La fase successiva, la costruzione di un luogo mitico da cui la razza nordica si sarebbe estesa conquistando mondi e creando le condizioni per lo sviluppo delle grandi civilizzazioni era consequenziale, grazie ai razziologi dell’epoca, quanto al mondo occulto dell’ariosofia e della società Thule, su cui purtroppo l’autore non approfondisce. In seno al Nazional-Socialismo, oramai al potere, si scontrano i fautori della germanicità a tutti i costi, come Himmler, il potente capo dell’Ordine Nero delle SS, e quelli del mondo classico, come lo stesso Hitler.

Intervengono razziologi e politici, viene creato l’Ahnenerbe, l’istituto per lo studio dell’eredità ancestrale, che nelle intenzioni di Himmler deve contrastare la posizione dei classicisti in seno al partito, e nella riforma della scuola l’insegnamento del greco e del latino deve cedere ore (un fatto impensabile nel mondo tedesco, culla dei migliori grecisti) all’educazione fisica; il culto dell’estetica classica, nata in Germania attraverso le opere dello storico settecentesco dell’arte Johann Winckelmann, determina così la forma fisica e statuaria del corpo greco e nordico, come nelle bellissime sculture neoclassiche di Arno Breker, e di conseguenza l’estetica del corpo nazionalsocialista, a partire dalla raffigurazione che Leni Rienfensthal ne dà in Olympia (1938), il celeberrimo film sulle Olimpiadi del 1936.

In modo molto serrato Chapoutot conduce il testo di passaggio in passaggio, analizzando la necessità un elemento trainante da parte di un nazismo che legge la propria origine come inappropriata al momento presente e alle speranze future, e che lo trova in questo mito dell’origine nordica: così come lo sarà il modello dello stato platonico rispetto alla forma di quello del Reich. Ad ogni pagina il testo riserva sorprese, che si tratti del mite Quinto Orazio Flacco che si trasforma grazie al Carmen saeculare in uomo politico, o del padre della maieutica, il vecchio Socrate che proprio per il suo interrogare viene repentinamente mutato in un levantino e un semita, o addirittura di Martin Heidegger, il più grande filosofo dello scorso secolo, che proprio in nome della classicità dopo il periodo come rettore a Friburgo ruppe con il regime.

Dopo monumenti, grandi opere, strade, dopo la costruzione politica del Reich, la guerra, dove l’immagine del soldato greco è di prammatica, e il gran finale, in relazione con lo spirito norreno: la catastrofe del Reich che diventa una sorta di caduta del Walhalla, ma che per Hitler è l’immagine di Roma assediata da Cartagine, che egli studia come Nerone studiava l’incendio dell’Urbe. Il mare di incendi, macerie e distruzioni che segue la caduta del Reich diventa la testimonianza (archeologica) di una civiltà che non c’è stata, ma anche segno di un progetto impossibile creato solo per lasciare il segno postumo e rovinologico; ma qui dissentiamo dall’autore, dal momento che la strategia hitleriana, ancorché fallace nel lungo periodo, era nata sopratutto per creare un’Europa destinata a sopravvivergli.

Fra le tante opere pubblicate, che con acribia degna di miglior causa cercano di portare nuovo materiale alla damnatio memoriae, il testo di Chapoutot cerca invece di ri-stabilire una verità (volutamente) ignorata: il Nazional-Socialismo non fu un regime di zotici e ignoranti, ma un crocevia di svariate fonti, di pulsioni marziali quanto filosofiche, dove il romanticismo tedesco si incontrava con l’oriente, e i modelli di Roma e Sparta con la realizzazione del Reich millenario. Questo al netto della selezione delle fonti, della loro ermeneutica, o delle fantasiose ricostruzioni antropologiche e biologiche che affondano nel mito dei popoli iperborei.

