Il deserto del paradiso

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya, Einaudi, pp. 110, euro 14,00 stampa.

recensisce GRAZIA NEGRO

Non è solo un taccuino di viaggio con tanto di disegni e di mappe richieste dal genere, questo prezioso librettino: è innanzitutto una pausa di riflessione nella vita di Cognetti, il bisogno di una Kehre, di una svolta, alle soglie dei 40 anni e in seguito allo scombussolamento generato dal conseguimento del Premio Strega nel 2017, che l’ha allontanato da una vita di semplicità e di concentrazione sintetizzate dalla scelta di vivere in una malga in montagna sopra Brusson, in Val d’Aosta, a 2.000 metri.

È anche una riflessione sull’importanza dell’amicizia nella vita, nella fattispecie di Nicola e di Remigio che accompagnano l’autore, verso la fine del 2017, in questo viaggio nel Dolpo, un altopiano nepalese tra i 4.000 e i 5.000 metri di altitudine; un luogo isolato, un deserto di roccia e di ghiaccio privo di alberi. La fine del viaggio e il ritorno alla civiltà viene, non a caso, segnato dallo stupore provocato dalla visione di un cedro e dalle nuvole, impossibili a vedersi nel Dolpo, dove le cime himalayane bloccano il monsone.

È quindi uno spunto per ragionare sul futuro di questa civiltà montana così fragile, tempio della cultura tibetana, che vive di un’economia di sussistenza (coltivazione di orzo e di miglio, allevamenti di yak sia per i prodotti caseari sia per le carovane di merci che portano verso sud il sale e verso nord il riso e il tè), aggredita però oggi senza possibilità di scampo dalle magnifiche sorti e progressive della Cina.

È poi un viaggio in se stesso, nel recupero dell’armonia e dei ritmi lenti che solo il duro cammino giornaliero può restituire, sconfiggendo il demone del male di montagna che si manifesta già a 3.000 metri, e che però non impedisce all’autore di superare alcuni passi che superano i 5.000 metri. La scelta consapevole di rinunciare alla mistica della conquista della vetta, enunciata già dal titolo, corrisponde alla critica del desiderio di primeggiare, proprio di tanto alpinismo contemporaneo. Il cammino in montagna si delinea così per Cognetti più come un girovagare intorno alle cime, come un pellegrinaggio, kora in tibetano, che sostituisce alla violenza occidentale della conquista della vetta la gentilezza della comprensione di sé e del paesaggio circostante.

È ancora un pretesto per ragionare sui dogmi della nostra civiltà occidentale. La risonanza con gli elementi semplici dell’ambiente montano fanno, infatti, capire all’autore i bisogni essenziali, nei quali fa rientrare assolutamente i libri. I due maestri che lo accompagnano con le loro riflessioni durante la camminata sono lo sguardo sull’Oriente di Tiziano Terzani e la ricerca dell’impossibile di Peter Matthiessen (Il leopardo delle nevi), a conferma che il confronto con la cultura tibetana del Dolpo si configura innanzitutto come una meditazione interiore alla ricerca di una nuova casa.

È infine una galleria di incontri, non solo umani. Su tutti spicca il monaco del gompa (monastero) di Shey, un custode che vive da solo a 4.700 metri e che dorme sulla soglia del santuario sotto una coltre di coperte. Ogni mattina e ogni pomeriggio compie il suo giro del campo di pietre di preghiera. Il sorriso magnifico e sereno con cui accoglie Cognetti sostituisce le parole di un dialogo impossibile. E poi gli animali che, come la montagna, rappresentano la vita allo stato puro, senza bisogno di interpretazione. Ecco Kanjiroba, una cagna trovatella che si unisce alla carovana di camminatori, di guide, di portatori e di muli e che si ritaglia progressivamente uno spazio di intimità e di affetto tra i tre amici. Kanji scompare misteriosamente alla fine del trekking, non appena il gruppo rientra in contatto con la civiltà. Un rientro tanto sofferto, ma nel contempo necessario, la rinuncia a un paradiso che però si è delineato come un deserto, nella dialettica di coincidenza tra gli opposti che sta alle origini del pensiero occidentale.

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