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I cavalieri della metamorfosi: intervista con Antonio Moresco

intervista ANNA RUCHAT

Foto: Fabio Zucchella

Con Antonio Moresco parliamo de Il grido, il libro uscito poco più di un mese fa da SEM, un pamphlet che sembra convocare, per un confronto serrato, a tratti furioso, tutti i cavalieri che Moresco ci ha abituato a veder attraversare, singolarmente o a piccoli gruppi, la sua opera. Cavalieri intesi come pensatori del presente e del passato, ma anche come personificazioni delle grandi passioni, invenzioni, fantasmi e ideali che in un modo o nell’altro hanno accompagnato l’uomo fin sulla barriera piatta e bloccata dell’estinzione di specie. Sarà quindi anche, l’intervista, una sorta di rivisitazione dell’opera di Moresco, soprattutto quella più recente.

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Da anni tu poni l’accento nei tuoi libri, che siano romanzi o saggi o fiabe, sulla deriva di standardizzazione e sulla necessità di un cambio di paradigma, ma il passo più significativo l’hai fatto con lo sfondamento della barriera tra i vivi e morti che nella Lucina viene alla luce per la prima volta con tutta la forza dell’incantamento e della sorpresa.

Sì, e prima ancora della Lucina ci sono stati Gli incendiati. In quel romanzo raccontavo una storia d’amore estrema dove, a un certo punto, i due protagonisti muoiono in combattimento. E lì ho sentito dentro di me un rifiuto. Non volevo far finire la storia con la loro morte, e così ho tirato dritto, sono andato avanti con quei due che erano morti ma che continuavano ad amarsi e a combattere, abbattendo in modo esplicito la barriera, anche narrativa, posta tra la vita e la morte. Poi c’è stata La lucina, Fiaba d’Amore, Fiaba Bianca e altri libri in cui questo diaframma viene sfondato e dove entro completamente in questa possibilità, infilo questo passaggio, un gesto che era comunque già presente – in modo per così dire poetico – in altri libri. Andando avanti, ho capito sempre più perché avevo bisogno di questa rottura, e nel Grido questa consapevolezza viene esplicitata. Per di più, mentre stiamo andando verso questo limite e collasso di specie, il problema della vita e della morte acquista un carattere completamente diverso rispetto a quello che eravamo abituati a concepire prima. Addirittura per dirla in modo molto elementare: sembra che ci siano in giro delle persone mezze vive e mezze morte.

C’è una vecchia canzone di Wolf Bierman, Der Hugenottenfriedhof è una passeggiata al cimitero degli Ugonotti, nella Germania Est, dove sono sepolti Bertold Brecht, Ruth Weigel, Hegel… e nel ritornello si dice: «Come ci sono vicini certi morti, ma come sono morte per noi certe persone vive».

Questa è una cosa che mi prende molto. Nella Lucina dico che con gli alberi si può vedere se uno è vivo o morto, con le persone invece no, perché le persone si muovono, sembrano comunque vive. Eppure ci sono delle persone mezze vive e mezze morte e ci sono dei veri e propri morti viventi che girano e anche comandano e dominano o credono di dominare il mondo, nascondendo la loro natura di morti e la vera natura di quello che sta succedendo davvero in noi stessi e nel mondo. Nel Grido ci sono questi continui incontri, prima lungo le strade e poi nel pisciatoio pubblico sotterraneo, con molte figure morte: Darwin, Freud, Marx, Nietzsche, Balzac… anche se ci sono in mezzo anche dei vivi, come Houellebecq, il filosofo Severino e altri.

La questione della verità scientifica è indubbiamente importante nel tuo nuovo libro ma il grido vero sembra essere quel: «Attenzione! Siamo morti». Senza l’altro grido però questo forse non avrebbe lo stesso impatto?

Credo di sì. Questa verità, la lettura anche scientifica di questa fase della nostra vita è ciò che mi permette di evidenziare ancora di più quello che dicevi… Il fatto che questa condizione sia così occultata è un segno di resa, è un segno di morte dell’umanità.