Naturalmente un testo di tale portata è costretto a lasciare alcune aree in ombra; abbiamo parlato dello scarso rilievo che l’autore dà all’esoterismo; aggiungiamo i pochi accenni al mondo delle filosofie orientali, o della storia dell’Ahnenerbe che avrebbero meritato più di un accenno, ma si tratta di peccati veniali. Il grosso limite di Chapoutot, se ne vogliamo trovare uno, è lo scrivere non un’opera divulgativa ma un saggio scientifico, presupponente una profonda conoscenza del Nazional-Socialismo, del mondo classico, con l’uso di un repertorio linguistico che non rende agevole la lettura al lettore abituato a testi più ameni.

Nulla a che vedere con gli storici del fascismo di cui sopra e le loro espressioni linguistiche francofortesi e/o freudian-lacaniane, giacché i termini utilizzati dall’autore e dal traduttore dovrebbero far parte del bagaglio culturale di un adulto; ma diciamo che se i molti potessero leggere (e capire) questo saggio, forse comprenderebbero la distanza siderale che trascorre dal fenomeno originario del Nazional-Socialismo alla diffusione odierna delle ideologie che ad esso si richiamano; e, colta la diversità sostanziale del momento storico e culturale delle cose, potrebbero occuparsi di problemi più attuali, ad esempio della res publica, anziché appoggiare leggi liberticide o peggio invocare la distruzione del “nemico”.

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Futuro d’annata

2 Settembre 2017

Alfred E. van Vogt, Al di là del futuro, tr. Giuseppe Ferrara, Mondadori, pp. 221, euro 6,90 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Quando Al di là del futuro (A Future Glitter, 1973), venne dato alle stampe, Alfred Elton Van Vogt (1912-2000) alle spalle aveva straordinari romanzi di fantascienza (basti pensare a Slan, La guerra contro i Rull, il celeberrimo “Ciclo del Non-A”), ma l’ ispirazione cominciava a latitare, e infatti il tradizionale meccanismo narrativo dell’autore, un flusso di invenzioni autogenerante che trascina il romanzo stesso, mostra segni di inceppamento.

Siamo in un mondo futuro in cui il regime politico è una sorta di collettivismo stalinista, retto da un Presidium in cui il capo assoluto è il dittatore Lilgin. In realtà, fatti salvi sessismo, condanne, carceri, esecuzioni di massa, il regime non è così brutto come sembra, anzi, riesce a far funzionare quello che spesso nei regimi “democratici” non funziona; e l’assurdità della burocrazia ha sempre una sua (perversa) logica, che già in fase di incipit si manifesta, quando al professor Higenroth viene consegnato l’ordine di decapitazione; per i grandi scienziati infatti il coronamento della carriera è la ghigliottina, sistema che permette alle informazioni accumulate dal morituro di esser disperse nell’aria e raccolte dai suoi allievi.

Il resto del romanzo, dopo un’ellisse di diversi anni, ruota attorno alla figura di Orlo Thomas, figlio di Hingeroth e della giovane (e imposta) moglie, che scambiato e dato in adozione, si ritrova nello spazio di poco tempo nella Città delle Comunicazioni, a fianco dei grandi scienziati e al cospetto dello stesso Lilgin, a operare nel campo della comunicazione. Come tutti i personaggi vanvogtiani Orlo è al centro di un complesso piano in cui nulla è come appare realmente, in cui si intersecano scienze e poteri paranormali, sosia e assassini, ribelli veri e falsi, uomini e superuomini; il centro del complotto è la teoria di Higenroth, ovvero il Sistema Pervasivo che trasmettendo ovunque le immagini prescelte, e senza l’utilizzo dei media, farebbe sì che Lilgin e il Presidium fossero sotto lo sguardo di tutto il mondo.

Al di là del futuro quindi riassume i topoi classici della scrittura dell’autore, e tutti i suoi interessi costanti; in questo caso la comunicazione, che diventa un incrocio fra le teorie di McLuhan e della scuola di Palo Alto, cui spesso Van Vogt ammicca con una costante meta-comunicazione nei confronti del lettore. Romanzo non minore quindi, ma poco rifinito nello schema generale e nei tempi, da leggersi comunque per i problemi problemi politici e psicologici sollevati, e un eccezionale e shakespeariano explicit.

