Vita di poeta (tra prosciutti e mortadelle)

Valentino Zeichen, Diario 1999, Fazi Editore, pp. 332, €18,50 stampa €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

1999, anno del primo diario pubblicato postumo di Valentino Zeichen. A qualcuno si presenteranno spiacevoli sogni notturni, l’animo mitteleuropeo del poeta, sagace e pungente quanto basta a renderlo bizantinamente simpatico, entusiasma chi scrive e crea dispiacere ad altri. Ma resta il fatto che tutti aspireranno a vedere il proprio nome apparire in quelle pagine. Nel bene e, più, nel male. Il male poi provoca risate a braccia aperte, e accurati piaceri d’intelletto.

In questo diario le giornate sembrano governate da Zeichen con raro senso mercantile, e – quel che più conta – i brani, poesie e commenti, punzecchiature comprese, seguono una fattura di prim’ordine, una congenita eleganza mai convenzionale. Sulla soglia del millennio, il poeta osserva i fuochi d’artificio in cielo e i bagliori in terra, documenta il suo saper cucinare per gli amici e il saper mangiare in casa altrui, criticando il criticabile e accarezzando l’accarezzabile. Ogni parola si posa sapiente sia quando è morbida come un velluto, sia quando raschia come carta vetrata n° 12. Nessuna mediazione verso le supposte astuzie editoriali di critici e poeti, qui dentro non si troverà il gossip ma le più nette maldicenze riportate con gusto filologico.

Zeichen ama chi gli regala un prosciutto intero di 5 chili, ma scomunica lo stesso che gli propina annualmente mortadella d’infima qualità. Sorride quando confessa di preservare una cassetta contenente il centinaio di recensioni (all’epoca) sui suoi libri: la «banca privata» dell’autore. Lamenta il dover consegnare gli ultimi testi di un nuovo libro all’editore Fazi quando sente esaurita la propria vena. Vera e propria accidia mitteleuropea, nonostante la lunga e «famosa» (o meglio, celebre) vita romana.

Se la prende, non mancando di definirli «superficiali», con i redattori del Corriere che non pubblicano le sue poesie, pur avendo assolto al dovere dell’invito. Ci sono poeti teneramente nominati, come Milo De Angelis, Giovanni Raboni, Isabella Vincentini, Valerio Magrelli. Perché la disinvoltura «sumera» di Zeichen ha qui gran modo di puntare al cuore. Sorprende, ma non tanto (poiché è indice di un’intelligenza letteraria e olfattiva di prim’ordine), quando spiega come Philip K. Dick abbia superato abbondantemente Samuel Beckett sull’immaginare in modo ben più realistico gli effetti di una guerra nucleare. Impianto stilistico scientifico contro quello umanistico: 1-0.

Come non divertirsi, anche atrocemente, nel leggere i brani che riguardano Moravia e Paris, e Cordelli e Baricco? E come non provare un nemmeno tanto sottile brivido di fronte all’affermazione che la poesia di Amelia Rosselli è una melassa avanguardista? Sera del 13 febbraio, si scatena insurrezione fra poeti. Innaffiata di whisky. E come non sorridere sentendogli serenamente precisare che l’unico suo argomento (almeno per quel giorno) è il cibo, quindi astenersi dal coinvolgerlo in conversazioni letterarie. E poi le donne, a cui Zeichen guarda con occhio clinico per saggiarne il lato nutriente, espressivo e caldamente amorevole. Fra piccole poesie di provvidenziale confezione, si alternano commenti, aneddoti e giudizi via via scrupolosi, intriganti, premurosi, cortesemente feroci. Puro stile Zeichen.

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