Una questione di classe

Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Edizioni Alegre, pp. 159, euro 14,00 stampa, euro 7,99 ebook

di LORENZO MARI

Non c’è due senza tre: dopo La danza delle mozzarelle (2015) e La santa crociata del porco (2017),  Wolf Bukowski firma un nuovo saggio ibrido per la collana “Tempi Moderni” di Edizioni Alegre, nel segno, quindi, della continuità rispetto al proprio posizionamento culturale e politico nel panorama editoriale italiano. Anche l’apparente cambio di tematica – dalle trasformazioni del cibo come luogo simbolico sul quale insistono diverse forze economiche, politiche e culturali ai cambiamenti, sempre variamente articolati, dei territori urbani – non deve trarre in inganno: quel che si trova costantemente all’opera, nelle sue pagine, è una critica dell’ideologia dai tratti fortemente operativi.

Lo si può riscontrare sin dalle prime pagine di questo libro, nelle quali Bukowski traccia la genealogia del “decoro”, e cioè di quel dispositivo securitario che ha origine negli Stati Uniti, con i famosi slogan ideologici della “tolleranza zero” – adeguatamente smontati nel libro – per poi arrivare in Europa, passando per la Gran Bretagna. In Italia, il decoro ha portato, tra gli altri, all’elaborazione dell’ormai ben noto “Daspo urbano”, insieme a una miriade di leggi nazionali e di ordinanze municipali, non di rado aberranti e in contrasto tra loro. Per questa trasformazione ancora in atto, come si diceva, «c’è una sorta di necessario lavoro propedeutico […] ed è quello mirato alla riconoscibilità delle classi sociali. […] Cancellata la classe, le persone saranno da un lato isolate nell’individualismo, e dall’altro confusamente riunite nel nazionalismo, riassumendo così in sé le due polarità del neoliberismo, e cioè quella progressiva e ottimista e quella rabbiosa e sovranista, che non si succedono né si sostituiscono, anzi si completano».

La questione del decoro, dunque, è una questione di classe o meglio, della presunta assenza di classe: puntellandosi sulla frammentazione della classe media e sull’invisibilità dei ceti subalterni, la “battaglia per il decoro”, o anche “contro il degrado”, colpisce soprattutto chi viene rappresentato come “indecoroso”, colpevolizzando la mancanza di risorse economiche o la provenienza da gruppi sociali oggetto di pregiudizio e discriminazione. Saldandosi con l’ideologia del merito, gli indecorosi non sono più soltanto “i poveri che non vogliono lavorare” – secondo l’enunciazione ideologica che è stata propria di tanti luoghi e tempi del capitalismo, dalla seconda rivoluzione industriale sino al razzismo anti-meridionale riattivato dai processi politico-economici di inclusione dell’Italia nell’Unione Europea – ma anche “i poveri che non vogliono farsi aiutare”: altra retorica vuota, se messa a confronto con lo smantellamento del welfare (già ora, più workfare che altro) che è in atto da decenni.

Come segnala Bukowski, tornando a un libro capitale come Cultura di destra di Furio Jesi, “decoro” – così come “sicurezza” o “merito” – è parte delle “idee senza parole”: veicolando l’ideologia delle classi dominanti, tali idee appaiono “né di destra né di sinistra”, ma si rivelano poi funzionali solo alla prima categoria – nella quale, a partire da questo ragionamento, non è difficile includere tanti partiti europei nominalmente “di sinistra”, come dimostra anche il libro, analizzando nel dettaglio Bologna e Firenze come laboratori italiani della trasformazione in atto.

Le idee senza parole, infine, sono estremamente funzionali anche all’atomizzazione della società, ossia alla condizione hobbesiana dell’homo homini lupus: ricordando forse, in sottotraccia, le parole del miliardario americano Warren Buffett – “la guerra di classe esiste e l’abbiamo vinta” – Bukowski sottolinea che quel che si presenta continuamente come “guerra tra poveri”, è, in realtà, una “guerra contro i poveri” e passa attraverso parole d’ordine tanto vuote quanto pericolose.

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