Io in questo Grido racconto, tra le tante altre cose, che i poteri politici non hanno interesse a far vedere ciò che sta veramente accadendo, perché altrimenti crollerebbero tutte le piccole verità parziali e tutte le piccole identità da far confliggere le une contro le altre per mantenere e accrescere il potere, crollerebbero tutte le dicotomie con cui abbindolano le persone e i popoli. Così le moltitudini umane vivono all’ombra di questa terribile verità, che pure trapela nei giornali, però non si diffonde…

O si diffonde in appelli catastrofisti che fanno leva sull’emotività e penso che questo non aiuti a pensare…

Sono d’accordo. Infatti Il Grido è un grido di rivolta, nasce dalla non accettazione di questo modo di rapportarsi a un simile stato di cose, che da un lato è quello di ignorarlo e dall’altro è il catastrofismo, che in ultima analisi ci dice che siamo spacciati. E’ un combattimento in cui sono impegnato da tempo, anche nel campo artistico, della cultura, delle teorie letterarie novecentesche, ecc. Anche il combattimento con l’astrofisico Hawking nasce da questo e da ciò che avevo letto in una sua intervista, dove lui diceva «siamo spacciati», «portiamo il nostro DNA su un altro pianeta». Ma su quale pianeta? E per fare cosa? Le stesse cose che abbiamo fatto qui? Io non accetto questa resa, che è un altro aspetto della morte.

Nella storia ci sono state diverse strettoie di questo tipo. Tu ti confronti con scrittori degli ultimi duecento anni. Quello con cui sembri sentirti più in sintonia su questo andamento verso la fine è Freud, più ancora di Dostoewskij.

Be’ di Dostoevskij mi interessa il rischio supremo, il vortice, il gorgo lirico e di conoscenza, la letteratura e il pensiero portati al loro culmine ultimativo e prefigurativo. Di Freud, oggi, mi interessa quella parte del suo pensiero in cui parla di istinto di morte e dello scaricamento verso l’esterno delle pulsioni distruttive che vivono al nostro interno. Ci aiuta molto a capire cosa sta succedendo oggi, in ogni campo, compreso quello politico e geopolitico terminale che abbiamo di fronte.

Freud scrive queste cose dopo la prima guerra mondiale, un momento in cui l’umanità si vede a un capolinea…

Quel libro, Il disagio della civiltà, che avevo letto tanti anni fa, mi colpisce ancora per la sua profondità e preveggenza. La parte sulla psicologia delle masse sembra scritta adesso. In generale è un libro molto veritiero, coraggioso e potente. Ma poi… è vero quello che dici tu, che ci sono stati altri momenti di tappo, di strettoia, di imbuto, però le altre volte erano legati a paure di fine di civiltà: il Medio Evo, la fine dell’Impero Romano, quel lungo periodo in cui l’Italia era attraversata dalle invasioni barbariche e in cui c’erano dei monaci che stavano lì e tenevano accesa questa fiammella senza sapere se tutto sarebbe andato a finire da qualche parte. Però queste erano percepite come fine di epoche, di civiltà e di mondi cui tu ti senti di appartenere, non in senso di specie, di un’irripetibile specie che sta bruciando così la sua carta cosmica.

Ma perché quello per loro era il mondo mentre oggi il mondo di ognuno è tutto ovunque.

Certo, perché quello per loro era il mondo. Adesso l’orizzonte è di specie, riguarda il collasso tra noi e il contenitore cosmico chiuso, atmosferico. Questo non era mai successo, era addirittura impensabile prima. Anche Leopardi nel «Dialogo tra la natura e un islandese» ipotizza questa possibilità, ma per larghe campate di ere… Che poi non è neanche la fine del mondo perché se noi ci togliamo dalle palle e smettiamo di tormentare questo pianeta con la nostra presenza non è che finisce tutto, perché la natura – per dirla così, dato che anche noi siamo natura – sanerà la ferita della nostra terribile presenza, nasceranno nuove specie ecc.

