Morto che cammina

16 Settembre 2017

Roberto Saporito, Respira, Miraggi Edizioni, pp. 105, euro 12,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Di Saporito avevo già letto Il caso editoriale dell’anno, una gustosissima commedia incentrata su uno scrittore che diventa una celebrità grazie al successo internazionale del suo romanzo, e scopre che ormai potrebbe anche smettere di scrivere, tanto è diventato Qualcuno. Quasi cinematografico nel suo narrare, Saporito dava prova di saper ideare scene che restano nella memoria, come i vagabondaggi del suo personaggio a bordo di un improbabile ma verosimile Hummer.

Però nella storia decisamente comica del Caso, in quell’amarognola presa in giro delle star letterarie, avvertivi a tratti una sorta di gelo interiore, e soprattutto un senso di solitudine, di quella che ti può prendere anche nel bel mezzo di un party, o di una folla. Quella sensazione la ritrovo in Respira, pur essendo questo romanzo breve (o novelette, come lo chiamerebbero in America) ben diverso per vicenda e per ritmo.

Come accade nel Fu Mattia Pascal, il protagonista si ritrova all’improvviso ufficialmente defunto, perché lo si crede morto nel crollo delle Torri Gemelle, dove aveva sede il suo ufficio. In realtà quell’11 settembre il personaggio principale si trovava altrove, e la caduta delle torri l’ha solo vista in televisione; immediatamente capisce che da morto ha una grande opportunità, prendersi tutti i soldi della sua attività di mercante d’arte d’altissimo livello, e sparire. Ne seguono le peregrinazioni del morto vivente, ma il tono non è quello di paradosso filosofico sceneggiato che trovi in Pirandello.

In effetti Saporito è ben consapevole che il morto che cammina è di casa anche in un altro genere, e cioè l’hard boiled, vedi Il lungo addio di Chandler, tanto per restare sul classico. Ed è la tonalità del noir che Saporito abbraccia, ma un noir estremamente stilizzato, potrei dire quasi ritualistico, dove tutte le scene classiche del genere vengono come ridotte all’osso (anche date le dimensioni compatte del libro).

Ne risulta un noir da manuale, permeato di un’atmosfera di gelo crescente, dove le ripetute fughe del protagonista, sempre convinto di essersi sbarazzato della sua vecchia vita ma poi sempre braccato dal suo passato, hanno un che di onirico e claustrofobico; e riemerge ossessionante quel sentimento di solitudine esistenziale che già s’avvertiva nel Caso editoriale dell’anno. E trovo notevole l’uso di una narrazione in seconda persona che non è affatto cosa ordinaria; scelta che ha una sua inquietante efficacia.

Non posso ovviamente dire di più; tranne aggiungere che Saporito qui gioca con la narrazione in modo lucido e consapevole, con tutta una serie di epigrafi sparse per il volumetto a ricordare che questo noir compattato non è semplicemente un noir, né un esercizio di stile, ma ha a che fare con la vita e inevitabilmente anche con la morte.

(Di Roberto Saporito Umberto Rossi ha successivamente recensito Jazz, rock, Venezia).

http://www.miraggiedizioni.it

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