La lunga marcia, di Stephen King (1979)

rilegge UMBERTO ROSSI

Sarà il caso di mettersi d’accordo sul senso dell’espressione «opera prima»; essa può indicare la prima opera pubblicata di un autore e/o la prima opera scritta da un autore. Talvolta questi due significati coincidono, per cui uno scrittore esordisce con la prima cosa che ha scritto (mi viene in mente il Brizzi di Jack Frusciante, tanto per fare un esempio). Ma questa coincidenza perfetta non è poi così frequente. Nel caso di Stephen King in particolare sarà pur vero che il primo romanzo pubblicato è Carrie, uscito nel 1974, 13.000 copie vendute in rilegato, ma un milione di copie nel giro di un anno in economica, adattato per il cinema già due anni dopo da Brian De Palma, con una spesa di 1,8 milioni di dollari e un introito di ben 33,8 milioni (come direbbero gli americani, a success story); tutto vero, ma il primo romanzo scritto da King non è affatto quello.

Come afferma lo stesso scrittore nella postfazione alla raccolta di romanzi brevi Notte buia, niente stelle, è invece La lunga marcia (Sperling & Kupfer, pp. 284, euro 8,41 stampa, euro 6,99 ebook) ad avere l’onore di essere stato il primo romanzo che ha scritto, all’età di diciott’anni, nella sua stanza al college, tra il 1965 e il 1966. Un romanzo che non ebbe il successo travolgente di Carrie, dato che venne pubblicato solamente nel 1979, sotto pseudonimo; non lo firmava infatti il giovane romanziere di successo Stephen King, bensì lo sconosciuto Richard Bachman. Un’identità virtuale inizialmente creata dallo scrittore del Maine per pubblicare alcuni romanzi scritti prima di Carrie, ma senza saturare il mercato; ma anche un esperimento, col quale King voleva scoprire cosa sarebbe successo a un suo libro che usciva senza battage pubblicitario e un nome già famoso in copertina. L’intenzione era di fare uscire tutta una serie di romanzi di Bachman, e per questo il loro autore aveva approntato una biografia immaginaria dello scrittore, aveva messo in scena una sua vita virtuale, aveva fornito addirittura una sua fotografia (in realtà l’immagine di Richard Manuel, l’assicuratore dell’agente letterario di King).

Insomma, La lunga marcia è per tutti questi motivi un romanzo al quadrato: una storia inventata da uno scrittore inventato. Hyper-fiction, si potrebbe dire. Non mi viene da pensare a un migliore inizio per la carriera di un narratore come King che fa apparire spesso nelle sue storie scrittori (come in Misery), libri (come in 22/11/63), bibliotecari (come in It), lettori (anche in La lunga marcia). Ma ci sono altri motivi per cui, rileggendo oggi questo romanzo, viene da pensare che si tratti del classico buon giorno che si vede dal mattino. Quest’opera, prima anche se non in ordine di pubblicazione, contiene già diversi aspetti del King maturo; e per certi versi manifesta una sorprendente maturità.

La vicenda è presto detta: in un’America (veramente) distopica, governata da un regime militare a capo del quale c’è il Maggiore (che io visualizzo come una sorta di Gheddhafi a stelle e strisce), si tiene ogni tanto una competizione consistente nel camminare, a partire dal confine col Canada, nello stato del Maine (quello dove King ha ambientato così tanti dei suoi romanzi), verso sud. Non ci si può fermare, non si può rallentare sotto una certa velocità, non ci si può ritirare: chi non sta al passo viene abbattuto dopo pochi minuti dai soldati che scortano i concorrenti. Si tratta di un’autentica marcia della morte, che ricorda quella di Baatan, o i trasferimenti dei detenuti nei lager nazisti; alla fine della marcia uno solo dei concorrenti resterà in piedi, e in cammino, e quello sarà il vincitore, i cui desideri saranno tutti esauditi.

