Il coraggio di scrivere: Riflessioni su La ragazza con la Leica

riflette UMBERTO ROSSI

Lo scorso anno lessi e recensii per PULP Libri il vincitore dello Strega e uno dei finalisti. Lo feci per motivi estrinseci: Le otto montagne di Cognetti, perché trattava di montagne per l’appunto, argomento che mi interessa sempre; La più amata della Ciabatti, perché avevo letto un precedente romanzo della scrittrice maremmana, e m’era piaciuto abbastanza. Quest’anno ho letto La ragazza con la Leica (Guanda, pp. 333, euro 15,30 stampa, euro 10,99 ebook) per un motivo nient’affatto estrinseco: non appena avuta la notizia della vittoria allo Strega di Helena Janeczek ho acquistato il suo romanzo e mi sono messo a leggerlo con la precisa intenzione di discuterlo qui proprio perché vincitore dello Strega. Ed è mio fermo intendimento continuare nei prossimi anni con i premiati a venire (almeno finché ce la faccio).

Vorrei aggiungere che per motivi altrettanto estrinseci ho cominciato a leggere anche il vincitore dello strega del 2016, e cioè La scuola cattolica di Edoardo Albinati; avevo sentito parlare l’autore alla radio (a Fahrenheit, ovviamente), e avendo frequentato anch’io un liceo religioso ero stato subito toccato dal suo tema. Ne ho macinato un centinaio di pagine, poi confesso di averlo mollato, nauseato da una verbosità proliferante e irritante. La storia ce l’aveva, Albinati, ma avrebbe dovuto raccontarla con 200 pagine in meno (un amico che lavora nell’editoria avrebbe tagliato 500 pagine: mi ritengo dunque moderato). Inoltre avevo provato a leggere La ferocia, di Nicola Lagioia, che trionfò nel 2015: però il continuo sforzo dell’autore di stupire il lettore con immagini originali e spiazzanti, che a me paiono più che altro sforzate se non al limite del ridicolo, mi ha fatto smettere dopo neanche le rituali trenta pagine. Orbene, avendo finito Ciabatti e Cognetti senza sforzo, si può dire che dal 2016 al 2017 il premio abbia fatto registrare un sensibile salto di qualità.

Scusate la fascetta…

Ma niente mi aveva preparato alla sorpresa della Janeczek. Perché, e voglio dirlo subito, la scrittrice “tedesca naturalizzata italiana” (come recita la Wikipedia), per di più nata da genitori polacchi di discendenza ebraica, ha fatto fare al premio Strega un ulteriore salto di qualità. Potrei anche dire che facendo vincere La ragazza con la Leica, il premio suddetto più che fare un favore alla scrittrice ha fatto un favore a sé medesimo (e ce n’era bisogno). Detto semplicemente, questo è un gran bel romanzo, e potenzialmente qualcosa che potrebbe restare nella storia letteraria. Pur con alcuni difetti. Ma la letteratura è una cosa strana: spesso le imperfezioni diventano pregi, e lo scrittore meno levigato lascia un segno più grande e duraturo. La regola, nelle umane lettere, è una sola: non ci sono regole.

Cominciamo dal contenuto: il libro è incentrato sulla storia di due fotoreporter, uno famoso già in vita, Endre Ernő Friedmann, e una riscoperta solo di recente, Gerta Pohorylle. Probabilmente il primo lo conoscete con lo pseudonimo di Robert Capa; la seconda, potreste averla sentita nominare come Gerda Taro. Entrambi ebrei, entrambi fuggiti dalla Germania per evitare di fare una brutta fine dopo l’ascesa al potere di Hitler, entrambi politicamente a sinistra, entrambi hanno legato la loro storia di fotografi alla guerra civile spagnola; la Taro in Spagna ci è anche morta nel 1937 a ventisei anni, per un incidente. Capa, che era il suo compagno (anche se il loro era un rapporto assai poco convenzionale, come ci fa capire a più riprese Janeczek), le sopravvisse per perdere la vita nel 1954, saltato in aria su una mina in Vietnam, durante la feroce guerra tra i vietnamiti e i colonialisti francesi. Due vite brevi, due vite che paiono segnate dal destino; due vite che in qualche modo “chiamano” la scrittura, la narrazione, il racconto.

