Robot, donne, androidi strani al cubo

3 Novembre 2017

Non sarà famoso come il Salone di Torino o Festivaletteratura di Mantova, ma anche Stranimondi, se non altro per chi s’interessa alla fantascienza in tutte le sue forme, sta diventando un appuntamento di un certo rilievo; pertanto pubblichiamo questo corposo reportage che tocca argomenti assolutamente d’attualità.

riferisce MARIASILVIA IOVINE

Il 14 e 15 ottobre si è tenuta a Milano la terza edizione di Stranimondi, l’incontro annuale incentrato sulla letteratura fantastica che comprende i “Delos Days” e la “Weirdiana”. Quest’anno, ospiti d’onore Alda Teodorani, Pat Cadigan, Anne-Sylvie Salzman, Bruce Sterling, Paolo Barbieri e, in collegamento, Valerio Evangelisti. Stranimondi si conferma come un evento centrale nel panorama dell’editoria italiana di genere, attestato da un significativo successo di pubblico, con più di mille ingressi in due giorni (non poco per un raduno di questo tipo); editori, artisti, scrittori, lettori si sono così ritrovati a scambiarsi opinioni e ad ascoltare conferenze.

Tra le novità editoriali, vi segnaliamo la raccolta di racconti di Anne-Sylvie Salzman, pubblicata da poco dalle Edizioni Hypnos con il titolo Lacerazioni: si tratta della prima traduzione italiana delle opere dell’autrice francese. Durante l’incontro dal titolo “Odissea nella fantascienza”, invece, sono state presentate le ultime novità targate Delos Digital, uscite nella collana Odissea Digital Fantascienza: Anna Feruglio Dal Dan (Senza un cemento di sangue), Marco Crescizz (Brandelli d’Italia), Giovanna Repetto (Il nastro di Sanchez), Nino Martino (Errore di prospettiva) ed Elena Di Fazio (Ucronia, Premio Odissea 2017) si sono raccontati in una chiacchierata sulla fantascienza e qualche riflessione sul percorso che ha portato ognuno di loro a pubblicare con Delos.

Tra il fantasy e il weird, invece, le novità targate Acheron Books: da Zappa e Spada, un’antologia di “spaghetti fantasy”, a Dark Italy, che raccoglie alcuni tra i migliori autori horror italiani come Cristiana Astori, Mauro Boselli e Claudio Vergnani. Tra sabato e domenica, le presentazioni sono state numerose: da Cesare Il conquistatore, nuovo capitolo della saga di Franco Forte, a Carnivori di Franci Conforti (Premio Kipple 2017), accompagnata dalla vincitrice del Premio Short-Kipple 2017, Giovanna Repetto (La legge della penombra). Infine, vogliamo segnalare Oltre – Storie dal futuro (Sad Dog Project), i cui ricavati permetteranno di raccogliere fondi a favore del centro di riabilitazione pediatrica Alyn di Gerusalemme. Oltre alle presentazioni, ci sono stati i momenti di approfondimento tematico, come l’intervento di Giuseppe Lippi sull’orrore del mare nel panel intitolato “La seduzione degli abissi”. Tuttavia, mi vorrei concentrare su due panel in particolare: “Robot al posto di uomini”, dedicato ai cambiamenti della nostra società a fronte delle attuali innovazioni tecnologiche, e “I mille volti del fantastico”, con interventi di Pat Cadigan, Anne-Sylvie Salzman e Alda Teodorani, dedicati alle sfaccettature della letteratura fantastica.

“Robot al posto di uomini” ha avuto come relatori Silvio Sosio, il patron di Delos Books, Piero Schiavo Campo, vincitore del Premio Urania 2012 e 2016, il giornalista scientifico Roberto Paura e Marco Antoniotti, docente di informatica all’Università degli Studi Milano Bicocca. Come ci ha ricordato Sosio introducendo il tema, nella letteratura fantastica (e poi nel cinema) sono numerosi gli esempi di “intelligenze artificiali”, usate soprattutto quali metafore filosofiche o sociali: nella realtà quotidiana, invece, è più che mai attuale il dibattito sui cambiamenti che le nuove tecnologie porteranno nel mondo del lavoro. Dall’ambito strettamente letterario si passa inevitabilmente a discutere l’impatto della “rivoluzione robotica”, e se essa sia iniziata ben prima degli anni Dieci del nuovo millennio: in una visione più realistica delle nuove tecnologie, ben diversa dai “robottini giocosi di Star Wars”, come sottolinea Sosio, le nuove tecnologie sono meno umanoidi nell’aspetto, ma potenzialmente in grado di sostituire il contatto umano.