Il protagonista del romanzo è Ray Garraty, un sedicenne che si lancia nell’impresa (per strano che possa sembrare i marciatori sono tutti volontari, e c’è anche un laborioso processo di selezione per entrare tra i cento concorrenti) abbastanza a cuor leggero, per poi rendersi conto solo quando ormai è troppo tardi che quello cui sta prendendo parte è un autentico gioco al massacro, che i morti restano morti, e che le pallottole esplosive hanno effetti devastanti sui cadaveri. Già dalla sua prima prova narrativa King dimostra di saper manovrare le leve dell’orrore, di creare una situazione genuinamente angosciosa, di aumentare la tensione pagina dopo pagina, scendendo in un abisso che è soprattutto mentale, tutto questo con un meccanismo semplice e dotato di una sua infernale linearità.

Ma a parte i momenti decisamente splatter ante litteram del romanzo, va sottolineato che è orrorifica anche la trasformazione dei concorrenti, che diventano sempre meno umani man mano che la sfibrante marcia procede, logorandoli lentamente nel fisico ma anche nella mente, come si vede in questo passaggio:

Olson non parlava. (…) Gli occhi, di nera ossidiana, guardavano fisso in avanti. La faccia era scura di barba, aguzza, volpina, e i capelli irti sulla nuca e penduli sulla fronte accentuavano l’impressione che fosse un fantasma. Aveva le labbra screpolate e coperte di vesciche, la lingua pendeva dal labbro inferiore e non era più rosea, ma grigia di polvere.

Va sottolineato che la vecchia traduzione di Urania attribuita a Beata Della Frattina (che rimane ancora in stampa nell’attuale edizione Sperling & Kupfer) è alquanto discutibile, con piccoli tagli sparsi in tutto il testo che spesso riducono la forza dell’originale e talvolta lo travisano. Comunque si capisce anche da queste poche righe come King abbia trasformato uno dei concorrenti in una creatura mostruosa, a metà tra zombi e gula (o ghoul, come si dice in inglese e come suggerisce un sostantivo – ghoulishness – nel testo originale, che però in traduzione è andato perduto).

Ed è anche assolutamente già kinghiana l’ambientazione della vicenda, quel Maine che lo scrittore di Bangor ha esplorato in lungo e in largo e – alla bisogna – fornito di città immaginarie, come la Derry di It, ma assai simili a quelle reali, specie a quelle dove è vissuto. E già in questo primo romanzo vediamo King capace di evocare una galleria di personaggi, stavolta tutti maschi e adolescenti, fortemente caratterizzati, come il cinico Stebbins, l’umano McVries, il folle Olson, e altri ancora. Poteva permettersi di fare uscire un romanzo dove le donne sono figure marginali, sullo sfondo (anche se protagoniste di scene che lasciano il segno, come il coitus interruptus di Gribble nel settimo capitolo), perché aveva alle spalle la monumentale e inquietante protagonista di Carrie, vittima tra l’altro di un bullismo femminile meno rumoroso di quello maschile ma altrettanto spietato; però questa squadra di All American Boys è assolutamente convincente, e attesta la capacità di King di costruire personaggi a tutto tondo come un classico romanziere ottocentesco. Però riesce a farlo con un’attenzione al Lumpenproletariat, ai sottoproletari, ai marginali che è del tutto novecentesca, e in una vena tipica degli Stati Uniti (basti pensare a Russell Banks, tanto per fare un esempio, o a Steinbeck, il cui Uomini e topi King riscrive in un altro dei Bachman novels, Blaze).