Robert Capa fotografato da Taro

Ebbene, Janeczek sceglie di adottare un approccio tutt’altro che lineare alla vicenda di Capa e Taro. Parte commentando una foto che li ritrae insieme in Spagna: ridono, nonostante lui regga in mano un fucile. Inizia studiando quella foto, e altre scattate dai due fotografi, interrogandosi su ciò che mostrano, su quell’apparenza senza colori che al tempo stesso è così prossima e così lontana, così chiara e comprensibile e così ambigua. Questo il prologo del romanzo, che da subito mi ha dato una misura del coraggio dell’autrice: niente di ruffiano, niente di facilmente accattivante, sicuramente non un attacco facile. Eppure ha un’intensità che colpisce.

Poi seguono tre parti, intitolate rispettivamente “Willy Chardack”, “Ruth Cerf”, “Georg Kuritzkes”. Sono i nomi di tre personaggi le cui vite si sono incrociate con quelle di Capa e Taro. Anche loro comunisti o comunque di una sinistra con la quale la nostra sinistra “ufficiale” del 2018 ha ben poco a che fare. Anche loro profughi. Tutti e tre più fortunati dei due fotoreporter, però: sopravvissuti alle persecuzioni naziste, alla guerra civile spagnola, alla seconda guerra mondiale con annessa Shoah. Morti di vecchiaia, dopo aver trovato un approdo sicuro chi negli Stati Uniti, chi in Italia, chi altrove. È attraverso questi tre personaggi che noi sappiamo di Gerda e Robert (alias André); e la loro storia non ci viene raccontata linearmente, bensì attraverso una rimemorazione tortuosa e discontinua, che non sarà un flusso di coscienza joyciano (grazie a Dio) ma non è neanche un legnoso flashback stile serie televisiva RAI/Mediaset. Tanto per dirne una, Georg Kuritzkes, che era un medico, torna al suo rapporto (non solo amicale) con Taro e in subordine con Capa quando ormai vive a Roma e lavora per la FAO. È nel 1960 delle Olimpiadi (ma anche del governo Tambroni) che Georg ritorna agli anni prima della seconda guerra mondiale, e alla sua amante scomparsa, e lo fa spostandosi ogni tanto avanti e indietro nel tempo, e anche inevitabilmente nello spazio, date le vite nomadi di pressoché tutti i personaggi del romanzo.

Gerda Taro all’opera

Insomma, Janeczek ha fatto scelte stilistiche e tecniche coraggiose. Ha usato quel narratore non-onnisciente e periferico che venne introdotto da Emily Brontë in Cime tempestose e poi usato con maestria da Fitzgerald nel Grande Gatsby. Una tecnica difficile, ulteriormente complicata dalla III persona (Brontë e Fitzgerald avvicinavano il lettore con narratori in prima), che però può dare risultati esaltanti se saputa usare. A mio modesto avviso, Janeczek vince la scommessa: nonostante all’inizio si possa restare smarriti e confusi, man mano che si procede si entra sempre più nella vita di questi profughi e sovversivi, e le personalità di Taro e Capa emergono sempre più distinte, senza agiografie e santificazioni zuccherate. E al confronto, spiace dirlo ma è così, Ciabatti e Cognetti ne escono come scolaretti promettenti, ma ancora bisognosi di completare il corso di studi.

E veniamo ai difetti. Fondamentalmente è questione di lingua; lingua sulla quale si sono accaniti per esempio diversi commentatori su Amazon (io vado sempre a guardare quel che si dice lì; scusate quest’approccio plebeo, però trovo interessante confrontare il mio punto di vista con quelli che appioppano al romanzo una sola stella in segno di spregio e disapprovazione). Janeczek, a detta di questi detrattori da tastiera (o smartphone) è straniera, QUINDI (mi si scusino le maiuscole, ma talvolta sono indispensabili) non padroneggia l’italiano. Secondo un commentatore, eccede nei complementi oggetto (curiosa notazione: non sa costui che la maggior parte dei verbi sono transitivi e quindi bisognosi di un oggetto?); secondo altri si avverte una sintassi straniera. Siamo al sovranismo grammaticale?

