Intervista a Corrado Stajano


(Archivio storico B. Petrone, fondo Lino T.)

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Il libro di  Corrado Stajano, Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, è appena stato riedito da Il Saggiatore. Giuseppe Costigliola ne scrive per PULP qui.

Cosa è rimasto in lei, nel profondo, dopo tanti anni, di quella inchiesta che portò avanti con rigore fattuale e, credo, con grande coinvolgimento emotivo?

Vede, questo è il mio libro più amato, mi è davvero rimasto dentro. Per scrivere l’introduzione alla nuova edizione ho dovuto riguardare le lettere, le numerosissime recensioni di allora, il libro uscì nel 1975. È stato un processo faticoso, e anche doloroso, rileggere una storia impossibile, assurda. Sì, sono passati quarantasette anni, ma provo ancora molto dolore. Sono memorie dolorose anche perché sembra che sia un passato che non passa. Dopo Serantini, pensi un po’, in questi decenni quello che è accaduto a Genova, a Bolzaneto, alla caserma Diaz, a Francesco Aldrovandi, a Stefano Cucchi: pare che non si riesca a rendere normale questo Paese, rispettoso della giustizia, della Costituzione della Repubblica.

Come una ferita che non si rimargina mai.

Sì, ma bisogna che questa ferita sia rimarginata. Per questo io ho provato dolore rivivendo la vita e la morte di questo povero ragazzo sardo, che sembra davvero una storia ottocentesca, un figlio di nessuno nella vita e poi anche nella morte. Abbandonato dalla madre, affidato a una coppia di coniugi siciliani, poi mandato al riformatorio di Pisa. Ma lì accade una cosa bella, il ragazzo ha una sorta di riscatto. A Pisa, negli anni 1968, c’era un grande fervore, i giovani arrivavano da tutta Italia, Pisa con Torino e Trento erano le capitali della contestazione studentesca, e Serantini si sente libero, finalmente, non più il ragazzo del riformatorio, ma uno come gli altri. Questo purtroppo dura poco, presto verrà ucciso selvaggiamente durante una manifestazione alla quale non partecipava neanche. Fu letteralmente assassinato, era immobile sul Lungarno Gambacorti di Pisa, il Lungarno vicino al ponte di Mezzo, al palazzo del Comune, gli saltano addosso dieci suoi coetanei e lo massacrano. Non c’è un pezzettino del corpo di Franco Serantini intoccato.

Cosa ricorda di quel periodo che trascorse a Pisa, dell’indagine che vi condusse?

Io quando scrivo amo molto vedere i luoghi, tutti i miei libri sono fatti così, nelle mie inchieste ho girato tutta l’Italia, Milano, Torino, Palermo, Africo, nei miei libri i luoghi sono importanti, i luoghi e i particolari dei fatti. I particolari ti aiutano ad arrivare al cielo, e non viceversa. Quindi sono stato a Pisa lungamente, avevo visto tutto quel che potevo, e ascoltato tutti quanti avevano visto e conosciuto questo povero ragazzo, i magistrati, i funzionari di polizia, ho raccolto una considerevole mole documentale.

Pisa fu molto importante per Serantini, lì aveva cambiato la vita, negli ultimi tempi della sua esistenza era stato un ragazzo come gli altri, aveva lavorato, aveva preso la licenza di scuola media, mentre negli istituti dove era stato in Sardegna non riusciva a studiare, sempre in contraddizione, in conflitto con le suore, era un ragazzo che aveva bisogno di affetto, non di autoritarismi, e a Pisa ha avuto una sorta di riscatto, lavorava, era riuscito a comperare coi pochi soldi che guadagnava un motorino usato, un Ciao, è stato un momento di letizia, di felicità, ma è durato poco. Lì, a Lungarno Gambacorti dove fu aggredito,Serantiniera immobile, avrebbe potuto scappare nel quartiere che aveva alle spalle, l’Annunziatina, un quartiere popolare, lì tra i vicoli si sarebbe salvato, ma sembra che – questa però è nell’immaginazione di chi scrive – sembra che abbia voluto quella morte. Poi si sono accaniti tutti, neanche il magistrato ha capito che il ragazzo stava morendo, lo interrogava e Franco Serantini non riusciva nemmeno a tenere la testa levata, gli unici che capirono che stava morendo furono i secondini del carcere. Pensi un po’. Fu colpito il venerdì, e morì due giorni dopo, la domenica, durante le elezioni politiche di quell’anno.

Ma la violenza delle istituzioni è davvero inevitabile?

Credo purtroppo di sì, nella politica malata di oggi. L’idea di nazione in questo nostro Paese non si è ancora realizzata. «La Costituzione non è andata al di là delle garitte delle caserme», scrivo nell’introduzione alla nuova edizione del Sovversivo. Pensavo ai fatti di Genova, a Bolzaneto, a Cucchi. Ci sono voluti nove anni per arrivare alla verità, subito evidente, dell’assassinio di quel povero ragazzo.

Nel suo libro ci sono delle pagine molto toccanti sul funerale di Franco Serantini.