Ma non è detto che finisca del tutto nemmeno l’umano, può essere che assuma altre forme…

Io sono colpito da una cosa: altre specie viventi, gli insetti, per esempio, hanno dato vita a centinaia di migliaia di specie diverse, mentre noi siamo morfologicamente sempre e solo questa cosa qui, questi omini con le braccine, le gambine, il sederino… Come mai? Dentro ogni essere esiste questa potenza metamorfica, quella di cui parlo nel Grido: l’unica cosa che ci può salvare è la metamorfosi, non l’ennesima rivoluzione orizzontale. Ci sono animali che nell’arco della loro vita attraversano un numero di metamorfosi che noi non riusciamo nemmeno a immaginare… Ma allora, se esiste in mille altre specie, forse esiste anche nella nostra questa drammatica forza metamorfica, che fa compiere degli strappi impensati, dei salti di stato!

Tutto però va nel senso contrario alla metamorfosi, come scrivi nel Grido, tutto è incanalato in qualcosa di completamente piatto …

Io ad esempio do un’enorme importanza alla questione delle due configurazioni dell’umano, il femminile e il maschile, che è il modo in cui si è divisa, spaccata l’umanità attraverso il meccanismo di riproduzione sessuata, perché altre forme viventi si riproducono per scissione, per gemmazione ecc, e quindi c’è nell’umano questa spaccatura, questa ferita, questo dramma, ma anche questa chance della spaccatura in due dell’umano, perché di qui potrebbe passare un’invenzione di specie: ricominciamo da qui, da questa unità spaccata, da un riconoscimento radicale di ciò che è stato diviso, separato per primo. E allora mi dispero per il fatto che invece c’è un pensiero unico che attraversa ogni cosa e agisce sul maschile e sul femminile, anche sul femminile, che sembra riprodurre spesso gli stessi schemi criticati e giustamente combattuti prima nel maschile ma che paiono solo rovesciati di segno e resi funzionali in quella che gli antichi chiamavano «l’eterna guerra tra i sessi». Mentre ci sarebbe bisogno che anche le donne riconoscessero la propria forza facendo il loro pezzo di strada e attraversassero anche il loro pezzo di buio. Questo sarebbe il colpo di scena di specie, mentre tutto va verso la schiavizzazione e l’autoschiavizzazione dei corpi, sia maschili che femminili: vedo in giro l’islamica tutta intabarrata anche in pieno agosto e mi dico «poveretta» ma poi vedo lì accanto la donna travestita da squillo bambina e tutta tesa alla seduzione e al conflitto anche interfemminile per suscitare prima delle altre l’arrapamento pavloviano del maschio. E non è anche quella un’altra forma di schiavizzazione e autoschiavizzazione?

Dove la vedi la chance di ricomposizione o rimessa in gioco della spaccatura tra femminile e maschile?

Penso che la prima cosa sia una radicale presa di coscienza di come stanno le cose in questo passaggio d’epoca e addirittura di specie, dell’imbuto in cui sono finiti tutti, uomini e donne, di come sono giocati, dal potere e anche dalla natura. E poi il problema è quello di un riconoscimento di questa spaccatura e di questa diversità in cui le persone sono state giocate, fatte confliggere, anche attraverso quella cosa che è stata chiamata amore e che può essere invece anche un’invenzione verticale. Nel Grido cito quel brano che si trova alla fine di Lettere a nessuno, quello dove parlo della donna cavalleresca. Cosa succederebbe se invece di una meccanica tarata su uno stesso modello comunque rovesciato, di due figure che si guardano da una parte e dall’altra dello stesso specchio, ci fosse una moltiplicazione di forze, di invenzione, nel tessuto tellurico della vita, nell’immaginario? Io non lo so di preciso, però lo intravedo.

Quindi come vedi le conquiste per la donna dovute al cosiddetto progresso scientifico?

