L’arte non è(ra) cosa da femmine

Nathalie Ferlut e Tamia Baudoin, Artemisia, tr. Stefano Sacchitella, Coconino Press, pp 96, €17,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

C’è una piacevole novità ad attendere chi rientra dalle tanto attese vacanze, un fumetto dedicato ad una delle figure femminili più rappresentative dello slogan girl power. Artemisia Gentileschi, una femminista ante litteram che nei primi anni del Seicento posava come musa per il padre Orazio, talentuoso pittore quasi contemporaneo del Caravaggio, che proprio in quegli anni si faceva conoscere per la sua arte nei chiaroscuri. Legatissima alla figura paterna, da lui apprende tutti i trucchi del mestiere tanto da superarlo in bravura. Appena diciottenne, mentre i fratelli non dimostravano di possedere lo stesso talento, viene affidata alle grinfie di Agostino Tassi, pittore e amico del padre, che invece di perfezionare la sua tecnica, abusa della giovane per quasi un anno. Artemisia è tenace e coraggiosa, si ribella, ma è solo quando Orazio Gentileschi accusa il Tassi di avergli rubato dei quadri che la bolla di silenzio scoppia, e la ragazza viene chiamata a testimoniare al processo di essere stata violentata ancora vergine dall’imputato.

La società dell’epoca non era molto diversa da quella attuale purtroppo, e la strada per i riconoscimenti al sesso debole (che debole non è!) è ancora molto lunga, ma dobbiamo un ringraziamento a personalità come Artemisia per i piccoli passi che sono stati fatti nel tempo. E del resto, da qualche parte bisognava pur cominciare. Artemisia infatti essendo donna non aveva accesso ai materiali per dipingere, e anche se usava quelli del padre, non erano ammessi dipinti di uomini nudi ma solo nature morte e poco altro. Solo dopo aver superato il processo ed essersi sposata con Pierantonio Stiattesi, giovane della nobiltà fiorentina, Artemisia avrà a disposizione un atelier e un marito che le insegni a leggere, scrivere e far di conto, ché col padre non c’era mai tempo. Si crea così un circolo di amicizie importanti e ottiene l’accesso all’Accademia delle Arti del Disegno grazie al benestare del nipote di Michelangelo.

Mai prima dall’allora nessuna donna aveva vissuto da pittore pur avendo famiglia, in maniera libera e privilegiando il proprio lavoro rispetto alla gestione dell’economia domestica. Nè mai era stata ammessa come accademica. Artemisia veniva così ufficialmente riconosciuta come pittrice sulla scena nazionale, lascia il marito troppo invidioso dei suoi successi professionali, e inizia a girare l’Italia con la figlia Prudenzia.

E’ però la nutrice Marta che narra la storia a Prudenzia, e attraverso i suoi occhi non possiamo che commuoverci e arrabbiarci per le enormi lotte e i mille ostacoli che questa grande donna ha passato e vinto. E anche se ogni tanto il livello del testo è carente di qualità e non indispensabile all’economia della storia, le tavole si fanno amare e sfogliare velocemente per giungere alla fine del racconto, all’incontro tra Artemisia e Orazio, ormai prossimo alla morte.

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