Gotico siculo

26 gennaio 2018

Orazio Labbate, Suttaterra, Tunué, pp. 140, € 12,00 stampa

recensisce NICOLA PALADIN

A pochi mesi dalla pubblicazione, Suttaterra di Orazio Labbate ha già collezionato entusiastiche recensioni che ne celebrano il valore letterario, cogliendo anche l’occasione per riflettere sul gotico siciliano, sulla raffigurazione contemporanea del male e sul delicato rapporto tra uomo e religione. Si tratta di tre universi che Labbate aveva già iniziato a esplorare in Lo scuru (Tunué, 2014), suo romanzo d’esordio e prequel a Suttaterra. Cionondimeno, in Suttaterra è un’altra dimensione fondamentale dell’esperienza umana a essere affrontata, quella del viaggio.

La storia racconta infatti di Giuseppe Buscemi, un becchino italo-americano di Milton in West Virginia, figlio di Razziddu (protagonista de Lo scuru), da un anno vedovo di Maria Boccadifuoco. Incapace di elaborare il lutto, Giuseppe sopravvive senza bussola fino al giorno in cui riceve una lettera spedita il mese prima e firmata dalla moglie defunta, che lo invita a tornare in Sicilia per ricongiungersi a lei. Da questo momento inizia un viaggio che non si registra solo come spostamento geografico, ma anche come dinamica su più livelli presente in tutta l’opera, un movimento costante che porta il lettore a muoversi seguendo il protagonista. Per Giuseppe, quello alla natia Gela non è solo un ritorno alla terra d’origine, bensì un complesso viaggio nella tradizione, nella religione e negli immaginari che caratterizzano la Sicilia.

Sono infatti le immagini, più delle tappe geografiche, a strutturare l’itinerario lungo il quale il protagonista si avventura. Labbate trascura i dettagli spaziali per concentrarsi sulle immagini percepite, deformate e immaginate da Giuseppe: queste si avvicendano in un alternarsi di visioni, deliri febbrili, incubi e fasi di apparente lucidità di cui diventa però difficile fidarsi. Tale sequenza immaginifica compone il viaggio di Giuseppe alla ricerca della sua Maria e la sua dimensione irreale ben si presta alla componente gotica tipica del lavoro di Labbate. Elemento costante e tra i più riusciti è senza dubbio la resa di un’atmosfera cupa, quasi monocromatica, che incombe uniformemente su tutta la storia calando il lettore in uno scenario da incubo sin dal prologo.

L’apice raggiunto dall’autore nel dispiegare questa progressione di immagini sanguinose, fantasmatiche e quasi lovecraftiane è l’effetto di spaesamento che suscita in chi legge. Il lettore spesso si ritrova a contemplare le visioni di Giuseppe senza sapere come ci è arrivato, una logica che ricorda il film Inception (2010), in cui i personaggi capiscono di trovarsi all’interno di un sogno proprio perché non hanno idea di come vi sono entrati. In effetti, la scrittura di Labbate è capace di far smarrire il lettore nelle immagini che produce, alternando momenti di prosa barocca, a fasi di narrazione serrata e visceralmente coinvolgente. In questo modo sembra che l’autore giochi con il lettore, dettandogli la velocità, facendolo perdere o ritrovare. Non è un caso che, nel cuore del suo viaggio Giuseppe parli di un’“impressione, confusa e inquietante […], quella dell’esistenza di qualcuno che si esercitava a sognare i suoi stessi sogni”.

http://www.tunue.com

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