Il trauma della guerra e il detective ferito

Giulio Segato, The Nightmare of My Choice. Guerra del Vietnam e romanzo poliziesco americano, Aras edizioni, pp. 166, euro 16,00 stampa

di CHIARA M. COSCIA e NICOLA CUCCHI

Gli studiosi di letteratura, così come i lettori per passione o professione, hanno in comune un momento preciso della loro carriera di consumatori di storie in cui tutto cambia. Esiste un confine tra l’intrattenimento e la comprensione profonda di una storia e dei suoi meccanismi che, una volta superato, non può essere più riattraversato. È un momento di illuminazione indimenticabile, quello in cui ci si accorge che le storie hanno un potere formativo che va oltre il puro e semplice godimento.

Ad aiutarci nel nostro percorso di lettori consapevoli intervengono libri come The Nightmare of My Choice. Guerra del Vietnam e romanzo poliziesco americano di Giulio Segato, edito da Aras edizioni, nella Collana REWIND. L’autore passa in analisi un argomento cruciale della letteratura nordamericana del Novecento,  l’esperienza del Vietnam e il trauma postbellico, attraverso la lente interpretativa della detective fiction e delle sue strategie narrative, e lo fa mantenendo uno stile e una leggibilità altamente accessibili, operando una precisa e puntuale ricerca che resta fruibile ai più senza mai sforare nell’accademismo stretto.

La permanenza della “guerra sporca” nell’immaginario collettivo statunitense viene favorita e in un certo senso formalizzata da certe produzioni culturali. Valutando uno spazio di produzione letteraria ibrido tra letteratura post-Vietnam e romanzo poliziesco, Segato si pone l’obiettivo di ritrovare le tracce di una ferita.

La rappresentazione della violenza, registrata all’incrocio tra i linguaggi/generi della war fiction e crime fiction (il poliziesco), testimonia come il trauma bellico si trasferisca inevitabilmente nella vita civile, con conseguenze immediatamente percepibili sui personaggi. È noto che la letteratura popolare registri sentimenti e valori prevalenti in una data epoca; gli autori, riproducendo determinati meccanismi nelle storie, in un certo senso giungono non solo a riconoscerli, ma anche a fornirne sostanziale legittimazione. Dunque, in quest’ottica, il romanzo poliziesco, che incontra e incorpora l’esperienza traumatica della guerra in Vietnam, acquisisce un ruolo sociale nel consentire ai lettori di interrogarsi sulla validità dei valori collettivi.

Se l’esperienza della Prima guerra mondiale rappresenta l’Esperienza intorno alla quale si costituisce tutta la Lost Generation, ma non solo, e la Seconda guerra mondiale vedeva ancora gli americani come protagonisti portatori di valori positivi, salvatori dell’Europa dal nazismo, con il Vietnam tutto ciò viene meno. L’idea stessa della guerra si riconfigura nell’immaginario in maniera progressiva, e con essa (“insieme” o “di conseguenza” non è chiaro) è la società statunitense stessa a cambiare. Le narrazioni diventano così, in un certo senso, tentativi compensatori del reduce di dare un senso al trauma subito.

La guerra in Vietnam è una guerra contestata, in cui gli americani vengono rappresentati come invasori, infrangendo il sogno dell’eccezionalismo americano e diventando una ferita mai rimarginata. “È una guerra televisiva, da salotto”, scrive Segato, e in effetti è proprio in quei salotti di casa che l’esperienza del trauma post-bellico si è insinuata nell’immaginario collettivo con tutto il suo carico di tensioni sul ruolo dei soldati americani. Quell’immaginario è riversato in opere come Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald, La paga del soldato di William Faulkner, The Moviegoer di Walker Percy, Il mistero del lago di Tim O’Brien e Flags of Our Fathers di James Bradley e Ron Power, ma non solo. Il punto d’arrivo di Segato è che un certo tipo di violenza bellica, sia stata formativa e determinante di tutta la letteratura del periodo post bellico.

Con il sedimentarsi delle diverse esperienze, infatti, si registra un notevole ampliamento della gamma dei traumi subiti, che trovano il loro spazio di rielaborazione nel genere poliziesco e in un certo tipo di personaggio.

