Naila di Mondo9, o la ruggine dell’entropia

Dario Tonani e lo stato dell’arte nella fantascienza italiana

riflette FRANCO RICCIARDIELLO

Ad anni di distanza dal successo della serie dell’inquisitore Eymerich (e ricordiamo che Mondadori fu colta assolutamente di sorpresa dall’inatteso risultato di vendite di Valerio Evangelisti nella collana da edicola Urania), la casa editrice di Segrate ha deciso di investire nuovamente in un’operazione sulla fantascienza italiana.

È noto che in Italia questo genere è da sempre considerato figlio di un dio minore: letteratura d’evasione nel migliore dei casi, altrimenti innocuo divertissement per nerd. L’atteggiamento di sufficienza degli addetti ai lavori e il pregiudizio del pubblico trovano per ironia riflesso in un comportamento autolesionista degli appassionati: la sindrome del ghetto, per cui i fan si considerano come gli illuminati profeti del genere letterario che più fa ricorso al sense of wonder, in un circolo vizioso che vede migliaia di aspiranti autori dilettanti venerare i grandi nomi della fantascienza anglosassone e snobbare, al tempo stesso, gli autori italiani. Si recrimina continuamente la mancanza di opportunità di pubblicazione in Italia, e poi si continuano a leggere autori stranieri. Questo non significa che si debba nutrire un’anacronistica preferenza (che sa un po’ troppo d’autarchia…) per i pochi autori italiani che giungono alla grande distribuzione editoriale, ma almeno consideriamo con attenzione quello che succede nel cortile di casa.

Nel corso di una presentazione pubblica a Milano in occasione di Stranimondi 2018, che è ormai diventata la principale manifestazione italiana dedicata alla fantascienza, Franco Forte e Marco Rana, lì a rappresentare Mondadori, hanno messo in chiaro che questo non è l’avvio di un un’operazione editoriale sulla fantascienza italiana, bensì di un’incursione spot. Stupisce, date queste premesse marcatamente commerciali, che si stia parlando di un testo come questo Naila di Mondo9 di Dario Tonani (Mondadori, pp. 310, euro 11,90 stampa, euro 7,99 ebook), scelta tutt’altro che scontata, perché si tratta di un’opera non facile da costringere nei parametri di un best seller.

Dario Tonani, milanese, classe 1959, si è fatto tutta la gavetta dell’autore di science-fiction, a partire da pubblicazioni su oscure fanzine fotocopiate, passando per riviste semiprofessionali in abbonamento e antologie con racconti di più autori, fino a giungere finalmente, circa dieci anni fa, a Urania. Naila di Mondo9 recupera la fortunata ambientazione di questo pianeta extrasolare, Mondo9, interamente ricoperto da un deserto di sabbia, popolato da giganteschi animali di stazza simile ai cetacei e attraversato da una flotta di migliaia di navi che hanno una parte importante nell’economia del pianeta. Tutte le precedenti avventure di Mondo9 sono state raccolte in un Millemondi, l’omnibus che affianca periodicamente Urania in edicola: e questo risulta essere il più venduto in versione eBook (ed è, va detto, l’unico Millemondi dedicato a un singolo scrittore italiano).

Il clima imprevedibile e brutale di Mondo9 rende l’oceano di sabbie simile a un mare terrestre, perché la violenza dei venti è tale da spostare le dune come onde. Le navi di Mondo9 hanno due caratteristiche principali: poiché derivano da una certa estetica steampunk che animava soprattutto i primi episodi del ciclo, utilizzano combustibile fossile e si muovono su ruote; in secondo luogo, sono esseri semi-viventi che possiedono, fino a un certo punto, una propria personalità, governata dal Comandante, e inoltre a partire da questo romanzo manifestano anche un’attività sessuale.

La protagonista principale del romanzo, la quarantatreenne Naila, è l’unico Comandante donna di Mondo9; tra i motivi principali della vicenda c’è l’interessante parallelismo tra la gravidanza di Naila e l’attività sessuale della sua nave, la Syraqq, il cui interesse «carnale» si risveglia dopo un periodo di stasi.

Non so fino a che punto Tonani abbia avuto carta bianca, e dove si sia spinto l’editing che, ad ascoltare la conferenza di Stranimondi, si è articolato in più fasi e con diversi editor; mi piace tuttavia pensare che i molti pregi del romanzo siano farina del sacco dell’autore, e i pochi difetti facciano parte di una strategia commerciale che prevede alcune caratteristiche irrinunciabili per un’opera di fantascienza — le stesse che, secondo chi scrive, la condanneranno ancora ad esser vittima dei preconcetti del grosso pubblico. Ma andiamo con ordine, perché la questione è complessa, e smentisce l’apparente semplicità di un testo che ha la forma esteriore di un’avventura steampunk.

Punto primo, l’ambientazione. Non può esserci dubbio sul fatto che questa operazione editoriale è stata decisa in virtù dell’originalità del mondo inventato da Tonani; sulle scarne premesse ambientali di cui ho parlato prima, l’autore ha sviluppato una filosofia estetica coerente, complessa e misteriosa, che richiede una buona dose di sospensione dell’incredulità, come la miglior tradizione della fantascienza d’avventura. Non è solo questione del pianeta impossibile, Mondo9, ma di un’intera cosmogonia rigidamente meccanicista, che possiede caratteri indimenticabili. A questo proposito, segnalo anche le straordinarie tavole ispirate a Mondo9 e disegnate da Franco Brambilla nel volume The Art of Mondo9 (2016), che mettono in risalto la forza visionaria dell’universo di Tonani.