La tecnologia è stata liberatoria per le donne… la pillola anticoncezionale, le possibilità di muoversi nello spazio, le automobili maneggevoli… Però alla fine non sarà proprio questa potenza orizzontale della tecnologia a espropriare la donna della sua potenza verticale, creativa e generativa, dell’invenzione dei corpi e del dolore proiettivo dei corpi? Perché le forze che si propongono di liberarti dal dolore, in realtà ti schiavizzano. A quel punto il femminile, liberato di quella dolorosa invenzione, sarà più potente o meno potente?

Sì, il potere della donna è legato a un maggior contatto con le forze cosmiche e telluriche. La stregoneria, la mistica, sono ambiti in cui il femminile si è espanso. Ma il generare è al centro di questa cosa, se tu togli quello depotenzi tutto.

Sì perché, in un certo senso, l’uomo primitivo che all’inizio non sapeva neanche che fosse il proprio seme a fecondare la donna e poi a poco a poco l’ha capito… Lui poteva fare qualunque cosa, uccideva qui, uccideva là … ma quella cosa pazzesca, il fatto di far uscire dalla propria pancia un nuovo essere umano configurato, ecco, quel miracolo non lo poteva proprio fare.

Sono fondamentali le pagine del libro in cui tu fai vedere che in fondo la donna si auto-limita.

Certo, la specializzazione di un segmento che, se lo metti solo su un piano di concorrenza, porta al bordello cosmico. Tu prima accennavi alle mistiche, e sai quanto io sia innamorato delle mistiche. Loro, se trovavano il tappo da una parte, riuscivano a passare dall’altra. E proprio loro, quelle mistiche e quelle monache che non generavano, sono state però altamente generative su un altro piano e lo sono state in modo radicalmente femminile. Hanno espresso una grande potenza generativa nel campo dell’immaginario. In questo libro, e anche ne L’adorazione e la lotta, c’è una forte presenza del rapporto con un femminile diverso e potente, come piace a me, con il quale posso sentirmi veramente fratello. A volte questa potenza si riesce a toccare con la sessualità, altre volte con altro. Se leggi le meravigliose lettere di Eloisa ad Abelardo non ci sono solo quelle dinamiche orizzontali su cui molto spesso ha operato il maschile. Si apre una verticalità, una sorta di fase costituente tra esseri diversamente sessuati. Questo è il mio territorio, io a tutto questo ci vado infinitamente vicino. Poi non è che lo riesca a immaginare di preciso, perché si devono liberare queste e altre forze, e soltanto dopo inizia l’avventura, però inizia veramente, verticalmente, un’avventura personale e di specie.

Certo, si sente molto questa spinta in avanti nel libro. La spaccatura che c’è e che l’ideologia ha ricoperto con un bisogno di parità è stata in parte una gran fregatura…

Una fregatura pazzesca. Ma io non la voglio l’uguaglianza! E poi, oltre tutto, uguaglianza con il maschile che ha dato simili prove di sé nel corso del tempo… La parità è stata una fregatura pazzesca, un appiattimento sui ruoli maschili precedentemente esecrati. E sai… lì è difficile addentrarsi… ma anche la dimensione della pornografia, che è una dimensione in cui io sono entrato molto nei Canti del caos… La pornografia, sì, contiene anche degli elementi di libertà, di estremismo cui sono molto sensibile, che possono essere anche cruciali, però allo stesso tempo è l’irruzione della tecnologia nella sfera della genitalità umana. È il trionfo della tecnologia nella dimensione della genitalità e dell’amore, che viene completamente devastata da quest’unica dimensione. Ma quella roba lì non era la specifica schifezza maschile? La separazione e la lacerazione della sessualità dall’amore non era mica il modo in cui i maschi vivevano la propria sessualità? E se invece la vive allo stesso modo la donna allora va bene? Non erano gli uomini a essere criticati perché separavano la sessualità dall’amore, mentre le donne si diceva o si fantasticava che non riuscissero a farlo? E invece adesso per le donne la grande conquista è riuscire a farlo? È essere superficiali, fenomenologiche e ciniche come gli uomini?

