Il critico come bohémien

Gino Scatasta, Fitzrovia, o la Bohème di Londra, Il Mulino, pp. 217, euro 21,00 stampa, euro 14,99 ebook

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

Wilde ipotizzava che la menzogna fosse molto più interessante della squallida realtà: questo libro è la dimostrazione di questa tesi. Fitzrovia di Gino Scatasta, professore di Letteratura inglese all’Università di Bologna, è infatti un libro basato in gran parte sul gossip, sulle autobiografie romanzate dei protagonisti della bohème londinese, un libro in cui il critico letterario «può prendersi qualche libertà con i fatti così come sono realmente accaduti». Essendo fondamentalmente basato sulle auto-rappresentazioni dei protagonisti della bohème londinese, sulle chiacchiere da pub, sulle dicerie e sui pettegolezzi, questo libro sarebbe sicuramente piaciuto al Divino Oscar: del resto, lo stesso Scatasta racconta di aver discusso i vari aspetti della sua ricerca in lunghe serate al pub con altri studiosi suoi amici. Per descrivere la Bohème di Londra è diventato un po’ bohèmien anche lui cosicché Il Critico come Artista di Wilde si è trasformato nel Critico Bohémien. Durante i suoi soggiorni a Londra, Scatasta ha lavorato sul suo studio frequentando per diverse sere di fila la Fitzroy Tavern, il Wheatsheaf e il Marquess of Granby.

A dire il vero, il dandy e il bohémien sono molto diversi tra loro. Wilde, ad esempio, odiava la vita bohémien, perché a Wilde faceva orrore la povertà vera, la vita in squallidi alberghi o appartamenti che conducevano i bohèmien. Mentre i bohémien dovevano arrabattarsi ogni giorno per sbarcare il lunario, Wilde viveva nel lusso e proclamava a ogni piè sospinto il suo profondo disprezzo per la vita quotidiana e in definitiva per la realtà stessa, cui preferiva l’Arte, la maschera, la finzione, la menzogna. Paradossalmente, negli ultimi anni della sua vita il dandy orgoglioso che aveva tutta Londra ai suoi piedi fu costretto a condurre una vita da bohémien, dimenticato da tutti. La sua fu, ci ricorda Scatasta, «una morte da bohémien, povero e malato in una squallida camera d’albergo nel Quartiere Latino». La sua tomba al cimitero di Père Lachaise diventò ovviamente una tappa obbligata per tutti i bohémien di Parigi e non solo.

L’interesse per Fitzrovia nasce dai corsi universitari che Scatasta ha tenuto in questi anni su Londra e sulla sua rappresentazione letteraria nei romanzi dall’800 ad oggi, nonché dal fascino particolare che questa città esercita su coloro che si avventurano nelle sue strade, «quando alla città reale si sovrappongono le immagini stratificate del suo passato e dei suoi miti letterari». Scatasta analizza dunque in Fitzrovia «una tradizione letteraria che mescola città reale e città della mente, dalla Nuova Gerusalemme di Blake alla unreal city della Terra Desolata eliotiana». Fitzrovia dunque «...non è un luogo fisico, ma piuttosto un luogo mentale, un quartiere dell’immaginazione, un posto unico al mondo, a partire dal nome che suona misterioso».

All’inizio del libro, Scatasta si preoccupa di ricostruire minuziosamente l’origine del nome Fitzrovia, cioè quella zona di Londra a forma di parallelepipedo delimitato sui lati lunghi da Tottenham Court Road e Charlotte Street, e su quelli corti da Oxford Street e Howland Street, che è stata per cinquant’anni la culla della Bohéme. La prima sorpresa è che il nome Fitzrovia non deriva da Fitzroy Street o dalla vicina Fitzroy Square, ma da un pub, la Fitzroy Tavern. A partire dagli anni venti, il locale diventò il centro della vita sociale e culturale della zona, perché la sua clientela annoverava scrittori, artisti, musicisti, modelle e altri personaggi noti e meno noti. Tra i locali citati c’è anche il Tour Eiffel Restaurant, frequentato dall’ereditiera Nancy Cunard, che fu ritratta da Kokoschka, da Cecil Beaton e da Man Ray, e ispirò anche Hemingway e Aldous Huxley. L’Eiffel era frequentato anche dai Vorticisti di Wyndham Lewis, che vi presentarono la rivista Blast. Non sorprende che pure Ezra Pound ogni tanto vi facesse una capatina.

Molti di questi bohémien hanno passato gran parte della loro vita alla deriva nei pub di Fitzrovia a raccontare storie a volte completamente inventate sprecando così il loro immenso talento, ma – anche grazie al libro di Scatasta – non spariranno nelle nebbie londinesi, non saranno dimenticati. Parliamo di di Nina Hamnett, che fu modella dello scultore Henri Gaudier-Brzeska e di Amedeo Modigliani, poi morta suicida negli anni cinquanta; di Betty May, detta la donna-tigre, che morì completamente dimenticata negli anni ottanta; di Julian MacLaren-Ross, convinto di essere vittima di un complotto di cui era a capo Iris Murdoch; del pittore Augustus John, che rimase un bohémien per tutta la vita. E poi incontriamo personaggi ancor più misteriosi come Alan Odle, presunto figlio di Aubrey Beardsley, che sarebbe nato da un rapporto incestuoso tra Beardsley e sua sorella Mabel; come Iron Foot Jack, un noto truffatore e fondatore della setta dei “Figli del Sole”, o come Geoffrey Wladislas Vaile Potocki de Montalk, poeta neozelandese che si vantava di essere l’erede al trono del Regno di Polonia. Tra gli assidui frequentatori dei pub di Fitzrovia c’era anche il romanziere Matthew Phipps Shiel, lo scrittore di fantascienza autore de La nube purpurea (The Purple Cloud, 1901), che era stato nominato Sovrano del Regno di Redonda, una piccola isola rocciosa delle Indie Occidentali. Dopo la sua morte nel 1947, i suoi successori sul Trono di Redonda distribuirono titoli nobiliari di fantasia a destra e a manca a famosi scrittori, poeti, registi e romanzieri, come Dylan Thomas, Henry Miller, Pedro Almodòvar, Pietro Citati, Francis Ford Coppola, Umberto Eco, Claudio Magris e John Ashbery.

