Northampton caput mundi

1 Dicembre 2017

Alan Moore, Jerusalem, tr. Massimo Gardella, Rizzoli Lizard, pp. 1.534, euro 33,15 stampa, euro 15,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Onestamente, non credo di essere veramente all’altezza del compito che mi sono posto, e cioè recensire Jerusalem. Ma non è un problema solo mio. Provate a leggere la voce della Wikipedia in inglese: notate quant’è corta. Probabilmente perché chi ha letto il romanzo è ancora sotto shock e non è in condizione di pensare di tentare di abbozzare una sinossi di questa balena di romanzo (ti vogliamo bene, Herman Melville, ma il tuo era un capodoglio, questa è una balenottera azzurra, cioè la specie più grande in assoluto). Ora, vigliaccamente, voglio proprio citare la voce di cui sopra, nel disperato tentativo di rompere il ghiaccio: essa afferma trattarsi di un romanzo “completamente ambientato nella e intorno la città natale dell’autore, Northampton, in Inghilterra. L’autore descrive la sua opera, che combina elementi di narrativa storica e soprannaturale, e attinge da un’ampia gamma di stili di scrittura, come «mitologia genetica». Pubblicato nel 2016, Jerusalem ha richiesto dieci anni di lavoro per essere completato. Al momento della sua pubblicazione era uno dei dieci romanzi più lunghi mai scritti in lingua inglese. Il romanzo è diviso in tre libri, «Boroughs», «Mansoul» e «L’inchiesta dei Vernall»”.

C’è del vero in tutto ciò. Romanzo storico? Certamente; la narrazione, specie nella prima parte, ripercorre la storia pluricentenaria di Northampton in modo del tutto non-lineare, e l’esplorazione prosegue nei due libri successivi, facendoci incontrare (tra gli altri) Oliver Cromwell (ritratto in chiave decisamente orrorifica), Charlie Chaplin (agli inizi della sua carriera di attore di vaudeville), Thomas à Becket (chissà se qualcuno ancora ricorda Assassinio nella cattedrale…) e Samuel Beckett, ma anche una gloria locale, John Clare, poeta contadino riscoperto solo negli anni Venti del novecento e poco noto da noi, per quanto stimato in patria.

Ma non finisce qui. Nel cast, oltre a tutta una serie di personaggi immaginari perché inventati da Alan Moore (che come al solito dà prova di inesauribile creatività), alcuni che pur essendo immaginari non sono stati creati dall’autore, come l’arcangelo Michele e il diavolo Asmodeo. Quindi è giusto dire che trattasi di romanzo soprannaturale, ma di una varietà colossale e fuori misura, potentemente ispirata da uno degli spiriti-guida di Moore, e cioè William Blake, il tipografo visionario, che già – non a caso – appariva nelle pagine di uno dei capolavori fumettistici di Moore, From Hell.

Del resto Jerusalem è il titolo che viene generalmente dato a una poesia di Blake, più correttamente intitolata “And Did Those Feet In Ancient Times”, musicata dal compositore Hubert Parry nel 1916 e resa celebre dalla versione prog incisa da Emerson Lake & Palmer nel loro LP Brain Salad Surgery. Jerusalem (il romanzo) ha la grandiosità visionaria dei libri profetici di Blake (come Milton, quello che contiene la poesia di cui sopra), ma racconta con una prosa più moderna e densa di dettagli corporei, emotivi, materiali, storici, politici.

Anzi, scusate, ho detto forse prosa? In questo romanzo voi incontrerete diverse prose, diversi stili usati da Moore capitolo dopo capitolo, arrivando a parodiare il Joyce del Finnegans Wake (dando però voce alla figlia di Joyce, Lucia, afflitta da problemi mentali), o il Beckett di Aspettando Godot (e facendo incontrare il drammaturgo irlandese col vescovo inglese morto ammazzato). E’ un fuoco d’artificio di tecniche narrative che mozza il fiato e fa girare la testa; è la sagra della lingua inglese, che Moore padroneggia con una sicurezza e una disinvoltura che non teme confronti. Se parliamo di tecnica, quello che è stato non del tutto a torto chiamato lo Shakespeare del fumetto tiene testa ai grandi e celebrati prosatori viventi della lingua del Bardo (e di Milton): Jerusalem gioca nel campionato di classici contemporanei come Amatissima della Morrison, L’arcobaleno della gravità di Pynchon, e Suttree di McCarthy.

Ma ci sarebbe tanto altro da dire su questo romanzo strabordante, straripante, colossale, vertiginoso, folle e saggio al tempo stesso. Che è una saga familiare, visto che molta parte della trama ha a che fare con la famiglia Vernall, a partire dal giorno in cui il suo capostipite, mentre lavora ai restauri degli affreschi nella cupola della cattedrale di San Paolo a Londra, ha una visione terrificante e illuminante che stravolgerà la sua vita e quella dei suoi discendenti per due secoli e passa. Ma è anche la storia di una città, Northampton, considerata il centro geografico dell’Inghilterra, e quindi legata a corda doppia alle vicende dell’intera nazione, che impattano pesantemente sul luogo in cui Moore nacque nel 1953. La conquista normanna, le pestilenze medievali, la riforma protestante, la guerra civile del Seicento, la tratta degli schiavi, l’industrializzazione, il risanamento (diciamo) dei centri storici delle città inglesi, il welfare state e poi il neoliberismo della Thatcher, ognuna delle stagioni della vicenda degli inglesi cambia Northampton e squassa i suoi abitanti, e Moore dimostra la sua minuziosa conoscenza della storia locale e nazionale, ma anche la sua formidabile vena narrativa incastrando a meraviglia le tessere di eventi piccoli e grandi sparsi nell’arco di un millennio. Ed è anche ovviamente una storia fortemente politicizzata, una vera e propria requisitoria contro le politiche urbanistiche dettate unicamente dalle logiche della speculazione fondiaria ed edilizia solo apparentemente nobilitate dall’ambigua parola “riqualificazione” – e leggendo Jerusalem ci si spiega abbastanza bene come mai in Inghilterra il concetto di “centro storico” non abbia reale cittadinanza…

Ma non basta. Il secondo libro, con le gesta della banda dei Morti Morti, è – anche se preso da solo – uno dei più brillanti romanzi fantasy degli ultimi cinquant’anni, con la storia del piccolo Michael Warren, morto erroneamente anzitempo, e finito in un aldilà che sta sopra Northampton ma in una dimensione invisibile a noi mortali, che deve essere assolutamente riportato in vita per far tornare i conti di cosmici equilibri. Verrà guidato dai Morti Morti, un gruppo di ragazzini da strada defunti che forse però tanto ragazzini non sono, contrastando le trame del diavolo Asmodeo. Avremo così la possibilità di scoprire che gli angeli e gli arcangeli giocano a biliardo, e che nell’aldilà ci si nutre di funghi decisamente curiosi.

E poi… vabbè, mi fermo qui. Un milione di parole, come avevo detto; tante e meravigliosamente montate a evocare un aldilà incredibile e un aldiqua decisamente inquietante. Un milione di parole che si può solo cominciare ad accennare, ad abbozzare goffamente con le 1.114 parole di questa recensione. E non ho detto niente di Benedict Perrit, il poeta che è stato pubblicato, di Snowy Vernall e dell’inconsueta nascita di suo figlio, e dei Bauhaus (come, non sapevate che erano di Northampton pure loro?)…

Comunque questo è un romanzo del quale continueremo a parlare molto ma molto a lungo. Ci ritorneremo.

 

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