La dimensione della vita e della letteratura nel Grido sono più che mai intrecciate, qual’è il rapporto con L’adorazione e la lotta? Come cambia la presenza degli scrittori, del pensiero?

Nel Grido c’è una forma più drammaturgica. Questo libro è preparato da L’adorazione e la lotta, ma anche dal libro su Balzac, Il fronteggiatore. E infatti anche Balzac fa una capatina bruciante in questo libro, ricordando a Carlo Marx: guarda che non solo il denaro muove gli uomini ma anche il piacere… In questo libro c’è l’individuazione di qualcosa che rimette in discussione tutto quanto, che permette una canalizzazione drammatica di ciò che è successo finora, c’è il corpo a corpo con la scienza, con la filosofia, che si conclude con la domanda: se sono questo, cosa ce ne facciamo noi della scienza, della filosofia? Ecc… Non perché io disprezzi il pensiero, ma perché quello che noi ancora percepiamo come pensiero deve diventare tramite di qualche cosa d’altro, perché finora è finito tutto in questo imbuto di specie…

Qual’è è il libro tuo più vicino al Grido per quanto riguarda l’invenzione di uno sbocco?

Fiaba Bianca. È il libro che ho scritto prima del Grido. Apparentemente è una fiaba, anche lì c’è il confronto con la fiaba che ci insegna la possibilità della metamorfosi e la possibilità dell’irruzione del possibile nell’impossibile. In quella fiaba bianca ci sono tre cavalieri, che sono la malinconia, la passione e il sogno: la malinconia che ti fa vedere le cose come stanno, senza inganni e senza finzioni, la passione che non ti fa arrendere di fronte a una situazione bloccata, il sogno che ti fa prefigurare e inventare una diversa dimensione e ti indica una inconcepibile strada per arrivarci.

Testi di Antonio Moresco citati

Canti del caos, Mondadori, Milano, 2009 – edizione completa

Gli incendiati, Mondadori, Milano, 2010

La lucina, Mondadori, Milano 2016

Il fronteggiatore, Bompiani, Milano, 2017, con Susi Pietri

L’adorazione e la lotta, Mondadori, Milano, 2018

Fiaba bianca, Rizzoli Lizard, Milano, 2018

Il grido, SEM, Milano, 2018

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Poesia elementale

Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos Y Marcos, pp. 220, euro 20,00 stampa

recensisce ANNA RUCHAT

Non è nuova la lingua, in quest’ultimo libro di Fabio Pusterla: nuovo è il territorio che attraversa e nuovi i protagonisti della narrazione poetica, le voci che prendono la parola. Non più gli umani ma la natura – acqua, aria, terra, fuoco – che governa un paesaggio abbandonato o deturpato, spesso ostile. Le persone sono disseminate ai margini o sullo sfondo, testimoni muti o in procinto di sottrarsi alla scena: «Come se tu non ci fossi. O fossi già/ tu, andato via». Comparse, in una natura che trascorre indifferente, ben oltre lo stesso linguaggio, e alla quale il poeta si appella quando non è lei a prendere la parola interpellando chi scrive e certo anche chi legge: «Hai paura, lo so. Ti consoli pensando / di avere paura di me / che minaccio le rive. Ma è te / che tu temi, lo sai. E da te stai fuggendo».

In «Paziente zero», una poesia che più delle altre contiene una dichiarazione di poetica, Pusterla sembra addirittura annunciare la propria resa rispetto a una parola che ormai lo parla, come fosse fiume o vento: «Pulsa dentro di me una natura misteriosa / biologico labirinto senza uscita […] Sei parlato, non c’è nessuno, ubbidisci. / Senza capire stai, nel linguaggio/ che trascina e sfinisce».

