Le radici del nazismo

8 Ottobre2017

Johann Chapoutot, Il nazismo e l’Antichità, tr. Valeria Zini, Einaudi, Torino, 2017, pp. 523, euro 34,00 stampa, euro 10,99 ebook

recensisce CLAUDIO ASCIUTI

I lettori non più giovani ricorderanno come negli anni Settanta imperversassero le più disparate analisi del fascismo, sovente indirizzate più all’esecrazione che allo studio; il Ventennio era un fenomeno italiano, e interessava sopratutto gli italiani per un non luogo a procedere; motivo per cui la storiografia internazionale, che pure si era impegnata, trovò nel nazionalsocialismo un ottimo quanto sterminato campo d’indagine. Anche in questo caso ci fu un profluvio di analisi, che però anziché terminare con il riflusso politico come in Italia, proseguì nei decenni successivi (complice il successo mediatico della Shoà, a partire della fine del decennio) e che ancora oggi continua nei medesimi termini.

Ciononostante alcune analisi del Nazional-Socialismo non soffrono di questa dicotomia fra la politica e la realtà, nel senso che pur condannando il regime, sono più interessate a muoversi nell’ambito della ricerca vera e propria che mirando al suo uso politico. Scuola potrebbe fare questo volume di Johann Chapoutot, Il nazismo e l’Antichità (Le nazisme et l’Antiquité, 2012), docente di storia della Germania e autori di diversi testi a proposito, che si occupa di un settore dimenticato dagli storici, ovvero le relazioni che il nazismo, dai primi raggruppamenti postbellici fino alla disfatta finale, ha intessuto con i mondi della classicità greca e romana.

Chapoutot è un francese, erede di Marc Bloch e degli Annales, della ricerca (vera) sulle fonti; non tende all’iperinterpretazione e all’inferenza, e quindi ha visionato testi originali e materiali d’archivio, gli scritti e le confidenze hitleriani, i manuali scolastici, le riviste del partito, le opere musicali e cinematografiche, condensando il tutto in cinquecento pagine di grande interesse culturale, che costituiscono un’assoluta novità in campo storiografico.

La sua analisi parte da una constatazione spesso sfuggita agli storici d’assalto: l’humus razziale del nazismo va ricercato nel mondo della seconda metà del XIX secolo, quando cioè all’idea dell’oriente (ex oriente lux) subentra quella del nord (ex septentrione lux) come matrice originaria della cultura. La fase successiva, la costruzione di un luogo mitico da cui la razza nordica si sarebbe estesa conquistando mondi e creando le condizioni per lo sviluppo delle grandi civilizzazioni era consequenziale, grazie ai razziologi dell’epoca, quanto al mondo occulto dell’ariosofia e della società Thule, su cui purtroppo l’autore non approfondisce. In seno al Nazional-Socialismo, oramai al potere, si scontrano i fautori della germanicità a tutti i costi, come Himmler, il potente capo dell’Ordine Nero delle SS, e quelli del mondo classico, come lo stesso Hitler.

Intervengono razziologi e politici, viene creato l’Ahnenerbe, l’istituto per lo studio dell’eredità ancestrale, che nelle intenzioni di Himmler deve contrastare la posizione dei classicisti in seno al partito, e nella riforma della scuola l’insegnamento del greco e del latino deve cedere ore (un fatto impensabile nel mondo tedesco, culla dei migliori grecisti) all’educazione fisica; il culto dell’estetica classica, nata in Germania attraverso le opere dello storico settecentesco dell’arte Johann Winckelmann, determina così la forma fisica e statuaria del corpo greco e nordico, come nelle bellissime sculture neoclassiche di Arno Breker, e di conseguenza l’estetica del corpo nazionalsocialista, a partire dalla raffigurazione che Leni Rienfensthal ne dà in Olympia (1938), il celeberrimo film sulle Olimpiadi del 1936.

In modo molto serrato Chapoutot conduce il testo di passaggio in passaggio, analizzando la necessità un elemento trainante da parte di un nazismo che legge la propria origine come inappropriata al momento presente e alle speranze future, e che lo trova in questo mito dell’origine nordica: così come lo sarà il modello dello stato platonico rispetto alla forma di quello del Reich. Ad ogni pagina il testo riserva sorprese, che si tratti del mite Quinto Orazio Flacco che si trasforma grazie al Carmen saeculare in uomo politico, o del padre della maieutica, il vecchio Socrate che proprio per il suo interrogare viene repentinamente mutato in un levantino e un semita, o addirittura di Martin Heidegger, il più grande filosofo dello scorso secolo, che proprio in nome della classicità dopo il periodo come rettore a Friburgo ruppe con il regime.

Dopo monumenti, grandi opere, strade, dopo la costruzione politica del Reich, la guerra, dove l’immagine del soldato greco è di prammatica, e il gran finale, in relazione con lo spirito norreno: la catastrofe del Reich che diventa una sorta di caduta del Walhalla, ma che per Hitler è l’immagine di Roma assediata da Cartagine, che egli studia come Nerone studiava l’incendio dell’Urbe. Il mare di incendi, macerie e distruzioni che segue la caduta del Reich diventa la testimonianza (archeologica) di una civiltà che non c’è stata, ma anche segno di un progetto impossibile creato solo per lasciare il segno postumo e rovinologico; ma qui dissentiamo dall’autore, dal momento che la strategia hitleriana, ancorché fallace nel lungo periodo, era nata sopratutto per creare un’Europa destinata a sopravvivergli.

Fra le tante opere pubblicate, che con acribia degna di miglior causa cercano di portare nuovo materiale alla damnatio memoriae, il testo di Chapoutot cerca invece di ri-stabilire una verità (volutamente) ignorata: il Nazional-Socialismo non fu un regime di zotici e ignoranti, ma un crocevia di svariate fonti, di pulsioni marziali quanto filosofiche, dove il romanticismo tedesco si incontrava con l’oriente, e i modelli di Roma e Sparta con la realizzazione del Reich millenario. Questo al netto della selezione delle fonti, della loro ermeneutica, o delle fantasiose ricostruzioni antropologiche e biologiche che affondano nel mito dei popoli iperborei.

Naturalmente un testo di tale portata è costretto a lasciare alcune aree in ombra; abbiamo parlato dello scarso rilievo che l’autore dà all’esoterismo; aggiungiamo i pochi accenni al mondo delle filosofie orientali, o della storia dell’Ahnenerbe che avrebbero meritato più di un accenno, ma si tratta di peccati veniali. Il grosso limite di Chapoutot, se ne vogliamo trovare uno, è lo scrivere non un’opera divulgativa ma un saggio scientifico, presupponente una profonda conoscenza del Nazional-Socialismo, del mondo classico, con l’uso di un repertorio linguistico che non rende agevole la lettura al lettore abituato a testi più ameni.

Nulla a che vedere con gli storici del fascismo di cui sopra e le loro espressioni linguistiche francofortesi e/o freudian-lacaniane, giacché i termini utilizzati dall’autore e dal traduttore dovrebbero far parte del bagaglio culturale di un adulto; ma diciamo che se i molti potessero leggere (e capire) questo saggio, forse comprenderebbero la distanza siderale che trascorre dal fenomeno originario del Nazional-Socialismo alla diffusione odierna delle ideologie che ad esso si richiamano; e, colta la diversità sostanziale del momento storico e culturale delle cose, potrebbero occuparsi di problemi più attuali, ad esempio della res publica, anziché appoggiare leggi liberticide o peggio invocare la distruzione del “nemico”.

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