Oltre ai bot usati quotidianamente sulle app più moderne, esistono anche i sistemi ausiliari per la guida, per ora irrealizzabili se pensiamo alle auto intelligenti del film Io, robot, ma che stanno muovendo i primi passi sotto altra forma sul mercato automobilistico. D’altronde, anche l’organizzazione logistica delle vendite online sembrava ingestibile qualche decennio fa, eppure proprio in questo momento sono moltissime le persone che lavorano, di fatto, al servizio di un’intelligenza artificiale, che le indirizza, tiene conto degli spostamenti e addirittura dei tempi di percorrenza. In particolare, fa notare Antoniotti, c’è un campo dell’economia nel quale le “intelligenze artificiali” hanno avuto uno sviluppo impressionante e dalle quali dipende, di fatto, una buona parte del nostro benessere: il mondo della finanza. È difficile anche solo rappresentare visivamente la quantità di dati che che i sistemi di HFT (High-Frequency Trading) devono maneggiare in brevissimo tempo per intervenire sui mercati con transazioni “ad alta frequenza”: in queste negoziazioni gli algoritmi operano in frazioni di secondo…

Durante la discussione sono stati fatti molti esempi su come le intelligenze artificiali stiano guadagnando terreno, fino a porsi la domanda capitale: “spostare” il lavoro dall’umano alla macchina produrrà lavoro “altrove”? E se sì, in che campo, con quali modalità? Tra gli stessi relatori, durante la discussione, c’è stato disaccordo in merito: non c’è da stupirsi, dato che si mettono in gioco problemi non solo economici, ma anche sociali ed etici. A questo proposito, interessante l’intervento di Alain Voudì, dal pubblico, secondo il quale lo “spostamento del lavoro” incontrerà notevoli resistenze a livello sociale. Il lavoro infatti, non solo è denaro, ma è anche e soprattutto cultura. Che ne sarà di noi, dunque? Robot al fianco degli uomini o al loro posto?

Come si è visto, quando ci si riunisce a parlare degli scenari proiettati dalla fantascienza nelle sue varie forme si finisce facilmente a parlare di questo mondo e delle nostre inquietudini. Proprio per questo ho voluto dare spazio al panel “Robot al posto di uomini”, esempio di come una convention possa partire dall’immaginario tecno-scientifico per affrontare argomenti di grande attualità senza scendere nella verbosità e nello snobismo. Tuttavia, il tema portante di questa edizione di Stranimondi, come in parte di quella dello scorso anno, è stato un altro: il ruolo delle donne nel mondo della fantascienza. Si tratta di una questione complessa, che si inserisce nella tanto contestata discussione sulla parità di genere nella società moderna – argomento, quest’ultimo, che, dopo le speranze passate di una rivoluzione etica, politica e culturale, si sta deteriorando in un intreccio desolante di obiezioni, polemiche e distinguo. Non è un caso che la fantascienza sia stata coinvolta: anzi, sarebbe stato strano il contrario, dato che proprio la fantascienza, dalle distopie orwelliane alla fantascienza sociale, si è sempre trovata in prima linea nel rappresentare anamorficamente la società contemporanea e le sue contraddizioni. Se ad alcuni le infinite discussioni al riguardo possono essere sembrate pretestuose, l’oggettiva latitanza di autrici nel panorama fantascientifico attuale è in grado di mettere a tacere qualunque scettico sull’argomento. Come già accennato, Stranimondi si è posto in prima linea nella discussione: nel 2016, con il panel “La fantascienza è delle donne”, e quest’anno, con una netta predominanza femminile tra gli ospiti, nonché gli interventi (di uomini e donne) sull’argomento.

