Un collettivo desiderio di ricostruzione

9 APRILE 2018

Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori Lo specchio, pp. 456, € 20,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Decenni di poesia dal 1970 ad oggi, nell’anno in cui escono in volume Tutte le poesie 1971-2017. Biancamaria Frabotta è la poetessa che pubblicava le sue prime scritture nella memorabile rivista “Tam Tam” di Adriano Spatola e Giulia Niccolai. Nell’epoca in cui alla poesia si rivolgevano forze d’inedita energia creatrice, questa poetessa iniziava a difendere i tratti distintivi dell’essere maschio e femmina, e a esporsi in tale combinazione, con Affeminata, “bianca” plaquette del 1977 per Geiger, la sigla editoriale dell’ineffabile duo.

La nota introduttiva era di Antonio Porta, fu quest’ultimo successivamente a inserirla nella gialla collana feltrinelliana, “appena in tempo”, dice l’autrice, accompagnando un’introduzione che ancora oggi si mostra capace di rendere abili servigi a ciò che ancora non sappiamo sulla poesia. Rumore bianco, questo il titolo, suggerisce quanto la trepidazione per ciò che si stava scrivendo, e l’irritazione per i tempi e i temi in voga, seguissero il destino non solo di un nome, del nome, ma anche quello dei segni che sciamavano in quel periodo. Questione di frequenze ottiche, di visioni terrene, di frenesie e depressioni, e di statuti messi in dubbio: rincorrere l’armonia voleva dire soprattutto percuotere settori sensibili del corpo. Il rumore bianco in fisica, si sa, suggerisce l’entropia della materia, con la lunghissima corsa verso il disordine.

Non per provocare facili metafore ma gli anni erano esattamente così, la disinvoltura con cui ci si faceva colpire dagli errori e anche dalla presunta verità era parte del nostro genoma, la si coltivava giornalmente in ogni settore, per strada e nelle redazioni, nelle assemblee e nei cortei, nella bellezza spesso soffocata e nelle parodie un po’ teatrali.

Ma c’era chi, più audace, se la prendeva col linguaggio, non vedendo l’ora di scappare dentro avventure più o meno solitarie. Anche pubbliche. Il famigerato Festival di Castelporziano, tenerezze e nostalgie da belle époque, a qualcuno piacerà ancora ricordarlo e “rivangarlo”, tanto per restare dentro la commedia brillante degli eventi poetici fra Milano e Roma (passando, non dimentichiamolo, attraverso l’Emilia Romagna le Marche e la Campania, sedi per nulla addormentate di certi ribollimenti). Dei risultati, anche antropologici, ne scrisse profondamente Porta, introducendo la prima raccolta di Frabotta: non mancò di porre a confronto i modelli femminili e maschili, e notare come il corpo storico della poesia fosse del tutto in mano all’uomo, lasciando alla donna la cultura familiare, più condizionata, nel poco spazio rimasto e quasi sempre ai margini della storia. Frabotta in controtendenza, da militante femminista e dunque messasi di peso dentro i patemi degli eventi, scavava, e non certo delicatamente, dentro la parte maschile della donna e la parte femminile dell’uomo. E dunque quel fare “assolutamente” anche poesia varcava alcuni caratteri, poco sondati, della ricerca poetica. Da un’assenza, subìta e vista come sottovuoto pneumatico, a una presenza acuta e messa in campo appena possibile. La pronuncia di questa poesia in pubblico dava un’immagine più concreta di chi fossero i poeti, amalgamandoli a chi li stava a sentire.

I poeti sono stati ben presenti dentro le pagine di Biancamaria Frabotta, e ancora di più lo si avverte in Da mani mortali, dove essi soggiornano interamente visibili, presenze quotidiane con tanto di nomi e cognomi. La serie dedicata a Giovanna Sicari, poetessa non più in vita, regala il senso di una commozione mai spenta e assieme diretta a rendere puro corpo quel che rimane. Il linguaggio ha a che fare con i suoi fantasmi, e proprio nel rileggere i libri pubblicati dal 1976 ad oggi se ne comprendono le variazioni stagionali e gli intrecci legatissimi alla perfezione formale. Tentazione di manierismo, diceva Porta, il Novecento di Montale tra la Bufera e Satura, aggiungerei.

