Gente normale

13 Novembre 2017

Joyce Carol Oates, I ricchi, tr. G. Bosetti, V. Gorla, C. Pieretti, S. Reggiani, Il Saggiatore, pp. 329, €18,00 stampa €8,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Sarcastica e paradossale, grottesca e ironica, la Oates, in questa seconda puntata della sua Epopea americana scritta nel 1968, ci scaraventa dentro gli anni ’60 di un’America di provincia: il romanzo ha un timbro colorato che mette in luce l’evanescenza del sogno americano. La scrittrice americana la descrive con estrema lucidità, con uno stile essenziale e privo di orpelli, scendendo nell’intimità di una famiglia non troppo tradizionale: Richard, il figlio grasso e schivo, che è anche il punto di vista della storia, è figlio di Tashya, bellissima donna e scrittrice di successo di origini russe e di Elwood, un uomo che all’apparenza non ha altre virtù se non quella di avere un lavoro che consente loro di vivere nell’agiatezza.

Natashya Romanov Everett è una donna irrequieta, tanto presente nella società quanto assente in famiglia: attenta all’immagine e alle etichette della società borghese, Richard si sente invisibile di fronte a lei; quando sparisce, probabilmente per raggiungere uno degli amanti che animano la sua esistenza, l’undicenne vive dentro un incubo aspettando il ritorno della madre per poi temere una nuova fuga. Il padre vive con rabbia l’abbandono ma riaccoglie sempre la moglie a braccia aperte.

Le due cittadine in cui la famiglia vivrà sono l’emblema della società americana dell’epoca: democratici e progressisti di facciata, falsamente interessati alla cultura e all’arte, gli abitanti non perdono occasione per riprendere l’ipocrisia borghese e i dettami di un conformismo in realtà mai abbandonati. E la famiglia Everett non può che esserne il facile bersaglio. Fin dall’inizio la storia assume contorni oscuri: “Ero un assassino bambino” è l’incipit del romanzo, in cui Richard confessa al lettore – del resto la struttura è organizzata come un testo autobiografico in cui il bambino racconta la propria storia – di essere colpevole di un crimine. E se con l’avvicendarsi delle pagine i connotati del mistero via a via si chiariranno, non è tanto il cosa succederà ma il come che mantiene la tensione della narrazione.

Una trama pressante, con un leggero calo di ritmo nella parte centrale, una storia originale con dei personaggi sempre credibili e realistici, un’ambientazione che riesce a dare agli eventi un’universalità di temi e di tempi – la storia potrebbe svolgersi in ogni parte del mondo anche oggigiorno – in cui molti scrittori americani sono maestri. Un testo che travalica ogni etichetta di genere, passando dal gotico al noir, dalla denuncia sociale all’introspezione, dal biografico alla satira con una facilità sorprendente. La Oates, senza dubbio, usa gli strumenti letterari con rara maestria e perfetta padronanza.

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