Partiamo da una delle ultime presentazioni della convention: “Donne al (tele)comando”, col quale Giulia Iannuzzi ha delineato per sommi capi il ruolo delle figure femminili nel cinema e nella televisione.

Parlando in generale, spiega Iannuzzi, i dati del Centre for the Study of Women in Television & Film mostrano come i protagonisti di film e serie televisive prodotti negli Stati Uniti siano soprattutto maschi. Oltre a questa “asimmetria quantitativa”, troviamo una “sperequazione qualitativa”: i personaggi femminili sono più spesso associati a scene di nudo e/o a un abbigliamento provocante e, in ogni caso, più sono i personaggi femminili maggiori sono le possibilità di riferimenti verbali alla loro attrattività fisica e in genere la loro sessualizzazione. D’altronde, anche al di fuori della finzione cinematografica e televisiva è nota la cosiddetta gender inertia del mondo di Hollywood: “l’industria resta virtualmente a un punto morto nel suo impiego di donne dietro le quinte”, segnala il Women Media Center. Secondo uno studio realizzato dall’Università di San Diego, sui primi 250 film campioni di incassi prodotti negli Stati Uniti, solo il 16% di tutti i lavoratori del settore (registi, sceneggiatori, produttori, produttori esecutivi, ecc.) sono donne: una percentuale desolante, tra l’altro in diminuzione se si guardano i dati degli ultimi quindici anni.

Tuttavia, a piccoli passi, dal secondo dopoguerra a oggi, qualcosa sta davvero cambiando: nella produzione cinematografica/televisiva del genere drama (o comunque estraneo alle situation comedy) è evidente una crescita esponenziale dei protagonisti femminili, con due curve significative, la prima a metà degli anni Settanta, la seconda a metà degli anni Novanta. Forse, ci chiediamo, potrebbe essere proprio la finzione sul grande e sul piccolo schermo la scintilla che porterà a un cambiamento duraturo nell’industria hollywoodiana? Per quanto mi riguarda, si tratta di una domanda retorica: molti sono stati i “fuochi di paglia” nel corso dei decenni, e, secondo me, per quanto il cinema e la televisione possano influenzare la nostra visione del mondo, non sono da soli sufficienti a cambiare le cose. Sono convinta che non sia possibile continuare a essere spettatori di una rivoluzione culturale “dall’alto”: il cambiamento deve partire da noi stessi ed essere riflesso dal cinema, dalla televisione, dalla letteratura. Subire passivamente le mode dell’industria culturale, che monetizza i nostri desideri inespressi, significa indossare la maschera dei grandi ideali: una maschera di creta, che si sgretolerà al primo cambio di vento.

In questo contesto, ritornando all’intervento di Iannuzzi, la fantascienza ha una grande risorsa nel fandom: è qui che la situazione si ribalta, in una sorta di riappropriazione che prescinde dai contenuti di genere del franchise. D’altronde, nel cinema e nella televisione è stata proprio la fantascienza ad essere rivoluzionaria: pensiamo a Wonder Woman (1975), o a La donna bionica (1976), veri e propri punti di svolta per l’immaginario collettivo, nonostante la scelta di una protagonista femminile “forte” fosse stata mutuata da altri generi narrativi (come le serie TV poliziesche). Negli anni Novanta, il perno di una nuova rivoluzione sul piccolo schermo è stata Xena, la principessa guerriera. La serie omonima, prodotta da Sam Raimi, è nata come spin-off di Hercules nel 1995: entrambe non temono di mostrare donne determinate, coraggiose, guerriere, come Xena e Olimpia, dice Iannuzzi, ma – aggiungo io – anche come Callisto, Nebula, la giovane Evi / Livia…