https://www.librimondadori.it

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Fantascienza preziosa

24 Settembre 2017

Cordwainer Smith, Sabbie, tempeste, pietre preziose, tr. Ugo Malaguti, Mondadori, pp. 204, euro 6,90 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Fra gli scrittori che hanno alle spalle opere degne di costante menzione, Cordwainer Smith (alias Paul Linebarger Jr, 1913-1966) è uno dei meno frequentati dagli appassionati nazionali; ogni epifania delle sue opere quindi diventa motivo di gaudio, sopratutto trattandosi di Quest of the Three Worlds, un testo del 1966, qui riproposto nella traduzione del 1979 di Ugo Malaguti, dal titolo, bellissimo ed evocativo, di Sabbie, tempeste, pietre preziose.

Il volume raccoglie tre racconti (un quarto,” Volare insieme verso una stella”, presente nella vecchia edizione, è stato omesso perché solo parzialmente legato al ciclo), nei quali il protagonista Casher O’Neill, nipote del dittatore del pianeta Mizzer, va alla ricerca di aiuto per combattere il colonnello Wedder, che egli stesso ha aiutato a spodestare lo zio. Ma nelle migliori tradizioni odoporiche non è importante la meta ultima del viaggio, la liberazione di Mizzer (che avviene in modo libero da ogni retorica bellica e quasi incidentalmente), ma ciò che il protagonista incontra nei tre mondi in cui opera.

Il primo mondo è il pianeta delle pietre preziose, Pontopidda, dove Casher affronta l’enigma dell’esistenza di un ente che gli abitanti non riescono a decifrare, un cavallo praticamente immortale, e viene aiutato da C’Alma, la donna-cane; il secondo è Hendriada, il pianeta delle tempeste, dove viene assoldato per uccidere T’Ruth, la ragazza-tartaruga, che ha impressa in sé la personalità della sua defunta padrona, e quella della “Strega dello spazio”, l’Hechizera di Gonfalon. Il terzo infine è il natio Mizzer, il pianeta delle sabbie, dove affronta il colonnello senz’armi, col solo apporto delle qualità di T’Ruth che ha incorporato, trasformando il dittatore in un uomo di pace.

Ma raggiunto il suo scopo, per Casher inizia un nuovo pellegrinaggio, che lo porterà, aiutato da C’Alma, in un cammino iniziatico per trovare la pace in un luogo edenico, assieme a Celalta, una Madonna del Grande Ausilio. Come sempre nei lavori di quest’autore il mondo è abitato dai sub-umani (gli underpeople), creature per metà umane e per metà animali, e dall’altro estremo dalla Strumentalità (in questa traduzione, appunto il Grande Ausilio), la casta dei reggitori dell’universo conosciuto; e l’atmosfera è inquietante, oscura, e molto raffinata. La narrazione segue la forma di un mito lontano, e il suo tessuto è quello di un sogno, con una simbologia assai particolare; gli enti che abitano i mondi sono capolavori di psicologia aliena, posti dinnanzi a enigmi che paiono irrisolvibili, succedendosi l’uno all’altro, per sconfinare in un’etica, in una metafisica, in una teologia in cui si incrociano le temperie spirituali dell’oriente e la fede cristiana. Un testo imperdibile di un autore eccezionale.

 

 

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Trastullo di dei ignoti

11 Agosto 2017

John Alva Keel, L’Ottava Torre, Venexia, pp. 221, euro 22,00 stampa

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Gli anni Sessanta videro un deciso cambiamento nelle ipotesi interpretative dei fenomeni UFO: da una visione decisamente extraterrestre, con John Alva Keel (1930-2009), e Jacques Vallée (1939) si passò a quella “parafisica”, che leggeva manifestazioni extranormali, comprese quelle ufologiche, come epifania di qualcos’altro, visione che ebbe molto seguito negli anni a venire.

Keel, autore di diversi testi di grande interesse – ricordiamo solo The Mothman PropheciesVoci dall’ombra (1975), alla base de film omonimo (2002), di Mark Pellington – ne L’Ottava Torre compie una completa ricognizione, raccogliendo dati e casi per estrarne poi il nucleo. Un problema metodologico però riguarda la raccolta indiscriminata di verità e menzogne e mesofatti, con lo sguardo ancora a-critico degli anni Settanta, in cui si credeva a tutto e poco si verificava; anni in cui la sbornia rivoluzionaria era lungi dal passare, e rispetto alla scienza definita “ufficiale”, le “pseudoscienze” parevano più abbordabili e anticonformiste.

