Di un’intima pedagogia

John Berger, Ritratti, tr. Maria Nadotti, Il Saggiatore, 2018, pp. 645, €45,00 stampa

recensisce LORENZO MARI

A due anni esatti dalla sua scomparsa, John Berger si conferma punto di riferimento imprescindibile per chi voglia confrontarsi con la letteratura, la saggistica e la critica d’arte prodotta nel secondo Novecento. Al consolidamento di questo statuto hanno contribuito scrittori, apparentemente molto diversi tra loro, che con Berger hanno intessuto rapporti di stretta corrispondenza e amicizia come ad esempio Geoff Dyer e Arundathi Roy, ma anche curatori e traduttori del calibro di Tom Overton e Maria Nadotti, anch’essi molto vicini all’autore.

A questi ultimi si deve la pubblicazione di Portraits e Landscapes, già usciti per “Verso”,
rispettivamente nel 2015 e nel 2016, con la curatela di Overton: di queste due opere strettamente imparentate tra loro, il Saggiatore propone ora la traduzione italiana, curata e ampliata da Maria Nadotti, del primo volume. Ritratti si presenta come un viaggio plurimillenario nell’arte mondiale, che parte con le pitture rupestri della grotta di Chauvet (risalenti a circa 30.000 anni prima dell’età cristiana) e arriva fino all’opera di Randa Mdah, classe 1983. Dovendo accogliere una simile complessità, il volume è di una mole singolare, eccedente le 600 pagine, ma questo non deve spaventare, perché appunto di un viaggio si tratta e non di critica d’arte nelle sue forme più sofisticate e pedanti.

Come nota la stessa Maria Nadotti nella postfazione, lo stile di Berger accoglie il lettore, più che imporgli una determinata conoscenza, offrendosi di accompagnarlo attraverso le singole opere e condividendo così gli interrogativi che costellano i vari saggi e che si fanno sempre più pressanti e aperti nella produzione più recente. Sono domande che hanno imposto allo stesso Berger di tornare a guardare le stesse opere da angolature diverse, secondo un percorso che è ben restituito dalla peculiare ordinazione cronologica e insieme monografica del volume.

“Non ho mai sopportato di essere definito un critico d’arte”, scrive Berger, insolitamente lapidario, nella prefazione del volume. Occorre credergli: l’incipit non rappresenta soltanto la leggerezza giovanile, ma non giovanilistica, con la quale Berger ha affrontato l’ultima parte della sua esistenza (a titolo d’esempio, si veda Smoke, saggio di libertà di un tabagista per nulla contrito, scritto da Berger, illustrato da Selçuk Demirel e uscito qualche anno fa sempre per il Saggiatore), ma è anche la definizione migliore per un autore che si è sempre identificato con l’agilità e la prossimità dello storyteller, più che con i paludamenti del critico accademico.

Nel racconto di queste storie, emergono poi risultati preziosi e sorprendenti anche per il fruitore d’arte più esperto, che vanno dalla qualità minerale della pittura del Mantegna al radicamento nel “Continente del Fisico” di Martin Noël, passando per i cani di Tiziano o l’epopea della meccanizzazione in Fernand Léger. Storie d’arte nelle quali il lettore è preso per mano e portato ad esperire vari “modi di vedere”: storie, dunque, che sono intimamente pedagogiche, come e più di una trattazione critica con tutti i crismi, e i vincoli, del caso.

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