Un altro personaggio straordinario citato nel libro è Thomas Edward Neil Driberg, barone Bradwell, ricco e gay – quindi all’epoca ricattabile – citato nell’Archivio Mitrokhin come possibile collaboratore del KGB; Driberg a sua volta era amico di Guy Burgess, la spia inglese che passava informazioni all’Unione Sovietica, e fu per un certo periodo seguace del satanista Aleister Crowley, personaggio che certo non ha bisogno di presentazioni. Non meraviglia che anche Crowley frequentasse i pub di Fitzrovia quand’era a Londra. È molto interessante il racconto che fa Scatasta della disputa legale tra Crowley e una delle protagoniste della bohème londinese, Betty May, a causa della morte di un giovane fidanzato della May, tale Raoul Loveday, che Crowley aveva attirato nella sua Abbazia di Thelema a Cefalù e che sarebbe morto dopo aver bevuto sangue di gatto.

Gustoso anche l’episodio che riguarda il poeta americano Robert McAlmon, che a quanto pare batté a macchina le ultime cinquanta pagine dell’Ulisse di Joyce, che aveva conosciuto a Parigi, cercando di decifrare la scrittura quasi illeggibile sui taccuini dell’autore irlandese. Dopo un po’ si stufò di faticare su quel testo quasi incomprensibile e cominciò ad inserire frasi a caso nel monologo di Molly Bloom; anni dopo Joyce gli rivelò di essersi accorto delle manipolazioni, ma di averle lasciate così com’erano.

Un altro racconto imperdibile è quello dell’intricata vicenda del pittore Walter Sickert e del suo coinvolgimento nelle indagini sui delitti di Jack lo Squartatore. Sickert aveva studiato alla Slade School ed era un assiduo frequentatore dei pub di Fitzrovia; aveva la mania di travestirsi e andava in giro dicendo di conoscere la vera identità di Jack lo Squartatore; aveva preso in affitto vari studi in diverse parti della città, e cercò di acquisire una certa notorietà ritraendo modelle nude in quadri che alludevano ai delitti di Jack. Anche se probabilmente non era presente a Londra nell’anno dei delitti, il 1888, non sorprende più di tanto che Sickert venisse sospettato di essere Jack. Nel raccontare la storia di Sickert e dei suoi collegamenti con i delitti di Whitechapel, Scatasta ricorda anche le indagini condotte dallo scrittore Jean Overton Fuller e dalla scrittrice Patricia Cornwell, convinta che il famoso serial killer fosse proprio Sickert, tanto da far distruggere un suo quadro pur di poter analizzare il DNA di un capello, ma senza alcun esito.

A conclusione del libro, si impone una riflessione: che ne è della bohème oggi? E’ presto detto: la bohème oggi non è più confinata nei pub o nelle zone più squallide e vitali delle grandi metropoli, ma è dappertutto. Dopo il secondo dopoguerra, infatti, ci ricorda Scatasta, la bohème diventa sempre più mainstream, i suoi ideali cominciano a penetrare nella cultura di massa, nei movimenti giovanili, e infine nel mondo della moda. I veri eredi dei bohémien negli anni cinquanta e sessanta furono dapprima i beatniks, poi i beat e gli hippy. A poco a poco, la vita bohémien diventò alla portata di tutti, anche dei borghesi con il posto in banca, almeno nei fine settimana, a causa della rivoluzione sessuale, della diffusione di massa del consumo di alcool e soprattutto delle droghe. Ormai il mondo della bohème, dissidente e ribelle, è diventato un prodotto commerciale. Oggi, se volete vedere come vestono i bohémien, dovete sfogliare una rivista di moda.

L’unico rammarico del lettore, incuriosito da tutte queste storie incredibili e straordinarie, è che Scatasta non abbia avuto il tempo di approfondire alcuni episodi appena accennati, come quello delle aringhe di Stewart Gray, oppure l’aggressione fisica e verbale ai danni di Filippo Tommaso Martinetti in visita a Londra da parte di Wyndham Lewis e dei Vorticisti, che accusavano il fondatore del Futurismo di essersi arricchito in Africa sfruttando prostitute. Scatasta ha già promesso che nel suo prossimo libro chiarirà anche questi episodi e fornirà nuovi gustosi dettagli. Si occuperà infatti degli eredi della bohème londinese negli anni cinquanta, sessanta e settanta, e dunque del passaggio della bohème da Fitzrovia a Soho e a Chelsea. Un programma indubbiamente appetitoso.

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