La chiave per comprendere Mondo9 è il metallo. Non i metalli, dato che non c’è differenziazione nell’universo di Naila: si tratta di una lega simile all’ottone, deformabile se sottoposta a determinate forze. Il metallo è un’immagine semplice e immediata, alla quale Tonani attribuisce una serie di motivi narrativi. È l’ultimo stadio di una malattia devastante e dalla mortalità elevata, il Morbo, che trasforma progressivamente la carne umana in inorganico. Chi ha la «fortuna» di sopravvivere si trova trasformato in mechardionico, un guscio vuoto in forma umana, che può riprendere vita se in un apposito sportello intercostale viene inserito un cuore umano (o anche più d’uno), strappato mentre ancora batte. Il mechardionico vive un’impossibile semi-vita, favorita dalla vicinanza al metallo e gravemente compromessa dall’acqua, veicolo di ruggine. Tale è l’importanza dell’elemento metallico che una Gilda degli Avvelenatori custodisce i segreti chimico-fisici dei rapporti con l’inorganico; un Avvelenatore, la cui presenza è prevista nell’equipaggio di ogni nave, è in grado di «amministrare la morte al metallo», e al tempo stesso curare le patologie delle navi.

L’altro thread principale della trama è il tentativo segreto dell’Avvelenatore della Syraqq di impossessarsi del cuore di Naila per dominare il mondo; anch’egli infatti crede che l’unica Comandante donna sia la predestinata dalla profezia a dominare la Grande Onda, il colossale muro di sabbia che devasta periodicamente la civiltà di Mondo9.

A differenza di quanto si potrebbe immaginare, la vicenda non è ambientata tutta sul mare di sabbia, bensì quasi sempre nella grande città capitale di Mecharatt: un anarchico assemblaggio di parti sparse, cresciuta per accumulazione caotica, lurida come recita il suo soprannome, affollata di moli con migliaia di navi all’attracco. Vista dall’alto, Mecharatt ha la forma di una spirale levogira, o di un numero 9 visto allo specchio. È qui che si intrecciano le linee narrative dei vari personaggi, destinate naturalmente a confluire lungo il percorso.

Non dirò altro sulla trama, non solo per evitare spoiler ma soprattutto perché non rappresenta certo la forza di questo romanzo insolito, che possiede un fascino difficile da definire, in bilico tra avventura e postmoderno, appena inquinato da elementi fortemente kitsch — come per esempio l’insistenza sull’attività “sessuale” delle navi, che in certi passaggi risulta imbarazzante. Mi interessa invece spostare l’attenzione su due elementi caratteristici.

Il primo è la considerazione, non secondaria, che Mondo9 è un pianeta alieno, e che non è quindi scontato che i personaggi siano esseri umani in senso «terrestre». Nel corso della presentazione a Stranimondi, Tonani ha giustamente fatto notare che nella sua fantascienza non esistono alieni, nel senso che non gli interessa quel diffuso tópos della fantascienza che ha per protagonisti esseri extraterrestri. Questo però non deve farci dimenticare che Mondo9 è un pianeta alieno, dove la vita, anche se «importata» dalla Terra, si è evoluta secondo vie determinate da questa alterità. Voglio pensare sia questo il motivo per cui i personaggi soffrono una singolare forma di anaffettività; credo sia significativo il fatto che Naila abbia una relazione con un mechardionico, e che la continua perdita di vite umane, non solo marinai della Syraqq ma anche personaggi di primo piano, scorra via come in uno di quei film di Hollywood in cui i cadaveri si ammucchiano a dozzine, però alla fine ciò che conta è l’incolumità del protagonista. Anche questo aspetto, secondo me, si inscrive nel meccanicismo alienato della vita su Mondo9: non è un’omissione pensata in funzione del target di lettori, nel caso qualcuno ritenga erroneamente che si tratti di uno young adult, bensì una conseguenza inevitabile delle scelte stilistiche dell’autore.

Il secondo elemento è una peculiare forma di horror vacui che mi appare come una reazione alle sconfinate distese vuote di un mondo di sabbie. Tonani sembra riempire le pagine di quello che Philip K. Dick battezzò, con una fortunata invenzione linguistica, kipple: una spazzatura composita che si moltiplica anche senza diretto intervento umano, e che un giorno saturerà il mondo; una chiara metafora dell’entropia. Il kipple è composto di oggetti inutili, immondizia, scarti che sembrano riprodursi in autonomia. Ecco, ogni interstizio di questo romanzo è riempito di una varietà di kipple, a cominciare dai rugginatti, le creature meccaniche autoassemblate che vivono sulle navi, per continuare con i magazzini abbandonati e pieni di ciarpame, i pavimenti ingombri di rifiuti, i pezzi di ricambio casuali prodotti dalle «uova», persino i lumigechi che vivono nel sottoscocca delle navi — il tutto impastato con il kipple per eccellenza di Mondo9: la ruggine, ultimo stadio di una rapida entropia che mangia i metalli, secondo un ciclo organico-inorganico-vuoto, cioè umano-morbo-mechardionico-ossidazione-ruggine.

Comunque, al netto di tutte queste considerazioni, concludo con una constatazione: Mondo9 è destinato a insediarsi a lungo nella memoria del lettore.

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