Personalmente, il 90%, ma pure il 95% delle frasi del romanzo mi stanno benissimo, e se talvolta hanno torsioni insolite ben vengano. L’italiano è la lingua di chi lo sa scrivere, non di chi è nato (e cresciuto) qui da genitori italiani. Per me Janeczek scrive bene e se sotto talvolta avverti il tedesco, ma perché no? Non s’avverte qualche volta il siciliano sotto Sciascia – senza arrivare alle contaminazioni di Camilleri sulla scia di Pasolini e Gadda? Non sono altre lingue quelli che una politica culturale nazionalista e stupida ha bollato dall’Unità d’Italia come dialetti? Non c’è il sardo dentro Deledda e Satta? E non sono gran stilisti questi?

Però qualche volta c’è la frase che non funziona. Ne ho annotate alcune. Si parla “delle battaglie contro la censura che avevano strappato l’uscita del film in alcune sale”; forse è una deliberata invenzione, ma non mi convince molto, l’uscita strappata. Poi ci sono le amiche che “presero a incuriosirsi di quella storia”, e a me quel di non suona proprio. A un certo punto un personaggio “aveva concluso con un sorriso disarmato”, quando di solito i sorrisi sono disarmanti; magari questa era una scelta originale, tenderei a concedere il beneficio del dubbio. Ma viene da chiedere proprio cosa siano “le alte festività ebraiche” di cui si parla a un certo punto, e quell’uso di “alto” per “importante” mi ricorda il lessico inglese e quindi un sostrato di senso germanico, quindi tedesco. Insomma, ogni tanto ci sarebbe voluto un lavoro di editing più attento da parte di Guanda.

Ma sia ben chiaro: io sono un rompiscatole armato di lente d’ingrandimento. Sono il professorino con la matita rossa e blu. Non mi dàte retta. Nel complesso il romanzo è ben scritto e a tratti la sua prosa ha un’intensità invidiabile. Come in questa sorta di conclusione:

Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro, si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.

Da un certo punto di vista, queste parole dette nel 1960 suonano premonitrici a noi lettori del 2018. Gerda Taro era una donna di oggi vissuta negli anni Trenta dei totalitarismi; non stupisce che dopo quegli anni infausti venisse dimenticata, essendo stata troppo libera per quell’epoca. Ma risuonano ancora più forti pensando che poche pagine dopo, nella conclusione del romanzo, dove Janeczek ancora commenta le foto di Taro e Capa (non scattate da loro, ma che li raffigurano), viene citato Walter Benjamin e il suo saggio sulla riproducibilità dell’opera d’arte (un testo che ancora non abbiamo capito a fondo, aggiungerei); e leggendo mi si è chiuso un corto circuito con un altro, terribile e tragico testo di Benjamin, quella sorta di testamento profetico che sono le “Tesi di filosofia della storia”, dove il grande berlinese ci spiega che se vinceranno i nazifascisti neanche i morti saranno più al sicuro (mi viene sempre da chiedermi se Orwell potesse averlo letto; assai probabilmente no, ma tra vere intelligenze si è spesso in sintonia a propria insaputa). Ecco, nonostante la sconfitta delle potenze dell’Asse, Gerda Taro ha rischiato di sparire del tutto dalla storia, come se non fosse mai vissuta; e questo ci fa interrogare su certe visioni consolatorie della Seconda guerra mondiale (soprattutto proposte da certe pellicole recenti), in base alle quali avrebbero vinto i buoni, punto. Veramente?

In conclusione, mi sembra che stavolta lo Strega abbia avuto un momento di lucidità. Speriamo che duri. Intanto, leggete La ragazza con la Leica. Non date retta ai denigratori su Amazon, che con le loro sparate hanno dimostrato solo di non saper leggere le righe e tra le righe (e fortunatamente ammontano solo al 33% di quelli che hanno commentato in quella sede…).

 

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