La british invasion nei fumetti

Luigi Siviero, Dopo il crepuscolo dei supereroi. Grant Morrison, Alan Moore e la british invasion, Eretica edizioni, pp. 216,  € 16,00

di STEFANO RIZZO

Sono pochissimi i saggi italiani, soprattutto quelli validi, dedicati al fumetto americano degli anni ‘80 e ‘90. L’uscita di questo volume di Luigi Siviero dedicato a Grant Morrison e Alan Moore, da trent’anni autori di culto, è sicuramente un bene, dato che il loro lavoro, complesso e ricco, richiederebbe maggior approfondimento.

Un libro come questo vent’anni fa non sarebbe uscito. Vent’anni dopo qualcosa è cambiato. È cambiata la cultura, occidentale ma non solo, nel mondo e quindi in Italia. Oggi il fumetto (e la cultura pop in generale) è molto più presente nei giornali, nelle trasmissione TV e in un’enorme parte dello spazio sul web. Ci sono sempre le imprecisioni, gli strafalcioni dei giornalisti non specializzati, è vero, ma c’è stata davvero una grande trasformazione. Ed è effetto di un’epocale evoluzione dell’intero sistema culturale che coinvolge anche quel fenomeno chiamato Nerd revolution. Al di là del giudizio che si può dare al complesso di questa trasformazione, credo che sia positivo che oggi si possa leggere il valore della cultura pop, al di là di steccati e di pregiudizi.

Dalla prima metà degli anni ottanta alla fine del decennio, alcuni sceneggiatori inglesi, provenienti dalla serie antologica 2000 AD si distinsero nel mercato U.S.A., arrivando quasi a dominarlo, con alcune collane fondamentali e rivoluzionarie pubblicate principalmente dalla DC Comics. È questa la british invasion del titolo, che nel nome riprende quella dei gruppi rock inglesi negli anni sessanta.

I primi autori di questa onda furono Alan Moore con Swamp Thing (la serie apripista dell’invasione nel 1983), due storie fondamentali di Superman e poi la miniserie di Watchmen disegnata da Dave Gibbons; Neil Gaiman con Sandman, Peter Milligan con Shade, the changing man; Jamie Delano con una sequenza straordinaria di Hellblazer e appunto Grant Morrison. Nonostante si consideri la british invasion strettamente legata agli sceneggiatori, sono da citare anche alcuni disegnatori inglesi dallo stile molto personale come Brian Bolland, Steve Dillon e Glenn Fabry, oltre la già citato Gibbons.

Luigi Siviero ha scelto di analizzare in questo libro un momento particolare della carriera di Morrison, che va dall’esordio fino al suo ciclo della JLA (ovvero la Justice League of America) terminato al 2000. Ancora negli anni ’90 Morrison scrive uno dei suoi capolavori: Invisibiles. Su questa serie Siviero sta scrivendo il suo prossimo libro. Nel nuovo millennio Morrison ha pubblicato molte opere interessanti, da All-Star Superman ad un lungo ciclo di Batman fino a Multiversity, opere sempre stimolanti e fresche.  

Il periodo scelto da Siviero è quello in cui lo stile e le idee di Morrison esplodono nella maniera più dirompente e rivoluzionaria. Ma la scelta di questi anni caldi è anche motivata dal loro situarsi in un momento in cui da una parte le opere di Alan Moore (in particolare Watchmen) e dall’altra The Dark Knight Returns di Frank Miller avevano sconvolto il pubblico e gli autori. Moltissimi sceneggiatori seguirono la via decostruzionista scelta dall’autore di Northampton e la cupezza delle atmosfere milleriane. Si diffusero però anche molte banali imitazioni di quel taglio realistico che nelle opere citate era risolto in maniera straordinaria ed indimenticabile. Lungi dall’essere l’unico elemento di quelle storie seminali, la durezza dell’approccio realistico ai supereroi (chiamato grim and gritty, oscuro e disperato) diventò, per esempio in alcune serie Image, l’elemento principale di racconti spesso ridicoli con disegni ipertrofici e lontanissimi dalla straordinaria finezza del racconto per immagini di Moore/Gibbons.

Fin dal suo esordio in UK, Morrison si colloca in parallelo e in opposizione a Moore e da subito l’autore scozzese, conscio del suo talento come di quello del collega, capisce che ogni sua opera doveva porsi in contrasto con quelle del collega. I due scrittori hanno un background culturale simile (ambedue vengono dal punk, da letture simili, hanno interessi nella magia) ma è evidente che se le origini sono comuni, le strade da loro prese ad un certo punto divergono.

Il lavoro di Siviero si concentra soprattutto su questo rapporto, che oscilla tra rispetto e dure critiche, sia nelle interviste pubbliche sia nelle opere stesse.

Siviero è molto bravo a scandagliare le opere di Morrison per evidenziarne gli elementi meta-fumettistici, momenti nei quali l’autore riesce ad esprimere, attraverso le storie che narra,  le sue idee sui fumetti statunitensi dei tre periodi storici: la Golden Age, la Silver Age e la cosiddetta Dark age (quella ispirata a Watchemen che andava per la maggiore). È su un ipotetico Rinascimento da un era oscura che Morrison scommette.

L’approccio di Moore, in un primo momento apprezzato dallo scozzese, viene ritenuto nel 1995 ormai vecchio e senza sbocchi. L’intoccabile scrittore inglese, da molti ritenuto il maggior genio del fumetto contemporaneo, viene ridimensionato in alcune dichiarazioni riportate con precisione da Siviero, da una dalle molte interviste rilasciate dall’autore di Glasgow:

“L’approccio di Alan Moore ha funzionato per un po’ ma il problema è che è troppo riduttivo. L’idea di supereroe viene portata giù a livello umano e i personaggi vengono trattati come se fossero persone qualunque con un costume pacchiano e abilità bizzarre. Ha funzionato per una manciata di buone storie perché nessuno aveva visto i supereroi scritti in questo modo ma alla fine ha condotto alla situazione in cui siamo oggi, dove il Joker fa snuff movies e Batman è un pazzo che ringhia e stringe le chiappe”.

Il progetto di una nuova rinascita dei supereroi è molto consapevole in Morrison:

“Vogliamo ripristinare la loro dignità. Renderli di nuovo incredibilmente potenti e divini e fonti di ispirazione, che è ciò che mi piaceva dei supereroi quando ero bambino”

Queste dichiarazioni sono scrupolosamente verificate da Siviero nell’analisi delle molte opere di Morrison leggibili anche come discorsi teorici sul fumetto e sulle sue possibilità, come la bellissima miniserie Flex Mentallo, la serie Aztek, the Ultimate Man scritta con Peter Milligan e Animal Man con il suo straziante finale che rompe la quarta parete e fa incontrare il personaggio con il suo autore.

Il libro di Siviero, dato il numero limitato di opere sulle quali si sofferma e l’alto livello di approfondimento che ne consegue, è sicuramente uno strumento utile a chi voglia capire come sia possibile scrivere opere fondamentali per la cultura contemporanea utilizzando e ripensando eroi in costume con poteri straordinari. In questo libro non c’è certo tutto, a partire dalla parte della produzione di Morrison successiva al 2000. E poco spazio è stato dato anche al background culturale e politico (gli anni ottanta thatcheriani, i moltissimi riferimenti letterari o musicali) che ha enormemente influenzato i due autori.

Chi ha goduto scoprendo Morrison con Arkham Asylum troverà però in questo saggio molti spunti per rileggere storie, ripensare a certe sequenze, fare attenzione a certi dialoghi. E questo significa che il libro ha colto nel segno.

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