Ritratto del passato

Wendell Berry, I primi viaggi di Andy Catlett, tr. Vincenzo Perna, Lindau, pp. 137, €13,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Può sembrare di primo acchito un romanzo in tutto e per tutto identico ai libri di Kent Haruf, autore della Trilogia di Holt (NNE edizioni). Storia ambientata in America, vite tranquille, pagine lente in cui non accade nulla. Insomma la solita solfa. E qui casca l’asino, perché questo romanzo di Wendell Berry (classe 1934, poeta, romanziere e critico ma anche agricoltore, attivista ecologista e pacifista) ha poco a che vedere con i lavori del connazionale sopracitato.

Siamo nel 1943 e tutt’intorno ci circondano le campagne del Kentucky. La guerra di secessione americana ha lasciato segni profondi nel mondo e nel cuore delle persone, le differenze razziali sono sotto gli occhi di tutti e i privilegi di un mondo nuovo che incombe le pone sostanzialmente su due piani differenti: chi ha elettricità e auto con cui spostarsi, e chi invece vive ancora dei soli prodotti dell’agricoltura, si sposta su carri trainati da cavalli o muli, e mangia letteralmente a lume di candela.

Qui incontriamo Andy, un ragazzino di 9 anni che nelle vacanze di Natale trascorre pochi giorni a casa dei nonni paterni prima, e in quella dei nonni materni poi. Questo viaggio rappresenta per Andy soprattutto un passaggio dall’età infantile all’età adulta, perché il nostro piccolo uomo affronta per la prima volta e da solo quest’avventura che lo porrà di fronte ad un contrasto, seppur inconscio. I nonni paterni vivono in una fattoria priva di ogni privilegio e per strano che possa sembrare agli occhi di Andy, lavorano fianco a fianco con persone di colore che li aiutano a gestire la proprietà.

I nonni materni invece appartengono a un mondo decisamente più vicino alle comodità che le varie scoperte hanno portato: posseggono un’auto, e una radio che accendono e spengono senza preoccupazioni riguardo al consumo della batteria, e possono usufruire di un bagno dotato di acqua calda a volontà. Ma i lavoranti nella loro fattoria sono persone di colore con cui non intrattengono alcun tipo di rapporto confidenziale. Insomma, due realtà opposte viste dagli occhi di un bambino ma raccontate e ricordate – perché l’impronta è quella di un memoir, un album di famiglia aperto e sfogliato con nostalgia – da un Andy già adulto.

I rammarichi per non aver compreso al momento opportuno i rimproveri di quei nonni così saggi, i rimpianti per aver sprecato interi pomeriggi a bighellonare in città invece di imparare un mestiere, il mestiere della sopravvivenza, e soprattutto tenere istantanee di momenti intimi come l’infilare la mano nella preziosa scatola di bottoni che tutti noi abbiamo posseduto e che oggi sembra solo un vago ricordo. Un dolcissimo romanzo che sa anche essere duro nel porci dinnanzi alla verità: avendo poco si ha tutto, il resto sono solo orpelli.

Tematiche come il rispetto per l’ambiente e per un’agricoltura sostenibile, il valore di una vita rurale ma anche l’attesa, la speranza nel ritorno di una persona cara dalla guerra: sono tutte presenze forti in questo romanzo, sul cui sfondo fa capolino Port William, come un personaggio che sta lì sull’uscio, ti osserva e tossicchia un poco, forse per attirare l’attenzione. Port William con la sua aura affascinante, i suoi negozietti tipici e le sue strade battute da poche anime. Un piccolo angolo tranquillo in questo mondo caotico in cui tutti vorremmo vivere.

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