Ma naturalmente non è così o non solo. Il testo qui è più che mai in dialogo con la letteratura, dai classici ai contemporanei, maestri o interlocutori di sempre dichiarati nelle fin troppo minuziose note che chiudono e, mi pare, depotenziano questo libro bello e straripante.

Perché non lasciare «alla poesia il suo buio» come scrive Celan, perché non permettere al lettore di trovarvi i suoi fiumi, le sue associazioni? Quanti personaggi letterari evoca la meravigliosa figura del Custode delle acque con le sue «annotazioni» in forma di poesie, nell’infinito gioco delle citazioni? «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta fiume il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare perché corri infuocato / spinto dalla violenza delle gole.»

Pusterla ha scritto, questa volta, un libro-mondo un viaggio nelle viscere nostro tempo. Un consiglio: non leggete le note.

http://www.marcosymarcos.com/

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Verità nascoste

Stig Dagerman, Autunno tedesco, tr. Massimo Ciaravolo, Iperborea, pp. 160, € 16,00 stampa, € 8,99 eBook

recensisce ANNA RUCHAT

“L’atto conclusivo della distruzione – quale fu vissuto dalla quasi totalità dei tedeschi” scrive Sebald nella sua Storia naturale della distruzione “restò così, nei suoi aspetti più foschi, un infamante segreto di famiglia […] La reazione quasi naturale, dettata dalla consapevolezza del proprio disonore […] fu il tacere.” In quel suo libro fondamentale, Sebald parla dei pochi scrittori tedeschi e di alcuni stranieri che nei primi anni del dopoguerra osarono infrangere il tabù e raccontare la Germania distrutta dalle bombe: la fame e la miseria dei tedeschi che vivevano ammassati nei bunker dismessi, o sui treni fermi nei depositi delle stazioni, i bambini che scorrazzavano soli o per bande tra le macerie cercando cibo o carbone.

Tra i narratori stranieri più coraggiosi e onesti c’è, secondo Sebald, l’inviato del giornale svedese “Expressen”, lo scrittore anarchico Stig Dagerman. Il suo reportage Autunno tedesco, appena ripubblicato da Iperborea nella bella traduzione di Massimo Ciaravolo, non è infatti soltanto un testo imprescindibile per chi voglia capire cosa c’è all’origine della Germania occidentale, è incontestabilmente una pagina di grande letteratura. Nell’autunno del 1946 Dagerman parte dalla Svezia neutrale, per andare a raccontare le città tedesche, da Amburgo a Düsseldorf, da Colonia a Monaco, Norimberga e Darmstadt. Senza il filtro di ideologie o certezze, affronta la fame e la disperazione nei bunker pieni d’acqua di Amburgo. Incontra esseri umani che non parlano ma le cui facce “somigliano tanto ai pesci quando salgono verso la luce per prendere ossigeno”.

Ma più surreali delle cantine putride sono i tribunali dove si svolgono i cosiddetti processi di denazificazione: “Ci si sente trasportati nel fantastico mondo di Kafka” scrive Dagerman, “con le finestre parzialmente murate, le pareti rigorosamente spoglie, le lampadine fredde, il misero mobilio danneggiato dalle bombe e il tetto semidistrutto”. E in molti casi il processo stesso è una farsa perché esiste “una provvidenza, spesso di nazionalità americana, che prepara uscite di sicurezza dal triste palcoscenico dei tribunali per la denazificazione”. Dagerman è solidale con il dolore dei singoli tedeschi e rifiuta il concetto di colpa collettiva. Quella “sofferenza esige una partecipazione, una con-passione […] una partecipazione sempre sul punto di essere spenta dall’abitudine, dalla ripetizione e che pure è il solo sentimento realmente vitale”, scrive Fulvio Ferrari nella postfazione al libro.

Insomma Dagerman cerca le verità nascoste dietro gli stereotipi e si prende tutti i rischi della scrittura. Per questo ancora oggi la lettura di questo libro risulta per noi folgorante.

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