Una scrittura apparentemente classica che mescola horror, fantascienza distopica, caratterizzazione attenta dei personaggi, ricostruzione maniacale dei luoghi (seguite il percorso dei marciatori su una mappa del Maine e ve ne renderete conto), e una straordinaria sensibilità alle dinamiche sociali che agitano gli Stati Uniti. In due parole, Stephen King. A tutti gli effetti lo vediamo già manifestarsi in questo romanzo scritto sul finire dell’adolescenza (età che il nostro ha sempre ritratto in modo più veridico di cento saggi psicologici e sociologici), un libro – a rileggerlo oggi – potentemente radicato nel suo tempo e al tempo stesso capace di restituirci qualcosa del presente.

Un romanzo degli anni Settanta, come Carrie; mentre la prima opera pubblicata voleva essere, nelle parole di King, una sorta di grande allegoria del femminismo (con la protagonista vittima ma anche inaspettatamente empowered, dotata di poteri devastanti), la seconda affresca un’America impoverita e disorientata. Pur se scritto negli anni Sessanta, La lunga marcia porta le stimmate del decennio successivo, quando la sconfitta del Vietnam, la crisi energetica del 1973, la diffusione dell’eroina, le rivolte nei ghetti urbani, il montare della criminalità, lo scandalo Watergate e la caduta di Nixon, il grande blackout del 1977 fanno temere un declino della prima superpotenza, e sembrano rievocare i tempi durissimi della Grande depressione del 1929.

E può darsi che proprio adesso, a dieci anni dalla Crisi globale del 2008, i cui strascichi non sembrano essere ancora cessati, questi Stati Uniti impoveriti e incattiviti, che si radunano a contemplare il lento massacro dei ragazzi impegnati in una folle marcia (qualcuno l’ha letta come metafora del Vietnam, ed è una chiave di lettura sicuramente valida, anche se non l’unica), che si divertono e si eccitano (anche sessualmente) con lo spettacolo della violenza e della morte, risultino paurosamente attuali. Non sarà l’America che ha votato Trump, questa?

Infine occhio alla parola chiave: spettacolo. Non a caso le epigrafi dei capitoli del romanzo sono per lo più frasi tratte da quiz televisivi, programmi che tutti i lettori di King/Bachman conoscevano alla perfezione (tra cui The Price is Right, trasmesso ancora oggi, dal quale deriva il berlusconiano Ok il prezzo è giusto). La lunga marcia organizzata ogni anno dal regime del Maggiore è uno spettacolo tra lo sportivo, il circense, il gladiatorio, che viene trasmesso in diretta da tutte le reti televisive. Una sorta di Horror Telethon che King ci propone come show definitivo, e che noi, oggi, possiamo guardare come il reality che farà finire tutti i reality.

Mi si perdoni la ripetizione, ma questo è veramente il buon giorno che si vede dal mattino. Però nel caso di King travestito da Bachman, e della Lunga marcia, il giorno non è poi tanto buono.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1979, questo romanzo esce in Italia nel 1985 nel numero 1001 di Urania, attribuito a Richard Bachman, nonostante lo pseudonimo fosse stato smascherato proprio in quell’anno. Nel 1986 riappare nell’omnibus I libri di Bachman, sempre per i tipi di Mondadori, insieme agli altri romanzi di King usciti sotto falso nome. L’anno dopo lo ripubblica il Club degli editori; nel 1989 approda agli Oscar Bestsellers, e queste riedizioni indicano evidentemente un certo successo di vendite. Solo nel 1998 il romanzo passa a Sperling & Kupfer, che attualmente pubblica tutta l’opera di King, e riesce in edizione Euroclub l’anno dopo. Purtroppo in tutte le sue diverse edizioni La lunga marcia è sempre comparso nell’assolutamente inadeguata traduzione di Beata Della Frattina, con tanti piccoli tagli e non pochi errori. Sarebbe proprio ora di farlo ritradurre a qualcuno competente.

(Di Stephen King abbiamo già trattato in un articolo di Paolo Simonetti sull’uscita della versione cinematografica di It, nonché nelle recensioni di La scatola dei bottoni di Gwendy, di King e Chizmar; nonché di Sleeping Beauties, di Stephen e Owen King.)

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