Ma qui il terreno si fa arduo e le complicazioni estetiche poco aiutano avendo da leggere una poetessa come Frabotta, così attenta ai cambiamenti, al memoriale, all’incrociarsi dei corpi durante gli stadi bassi e alti dell’esistenza. La sua lingua dialoga con la natura circostante, accurata evita di scambiarla per naturalezza, e dopo gli esordi comprensibilmente scontrosi e irritati ogni passaggio è avvenuto in compagnia di chi fosse capace di considerare il dialogo come qualcosa da trasformare in tema, espressione, viaggio illuminato verso la maturità. La formazione “biologica e storica” è ben spiegata in una lettera del 1975, a compendio di testi inseriti nell’antologia “Il pubblico della poesia”. Le sue scritture, convincendosi dapprima sulle opere di Eliot Montale Pavese e Baudelaire, incontravano certe esperienze d’avanguardia “marginale” (ma quanto appariranno centrali, subito dopo) come quelle di Amelia Rosselli e Spatola per congiungersi alla storia corrente, lei prima protagonista.

Quanti squilibri (maschio-femmina, natura-artificiale, politica-privato) si sono depositati e amalgamati nel corso del tempo? Da La Viandanza a La pianta del pane, passando nel capolavoro di concretezza e affabilità che è Gli eterni lavori, pubblicato a Genova da Giorgio Devoto con le sue edizioni San Marco dei Giustiniani. Una ricerca dei rimedi al male congenito, pure alla morte, anche se è un azzardo destinato a essere sconfitto, e una sorta di compendio al tempo storico. Nel magma poetico di questi decenni non è cosa da poco. Anzi, tradurre il senso della formazione poetica in un gesto comprensibile, dare cognomi e nomi al lettore un po’ esausto per tante letture ridondanti, è quanto di più ermeneutico e strategicamente efficace possa offrirsi.

In tal senso si può rileggere il Quartetto per masse e voce sola, del 2009, dove il racconto della poesia (romana e “fuori le mura”) diventa la vicenda di un popolo che desiderava a ogni costo la salvezza della parola, unita alla salvezza del corpo. Le pagine sui poeti, accostati come navicelle alla deriva, si intrecciano a quelle più sicuramente personali, e mai separate dall’epoca che si compiva. Atti d’amore e di furori poco astratti, dove la ricerca poetica resiste tra odori di cibo e malattie a malapena contrastate. In tutti quegli anni, così amabilmente e schiettamente ritratti, avanza la storia personale, con la vocazione a stemperare in stanze formalmente persuasive e benefiche il proprio confronto con la natura e tutti gli abitanti in essa conosciuti. Una famiglia articolata secondo gli affetti e i conseguenti attriti, dentro una lingua lontana dal narcisismo e pacatamente presa dal suo lavoro.

La ricaduta per il lettore è una sorta di good vibration piena di responsabilità, pur nell’attraversamento del tutto personale, perché tale è in fondo la poesia. Nelle letterature europee questa responsabilità verso testo e lettore non si avverte facilmente, sembrerebbe di dover incidere a fondo l’attenzione dello spettatore, coinvolgendolo in una rivoluzione troppo individuale. La poesia del Novecento ha attraversato diversi spazi utilizzando questi binari, nel paesaggio inquietante delle guerre e guerriglie. Ma sono gli stessi binari che vanno dritti, almeno in Italia, al governo della lingua quando questo diventa un mezzo di dialogo fra madri padri e figli.

Nella Viandanza Frabotta prende con forza il passo di una riconoscenza, oltre che della conoscenza, verso chi l’ha messa al mondo con estro, nonostante i disastri del dopoguerra, nonostante le troppe lapidi nei campi e sulle colline. La compattezza di ricerca e di esiti comunica un senso ancora più estremo di “realtà”, tanto che questa raccolta del 1995 la si può considerare un vero fulcro di maturità. Territoriale e umana perché non si sottrae alla difesa della parola, lasciando interamente perdere i percorsi alternativi.

Giunti a oggi, in questo volume che comprende anche una recente raccolta inedita (La materia prima), si avverte in pieno come la concretezza non sia mai venuta meno in questa poetessa, eretta calma e portatrice di savissimo sorriso. Dagli esordi al tempo odierno si decreta la fine delle strategie mentre tutte le idee sullo scrivere riacquistano la forza necessaria a parlare alle masse di un’esperienza intima, “ragionevole”. Per entrare di buon merito in una letteratura addossata al collettivo desiderio di ricostruzione.

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