Il nuovo detective reduce, che Segato intercetta prendendo in esame le scritture di autori come James Lee Burke, James Crumley e Cormac McCarthy, diventa la figura centrale, catalizzatore di una molteplicità di generi e tensioni sociali. Lo vediamo chiaramente in personaggi come Dave Robicheaux (da Pioggia al neon e altri romanzi di Burke), Sughrue e Milo (L’ultimo vero bacio, Il confine dell’inganno di Crumley), ma anche, in forma diversa, in Bell e Moss da Non è un paese per vecchi, di McCarthy, a cui Segato dedica un intero capitolo.

Al trauma subito in guerra, il detective reduce somma in sé il trauma del ritorno, ovvero l’incapacità di trovare un ruolo in una società profondamente cambiata, per di più respingente verso i responsabili di uccisioni vista da una larga porzione di cittadini come ingiuste. Alla molteplicità di livelli traumatici corrispondono molteplici forme di disordine e destabilizzazione da restaurare.

La questione della violenza come metafora strutturale e strutturante dell’americanità è un nodo cruciale all’interno di tutta la poetica statunitense. Come afferma Richard Slotkin, nel suo saggio del 1973, Regeneration through Violence, la peculiarità del carattere americano va ricercata sì nella mitologia della colonizzazione del Nuovo Mondo, ma soprattutto nell’attuazione di quella mitologia attraverso un meccanismo cruciale: la violenza. Questa violenza rigeneratrice, però, si riconfigura post-Vietnam. I tentativi ossessivi di restaurazione dimostrano presto l’impossibilità di tornare a una vita armonica, a causa della profondità dei traumi subiti e dei cambiamenti avvenuti. Questo senso di disequilibrio e caos trovano voce in una rappresentazione della violenza sempre meno orientata e sempre più diffusa, uno sfogo che sembra aver perso ogni potere catartico.

Tutto questo discorso si inscrive nella dinamica più ampia della frontiera. È l’eroe di frontiera che si è trasformato nel detective post-Vietnam, anche e soprattutto passando per i vari passaggi di smantellamento, spaesamento ed emasculation attraversati nel corso delle guerre mondiali. Il risultato è un eroe ferito, malandato, patologizzato nel PTSD, che però usa queste mancanze per continuare a tenersi ai margini – come l’eroe di frontiera ha sempre fatto – e salvarsi dall’imbarbarimento della società civile.

Di certo le narrazioni oggetto del libro hanno fornito una chiave di lettura sulla figura del reduce. Il silenzio e l’esclusione prevalsi fino alla prima metà degli anni Settanta trovano evoluzione in un certo sentimento di “rivalsa” che prende forma, seppure in maniera controversa, nella figura del detective; la stessa società marginalizzante finisce per innalzare i reduci a nuovi eroi nella veste (insanguinata) di restauratori dell’ordine. Il trauma diviene così una dote che accresce le capacità d’intervento. I reduci, infatti, forniti dello strumento dell’esperienza subita e mossi dalla necessita di rivivere le sensazioni vissute, si trovano nella posizione di potersi affrancare e allo stesso tempo combattere l’incremento del livello di violenza nella società civile. Il loro “ruolo sociale” è consolidato. Così il capovolgimento è compiuto: il trauma subito in guerra non rappresenta un pericolo, ma anzi diventa utile a preservarne gli equilibri.

Questa rielaborazione dell’hard boiled riconferma, in un certo senso, l’idea della violenza come catarsi. Essa tuttavia assume un diverso significato a seconda di chi la compie e dagli scopi che la contraddistinguono. Quello che si riscontra è una ridefinizione di senso influenzata dal trauma post-bellico collettivo. Il codice morale prevalente fino alla seconda guerra mondiale non viene del tutto sostituito, ma, attraversando un graduale superamento, si incrina fino a rompersi per lasciare spazio allo sfogo incontrollato di giustizieri disadattati, gli unici, in fin dei conti, a essere in grado di affrontate una società brutalizzata e brutalizzante quale è quella post-Vietnam.

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