Tra gli anni Ottanta e Novanta sono stati numerosi i canali dedicati a un pubblico femminile: d’altronde, dopo la crisi economica del decennio precedente, la classica famiglia patriarcale, con la donna madre, moglie e quindi casalinga, era stata messa in crisi e la presenza femminile nel mondo del lavoro s’era fatta più massiccia e si poneva in diretta concorrenza con i colleghi uomini. E quindi, finalmente, negli ultimi decenni del secolo scorso si sono potuti vedere sul piccolo schermo personaggi femminili psicologicamente complessi. Eppure, in questa rosea descrizione della parità di genere televisiva degli anni Novanta, Iannuzzi pone l’accento su due serie tv di quegli anni: Ally McBeal (1997) e Sex and the City (1998). In entrambe si mostrano donne emancipate, ma tormentate dalla necessità di conciliare lavoro e famiglia oppure estremizzate a tal punto da parlare sempre di sesso, in una caricatura del macho, deformante per le donne come per gli uomini. In alcuni casi si è cercato di rompere questo schema: tra tutte, Iannuzzi ricorda Dana Scully (X-Files, 1993-2002), scienziata dalla mentalità razionale contrapposta al collega Fox Mulder, più intuitivo (caratteristica questa tradizionalmente considerata femminile).

Da questo punto di vista la fantascienza si è più volte dimostrata davvero innovativa, basti vedere Star Trek, Battlestar Galactica (ma anche, mi permetto di aggiungere, Jessica Alba in Dark Angel e l’indimenticabile Miss Parker di Jarod – Il camaleonte). In tempi più recenti, è stato interessante osservare l’evoluzione del personaggio di Dolores Abernathy in Westworld, rappresentata visivamente anche dai cambiamenti di vestiti della protagonista, dal vezzoso abito dei primi episodi ai pantaloni da cowboy, ma Iannuzzi ricorda anche l’importanza delle serie horror e young adult, in primis Buffy – L’ammazzavampiri. La figura della donna ha quindi avuto una lunga e travagliata storia dal 1945 a oggi, in un percorso verso la parità di genere che ha visto cambiamenti improvvisi seguiti da mesti ritorni alla rappresentazione della donna come moglie-e-madre: la “maschera di creta” di cui sopra, in una zona grigia tra emancipazione e sessualizzazione, quasi sempre un passo indietro ai colleghi maschi.

E la letteratura?

In questo contesto, mi limiterò a parlare delle sole autrici e non dei personaggi femminili, che sarebbero un argomento troppo vasto e troppo complesso. Nel suo articolo intitolato “La fantascienza è delle donne”, finalista al Premio Italia 2017, Giulia Abbate raccontava come le relatrici del panel omonimo dell’edizione 2016 di Stranimondi vedessero il loro legame con la fantascienza: Tricia Sullivan, in particolare, spiegava che, secondo lei, “a nessuna, nonostante meriti e titoli, è mai davvero concesso di sentirsi arrivata, di sentirsi figura di riferimento. In questo ambiente alle donne non è dato emergere veramente”. Nel suo intervento, Sullivan citava come esempio proprio Pat Cadigan, tra le ospiti d’onore a Stranimondi 2017, che ha preso parte al panel “I mille volti del fantastico”, assieme ad Alda Teodorani e Anne-Sylvie Salzman, e ha parlato della letteratura fantastica, del suo modo di affrontare il lavoro e anche del suo essere autrice. Alla domanda specifica di Francesco Verso, che le ha chiesto se come scrittrice abbia subito discriminazioni per il suo essere donna, Pat Cadigan ha confermato quello che diceva di lei Tricia Sullivan: in alcuni ambienti le sono stati necessari più di trent’anni di carriera per essere considerata pari ai colleghi maschi. Tuttavia, dichiara orgogliosamente Cadigan – e siamo d’accordo con lei – quelli che rifiutano per principio qualunque storia di fantascienza scritta da una donna sono fortunatamente eccezioni che pertanto non meritano considerazione.