Il materiale non regge ad un esame critico odierno; i dati scientifici desunti dalla tecnologia di allora risultano errati o deficitari, rispetto alle acquisizioni odierne; e i riferimenti e citazioni a forme religiose e culti antichi mancano delle fonti, come manca una bibliografia d’insieme. Detta così, il testo sembra esser di poco interesse; ma se il lettore resiste alle approssimazioni e alle ingenuità disseminate un po’ ovunque, si troverà dinnanzi un’ interessante teoria.

L’idea di Keel, quella del “superspettro”, è di una serie di lunghezze d’onda che vanno al di fuori delle misure a da noi percepibili, e che a seconda della loro declinazione, favoriscono e generano fenomeni paranormali che vanno dalla telepatia alla trance, dalle visioni degli UFO a quelle angeliche. Schopenhauer e Jung, innanzitutto (e l’autore rivede la sincronicità, in rapporto alla frequenza dei fenomeni, la cui ripetizione ha lo scopo di segnalare qualcosa, se non altro la sua esistenza), l’idea che la Terra sia un organismo vivo, la cui divinità è la mente; ma la divinità altro non è che invenzione umana, e in quanto tale reale padrone dell’umanità, in ultima analisi una delle forme del “superspettro” che qui prende il nome di Ottava Torre.

Un libro da leggere comunque, nella sua angosciante disperazione, che puntuale riporta sia a Charles Fort che a HP Lovecraft, per cui l’umanità non è altro che proprietà e trastullo altrui.

http://www.venexia.it

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Fantascienza esistenzialista

11 Dicembre 2017

Colin Wilson, I parassiti della mente, tr. Alfredo Pollini, Urania Collezione n. 177, Mondadori, pag. 243, euro 3,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Per il lettore non più giovanissimo trovarsi fra le mani la riedizione di I parassiti della mente (The Mind Parasites, 1967), di Colin Wilson (1931-2013), sarà un rinfrancante tuffo nel passato, per due ottimi motivi: il “contesto” e il “testo” vero e proprio. Il “contesto”, a cui questa edizione rimanda, è quello del 1978, quando cioè Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, curatori di collane per la casa editrice Fanucci (spesso sotto il fuoco incrociato degli zdanovisti del secondo millennio, a causa della lettura tradizionale dei testi pubblicati) diedero alle stampe il romanzo di Wilson, con una poderosa introduzione qui parzialmente riportata.

Erano comunque i bei tempi in cui la fantascienza nutriva l’idea che il “testo” fosse un valore da studiare e non un bene da consumare e in fretta, quindi la triplice editoriale (Nord, Fanucci, Libra) gareggiava, ognuna con le proprie modalità, nel corredare le opere di degne introduzioni e succose appendici critiche. Un costume oggidì disusato, poiché i libri sovente appaiono avulsi da ogni anche pur minima nota che non sia laudativa. (Il fatto che Urania accompagni i suoi testi da una pertinente nota critica di Giuseppe Lippi è un caso a parte).

D’altronde l’oggi è diverso, i critici sono visti come enti desueti se non sospetti, l’ultimo parvenu della fantascienza dalla scarna manciata di libri letti si arroga il diritto di trinciar giudizi (e spesso attaccare il critico), evento che in aggiunta all’idiosincrasia dei lettori, fa sorgere il sospetto che importi non già la comprensione (del valore) quanto il consumo (del bene). Non a caso la pubblicazione ad opera della Mimesis di tutte le introduzioni scritte dalla coppia De Turris-Fusco, Le meraviglie dell’impossibile (2016) non ha avuto riscontri ad opera degli zdanovisti del terzo millennio, che preferiscono indulgere alle chiacchiere in rete dell’ultimo analfabeta arrivato e del relativi stuolo di bifolchi osannanti.