Sa, l’unico dono che ha avuto Serantini dalla società, da questo Paese, è stato il funerale. Vi partecipò tutta la città, migliaia di ragazzi con le bandiere rosse, rosse e nere degli anarchici, la città intera, le madri di Pisa che si sono sentite tutte madri di quel ragazzo figlio di nessuno. Non dimenticherò mai le immagini girate a quel funerale, sono impressionanti, sullo sfondo il campo di Pisa, la Cattedrale, il Battistero, i giovani che portano a spalla la bara del loro coetaneo, del loro compagno, e una ragazza, bella, che precede tutti con un mazzo di gladioli – è un’immagine che non esce dal cuore.

I disegni del grande artista Costantino Nivola arricchiscono il suo libro, e come lei scrive nella prefazione sono un po’ un dono per la memoria di Franco Serantini. Lei ha conosciuto personalmente Nivola?

Sì, l’ho conosciuto in casa dello scrittore Antonio Cederna a Roma. Come scrivo nell’introduzione, lo scultore, molto simpatico, vide Il sovversivo nella casa di Cederna, si fece prestare il libro e disegnò la storia di Serantini negli spazi bianchi dell’edizione Einaudi, la prima.

Lei ha sempre coniugato l’attività giornalistica e culturale con un preciso e sentito impegno civile, con quella che un tempo non si esitava a chiamare “la ricerca della verità”. Quali sono stati gli esempi e i maestri che le hanno indicato questa via?

Credo che i miei maestri siano stati i libri letti – la mia generazione non faceva altro che leggere. «Guerra e pace», a 14 anni, fu il gran libro, la scoperta. Lo rilessi poi nei decenni quattro o cinque volte. Più tardi, tra gli altri, i libri della memoria, Rilke, Joyce, Proust, Alain Fournier. Le persone? Cesare Segre, Raffaele Mattioli, Primo Levi, Elio Vittorini, Ermanno Olmi, con cui ho firmato sei o sette documentari politico-culturali. Mi insegnò l’essenzialità. Ma i veri maestri furono i fatti della vita visti con la curiosità di chi, fin da ragazzo, sognò di scrivere. E poi i luoghi, i dettagli.

Agli instant book, molto popolari negli anni Settanta, lei ha sempre preferito l’approfondimento meditato, la ricostruzione particolareggiata degli eventi, caratterizzata da intenso coinvolgimento umano. Come nascono i suoi libri?

Sì, è così. Detesto gli instant book, i miei libri stanno fra il saggio e la narrazione, e anche l’inchiesta, ma le mie non sono semplici inchieste, sono narrazioni, nell’accezione di Benjamin. Non saprei quando nasce l’idea, come matura, è difficile che un autore lo possa dire. Il coinvolgimento umano è doveroso, per uno che scrive. Non è che scriviamo astrattamente per riempire dei fogli.Questo su Serantini uscì tre anni dopo i fatti, nel 1975. Fu presentato a Milano, alla Palazzina Liberty, da Giulio Einaudi, Dario Fo, il senatore Terracini. Dario Fo lesse con voce grave, senza un commento, le due pagine che nel libro parlano dell’autopsia. Le lesse in un silenzio atroce, eppure ci saranno state mille persone, perché allora la passione era grande.La morte di Franco Serantini scatenò polemiche di ogni genere, roventi, ma non ebbe giustizia.

Cosa le hanno insegnato umanamente le grandi inchieste che lei ha indomitamente portato avanti in tutti questi anni? Si sente arricchito come uomo, dopo tanto scavare nelle più fosche vicende italiane, oppure si sente amareggiato, per aver fronteggiato tanta violenza e tanto squallore?

Non so. I miei libri sono di due tipi: i libri saggio-inchiesta (Il sovversivo, Africo, Un eroe borghese) e le narrazioni, i libri che si ispirano, si può dire, alla lezione di Benjamin. (La città degli untori, Patrie smarrite, Eredità). Le inchieste sono state utili a nutrire la scrittura.

Perché è così importante non dimenticare, conservare, tramandare la memoria?

Perché la memoria è fondamentale per costruire una società. Una società che cancella la propria memoria non ha diritto di esistere.

E non è quello che sta accadendo a noi oggi?

Certo! Sta accadendo ogni giorno, nessuno sa più nulla e pare che la memoria sia un fastidio.

Secondo lei ci sarà un modo di tirarsi fuori da questo abisso?

Non lo so, abbiamo fatto di tutto, eravamo in tanti, e siamo stati sconfitti. Adesso è un momento pericoloso.Avremmo bisogno di una politica limpida, pulita, e non c’è. Però l’Italia è un Paese ricco di energie positive, ma queste energie sono come delle isole, e mancano i ponti da un’isola all’altra. È un Paese che è rinato tante volte, e tante volte si è perduto.

Dunque?

Vede, il male che ci avvelena è il disprezzo degli altri, la violenza verso il debole e l’indifeso, il chiudersi in casa di molti che non ne vogliono più sapere mentre fuori la società non cammina nel modo giusto e limpido come dovrebbe. Bisognerebbe tornare a coltivare la solidarietà, ad un coinvolgimento civile e democratico quanto più ampio possibile. Un tempo avevo coniato uno slogan, “Lasciateci almeno la speranza della speranza”. Ecco, questo vorrei comunicare ai giovani.

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