Sostanza bianca

Andrea Zandomeneghi, Il giorno della nutria, Tunué, pp. 152, €16,00 stampa

di LORENZO MARI

È il disegno di un cervello umano a dominare la copertina, ma Il giorno della nutria, esordio sulla distanza lunga di Andrea Zandomeneghi per i tipi di Tunué, non è affatto un romanzo cervellotico, com’è stato definito da alcuni. Cerebrale sì, ma sempre con cognizione di causa, per poter mantenere alta la cifra stilistica e non far cadere nello scontato e nel triviale la spinta verso il grottesco cui va incontro ogni singola parte del testo.

Questo premesso, non è comunque un’impresa facile parlare di un romanzo che propone una lemniscata come numerazione di capitolo per l’epilogo, aprendosi così all’infinito cui rimanda, in matematica, il segno dell’otto rovesciato, mentre la storia viene a essere, per contro, ermeticamente sigillata.

Si può allora partire da quest’ultimo dato, ossia da un epilogo nel quale l’inquietante mistero legato al petit fait divers (e per molti versi, altro che piccolo!) su cui si impernia l’esilissima trama trova un puntuale, forse prevedibile, scioglimento. Il ritrovamento del cadavere di una nutria scorticata e congelata sulle scale di una casa di Borgo Carige, frazione di Capalbio, ha infatti, fin da subito, un solo colpevole, mentre la narrazione non fa altro che depistare e disorientare, proponendosi più che altro come un sofisticato esperimento nell’arte della digressione. È sempre altro, quindi, a interessare moltissimo e al tempo stesso per nulla – secondo un paradosso vagamente nichilista che, del resto, è caratteristico dello scrivere digressivo – il narratore e protagonista, Davide Aloisi, e il lettore con lui.

Occupa molto spazio, per esempio, la costellazione culturale di riferimento che, spaziando dalla letteratura esoterica alla pubblicistica web e attraversando opere di letteratura e filosofia più o meno canoniche, si offre infine come universo fortemente entropico. Non vi è tragedia, in questo, quanto piuttosto il ricorso a un’ironia tipicamente postmoderna: se qualche recensione si è soffermata sul riferimento a Roberto Calasso (anche perché di quest’ultimo è l’epigrafe iniziale), al quale un altro personaggio, Don Stefano, scrive lettere polemiche e invariabilmente senza risposta, sono ancora molte altre le citazioni che lasciano il sorriso e il segno. Provare per credere, magari guardando, come fa Davide Aloisi, i video di Marco Guzzi su Youtube mentre si è sulla cyclette.

Altro versante di sicuro interesse è la sistematica deformazione psicotica tanto della narrazione quanto della digressione: sintomo, più che delle varie dipendenze dichiarate dal narratore, di un narcocapitalismo à la de Sutter che è a sua volta risvolto inquietante del più generale realismo capitalista à la Fisher che si intende ormai come marca di definizione della contemporaneità.

Anche da questo nasce una galleria di personaggi variamente declinati, com’è già stato accennato, nei toni del grottesco e che difficilmente lasciano la memoria del lettore – rivelando anche la personale deformazione, in tutto e per tutto professionale, dell’autore (Zandomeneghi, infatti, è anche editor e fondatore di una realtà culturale già molto solida e interessante come la rivista online Crapula Club).

In fondo, la lemniscata posta in epilogo è anche, etimologicamente, “in forma di lemnisco” – evocando non solo, in latino, il nastro decorativo per palme e ghirlande (qui di agghindato c’è ben poco!), ma soprattutto quel lemnisco mediale, o sostanza bianca, che trasporta al cervello gli impulsi nervosi correlati alle stimolazioni percettive.

La digressione, ormai, è tutta compresa nel tragitto.

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