Detto ciò, passiamo al “testo”. I parassiti della mente è una sorta di horror-fantascientifico molto particolare. Nella finzione letteraria le vicende sono narrate dall’archeologo Gilbert Austin, impegnato a disseppellire le rovine sotterranee di un complesso megalitico nelle viscere della terra, attività che lo tiene lontano dalle debite indagini che vorrebbe svolgere sulla fine dell’amico Karel Weissman, morto suicida. Austin e l’archeologo e amico Reich si ritrovano quindi a disseppellire un complesso sotterraneo, battezzato Kadath in onore di Lovecraft, in un crescendo allarmato di psicopatici che intervengono per bloccare gli scavi, fino a quando Austin non si ritrova a leggere il materiale lasciato dal defunto, e a comprendere la portata della sua ultima intuizione: il mondo quotidiano è infestato dai “parassiti”, creature immateriali che vivono su un diverso piano di realtà, e agiscono contro gli esseri umani.

Il “cancro della mente”, come lo ha battezzato Weissmann, si annida nell’inconscio umano, e impedisce l’evoluzione del genere, spingendo gli uomini al suicidio, alla guerra, alla morte. La spiegazione che Wilson offre del cambiamento umano, localizzato nel sorgere del Romanticismo e in un diverso tipo d’uomo, creativo sì, ma votato al suicidio e alla distruzione, oltreché rimandare alla sua fondamentale opera saggistica, L’estraneo (1956), un poderoso volume di analisi esistenzialista di alcune figure fondamentali del pensiero, confina con conclusioni analoghe a cui giunsero Karl Jaspers in Genio e follia (1922), Stefan Zweig ne La lotta col demone (1925), Alfred Alvarez ne Il Dio selvaggio (1973) e Linda Schierse Leonard in Testimone del fuoco (1989). Tanto per chiarire come il genere fantastico, nella sua più ampia accezione, sia una letteratura d’idee, incrociata fra poetiche antecedenti e susseguenti e non mero escapismo.

I parassiti della mente è la prima opera narrativa del genere fantastico scritta da Wilson, ad imitazione e in onore di Lovecraft, di cui riprende non solo atmosfere e immagini, ma anche il periodare. Wilson era (all’epoca) il tradizionale uomo di cultura ignaro di fantascienza, e il suo romanzo soffre di questa scarsa frequentazione. Figlio di Lovecraft, abbiamo detto, in stretto legame con altri tanatologi, parente prossimo di Meyrink e di Daumal per l’idea del romanzo iniziatico, e di Jung e di Gurdjeff per i problemi relativi alla “veglia” (non a caso in seguito scrisse le biografie dei due pensatori), debitore per l’impalcatura filosofica a Husserl, Heidegger, Whitehead (tutti ampiamente esplicitati), il testo prosegue in un catalogo di orrori psicologici piuttosto inquietanti per buona parte del suo scorrere, fra cui una splendida battaglia psichica e una discesa avernale fra le rovine del Kadath in cui Austin e i suoi uomini devono creare atmosfere cupe per convincere i giornalisti dell’esistenza dei “parassiti”, nonché un’epidemia suicida fra gli uomini di Austin e Reich.

Poi all’improvviso l’autore inizia (coscientemente?) a violare il suo stesso dettato di scrivere un testo alla Lovecraft, e scivola nella fantascienza vera e propria. Ma lo fa in maniera un poco maldestra, perché la guerra razziale fra gli africani e i tedeschi è appena accennata, e l’immagine della grande astronave nera con le vele solari argentee, che si libra in cielo per convincere i terrestri dell’esistenza degli alieni, spinta dalla potenza psichica degli adepti, dal punto di vista estetico è affascinante, da quello cognitivo lascia alquanto perplessi. E così il viaggio della nuova astronave Pallas, spinta dalla medesima forza, ritrovata vuota dopo che Austin e Reich e tutti i loro adepti sono scomparsi. Una volta chiuso il testo, però, il lettore non si sente affatto rinfrancato. E se è solo in casa inizia a guardarsi le spalle.

