La creatura rivoluzionaria

Brian Aldiss, Frankenstein liberato, tr. Gianfranco Manfredi, Bompiani, 1975, pp. 220, fuori stampa

di DOMENICO GALLO

Frankenstein Unbound era stato pubblicato nel 1975 nella collana Letteraria di Bompiani (e nel Regno Unito due anni prima), assieme a una serie di autori che, nei decenni successivi, avrebbero attirato l’attenzione dei critici e dei lettori. Brian Aldiss era «solo» uno scrittore di fantascienza, ma il suo strano romanzo dedicato a Frankenstein si trova assieme alle opere di Adolfo Bioy Casares, Renzo Paris, Luigi Malerba, Mario Vargas Llosas, Antonio Tabucchi, Amos Oz e Gore Vidal. Sembra quasi che il curatore avesse colto una certa potenzialità postmoderna di quella fantascienza che si era proclamata New Wave, e che vedeva Brian Aldiss, assieme a James G. Ballard e a Michael Moorcock, al centro di un’avanguardia culturale di stupefacente creatività. Dall’underground londinese si era sviluppata una critica alla fantascienza classica capace di configurare le nuove scritture, ma anche di studiare, con una nuova immaginazione critica, lo stesso fenomeno della nascita del genere e di metterlo in relazione con le altre produzioni culturali. La stessa nascita del Frankenstein è frutto di un eccezionale sistema di relazioni tra culture molto diverse, dalle forme più classiche della poesia di Byron e Shelley, alla cultura popolare fino alla scienza e alle prime teorizzazioni politiche dell’ugualitarismo.

Scritto contemporaneamente al suo celeberrimo saggio storico (Un miliardo di anni, 1975), Frankenstein liberato esprime letterariamente la medesima tesi, ovvero che la fantascienza abbia avuto origine proprio dal Frankenstein di Mary Shelley, pubblicato nel 1818. Il problema dell’origine della fantascienza oggi può sembrare di modesta rilevanza, ma ha caratterizzato per decenni un prolifico e complesso filone critico. L’intervento di Brian Aldiss ebbe certamente il merito di comprendere come, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, scienza, tecnica e letteratura siano destinate a intraprendere un percorso comune e a ibridarsi successivamente con le prime teorizzazioni del socialismo europeo. Il risultato di questo incontro è una letteratura multiforme come la fantascienza, sempre indecisa tra evasione e grandi progetti, pensare al futuro per cambiare il presente, mettere in discussione ogni elemento della superstizione e contestare il potere.

Frankenstein liberato inizia con uno dei meccanismi classici della New Wave e della narrativa catastrofica di Ballard. Una Terra inquinata ed esaurita, dilaniata da una guerra mondiale tra i continenti, comincia a perdere la coerenza dello spazio-tempo. Intere porzioni di territorio si ritrovano improvvisamente a slittare in altre epoche, oscillando tra presente e passato. Il protagonista, allontanatosi dalla propria abitazione nel 2020 durante un temporaneo slittamento, si ritrova a Ginevra nel 1816 dove incontra sia lo scienziato Victor Frankenstein sia la comunità di intellettuali composta da Byron, Shelley, Polidori e Mary Godwin.

Il meccanismo letterario del viaggio nel tempo consente ad Aldiss di riscrivere la storia dell’origine del romanzo Frankenstein in coerenza con il suo ruolo di capostipite della fantascienza, anzi di quella fantascienza critica e politicamente impegnata che aveva portato al successo la rivista inglese New Worlds. “Il vapore è la base di ogni progresso contemporaneo”, proclama Shelley mentre descrive la sua idea prospettica di sviluppo tecnologico, aggiungendo che presto saranno messe le redini alla “grande forza vitale dell’elettricità”, ma all’idea che le macchine libereranno l’uomo dal lavoro e renderanno possibile il socialismo universale, Byron risponde con scetticismo paventando una società futura in cui le macchine saranno proprietà di coloro che sono al potere, perpetrando il crimine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Mentre a Villa Diodati i due poeti e intellettuali si scontrano sulla loro idea di futuro, una Mary Godwin (non ancora Mary Shelley) ascolta con attenzione sottolineando che solo il cambiamento interiore dell’uomo potrà consentire il progresso che il suo compagno considera inevitabile. In un solo capitolo, utilizzando teatralmente e in maniera apocrifa gli ospiti di Villa Diodati, Aldiss, forse citando volontariamente il Manoscritto sulle macchine di Karl Marx, descrive sia il futuro della fantascienza (sempre in bilico tra ottimismo tecnologico e critica del potere e dell’appropriazione selvaggia dei saperi) sia quello della politica (indecisa tra i grandi progetti sociali rivolti al futuro e l’egoismo del singolo e delle élite concentrato al presente).

Dunque Aldiss scopre le grandi metafore di un romanzo che, letto a più riprese dal cinema, è stato profondamente modificato, concentrando su di sé, in ogni epoca, l’idea della centralità del controllo sociale della scienza, dell’etica che si contrappone alla libertà di scoperta, della sfida all’ideologia della creazione divina che, da lì a poco, sarà portata avanti da Charles Darwin. Ma cos’è la cultura, sembrano chiedersi Mary Shelley e Brian Aldiss, se non la capacità di comprendere e sintetizzare le pulsioni di un’epoca, di valutarne le contraddizioni, proclamarne ad alta voci tutti i sogni, e soprattutto quelli proibiti?

In questa giornata dedicata al Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley abbiamo pubblicato anche una recensione della raccolta di racconti di Thomas Ligotti La straziante resurrezione di Victor Frankenstein, uno speciale sulle apparizioni della Creatura nel fumetto italiano; ci sarà anche una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson, chiuderemo con un itinerario di letture sul romanzo della Shelley, tutto per celebrare i duecento anni dalla prima edizione del romanzo (1818).

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