Al di là di tali tristi personaggi, ci sono casi in cui gli autori maschi sono evidentemente preferiti alle colleghe, anche in convention internazionali. Pat Cadigan non si considera un’estremista: non è una di quelle persone che in ogni pubblicazione si mette a contare il numero di autrici e di autori. Su questo le fa eco Alda Teodorani, fermamente convinta, e a ragione, che non esista una scrittura femminile e una maschile: al massimo, sostiene l’autrice, si può parlare di una scrittura “delle donne” in senso di militanza politica. D’altronde, continua, la scrittura non può essere fatta a tavolino: non è solo trama e scaletta, ma anche emozione profonda, per questo – aggiunge Anne-Sylvie Salzman – non dobbiamo scrivere “come donne”, ma “come esseri umani”. Più progressi saranno fatti dalle autrici, conclude Cadigan, più appariranno ridicoli gli estremisti che le disprezzano: tuttavia, il vero problema non sono questi personaggi, rari, ma la “zona grigia”, quella che, aggiungo io, obbliga le donne a lavorare il doppio per ottenere la metà del riconoscimento degli uomini. Pat Cadigan però è ottimista: i cambiamenti, anche quelli epocali, iniziano dalle persone comuni che continuano a guardarsi attorno e a lavorare per migliorare le cose.

In conclusione: abbiamo parlato del futuro, rappresentato da androidi e robot, ma anche e soprattutto del presente, perché sappiamo bene che, come diceva Schiller, “nell’oggi cammina già il domani”. La fantascienza contemporanea non può essere estranea alla questione femminile: al di là di iniziative a mio avviso ridicole, con premi separati per genere o decisi in base a “quote rosa” di dubbia efficacia – più una ghettizzazione che una vera parità – il problema della rarità delle autrici nel panorama italiano esiste. Secondo me, tuttavia, è necessario ripartire dalla base: la fantascienza è, nel nostro Paese, un genere “di nicchia”, ed è quindi comprensibile che le giovani autrici si dedichino ad altri generi che possano consentire un accesso più facile alla “grande editoria” – o meglio, all’editoria dei grandi numeri, perché la definizione di “grande editoria” sottintende una distinzione anche qualitativa tra “grande” e “piccola” editoria…

Comunque, fermo restando che la fantascienza è un genere da troppo tempo bistrattato nel nostro Paese, la domanda è: come possiamo abbattere le barriere attorno a questo tipo di letteratura? A Stranimondi, Franco Ricciardiello ha sottolineato la necessità di un rinnovamento: “Fino dai primi passi della fantascienza nel nostro paese, siamo stati troppo tolleranti con gli autori italiani. Cresciuti in un vero e proprio ghetto, ci siamo costruiti al suo interno una seconda cerchia di mura protettive per tenere fuori la Letteratura. Questo cerchio interno si chiamava fandom. Per anni, all’interno del fandom ci siamo confrontati non con gli scrittori pubblicati dalle case editrici, ma con altri fanzinari”. Nel blog di Daniele Barbieri, Giulia Abbate ha ripreso l’intervento di Ricciardiello aggiungendo che: “[…] la qualità della nostra produzione letteraria [è] messa in prima linea, mai come ora. […] Per questo, mai come ora dobbiamo entrare in un ordine di idee diverso da quello del fandom appassionato che manda avanti chiunque purché parli di navi spaziali e stimoli quel sense of wonder risalente a un’adolescenza persa nelle nebbie del tempo”.

Da parte mia, condivido la necessità di abbattere le barriere, mantenendo proprio quella passione e quel sense of wonder del risorgere e spiccare il volo oltre le mura della mediocrità che ci hanno costruito attorno – o, direbbero alcuni, che noi stessi abbiamo costruito. Tuttavia, voglio aggiungere: la letteratura non è mai stata “solo” letteratura. La fantascienza, figlia di quella letteratura del fantastico che ha le sue radici nell’essenza stessa dell’essere umano, è la parola del futuro, del diventare, creare, immaginare, riflettere: dobbiamo rifiutare con forza il pregiudizio che si tratti di una letteratura minore, perché, di nuovo, l’idea stessa che possa esistere una letteratura ”minore” di un’altra rappresenta una sconfitta. È necessario ritornare al passato, non nel senso di anacronistiche imitazioni della fantascienza anteriore alle rivoluzioni della New Wave e del Cyberpunk, ma in quello di ricercare l’essenza del “perché”, del “come fare”, della nostra umanità. A quel punto, e qui mi ricollego alle parole degli autori e delle autrici intervenuti a “Stranimondi”, le definizioni rigide, la categorizzazione e le conseguenti discussioni interminabili su cosa sia o non sia la fantascienza, cadranno – come cadranno le differenze di genere.

 

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share