Gotico veneto

30 marzo 2018

Pupi Avati, Il signor diavolo, Guanda, pp. 202, euro 16,00 stampa; euro 9,99 ebook.

recensisce PAOLO SIMONETTI

«Il parroco di Lio Piccolo non c’era quasi mai, così per la prima comunione ci preparò il suo sagrestano. Lo faceva la sera quando era già buio. Lui sapeva tutto del diavolo, anzi ci aveva insegnato a chiamarlo il signor Diavolo perché diceva che le persone cattive bisogna trattarle bene».

Lio Piccolo è un borgo sperduto e praticamente disabitato nel cuore della Laguna Veneta. Oggi, nelle belle giornate estive, la gente ci va a fare lunghe passeggiate in bicicletta, percorrendo la strada panoramica che da Treporti passa attraverso le barene lagunari, tra valli da pesca e suggestivi isolotti separati da canali e ricoperti da orti e vegetazione spontanea, fino ad arrivare alla minuscola piazza del paese. Lì, in mezzo a una manciata di edifici sparsi, sorge la chiesetta di Santa Maria della Neve, il cui campanile è stato restaurato nel 2008, dopo che era stato dichiarato inagibile con la chiesa nel 1966.

Ma nel 1952, al tempo in cui è ambientato il romanzo, Lio Piccolo era una comunità parrocchiale di poche centinaia di abitanti, ancora sconvolta dalla terribile alluvione che aveva colpito il Polesine nel novembre precedente – un borgo contadino avvolto dalla nebbia, dove il diverso, il deforme, il folle era guardato con sospetto e timore perché si pensava fosse posseduto dal demonio e dove il primo novembre i contadini lasciavano il letto sfatto poiché ritenevano che i morti tornassero a riposare nelle loro case.

«La piena, allagando il vecchio cimitero, aveva portato via le bare di quelli seppelliti nella terra. Molte famiglie andavano a cercare i loro morti che galleggiavano lontani». Sono le parole del piccolo Carlo Mongiorgi, verbalizzate durante la deposizione rilasciata al giudice istruttore. Il ragazzino è infatti accusato dell’omicidio di Emilio Vestri Musy, un ragazzo disabile con un oscuro passato, che alcune persone del paese, tra cui il sagrestano e una suora conversa, ritengono in grado di svegliare i morti e richiamarli dall’aldilà. Il fatto è che apparentemente Mongiorgi non avrebbe potuto compiere l’omicidio e vendicarsi del “signor Diavolo” senza l’aiuto di una presenza sovrannaturale.

A far luce su questa oscura vicenda è chiamato l’ispettore del ministero di grazia e giustizia Furio Momenté, romano di nascita e democristiano convinto, inviato nel cattolicissimo Veneto per evitare che «anche solo un religioso entri in quell’aula di tribunale come imputato». Momenté è il narratore del romanzo, ma come ha rivelato Pupi Avati in un’intervista, oltre a rappresentare «lo stereotipo del democristiano dell’epoca» è soprattutto un personaggio volutamente «sgradevole»; tuttavia «da un certo punto in avanti ciò che gli accade è così tremendo da fare in modo che il lettore lo guardi con altri occhi».

«Avrebbe dovuto rifiutare questo incarico… C’è un luogo e un tempo che è solo di quel luogo… Un luogo dove è atteso… Chi le ha fatto quel dono la sta aspettando… ma lei può ancora fuggire». Con questo romanzo costruito in modo originale e imprevedibile Avati torna alle atmosfere arcane di film di culto come La casa dalle finestre che ridono e di miniserie controverse ormai avvolte nella leggenda quali Voci notturne, mescolando superstizioni religiose e paure infantili, in un Veneto che nell’immediato dopoguerra rappresenta l’ultimo rifugio «in cui il Maligno incalzato dalla modernità sia venuto a nascondersi».

Un senso opprimente di attesa pervade le pagine del romanzo, un’angoscia che si fa via via più densa, pesante, insostenibile. Nel sottotitolo Avati lo definisce un «Romanzo del gotico maggiore», ispirandosi «alla definizione di gotico rurale che ne ha dato acutamente lo scrittore e antropologo Eraldo Baldini». Ma Il signor diavolo è soprattutto un gotico veneto, che al castello medievale e alla foresta tenebrosa sostituisce la chiesetta dall’intonaco scrostato, la laguna avvolta nella nebbia, il diavolo appostato nello sprofondo della fossa d’acqua vicino al ponte, che lascia dei morsi «esattamente come quelli del verro che è il maschio della maiala».

«La disperazione, il senso di abbandono che sto patendo spinge la mia mente verso un territorio inesplorato. Ne intuisco il pericolo e tuttavia ne sono sedotto. Papà vuole che reciti due Ave Maria e che faccia tre genuflessioni». A parlare qui è l’ispettore Furio Momenté, nonostante il padre fosse morto già da qualche anno. Alternando i verbali dell’istruttoria per l’omicidio alle riflessioni del protagonista che spesso lo riportano a episodi dolorosi del suo passato, il romanzo segue una traiettoria frammentata, sincopata – diroccata come le macerie dei bombardamenti che ancora ingombrano la Roma dove vive Momenté, ingolfata da una religiosità oppressiva, cupa, cieca e violenta. Eppure il linguaggio resta semplice, scarno, diretto: i termini colloquiali dei contadini, il lessico trasparente dei bambini, i periodi asciutti. Quello di Avati è un barocco della mente.

Molti fili della trama restano irrisolti, alcuni personaggi vengono addirittura dimenticati (chi è il «palombaro della società Onda, Akex Bepi», che compare nei verbali ma a cui non si fa mai riferimento nel romanzo?); un paio di volte si citano conversazioni mai riportate in precedenza (tanto da far sospettare addirittura un editing frettoloso). A un certo punto i conti non tornano più; la narrazione, che già procedeva a sobbalzi e scossoni, deraglia del tutto; l’indagine prende una piega inaspettata; le pagine del libro finiscono; l’oscurità torna ad avvolgere la piccola comunità e i suoi misteri.

Per fortuna Pupi Avati ha già in programmazione una serie TV ispirata ad alcune vicende collaterali del romanzo e intitolata “Floating Coffins” (bare galleggianti). Chissà se anche questa miniserie entrerà nella leggenda.

https://www.guanda.it/

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