Romanzo esoterico vintage

Carlo H. De’ Medici, Gomòria, Cliquot, pp. 260, euro 20,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Manoscritti ritrovati in umide cantine, storie ripescate in polverose riviste, opere mai tradotte riportate alla luce. Cliquot è la casa editrice del recupero dei classici mancati, delle belle opere dimenticate.

Basterebbe questa presentazione sul frontespizio del catalogo per farci già amare la piccola e ricercata casa editrice romana il cui nome rimanda a molti e dotti riferimenti, ma che, a un lettore nonché bevitore come me, evoca soprattutto – nonostante la leggera differenza ortografica – il Veuve Clicquot Ponsardin, uno dei più rinomati champagne. Stesso stile e raffinatezza dello champagne hanno infatti la scelta editoriale sofisticata e la grafica elegante dei volumi pubblicati da Cliquot.

Molte le collane, dedicate agli scacchi, ai fumetti, alla narrativa fantastica e ai generi; molti gli autori, scoperti o riscoperti, sull’onda del valore intrinseco e non certo dell’effetto mediatico: un nome per tutti, un genio del fantastico non abbastanza ricordato e celebrato quanto meriterebbe, Fritz Leiber – venerato dagli edotti ma ormai lontano dall’attenzione del lettore comune – cui Cliquot ha caparbiamente dedicato un bel volume antologico, La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, ed un dettagliato saggio in ebook, L’universo e Fritz Leiber di Federico Cenci (traduttore dei racconti leiberiani contenuti nell’antologia). Altri gioielli in catalogo sono i capolavori dimenticati della proto-fantascienza italiana, Alla conquista della Luna di Emilio Salgari e Gli esploratori dell’infinito di Yambo.

In quest’ottica pionieristica, indifferente alle mode e ai gusti di massa, si situa la riscoperta di un testo e di un autore affascinanti quanto ignoti. Carlo Hakim De’ Medici, il vero cognome dovrebbe essere Verstl Eichtaedt, nobile polacco, nato a Parigi nel 1887 – la data di morte, non è nota – vissuto in provincia, a Gradisca d’Isonzo; giornalista, scrittore e illustratore, dedito alla narrativa gotica e allo studio teorico e pratico delle scienze occulte; figura così feuilletonistica da far sospettare una pura invenzione letteraria o la burla di un contemporaneo sotto pseudonimo, se l’autenticità del personaggio non fosse confermata dallo stile d’epoca, difficilmente imitabile, della scrittura del romanzo e dal tratto inequivocabilmente decadente delle pregevolissime illustrazioni che lo accompagnano. Ma l’esistenza di De’ Medici viene attestata soprattutto dalla consultazione da parte di chi scrive, a scanso di equivoci, del catalogo della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che conferma fedelmente l’esistenza dell’intera bibliografia citata nell’intrigantissima postfazione di Guido Andrea Pautasso: essa nomina, oltre a Gomòria del 1921, le Leggende friulane del 1924, I topi del cimitero del 1924, Nirvana d’amore del 1925, la traduzione uscita nel 1929 del sulfureo Là-bas di Joris-Karl Huysmans, più vari altri titoli di volumi presenti in biblioteca, compresi i “testi di occultismo ed esoterismo di difficilissima reperibilità”.

Appurata l’attendibilità delle scarne informazioni sull’autore, veniamo al romanzo. Un racconto magico, secondo la definizione dello scrittore, che, innestando la figura del dandy Fin de siècle su uno scenario gotico – il castello di Malanotte sperduto in una lugubre Maremma non ancora bonificata – e a tratti pre-surrealista, riunisce nel protagonista Gaetano Trevi di Montegufo, i tre archetipi cardinali del Decadentismo: l’Esteta, l’Inetto, e il Superuomo. Dell’Esteta Trevi reca in sé lo spleen e la reclusione nevrotica del Des Esseintes huysmansiano, l’aristocratico diabolismo luciferino del Dorian Gray di Wilde e l’erotismo degenerato dell’Andrea Sperelli dannunziano; dell’Inetto la dipendenza dall’etere, la megalomania insoddisfatta e l’inclinazione al capriccio e all’ossessione (pare che una copia del romanzo di De’ Medici appartenesse a Italo Svevo, che l’aveva annotata e sottolineata: un qualche parallelo con Zeno potrebbe non essere peregrino); del Superuomo infine, l’uso spregiudicato, “al di là del bene e del male”, di tutte le tecniche occulte – “amplessi lunari”, riti satanici contronatura, iniziazioni alchemiche – che possano conferire all’esangue aristocratico il ruolo demiurgico di Magus.

La storia procede per tòpoi – ma con gusto e vivacità. Trevi raccoglie dalla strada la zingarella Zimzerla per trasformarla in una femme fatale e, dopo averla sedotta, restituirla sadicamente alla strada da cui viene, ma la fanciulla – quasi come l’Alraune ideata dieci anni prima dal tedesco H.H. Ewers nell’omonimo romanzo che ricorda in parte questo, anche per il poderoso ricorso, data l’epoca assai disinibito, all’erotismo – non è quello che sembra. In lei si annida Gomòria, demone manifestato sotto apparenza femminile, secondo lo Pseudomonarchia Daemonum di Giovanni Wierus, grimorio del 1563. E si squaderna così un altro tòpos: la biblioteca del castello di Malanotte, ricca di testi ricercati e proibiti, grimoires e trattati di arti occulte, citati con dovizia di particolari, da quelli reali, come lo Pseudomonarchia, il De magia et maleficiis, il De diabolico delirii rimedio, ecc. fino agli pseudobiblia: con tre anni di anticipo sul Necronomicon lovecraftiano, De’ Medici ci propone Sathan di Cosimo Ruggieri, astrologo di Caterina De’ Medici, volume rilegato in “pelle di bimbo morto senza battesimo”.

La storia, secondo i canoni del soprannaturale stregonesco, procede verso un finale faustiano (nel senso di Goethe, più che di Marlowe): come spiega Pautasso, “un’opera iniziatica, con l’autore che, distillando conoscenze segrete e pratiche magiche, presenta il suo Mistero nella speranza di esercitare sui lettori una speciale rivelazione”. Il testo si situerebbe dunque, secondo il curatore, nella scia di quei romanzi fantastici dalle intenzioni esoteriche, come quelli dell’austriaco Gustav Meyrink – Il Golem, L’angelo della finestra d’Occidente, Il volto verde, ecc. – quelli dei francesi affiliati all’Ordine Cabalistico della Rosa-Croce, come Joséphin Péladan, o quelli degli autori inglesi legati all’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, come Arthur Machen, Algernon Blackwood o (mancava solo lui…) Aleister Crowley in persona.

Noi però ci accontentiamo della godibilità tardo-decadente e orrorifica del romanzo e, senza cercare arcani segreti, preferiamo perderci a contemplare la torbida bellezza delle immagini liberty, opera dello stesso De’ Medici, che corredano il volume (segnalibro compreso): visioni degne dei grandi dell’illustrazione fantastica europea come Alberto Martini o Alfred Kubin.

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