I neo critici più o meno da tastiera, gli improvvisati curatori d’assalto, gli editori (intesi sia nel senso di chi edita il testo che in quello di chi lo dà alle stampe) sofferenti di analfabetismo di ritorno, cioè tutti quelli che non hanno studiato all’università i meccanismi della retorica ma ne hanno appreso l’esistenza in rete, da tempo discettano su un misterioso barbarismo, il famigerato infodump, che sembra risvegliare terrori ancestrali, perfino più dell’altro barbarismo, l’ancor più famigerato spoiler. È l’inglese maccheronico dei forum, figlio della critica nel tempo in cui un librettino palesemente post-liceale come New Italian Epic dei Wu Ming veniva messo in rete, scaricato dai seguaci osannanti e infine pubblicato da Einaudi nel 2009 fra gli scappellamenti generali della critica, favorendo la proliferazione della progenie ctonia di cui sopra.

Il lettore sprovveduto, figlio della rete e delle sue categorie critiche (?), potrebbe rimanere così sconcertato alla scoperta di quanto infodump sia presente ne I parassiti della mente; possibile, potrebbe domandarsi, che questo Wilson abbia potuto scrivere ampie digressioni, in cui racconta ciò che invece dovrebbe esser (secondo i canoni odierni) mostrato? Possibile che addirittura scriva di filosofia, pagine e pagine, sebbene nella nota introduttiva affermi di averne tagliato un bel po’? Possibile che il testo risulti scritto da Austin, contenga il diario di Weissman, e addirittura una relazione finale? E che tutto questo infodump non sia stato editato?

Possibilissimo, perché questa è la letteratura. Quella vera, per intenderci, non la sinto-letteratura per amanti di Internet, opera di scrittori che se lavoravano nella letteratura di genere, si erano formati innanzitutto su quella classica. Infine. La lingua italiana, nel campo della retorica, oltre ad avere alle spalle una tradizione risalente a Cicerone, possiede anche forme proprie: il famigerato infodump, ad esempio, è la mutazione odierna di termini come perissologia, o magari macrologia o ridondanza. Quindi: perché non ricominciamo a parlare italiano? Farà meno cool, ma le patrie lettere ci guadagnerebbero in credibilità.

 

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Seriazione infelice

6 Dicembre 2017

Piero Schiavo Campo, Il sigillo del serpente piumato, Urania n. 1648, Mondadori, pp. 250, euro 6,50 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

Il vincitore dell’edizione 2017 del Premio Urania, Pietro Schiavo Campo, si era già imposto quattro anni addietro con L’uomo a un grado Kelvin, un romanzo giallo in cui l’apporto fantascientifico era solo pretesto per dare la forma del genere. Il sigillo del serpente piumato sembra invece esser scritto da un altro autore: sorta di “centone” di romanzi, epitome fantascientifica in cui accade di tutto, nella sua veloce stesura ricorda certi lavori di Jack Williamson, nei quali al lettore pare d’aver dinnanzi una compressione narrativa di temi ed eventi.

In questo caso, nel giro di mezzo romanzo, il protagonista Johnny Cowson lascia la Terra per recarsi sulla colonia di Parvati, onde raggiungere Jane Ross, una cantante che ha visto alla tv e di cui si è innamorato; deve combattere e sconfiggere un gigante multicefalico, fra i tanti che vivono a contatto con i coloni terrestri, rapire la ragazza dalle grinfie di un secondo (scoprendo poi che in realtà la fanciulla è regolarmente assunta), vivere un po’ con lei, farsi lasciare, partire per cercarla, viaggiare fino al pianeta Apollo che è una specie di pianeta-penitenziario, diventare un addestratore di “pitecantropi” da usare come guardie, sventare i piani del dittatore di turno, essere eletto governatore di Apollo, lasciare il pianeta… e via così per altre pagine, fino alle rivelazioni finali.

Il romanzo insomma è affetto da una sorta di horror vacui per cui ogni pagina deve contener qualcosa a tutti i costi; ma non alla maniera teorizzata da Van Vogt, quanto nel senso di eventi che sfuggono al controllo dell’autore e vengono sciorinati l’uno dopo l’altro, in mondi abbozzati di cartapesta e con personaggi improbabili, con la comparsa, infine, di una serie di divagazioni fra il metafisico e il new age che sarebbe stato meglio evitare. Il sigillo del serpente piumato si configura quindi come qualcosa che avrebbe voluto essere nel solco della tradizione evocata nella quarta di copertina e nella scheda di Giuseppe Lippi, quella di Sheckley e Vance e Farmer, ma che invece ricorda le maldestre prove degli scrittori alle prime armi, con nomi che vorrebbero esser parlanti ma è meglio che tacciano, non riuscite commistioni fra sotto-generi, inserti digressivi o filosofici che paiono posti come riempitivi.

La domanda da porsi, a questo punto, al di là di quella canonica (“come è possibile che un romanzo di tal genere abbia potuto vincere?” Con relativo commento: “se questo è il più bello, figuriamoci gli altri”), suona press’a poco così: “come è possibile che un autore con un dignitoso esordio alle spalle abbia potuto incappare in tal errore?” E qui ci soccorre un concetto che potremmo chiamare “seriazione”, intendendo così lo svilupparsi di alcuni topos narrativi; non all’interno della scrittura di un autore (in questo senso si tratterebbe di “poetica”), ma del genere medesimo svolto in chiave italiana.

Se prendiamo infatti a parametro gli autori italiani pubblicati su Urania, che ne rappresenta, nel bene e nel male, la “vera” forma (la restante editoria non è indicativa, per tutta una serie di motivi troppo lunghi da elencare) e scorriamo all’indietro i vincitori e i finalisti del Premio, nonché quelli surrettiziamente pubblicati al di fuori del medesimo, possiamo evidenziare la “seriazione” attraverso alcuni assi portanti, grossi nuclei tematici: la città multirazziale e fatiscente, il regime più o meno dittatoriale di destra, il detective mutuato dall’hard-boiled, il viaggio nel tempo e le sue ir-risolvibili contraddizioni (complete di aggiustamento e amnesia finale), l’ucronia che pare una scatola di montaggio, le varie declinazioni del cyberpunk con dose anche massicce di nipponicità, computer simulazioni informatica spazi virtuali, la filosofia dickiana a buon mercato. (Fra i Grandi Assenti vale la pena di ricordare almeno lo spazio, l’utopia, gli altri mondi, la catastrofe, il primo contatto e l’invasione).

Quando l’autore nostrale esce da questi nuclei, sembra non essere più in grado di scrivere. Ci sono, ovviamente, le eccezioni ma la base è nella seriazione. Il perché va cercato probabilmente nel progressivo rarefarsi dell’immaginario di genere, che strutturatosi attraverso tradizioni editoriali, influenze di curatori e critici, letture “guidate”, consigli non richiesti, influssi cinematografici costanti, finisce con l’articolarsi in forme di seriazione, dal momento che quello è il suo mondo riconosciuto e cristallizzato. Così l’autore, sebbene abbia magari una preparazione culturale aspecifica sulla letteratura (ma di questo ne dubitiamo) e una specifica sul genere, prova difficoltà a scrivere qualcosa che vada oltre i limiti imposti di quella che lui crede (immagina, ritiene) sia la fantascienza, o almeno l’aspettativa che la giuria e i lettori hanno su di essa. Fino a quando permane nella seriazione, lo scrittore si muove a proprio agio (ma non sempre con buoni risultati); quando ne esce, mancando i modelli tradizionali che via via si sono andati affievolendo (nell’immaginario collettivo e in quello personale), si ritrova a regredire nelle forme di un esordiente qualunque. E sbaglia romanzo.

Sarebbe interessante prendere in esame i diversi romanzi vincitori e partecipanti al Premio Urania e considerare fino a che punto essi siano debitori non già della poetica dell’autore, quanto del distruttivo impasto culturale di cui sopra. In attesa che qualcuno si proponga, con una prima ricognizione scopriremmo la presenza, pressoché costante della città multirazziale e decadente, del detective più o meno jellato, della sua indagine… il tutto appreso per via diretta non da Chandler e Hammett, ma dal Blade Runner di Ridley Scott e dal mondo cyberpunk.

 

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